DANIELE MANIN

DANIELE MANIN[pg!305]È stata pubblicata un'opera nuova, illustratrice delle vicende del M.DCCC.XLVIII. S'intitola:Daniele Manin e Venezia(1804-1853).Narrazione del prof. Alberto Errera di Venezia, corredata da documenti inediti, depositati dal generale Giorgio Manin al Museo Correr e da documenti del R. Archivio dei Frari. Firenze, successori Le Monnier, 1875. È un volume in sedicesimo di vi-524 pagine, oltre quattro innumerate, che contengono l'occhio ed il frontespizio. La correzione tipografica lascia molto a desiderare, nè corrisponde alla fama dell'officina. Per esempio, in una nota del Palmerston (pagina 180) si legge:il governo d'Italia; e deve dire:d'Inghilterra. In un resoconto (pag. 501 e segg.) si parla diRimanenza delle Corse cameralie diSomministrazione di parte d'argento, invece diCasseepaste; e v'è una trasposizione d'uno specchietto dell'attivo al passivo. Si fa dire a' giornali parigini, che, appena sbarcato il Manin in Francia,le sol devenait tout-à-coup la meilleure part de son existence: sa femme mourait. I giornali parigini avran detto molto probabilmentedévoraite nondevenait. Dico con l'Hugo:j'en passe et des meilleurs.La lingua poi di questo volume patriottico ha [pg!306] spesso più del francese e dell'ebraico, che dello Italiano. L'autore si mostra inesperto della conjugazione e del regime de' verbi. Scrive:se si avessero fatti ostacoli(pag. 27);si aveva tentato di tener prigioniera(pag. 41);si aveva pure cercato la maniera più energica(pag. 55);ospedali che si avrebbero aperti in seguito(pag. 371), eccetera. Ed in tutti questi casi andava adoperato l'ausiliarioessere, nonavere. Scrive:non curatevi(pag. 333). Ma s'ha a dire:Non vi curate; e la seconda persona plurale dello imperativo, quand'è preceduta dalla negazione, non tollera encliticbe pronominali. Scrive:pregato il Palffy a concedere(pag. 26). Ma il verbopregareregge la preposizionedi; si pregadi faree nona farealcunchè. Scrive:non può che ripetere(pag. 180);non è che un'amplificazione(pagina 155); attribuendo alchevalore dise non. Sconcio gallicismo e sozzo, invece dipuò solo ripetere,è una mera amplificazione, oppurenon può se non ripetere, eccetera. Scrive:Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacchè lo siamo(pag. 33), eccetera. Barbarismo:loè pronome, non proaggettivo; chè proaggettivo sarebbe e non pronome, se tenesse le veci di un aggettivo, com'èlibero. Scrive:Siccome il piroscafo partiva(pag. 37);siccome però il Cavedalis continuava(pag. 211); adoperandosiccomenel senso dipoichè, là dove in italiano useremmo semplicemente il verbo al gerundio:Partendo il piroscafo;ma continuando il Cavedalis. Scrive:notizie di maggior levatura(pag. IV). Ma la levatura è degli uomini; egli volea dire:di maggior momento. Scrive:il via va(pag. 407); ma si dicevia vai. Scrivetogliermi di dosso le anella(pag. 387), con quanta improprietà, non è chi non vegga. Le anella soglionsi portare alle dita: si potrebber torre di dosso solo a chi se le avesse nascoste in altre parti; ad un soldato, che le occultasse nel zaino, nella mucciglia, nel sacco, via. Scrive:il di lui comando(pag. 273). Ma va detto:il comando di lui; o, come venne pure scritto (per esempio da ser Giovanni Fiorentino, nella [pg!307] Novella II della Giornata IV delPecorone— «Era tanto ricco, che le lui ricchezze non avevano nè fine, nè fondo» — ) ed a me piacerebbe, e gioverebbe alla chiarezza, ma non è prevalso nell'uso:il lui comando. Scrive d'un incendio:nè si potè salvare il tetto ed una parte del primo piano(pag. 382). E probabilmente vuol dire dell'ultimo piano, ch'è il più vicino al tetto, giacchè, abbruciato il primo, anche i superiori sarebbero necessariamente crollati. Di simili sgrammaticature ed improprietà, potrei citarne:... mille altre ancor, ch'io ne tralascio,Per restringer gran massa in picciol fascio.Piacemi solo di notare eziandio lo epiteto diideologoappiccato proprio a torto al Lamartine,qui n'en peut mais; ed uno sproposito enorme di geografia (pag. 423) commesso ponendo il campo di battaglia della Cernaja:là nella Troade antica. Mi giova credere, che lo Errera volesse dirTauride; la Troade è altrove.Ma in libri simili, anzi in qualunque scrittura, gl'Italiani, a torto secondo me, non badano ora affatto alla purezza dello eloquio ed alla proprietà. Dalle ridicolaggini de' puristi, i quali riponevano tutta l'arte dello scrivere nello adoperar soltanto parole e locuzioni, autorizzate da esempli dal trecento e del cinquecento, siamo precipitati in una licenza stomachevole, che non si vergogna nè di barbarismi, nè di solecismi, nè di sgrammaticature, nè di spropositi ortografici.Prescindendo dunque dalla lingua e dallo stile, facciamoci ad esaminare il contenuto del volume. L'autore dice: — «Il nostro ufficio è quello di scrivere la vita di un uomo in relazione ai tempi, nei quali visse, non l'epopea della resistenza (di Venezia).» — Ma in realtà egli ha inteso scrivere una istoria discretamente minuta della città di Venezia nel biennio 1848-1849. Particolari nuovi sulla [pg!308] vita del Manin, ed in quel tempo e prima e dopo, non ce ne dà punti; almeno, che siano di qualche momento. Ma espone tutte le vicende della rivoluzione veneziana: le politiche, le militari, le finanziarie. Ed il tema era bello, attraente per la parte drammatica, utile per gl'insegnamenti, che possono ricavarsene:Le istorie nostre, in molte parti sparte,Andrien raccolte e farne una sustanza.Se non che, pur troppo, al narratore manca l'arte di ritrarre i fatti con evidenza; di esporli con ordine; di raggrupparli sapientemente; di delinearli co' particolari necessarî alla piena loro intelligenza; di colpirli, in quanto hanno di più caratteristico, in guisa da presentarci un quadro logicamente combinato, onde scaturisca una idea, un chiaro concetto e compiuto degli avvenimenti. La narrazione va sempre saltelloni, innanzi ed indietro; ora anticipa, ora retrocede; spesso si ripete; spesso s'interrompe, rimandando altrove; spesso tace quanto più c'importerebbe, od accenna, senza indicarli preciso, essere avvenuti fatti, che occorrerebbe almeno ricordarci per farci comprendere il seguito. Insomma, il difetto di economia nel disegno dello scritto e la esecuzione abborracciata sono evidenti.Per esempio... (A me non piace asserir checchessia senza corroborar con pruove ed esempli l'asserzione); dunque, per esempio, nelProemiosi parla molto dellalotta legale, sostenuta dal Manin e terminata col suo arresto, senza informarci in che propriamente consistesse, di quali mezzi si servisse, quale scopo si prefiggesse. Dunque, si parla de' suoi interrogatorî e di quelli del Tommasèo, tacendo gli argomenti di essi; e non ci si dice, che temesse e che bramasse sapere l'autorità austriaca da que' due. Dunque, le discussioni dell'Assemblea de' deputati della provincia di Venezia, che il quattro luglio M.DCCC.XLVIII votò la fusione col Piemonte, vengon [pg!309] narrate due volte, nel capitolo IV e nell'VIII, e parecchi altri simili duplicati ingrossano il volume e perturbano e stancano il lettore. Dunque, spessissimo l'autore se n'esce con un — «Intanto erano accaduti fatti gravi in Italia;» — e, sebbene la nozione di essi fatti sia indispensabile per capire quanto siegue, e quantunque basterebbe lo accennarli anche crudamente con quattro parole, preferisce lasciare al leggitore la fatica e l'impiccio di rammentarseli, se può. C'è un lungo capitolo sulla guerra; ebbene non una parola, che spieghi quale fosse il sistema di difesa prescelto da' difensori di Venezia. Una volta è detto che: — «al 7 e l'8 (luglio 1848) avvenivano ancora fatti, che tornano a lode di Venezia e del suo estuario». — (E, sia detto fra parentesi, che un fatto possa tornare a lode di Venezia, il comprendo; ma a lode dell'Estuario? Per Venezia s'intende la cittadinanza veneziana e la guarnigione; ma perEstuariocosa s'intenderà? Chi direbbe, che la battaglie di Salamina tornò a lode dell'Egeo? Questo si chiama scrivere secondo la maniera di G. Vittorio Rovani, autore di un libello contro il Manin, pubblicato tra'Documenti della Guerra Santa d'Italia. Capolago. Tipografia Elvetica. Gennaio 1850; il quale dice, d'un tale, ch'e'correva da(sic)Manin, ad imbandirgli grosse pastoje di menzogne, innestate sul vero. Un imbandigione di pastoje! e delle pastoje innestate! Ma chiudiamo la parentesi e torniamo a bomba). Bene, c'incuriosiamo; ameremmo conoscerli, questi fatti onorevoli per Venezia eper l'Estuario, e non possiamo appurare di che si tratti; il libro è muto. La lotta dei partiti, la tenzone fra gli unionisti ed i repubblicani federalisti, traspare, si suppone, ma non viene narrata, non che particolareggiata.E talvolta sorge il sospetto, che le ommissioni, i silenzî, non siano senza malizia; e certo, riescono ad indurti in errore sullo stato della città assediata, sulle condizioni e lospirito, come suol dirsi, della cittadinanza e della guarnigione. Per esempio, si accenna [pg!310] confusamente alla proposta del Tommasèo di porre una iscrizione in luogo pubblico — «ad Agostino Stefani muratore, che si offerse a dar fuoco là, dov'era il nemico sul ponte; e per isbaglio fu ucciso dai suoi.» — Il fatto, che narrato così, sembra cosa innocente e comune, meritava d'essere spiegato meglio. Eccolo, come si legge nelleMemorie Storiche dell'Artiglieria Bandiera-Moro. — «Agostino Stefani, muratore, erasi offerto il trenta di maggio (M.DCCC.XLIX) al colonnello Cosenz, allora comandante la batteria del Ponte, per accendere una mina sotto ad un arco presso gli avamposti nemici. Davagli il proprio nome, aggiungendo:l'opera è ardita, potrei rimanervi. Il Cosenz ne prese nota nel portafogli. Lo Stefani si spinse sopra leggiera barchetta dall'uno all'altro arco, cercando possibilmente nascondersi al nemico; ma, avendo la barca dato nel secco, messosi egli in acqua, se la spingeva dinanzi faticosamente. Due ore dopo i lavoranti, ignari della cosa, e sinistramente interpretando i segni, ch'egli facea col cappello verso di loro, a dimostrare, ch'era ancor vivo, vedendo quest'uomo così lontano da loro, il ritennero una spia del nemico e ne riferirono tosto all'ufficiale sorvegliante i lavori; il quale spedì alcune barche a quella volta. Ricondotto lo Stefani, disse a sua scusa, essere stato colà spedito da un ufficialein occhiali(i quali appunto il Cosenz portava). Intanto, ch'ei subiva l'interrogatorio dell'Ulloa, comandante il circondario, corre tra' lavoranti la voce, che fu ritrovato nella barca dell'arrestato l'occorrente per dar fuoco ad una mina, ch'egli era quindi un traditore, perchè voleva far saltare il piazzale. Lo Ulloa, essendo per disgrazia assente il colonnello Cosenz, non credendosi bastantemente istrutto a giudicarlo, il manda alla prefettura d'ordine pubblico». — Fin qui tutto è naturale e va bene; ma ora viene il brutto. — «Rimesso in barca lo Stefani in mezzo ai soldati, la moltitudine inferocita grida al traditore; e non [pg!311] vale all'infelice il protestarsi innocente ed Italiano, che il prendono a sassi. La barca avvicinatasi alla riva, sette od otto più furenti si slanciano in acqua, si avventano contro l'infelice, e, trattolo a terra, a furia di sassi e di badili il resero vittima d'un patriottico furore.» — La narrazione del Carrano, meno particolareggiata, concorda sostanzialmente con questa, bench'egli, ufficiale, racconti la cosa in modo, che il lettore possa credere non essere stato nessun militare presente alla cattura ed allo scempio dello Stefani; tanto comprendeva la condotta della truppa non essere stata lodevole. Quali conseguenze ricaviamo da questo racconto? Che in Venezia, allora, non v'era più nè sicurezza pubblica, nè disciplina, nè giustizia. Non è detto, che i soldati di scorta difendessero il malcapitato, anche facendo fuoco contro la moltitudine inferocita, anche a costo della propria vita, com'era stretto dover loro. Non è detto, che alcuno fosse incriminato e punito per l'atto iniquo. Non si tratta di un semplice errore della giustizia militare sommaria, cosa triviale ed inevitabile nelle guerre; si tratta, che la plebe scatenata ammazzava i sospetti senza formalità di giudizio alcuno, e che non v'era nè forza per contrastare a misfatti siffatti, nè potere per punirli. Ma naturalmente allo Errera non fa conto di narrare e porre in luce questo avvenimento ed altri, che gli guasterebbono il quadro ideale d'una Venezia tranquilla internamente, malgrado le privazioni dell'assedio e la semianarchia; d'una popolazione nondemoralizzata(scusate la brutta parola) da quindici mesi di rivoluzione! Quadro ideale, che sventuratamente non è vero e che, fortunatamente, non è possibile!Poichè il Manin doveva campeggiare nel suo libro, esserne il protagonista, ci aspetteremmo a trovarne ben caratterizzata e scolpita la figura; a trovarvi ritratto quel, ch'e' pensasse e sentisse e soffrisse in un tanto e strano incalzar di vicende; come e perchè le sue opinioni si modificassero per opera [pg!312] e degli eventi e della riflessione; come e perchè il repubblicano pervicace e diffidente facesse votar la fusione; e come e perchè poi l'esule divenisse monarchico. Che bel campo per l'artista ed il psicologo! Ma niente affatto: qui abbiamo un lavoro imperfetto di rappresentazione e nessun lavoro di analisi. L'operato ed il pensato dal Manin sono insufficientemente esposti, e ci rimangono poco chiari e precisi innanzi alla mente. Ed è peccato: perchè, senza essere idolatri del Manin, senza volerne esagerare i meriti e porgli sotto a' piedi un piedistallo sproporzionato; come pure senza attribuire al popolo ed alla guarnigione di Venezia virtù e meriti fantastici, senz'andare in estasi innanzi alla saviezza d'una Assemblea, che non fece rivivere il senno de' magnifici Senatori della Serenissima, senza prorompere in inni vacui sull'eroismo de' combattenti; dobbiamo freddamente riconoscere, che, tutto sommato, fra le vergogne e le ridicolaggini del quarantotto, la difesa di Venezia fu una discreta pagina e non disonorevole, una pagina, che può ricordarsi con qualche orgoglio. Certo nessun'altra città insorta, assediata, senza presidio di esercito regolare, senza governo ben fondato, ha fatto altrettanto in questo secolo, ha dato spettacolo simile, aveva uomini di tal tempra. E Parigi ed Argentina, investite dagli Alemanni negli anni scorsi ed in grado di far molto più, fecero in sostanza molto meno. Il tema meriterebbe d'esser trattato meglio, d'esser trattato ammodo, con buoni criteri e con buona grammatica; e speriamo, che sia per trovarsi chi il faccia, avvalendosi anche delle fonti austriache e de' rapporti consolari, che dovranno pure, quando che sia, divenire accessibili. E questo istorico futuro, che invoco, potrà anche ricavar qualche notizia opportuna da taluno degli ottanta documenti (fra' quali ve n'ha pure degl'inediti), che lo Errera ha radunati o piuttosto affastellati in fondo al suo volume e che ne sono l'unica parte in qualche modo pregevole.[pg!313]II.Certo, uno storico dev'essere innamorato del tema suo. Se egli non pruova una predilezione particolare per l'epoca, pe' fatti, per gli uomini, dei quali prende a narrare, non conchiuderà nulla di buono. — «Se, a detta di un ultimo estetico (lo Eckardt,) la scelta geniale della stoffa è per la fantasia una specie di scelta nuziale; que' capricciosi, che, alla guisa degli Spartani, ammogliansi a colei, che prima loro capitò dinanzi nelle tenebre, non rivelano gusto individuale e rimangono estranei alle loro opere». — Così, benissimo, al solito suo, il nostro Antonio Tari. — Ma questa simpatia non deve essere di tal fatta da far velo alla mente mai. Devi compiacerti di quegli uomini e di quegli eventi; non rappresentar gli uomini e gli eventi in modo, che a te piacciano; non fingerteli così e così per poi compiacerti della creazione della tua fantasia. Questa è opera da poeta, non da istorico, al quale nè l'amor di patria, nè l'amor di parte, che suol essere anche più forte, ahimè! debbono offuscar l'intelletto, cui nessuno affetto deve indurre a declinar minimamente dal vero.Io affermo presso i popoli moderni non conoscersi più cosa sia davvero patriottismo ed eroismo. L'eroismo ed il patriottismo non possono trovarsi nel cuore d'un popolo moderno in quel grado, in quella limpida schiettezza, che ammiriamo nelle pagine delle storie antiche. E sapete chi li ha uccisi, o per dir meglio, cionchi e monchi? Quella, che chiamano civiltà; la mitezza, anzi effeminatezza, anzi eviratezza de' costumi moderni; il rispetto delle persone e delle proprietà private, sancito dalle consuetudini della guerra; lo svolgimento del diritto internazionale; lo affratellamento degli uomini; e tanti altri pretesi progressi, invocati come una benedizione, iniziati da' filosofi e da' giuristi, che hanno risparmiato molte lagrime e molti misfatti, ma che, per fatale compenso, infiacchiscono, affievoliscono, [pg!314] debilitano i più nobili sentimenti dell'animo umano ed i più benefici.Per qual ragione i popoli antichi difendevano con tanta pertinacia la libertà loro; e, senza intempestivi giuramenti e ridicoli, combattevano davvero fino allo stremo? Perchè anteponevano comunemente la morte alla resa? Perchè ci dettero tanti esempli memorandi di città, che preferirono la distruzione all'aprir le porte? di castella, onde il nemico si impadronì solo, quando furono un mucchio di rovine; e nel senso letterale della espressione, non già per modo di dire e per iperbole, come avviene delle fortezze o delle città moderne? Perchè quella concordia, quella unanimità ne' partiti disperati? e plebaglia e femminelle e gaudenti e vegliardi e persino i fanciulli consenzienti nel proprio scempio, irridenti il vincitore? Perchè Sagunto, perchè Cartagine?La risposta è agevolissima: perchè allora la sorte del vinto era effettivamente e per ogni verso (non già solo metaforicamente e moralmente), peggior della morte. Il vinto diventava cosa: perdeva proprietà, famiglia, libertà individuale. Non si trattava della semplice libertà politica o della mutazione di principato, come nelle guerre moderne; non solo di interessi ideali e morali, che il volgo, le donne, i fanciulli, i doviziosi, i dediti al lucro comprendon poco. Il vinto vedeva confiscati gli averi suoi, farne bottino, ripartirli fra' vincitori; si vedeva contaminar sotto gli occhi le donne di casa ed i figliuoli e vendere e sparpagliare come un branco di pecore; lui stesso era fatto schiavo, venduto adoperato a fatiche esorbitanti, condannato a peggio, che un ergastolo. Qual meraviglia, se, per evitare tanti mali, per allontanarli almeno, anche i fiacchi ed i dappoco ostinatamente, pervicacemente durassero alla fame, alla prepotenza? se respingessero superbamente ogni patto? Le guerre navali fra turchi e cristiani erano accanite, perchè? perchè i prigioni od a fil di spada od incatenati sui banchi de' rèmigi. Se gli abitanti di Strasburgo, di Metz, di Parigi, eccetera, avessero [pg!315] avuto a temere quel fato, ch'era la sorte ammessa e convenuta dei vinti nelle guerre antiche, oh quali resistenze eroiche avremmo forse da ammirare! E chi sa? resistenza eroica vuol dir forse vittoria: di cosa nasce cosa. Ma invece ora, anche a' più indomiti, basta loaver soddisfatto all'esigenze dell'onor militare, basta aver fatto buona figura, come dicono. La guerra diventa un torneo fra gli eserciti. Si fa di tutto per diminuirne gli orrori. E non si considera, se questa diminuzione di orrori non sia per caso con discapito della grandezza morale degli animi. Al Machiavelli sagacissimo non poteva isfuggire un tal fatto: — «Il modo del vivere di oggi, rispetto alla cristiana religione, non impone quella necessità al difendersi, che anticamente era. Perchè allora gli uomini vinti in guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro vita miseramente; le terre vinte, o si desolavano, o n'erano cacciati gli abitatori, tolti i loro beni, mandati dispersi per il mondo, tanto che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria. Da questo timore spaventati, gli uomini tenevano gli esercizî militari vivi, ed onoravano chi era eccellente in quelli. Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta; de' vinti pochi se ne ammazza, niuno se ne tiene lungamente prigione, perchè con facilità si liberano. Le città, ancora che elle si sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne' beni loro, in modo, che il maggior male, che si teme, è una taglia; talmente, che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari e stentare tutta vita sotto quelli, per fuggire quelli pericoli, de' quali temono poco». —L'assedio di Venezia riconduce naturalmente nella mente l'assedio di un'altra città, simile nella costruzione a Venezia, fabbricata anch'essa sovra isolette in mezzo alle acque ed accessibile solo per mezzo degli argini, dalla terra ferma, come Venezia solo pel ponte della Laguna. Io parlo di quella Temistitan asteca, (che sorgeva, dov'ora è la Messico [pg!316] castigliana), espugnata dal Cortese ne' M.D.XXI. E si noti, che i Temistitanesi si trovarono in condizioni peggiori de' Veneziani. L'estuario era sgombro di navi austriache, e solcato dalle nostre; mentre il lago di Messico era signoreggiato da' brigantini spagnuoli. La superiorità delle armi degl'invasori dell'America sulle difese degli indigeni, era infinita; l'agglomerazione di bocche inutili, stoltamente eccessiva. Le descrizioni de' patimenti de' poveri anaguachesi fanno raccapriccio. Terminate le provisioni, mangiavano insetti, mangiavan radici di piante lacustri; morivan d'inedia, antropofagheggiavano:de los niños, no quedó nadie, que las mismas madres y padres los comían (que era gran lástima de ver, y mayormente de sufrir).Eppure, nè la fame giunta a tal segno, nè la pestilenza, nè l'inutilità della difesa, nè le morti (che il Cortez stimava a cendiciassettemile e l'Ixtlilxocitl fa ascendere a dugenquarantamila,) poterono indurre quel popolo, cui pur si offeriva una capitolazione onorevole, a cedere; e la città dovette essere conquistata a palmo a palmo, nello stretto significato della espressione, abbattendone a mano a mano gli edificî e ricolmandone i canali, ed ammazzando quanti s'incontravano. Se Guatimozino avesse avuto polvere da sparo, non c'è dubbio al mondo, ch'e' si sarebbe fatto saltare in aria; e non c'è dubbio al mondo; che i sudditi avrebbero acconsentito senza mormorare a perir tutti così. A' tempi nostri, nello stato della civiltà nostra, con le molli tempre nostre, sarebbe assurdo il pretendere, che si rinnovassero simili esempli. Ma questa impossibilità del pieno eroismo ed assoluto, non è forse da compiangere, da deplorare? Paragonato all'assedio di Temistitan, quello di Venezia sembra come un assalto di scherma di fronte al duello fra Achille ed Ettore.Comunque sia, l'assedio di Venezia è divenuto per gl'Italiani una leggenda, i cui santi protagonisti sono Guglielmo Pepe e Daniele Manin. Ma la fama del Manin ha oscurata quella del Pepe, quantunque, trattandosi d'un assedio, parrebbe giusto, che il [pg!317] primo alloro toccasse al capo militare e non già al capo civile, la cui sola missione doveva essere di somministrare al primo i mezzi di prolungare e sostener la difesa. Certo è, che il Pepe ha una sola statua, a Torino, e postagli dalla pietà della vedova; ed un busto a Catanzaro, che per esser posto nell'atrio dello Asilo Infantile, sembra una satira. E busto e statua sono opere infelici e non ritraggono adeguatamente la bellezza veneranda del vegliardo, ch'era stato un tempo il più bel giovane di Napoli e dello esercito di Gioacchino. — Al Manin invece (se non è strettamente vero quel, che dice lo Errera, che — «Torino, Milano, Firenze, Genova e quante sono le illustri città d'Italia,glieressero un monumento o una lapide, o del suo nome intitolarono una via o un Istituto» — perchè, per esempio, e tacendo di molte altre, nè Napoli, nè Bologna, nè Catania, città d'Italia anch'esse e tra le più illustri, gli han decretati onori siffatti); al Manin il plauso è più concorde, più prolungato. Ma perchè? Per gli atti delle sue dittature ed amministrazioni? Niente affatto. Il vero motivo di quegli onori, sproporzionati alle opere, ve lo accenna il dabben Cibrario, dicendo: — «Io ho sempre rispettato e rispetto tutte le opinioni, che muovono da intimo convincimento, e trovo naturalissimo, che a Venezia, con sì splendide memorie di repubblica, vi fossero repubblicani. Onorerei Daniele Manin di tutto cuore, quand'anche fosse morto repubblicano; ma più l'onoro e l'amo per avere con nobile e raro esempio riconosciuto più tardi e dichiarato, che la salvezza d'Italia stava nella bandiera e nella spada, che il Re di Sardegna avea consacrata a redimere questagran madre d'eroi, saturnia terra.» —Così è. La popolarità Italiana del Manin comincia nel M.DCCC.LVI. Il presidente e dittatore di una effimera repubblichetta e microscopica, sarebbe ora dimenticato dalla nazione, se, come altri, avesse perfidiato nello sterile repubblicaneggiare (e mi si [pg!318] perdoni l'epiteto poco parlamentare) stolido; rimarrebbe al più al più venerato da un partitello, da un manipolo, da una chiesuola, da una setta. Noi non lodiamo ed onoriamo il presidente ed il dittatore; ma un poco il presidente, che, sebbene di mala grazia, seppe ripudiar la repubblica il tre luglio M.DCCC.XLVIII e far votare la fusione col Piemonte; e moltissimo l'esule, che essendo stato presidente e dittatore, ancorchè di repubblica effimera e microscopica, seppe passare bravamente il Rubicone, rinnegare il passato, rinnegare lo assurdo ideale giovanile, ravvedersi, distruggere il partito repubblicano, far tacere le discordie, che avevan cagionato in gran parte le catastrofi e le vergogne del quarantotto, persuadere tante teste deboli ed incolte, unite però a cuori generosi e braccia forti, della necessità e della bontà della Monarchia unitaria. Questo atto il rende caro alla nazione tutta e pregiato. Questo atto rivela più fortezza d'animo, che la presa dell'Arsenale e la difesa di Venezia, e giovò molto più all'unificazione d'Italia ed alla liberazione. Tolto questo, la vita di lui sarebbe quella di un agitatore e d'un rivoluzionario volgare, come ce n'ha tanti.III.Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica, sentimentale ed ingenuo molto ed irrequieto amante di libertà non ben determinata, come accade agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del quarantotto. Gli avvocati, gl'ingenui e quanti non hanno propositi ben chiari non sogliono esser gente adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo, chiamava in ballo la politica e l'onor nazionale, o c'entrasse o non c'entrasse, a proposito ed a sproposito. Così, per esempio, nella quistione della ferrovia ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto ricorrere a' capitalisti esteri, cupidi, non di giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e credere, [pg!319] che i capitalisti possano esser cupidi d'altro, è ingenuità classica. Pare, che la immensa maggioranza degli azionisti non avesse fede alcuna nella direzione Italiana della società, non la stimasse capace e s'impensierisse dello avviamento preso dagli affari. Alcuni dunque proposero di cedere allo Stato la costruzione e la gestione della ferrovia sino al compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo, io, che di simili faccende non m'intendo, non oso affermare. Il Manin, che non credo se n'intendesse molto più di me, lo oppugnava. Voglio anche, ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti finanziarî, invece di provare all'adunanza, che la Direzione Italiana offriva loro più guarentige e migliori dello appoggiare al governo la costruzione, fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a fischiate e di cui non possono rileggersi senza riso de' brani come questo: — «Accettare la proposta porterebbe una nuova e grande umiliazione nazionale.» — L'umiliazione nazionale c'entrava come il cavolo a merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita di azionisti! La mancanza di approposito e di senso pratico venne redarguita dalla quasi unanimità, che approvò la proposta.Bene osserva il Rovani, che: — «se ci facciamo a riandare il tempo speso prima della rivoluzione dal più degli Italiani, che nel M.DCCC.XLVIII si posero o furono posti a presiedere governi, e a capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno tanta materia di racconto, di considerazioni e di giudizi, che la storia della lor vita di preparazione, potrebbe assorbire per avventura quella della loro vita di azione». — Ciascuno di loro era divenuto celebre per iscritti. — «Tutti dal più al meno erano noti all'universale... gran tempo prima, che scoppiasse la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin. Ei si presenta all'ingresso della rivoluzione tutto solo e poco noto e quasi nudo di memorie e d'opere. Uomo senza passato». —Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile, [pg!320] anzi fanciullesca, con la quale la nazione credette affrancarsi e costituirsi a furia di chiacchiere, stimando, che il chiacchierare fosse operare. Gli uomini, che salivano repentinamente al potere o riempivano le assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano su pe' giornali o capitaneggiavano schiere, erano per lo più impari ed impreparati alle difficoltà politiche, economiche, amministrative, militari, le quali non possono risolversi con delle belle frasi. Ma credevano in buona fede, che si potesse governare, amministrare, guerreggiare per ispirazione, entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel modo com'ogni giovinotto crede di poter poetare. Ora, che la pratica della vita libera ha diffuso il senso politico, non c'è chi non rida di certe idee e di certe pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani, che fan fiasco negli esami liceali, perfidiano nell'ammirare e sognano d'imitare quandochessia (che mai non se ne dia loro l'occasione!)Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima, dico. Nèd in arte, nèd in politica meritano indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a quelli, che s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando l'arte di governare, quanto è detto nelRomanzo Borghesedi Antonio Furetière di chi verseggia senza studio: — «Belastre se hazarda de repondre que c'estoient des vernt faicts par des gentils hommes qui n'en sçavoient point les régles, qui les faisoient par pure galanterie sans avoir leu de livre et sans que ce fust leur mestier:Hò par la mort, non pas da ma vie, reprit chaudement Charrossellespourquoy diable s'en mes-lent-ils si ce n'est pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé d'avoir fait une méchante marmite, ou un forgeron une pantoufle mal faicte, en disant que ce n'est pas son mestier d'en faire? Ne se mouqueroit-on pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession de valeur si, pour faire le galand, il allait monster à la bréche et monstrer là sa poltronnerie?». — Giustissime sono le osservazioni del [pg!321] Vitet: — «La gioventù, che spolitica, non pensa affatto, che dalla sera al mattino può accaderle di veder crollare in un battibaleno per subita tempesta quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna; ed innalzarsi, quanto fantastica, e quindi di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata alla manovra senza saperne boccata, e di non potere reggere il timone se non con mani inesperte. Dov'è chi si prepari e si eserciti anticipatamente alle funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga come correggere quanti censura, avido di particolari e nozioni pratiche invece di teoriche ampollose e di generalità vacue».Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate ed alimentate da Pio IX, la repubblica in Francia e finalmente i fatti di Vienna, il ritiro del Metternich e le concessioni imperiali, imbaldanzivano gli agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori, che non osavan più reprimere, nè condursi risolutamente, ignorando se gli atti loro sarebbero poi approvati, dubitando della stabilità della Monarchia Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina e distribuì le armi al popolo, quando appunto la libertà di stampa e di riunione rendevano più pericolosa quella concessione e quella distribuzione ai disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron subito i fucili e le daghe contro di lui. Fu la ripetizione della storia d'Argante che grida a' guerrieri cristiani:Questa sanguigna spada è quella stessa.Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,Ch'udirà la novella ei volentieri.E caro esser gli dee, che 'l suo bel donoSia conosciuto al paragon sì buono.Ditegli, che vederne omai s'aspetti,Ne le viscere sue più certa pruova;E quando d'assalirne ei non s'affrettiVerrò non aspettato ov'ei si truova.[pg!322] La disciplina si rilascia e la speranza della impunità, che balena agli occhi del volgo, il fa irrompere in atti di ferocia. Gli arsenalotti assassinano il loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio non impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e puniscono incontanente, esemplarmente gli autori. Le guardie civiche, capitanate dal Manin ed assicurate senza dubbio della complicità della truppa, irrompono nello Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed, ordinando loro un maggior Boday di operare, atto, che lo Errera qualifica ditrama subdola(sic!), si ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa comune col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale a molto buon mercato, non per virtù propria, non pe' discorsi del Manin, ma perchè la guarnigione infranse e trasgredì il giuramento militare, qual che se ne fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy perdono sempre più la testa e vien loro un po' di tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del Boday e consiglia di operare, rispondono presso a poco come quel Re appo il Cornelio:Si ce désordre était sans chef et sans conducteJe voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le poche forze fedeli ancora, il contagio della insubordinazione; sbigottito dalle notizie di Milano e delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo forse ad ordini superiori; bramosi certo di salvar la pelle propria e de' compagni: capitolarono. Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha avuto il coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici sulle rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente [pg!323] questi fatti, compendiando un discorso del Manin:.... Si scuote, si rinfiamma ed ardeD'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,Con l'opre nuove, che non son bugiarde.Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisceL'austriaca possa; e quell'altier prestigioDe' vanti austriaci in un balen svanisce.Bastan due giorni all'immortal prodigio.Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi, senza troppo riflettere, proclamata una repubblica. Perchè la repubblica? — «Perchè non basta avere «abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne «uno nuovo; ed il più adatto cisembraquello «della repubblica, cherammenti le glorie passate». — Così il Manin: ma la ragionenon ci sembramolto soda. Una forma di governo non si sceglie per amore di reminiscenze storiche, come il nome di un neonato; per memoria d'una gloria, che fu; di una gloria, per giunta, molto antica ed annebbiata dalle vergogne posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio mel perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere il primo presidente d'una Venezia democratica, come un Manin era stato l'ultimo doge d'una Venezia aristocratica.Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì tristi frutti. Parve ispirato da municipalismo, dal desiderio di scindersi da Milano e soverchiarla; suscitò diffidenze nella rimanente Italia e nelle provincie Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha lasciate memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali di esse si credevano in obbligo di esortare il Governo provvisorio di Venezia — «a manifestare sentimenti di larghissima nazionalità per togliere del tutto i motivi del malumore;» — e nel subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento della unione con la Lombardia, e dimostravano in [pg!324] mille modi la poca fiducia. Il Governo nominata dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza e ministri e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo gli usi quarantotteschi, un artigiano, il quale non so davvero, che lumi potesse portare sulle materie, che discutevansi, di tanto momento e premura. Perchè bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti e Mestieri! Ma forse, con un po' di buon senso, e non avendo la pretesa della scienza infusa, sarà riuscito almeno soltanto inutile, non dannoso, come il Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di reggere uno Stato e di condur gli affari, ministri ed ambasciadoripour rire, da commedia. Stava zitto almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno evita di dire e di scrivere corbellerie: e quante se ne dicevano e scrivevano allora, uff! Lo stesso Errera è costretto a convenire, che parecchie note (leggi: quasi tutte) della repubblica del quarantotto, — «sono ispirate ad una lirica e ad un sentimento, che poco si addicono alla ragion di Stato: per ciò soprattutto si distinguono gli scritti del Tommaseo». — Dell'inopportunità delle cui proposte sovrabbondano gli esempli; e la cui leggerezza come diplomatico venne spesso redarguita persino dal Manin, che gli scriveva: — «Ameremmo, che foste meno proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei giornali, destituite di verità». — Ma veramente tutti peccarono: ed il Manin in questo caso ricorda chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi della trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come suol dirsi più volgarmente la padella, che dice al tegame:fatti in là, chè tu mi tengi.Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e diverso: subordinarsi ad un altro Stato Italiano già costituito, e preparare armi e denaro, denari ed armi, mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse e leve ci volevano. Questo appunto non si seppe, appunto non si volle fare. E non si volle fare per non perdere la popolarità ed i plausi della piazza. Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî, [pg!325] invece di far denari si abolirono e diminuirono e riscossero male le imposte, invocando poi doni patriottici e sovvenzioni nazionali, che poco potevan fruttare e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche del Medio Evo:De tributo Caesaris nemo cogitabat,Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in agitazione continua co' circoli, con le piazzette, con le arringhe, distraendola dal lavoro, dandole un'idea falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli. Quanti guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero essi circoli ed esse piazzate, lo Errera tace od accenna appena: son la parte vergognosa dell'assedio di Venezia; ma giova non dimenticarla, non occultarla. L'indole festaiuola di tutte le plebi e sventuratamente in modo particolare delle Italiane, ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto di patriottismo. Come se le passeggiate, le piazzate, le chiassate, le ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie, le processioni, le rassegne, iTe-Deum, eccetera, eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria, che non distraggan troppo dal lavoro, che non ne disavvezzino ed il rendano increscevole; io le comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di redenzione, quando non si è ancor definitivamente acquistato nulla, anticipar le allegrezze ed i panegirici, è per lo meno puerile. Il volgo si assuefaceva allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar le parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali come atti eroici, che dispensano dalle battaglie, dalle privazioni, dal morir per la patria. Il libro dell'Errera v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi; più giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete, forse ubbriaco, (l'ubbriachezza sola può servirgli in certo modo di scusa, sebbene inescusabile essa stessa) a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada del [pg!326] Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giuròdi morire per San Marco. Non siamo informati, se fu uomo di parola: scommetterei di no. Ma, se un preteguappoe sanguinario, può sembrar lodevole, a chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote il levita del vecchio testamento; noi non dobbiamo dimenticare, che la religione cattolica imponeva a quel messere di non far differenza alcuna fra' suoi concittadini e lo straniero, di amarli del pari. Nè queste cerimonie ispiravan sensi di dignità alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè marzo, espulsi gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion di Vinegia: — «le guardie civiche, fra l'allegrezza ed il plauso, trascinarono il cocchio, nel quale stavano il vescovo, il delegato, il podestà ed i capitani della guardia civica». — Così pure Piersilvestro Leopardi narra: — «che in Brescia, gli studenti (?) per onorare Gioberti, che viaggiava meco, vollero tirarci la carrozza per più di due miglia». — Ecco gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo; mente turbata dalla fede religiosa ardentissima; uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio Regno, ma più di acquistar gloria propugnando una causa, la quale gli sembrava santa. E non per quelle ragioni solo, che la fanno stimar tale a voi ed a me, anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia, nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge:Non poteris alterius gentis hominem Regem facere qui non sit frater tuus.— «Non potrai darti per Re lo straniero, che non t'è fratello». — L'indipendenza nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta dalla scrittura, era un domma per quel generoso. Fu chiaro sin dal principio, che l'unità e soprattutto (chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno) che l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione, sostegno, propugnatore, speranza, oltre il Re di Sardegna. La causa nostra dovea vincer seco o cader seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con [pg!327] un esercito numeroso ed agguerrito, sebbene, come poi si vide, insufficiente per l'impresa. Del Re Bomba il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed al maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente Italia poteva dar solo forze tumultuarie e di poco conto.Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe del Durando, quel che ne scriveva il Mérimée:Un de mes amis qui revient d'Italie a été pillé par des volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il est impossible de faire battre les Italiens, excepté les Piémontais qui ne peuvent être partout.Credo, che lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al postutto poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in ogni esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio; gente degna della forca e che finisce sulla forca. Ma pur troppo ned i volontarî romani, ned i toscani erano in grado di tener testa in campo aperto ad un esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio ne scriveva confidenzialmente alla mogliera.Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza d'Italia poteva aversi solo per opera di Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi l'immediata fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che fossero stati in fondo repubblicani, perchè in somma delle somme, se non altro, ilgiogo piemontesesarebbe stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o perchè un po' di buon senso basta a suggerire, che le quistioni politiche s'hanno a risolvere una per volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio di Venezia erano federalisti, sebbene si vergognassero di apertamente confessarlo; eran federalisti vergognosi, crittofederalisti.Il Tommaseo scriveva al Leopardi: — «Potete ben credere, che l'unità vera della nazione è da me ardentemente desiderata; ma mi duole, che taluni si sforzino di ottenere una qualche aggregazione parziale, con modi o fraudolenti o violenti, i quali fanno al Piemonte torto o danno, e preparano [pg!328] nuove scissure, forse non meno deplorabili delle antiche». — Chi nondesidera, anzivuole, l'unità vera d'un popolo, ch'è la politica, affretta le aggregazioni parziali, le quali conducono ad essa, con tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i carciofi si mangiano in un sol boccone, anzi a foglia a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi nell'Assemblea veneta un discorso per provare, che: — «decidere subito sulla condizione politica di Venezia non era inevitabile, non utile, non decoroso: noninevitabile, perchè l'immediata fusione non faceva sgombrare il nemico, nè forniva danari e milizie; nonutile, perchè il decidere allora diceva timore, o sarebbe stato un peso e una umiliazione di più; nondecorosoper Re Carlo Alberto, cui si toglieva occasione di operare con magnanimità per farne un avventuriere che mercanteggi le battaglie, e cerchi non il premio, ma il prezzo». — Da ultimo uscì in campo — «con una generosa proposta, acciocchè il patriottico Trentino fosse unificato all'Italia» — come dice l'Errera; proposta, la cui opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno; ma che almeno non era ignobile, come l'altra del Bellinato, il quale volea stipulare il mantenimento del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli di Genova.Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente a guerra finita e frattanto la continuazione di tanti governucoli, i quali, se fossero stati di devoti al Re e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia. Carlo Alberto poi arrischiasse vita e corona, mettesse a repentaglio la dinastia, eccetera (mentre costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo comoda e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per esser quindi a guerra finita, congedato anche, se occorre, da una congrega di letterati e di avvocati, da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini! Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie, grazie alla leva ed alle imposte, dovevano [pg!329] essere obbligatorî; ma quelli delle provincie poi, il cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici ed arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti erano un po' leonine, fatte a questo modo; e la leoninità può scusarsi od almeno accettarsi, sol quando ci s'impone dal più forte.L'unione col Piemonte era una tal necessità, che, quando il mare cominciò a turbarsi, s'impose a quei retori, sebbene la volessero di malgarbo, come un ferito consente all'amputazione. Le provincie erano loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia perfidiava nell'essere un po' autonomista. Il Manin stesso (ad un cui moto generoso pur si deve la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: — «Ciò in Venezia sembrava ai più essereintempestivoe pericoloso: intempestivo, perchè stimavasi, che la quistione dovesse risolversi a territorio sgombro ed a guerra finita;pericoloso, perchè la guerra avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè nazionale, e quindi, perdute le simpatie dei popoli italiani e di altri popoli liberi d'Europa e destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». — La miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti. L'Italia ha potuto costituirsi solo quando tutti si son ben persuasi, gl'interessi di una dinastia e della nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni inoperose non avevamo a curarci. Ma validi aiuti esteri potevano solo sperarsi da' negozianti d'un governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso; ed il principio monarchico solo, altamente proclamato, poteva disarmare taluni sospetti e frenare le irruenze pericolose, contenere la piazza e far prevalere la volontà non degli schiamazzatori, anzi del vero popolo, che non è chiassone e piazzaiuolo, che non va scambiato con la folla, la quale s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e tante volte è facile a disperdersi con l'offrir loro da bere. (Vedi Documento XLIII dello Errera).L'Unione francamente accettata da' Ducati, era [pg!330] francamente desiderata dalle Provincie Lombardo-Venete. Il municipio bresciano rispondeva al Gioberti ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare i coscritti della leva ordinata dal Governo Provvisorio: — «Si fa di tutto; ma i Bresciani non vogliono servire i signori di Milano. Facciano la fusione col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno subito». — Qui lascio la parola al Cibrario: — «Milano, già travagliata da una setta, che si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta con pensieri discordi e perciò con mano assai debole dal Governo provvisorio, vincolò la fusione a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea costituente, che ordinasse le forme del reggimento interno, non solo rispetto alla Lombardia, che abbisognava d'organizzazione, ma rispetto all'antica monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar le armi a pro d'Italia, perchè giàab anticoera fortemente organizzata. Condizione nuovissima nella storia, che portava in grembo una nuova ed intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano spingersi agli ultimi termini della democrazia e mutare di fatto, se non di nome, il Re in presidente di repubblica. Qualche membro del Governo provvisorio parteggiava per la repubblica. Il presidente invece e gli altri, opinavano, che la Costituente, eletta sulle basi del voto universale, presentasse una guarentigia immensa di moderazione. Il Re, sdegnando di scendere a mercato sulla maggiore o minore autorità, che gli si dovesse attribuire, egli, che combatteva per un principio e non certo per gl'interessi della Corona, accettò senza palese ripugnanza anche quella condizione, benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero con gran calore, che dovea respingersi. Invece Urbano Rattazzi orò, perchè si accettasse. Egli dicea tra sè:O saremo vincitori e col favor della vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea sarà continuamente per noi; o vinti, e non sarà più il caso d'un'Assemblea costituente». — Lealtà [pg!331] rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano. Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber venuti dopo, s'è quasi indotti a stimar provvidenziale la sconfitta, che fece metter senno a tante menti incomposte e confuse, preparando la concordia del cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie, di quali ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe dato lo spettacolo doloroso una costituente? Ci saremmo visti condotti ad un conflitto tra 'l potere esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un colpo di Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione del secondo, funesta, simile a quella dell'Assemblea nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte, si dichiarava antimonarchico e faceva prevedere qual parte si riserbasse nella futura costituente, rifiutando di continuare al potere e dicendo: — «Fui, sono e resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non posso esser niente; posso esser dell'opposizione, ma non di Governo». — Insomma que' signori volevano, che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero per loro; e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi le antiche provincie, non lasciarsi annettere essi agli Stati Sardi.Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello dei Commissari piemontesi, che durò quattro giorni. Venezia non poteva nulla da sè: tutto dipendeva dalle sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo avrebbero avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto; ma, disfatti i piemontesi, per Venezia non sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto giovava, occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi l'uso del mare pe' trasporti, e preparando un nerbo di soldati, i quali però avevan bisogno di tempo, ma tempo assai, prima di poter riuscire utili in campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo scriveva al Pepe: — «Caro generale, questa truppa di gente oziosa, indisciplinata e diversa è a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela, vi preghiamo, fuori al più presto». — Il Pepe al [pg!332] Leopardi: — «Ascendono queste truppe a diciottomila uomini e forse più, nelle quali manca la disciplina e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli ufficiali superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». — «Sono qui combattendo difficoltà d'ogni genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far partire con la forza de' gendarmi il generale duca Lante. Ciò vi mostra la disciplina, che ho qui trovata. Non ho meno di diciottomila e seicento uomini; ma bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli di mille cose, che mancano». — Si chiedevan sempre denari ed uomini al Re, (che non poteva mandarne e distrarne dallo esercito, perchè, come dice il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio tutta la fortuna e sol parte delle forze); e frattanto gli s'imponevano patti! L'insipienza amministrativa del Manin e compagni, e nei provvedimenti e nella scelta del personale, era stata proprio troppa. Basti citare lo aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare un comando, quel Zucchi, che firmava poi la capitolazione di Palmanova, portante, chela città riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista ancora di munizioni da bocca e da guerra, si rendeva spontanea. Ed i repubblicani milanesi accoglievano quindi con ovazioni e — «levavano alle stelle quel pover uomo rimbambito, col fine altamente proclamato di farne un competitore al Re Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» — come testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini; prodigo di fiducia, facile ad esser ingannato. Venezia formicolava di spie austriache. — «E che sia il vero» — scrive il Carrano — «venne in mano del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale, disponendo le difese, faceva noto quel, che a sei ore della sera del ventisei ottobre avea saputo, cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita da Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu detto, che un tenente-colonnello Juin, comandante di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...[pg!333] Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra. Era poi a capo della polizia un certo Renzowich, il quale si aveva tutta guadagnata la confidenza del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo la caduta di Venezia, furono veduti in gran dimestichezza col nemico. Così quel brav'uomo, che era l'amato presidente del Governo veneziano, si faceva canzonare da simili furfanti». — Aggiungerò ancor quanto del Cavedalis stesso scriveva il Rovani nel M.DCCC.L: — «Il Cavedalis, anima dell'anima di (sic) Manin, senza di cui egli non osava portare più innanzi il peso della dittatura; quel Cavedalis, dopo essere stato triumviro del Governo libero della risorta Venezia, sta ora come direttore della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî dell'Austria». —Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere un po' d'ordine e tirare innanzi; non s'illudevano, non avevan cieche fiducie. Lo Errera dice, che a furia d'errorisi alienava l'animo de' cittadini; e fra questierroripone: l'aver dato lo sfratto a gente malsicura; l'aver ingiunto, che le armi militari fossero consegnate da' privati sotto pena di multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti tumultuosi; l'aver vietato — «ai giovani delle scuole di esercitarsi nelle armi più che una volta per settimana, mentre urgeva, che il paese fosse agguerrito» — eccetera. Dove siano gli errori, non so. Agguerrir si dovevano gli uomini, non i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti ed imparar la grammatica. I battaglioni della speranza e simili ragazzate, per le qualiinorgoglivaes'intenerivail Manin, sono trastulli da tempi sereni e non vinsero mai battaglie. O vogliam dire, che lo errore fosse nel permettere quella esercitazione settimanale? nel non proclamar lo stato d'assedio per reprimere i tumulti e pene personali severissime per ricuperar le armi?Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva, non la rinunzia alla sovranità di Venezia, anzi solo [pg!334] lo sgombero di essa dalle forze piemontesi, la plebe gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e proclamò la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva, ma dittatura militare, perchè se dittatura è riunione di tutti i poteri in una persona per raggiunger meglio uno scopo determinato29, e se in Venezia si trattava unicamente della difesa, non era senno dar la somma delle cose in mano a chi del difender piazze e dell'arte della guerra era ignaro affatto. E della ingerenza del Manin nelle cose militari si duol di continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta con quella data funesta dell'XI agosto, quasi a ricordanza d'un fausto evento, quasi da quel giorno, che per ogni avveduto era il principio della fine, cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella coniazione fu una cattiva azione. A' repubblicani rincresceva il breve rinsavimento. La città avrebbe dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e del battaglione piemontese, che le circostanze della guerra allontanavano, ostinatamente riaffermare sino allo stremo il voto della unione. Sarebbe proprio bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò solo avesse il diritto di costituirsi in istato indipendente! Ottima cosa fu l'idea di proseguir nella difesa, — «perocchè non impossibile ilripigliarsipiù tardi la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia propizio; e all'uopo Venezia forte, con esercito meglio intanto agguerrito, poteva essere di grande aiuto e sostegno» — come dice il Carrano; ed anche per semplice pruova di valore Italiano, per ispirare stima di noi, per non far cadere una seconda volta il leone di San Marcosenza mandar ruggito. Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame [pg!335] delle spade:Non isguainarmi senza giusto motivo; non rinfoderarmi senza onore.Ma non c'era bisogno di proclamar la repubblica: questa parola non dava forza, tutt'altro.Pure la proclamazione fece gridare il Manin:Salvatore della patria, che non salvò, nè poteva salvare. I titoli anticipati son di malaugurio. Il triumvirato Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi, mandò messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere sulla speranza d'una mediazione o d'un intervento estero, che andò mendicando in tutti i modi, fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia. Bisogna rendere al Manin la giustizia, ch'egli era sincero nelle sue illusioni, che non ingannò scientemente la popolazione con lusinghe, alle quali fosse estraneo; credeva davvero, che la sua città natia per — «aver destate simpatie speciali nella diplomazia d'Europa, potesse esser appoggiata dalle potenze e difesa contro le pretese dell'Austria; e, anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e diritti di città anseatica». — Ma se tanta ingenuità sia scusabile in un uomo di Stato, nel capo d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente rispose:Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri non me ne impiccio.Le risposte della Francia erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire! E se gli ambasciatori veneti non avessero avuto una benda sugli occhi, se avessero avuto più pratica di mondo, diamine se l'avrebbero capito! E poi, via, per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia ed impegnare una guerra? Che doveva importarle o giovarle la indipendenza di Venezia? Il Manin diceva: — «Intervenite per lavar l'onta di Campoformio». — Il diceva sul serio, lui: ma la Francia di quell'onta arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver cagionato il fallimento de' Peruzzi. E poi, via, che c'è davvero da arrossire per essa di Campoformio? Da arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta [pg!336] ci fu, ce ne fu solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio è per lo schiavo mercato, non per chi vende o per chi compra. — «Intervenite» — dicevano i Veneziani — «in nome della umanità». — Questi interventi filantropici son cosa da cavalieri erranti: ma l'uomo di Stato deve procurar solo il bene ed il vantaggio del proprio paese: e solo in questo modo può giovare indirettamente alla intera umanità, di cui come tale, nulla de' premergli. I retori, che sgovernavan Venezia, ripetevano: — «Noi abbiamo un diritto storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel dimostreremo». — E giù chiacchiere e sillogismi. Avete un diritto? E voi fatelo valere! Un popolo ha diritti solo quando ha forze sufficienti per farli rispettare; solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli dà ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene bene, perchè guai alla nazione, che il dimentichi!Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle ed enumerarle? Una di queste era la inespugnabilità di Venezia. «È certo, che l'Austria questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla mai colle armi, ma può prenderla con le astuzie e con le sue arti infernali;» — diceva il Manin. Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima, ch'è la prevalenza del numero e della forza, de' mezzi e della scienza militare. — «Il giornale del Mazzini dice, che la laguna basta a difendere la Venezia coi suoi ventinove forti,» — scriveva il Pepe — «e intanto il generale, che ho in Chioggia, scrivemi, di non poter difendere quel distretto con meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera non ne bastano tremila.» — È doloroso a dirsi e so, che dispiacerà il sentirlo dire; ma, se Venezia fece moltissimo, Venezia non fece (come pretendono) quanto era possibile fare. Taccio della inerzia inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia, certo non poteva: ma rompere il blocco, ma corseggiare, ma recare gravi danni al commercio austriaco, acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice [pg!337] il Carrano: — «E se a tempo avessero i primi governanti il naviglio accresciuto di un paio di fregate a vapore, e fatto più abbondante provvisione di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al mese di novembre; stagione in cui i nemici avrebbero dovuto interrompere il blocco da mare. Quindi onore più grande all'Italia. E poi da cosa non nasce cosa?» — Non tutti gli uomini atti alle armi si armarono per la difesa: molti e molti preferirono — «le facili dimostrazioni di piazza e le sterili proteste»; — e moltissimi emigrarono o stettero tranquilli alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere altrimenti; ned altrimenti accadrebbe ovunque, se non si obbligassero i cittadini poco zelanti al servizio militare.Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano come il Navagero:Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armisEt tamen audaci pectore bella geram.Confertas turbabo acies: densosque per hostesDeferar et praeceps in media arma ruam.Vivere quippe aliis; Venetis ea denique veraVita est, pro patria decubuisse sua.Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il popolo gridava: — «Vi andremo tutti,» — (e giurerei e scommetterei, che degli schiamazzatori non v'andò a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin rispose: — «Ad un popolo, che vuole difendersi, tutto serve di arma». — Parole, che parvero sublimi e si applaudirono; che oggi verrebbero fischiate. E questa diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune, e quanto sia già sfatata appo noi la rettorica di piazza. Corbellerie simili non le direbbe più neppure frate Pantaleo.Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa de' governanti. Ho già detto delle abolizioni o riduzioni di imposte. Vi si aggiunse: quel mezzo inefficacissimo di popolarità, ch'è la restituzione gratuita [pg!338] de' piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non abbiamo la distinta minuta delle spese, ma quando si legge di tre mila ed una lira pagata all'albergo Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta napolitana, di tremila lire elargite al padre Gavazzi, non si acquista un'alta idea dello accorgimento, di chi disponeva tali spese. Certo, le forze d'una città erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali si credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie in Venezia e fuori;l'elemosina per la patria, (che doveva essere raccolta da' parrochi in persona girando per la chiesa, trasformati così in agenti delle tasse); il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per gli Stati italiani a raggruzzolarvi quattrini, (intorno al quale il Manin gli scriveva: — «siamo certi, che l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno e la magia dell'affettuosa vostra parola ne assicurerebbero una copiosissima messe;» — ) l'accettazione della carta veneta dalle casse degli altri governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi avrebbe mai accettato quella carta, di cui non poteva sorvegliarsi la emissione e che non aveva credito, se non dove era imposta con la forza? Sarebbe piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come quelle monete, con le quali il diavolo comperava le anime, vi si sarebbe convertita in foglie secche. Fa ridere il leggere nominata una commissioneper istudiare e presentare un progetto tendente a menomare e possibilmente togliere gl'inconvenienti, che derivano dalle frequenti oscillazioni della carta. Il rimedio era pur semplice: ispirar fiducia nell'esito della resistenza. Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè, mentre la miseria cresceva, diminuivano i pegni al Monte; fatto, che allo Errera sembra indizio di prosperità ed a noi di diffidenza. I pegni diminuivano, non perchè la povera gente aveva denari in copia; ma perchè le ripugnava di affidar le sue masserizie preziose alle casse pubbliche.La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove) [pg!339] condannò Venezia. E non posso non notare cosa, che fa torto al cuore ed alla mente del Manin, aver egli credutopreparati a Torino i casi di Novara! Fu il suo primo pensiero all'annunzio di quel disastro, partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio dell'abdicazione di Re Carlo Alberto. Le stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato molti creduli, perchèinfinita è la turba degli sciocchi! Tanto egli era lontano, nonchè dal possedere ilsenso profetico, che l'Errera vorrebbe attribuirgli, ma dal saper estimare equamente i fatti politici più semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli affari, che ha sempre sentito parlare de' Re e della diplomazia come di mostri; che vede e sospetta sempre non so che atroce machiavellismo in ogni azione, in ogni fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le sorti della guerra avevan cominciato a volgere in peggio, che la Venezia fosse lasciata all'Austria ed il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di Sardegna insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale in un dato momento l'Austria avrebbe consentito e che si vuole anzi da essa proposta e respinta da Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si misero paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra nell'interesse dinastico.O tutto in una volta, o nulla; e non si ebbe nulla. Se si fosse fatto il medesimo nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là da venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed onesto di salvar Venezia dal giogo austriaco, separandone le sorti da quelle della rimanente Lombardia e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di tutti; era pronto nel quarantotto a gridartradimento, tradimento, se il Re, per salvare almeno la Lombardia, fosse stato costretto, come nel cinquantanove, a procrastinar l'impresa di Venezia.Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non fucata de' fatti, sorge, ned è mia colpa, un'idea del Manin diversissima da quella, che lo Errera vorrebbe darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che [pg!340] fa grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato, il quale in virtù d'una facondia non sempre di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle assemblee rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo e pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna serietà e capacità politica ed amministrativa, nonchè militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi su spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il merito spetta principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali, i quali avrebber forse fatto meglio e più, se non fossero stati vincolati ad ogni passo; e certamente avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse stata più capace. Giacchè il decretare la resistenza ad ogni costo, torna facile; si fa presto a proporre e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma nell'obbedire ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la difficoltà; e ci vuole non solo prudenza, anzi pure scienza militare, antiveggenza amministrativa, solerzia per preparare i mezzi, abilità nello impiegarli. So benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare gli allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente distruggere una gloria Italiana. Non mi curo di tali addebiti. Credo, che il vero, il pretto vero, sia sempre meglio di una illusione o d'una menzogna: la storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se pur si vuole, che ne ammaestri e ne scaltrisca. — «Tagliar la verità, come un vestito, al dosso della passione, non fa per noi;» — «Bisogna aver faccia di dir la verità ai principi, ma anche al popolo; bisogna sapere andare contro la mitraglia, ma anche contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita, ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero, ardito e quando occorre, saper contrastar alla passione;» — diceva il d'Azeglio. Troppo sarebbe pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate, esaltandole, magnificandole, mostrandone solo la parte ingannevolmente brillante: ci prepareremmo così nuove quarantottate per l'avvenire: e dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo, ce 'l mostrano la Francia, la Spagna, le repubbliche [pg!341] americane. Della difesa militare di Venezia, possiamo contentarci, perchè la migliore operazione di tal genere, che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri, da un esercito irregolare. Della condotta politica dei suoi uomini di Stato invece non possiamo appagarci in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E basterebbe anche a dimostrarla tale, il ravvedimento, ch'è la maggior gloria de' principali; il ravvedimento, con cui riconobbero poi, solo una guerra dinastica poter salvare ossia creare l'Italia e con cui portarono alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano, l'aiuto prezioso della concordia nazionale. [pg!342][pg!343]

