CAPITOLO QUINTO.

Era sereno il ciel, splendea la lunaRidente a mezzo della sua carriera;Nessun fragor s'udia, voce nessuna:Sol quella universal quiete interaD'improvviso venia rotta talvoltaDal grido dell'allarme d'una scolta.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Dall'alto spaldo del veron qual eraGrande della persona ed aiutanteAl lunar raggio discopríala interaIl desioso sguardo dell'amante.GROSSI,Ildegonda, P. 1.º

La più alta e maestosa torre del Castello di Musso quella si era che sorgeva nel Forte di Gian Giacomo, posto, come dicemmo, nella parte più eminente di esso; elevata dominatrice di tutte le merlate mura dell'acclive Fortezza, potevasi propriamente ad essa sola applicare il nome di vedetta del lago. Le mura de' suoi fianchi e le quadrate pietre che ne munivano gli angoli, allora recentemente eretti, non erano stati per anco imbruniti dalla mano del tempo, nè miravansi dal musco e dai serpeggiamenti dell'edera rivestiti; onde quella torre giganteggiava alla vista del lontano riguardante, ben distinta pel suo colore rosso cupo e staccata dal bigio sasso del monte che le stava di schiena; il vessillo Mediceo che le sventolava alla cima scorto dalle acque e dagli erti vertici dei monti più discosti, appariva formidabile e minaccevole insegna. Così negli adusti piani del Nilo una tenda che s'innalza alla sommità di colossale granito indica da lungi alle moresche carovane l'asilo dell'errante Beduino terrore del deserto.

Il baluardo del Forte Gian Giacomo stava congiunto ad essa torre per oltre un terzo di sua altezza; e quivi vedevasi nella torre praticata un'angusta porta, a forma d'un foro quadrato, da cui s'aveva accesso al bastione medesimo. Presso la torre esisteva nel baluardo una casamatta, ossia andito interno, in cui si scendeva per ristretta ed oscura scala esattamente coperta, dalla quale pervenivasi alle stanze del Castellano che aveva fatta costruire quella secreta comunicazione colle mura a fine d'avere una uscita incognita dal proprio alloggiamento per recarsi imprevedutamente ad invigilare il Castello, e nei tempi d'assedio sorprendere all'improvviso le guardie del vallo per costringerle a continua gelosa custodia del posto affidato.

Per far coperchio alla scala della casamatta s'era costrutta una picciola vôlta con una rotonda apertura chiusa da grossa tavola, su cui essendosi postata terra ed erba, pareva un naturale rialzo del suolo cagionato da una larga pietra ivi sepolta; e siccome tal rialzo trovavasi tra il muro della torre e le ferritoie del baluardo, porgeva un comodo sedile a chi inosservato avesse voluto contemplare il castello o il vastissimo prospetto d'intorno. La veduta che di là si presentava, era, per vero dire, incantevole, ed offriva un ampio svariato quadro di grandioso aspetto e di energiche tinte tutte d'un particolare e pronunciato carattere, in somma armonia coi sentimenti vigorosi e profondi, sebbene rozzi, degli uomini di quella età, a noi in certo modo rappresentati ancora dalle impressioni che ci lasciano il racconto degli avvenimenti e la vista degli edificii, e di presso che tutte le opere d'arte e d'ingegno di quell'epoca a noi pervenute.

Lo sguardo da quella sommità scendendo d'una in altra delle turrite Rocche del Castello perveniva al piano del lago, le cui acque stendevansi alla vista per circa trenta miglia di lungo, ed ove quattro, ove sei in larghezza, riflettendo come vasto specchio la vôlta del cielo, e capovolti li paesetti della sponda e le montagne di cui si spianano al piede. Mirando dal baluardo al di là del lago, vedevansi di fronte i due monti Legnoni, immani fratelli che s'innalzano a piramide, il maggiore de' quali mostra il capo presso che sempre cinto da una corona di nubi: sui loro gioghi aspri e selvosi abitati dagli orsi scorgevansi le solitarie chiesette di Santa Elisabetta e di San Siro. Al loro destro fianco penetrava la vista pel pian di Colico nella bassa parte della Valtellina rigata dall'Adda, fiume che s'ha l'aspetto di lucida striscia che mette capo nel lago. Nel settentrione a ridosso di cento culmini di monti minori conformati a scaglioni torreggiavano all'occhio le dirupate creste delle Alpi perpetuamente biancheggianti di neve, le quali come un candido muro sembrano invano quivi sorgere insuperabili. Abbassando lo sguardo a sinistra vedevasi il piano di Domaso protendersi verdeggiante nel lago, separato per un golfo da quello di Gravedona, che interciso da seni e da torrenti, fra cui primeggia l'Albano, si stende sino a Dongo, la terra più prossima da quel lato al Castello, sui tetti dei cui casolari miravasi da questo quasi a piombo guardando pel pendío mancino. Dalle spalle presentavasi immediatamente il sasso della rupe, e l'occhio dal fondo del taglio che ne disgiungeva quel Forte sino alla punta detta della Croce, che ne era il ciglione, non aveva che l'aspetto della nuda cinericcia balza. Presso il lago da destra mostravasi la popolosa Musso coi molti suoi fabbricati, tra cui spiccavano le chiese, i conventi, la zecca, l'arsenale, e le torri che munivano il ponte sul Carlazzo. Nel colle ad essa superiore vedevansi Croda, Terza, Campagnano, sparse fra altre picciole Terre, e più sull'alto nel monte distinguevansi la Bocca di San-Bernardo e le punte di Palù. Lasciando poscia scorrere la vista su quella costiera di mezzodì, miravasi il suo lembo variamente frastagliato dalle acque, ed i poggi e i valloni ricchi di selve, d'ulivi e di verdi pascoli succedersi gradatamente sin là ove si nascondevano all'occhio dietro il dosso del monte che s'avanza formando la punta di Rezzonico, del di cui antico e già potente Castello le torri e le mura distintamente apparivano.

Di là lo sguardo balzava al lontano colle di Bellagio, che posto all'estremità della Valle-Assina forma capo a due laghi: la tinta aerea di quel promontorio bene ne indicava la distanza, che andava sempre crescendo se spingevasi l'occhio pel lago di Lecco, alla cui destra distinguevansi tra i monti le sommità di quello di Canzo, che hanno sembianza di corna, ed alla sinistra la giallo-rossiccia Grinta di Mandello tutta nuda e scoscesa montagna. Compiendo il gran cerchio, ritornando coll'occhio ai Legnoni, si scorgeva tutta l'opposta sponda dritta e bruna per balze selvose: e vedevansi in essa Varenna, prossimo a cui da misteriosa grotta scaturisce il fiume Latte, Bellano, Dervio che s'alza su un largo verdeggiante piano generato dall'impetuoso Varrone, e finalmente Corenno, sulla torre della cui Rocca stava pure inalberata la Medicea bandiera.

Toltosi alle brighe soldatesche, al favellare importuno de' suoi compagni d'armi, Gabriele, solitario e pensoso s'aggirava sul finir del giorno pei porticati ed i cortili del Castello sperando trovare nelle illusioni dell'immaginativa la calma a quel tenero e doloroso pensiero che costantemente il martellava e da cui aveva in vano sperato sollievo nelle distrazioni dei consueti esercizii. Venuto nel Forte Gian Giacomo, e giunto a piè della torre, pensò salire sul baluardo per sottrarsi vie meglio alle ricerche, alle noiose inchieste dei capitani ed agli sguardi d'ognuno: asceso a lenti passi la spirale scalea della torre, entrò curvandosi per l'andito aperto nello spessore del muro ch'era la picciola quadrata porta, e spingendo la ruvida imposta che la chiudeva, uscì sul baluardo, dove andò tosto ad assidersi sul rialzo della casamatta d'appresso alle feritoie. Il vasto magnifico prospetto che di là dispiegossi ai suoi sguardi, occupò per un istante tutto il suo spirito, attenuandovi l'assidua presenza di quell'immagine che mai noll'abbandonava, e gli infuse in cuore un trasporto, un aumento di vigore e di vita che le grandi scene della Natura non tralasciano mai di produrre in un'anima appassionata che serba intatta e pura la vivida tempra di giovinezza.

