LA VERGINE E IL FALCOVide ella il Falco fendere il sereno.Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.Con l'impeto feriva il vento e il raggio.Cielo e terra, di lui tutto era pieno.Il balenare avea d'una saetta,la maestà superba avea d'un nume.Il mostro senza artigli e senza piumelibrarsi ella mirò del sole in vetta:e s'abbattè come s'abbatte un ramoa terra, e rise con riversa gola,e pianse: a lui gettando la parolaancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—*E prega, umìle, il Falco che non l'ode:—Io non ti chieggo, o domator di vento,con qual poter foggiasti lo strumentoche ti solleva a le celesti prode.Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,su me piombassi per ghermirmi, e viami rapinassi a volo, e per magiad'ali e d'amore il cielo fosse nostro,ecco, io son pronta: io ti sarò la biancapreda che tutta s'abbandona, e al vampodel vorticoso ardor non cerca scampo,se pur, fragile, in petto il cor le manca:come sien fresche le mie labbra, e snellii fianchi e dolce la mia nuca ai bacisapresti, o Falco, che con colpi audacinuvole ed astri afferri pei capelli.Purità m'è compagna; ed assomiglionel mio candore a un'erma d'alabastro:niuno ancora disciolse il roseo nastroche al mattin fra le trecce m'attorciglio.Ho l'aroma del fieno, che la falcedivelse a pena, e il sol penètra; e diacciospecchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,piccola rama pendula di salce.Uomini adusti dall'odor ferinomi soffiaron sul volto, avidi, folli,il desiderio a vampe. Ed io non volli:ma commisi a me stessa il mio destino.Non io, non io de' lor traffici oscuriviver soffersi, leggiadretta serva,con basse ciglia ed anima protervafilando il lino entro i lor vecchi muri:non io le grigie e tortuose scaledi lor case salìi, dove s'afflosciagioventù, senza gaudio e senza angoscia,su spessa coltre e torpido guanciale.Io voglio te, che armi la tua sorteper guerra, e il sole di sfidar sei degno:voglio te, per seguirti all'alto segno,o, se tu cada, ne la bella morte.E questa sia precipitosa, comeil fiammeggiar d'un bolide notturno;e tu dorma in eterno il taciturnotuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—*Prega; e non l'ode il domator di vento,sempre più alto nel rapace volo..... Donna, fragile carne!... Il Forte è solonel suo libero assalto al firmamento.Adora, e taci. E lo vedrai sparirenel superato caos della vertigineazzurra: invitto re sui due prodigidell'universo: il vivere e il morire.[pg!175]
LA VERGINE E IL FALCOVide ella il Falco fendere il sereno.Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.Con l'impeto feriva il vento e il raggio.Cielo e terra, di lui tutto era pieno.Il balenare avea d'una saetta,la maestà superba avea d'un nume.Il mostro senza artigli e senza piumelibrarsi ella mirò del sole in vetta:e s'abbattè come s'abbatte un ramoa terra, e rise con riversa gola,e pianse: a lui gettando la parolaancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—*E prega, umìle, il Falco che non l'ode:—Io non ti chieggo, o domator di vento,con qual poter foggiasti lo strumentoche ti solleva a le celesti prode.Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,su me piombassi per ghermirmi, e viami rapinassi a volo, e per magiad'ali e d'amore il cielo fosse nostro,ecco, io son pronta: io ti sarò la biancapreda che tutta s'abbandona, e al vampodel vorticoso ardor non cerca scampo,se pur, fragile, in petto il cor le manca:come sien fresche le mie labbra, e snellii fianchi e dolce la mia nuca ai bacisapresti, o Falco, che con colpi audacinuvole ed astri afferri pei capelli.Purità m'è compagna; ed assomiglionel mio candore a un'erma d'alabastro:niuno ancora disciolse il roseo nastroche al mattin fra le trecce m'attorciglio.Ho l'aroma del fieno, che la falcedivelse a pena, e il sol penètra; e diacciospecchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,piccola rama pendula di salce.Uomini adusti dall'odor ferinomi soffiaron sul volto, avidi, folli,il desiderio a vampe. Ed io non volli:ma commisi a me stessa il mio destino.Non io, non io de' lor traffici oscuriviver soffersi, leggiadretta serva,con basse ciglia ed anima protervafilando il lino entro i lor vecchi muri:non io le grigie e tortuose scaledi lor case salìi, dove s'afflosciagioventù, senza gaudio e senza angoscia,su spessa coltre e torpido guanciale.Io voglio te, che armi la tua sorteper guerra, e il sole di sfidar sei degno:voglio te, per seguirti all'alto segno,o, se tu cada, ne la bella morte.E questa sia precipitosa, comeil fiammeggiar d'un bolide notturno;e tu dorma in eterno il taciturnotuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—*Prega; e non l'ode il domator di vento,sempre più alto nel rapace volo..... Donna, fragile carne!... Il Forte è solonel suo libero assalto al firmamento.Adora, e taci. E lo vedrai sparirenel superato caos della vertigineazzurra: invitto re sui due prodigidell'universo: il vivere e il morire.[pg!175]