DANIELE MANIN[pg!305]È stata pubblicata un'opera nuova, illustratrice delle vicende del M.DCCC.XLVIII. S'intitola:Daniele Manin e Venezia(1804-1853).Narrazione del prof. Alberto Errera di Venezia, corredata da documenti inediti, depositati dal generale Giorgio Manin al Museo Correr e da documenti del R. Archivio dei Frari. Firenze, successori Le Monnier, 1875. È un volume in sedicesimo di vi-524 pagine, oltre quattro innumerate, che contengono l'occhio ed il frontespizio. La correzione tipografica lascia molto a desiderare, nè corrisponde alla fama dell'officina. Per esempio, in una nota del Palmerston (pagina 180) si legge:il governo d'Italia; e deve dire:d'Inghilterra. In un resoconto (pag. 501 e segg.) si parla diRimanenza delle Corse cameralie diSomministrazione di parte d'argento, invece diCasseepaste; e v'è una trasposizione d'uno specchietto dell'attivo al passivo. Si fa dire a' giornali parigini, che, appena sbarcato il Manin in Francia,le sol devenait tout-à-coup la meilleure part de son existence: sa femme mourait. I giornali parigini avran detto molto probabilmentedévoraite nondevenait. Dico con l'Hugo:j'en passe et des meilleurs.La lingua poi di questo volume patriottico ha [pg!306] spesso più del francese e dell'ebraico, che dello Italiano. L'autore si mostra inesperto della conjugazione e del regime de' verbi. Scrive:se si avessero fatti ostacoli(pag. 27);si aveva tentato di tener prigioniera(pag. 41);si aveva pure cercato la maniera più energica(pag. 55);ospedali che si avrebbero aperti in seguito(pag. 371), eccetera. Ed in tutti questi casi andava adoperato l'ausiliarioessere, nonavere. Scrive:non curatevi(pag. 333). Ma s'ha a dire:Non vi curate; e la seconda persona plurale dello imperativo, quand'è preceduta dalla negazione, non tollera encliticbe pronominali. Scrive:pregato il Palffy a concedere(pag. 26). Ma il verbopregareregge la preposizionedi; si pregadi faree nona farealcunchè. Scrive:non può che ripetere(pag. 180);non è che un'amplificazione(pagina 155); attribuendo alchevalore dise non. Sconcio gallicismo e sozzo, invece dipuò solo ripetere,è una mera amplificazione, oppurenon può se non ripetere, eccetera. Scrive:Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacchè lo siamo(pag. 33), eccetera. Barbarismo:loè pronome, non proaggettivo; chè proaggettivo sarebbe e non pronome, se tenesse le veci di un aggettivo, com'èlibero. Scrive:Siccome il piroscafo partiva(pag. 37);siccome però il Cavedalis continuava(pag. 211); adoperandosiccomenel senso dipoichè, là dove in italiano useremmo semplicemente il verbo al gerundio:Partendo il piroscafo;ma continuando il Cavedalis. Scrive:notizie di maggior levatura(pag. IV). Ma la levatura è degli uomini; egli volea dire:di maggior momento. Scrive:il via va(pag. 407); ma si dicevia vai. Scrivetogliermi di dosso le anella(pag. 387), con quanta improprietà, non è chi non vegga. Le anella soglionsi portare alle dita: si potrebber torre di dosso solo a chi se le avesse nascoste in altre parti; ad un soldato, che le occultasse nel zaino, nella mucciglia, nel sacco, via. Scrive:il di lui comando(pag. 273). Ma va detto:il comando di lui; o, come venne pure scritto (per esempio da ser Giovanni Fiorentino, nella [pg!307] Novella II della Giornata IV delPecorone— «Era tanto ricco, che le lui ricchezze non avevano nè fine, nè fondo» — ) ed a me piacerebbe, e gioverebbe alla chiarezza, ma non è prevalso nell'uso:il lui comando. Scrive d'un incendio:nè si potè salvare il tetto ed una parte del primo piano(pag. 382). E probabilmente vuol dire dell'ultimo piano, ch'è il più vicino al tetto, giacchè, abbruciato il primo, anche i superiori sarebbero necessariamente crollati. Di simili sgrammaticature ed improprietà, potrei citarne:... mille altre ancor, ch'io ne tralascio,Per restringer gran massa in picciol fascio.Piacemi solo di notare eziandio lo epiteto diideologoappiccato proprio a torto al Lamartine,qui n'en peut mais; ed uno sproposito enorme di geografia (pag. 423) commesso ponendo il campo di battaglia della Cernaja:là nella Troade antica. Mi giova credere, che lo Errera volesse dirTauride; la Troade è altrove.Ma in libri simili, anzi in qualunque scrittura, gl'Italiani, a torto secondo me, non badano ora affatto alla purezza dello eloquio ed alla proprietà. Dalle ridicolaggini de' puristi, i quali riponevano tutta l'arte dello scrivere nello adoperar soltanto parole e locuzioni, autorizzate da esempli dal trecento e del cinquecento, siamo precipitati in una licenza stomachevole, che non si vergogna nè di barbarismi, nè di solecismi, nè di sgrammaticature, nè di spropositi ortografici.Prescindendo dunque dalla lingua e dallo stile, facciamoci ad esaminare il contenuto del volume. L'autore dice: — «Il nostro ufficio è quello di scrivere la vita di un uomo in relazione ai tempi, nei quali visse, non l'epopea della resistenza (di Venezia).» — Ma in realtà egli ha inteso scrivere una istoria discretamente minuta della città di Venezia nel biennio 1848-1849. Particolari nuovi sulla [pg!308] vita del Manin, ed in quel tempo e prima e dopo, non ce ne dà punti; almeno, che siano di qualche momento. Ma espone tutte le vicende della rivoluzione veneziana: le politiche, le militari, le finanziarie. Ed il tema era bello, attraente per la parte drammatica, utile per gl'insegnamenti, che possono ricavarsene:Le istorie nostre, in molte parti sparte,Andrien raccolte e farne una sustanza.Se non che, pur troppo, al narratore manca l'arte di ritrarre i fatti con evidenza; di esporli con ordine; di raggrupparli sapientemente; di delinearli co' particolari necessarî alla piena loro intelligenza; di colpirli, in quanto hanno di più caratteristico, in guisa da presentarci un quadro logicamente combinato, onde scaturisca una idea, un chiaro concetto e compiuto degli avvenimenti. La narrazione va sempre saltelloni, innanzi ed indietro; ora anticipa, ora retrocede; spesso si ripete; spesso s'interrompe, rimandando altrove; spesso tace quanto più c'importerebbe, od accenna, senza indicarli preciso, essere avvenuti fatti, che occorrerebbe almeno ricordarci per farci comprendere il seguito. Insomma, il difetto di economia nel disegno dello scritto e la esecuzione abborracciata sono evidenti.Per esempio... (A me non piace asserir checchessia senza corroborar con pruove ed esempli l'asserzione); dunque, per esempio, nelProemiosi parla molto dellalotta legale, sostenuta dal Manin e terminata col suo arresto, senza informarci in che propriamente consistesse, di quali mezzi si servisse, quale scopo si prefiggesse. Dunque, si parla de' suoi interrogatorî e di quelli del Tommasèo, tacendo gli argomenti di essi; e non ci si dice, che temesse e che bramasse sapere l'autorità austriaca da que' due. Dunque, le discussioni dell'Assemblea de' deputati della provincia di Venezia, che il quattro luglio M.DCCC.XLVIII votò la fusione col Piemonte, vengon [pg!309] narrate due volte, nel capitolo IV e nell'VIII, e parecchi altri simili duplicati ingrossano il volume e perturbano e stancano il lettore. Dunque, spessissimo l'autore se n'esce con un — «Intanto erano accaduti fatti gravi in Italia;» — e, sebbene la nozione di essi fatti sia indispensabile per capire quanto siegue, e quantunque basterebbe lo accennarli anche crudamente con quattro parole, preferisce lasciare al leggitore la fatica e l'impiccio di rammentarseli, se può. C'è un lungo capitolo sulla guerra; ebbene non una parola, che spieghi quale fosse il sistema di difesa prescelto da' difensori di Venezia. Una volta è detto che: — «al 7 e l'8 (luglio 1848) avvenivano ancora fatti, che tornano a lode di Venezia e del suo estuario». — (E, sia detto fra parentesi, che un fatto possa tornare a lode di Venezia, il comprendo; ma a lode dell'Estuario? Per Venezia s'intende la cittadinanza veneziana e la guarnigione; ma perEstuariocosa s'intenderà? Chi direbbe, che la battaglie di Salamina tornò a lode dell'Egeo? Questo si chiama scrivere secondo la maniera di G. Vittorio Rovani, autore di un libello contro il Manin, pubblicato tra'Documenti della Guerra Santa d'Italia. Capolago. Tipografia Elvetica. Gennaio 1850; il quale dice, d'un tale, ch'e'correva da(sic)Manin, ad imbandirgli grosse pastoje di menzogne, innestate sul vero. Un imbandigione di pastoje! e delle pastoje innestate! Ma chiudiamo la parentesi e torniamo a bomba). Bene, c'incuriosiamo; ameremmo conoscerli, questi fatti onorevoli per Venezia eper l'Estuario, e non possiamo appurare di che si tratti; il libro è muto. La lotta dei partiti, la tenzone fra gli unionisti ed i repubblicani federalisti, traspare, si suppone, ma non viene narrata, non che particolareggiata.E talvolta sorge il sospetto, che le ommissioni, i silenzî, non siano senza malizia; e certo, riescono ad indurti in errore sullo stato della città assediata, sulle condizioni e lospirito, come suol dirsi, della cittadinanza e della guarnigione. Per esempio, si accenna [pg!310] confusamente alla proposta del Tommasèo di porre una iscrizione in luogo pubblico — «ad Agostino Stefani muratore, che si offerse a dar fuoco là, dov'era il nemico sul ponte; e per isbaglio fu ucciso dai suoi.» — Il fatto, che narrato così, sembra cosa innocente e comune, meritava d'essere spiegato meglio. Eccolo, come si legge nelleMemorie Storiche dell'Artiglieria Bandiera-Moro. — «Agostino Stefani, muratore, erasi offerto il trenta di maggio (M.DCCC.XLIX) al colonnello Cosenz, allora comandante la batteria del Ponte, per accendere una mina sotto ad un arco presso gli avamposti nemici. Davagli il proprio nome, aggiungendo:l'opera è ardita, potrei rimanervi. Il Cosenz ne prese nota nel portafogli. Lo Stefani si spinse sopra leggiera barchetta dall'uno all'altro arco, cercando possibilmente nascondersi al nemico; ma, avendo la barca dato nel secco, messosi egli in acqua, se la spingeva dinanzi faticosamente. Due ore dopo i lavoranti, ignari della cosa, e sinistramente interpretando i segni, ch'egli facea col cappello verso di loro, a dimostrare, ch'era ancor vivo, vedendo quest'uomo così lontano da loro, il ritennero una spia del nemico e ne riferirono tosto all'ufficiale sorvegliante i lavori; il quale spedì alcune barche a quella volta. Ricondotto lo Stefani, disse a sua scusa, essere stato colà spedito da un ufficialein occhiali(i quali appunto il Cosenz portava). Intanto, ch'ei subiva l'interrogatorio dell'Ulloa, comandante il circondario, corre tra' lavoranti la voce, che fu ritrovato nella barca dell'arrestato l'occorrente per dar fuoco ad una mina, ch'egli era quindi un traditore, perchè voleva far saltare il piazzale. Lo Ulloa, essendo per disgrazia assente il colonnello Cosenz, non credendosi bastantemente istrutto a giudicarlo, il manda alla prefettura d'ordine pubblico». — Fin qui tutto è naturale e va bene; ma ora viene il brutto. — «Rimesso in barca lo Stefani in mezzo ai soldati, la moltitudine inferocita grida al traditore; e non [pg!311] vale all'infelice il protestarsi innocente ed Italiano, che il prendono a sassi. La barca avvicinatasi alla riva, sette od otto più furenti si slanciano in acqua, si avventano contro l'infelice, e, trattolo a terra, a furia di sassi e di badili il resero vittima d'un patriottico furore.» — La narrazione del Carrano, meno particolareggiata, concorda sostanzialmente con questa, bench'egli, ufficiale, racconti la cosa in modo, che il lettore possa credere non essere stato nessun militare presente alla cattura ed allo scempio dello Stefani; tanto comprendeva la condotta della truppa non essere stata lodevole. Quali conseguenze ricaviamo da questo racconto? Che in Venezia, allora, non v'era più nè sicurezza pubblica, nè disciplina, nè giustizia. Non è detto, che i soldati di scorta difendessero il malcapitato, anche facendo fuoco contro la moltitudine inferocita, anche a costo della propria vita, com'era stretto dover loro. Non è detto, che alcuno fosse incriminato e punito per l'atto iniquo. Non si tratta di un semplice errore della giustizia militare sommaria, cosa triviale ed inevitabile nelle guerre; si tratta, che la plebe scatenata ammazzava i sospetti senza formalità di giudizio alcuno, e che non v'era nè forza per contrastare a misfatti siffatti, nè potere per punirli. Ma naturalmente allo Errera non fa conto di narrare e porre in luce questo avvenimento ed altri, che gli guasterebbono il quadro ideale d'una Venezia tranquilla internamente, malgrado le privazioni dell'assedio e la semianarchia; d'una popolazione nondemoralizzata(scusate la brutta parola) da quindici mesi di rivoluzione! Quadro ideale, che sventuratamente non è vero e che, fortunatamente, non è possibile!Poichè il Manin doveva campeggiare nel suo libro, esserne il protagonista, ci aspetteremmo a trovarne ben caratterizzata e scolpita la figura; a trovarvi ritratto quel, ch'e' pensasse e sentisse e soffrisse in un tanto e strano incalzar di vicende; come e perchè le sue opinioni si modificassero per opera [pg!312] e degli eventi e della riflessione; come e perchè il repubblicano pervicace e diffidente facesse votar la fusione; e come e perchè poi l'esule divenisse monarchico. Che bel campo per l'artista ed il psicologo! Ma niente affatto: qui abbiamo un lavoro imperfetto di rappresentazione e nessun lavoro di analisi. L'operato ed il pensato dal Manin sono insufficientemente esposti, e ci rimangono poco chiari e precisi innanzi alla mente. Ed è peccato: perchè, senza essere idolatri del Manin, senza volerne esagerare i meriti e porgli sotto a' piedi un piedistallo sproporzionato; come pure senza attribuire al popolo ed alla guarnigione di Venezia virtù e meriti fantastici, senz'andare in estasi innanzi alla saviezza d'una Assemblea, che non fece rivivere il senno de' magnifici Senatori della Serenissima, senza prorompere in inni vacui sull'eroismo de' combattenti; dobbiamo freddamente riconoscere, che, tutto sommato, fra le vergogne e le ridicolaggini del quarantotto, la difesa di Venezia fu una discreta pagina e non disonorevole, una pagina, che può ricordarsi con qualche orgoglio. Certo nessun'altra città insorta, assediata, senza presidio di esercito regolare, senza governo ben fondato, ha fatto altrettanto in questo secolo, ha dato spettacolo simile, aveva uomini di tal tempra. E Parigi ed Argentina, investite dagli Alemanni negli anni scorsi ed in grado di far molto più, fecero in sostanza molto meno. Il tema meriterebbe d'esser trattato meglio, d'esser trattato ammodo, con buoni criteri e con buona grammatica; e speriamo, che sia per trovarsi chi il faccia, avvalendosi anche delle fonti austriache e de' rapporti consolari, che dovranno pure, quando che sia, divenire accessibili. E questo istorico futuro, che invoco, potrà anche ricavar qualche notizia opportuna da taluno degli ottanta documenti (fra' quali ve n'ha pure degl'inediti), che lo Errera ha radunati o piuttosto affastellati in fondo al suo volume e che ne sono l'unica parte in qualche modo pregevole.[pg!313]II.Certo, uno storico dev'essere innamorato del tema suo. Se egli non pruova una predilezione particolare per l'epoca, pe' fatti, per gli uomini, dei quali prende a narrare, non conchiuderà nulla di buono. — «Se, a detta di un ultimo estetico (lo Eckardt,) la scelta geniale della stoffa è per la fantasia una specie di scelta nuziale; que' capricciosi, che, alla guisa degli Spartani, ammogliansi a colei, che prima loro capitò dinanzi nelle tenebre, non rivelano gusto individuale e rimangono estranei alle loro opere». — Così, benissimo, al solito suo, il nostro Antonio Tari. — Ma questa simpatia non deve essere di tal fatta da far velo alla mente mai. Devi compiacerti di quegli uomini e di quegli eventi; non rappresentar gli uomini e gli eventi in modo, che a te piacciano; non fingerteli così e così per poi compiacerti della creazione della tua fantasia. Questa è opera da poeta, non da istorico, al quale nè l'amor di patria, nè l'amor di parte, che suol essere anche più forte, ahimè! debbono offuscar l'intelletto, cui nessuno affetto deve indurre a declinar minimamente dal vero.Io affermo presso i popoli moderni non conoscersi più cosa sia davvero patriottismo ed eroismo. L'eroismo ed il patriottismo non possono trovarsi nel cuore d'un popolo moderno in quel grado, in quella limpida schiettezza, che ammiriamo nelle pagine delle storie antiche. E sapete chi li ha uccisi, o per dir meglio, cionchi e monchi? Quella, che chiamano civiltà; la mitezza, anzi effeminatezza, anzi eviratezza de' costumi moderni; il rispetto delle persone e delle proprietà private, sancito dalle consuetudini della guerra; lo svolgimento del diritto internazionale; lo affratellamento degli uomini; e tanti altri pretesi progressi, invocati come una benedizione, iniziati da' filosofi e da' giuristi, che hanno risparmiato molte lagrime e molti misfatti, ma che, per fatale compenso, infiacchiscono, affievoliscono, [pg!314] debilitano i più nobili sentimenti dell'animo umano ed i più benefici.Per qual ragione i popoli antichi difendevano con tanta pertinacia la libertà loro; e, senza intempestivi giuramenti e ridicoli, combattevano davvero fino allo stremo? Perchè anteponevano comunemente la morte alla resa? Perchè ci dettero tanti esempli memorandi di città, che preferirono la distruzione all'aprir le porte? di castella, onde il nemico si impadronì solo, quando furono un mucchio di rovine; e nel senso letterale della espressione, non già per modo di dire e per iperbole, come avviene delle fortezze o delle città moderne? Perchè quella concordia, quella unanimità ne' partiti disperati? e plebaglia e femminelle e gaudenti e vegliardi e persino i fanciulli consenzienti nel proprio scempio, irridenti il vincitore? Perchè Sagunto, perchè Cartagine?La risposta è agevolissima: perchè allora la sorte del vinto era effettivamente e per ogni verso (non già solo metaforicamente e moralmente), peggior della morte. Il vinto diventava cosa: perdeva proprietà, famiglia, libertà individuale. Non si trattava della semplice libertà politica o della mutazione di principato, come nelle guerre moderne; non solo di interessi ideali e morali, che il volgo, le donne, i fanciulli, i doviziosi, i dediti al lucro comprendon poco. Il vinto vedeva confiscati gli averi suoi, farne bottino, ripartirli fra' vincitori; si vedeva contaminar sotto gli occhi le donne di casa ed i figliuoli e vendere e sparpagliare come un branco di pecore; lui stesso era fatto schiavo, venduto adoperato a fatiche esorbitanti, condannato a peggio, che un ergastolo. Qual meraviglia, se, per evitare tanti mali, per allontanarli almeno, anche i fiacchi ed i dappoco ostinatamente, pervicacemente durassero alla fame, alla prepotenza? se respingessero superbamente ogni patto? Le guerre navali fra turchi e cristiani erano accanite, perchè? perchè i prigioni od a fil di spada od incatenati sui banchi de' rèmigi. Se gli abitanti di Strasburgo, di Metz, di Parigi, eccetera, avessero [pg!315] avuto a temere quel fato, ch'era la sorte ammessa e convenuta dei vinti nelle guerre antiche, oh quali resistenze eroiche avremmo forse da ammirare! E chi sa? resistenza eroica vuol dir forse vittoria: di cosa nasce cosa. Ma invece ora, anche a' più indomiti, basta loaver soddisfatto all'esigenze dell'onor militare, basta aver fatto buona figura, come dicono. La guerra diventa un torneo fra gli eserciti. Si fa di tutto per diminuirne gli orrori. E non si considera, se questa diminuzione di orrori non sia per caso con discapito della grandezza morale degli animi. Al Machiavelli sagacissimo non poteva isfuggire un tal fatto: — «Il modo del vivere di oggi, rispetto alla cristiana religione, non impone quella necessità al difendersi, che anticamente era. Perchè allora gli uomini vinti in guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro vita miseramente; le terre vinte, o si desolavano, o n'erano cacciati gli abitatori, tolti i loro beni, mandati dispersi per il mondo, tanto che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria. Da questo timore spaventati, gli uomini tenevano gli esercizî militari vivi, ed onoravano chi era eccellente in quelli. Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta; de' vinti pochi se ne ammazza, niuno se ne tiene lungamente prigione, perchè con facilità si liberano. Le città, ancora che elle si sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne' beni loro, in modo, che il maggior male, che si teme, è una taglia; talmente, che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari e stentare tutta vita sotto quelli, per fuggire quelli pericoli, de' quali temono poco». —L'assedio di Venezia riconduce naturalmente nella mente l'assedio di un'altra città, simile nella costruzione a Venezia, fabbricata anch'essa sovra isolette in mezzo alle acque ed accessibile solo per mezzo degli argini, dalla terra ferma, come Venezia solo pel ponte della Laguna. Io parlo di quella Temistitan asteca, (che sorgeva, dov'ora è la Messico [pg!316] castigliana), espugnata dal Cortese ne' M.D.XXI. E si noti, che i Temistitanesi si trovarono in condizioni peggiori de' Veneziani. L'estuario era sgombro di navi austriache, e solcato dalle nostre; mentre il lago di Messico era signoreggiato da' brigantini spagnuoli. La superiorità delle armi degl'invasori dell'America sulle difese degli indigeni, era infinita; l'agglomerazione di bocche inutili, stoltamente eccessiva. Le descrizioni de' patimenti de' poveri anaguachesi fanno raccapriccio. Terminate le provisioni, mangiavano insetti, mangiavan radici di piante lacustri; morivan d'inedia, antropofagheggiavano:de los niños, no quedó nadie, que las mismas madres y padres los comían (que era gran lástima de ver, y mayormente de sufrir).Eppure, nè la fame giunta a tal segno, nè la pestilenza, nè l'inutilità della difesa, nè le morti (che il Cortez stimava a cendiciassettemile e l'Ixtlilxocitl fa ascendere a dugenquarantamila,) poterono indurre quel popolo, cui pur si offeriva una capitolazione onorevole, a cedere; e la città dovette essere conquistata a palmo a palmo, nello stretto significato della espressione, abbattendone a mano a mano gli edificî e ricolmandone i canali, ed ammazzando quanti s'incontravano. Se Guatimozino avesse avuto polvere da sparo, non c'è dubbio al mondo, ch'e' si sarebbe fatto saltare in aria; e non c'è dubbio al mondo; che i sudditi avrebbero acconsentito senza mormorare a perir tutti così. A' tempi nostri, nello stato della civiltà nostra, con le molli tempre nostre, sarebbe assurdo il pretendere, che si rinnovassero simili esempli. Ma questa impossibilità del pieno eroismo ed assoluto, non è forse da compiangere, da deplorare? Paragonato all'assedio di Temistitan, quello di Venezia sembra come un assalto di scherma di fronte al duello fra Achille ed Ettore.Comunque sia, l'assedio di Venezia è divenuto per gl'Italiani una leggenda, i cui santi protagonisti sono Guglielmo Pepe e Daniele Manin. Ma la fama del Manin ha oscurata quella del Pepe, quantunque, trattandosi d'un assedio, parrebbe giusto, che il [pg!317] primo alloro toccasse al capo militare e non già al capo civile, la cui sola missione doveva essere di somministrare al primo i mezzi di prolungare e sostener la difesa. Certo è, che il Pepe ha una sola statua, a Torino, e postagli dalla pietà della vedova; ed un busto a Catanzaro, che per esser posto nell'atrio dello Asilo Infantile, sembra una satira. E busto e statua sono opere infelici e non ritraggono adeguatamente la bellezza veneranda del vegliardo, ch'era stato un tempo il più bel giovane di Napoli e dello esercito di Gioacchino. — Al Manin invece (se non è strettamente vero quel, che dice lo Errera, che — «Torino, Milano, Firenze, Genova e quante sono le illustri città d'Italia,glieressero un monumento o una lapide, o del suo nome intitolarono una via o un Istituto» — perchè, per esempio, e tacendo di molte altre, nè Napoli, nè Bologna, nè Catania, città d'Italia anch'esse e tra le più illustri, gli han decretati onori siffatti); al Manin il plauso è più concorde, più prolungato. Ma perchè? Per gli atti delle sue dittature ed amministrazioni? Niente affatto. Il vero motivo di quegli onori, sproporzionati alle opere, ve lo accenna il dabben Cibrario, dicendo: — «Io ho sempre rispettato e rispetto tutte le opinioni, che muovono da intimo convincimento, e trovo naturalissimo, che a Venezia, con sì splendide memorie di repubblica, vi fossero repubblicani. Onorerei Daniele Manin di tutto cuore, quand'anche fosse morto repubblicano; ma più l'onoro e l'amo per avere con nobile e raro esempio riconosciuto più tardi e dichiarato, che la salvezza d'Italia stava nella bandiera e nella spada, che il Re di Sardegna avea consacrata a redimere questagran madre d'eroi, saturnia terra.» —Così è. La popolarità Italiana del Manin comincia nel M.DCCC.LVI. Il presidente e dittatore di una effimera repubblichetta e microscopica, sarebbe ora dimenticato dalla nazione, se, come altri, avesse perfidiato nello sterile repubblicaneggiare (e mi si [pg!318] perdoni l'epiteto poco parlamentare) stolido; rimarrebbe al più al più venerato da un partitello, da un manipolo, da una chiesuola, da una setta. Noi non lodiamo ed onoriamo il presidente ed il dittatore; ma un poco il presidente, che, sebbene di mala grazia, seppe ripudiar la repubblica il tre luglio M.DCCC.XLVIII e far votare la fusione col Piemonte; e moltissimo l'esule, che essendo stato presidente e dittatore, ancorchè di repubblica effimera e microscopica, seppe passare bravamente il Rubicone, rinnegare il passato, rinnegare lo assurdo ideale giovanile, ravvedersi, distruggere il partito repubblicano, far tacere le discordie, che avevan cagionato in gran parte le catastrofi e le vergogne del quarantotto, persuadere tante teste deboli ed incolte, unite però a cuori generosi e braccia forti, della necessità e della bontà della Monarchia unitaria. Questo atto il rende caro alla nazione tutta e pregiato. Questo atto rivela più fortezza d'animo, che la presa dell'Arsenale e la difesa di Venezia, e giovò molto più all'unificazione d'Italia ed alla liberazione. Tolto questo, la vita di lui sarebbe quella di un agitatore e d'un rivoluzionario volgare, come ce n'ha tanti.III.Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica, sentimentale ed ingenuo molto ed irrequieto amante di libertà non ben determinata, come accade agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del quarantotto. Gli avvocati, gl'ingenui e quanti non hanno propositi ben chiari non sogliono esser gente adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo, chiamava in ballo la politica e l'onor nazionale, o c'entrasse o non c'entrasse, a proposito ed a sproposito. Così, per esempio, nella quistione della ferrovia ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto ricorrere a' capitalisti esteri, cupidi, non di giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e credere, [pg!319] che i capitalisti possano esser cupidi d'altro, è ingenuità classica. Pare, che la immensa maggioranza degli azionisti non avesse fede alcuna nella direzione Italiana della società, non la stimasse capace e s'impensierisse dello avviamento preso dagli affari. Alcuni dunque proposero di cedere allo Stato la costruzione e la gestione della ferrovia sino al compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo, io, che di simili faccende non m'intendo, non oso affermare. Il Manin, che non credo se n'intendesse molto più di me, lo oppugnava. Voglio anche, ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti finanziarî, invece di provare all'adunanza, che la Direzione Italiana offriva loro più guarentige e migliori dello appoggiare al governo la costruzione, fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a fischiate e di cui non possono rileggersi senza riso de' brani come questo: — «Accettare la proposta porterebbe una nuova e grande umiliazione nazionale.» — L'umiliazione nazionale c'entrava come il cavolo a merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita di azionisti! La mancanza di approposito e di senso pratico venne redarguita dalla quasi unanimità, che approvò la proposta.Bene osserva il Rovani, che: — «se ci facciamo a riandare il tempo speso prima della rivoluzione dal più degli Italiani, che nel M.DCCC.XLVIII si posero o furono posti a presiedere governi, e a capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno tanta materia di racconto, di considerazioni e di giudizi, che la storia della lor vita di preparazione, potrebbe assorbire per avventura quella della loro vita di azione». — Ciascuno di loro era divenuto celebre per iscritti. — «Tutti dal più al meno erano noti all'universale... gran tempo prima, che scoppiasse la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin. Ei si presenta all'ingresso della rivoluzione tutto solo e poco noto e quasi nudo di memorie e d'opere. Uomo senza passato». —Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile, [pg!320] anzi fanciullesca, con la quale la nazione credette affrancarsi e costituirsi a furia di chiacchiere, stimando, che il chiacchierare fosse operare. Gli uomini, che salivano repentinamente al potere o riempivano le assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano su pe' giornali o capitaneggiavano schiere, erano per lo più impari ed impreparati alle difficoltà politiche, economiche, amministrative, militari, le quali non possono risolversi con delle belle frasi. Ma credevano in buona fede, che si potesse governare, amministrare, guerreggiare per ispirazione, entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel modo com'ogni giovinotto crede di poter poetare. Ora, che la pratica della vita libera ha diffuso il senso politico, non c'è chi non rida di certe idee e di certe pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani, che fan fiasco negli esami liceali, perfidiano nell'ammirare e sognano d'imitare quandochessia (che mai non se ne dia loro l'occasione!)Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima, dico. Nèd in arte, nèd in politica meritano indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a quelli, che s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando l'arte di governare, quanto è detto nelRomanzo Borghesedi Antonio Furetière di chi verseggia senza studio: — «Belastre se hazarda de repondre que c'estoient des vernt faicts par des gentils hommes qui n'en sçavoient point les régles, qui les faisoient par pure galanterie sans avoir leu de livre et sans que ce fust leur mestier:Hò par la mort, non pas da ma vie, reprit chaudement Charrossellespourquoy diable s'en mes-lent-ils si ce n'est pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé d'avoir fait une méchante marmite, ou un forgeron une pantoufle mal faicte, en disant que ce n'est pas son mestier d'en faire? Ne se mouqueroit-on pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession de valeur si, pour faire le galand, il allait monster à la bréche et monstrer là sa poltronnerie?». — Giustissime sono le osservazioni del [pg!321] Vitet: — «La gioventù, che spolitica, non pensa affatto, che dalla sera al mattino può accaderle di veder crollare in un battibaleno per subita tempesta quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna; ed innalzarsi, quanto fantastica, e quindi di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata alla manovra senza saperne boccata, e di non potere reggere il timone se non con mani inesperte. Dov'è chi si prepari e si eserciti anticipatamente alle funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga come correggere quanti censura, avido di particolari e nozioni pratiche invece di teoriche ampollose e di generalità vacue».Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate ed alimentate da Pio IX, la repubblica in Francia e finalmente i fatti di Vienna, il ritiro del Metternich e le concessioni imperiali, imbaldanzivano gli agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori, che non osavan più reprimere, nè condursi risolutamente, ignorando se gli atti loro sarebbero poi approvati, dubitando della stabilità della Monarchia Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina e distribuì le armi al popolo, quando appunto la libertà di stampa e di riunione rendevano più pericolosa quella concessione e quella distribuzione ai disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron subito i fucili e le daghe contro di lui. Fu la ripetizione della storia d'Argante che grida a' guerrieri cristiani:Questa sanguigna spada è quella stessa.Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,Ch'udirà la novella ei volentieri.E caro esser gli dee, che 'l suo bel donoSia conosciuto al paragon sì buono.Ditegli, che vederne omai s'aspetti,Ne le viscere sue più certa pruova;E quando d'assalirne ei non s'affrettiVerrò non aspettato ov'ei si truova.[pg!322] La disciplina si rilascia e la speranza della impunità, che balena agli occhi del volgo, il fa irrompere in atti di ferocia. Gli arsenalotti assassinano il loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio non impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e puniscono incontanente, esemplarmente gli autori. Le guardie civiche, capitanate dal Manin ed assicurate senza dubbio della complicità della truppa, irrompono nello Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed, ordinando loro un maggior Boday di operare, atto, che lo Errera qualifica ditrama subdola(sic!), si ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa comune col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale a molto buon mercato, non per virtù propria, non pe' discorsi del Manin, ma perchè la guarnigione infranse e trasgredì il giuramento militare, qual che se ne fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy perdono sempre più la testa e vien loro un po' di tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del Boday e consiglia di operare, rispondono presso a poco come quel Re appo il Cornelio:Si ce désordre était sans chef et sans conducteJe voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le poche forze fedeli ancora, il contagio della insubordinazione; sbigottito dalle notizie di Milano e delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo forse ad ordini superiori; bramosi certo di salvar la pelle propria e de' compagni: capitolarono. Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha avuto il coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici sulle rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente [pg!323] questi fatti, compendiando un discorso del Manin:.... Si scuote, si rinfiamma ed ardeD'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,Con l'opre nuove, che non son bugiarde.Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisceL'austriaca possa; e quell'altier prestigioDe' vanti austriaci in un balen svanisce.Bastan due giorni all'immortal prodigio.Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi, senza troppo riflettere, proclamata una repubblica. Perchè la repubblica? — «Perchè non basta avere «abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne «uno nuovo; ed il più adatto cisembraquello «della repubblica, cherammenti le glorie passate». — Così il Manin: ma la ragionenon ci sembramolto soda. Una forma di governo non si sceglie per amore di reminiscenze storiche, come il nome di un neonato; per memoria d'una gloria, che fu; di una gloria, per giunta, molto antica ed annebbiata dalle vergogne posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio mel perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere il primo presidente d'una Venezia democratica, come un Manin era stato l'ultimo doge d'una Venezia aristocratica.Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì tristi frutti. Parve ispirato da municipalismo, dal desiderio di scindersi da Milano e soverchiarla; suscitò diffidenze nella rimanente Italia e nelle provincie Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha lasciate memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali di esse si credevano in obbligo di esortare il Governo provvisorio di Venezia — «a manifestare sentimenti di larghissima nazionalità per togliere del tutto i motivi del malumore;» — e nel subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento della unione con la Lombardia, e dimostravano in [pg!324] mille modi la poca fiducia. Il Governo nominata dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza e ministri e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo gli usi quarantotteschi, un artigiano, il quale non so davvero, che lumi potesse portare sulle materie, che discutevansi, di tanto momento e premura. Perchè bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti e Mestieri! Ma forse, con un po' di buon senso, e non avendo la pretesa della scienza infusa, sarà riuscito almeno soltanto inutile, non dannoso, come il Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di reggere uno Stato e di condur gli affari, ministri ed ambasciadoripour rire, da commedia. Stava zitto almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno evita di dire e di scrivere corbellerie: e quante se ne dicevano e scrivevano allora, uff! Lo stesso Errera è costretto a convenire, che parecchie note (leggi: quasi tutte) della repubblica del quarantotto, — «sono ispirate ad una lirica e ad un sentimento, che poco si addicono alla ragion di Stato: per ciò soprattutto si distinguono gli scritti del Tommaseo». — Dell'inopportunità delle cui proposte sovrabbondano gli esempli; e la cui leggerezza come diplomatico venne spesso redarguita persino dal Manin, che gli scriveva: — «Ameremmo, che foste meno proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei giornali, destituite di verità». — Ma veramente tutti peccarono: ed il Manin in questo caso ricorda chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi della trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come suol dirsi più volgarmente la padella, che dice al tegame:fatti in là, chè tu mi tengi.Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e diverso: subordinarsi ad un altro Stato Italiano già costituito, e preparare armi e denaro, denari ed armi, mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse e leve ci volevano. Questo appunto non si seppe, appunto non si volle fare. E non si volle fare per non perdere la popolarità ed i plausi della piazza. Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî, [pg!325] invece di far denari si abolirono e diminuirono e riscossero male le imposte, invocando poi doni patriottici e sovvenzioni nazionali, che poco potevan fruttare e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche del Medio Evo:De tributo Caesaris nemo cogitabat,Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in agitazione continua co' circoli, con le piazzette, con le arringhe, distraendola dal lavoro, dandole un'idea falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli. Quanti guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero essi circoli ed esse piazzate, lo Errera tace od accenna appena: son la parte vergognosa dell'assedio di Venezia; ma giova non dimenticarla, non occultarla. L'indole festaiuola di tutte le plebi e sventuratamente in modo particolare delle Italiane, ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto di patriottismo. Come se le passeggiate, le piazzate, le chiassate, le ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie, le processioni, le rassegne, iTe-Deum, eccetera, eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria, che non distraggan troppo dal lavoro, che non ne disavvezzino ed il rendano increscevole; io le comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di redenzione, quando non si è ancor definitivamente acquistato nulla, anticipar le allegrezze ed i panegirici, è per lo meno puerile. Il volgo si assuefaceva allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar le parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali come atti eroici, che dispensano dalle battaglie, dalle privazioni, dal morir per la patria. Il libro dell'Errera v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi; più giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete, forse ubbriaco, (l'ubbriachezza sola può servirgli in certo modo di scusa, sebbene inescusabile essa stessa) a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada del [pg!326] Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giuròdi morire per San Marco. Non siamo informati, se fu uomo di parola: scommetterei di no. Ma, se un preteguappoe sanguinario, può sembrar lodevole, a chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote il levita del vecchio testamento; noi non dobbiamo dimenticare, che la religione cattolica imponeva a quel messere di non far differenza alcuna fra' suoi concittadini e lo straniero, di amarli del pari. Nè queste cerimonie ispiravan sensi di dignità alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè marzo, espulsi gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion di Vinegia: — «le guardie civiche, fra l'allegrezza ed il plauso, trascinarono il cocchio, nel quale stavano il vescovo, il delegato, il podestà ed i capitani della guardia civica». — Così pure Piersilvestro Leopardi narra: — «che in Brescia, gli studenti (?) per onorare Gioberti, che viaggiava meco, vollero tirarci la carrozza per più di due miglia». — Ecco gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo; mente turbata dalla fede religiosa ardentissima; uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio Regno, ma più di acquistar gloria propugnando una causa, la quale gli sembrava santa. E non per quelle ragioni solo, che la fanno stimar tale a voi ed a me, anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia, nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge:Non poteris alterius gentis hominem Regem facere qui non sit frater tuus.— «Non potrai darti per Re lo straniero, che non t'è fratello». — L'indipendenza nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta dalla scrittura, era un domma per quel generoso. Fu chiaro sin dal principio, che l'unità e soprattutto (chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno) che l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione, sostegno, propugnatore, speranza, oltre il Re di Sardegna. La causa nostra dovea vincer seco o cader seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con [pg!327] un esercito numeroso ed agguerrito, sebbene, come poi si vide, insufficiente per l'impresa. Del Re Bomba il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed al maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente Italia poteva dar solo forze tumultuarie e di poco conto.Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe del Durando, quel che ne scriveva il Mérimée:Un de mes amis qui revient d'Italie a été pillé par des volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il est impossible de faire battre les Italiens, excepté les Piémontais qui ne peuvent être partout.Credo, che lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al postutto poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in ogni esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio; gente degna della forca e che finisce sulla forca. Ma pur troppo ned i volontarî romani, ned i toscani erano in grado di tener testa in campo aperto ad un esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio ne scriveva confidenzialmente alla mogliera.Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza d'Italia poteva aversi solo per opera di Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi l'immediata fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che fossero stati in fondo repubblicani, perchè in somma delle somme, se non altro, ilgiogo piemontesesarebbe stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o perchè un po' di buon senso basta a suggerire, che le quistioni politiche s'hanno a risolvere una per volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio di Venezia erano federalisti, sebbene si vergognassero di apertamente confessarlo; eran federalisti vergognosi, crittofederalisti.Il Tommaseo scriveva al Leopardi: — «Potete ben credere, che l'unità vera della nazione è da me ardentemente desiderata; ma mi duole, che taluni si sforzino di ottenere una qualche aggregazione parziale, con modi o fraudolenti o violenti, i quali fanno al Piemonte torto o danno, e preparano [pg!328] nuove scissure, forse non meno deplorabili delle antiche». — Chi nondesidera, anzivuole, l'unità vera d'un popolo, ch'è la politica, affretta le aggregazioni parziali, le quali conducono ad essa, con tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i carciofi si mangiano in un sol boccone, anzi a foglia a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi nell'Assemblea veneta un discorso per provare, che: — «decidere subito sulla condizione politica di Venezia non era inevitabile, non utile, non decoroso: noninevitabile, perchè l'immediata fusione non faceva sgombrare il nemico, nè forniva danari e milizie; nonutile, perchè il decidere allora diceva timore, o sarebbe stato un peso e una umiliazione di più; nondecorosoper Re Carlo Alberto, cui si toglieva occasione di operare con magnanimità per farne un avventuriere che mercanteggi le battaglie, e cerchi non il premio, ma il prezzo». — Da ultimo uscì in campo — «con una generosa proposta, acciocchè il patriottico Trentino fosse unificato all'Italia» — come dice l'Errera; proposta, la cui opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno; ma che almeno non era ignobile, come l'altra del Bellinato, il quale volea stipulare il mantenimento del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli di Genova.Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente a guerra finita e frattanto la continuazione di tanti governucoli, i quali, se fossero stati di devoti al Re e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia. Carlo Alberto poi arrischiasse vita e corona, mettesse a repentaglio la dinastia, eccetera (mentre costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo comoda e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per esser quindi a guerra finita, congedato anche, se occorre, da una congrega di letterati e di avvocati, da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini! Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie, grazie alla leva ed alle imposte, dovevano [pg!329] essere obbligatorî; ma quelli delle provincie poi, il cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici ed arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti erano un po' leonine, fatte a questo modo; e la leoninità può scusarsi od almeno accettarsi, sol quando ci s'impone dal più forte.L'unione col Piemonte era una tal necessità, che, quando il mare cominciò a turbarsi, s'impose a quei retori, sebbene la volessero di malgarbo, come un ferito consente all'amputazione. Le provincie erano loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia perfidiava nell'essere un po' autonomista. Il Manin stesso (ad un cui moto generoso pur si deve la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: — «Ciò in Venezia sembrava ai più essereintempestivoe pericoloso: intempestivo, perchè stimavasi, che la quistione dovesse risolversi a territorio sgombro ed a guerra finita;pericoloso, perchè la guerra avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè nazionale, e quindi, perdute le simpatie dei popoli italiani e di altri popoli liberi d'Europa e destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». — La miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti. L'Italia ha potuto costituirsi solo quando tutti si son ben persuasi, gl'interessi di una dinastia e della nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni inoperose non avevamo a curarci. Ma validi aiuti esteri potevano solo sperarsi da' negozianti d'un governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso; ed il principio monarchico solo, altamente proclamato, poteva disarmare taluni sospetti e frenare le irruenze pericolose, contenere la piazza e far prevalere la volontà non degli schiamazzatori, anzi del vero popolo, che non è chiassone e piazzaiuolo, che non va scambiato con la folla, la quale s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e tante volte è facile a disperdersi con l'offrir loro da bere. (Vedi Documento XLIII dello Errera).L'Unione francamente accettata da' Ducati, era [pg!330] francamente desiderata dalle Provincie Lombardo-Venete. Il municipio bresciano rispondeva al Gioberti ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare i coscritti della leva ordinata dal Governo Provvisorio: — «Si fa di tutto; ma i Bresciani non vogliono servire i signori di Milano. Facciano la fusione col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno subito». — Qui lascio la parola al Cibrario: — «Milano, già travagliata da una setta, che si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta con pensieri discordi e perciò con mano assai debole dal Governo provvisorio, vincolò la fusione a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea costituente, che ordinasse le forme del reggimento interno, non solo rispetto alla Lombardia, che abbisognava d'organizzazione, ma rispetto all'antica monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar le armi a pro d'Italia, perchè giàab anticoera fortemente organizzata. Condizione nuovissima nella storia, che portava in grembo una nuova ed intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano spingersi agli ultimi termini della democrazia e mutare di fatto, se non di nome, il Re in presidente di repubblica. Qualche membro del Governo provvisorio parteggiava per la repubblica. Il presidente invece e gli altri, opinavano, che la Costituente, eletta sulle basi del voto universale, presentasse una guarentigia immensa di moderazione. Il Re, sdegnando di scendere a mercato sulla maggiore o minore autorità, che gli si dovesse attribuire, egli, che combatteva per un principio e non certo per gl'interessi della Corona, accettò senza palese ripugnanza anche quella condizione, benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero con gran calore, che dovea respingersi. Invece Urbano Rattazzi orò, perchè si accettasse. Egli dicea tra sè:O saremo vincitori e col favor della vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea sarà continuamente per noi; o vinti, e non sarà più il caso d'un'Assemblea costituente». — Lealtà [pg!331] rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano. Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber venuti dopo, s'è quasi indotti a stimar provvidenziale la sconfitta, che fece metter senno a tante menti incomposte e confuse, preparando la concordia del cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie, di quali ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe dato lo spettacolo doloroso una costituente? Ci saremmo visti condotti ad un conflitto tra 'l potere esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un colpo di Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione del secondo, funesta, simile a quella dell'Assemblea nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte, si dichiarava antimonarchico e faceva prevedere qual parte si riserbasse nella futura costituente, rifiutando di continuare al potere e dicendo: — «Fui, sono e resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non posso esser niente; posso esser dell'opposizione, ma non di Governo». — Insomma que' signori volevano, che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero per loro; e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi le antiche provincie, non lasciarsi annettere essi agli Stati Sardi.Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello dei Commissari piemontesi, che durò quattro giorni. Venezia non poteva nulla da sè: tutto dipendeva dalle sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo avrebbero avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto; ma, disfatti i piemontesi, per Venezia non sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto giovava, occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi l'uso del mare pe' trasporti, e preparando un nerbo di soldati, i quali però avevan bisogno di tempo, ma tempo assai, prima di poter riuscire utili in campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo scriveva al Pepe: — «Caro generale, questa truppa di gente oziosa, indisciplinata e diversa è a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela, vi preghiamo, fuori al più presto». — Il Pepe al [pg!332] Leopardi: — «Ascendono queste truppe a diciottomila uomini e forse più, nelle quali manca la disciplina e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli ufficiali superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». — «Sono qui combattendo difficoltà d'ogni genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far partire con la forza de' gendarmi il generale duca Lante. Ciò vi mostra la disciplina, che ho qui trovata. Non ho meno di diciottomila e seicento uomini; ma bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli di mille cose, che mancano». — Si chiedevan sempre denari ed uomini al Re, (che non poteva mandarne e distrarne dallo esercito, perchè, come dice il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio tutta la fortuna e sol parte delle forze); e frattanto gli s'imponevano patti! L'insipienza amministrativa del Manin e compagni, e nei provvedimenti e nella scelta del personale, era stata proprio troppa. Basti citare lo aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare un comando, quel Zucchi, che firmava poi la capitolazione di Palmanova, portante, chela città riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista ancora di munizioni da bocca e da guerra, si rendeva spontanea. Ed i repubblicani milanesi accoglievano quindi con ovazioni e — «levavano alle stelle quel pover uomo rimbambito, col fine altamente proclamato di farne un competitore al Re Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» — come testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini; prodigo di fiducia, facile ad esser ingannato. Venezia formicolava di spie austriache. — «E che sia il vero» — scrive il Carrano — «venne in mano del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale, disponendo le difese, faceva noto quel, che a sei ore della sera del ventisei ottobre avea saputo, cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita da Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu detto, che un tenente-colonnello Juin, comandante di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...[pg!333] Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra. Era poi a capo della polizia un certo Renzowich, il quale si aveva tutta guadagnata la confidenza del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo la caduta di Venezia, furono veduti in gran dimestichezza col nemico. Così quel brav'uomo, che era l'amato presidente del Governo veneziano, si faceva canzonare da simili furfanti». — Aggiungerò ancor quanto del Cavedalis stesso scriveva il Rovani nel M.DCCC.L: — «Il Cavedalis, anima dell'anima di (sic) Manin, senza di cui egli non osava portare più innanzi il peso della dittatura; quel Cavedalis, dopo essere stato triumviro del Governo libero della risorta Venezia, sta ora come direttore della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî dell'Austria». —Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere un po' d'ordine e tirare innanzi; non s'illudevano, non avevan cieche fiducie. Lo Errera dice, che a furia d'errorisi alienava l'animo de' cittadini; e fra questierroripone: l'aver dato lo sfratto a gente malsicura; l'aver ingiunto, che le armi militari fossero consegnate da' privati sotto pena di multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti tumultuosi; l'aver vietato — «ai giovani delle scuole di esercitarsi nelle armi più che una volta per settimana, mentre urgeva, che il paese fosse agguerrito» — eccetera. Dove siano gli errori, non so. Agguerrir si dovevano gli uomini, non i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti ed imparar la grammatica. I battaglioni della speranza e simili ragazzate, per le qualiinorgoglivaes'intenerivail Manin, sono trastulli da tempi sereni e non vinsero mai battaglie. O vogliam dire, che lo errore fosse nel permettere quella esercitazione settimanale? nel non proclamar lo stato d'assedio per reprimere i tumulti e pene personali severissime per ricuperar le armi?Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva, non la rinunzia alla sovranità di Venezia, anzi solo [pg!334] lo sgombero di essa dalle forze piemontesi, la plebe gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e proclamò la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva, ma dittatura militare, perchè se dittatura è riunione di tutti i poteri in una persona per raggiunger meglio uno scopo determinato29, e se in Venezia si trattava unicamente della difesa, non era senno dar la somma delle cose in mano a chi del difender piazze e dell'arte della guerra era ignaro affatto. E della ingerenza del Manin nelle cose militari si duol di continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta con quella data funesta dell'XI agosto, quasi a ricordanza d'un fausto evento, quasi da quel giorno, che per ogni avveduto era il principio della fine, cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella coniazione fu una cattiva azione. A' repubblicani rincresceva il breve rinsavimento. La città avrebbe dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e del battaglione piemontese, che le circostanze della guerra allontanavano, ostinatamente riaffermare sino allo stremo il voto della unione. Sarebbe proprio bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò solo avesse il diritto di costituirsi in istato indipendente! Ottima cosa fu l'idea di proseguir nella difesa, — «perocchè non impossibile ilripigliarsipiù tardi la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia propizio; e all'uopo Venezia forte, con esercito meglio intanto agguerrito, poteva essere di grande aiuto e sostegno» — come dice il Carrano; ed anche per semplice pruova di valore Italiano, per ispirare stima di noi, per non far cadere una seconda volta il leone di San Marcosenza mandar ruggito. Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame [pg!335] delle spade:Non isguainarmi senza giusto motivo; non rinfoderarmi senza onore.Ma non c'era bisogno di proclamar la repubblica: questa parola non dava forza, tutt'altro.Pure la proclamazione fece gridare il Manin:Salvatore della patria, che non salvò, nè poteva salvare. I titoli anticipati son di malaugurio. Il triumvirato Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi, mandò messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere sulla speranza d'una mediazione o d'un intervento estero, che andò mendicando in tutti i modi, fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia. Bisogna rendere al Manin la giustizia, ch'egli era sincero nelle sue illusioni, che non ingannò scientemente la popolazione con lusinghe, alle quali fosse estraneo; credeva davvero, che la sua città natia per — «aver destate simpatie speciali nella diplomazia d'Europa, potesse esser appoggiata dalle potenze e difesa contro le pretese dell'Austria; e, anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e diritti di città anseatica». — Ma se tanta ingenuità sia scusabile in un uomo di Stato, nel capo d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente rispose:Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri non me ne impiccio.Le risposte della Francia erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire! E se gli ambasciatori veneti non avessero avuto una benda sugli occhi, se avessero avuto più pratica di mondo, diamine se l'avrebbero capito! E poi, via, per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia ed impegnare una guerra? Che doveva importarle o giovarle la indipendenza di Venezia? Il Manin diceva: — «Intervenite per lavar l'onta di Campoformio». — Il diceva sul serio, lui: ma la Francia di quell'onta arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver cagionato il fallimento de' Peruzzi. E poi, via, che c'è davvero da arrossire per essa di Campoformio? Da arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta [pg!336] ci fu, ce ne fu solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio è per lo schiavo mercato, non per chi vende o per chi compra. — «Intervenite» — dicevano i Veneziani — «in nome della umanità». — Questi interventi filantropici son cosa da cavalieri erranti: ma l'uomo di Stato deve procurar solo il bene ed il vantaggio del proprio paese: e solo in questo modo può giovare indirettamente alla intera umanità, di cui come tale, nulla de' premergli. I retori, che sgovernavan Venezia, ripetevano: — «Noi abbiamo un diritto storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel dimostreremo». — E giù chiacchiere e sillogismi. Avete un diritto? E voi fatelo valere! Un popolo ha diritti solo quando ha forze sufficienti per farli rispettare; solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli dà ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene bene, perchè guai alla nazione, che il dimentichi!Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle ed enumerarle? Una di queste era la inespugnabilità di Venezia. «È certo, che l'Austria questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla mai colle armi, ma può prenderla con le astuzie e con le sue arti infernali;» — diceva il Manin. Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima, ch'è la prevalenza del numero e della forza, de' mezzi e della scienza militare. — «Il giornale del Mazzini dice, che la laguna basta a difendere la Venezia coi suoi ventinove forti,» — scriveva il Pepe — «e intanto il generale, che ho in Chioggia, scrivemi, di non poter difendere quel distretto con meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera non ne bastano tremila.» — È doloroso a dirsi e so, che dispiacerà il sentirlo dire; ma, se Venezia fece moltissimo, Venezia non fece (come pretendono) quanto era possibile fare. Taccio della inerzia inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia, certo non poteva: ma rompere il blocco, ma corseggiare, ma recare gravi danni al commercio austriaco, acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice [pg!337] il Carrano: — «E se a tempo avessero i primi governanti il naviglio accresciuto di un paio di fregate a vapore, e fatto più abbondante provvisione di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al mese di novembre; stagione in cui i nemici avrebbero dovuto interrompere il blocco da mare. Quindi onore più grande all'Italia. E poi da cosa non nasce cosa?» — Non tutti gli uomini atti alle armi si armarono per la difesa: molti e molti preferirono — «le facili dimostrazioni di piazza e le sterili proteste»; — e moltissimi emigrarono o stettero tranquilli alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere altrimenti; ned altrimenti accadrebbe ovunque, se non si obbligassero i cittadini poco zelanti al servizio militare.Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano come il Navagero:Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armisEt tamen audaci pectore bella geram.Confertas turbabo acies: densosque per hostesDeferar et praeceps in media arma ruam.Vivere quippe aliis; Venetis ea denique veraVita est, pro patria decubuisse sua.Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il popolo gridava: — «Vi andremo tutti,» — (e giurerei e scommetterei, che degli schiamazzatori non v'andò a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin rispose: — «Ad un popolo, che vuole difendersi, tutto serve di arma». — Parole, che parvero sublimi e si applaudirono; che oggi verrebbero fischiate. E questa diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune, e quanto sia già sfatata appo noi la rettorica di piazza. Corbellerie simili non le direbbe più neppure frate Pantaleo.Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa de' governanti. Ho già detto delle abolizioni o riduzioni di imposte. Vi si aggiunse: quel mezzo inefficacissimo di popolarità, ch'è la restituzione gratuita [pg!338] de' piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non abbiamo la distinta minuta delle spese, ma quando si legge di tre mila ed una lira pagata all'albergo Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta napolitana, di tremila lire elargite al padre Gavazzi, non si acquista un'alta idea dello accorgimento, di chi disponeva tali spese. Certo, le forze d'una città erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali si credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie in Venezia e fuori;l'elemosina per la patria, (che doveva essere raccolta da' parrochi in persona girando per la chiesa, trasformati così in agenti delle tasse); il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per gli Stati italiani a raggruzzolarvi quattrini, (intorno al quale il Manin gli scriveva: — «siamo certi, che l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno e la magia dell'affettuosa vostra parola ne assicurerebbero una copiosissima messe;» — ) l'accettazione della carta veneta dalle casse degli altri governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi avrebbe mai accettato quella carta, di cui non poteva sorvegliarsi la emissione e che non aveva credito, se non dove era imposta con la forza? Sarebbe piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come quelle monete, con le quali il diavolo comperava le anime, vi si sarebbe convertita in foglie secche. Fa ridere il leggere nominata una commissioneper istudiare e presentare un progetto tendente a menomare e possibilmente togliere gl'inconvenienti, che derivano dalle frequenti oscillazioni della carta. Il rimedio era pur semplice: ispirar fiducia nell'esito della resistenza. Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè, mentre la miseria cresceva, diminuivano i pegni al Monte; fatto, che allo Errera sembra indizio di prosperità ed a noi di diffidenza. I pegni diminuivano, non perchè la povera gente aveva denari in copia; ma perchè le ripugnava di affidar le sue masserizie preziose alle casse pubbliche.La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove) [pg!339] condannò Venezia. E non posso non notare cosa, che fa torto al cuore ed alla mente del Manin, aver egli credutopreparati a Torino i casi di Novara! Fu il suo primo pensiero all'annunzio di quel disastro, partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio dell'abdicazione di Re Carlo Alberto. Le stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato molti creduli, perchèinfinita è la turba degli sciocchi! Tanto egli era lontano, nonchè dal possedere ilsenso profetico, che l'Errera vorrebbe attribuirgli, ma dal saper estimare equamente i fatti politici più semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli affari, che ha sempre sentito parlare de' Re e della diplomazia come di mostri; che vede e sospetta sempre non so che atroce machiavellismo in ogni azione, in ogni fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le sorti della guerra avevan cominciato a volgere in peggio, che la Venezia fosse lasciata all'Austria ed il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di Sardegna insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale in un dato momento l'Austria avrebbe consentito e che si vuole anzi da essa proposta e respinta da Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si misero paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra nell'interesse dinastico.O tutto in una volta, o nulla; e non si ebbe nulla. Se si fosse fatto il medesimo nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là da venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed onesto di salvar Venezia dal giogo austriaco, separandone le sorti da quelle della rimanente Lombardia e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di tutti; era pronto nel quarantotto a gridartradimento, tradimento, se il Re, per salvare almeno la Lombardia, fosse stato costretto, come nel cinquantanove, a procrastinar l'impresa di Venezia.Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non fucata de' fatti, sorge, ned è mia colpa, un'idea del Manin diversissima da quella, che lo Errera vorrebbe darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che [pg!340] fa grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato, il quale in virtù d'una facondia non sempre di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle assemblee rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo e pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna serietà e capacità politica ed amministrativa, nonchè militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi su spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il merito spetta principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali, i quali avrebber forse fatto meglio e più, se non fossero stati vincolati ad ogni passo; e certamente avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse stata più capace. Giacchè il decretare la resistenza ad ogni costo, torna facile; si fa presto a proporre e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma nell'obbedire ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la difficoltà; e ci vuole non solo prudenza, anzi pure scienza militare, antiveggenza amministrativa, solerzia per preparare i mezzi, abilità nello impiegarli. So benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare gli allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente distruggere una gloria Italiana. Non mi curo di tali addebiti. Credo, che il vero, il pretto vero, sia sempre meglio di una illusione o d'una menzogna: la storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se pur si vuole, che ne ammaestri e ne scaltrisca. — «Tagliar la verità, come un vestito, al dosso della passione, non fa per noi;» — «Bisogna aver faccia di dir la verità ai principi, ma anche al popolo; bisogna sapere andare contro la mitraglia, ma anche contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita, ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero, ardito e quando occorre, saper contrastar alla passione;» — diceva il d'Azeglio. Troppo sarebbe pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate, esaltandole, magnificandole, mostrandone solo la parte ingannevolmente brillante: ci prepareremmo così nuove quarantottate per l'avvenire: e dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo, ce 'l mostrano la Francia, la Spagna, le repubbliche [pg!341] americane. Della difesa militare di Venezia, possiamo contentarci, perchè la migliore operazione di tal genere, che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri, da un esercito irregolare. Della condotta politica dei suoi uomini di Stato invece non possiamo appagarci in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E basterebbe anche a dimostrarla tale, il ravvedimento, ch'è la maggior gloria de' principali; il ravvedimento, con cui riconobbero poi, solo una guerra dinastica poter salvare ossia creare l'Italia e con cui portarono alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano, l'aiuto prezioso della concordia nazionale. [pg!342][pg!343]