Il colore roseo ardente di cui si riveste il cielo negli estivi tramonti splendeva quel giorno di tutta nitidezza e sfulgore essendo l'aria d'un purissimo sereno. I monti e le valli di quel circolo spazioso dipinti da un'aurea porporina luce riflessa nelle acque, fulgide esse pure come la vôlta del cielo, s'avevano un così vago, un non so quale incantevole aspetto, che traeva a mirarli con sentimento di gioia e di secreta riconoscenza, quasi si sentisse che una mano creatrice e benefica avesse preparato quel quadro sublime onde offrirlo a diletto dello sguardo dell'uomo. L'occhio di Gabriele vagava dai monti alle acque, da queste al cielo, e l'anima sua era compresa a quella vista da una piena e indefinibile delizia.

Ma quella lucentezza dell'aria, quel lusso di raggi brillanti e di colori pari in ciò ai contenti della vita, s'andava rapidamente attenuando; e mano mano che le ombre dei monti vicini si estendevano, che offuscavansi i lontani, che la porpora del cielo tramutavasi morendo in un bruno cilestre, nel cuore di Gabriele svaniva quel senso di felicità di cui era stato per varii istanti penetrato, e vi tornava a risorgere più vibrato e affannoso il primitivo pensiero. Allorquando intera oscurità coverse le montagne e i colli, ed abbrunissi il lago, nè altro apparve distinto in nere forme a' suoi occhi che le mura e le torri della sottoposta Fortezza, vi lasciò cadere mesto uno sguardo, indi piegò addolorato il capo tra le palme e sospirando tutto s'ingolfò ne' proprii pensamenti.

Nessun moto del cuore è sì espansivo, nessuno impelle sì forte l'anima a diffondersi quanto quello dell'ammirazione che nasce alla vista del bello profondamente sentito. Lo spirito invaso da una ideale armonia si desta spontaneo ad un inno di gioia, che a molti è dato internamente sentire, al solo genio concesso l'esprimere; guai però se nell'ebbrezza dell'animo commosso s'affronta la convinzione che in niun petto un cuore è partecipe alle vibrazioni del nostro, che muto all'altrui mente è il nostro tripudio, e si esala e svanisce inconsiderato come una voce melodiosa nella solitudine! allora il senso d'un cupo isolamento ricade su di noi, ci tormenta, ci opprime, e non v'ha refrigerio allo spirito se non nell'incontrare la traccia d'un oggetto cui sia cara la nostra sorte, ed a cui tutto riferire quanto v'è di prezioso nella nostra esistenza.

Tale era stato il giro delle idee di Gabriele, e quando chinata la testa rimase immobile nella massima concentrazione, era pervenuto appunto all'investigare se quell'oggetto a cui unicamente teneva rivolto il pensiero, quello da cui solo bramava un ritorno d'affetti, quello che aveva per lui dato un prezzo pria ignoto alla vita, e che stimava unica e straordinaria fra le creature, sentisse per lui verace e fervoroso interessamento. Nuovo però ed inesperto com'era nei nodi d'amore, passava colla fantasia per cento chimere, senza saper trovare ove potesse posarsi per dedurre con fiducia una speranza, ma pure incalzato dal bisogno di dare a se stesso una positiva risposta:

"Chi son io per lei? (diceva tristamente tra se stesso) Come posso credere d'averle cagionato ciò ch'ella produsse in me, se quello che io provo non fummi destato mai da altra persona fuorchè da lei sola? Dunque ella sola può operare sì maraviglioso prodigio: sperare d'aver causato in lei un simigliante effetto sarebbe una vanità sconsigliata. Quante donne non vidi, quante non mi guardarono? Eppure chi mai fu a' miei occhi che pareggiasse costei, questa semplice montanina di celeste sembiante, che certo gli angeli del paradiso non ponno averne un più dolce e leggiadro? E le sue pupille! oh ch'io non vi pensi! un tremito, un ardore mi scorre dalla testa ai piedi se mi rammento i suoi occhi. Qual forza irresistibile sta in essi! che sia una malía, una potenza sovrumana per consumare la vita di chi li affisa? No che sì stupenda bellezza, una tale soavissima fiamma, non può essere l'opera d'arti infernali? e se ben anco fosse un incanto, vi struggerei volenteroso tutti i miei giorni. Ah con qual forza io sento che vorrei essere davanti al suo pensiero così come essa lo è incessantemente al mio e vorrei ch'ella sapesse quanto io provo per lei, quanto desio mi arde di mirarla, di vagheggiarla, di pendere da null'altro che da' suoi sguardi, dalle sue parole! Oh s'io vivessi sempre nella sua capanna, se la seguissi pe' suoi monti, mi stassi ognora al suo fianco... se le esprimessi... e se ella.. cielo!... qual gioia!"--Fu sì forte la sua esaltazione a tal pensiero e il suo immaginare sì vivo, che invaso da un trasporto d'amore, balzò in piedi quasi se Rina gli stesse realmente d'accanto: ma ritornato in se ad un tratto lasciò cadere rattristito le braccia, e s'assise meditabondo di nuovo.

Trasparente, leggiero come il velo d'un aereo spirto una nuvoletta che s'andava argentando, annunziò il sorgere della luna, che, senza ecclissare alcuno degli astri, in mezzo ad una sfera di pallida luce spuntò col falcato disco sul nero ciglione degli opposti monti. Gabriele mirò quel candido lume del cielo con occhio di tenerezza, quasi fosse sorto ad arrecargli conforto e speranza, ed a lenire l'ardore che l'infiammava colla soavità del suo mite splendore; ma poco stette che anche quella luce gli parlò al cuore di Rina, e "No, esclamò con affanno, no, io non vedrolla forse mai più:, e se pur la vedessi, come mai farla mia? Il vorrebbe Gian Giacomo, l'assentirebbero gli altri parenti miei? Ebbene, se, essi si oppongono a tale mia brama, che mi veggano ben tosto morire. O Rina, o morte. Ecco il voto ch'io pronuncio invocando i santi del cielo, di cui voi, o lucenti pianeti, adornate la soglia. Sì, lo ripeto: o Rina o morte: e questo mio voto fia sacro come se il pronunciassi innanzi al più miracoloso degli altari".

Come avviene egli mai che l'amore, il quale dir si può l'eccesso della vita, faccia volgere sì agevolmente lo spirito all'idea del morire? Come mai l'anima, anzichè venire atterrita dall'idea del passaggio dal più profondo sentire all'assoluta quiete della tomba, la sospira e la brama? Noi non osiamo investigarne la causa, ma qualunque essa sia, fatto è che Gabriele fu condotto rapidamente dalla propria fantasia ad abbracciare come rimedio estremo all'amor suo, se stato fosse sventurato, la morte, e proferendone il voto, sentissi ringagliardire, e fatto maggior di se stesso, aumentarsi in petto la speme.

Dopo avere così lungamente vaneggiato in amorosi delirii ora piegando a placidi consigli, ora ad estremi rimedii avvisando, guardò la luna che salita a mezzo il cielo annunziava essere già inoltrata la notte, e pensò di là discendere per ritrarsi in sua stanza a riposo, onde, alzatosi, entrò nella porta quadrata della torre per calare da essa al basso; Nel momento però che stava per porre il piede sul primo gradino, udì al fondo della scala lieve rumore di pedate ascendenti, e travide un lucore debolissimo come di lanterna Coperta da mano o da altro impedimento. Egli non potendo scorgere chi fosse che su venisse perchè nel rimanente quell'interno della torre era oscurissimo, non vedendovisi che alle sommità un barlume di luna che penetrava da ristrette fenditure del muro, retrocesse di nuovo sul baluardo onde evitare uno scontro con chi saliva fra quelle tenebre, che dar potesse luogo a sospetto o ad allarme, poichè suppose si fossero soldati che salissero a far la scôlta sul bastione medesimo. Retrocesso che si fu per ischivare eziandio di mostrarsi improvvisamente al loro uscire dalla torre, si ritrasse a qualche distanza di là, e oltrepassando il rialzo che copriva la casamatta, ed ove era stato pria seduto, si pose ad una diecina di passi lontano appoggiandosi ai merli che guarnivano il muro in vista d'uomo che stesse quivi oziando a rinfrescarsi all'aria notturna.

Le pedate s'andavano facendo più distinte e indicavano al rumore d'essere di più persone, l'una delle quali apparve al fine sul limitare della quadrata apertura: era quegli che recava la lanterna. Porse in avanti il capo pria di mettersi fuori del tutto, e portando la lanterna all'altezza del volto spiò d'intorno con sospetto; ma non s'accorgendo di Gabriele, uscì francamente dalla torre. Appena ebbe posto piede sul baluardo, e venne rischiarato per intero dal chiaro della luna che quivi batteva, Gabriele mirandolo attentamente s'avvide con istupore al suo vestimento che non era un soldato, nè altro uomo del Castello a lui noto: a tal vista immediatamente appiattossi traendosi tutto entro l'ombra fitta del rialzo merlato onde attendere e scoprire a che e con chi fosse quivi venuto quello straniero. Questo chiuse la lanterna di maniera che non mandava affatto più lume, la posò al suolo e si rivolse poscia alla porticella della torre accennando colla mano agli altri che s'avanzassero: ne comparve uno ben tosto ed uscì traendo per mano un altro che era pur tenuto da un terzo.