LA VERGINE E IL FALCOVide ella il Falco fendere il sereno.Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.Con l'impeto feriva il vento e il raggio.Cielo e terra, di lui tutto era pieno.Il balenare avea d'una saetta,la maestà superba avea d'un nume.Il mostro senza artigli e senza piumelibrarsi ella mirò del sole in vetta:e s'abbattè come s'abbatte un ramoa terra, e rise con riversa gola,e pianse: a lui gettando la parolaancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—*E prega, umìle, il Falco che non l'ode:—Io non ti chieggo, o domator di vento,con qual poter foggiasti lo strumentoche ti solleva a le celesti prode.Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,su me piombassi per ghermirmi, e viami rapinassi a volo, e per magiad'ali e d'amore il cielo fosse nostro,ecco, io son pronta: io ti sarò la biancapreda che tutta s'abbandona, e al vampodel vorticoso ardor non cerca scampo,se pur, fragile, in petto il cor le manca:come sien fresche le mie labbra, e snellii fianchi e dolce la mia nuca ai bacisapresti, o Falco, che con colpi audacinuvole ed astri afferri pei capelli.Purità m'è compagna; ed assomiglionel mio candore a un'erma d'alabastro:niuno ancora disciolse il roseo nastroche al mattin fra le trecce m'attorciglio.Ho l'aroma del fieno, che la falcedivelse a pena, e il sol penètra; e diacciospecchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,piccola rama pendula di salce.Uomini adusti dall'odor ferinomi soffiaron sul volto, avidi, folli,il desiderio a vampe. Ed io non volli:ma commisi a me stessa il mio destino.Non io, non io de' lor traffici oscuriviver soffersi, leggiadretta serva,con basse ciglia ed anima protervafilando il lino entro i lor vecchi muri:non io le grigie e tortuose scaledi lor case salìi, dove s'afflosciagioventù, senza gaudio e senza angoscia,su spessa coltre e torpido guanciale.Io voglio te, che armi la tua sorteper guerra, e il sole di sfidar sei degno:voglio te, per seguirti all'alto segno,o, se tu cada, ne la bella morte.E questa sia precipitosa, comeil fiammeggiar d'un bolide notturno;e tu dorma in eterno il taciturnotuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—*Prega; e non l'ode il domator di vento,sempre più alto nel rapace volo..... Donna, fragile carne!... Il Forte è solonel suo libero assalto al firmamento.Adora, e taci. E lo vedrai sparirenel superato caos della vertigineazzurra: invitto re sui due prodigidell'universo: il vivere e il morire.[pg!175]
Vide ella il Falco fendere il sereno.Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.Con l'impeto feriva il vento e il raggio.Cielo e terra, di lui tutto era pieno.Il balenare avea d'una saetta,la maestà superba avea d'un nume.Il mostro senza artigli e senza piumelibrarsi ella mirò del sole in vetta:e s'abbattè come s'abbatte un ramoa terra, e rise con riversa gola,e pianse: a lui gettando la parolaancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—*E prega, umìle, il Falco che non l'ode:—Io non ti chieggo, o domator di vento,con qual poter foggiasti lo strumentoche ti solleva a le celesti prode.Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,su me piombassi per ghermirmi, e viami rapinassi a volo, e per magiad'ali e d'amore il cielo fosse nostro,ecco, io son pronta: io ti sarò la biancapreda che tutta s'abbandona, e al vampodel vorticoso ardor non cerca scampo,se pur, fragile, in petto il cor le manca:come sien fresche le mie labbra, e snellii fianchi e dolce la mia nuca ai bacisapresti, o Falco, che con colpi audacinuvole ed astri afferri pei capelli.Purità m'è compagna; ed assomiglionel mio candore a un'erma d'alabastro:niuno ancora disciolse il roseo nastroche al mattin fra le trecce m'attorciglio.Ho l'aroma del fieno, che la falcedivelse a pena, e il sol penètra; e diacciospecchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,piccola rama pendula di salce.Uomini adusti dall'odor ferinomi soffiaron sul volto, avidi, folli,il desiderio a vampe. Ed io non volli:ma commisi a me stessa il mio destino.Non io, non io de' lor traffici oscuriviver soffersi, leggiadretta serva,con basse ciglia ed anima protervafilando il lino entro i lor vecchi muri:non io le grigie e tortuose scaledi lor case salìi, dove s'afflosciagioventù, senza gaudio e senza angoscia,su spessa coltre e torpido guanciale.Io voglio te, che armi la tua sorteper guerra, e il sole di sfidar sei degno:voglio te, per seguirti all'alto segno,o, se tu cada, ne la bella morte.E questa sia precipitosa, comeil fiammeggiar d'un bolide notturno;e tu dorma in eterno il taciturnotuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—*Prega; e non l'ode il domator di vento,sempre più alto nel rapace volo..... Donna, fragile carne!... Il Forte è solonel suo libero assalto al firmamento.Adora, e taci. E lo vedrai sparirenel superato caos della vertigineazzurra: invitto re sui due prodigidell'universo: il vivere e il morire.