Guardinghi e cauti si fecero avanti anche questi appressandosi al primo; e quale non fu la sorpresa di Gabriele riconoscendo nella persona che stava di mezzo agli ultimi venuti, il Cancelliere Maestro Lucio Tanaglia: volea levarsi, farsi palese, e chiedere ad esso lui, come e perchè fosse salito a quell'ora insolita sulla muraglia, e di qual parte venissero quegli uomini che seco erano; ma quatto ristette senza moversi, udendo in tal punto lo stesso Tanaglia pronunciare tremando a mezza voce queste parole:Benedetta gente, perchè trattare così con un galantuomo... con un vostro Milanese... con uno che cercava di farvi del bene...--Taci, dissero ad una voce, ma pianissimo, quei tre--Ma signore Iddio, riprese Maestro Lucio un po' più forte,voi volete veramente...--Zitto, o mori: ripeterono gli altri più piano alzando tre pugnali. Maestro Lucio si contorse e tacque. Quello ch'era salito innanzi agli altri, s'accostò al rialzo della casamatta, vi si mise carpone d'appresso, e andò tastando e percuotendo leggermente il terreno tutto d'intorno col pomo dello stile sinchè sentì rimbombarsi di sotto un suono di cavità.È questa l'entrata della scala secreta?chiese allora con bassi accenti rivolto a Maestro Lucio; ma desso parve non intenderlo e continuò a tacere: i due che gli stavano a fianco, squassandolo per le braccia, gli dissero all'orecchio:Rispondi.--Io non so niente, esclamò con voce alta Tanaglia:--Piano: rispondi, o mori; e gli appuntarono i pugnali alla gola:Oh povero di me, cosa volete ch'io sappia? ahi... ahi... è quella... è quella...--Silenzio e queto: disse l'uno serrandolo più strettamente pel braccio ed abbassando il pugnale, e l'altro l'abbandonò e si mise a terra presso il primo. Sgrettolando il suolo e puntando insieme col ferro degli stili ed una squarcina che s'avevano, sospendendo il lavoro quando udivano il legno scricchiolare troppo forte, giunsero a scassinare una tavola, e levandola, vedendovi sotto un vano tondo e nero come di pozzo:Ci siamo, dissero tra loro; e l'uno, alzatosi, riprese la lanterna, e scoprendone il lume, si mise in ginocchio presso quel buco, e ve la internò spingendovi la testa:Ih ih, disse al compagno,che scala lunga? non vi si vede il fondo: ma tanto fa: tu scenderai pel primo, dietro a te Tanaglia, poi ci verrò io, che ci terrò la punta alla pelle per farlo parlare: esso ci deve additare i passaggi e la porta: se questa è aperta, entra, e, ricordati, colpo alla testa perchè potrebbe essersi coricato col giacco di maglia; se è chiusa, il Cancelliere gliela farà aprire, e allora l'assaliremo in due: Gorano starà intanto qui sopra a guardia per tenere libera l'uscita di questa scala: presto all'opera che il tempo c'incalza.Appena ebbe desso ciò detto, si rialzò, fece accostare il compagno che teneva afferrato Maestro Lucio, il quale continuava a fare strani motti col capo, e mentre l'altro si calava a mezza persona giù pe' gradini della scala della casamatta, ridestò il lucignolo della lanterna, il cui chiarore languiva e stava appunto per consegnarla al primo già disceso, quando Gabriele, che dal luogo ove stava nascosto, aveva perfettamente veduto ed udito ogni cosa, non dubitando che l'intrapresa di quei tre fosse diretta all'assassinio del fratello Gian Giacomo, acciecato dallo sdegno, nè potendosi più oltre frenare, non badando a periglio, tratta rapidamente la spada, scagliossi come folgore addosso a loro gridando a tutta gola: "Traditori, siete morti".

Il primo ch'esso investì fu quello che ratteneva il Cancelliere, e il trapassò sì giusto col ferro, che cadde morto di piombo. Balzò tosto contro il secondo, che, esterrefatto a quell'assalto improvviso, indietreggiò d'un passo, lasciandosi cadere ai piedi la lanterna che si spense: Gabriele nello stesso istante aveva mirato un colpo a quegli che era calato giù colla metà del corpo nel pertugio, ma gli andò fallito a causa dell'abbagliamento che gli produsse alla vista la lanterna nel cadere, nè ebbe campo di misurargli il secondo, perchè l'altro ch'era in piedi al di fuori, gli si gettò alla persona furibondo col pugnale nella sinistra e la squarcina nella destra: Gabriele difendevasi da costui valorosamente, anzi l'andava incalzando, ma l'altro, che s'era tratto fuori dalla casamatta, gli si precipitò di fianco, per il che a lui rimase tempo appena ruotando la spada con una velocità ed una forza incredibile di riparare gli opposti colpi che gli venivano tirati da fianco, e dovette rinculando appoggiarsi di schiena al muro della torre, ove all'incerto lume della luna ribatteva i disperati assalti di que' furiosi che vedevano non esservi per loro altro scampo che nell'ucciderlo.

Nel frattempo Maestro Lucio, che appena s'era sentito sciolto il braccio, senza pur guardare da che lato venisse il soccorso, s'era dato a gambe pel baluardo, andava gridando a tutto potere: "Ai nemici... Al tradimento... Agli assassini"; le voci clamorose di lui, quella di Gabriele, il suono dei ferri che si percotevano, destarono le guardie del Forte, che abituate da qualche mese in quella elevata parte del castello ad una inalterata notturna quiete, non vigilavano col dovuto rigore ai loro posti, nè ponevano le ordinanze ad esatta fazione: in un momento si sparse l'allarme, i tamburi sonarono a stormo, e gli uomini d'armi ed i Capitani accorsero in folla nel cortile. Primo fra questi fu il Pellicione che, discinto e coi capegli scarmigliati, balzato dal letto, discese impugnando la sua lunga spada, ed a capo d'un drappello di guardie munite di fiaccole e d'archibugi salì rapidamente per la scala della torre al baluardo. Vi ascesero ben tosto da diverse parti anche Alvarez Carazon, Sarbelloni e il Bologna con molti altri soldati provveduti di lumi e d'armi. In pochi istanti si videro sbucciare dalla torre le guardie, e venire gli altri uomini accorrendo colle fiaccole, distendendosi in lunga fila per le mura. L'uno dei due che stava combattendo con Gabriele, allorchè udì accorrere uomini, gettò il ferro e corse per scagliarsi dall'alto della muraglia, ma balzato in quel mentre fuori dalla torre il Pellicione, il raggiunse gridando "Per la spada di san Michele, prendi questa" e con un colpo d'impugnatura nelle tempia il fece precipitare al suolo tramortito e grondante di sangue; l'altro, più fiero e vigoroso, benchè circondato da gran numero di uomini d'armi, si difese disperatamente, sino a che vedendosi accerchiato e stretto da ogni parte, ed accorgendosi di non potere più a lungo resistere, si mirò al cuore una pugnalata; ma preso in alto il suo braccio, venne distolto il colpo, e cento mani che gli caddero addosso lo strascinarono a terra, da dove in vano tentò si dibattendo di sollevarsi.

Intanto da tutti gli spaldi s'era accuratamente guardato se vi fossero nemici sotto le mura o nei luoghi e pei monti vicini, s'era osservato se vi stessero scale od insidie presso il Castello, ma non s'era veduto ombra d'uomo: tutto era tranquillo, nè udivasi quasi un movere di foglia. Fatte per ciò ricollocare le guardie ai primi posti, i Capitani s'affrettarono parte intorno al Cancelliere, e parte presso Gabriele onde udire come mai fosse nato quell'avvenimento. Ma Maestro Tanaglia, pallido, tremante e contraffatto, piegando il capo alternativamente ed allargando le braccia, non sapeva altro dire con affannosa voce se non che "Le capitano a me... sono pure un uomo sfortunato!... tre Milanesi costringermi a forza ad essere complice in un fatto simile!... a rischio... oh! ma, mi credano, io sono innocente... povero Tanaglia! povero Tanaglia!" Gabriele all'incontro, non agitato ed alterato se non quanto l'ira e la foga del sostenuto combattimento necessariamente il volevano, appoggiato alla propria spada, narrò succintamente tutto l'occorso, dicendo però d'ignorare affatto, come era il vero, chi si fossero quei tre, come penetrati nel Castello, e in qual modo colà venuti. I Capitani rimasero maravigliati e confusi a quella narrazione al pari di lui. Il Pellicione comandò ad alcuni soldati che prendessero sulle spalle quell'ucciso e quello che giaceva tramortito, e giù se li portassero dal baluardo recandoli nella sala dellaQuistione, che era dove si giudicavano dal Castellano tutti i rei di gravi delitti, ed ordinò che quivi pure si conducesse quel terzo preso vivo e sano. Così fu fatto. In un momento venne sgombrato il baluardo, spente le fiaccole, mandato ordine alle Rocche ed al Porto, ove quel rumore nato nel Forte aveva eccitato un generale movimento, che tutti si rimanessero ai loro posti in quiete, ed ogni cosa venne racquetata come era da prima.

Gian Giacomo, al battere de' tamburi sorto dalle coltri, s'era armato prontamente, e saputo da' suoi sergenti essere causa di quella chiamata all'armi alcune grida uditesi alle mura, accorreva quivi anch'esso unitamente ad Agosto suo fratello, a Volfango, al Borserio, al Mandello venuti tostamente intorno a lui; ma giunto appena a metà del cortile, s'incontrò nel Pellicione, in Gabriele e ne' soldati che discendevano recando due uomini a spalla, e tenendone strettamente afferrato un altro di feroce cipiglio, e coi panni lacerati e sanguinosi. Subito che ebbe udito in brevi parole l'accaduto, fu preso tosto da forte sospetto che quello fosse stato l'esito d'una trama de' suoi nemici, e divenne cupido oltre modo di scoprire in ogni parte l'arcano per trarne alta vendetta. S'avviò quindi alla sala dellaQuistioneove entrarono i principali Capitani, Gabriele e Maestro Lucio, essendone rimandati i soldati con ordine di tenere secreto quel fatto e vigilare attentamente alle scolte.

Pria che s'incominciasse il giudizio, vennero quivi sej robusti sgherri, sbracciati e pronti ad eseguire ad ogni cenno quegli atti atroci che costituivano parte integrante della penale giustizia di que' tempi, non solo ne' castelli de' feudatarii e de' piccioli Signori, o piuttosto tiranni di terre e paesi, ma eziandio nelle città più vaste dei reami e degli imperii.

La sala dellaQuistioneera un'ampia stanza quadrangolare, la cui vôlta era sostenuta da grossi e ruvidi pilastri; non avea finestre; solo vi si vedevano due porte, l'una che da uno stretto corritoio metteva quivi entro, l'altra, chiusa da grandi spranghe di ferro, che dava ingresso ad un carcere sotterraneo. Gli arnesi ch'ivi si trovavano erano una gran lampada che pendeva da un anello fitto nella volta, un tavolo, una sedia a bracciuoli, altri sedili grossolanamente tagliati, un gran braciere di ferro per accendervi carboni, catene, corde, randelli e cavalietti, stromenti tutti che s'usavano per tormentare.

Stesi a terra l'uno accanto all'altro il ferito e l'ucciso, e messo l'altro in salda annodatura, venne accesa la lampada e collocato sul tavoliere l'occorrente per iscrivere, al che fare s'accinse il Mandello, siccome l'uno dei più istrutti; quindi il Castellano, assisosi in mezzo a' suoi, si fece condurre innanzi quello incatenato, e misuratolo dello sguardo dalla fronte ai piedi, senza che desso mutasse punto di suo audace e feroce portamento, gli domandò con voce severa: "Chi sei?" ed ei rispose:Sono Marco Spinaferro.--Di qual luogo?--Milano.--Quando venisti in questo Castello? --Ci sono entrato ieri col seguito di quei signori(ed accennò Volfango e Agosto Medici)--Con chi eri tu?--Con Ambrosio Bina e Antoniotto Gorano.--Sono quei due colà giacenti?--Essi stessi.--Per qual causa sei qui venuto?--Per ucciderti", esclamò con tuono più fermo e con un lampo di rabbia e di minaccia in volto: tutti fremettero di sdegno, ma il Castellano freddamente proseguì: "Chi t'ha mandato?--Nessuno.--Mentisci; tu non mi conoscevi; palesa chi fu quello che t'ha dato tal ordine?--Nessuno.-- Morirai nei tormenti se non rispondi il vero: da chi fosti spedito?--Da nessuno, ripeto".

Gian Giacomo accennò agli sgherri, e questi attaccarono tosto Spinaferro alla corda: pria che s'incominciasse la tortura, il Castellano gli ripetè più volte la richiesta, da chi avesse avuto il comando di togliergli la vita, ma non ne ottenne alcuna risposta, nè gli squassi e lo slocamento di tutte le ossa valsero a trargli alito mai dalla bocca che sordi lamenti. Fu calato dalla corda: e benchè avesse pel tormento perduto il vigore di reggersi, non gli fu dato che breve riposo, perchè Gian Giacomo volle in sua presenza assumere tosto ad esame anche il Cancelliere e Gabriele, onde tentare almeno di venire in chiaro del fatto.

Eccolo in breve come risultò dalle deposizioni di Maestro Tanaglia, che ebbe tanta parte a suo mal costo in quell'avvenimento, e che lo stesso Spinaferro confessò per vero. Entrati che si furono i tre congiurati nel Castello frammisti ai seguaci de' due ambasciatori di Gian Giacomo, penetrarono con essi inosservati nel Forte, e vi si tennero celati sino al principiare della sera. Quando si fu oscurato il giorno, si fecero da un soldato guidare alle camere di Messer Lucio, che il Bina conosceva di persona per essergli stato scolare, e sapeva trovarsi in quel Castello nella qualità di Cancelliere: là pervenuti gli si appalesarono per tre nobili Milanesi fuggiti dalla patria per la persecuzione degli Spagnuoli, ed astretti per trovare salvezza a rifuggirsi a Musso, e circondandolo caldamente lo scongiurarono a volerli quella notte stessa condurre alla presenza di Gian Giacomo, onde intercedere da lui di essere ammessi a militare sotto la sua bandiera in qualità di capitani di ventura. Maestro Tanaglia, al quale riusciva incomoda e disgustosa quella visita, ed a cui quella pressa sembrò strana e artificiosa, rifiutossi d'accedere alla loro richiesta, e ciò fece principalmente perchè temeva gravi rimproveri dal Castellano se avesse osato condurgli innanzi di notte que' tre stranieri che s'avevano certe faccie sinistre, che più le andava esaminando, più gli apparivano di cattivo augurio. Infatti appena ebbe espressa la sua negativa, i tre Milanesi lo guardarono con tali occhi cagneschi facendo certi atti di secreto accordo, che desso dovette affrettarsi per calmarli ad addurre come causa di suo rifiuto che il Castellano soleva in certe ore della notte recarsi sul baluardo. Allora quei tre gli chiesero che li guidasse ad un sito ove potessero scontrarsi in lui, ma inosservati, perchè non volevano che altri s'accorgesse di loro. Tanaglia, affannato di vedersi incalzato in tal modo, rispose che anche ciò era impossibile perchè il Medici usciva dalle sue stanze per una secreta porta che s'aveva comunicazione sotterranea coi baluardi, e che di là rientrava poscia nelle sue stanze istesse, e guardi il cielo se alcuno avesse ardito mostrare di conoscerlo quando percorreva da solo notturnamente il Forte o le Rocche. L'uno di que' tre, e precisamente Spinaferro, fece un cenno della mano agli altri due, e tutti insieme sfoderarono i pugnali e furono addosso a Maestro Tanaglia, e puntandoglieli al petto lo obbligarono a dire ove fosse l'entrata della scala sotterranea che metteva capo alle stanze del Castellano: il Cancelliere che s'aveva inteso un giorno narrare che quel rialzo che esisteva sul baluardo presso la torre copriva una secreta strada, ignorando però che dessa quella fosse realmente che scendeva all'indicato luogo, spaventato e tremebondo, palesò quanto sapeva: i congiurati l'afferrarono tosto strettamente e il forzarono, minacciandolo di morte, a seguirli indicando la via che conduceva al baluardo. Tanaglia già più morto che vivo tentò ogni mezzo di persuasione per farli desistere da quell'impresa, ma strascinato a forza e sempre colle punte alla persona dovette discendere, passare lungo il porticato del cortile, ove sperò invano d'incontrare soldati, e gli fu forza salire dalla torre al baluardo, ove quanto sia avvenuto è già noto ai nostri lettori.