Vide ella il Falco fendere il sereno.Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.Con l'impeto feriva il vento e il raggio.Cielo e terra, di lui tutto era pieno.Il balenare avea d'una saetta,la maestà superba avea d'un nume.Il mostro senza artigli e senza piumelibrarsi ella mirò del sole in vetta:e s'abbattè come s'abbatte un ramoa terra, e rise con riversa gola,e pianse: a lui gettando la parolaancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—
Vide ella il Falco fendere il sereno.
Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.
Con l'impeto feriva il vento e il raggio.
Cielo e terra, di lui tutto era pieno.
Il balenare avea d'una saetta,
la maestà superba avea d'un nume.
Il mostro senza artigli e senza piume
librarsi ella mirò del sole in vetta:
e s'abbattè come s'abbatte un ramo
a terra, e rise con riversa gola,
e pianse: a lui gettando la parola
ancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—
*
E prega, umìle, il Falco che non l'ode:—Io non ti chieggo, o domator di vento,con qual poter foggiasti lo strumentoche ti solleva a le celesti prode.Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,su me piombassi per ghermirmi, e viami rapinassi a volo, e per magiad'ali e d'amore il cielo fosse nostro,ecco, io son pronta: io ti sarò la biancapreda che tutta s'abbandona, e al vampodel vorticoso ardor non cerca scampo,se pur, fragile, in petto il cor le manca:come sien fresche le mie labbra, e snellii fianchi e dolce la mia nuca ai bacisapresti, o Falco, che con colpi audacinuvole ed astri afferri pei capelli.Purità m'è compagna; ed assomiglionel mio candore a un'erma d'alabastro:niuno ancora disciolse il roseo nastroche al mattin fra le trecce m'attorciglio.Ho l'aroma del fieno, che la falcedivelse a pena, e il sol penètra; e diacciospecchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,piccola rama pendula di salce.Uomini adusti dall'odor ferinomi soffiaron sul volto, avidi, folli,il desiderio a vampe. Ed io non volli:ma commisi a me stessa il mio destino.Non io, non io de' lor traffici oscuriviver soffersi, leggiadretta serva,con basse ciglia ed anima protervafilando il lino entro i lor vecchi muri:non io le grigie e tortuose scaledi lor case salìi, dove s'afflosciagioventù, senza gaudio e senza angoscia,su spessa coltre e torpido guanciale.Io voglio te, che armi la tua sorteper guerra, e il sole di sfidar sei degno:voglio te, per seguirti all'alto segno,o, se tu cada, ne la bella morte.E questa sia precipitosa, comeil fiammeggiar d'un bolide notturno;e tu dorma in eterno il taciturnotuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—
E prega, umìle, il Falco che non l'ode:
—Io non ti chieggo, o domator di vento,
con qual poter foggiasti lo strumento
che ti solleva a le celesti prode.
Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,
su me piombassi per ghermirmi, e via
mi rapinassi a volo, e per magia
d'ali e d'amore il cielo fosse nostro,
ecco, io son pronta: io ti sarò la bianca
preda che tutta s'abbandona, e al vampo
del vorticoso ardor non cerca scampo,
se pur, fragile, in petto il cor le manca:
come sien fresche le mie labbra, e snelli
i fianchi e dolce la mia nuca ai baci
sapresti, o Falco, che con colpi audaci
nuvole ed astri afferri pei capelli.
Purità m'è compagna; ed assomiglio
nel mio candore a un'erma d'alabastro:
niuno ancora disciolse il roseo nastro
che al mattin fra le trecce m'attorciglio.
Ho l'aroma del fieno, che la falce
divelse a pena, e il sol penètra; e diaccio
specchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,
piccola rama pendula di salce.
Uomini adusti dall'odor ferino
mi soffiaron sul volto, avidi, folli,
il desiderio a vampe. Ed io non volli:
ma commisi a me stessa il mio destino.
Non io, non io de' lor traffici oscuri
viver soffersi, leggiadretta serva,
con basse ciglia ed anima proterva
filando il lino entro i lor vecchi muri:
non io le grigie e tortuose scale
di lor case salìi, dove s'affloscia
gioventù, senza gaudio e senza angoscia,
su spessa coltre e torpido guanciale.
Io voglio te, che armi la tua sorte
per guerra, e il sole di sfidar sei degno:
voglio te, per seguirti all'alto segno,
o, se tu cada, ne la bella morte.
E questa sia precipitosa, come
il fiammeggiar d'un bolide notturno;
e tu dorma in eterno il taciturno
tuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—
*
Prega; e non l'ode il domator di vento,sempre più alto nel rapace volo..... Donna, fragile carne!... Il Forte è solonel suo libero assalto al firmamento.Adora, e taci. E lo vedrai sparirenel superato caos della vertigineazzurra: invitto re sui due prodigidell'universo: il vivere e il morire.
Prega; e non l'ode il domator di vento,
sempre più alto nel rapace volo.
.... Donna, fragile carne!... Il Forte è solo
nel suo libero assalto al firmamento.
Adora, e taci. E lo vedrai sparire
nel superato caos della vertigine
azzurra: invitto re sui due prodigi
dell'universo: il vivere e il morire.
[pg!175]