Nel tempo che Gian Giacomo ed i suoi Capitani udivano con sorpresa ed isdegno la narrazione delle particolarità d'un sì ardito ed iniquo attentato d'assassinio, cui il truce viso, l'audacia e la costanza di Spinaferro nel tacerne tra i più crudeli dolori la vera cagione motrice, davano aspetto d'un fatto straordinario d'alto ed importante interesse, gli sgherri che stavano d'intorno ad Ambrogio Bina, che il colpo dato dal Pellicione aveva lasciato per lungo tempo privo de' sensi, annunziarono che andava riprendendone l'uso e che proferiva chiare parole. Sperarono tutti che costui, siccome affievolito del corpo, il sarebbe stato anche dello spirito, nè avrebbe avuta la forza e l'ostinazione del silenzio di Spinaferro, ma svelerebbe l'origine, la causa e gli ordinatori di quel misfatto che ad ognuno stava sì a cuore il conoscere. Non potendosi però Bina sollevare da terra, s'alzò il Castellano e gli altri seco, e gli si portarono d'intorno.

Interrogato del nome suo e dei fatti già esposti, rispose conformemente al compagno; ma quando si venne al chiedergli di palesare da chi s'avessero avuto il comando di recarsi colà per torre la vita al Medici, tremò, si confuse e tacque, Gian Giacomo, preso da estrema rabbia, ordinò gli si strappassero le carni con ferri roventi se puntigliavasi più oltre a tacere quel secreto: ad un tratto ardenti carboni rosseggiarono nel braciere, entro cui vennero collocati bidenti uncinati di ferro: si denudarono al Bina il petto e le spalle, e due sgherri gli si accostarono scuotendo colla destra i grafii arroventati. Alla vista di quei tremendi arnesi di martirio che stavano per lacerarlo, non potè il Bina resistere, e invocò si sospendesse il tormento che direbbe il tutto. A queste sue parole s'udì uno scroscio di catene e il grido di,taci, traditore, che Spinaferro emise scuotendosi furiosamente, e tentando di gettarglisi addosso, ma gli sgherri lo strinsero più saldamente fasciandogli con un lino la bocca. Un freddo sudore, un impallidimento mortale coprirono il volto di Bina, che tre volte tentò parlare e tre volte si tacque, sin che ferito da una graffiata rovente, "Ohimè! gridò, dirò tutto, dirò tutto benchè i miei figli debbano pagare colla vita queste mie parole: io gli avrei fatti ricchi se il colpo non andava fallito: essi stanno nelle mani di quello che ci comanda... non il signor Duca, quell'altro di... Oh Beata Vergine della Scala, soccorretemi! il demonio mi strangola perchè do la morte ai miei figliuoli... e ho giurato di non parlare... soccorso... soccorso... mi ha preso il collo... mi stringe... mi strozza..." A tal punto un gonfiamento assai visibile della gola gli tolse la voce; esso portò quivi le mani in atto di tentare d'allargarsi un capestro o strettoio che il serrasse, stramazzò quindi convulso battendo il capo con forza sul pavimento; venne rialzato e trattenuto, ma gli si rovesciarono le orbite degli occhi, gli spumeggiò di bava e sangue la bocca; e soffocando spirò.

Alla vista di sì atroce scena restarono compresi d'orrore anche gli animi più duri di quegli uomini fieri: un terrore secreto si sparse ne' loro cuori, perchè le parole e la causa ignota della morte di Bina li persuase che fosse dessa veracemente l'opera d'una mano invisibile che punisse in lui un enorme peccato con cui avesse provocata l'ira divina. I Capitani, ammutoliti e aggruppati in diversi atteggiamenti d'intorno al Castellano, contemplavano con occhio atterrito quel deforme cadavere. Gabriele, fattosi da un canto, ritraendo lo sguardo da quello spaventoso e ributtante spettacolo, gemeva come se avesse l'anima oppressa da un sogno fatale. Il Cancelliere stava per svenire, teneva gli occhi immobili ed era freddo come un morto: ei non sapeva in qual mondo si fosse, ora gli ritornava alla mente il pericolo corso d'essere ucciso da quei tre, e li voleva puniti, ora facea riflessione ai loro tormenti, e gli parevano eccessivi; pensava quanto esso stesso avea arrischiato d'essere preso in sospetto di traditore, e quindi trattato a quel modo, e s'immaginava i casi futuri e paventava di modo che il suo spirito era un caos di terrori, di paure e di funeste aspettative.

Pel primo Gian Giacomo riprese la consueta sua fredda apparenza: qualunque fosse la brama che s'avesse di mettere a luce quell'arcano, pensò essere prudente consiglio di più non insistere per iscoprirlo: pronunciò all'orecchio d'uno degli sgherri alcuni secreti comandi, indi fece aprire la porta di quella sala dellaQuistionee ne uscì assieme a tutti i suoi.

Sebbene spuntasse appena il giorno, mandò a risvegliare l'abbate di Frustemburgo parroco del Castello, e fece sonare le campane della Chiesa nella Rocca di Sant'Eufemia per far celebrare immediatamente la Messa, il che venne eseguito con gran concorso di Capitani e soldati, i quali tutti si recarono poscia ad assistere a più solenne celebrazione nel tempio maggiore di Musso. Furono distribuite elemosine ai conventi d'intorno: per cui si sparse una vaga voce d'uno strano avvenimento accaduto nei Castello, ma non se ne conobbero mai bene nè gli autori, nè la causa, nè il fine. I tre congiurati assassini vennero sepolti nascostamente nel sotterraneo, e tutti gli animi si rivolsero ai fatti più importanti che si preparavano, la cui aspettativa era quivi di massimo e generale interesse.

Il dì seguente allorch'aperte sonoDel lucido orïente al sol le porte,Di trombe udissi e di tamburi un suonoOnde al cammino ogni guerrier s'esorte.Non è sì grato ai caldi giorni il tuonoChe speranza di pioggia al mondo apporte,Come fu caro alle feroci gentiL'altero suon de' bellici instrumenti.TASSO,G. L., C.° I.°

Sul finire di quella burrascosa notte in cui storditi e confusi dall'inaspettato assalto del formidabile abitatore della rupe di Nesso lasciaronsi strappare dalle mani la preda che tenevano di sì certo ed importante possedimento, Alessandro Gonzaga ed i suoi armati giunsero colla nave rotta e sconquassata dal vento e dalle onde alla vista di Como. Scorto che fu dalla città l'inalberato vessillo Ducale, venne dato di subito ordine a varie navicelle che s'affrettassero a recare soccorso a quel legno che mostravasi in manifesto pericolo, poichè vedevasi il suo bordo radere a filo le acque, e i rematori affaticarsi invano per vincere l'impeto del vento che aveva rapidamente cangiata direzione. Quando rimorchiata da freschi e robusti remiganti giunse la nave in porto, il capitano Gonzaga sceso a terra, e ordinato a quartiere il suo drappello, recossi prontamente al palazzo del Governatore della città onde narrargli tutto l'occorso, e procurare di giustificare in quell'evento la propria condotta, ciò che ad esso lui forte premeva, poichè il Governatore era in obbligo di tenere esattamente istruiti con doppio rapporto la Corte Ducale e il De Leyva d'ogni avvenimento relativo alla guerra col Medici, la quale era tenuta per affare di sommo momento, ed a cui stava rivolta l'attenzione dell'intera Milano.

S'aveva allora Como per governatore il cavaliere spagnuoloDomLorenzo Mugnez Pedraria, successo in tal carica a Federico Bosso, e nominatovi dal duca Francesco Sforza per consiglio, o, diremo meglio, per espresso comando di Antonio De Leyva, che, come s'intese, era Generale supremo delle forze di Carlo V in Lombardia. Importava assaissimo a questi che la città di Como, considerata per una delle piazze più forti, e che aveva avuta decisa influenza nelle ultime contese tra il Ducato e l'Impero, si trovasse nelle mani d'un suddito dell'Imperatore per farla affievolire e decadere, poichè di tal modo qualunque avvenimento nascere potesse per l'avvenire, era pur sempre una città che avrebbe opposto minore ostacolo ad essere conquistata e sottomessa, e un gran punto d'appoggio per le consecutive militari operazioni. La scelta fatta dal De Leyva della persona del Governatore serviva mirabilmente al suo scopo, imperciocchè in tutti i vasti possedimenti del Monarca Spagnuolo al di qua e al di là del mare non eravi vassallo la cui fedeltà si potesse asserire più intera e incorrompibile di quella diDomLorenzo Mugnez Pedraria.

Era questi uno di quegli uomini che si potrebbero dire nati colla scala delle dignità e delle gradazioni sociali stampata nel cerebro, per i quali diventa natura il sottomettersi ciecamente ai voleri delle autorità superiori e l'esigere d'essere nell'egual modo dagli inferiori ubbediti: era desso in somma l'uno di que' tali chepor ordinacion de su Magestadsarebbe saltato a piè pari in una voragine o in un forno, ma v'avrebbe fatto saltare altresì il più prossimo parente od amico se così gli fosse stato imposto.

Fra le segrete istruzioni che vennero date dal De Leyva aDomLorenzo Mugnez appena fu nominato Governatore, la principale era quella di sguarnire Como di difese, e guastarne e demolirne il più ch'ei potesse le fortificazioni, compiendo però tutto questo di maniera tale che apparisse fatto a solo interesse del governo del Duca, adducendone sempre motivi che valessero a togliere dall'animo dello Sforza ogni sospetto di causa opposta al proprio vantaggio. Infatti, dopo brevissimo tempo da che Mugnez Pedraria era Governatore, accadde che Gian Giacomo Medici, vinta e sconfitta la flotta Ducale, pervenne colle proprie navi sotto le mura di Como, mise a fiamme i sobborghi della città, e per poco stette non si rendesse assoluto padrone della città medesima. Colse tosto occasione da quel fatto il Governatore, che bramosissimo era di dare esecuzione ai comandi del De-Leyva, ch'ei riguardava come sola legittima autorità a lui superiore, e riferì al Duca che la sicurezza della città da esso governata richiedeva che si atterrassero tutte le opere forti esteriori, ed in ispecie il Castello, poichè avendosi moltiplicate prove dell'audacia e dell'abilità del Medici nell'impossessarsi delle Rocche le più diligentemente custodite, siccome aveva fatto di quelle di Chiavenna, di Morbegno, di Lecco, di Perego e di Incino, era da temersi che con qualche stratagemma potesse giungere ad ottenere anche le fortezze che contornavano Como, da dove avrebbe poi facilmente colle artiglierie costretta la città ad arrendersi; opinava quindi essere prudente ed utile partito lì concentrare le forze dentro le mura della sola città, dando tosto mano all'atterramento di tutte le esterne fortificazioni. Il De-Leyva chiamato dal Duca a consiglio sostenne con tutto il suo potere l'avviso del Governatore, e il Duca, o fosse che rimanesse convinto delle ragioni addotte nella proposta, o più probabilmente stimasse inutile l'opporvisi, sperando ben anche coll'acconsentire d'ottenere in quella guerra maggiori e più costanti rinforzi di truppe Imperiali, rescrisse aDomLorenzo Mugnez operasse quanto meglio stimava opportuno alla difesa della città a lui affidata. Appena lo Spagnuolo s'ebbe nelle mani tale consenso, impiegò quanti potè soldati e popolo a smantellare pel primo il Castello Baradello, antico e famoso Forte che sorgeva a ponente della città sovra una altura, e di cui si vede tutto giorno unico avanzo una quadrata torre, ch'è quella stessa in cui morì rinchiuso entro una gabbia di ferro il Milanese guerriero Nappo Torriano che, vincitore de' Comaschi in tante guerre, cadde alla fine lor prigioniero nella battaglia di Desio, e fu da essi per vendetta fatto in sì barbaro modo miseramente perire. Come il Baradello vennero distrutte le rocche, i ridotti e i baluardi che munivano a qualche distanza quella città, e colle ruine e le macerie ne furono colmi i fossati. D'uopo è però dire che per rendere più verisimile agli occhi del Duca la cagione di quel disfacimento, ed eziandio per non rimanersi affatto scoperto ed indifeso, stante la minacciosa vicinanza del Castellano di Musso, furono dal Governatore fatte restaurare ed afforzare le mura e le torri che cingevano immediatamente la città dal lato del lago, dove il bastione era guasto e cadente per gli infiniti colpi a cui era stato meta nei tanti quivi tentati assalti.

Il governo però cheDomLorenzo Mugnez Pedraria esercitava sui Comaschi non era duro troppo nè gravoso, avuto riguardo alle circostanze dei tempi: voleva che nessuna resistenza s'opponesse a' suoi cenni, nessun ostacolo od indugio si frapponesse all'esecuzione degli ordini che venivano da lui emanati, esigendo che gli uomini di tutte le classi indistintamente li eseguissero, ma siccome ei non era per se stesso nè capriccioso, nè spogliatore, nè iniquo, manteneva in Como un regime equabile e scevro di que' tirannici e mostruosi eccessi di cui erano stati sì feraci i tempi del Bosso e del Martinengo. Ciò poi che faceva a tutto suo vantaggio piegare la bilancia di confronto co' due suoi accennati predecessori, si era la castigatezza esemplare de' suoi costumi, per cui non solo rispettava egli stesso, ma costringeva gli altri tutti ad avere scrupoloso riguardo alle donne ed alle fanciulle altrui, nessuna colpa sì severamente multando quanto quelle che in cose di tal fatta si commettevano. Dicevasi che nella sua giovinezza avesse seguiti i costumi alquanto liberi e gentili del Duca di Medina-Celi, sotto il cui comando aveva militato, ma venuto poscia in Alemagna alla Corte di Carlo, e vedendo che l'Imperatore, tutto involto in teologiche disputazioni, ne aveva sbandita ogni galanteria, s'accasò immediatamente conDonaGraciana, figlia del conte di Vandesten di Anversa, e non affisò più mai lo sguardo se non accigliato in volto ad altra femmina.

La severità del Governatore, sebbene non valesse a por argine a tutti i disordini cagionati dalla sfrenata licenza della soldatesca, giovò non per tanto sommamente agli abitanti di Como, perchè essendo la città a molte riprese piena d'uomini d'armi la maggior parte Spagnuoli inclinatissimi ad ogni libidine, oltre la roba che questi giornalmente al popolo consumavano, oltre il fastidio che dell'albergarli arrecavano, e la necessità in cui ponevano di concorrere i doviziosi colle sostanze, i poveri coll'opera al rintegramento della flotta, alla compera delle armi e delle salmerie, avrebbero eziandio date gravissime molestie d'altro genere e commesse le più odiose e crudeli violenze, se alcuni potenti cittadini Comaschi non avessero ottenuto col mezzo del Pedraria clamorose soddisfazioni a simili ingiurie.

Il Governatore albergava in un palazzo che s'avea l'aspetto di Castello abbellito da varii fregi e dagli stemmi ducali e del municipio, e sorgeva a mezzodì della città poco lungi da Porta Torre: all'entrata di esso stava sempre a guardia un corpo d'alabardieri Spagnuoli, e un drappello di Micheletti pronti ad eseguire quanto fosse necessario per fare rispettare gli ordini e le leggi.

Allorquando entrò Alessandro Gonzaga in quel palazzo, il Governatore trovavasi in una delle interne sue sale, ove stava tutta raccolta la di lui famiglia, imperciocchè era l'ora deldistillado. Chiamavasi con tal nome una bevanda d'uso comune a que' tempi tra i ricchi Spagnuoli11, la quale veniva composta di essenza di drogherie consumate negli spiriti, e stillata nell'acqua frammista allo zucchero: ed era costume il prenderla il mattino da tutte le persone della stessa famiglia riunite insieme, la quale usanza è praticata tuttogiorno in alcune città per bibite d'altra specie. La sala deldistilladoera addobbata con arazzi fiamminghi: in mezzo ad essa vedevasi sopra un tavolo, coperto da ricco tappeto, un gran vaso d'argento che conteneva l'odoroso liquore, e avanti a ciascuno de' seduti stava collocato un alto calice di cristallo entro cui veniva versata la bevanda. Dom Lorenzo Pedraria era quivi assiso in un gran seggiolone: grande e magro mostravasi di corpo, i di lui capelli, che incominciavano ad incanutire, vedevansi corti e smozzicati, ad eccezione d'un picciol ciuffo che gli stava ritto sulla fronte; portava un ampio elevato collare, ed il suo viso, scarno e improntato d'un'aria grave imperiosa, andava distinto da due mustacchi e da un fiocchetto di pelo sul mento, tagliato in forma triangolare, ch'era alla moda del re Dom Filippo. A fianco a lui da destra stava Donna Graciana, nel cui pingue e imponente aspetto appariva tutto ilsussiegoche conveniva alla moglie d'unhydalgo, d'un governatore: aveva dessa d'intorno al collo ornamenti di pietre di gran valore, ed il suo abito nero a larghe maniche era adornato di pesanti ricami in oro; presso ad essa stava una sua giovinetta figlia, la cui bionda capigliatura rilevata ed intrecciata di perle consuonava mirabilmente colla singolare bianchezza del suo volto: gli abiti di lei non erano meno ricchi di quelli di sua madre. A sinistra del Pedraria sedevano Diego e Fernando suoi figli, ardenti, leggiadri ed orgogliosi giovani che aspiravano ai primi gradi della milizia e che avevano già cinto il fianco della lunga spada Ibera. Nè mancava in quel convegno quegli che aveva la spirituale supremazia nella famiglia: stava desso a capo al desco in contegno umilmente fiero, e dalla foggia dello scapolare e dalla bianca tonaca che indossava appalesavasi un monaco dell'ordine dei Domenicani.

Nota 11:(ritorno)Lopez Her. Hisp. mor.

Al momento della venuta colà del Gonzaga regnava quivi perfetto silenzio, perchè il Governatore, mentre andava vuotando a sorsi il suo calice didistillado, leggeva con somma attenzione frammista a sorpresa un foglio che teneva nella destra e che gli era stato recato pochi istanti prima da un messaggiero giunto da Milano. Al rumore dei passi fatto dal Gonzaga nell'avanzarsi, levò gli occhi di sfuggita, e appena vedutolo, gli fece una dimostrazione giuliva del volto indicando essere desso appunto la persona che in quel momento desiderava: scorse rapidamente le ultime linee del dispaccio, e vuotato d'un fiato il fondo del bicchiero, il depose sul tavolo, s'alzò, e fattoglisi incontro, "Avrei mandato, disse, in questo istante a ricercare di lei, signor Capitano, se per buona sorte non si fosse ella stessa recato in palazzo: ho a comunicarle un ordine pressantissimo del signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale, che mi è pervenuto brevi minuti sono, e che si è della massima importanza". Ciò detto, chiamò i servi ad alta voce, salutò della mano la sua famiglia, e preceduto da due paggi che spalancarono le porte, entrò col Gonzaga in una camera di poca dimensione, occupata in gran parte da uno scrittoio ornato d'arabeschi dorati e tutto ingombro di libri, di carte e di fogli stampati, al di sopra del quale vedevasi in un gran quadro il ritratto in piedi di Carlo V coll'abbigliamento guerresco, avente sul petto una collana in cui tenevano luogo di gioie gli stemmi di tutte le provincie del suo impero.

Il capitano Gonzaga, tosto che si fu quivi adagiato, pria che il Governatore prendesse la parola, disse doversi a lui perdonare l'essersi recato in sua presenza colla corazza e coll'abito soldatesco lordo e disordinato, poichè era venuto esso pure premurosamente, e appena tocca terra di ritorno da una perigliosa e sfortunata spedizione onde dargliene pronto ed esatto ragguaglio. Il Governatore l'invitò a narrare tosto l'evento, ed esso raccontò la presa da lui fatta del fratello e del cancelliere del Castellano di Musso, ponendogli poscia l'avvenuta loro liberazione sotto l'aspetto il meno che potè obbrobrioso pel proprio valore e per la propria vigilanza. Fece esagerato novero delle forze e del numero degli assalitori da cui si disse sorpreso nel più forte incalzare della tempesta, e ad irrecusabile scusa di sua sconfitta nominò siccome capo di quella masnada Falco di Nesso, il cedere al quale non era intero scorno anche ai più esperti Capitani d'armi.

Dom Lorenzo Pedraria quand'ebbe udito con faccia scura e meravigliata tutta la narrazione del Gonzaga, scosse il capo lentamente, animando il volto d'un misterioso sorriso; e "Speriamo, rispose, signor Capitano, che questa sarà l'ultima che ci fanno, e che il Medici e i suoi banditi non avranno più gran tempo da rimanersi nei loro ripari e molestare con ruberie ed assassinii gli abitatori di tanto paese d'intorno, come pur troppo avviene da qualche anno, contro l'intenzione del signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale. Ora è preciso volere della Maestà dell'Imperatore (e rizzossi in piedi inclinando il capo nanti il ritratto, indi si riassise) che il dominio Ducale sia libero da tali masnadieri, vengano dessi cacciati in paese straniero, o presi e messi a morte. Bene adunque comprende, signor Capitano, che avendo i soli desiderii, non che gl'imperiosi voleri d'un tanto monarca ottenuto sempre prontissimo e pieno soddisfacimento, andar guari non può che eziandio questa espressione della suprema volontà sia completamente adempiuta; onde i felloni incalzati e stretti dalle gloriose armi sue congiunte alle Ducali ed a quelle della Lega de' Grigioni, dovranno cercare salvezza in precipitosa fuga, o perdere con meritata pena la vita".

Così dicendo pose con gravità sott'occhio al Capitano il pervenutogli dispaccio, improntato al piede da due grandi suggelli, l'uno del Duca, l'altro del De Leyva. Conteneva desso primieramente a modo d'informativa essere volontà di Carlo V si riducesse il Medici all'obbedienza o il si sterminasse; seguiva l'ordine al Governatore ed al Gonzaga, che capitanava le bande ch'erano allora in Como, dessero immediata mano ad allestire ed accrescere la flotta disponendola a tutto punto per uscire a combattimento; aumentassero le vettovaglie, facessero accatto d'armi e munizioni, e disponessero magazzini per riceverne in gran copia da Milano: chiudevasi lo scritto coll'annunzio che tra pochissimi giorni sarebbero giunti in Como un Commissario del Duca per la suprema direzione dell'armata, uno di Spagna, ed uno degli Svizzeri con gran numero di soldati e d'artiglierie.

A tenore di tali comandi non vi fu veglia o fatica a cui perdonassero, sì il Governatore Pedraria, che il Gonzaga per dare compiuta esecuzione a tutto il prescritto. I lavoratori vennero triplicati intorno alle navi, che calefatate e munite d'ogni specie d'attrezzi, fecero ben tosto in porto sontuosa mostra: i cittadini e quei del contado furono posti in obbligo di pagare gravi contributi; i monasteri, i capitoli, le chiese stesse non andarono esenti da grossi balzelli in granaglie o danaro da pagarsi in misura de' proprii tenimenti. Le doglianze per tale enorme aumento di tributi divennero nella Comasca popolazione universali e risentite: già il progetto d'una aperta resistenza manifestavasi in più luoghi, già il tumulto minacciava di farsi generale e imponente, quando l'arrivo di quattrocento archibugieri spagnuoli guidati dal capitano Alonzo Canto, ponendo in tema i più arditi e furiosi agitatori della plebe, sedò e fece sparire ogni sintomo di ribellione.

Dopo quella prima banda giunse in Como Giovan Battista Speziano capitano di giustizia e commissario generale del campo per il Duca; con esso lui vennero da Milano i provveditori della milizia seguiti dai carri che recavano vettovaglie, armi, foraggi sotto scorta di cinquecento e più fanti d'ogni arma con varie bandiere di cavalli. Arrivò poscia il Commissario di Spagna, e quello della Lega, indi un nuovo battaglione d'archibugieri, due di lanzinechi, uno di bombardieri con molte artiglierie, e finalmente un centinaio diLancie libere, ch'erano così detti que' giovani patrizii di Milano, o d'altre città soggette al Duca, che si recavano a combattere per elezione, mantenendo sè, lo scudiero ed i paggi col proprio danaro, vestendo svariate armature, e portando sullo scudo, sul cimiero o la sopravveste quegli stemmi odimpreseche meglio bramavano.

Poichè tutta l'armata si fu congiunta in Como, raccoltisi i Commissarii nel palazzo del Governatore, chiamarono quivi a conferenza il Gonzaga e gli altri principali Capitani per deliberare in pieno consiglio del modo da tenersi nella distribuzione di quell'esercito, onde far seguire un assalto generale contro le forze del Medici, perchè si voleva annichilirlo, o sloggiarlo per lo meno da tutti i luoghi che possedeva. In quell'unione d'uomini periti nell'arte della guerra per essere tutti o condottieri d'armati o sovrintendenti agli eserciti, molti e discordi essere dovevano i pareri in quella bisogna. Varii infatti furono i progetti ed i piani di battaglia che vennero quivi proposti e discussi talora con moderate, ma più spesso con caldissime parole. Coloro che non s'erano trovati mai a giornata campale contro Gian Giacomo, siccome il Commissario spagnuolo e molti de' Capitani di recente venuti in queste terre d'Italia, opinavano che vincere e disperdere quel branco di banditi, di cui esso era capo, fosse facile e certa impresa per tanti e sì agguerriti armigeri, quanti erano quelli che si stavano in allora colà disposti ad assalirli: essere quindi inutile macchinare a lungo intorno il piano di guerra: non doversi che cercare il nemico e combatterlo. Alessandro Gonzaga all'incontro, e molti altri Comandanti di squadre che avevano più volte battagliato contro il Castellano, e ne conoscevano la potenza, non cessavano dal far presente che desso era tal uomo da dare una rigorosa lezione a qualunque esercito s'azzardasse venire seco lui a zuffa disordinatamente e senza un ponderato e perfetto accordo d'operazioni, ed in ispecial modo allora che trovavasi favorito dal luogo e già in possesso delle più vantaggiose posizioni.

Dom Lorenzo Mugnez Pedraria appoggiò eloquentemente i detti del capitano Gonzaga, ed asserì con tutta imponenza, che ogni cura era lieve, ogni studio dovere, ogni sagrificio necessità allorchè trattavasi di soddisfare i desiderii e il volere della Maestà dell'Imperatore, Re delle Spagne e del Brabante, del serenissimo Duca e del Generale supremo. Lo Speziano, commissario Ducale, uomo autorevole, accorto e prudente, in mano del quale stava in quel momento la somma delle cose concernenti la guerra, rimase ben tosto persuaso dell'importanza e difficoltà di essa, e pose termine ad ogni differenza convenendo coi più sperimentati, che si dovessero prendere tutte quelle accurate ed opportune misure che valessero ad assicurarne prospero il risultamento. Accedettero i dissidenti all'avviso dello Speziano sulla necessità d'adottare un piano di battaglia, ma allorchè si diè principio a discuterne le particolari disposizioni, vennero in campo tali ostacoli e dispareri, che ne fu protratta oltre modo la definitiva conclusione. E qui cade in acconcio il notare che per un Duce era più malagevole di quell'età il condurre e disporre a generali fazioni alcune poche migliaia di combattenti, di quello che a' nostri giorni non sia il capitanarne un mezzo milione. De' nostri dì fitti battaglioni, immense squadre di fanti e di cavalli s'avanzano, retrocedono, si volgono a destra o a mancina ad un cenno, ad una parola di speciali comandanti che tutti pendono pure da un segno, da un moto d'un duce supremo, il quale stando a centro della grande massa armata imprime a tutte le parti di essa un impulso unico, consentaneo, regolare. Tale assoluta concentrazione di potere che s'emana con sì rapido ed ordinato concatenamento di comandi opera è tutta della attuale soldatesca disciplina e dei moderni militari istituti, condotti a perfezione dal calcolo, dalla sperienza, dal genio dei sommi capitani di cui fu ricca l'età nostra, in cui si videro e si mirano tuttora eserciti infiniti essere mossi con maravigliosa agevolezza, e un numero immenso di volontà e di forze venire spinte, frenate, dirette a desiderio d'una volontà e d'una mente sola. Nei secoli trascorsi, benchè alle armate presiedesse un capo supremo, i comandanti delle singole squadre che le componevano non erano tutti così a di lui ordini sottomessi da eseguirli alla cieca: alcuni vi si opponevano per orgoglio, altri per ignoranza, altri per invidia o per odio, e ben di frequenti non era in podestà del Generale il forzarli all'obbedienza, perchè la difettosa costituzione e la tenuità dei governi degli Stati e degli eserciti dava facile accesso alle rivolte, ai tradimenti, alle diserzioni; quindi avveniva che per evitare difficoltà maggiori d'uopo era spesso pel primo duce piegarsi a perfetto accordo co' suoi capitani e di tutto seco loro tenere anticipato consiglio.

Così dopo avere ponderate diligentemente le circostanze, udite tutte le voci, si venne in quella adunanza di Commissarii e di Capitani a stabilire alla fin fine il seguente piano di battaglia.

"Ciascuna delle dieciotto grosse navi che stavano preste nel Porto di Como verrebbe armata di quattro cannoni e porterebbe quaranta uomini d'armi, cioè venti bombardieri e venti archibugieri, oltre dieci rematori e un pilota; ad ogni nave presiederebbe un capo-bandiera, ad ogni tre un capitano. Alessandro Gonzaga terrebbe il supremo comando quale ammiraglio e generale di tutta la flotta.

"Questa partirebbe una prefissa notte per trovarsi sul far del giorno in vista di Musso ove accetterebbe la battaglia se la flotta nemica stesse parata in ordinanza a presentarla, o l'assalirebbe nel Porto medesimo del Castello se non ne fosse ancora uscita.

"Alonzo Canto con cento Spagnuoli, quattro bombarde e due colubrine andrebbe a bordo della flotta sino a Bellaggio, ove, messo a terra, occuperebbe il promontorio postando le artiglierie in modo da impedire il passaggio alle navi di soccorso che potessero essere spedite al Medici da Lecco. Tridelberg con duecento lanzinechi, tre bandiere di cavalli, cinquantaLancie libere, movendo per la Brianza, andrebbe a sorprendere Monguzzo difeso da Battista fratello del Castellano; mentre Rinaldo Lonato con altrettante forze assalirebbe Lecco dalla parte del ponte, per tentare l'uno e l'altro d'atterrirne e vincerne le guarnigioni, impossessarsi delle Rocche, o togliere almeno ogni possibilità ai nemici di comunicazioni e d'aiuti.

"Nel frattempo que' Grigioni (di cui, come dicemmo, si trovava in quell'adunanza un Commissario) i quali stavano in grosso numero accampati presso il Lago di Chiavenna, penetrando per le valli secretamente, apparirebbero sull'alto delle montagne di Musso il mattino stesso stabilito alla battaglia, recando quivi quel numero d'artiglierie che meglio potrebbero pei difficili cammini dei monti trascinare, e di là fulminando il Castello, e scendendo a squadre sopra Domaso, Gravedona, Dongo, e sopra Musso stesso, cercherebbero penetrare nel Castello se ne venisse il destro".

Chiaro apparisce da tale progetto di guerra ch'era pensiero dei Duci spagnuolo-ducali d'assalire le forze di Gian Giacomo partitamente sui diversi punti in cui si trovavano sparse, per isolare quanto più loro fosse possibile quelle che si stavano con esso lui a Musso, contro le quali dirigendo il maggior nerbo delle soldatesche con impeto vigoroso verrebbero costrette a cedere per la disparità del numero, e la contemporanea moltiplicità degli assalti. Essi supponevano inevitabile dei due casi l'uno: o il Medici prevedendo l'inoltrarsi della flotta Comasca uscivale allo scontro colla sua da Musso, e allora mentre il combattimento era nel massimo calore impegnato tra le navi, i Grigioni calando dai monti penetravano senza ostacolo nel Castello indifeso, e fattisene padroni, toglievano ogni speranza di ritirata e di rifugio al Castellano, le cui milizie, sminuite dalla battaglia, scoraggiate alla vista della caduta del vessillo Mediceo dalle sue torri, sarebbero compiutamente fugate e tagliate a pezzi dalla flotta vittoriosa: o Gian Giacomo, conscio anche dello accostarsi de' Grigioni, non osava abbandonare le mura del suo Castello (chè dividere le proprie forze già scarse a tanto impegno nol farebbe, credevano, il più imperito de' condottieri), e allora la flotta investendo quella fortezza dal lago, li Svizzeri dai fianchi e dalla sommità battendo accanitamente da ogni parte, la diroccherebbero e ne farebbero un mucchio di ruine, sotto cui rimarrebbero sepolti gli ostinati difensori.

Quanto s'avverassero questi micidiali supposti, lo apprenderanno tra poco i nostri lettori: che se tra questi mai vi fosse alcuno edotto per lunga esperienza nelle cose della guerra, nella quale tanti uomini vennero educati al principio di questo secolo, pensando e rammentandosi quanto il caso, la fortuna e la destrezza abbiano impero, più che sull'altre umane cose, sulle vicende dell'armi, potrà con giusta lance ponderare le esposte ducali previggenze ed estimarne la probabile riuscita senza scostarsi gran fatto dal vero.


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