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È stata pubblicata un'opera nuova, illustratrice delle vicende del M.DCCC.XLVIII. S'intitola:Daniele Manin e Venezia(1804-1853).Narrazione del prof. Alberto Errera di Venezia, corredata da documenti inediti, depositati dal generale Giorgio Manin al Museo Correr e da documenti del R. Archivio dei Frari. Firenze, successori Le Monnier, 1875. È un volume in sedicesimo di vi-524 pagine, oltre quattro innumerate, che contengono l'occhio ed il frontespizio. La correzione tipografica lascia molto a desiderare, nè corrisponde alla fama dell'officina. Per esempio, in una nota del Palmerston (pagina 180) si legge:il governo d'Italia; e deve dire:d'Inghilterra. In un resoconto (pag. 501 e segg.) si parla diRimanenza delle Corse cameralie diSomministrazione di parte d'argento, invece diCasseepaste; e v'è una trasposizione d'uno specchietto dell'attivo al passivo. Si fa dire a' giornali parigini, che, appena sbarcato il Manin in Francia,le sol devenait tout-à-coup la meilleure part de son existence: sa femme mourait. I giornali parigini avran detto molto probabilmentedévoraite nondevenait. Dico con l'Hugo:j'en passe et des meilleurs.

La lingua poi di questo volume patriottico ha [pg!306] spesso più del francese e dell'ebraico, che dello Italiano. L'autore si mostra inesperto della conjugazione e del regime de' verbi. Scrive:se si avessero fatti ostacoli(pag. 27);si aveva tentato di tener prigioniera(pag. 41);si aveva pure cercato la maniera più energica(pag. 55);ospedali che si avrebbero aperti in seguito(pag. 371), eccetera. Ed in tutti questi casi andava adoperato l'ausiliarioessere, nonavere. Scrive:non curatevi(pag. 333). Ma s'ha a dire:Non vi curate; e la seconda persona plurale dello imperativo, quand'è preceduta dalla negazione, non tollera encliticbe pronominali. Scrive:pregato il Palffy a concedere(pag. 26). Ma il verbopregareregge la preposizionedi; si pregadi faree nona farealcunchè. Scrive:non può che ripetere(pag. 180);non è che un'amplificazione(pagina 155); attribuendo alchevalore dise non. Sconcio gallicismo e sozzo, invece dipuò solo ripetere,è una mera amplificazione, oppurenon può se non ripetere, eccetera. Scrive:Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacchè lo siamo(pag. 33), eccetera. Barbarismo:loè pronome, non proaggettivo; chè proaggettivo sarebbe e non pronome, se tenesse le veci di un aggettivo, com'èlibero. Scrive:Siccome il piroscafo partiva(pag. 37);siccome però il Cavedalis continuava(pag. 211); adoperandosiccomenel senso dipoichè, là dove in italiano useremmo semplicemente il verbo al gerundio:Partendo il piroscafo;ma continuando il Cavedalis. Scrive:notizie di maggior levatura(pag. IV). Ma la levatura è degli uomini; egli volea dire:di maggior momento. Scrive:il via va(pag. 407); ma si dicevia vai. Scrivetogliermi di dosso le anella(pag. 387), con quanta improprietà, non è chi non vegga. Le anella soglionsi portare alle dita: si potrebber torre di dosso solo a chi se le avesse nascoste in altre parti; ad un soldato, che le occultasse nel zaino, nella mucciglia, nel sacco, via. Scrive:il di lui comando(pag. 273). Ma va detto:il comando di lui; o, come venne pure scritto (per esempio da ser Giovanni Fiorentino, nella [pg!307] Novella II della Giornata IV delPecorone— «Era tanto ricco, che le lui ricchezze non avevano nè fine, nè fondo» — ) ed a me piacerebbe, e gioverebbe alla chiarezza, ma non è prevalso nell'uso:il lui comando. Scrive d'un incendio:nè si potè salvare il tetto ed una parte del primo piano(pag. 382). E probabilmente vuol dire dell'ultimo piano, ch'è il più vicino al tetto, giacchè, abbruciato il primo, anche i superiori sarebbero necessariamente crollati. Di simili sgrammaticature ed improprietà, potrei citarne:

... mille altre ancor, ch'io ne tralascio,Per restringer gran massa in picciol fascio.

... mille altre ancor, ch'io ne tralascio,Per restringer gran massa in picciol fascio.

... mille altre ancor, ch'io ne tralascio,

Per restringer gran massa in picciol fascio.

Piacemi solo di notare eziandio lo epiteto diideologoappiccato proprio a torto al Lamartine,qui n'en peut mais; ed uno sproposito enorme di geografia (pag. 423) commesso ponendo il campo di battaglia della Cernaja:là nella Troade antica. Mi giova credere, che lo Errera volesse dirTauride; la Troade è altrove.

Ma in libri simili, anzi in qualunque scrittura, gl'Italiani, a torto secondo me, non badano ora affatto alla purezza dello eloquio ed alla proprietà. Dalle ridicolaggini de' puristi, i quali riponevano tutta l'arte dello scrivere nello adoperar soltanto parole e locuzioni, autorizzate da esempli dal trecento e del cinquecento, siamo precipitati in una licenza stomachevole, che non si vergogna nè di barbarismi, nè di solecismi, nè di sgrammaticature, nè di spropositi ortografici.

Prescindendo dunque dalla lingua e dallo stile, facciamoci ad esaminare il contenuto del volume. L'autore dice: — «Il nostro ufficio è quello di scrivere la vita di un uomo in relazione ai tempi, nei quali visse, non l'epopea della resistenza (di Venezia).» — Ma in realtà egli ha inteso scrivere una istoria discretamente minuta della città di Venezia nel biennio 1848-1849. Particolari nuovi sulla [pg!308] vita del Manin, ed in quel tempo e prima e dopo, non ce ne dà punti; almeno, che siano di qualche momento. Ma espone tutte le vicende della rivoluzione veneziana: le politiche, le militari, le finanziarie. Ed il tema era bello, attraente per la parte drammatica, utile per gl'insegnamenti, che possono ricavarsene:

Le istorie nostre, in molte parti sparte,Andrien raccolte e farne una sustanza.

Le istorie nostre, in molte parti sparte,Andrien raccolte e farne una sustanza.

Le istorie nostre, in molte parti sparte,

Andrien raccolte e farne una sustanza.

Se non che, pur troppo, al narratore manca l'arte di ritrarre i fatti con evidenza; di esporli con ordine; di raggrupparli sapientemente; di delinearli co' particolari necessarî alla piena loro intelligenza; di colpirli, in quanto hanno di più caratteristico, in guisa da presentarci un quadro logicamente combinato, onde scaturisca una idea, un chiaro concetto e compiuto degli avvenimenti. La narrazione va sempre saltelloni, innanzi ed indietro; ora anticipa, ora retrocede; spesso si ripete; spesso s'interrompe, rimandando altrove; spesso tace quanto più c'importerebbe, od accenna, senza indicarli preciso, essere avvenuti fatti, che occorrerebbe almeno ricordarci per farci comprendere il seguito. Insomma, il difetto di economia nel disegno dello scritto e la esecuzione abborracciata sono evidenti.

Per esempio... (A me non piace asserir checchessia senza corroborar con pruove ed esempli l'asserzione); dunque, per esempio, nelProemiosi parla molto dellalotta legale, sostenuta dal Manin e terminata col suo arresto, senza informarci in che propriamente consistesse, di quali mezzi si servisse, quale scopo si prefiggesse. Dunque, si parla de' suoi interrogatorî e di quelli del Tommasèo, tacendo gli argomenti di essi; e non ci si dice, che temesse e che bramasse sapere l'autorità austriaca da que' due. Dunque, le discussioni dell'Assemblea de' deputati della provincia di Venezia, che il quattro luglio M.DCCC.XLVIII votò la fusione col Piemonte, vengon [pg!309] narrate due volte, nel capitolo IV e nell'VIII, e parecchi altri simili duplicati ingrossano il volume e perturbano e stancano il lettore. Dunque, spessissimo l'autore se n'esce con un — «Intanto erano accaduti fatti gravi in Italia;» — e, sebbene la nozione di essi fatti sia indispensabile per capire quanto siegue, e quantunque basterebbe lo accennarli anche crudamente con quattro parole, preferisce lasciare al leggitore la fatica e l'impiccio di rammentarseli, se può. C'è un lungo capitolo sulla guerra; ebbene non una parola, che spieghi quale fosse il sistema di difesa prescelto da' difensori di Venezia. Una volta è detto che: — «al 7 e l'8 (luglio 1848) avvenivano ancora fatti, che tornano a lode di Venezia e del suo estuario». — (E, sia detto fra parentesi, che un fatto possa tornare a lode di Venezia, il comprendo; ma a lode dell'Estuario? Per Venezia s'intende la cittadinanza veneziana e la guarnigione; ma perEstuariocosa s'intenderà? Chi direbbe, che la battaglie di Salamina tornò a lode dell'Egeo? Questo si chiama scrivere secondo la maniera di G. Vittorio Rovani, autore di un libello contro il Manin, pubblicato tra'Documenti della Guerra Santa d'Italia. Capolago. Tipografia Elvetica. Gennaio 1850; il quale dice, d'un tale, ch'e'correva da(sic)Manin, ad imbandirgli grosse pastoje di menzogne, innestate sul vero. Un imbandigione di pastoje! e delle pastoje innestate! Ma chiudiamo la parentesi e torniamo a bomba). Bene, c'incuriosiamo; ameremmo conoscerli, questi fatti onorevoli per Venezia eper l'Estuario, e non possiamo appurare di che si tratti; il libro è muto. La lotta dei partiti, la tenzone fra gli unionisti ed i repubblicani federalisti, traspare, si suppone, ma non viene narrata, non che particolareggiata.

E talvolta sorge il sospetto, che le ommissioni, i silenzî, non siano senza malizia; e certo, riescono ad indurti in errore sullo stato della città assediata, sulle condizioni e lospirito, come suol dirsi, della cittadinanza e della guarnigione. Per esempio, si accenna [pg!310] confusamente alla proposta del Tommasèo di porre una iscrizione in luogo pubblico — «ad Agostino Stefani muratore, che si offerse a dar fuoco là, dov'era il nemico sul ponte; e per isbaglio fu ucciso dai suoi.» — Il fatto, che narrato così, sembra cosa innocente e comune, meritava d'essere spiegato meglio. Eccolo, come si legge nelleMemorie Storiche dell'Artiglieria Bandiera-Moro. — «Agostino Stefani, muratore, erasi offerto il trenta di maggio (M.DCCC.XLIX) al colonnello Cosenz, allora comandante la batteria del Ponte, per accendere una mina sotto ad un arco presso gli avamposti nemici. Davagli il proprio nome, aggiungendo:l'opera è ardita, potrei rimanervi. Il Cosenz ne prese nota nel portafogli. Lo Stefani si spinse sopra leggiera barchetta dall'uno all'altro arco, cercando possibilmente nascondersi al nemico; ma, avendo la barca dato nel secco, messosi egli in acqua, se la spingeva dinanzi faticosamente. Due ore dopo i lavoranti, ignari della cosa, e sinistramente interpretando i segni, ch'egli facea col cappello verso di loro, a dimostrare, ch'era ancor vivo, vedendo quest'uomo così lontano da loro, il ritennero una spia del nemico e ne riferirono tosto all'ufficiale sorvegliante i lavori; il quale spedì alcune barche a quella volta. Ricondotto lo Stefani, disse a sua scusa, essere stato colà spedito da un ufficialein occhiali(i quali appunto il Cosenz portava). Intanto, ch'ei subiva l'interrogatorio dell'Ulloa, comandante il circondario, corre tra' lavoranti la voce, che fu ritrovato nella barca dell'arrestato l'occorrente per dar fuoco ad una mina, ch'egli era quindi un traditore, perchè voleva far saltare il piazzale. Lo Ulloa, essendo per disgrazia assente il colonnello Cosenz, non credendosi bastantemente istrutto a giudicarlo, il manda alla prefettura d'ordine pubblico». — Fin qui tutto è naturale e va bene; ma ora viene il brutto. — «Rimesso in barca lo Stefani in mezzo ai soldati, la moltitudine inferocita grida al traditore; e non [pg!311] vale all'infelice il protestarsi innocente ed Italiano, che il prendono a sassi. La barca avvicinatasi alla riva, sette od otto più furenti si slanciano in acqua, si avventano contro l'infelice, e, trattolo a terra, a furia di sassi e di badili il resero vittima d'un patriottico furore.» — La narrazione del Carrano, meno particolareggiata, concorda sostanzialmente con questa, bench'egli, ufficiale, racconti la cosa in modo, che il lettore possa credere non essere stato nessun militare presente alla cattura ed allo scempio dello Stefani; tanto comprendeva la condotta della truppa non essere stata lodevole. Quali conseguenze ricaviamo da questo racconto? Che in Venezia, allora, non v'era più nè sicurezza pubblica, nè disciplina, nè giustizia. Non è detto, che i soldati di scorta difendessero il malcapitato, anche facendo fuoco contro la moltitudine inferocita, anche a costo della propria vita, com'era stretto dover loro. Non è detto, che alcuno fosse incriminato e punito per l'atto iniquo. Non si tratta di un semplice errore della giustizia militare sommaria, cosa triviale ed inevitabile nelle guerre; si tratta, che la plebe scatenata ammazzava i sospetti senza formalità di giudizio alcuno, e che non v'era nè forza per contrastare a misfatti siffatti, nè potere per punirli. Ma naturalmente allo Errera non fa conto di narrare e porre in luce questo avvenimento ed altri, che gli guasterebbono il quadro ideale d'una Venezia tranquilla internamente, malgrado le privazioni dell'assedio e la semianarchia; d'una popolazione nondemoralizzata(scusate la brutta parola) da quindici mesi di rivoluzione! Quadro ideale, che sventuratamente non è vero e che, fortunatamente, non è possibile!

Poichè il Manin doveva campeggiare nel suo libro, esserne il protagonista, ci aspetteremmo a trovarne ben caratterizzata e scolpita la figura; a trovarvi ritratto quel, ch'e' pensasse e sentisse e soffrisse in un tanto e strano incalzar di vicende; come e perchè le sue opinioni si modificassero per opera [pg!312] e degli eventi e della riflessione; come e perchè il repubblicano pervicace e diffidente facesse votar la fusione; e come e perchè poi l'esule divenisse monarchico. Che bel campo per l'artista ed il psicologo! Ma niente affatto: qui abbiamo un lavoro imperfetto di rappresentazione e nessun lavoro di analisi. L'operato ed il pensato dal Manin sono insufficientemente esposti, e ci rimangono poco chiari e precisi innanzi alla mente. Ed è peccato: perchè, senza essere idolatri del Manin, senza volerne esagerare i meriti e porgli sotto a' piedi un piedistallo sproporzionato; come pure senza attribuire al popolo ed alla guarnigione di Venezia virtù e meriti fantastici, senz'andare in estasi innanzi alla saviezza d'una Assemblea, che non fece rivivere il senno de' magnifici Senatori della Serenissima, senza prorompere in inni vacui sull'eroismo de' combattenti; dobbiamo freddamente riconoscere, che, tutto sommato, fra le vergogne e le ridicolaggini del quarantotto, la difesa di Venezia fu una discreta pagina e non disonorevole, una pagina, che può ricordarsi con qualche orgoglio. Certo nessun'altra città insorta, assediata, senza presidio di esercito regolare, senza governo ben fondato, ha fatto altrettanto in questo secolo, ha dato spettacolo simile, aveva uomini di tal tempra. E Parigi ed Argentina, investite dagli Alemanni negli anni scorsi ed in grado di far molto più, fecero in sostanza molto meno. Il tema meriterebbe d'esser trattato meglio, d'esser trattato ammodo, con buoni criteri e con buona grammatica; e speriamo, che sia per trovarsi chi il faccia, avvalendosi anche delle fonti austriache e de' rapporti consolari, che dovranno pure, quando che sia, divenire accessibili. E questo istorico futuro, che invoco, potrà anche ricavar qualche notizia opportuna da taluno degli ottanta documenti (fra' quali ve n'ha pure degl'inediti), che lo Errera ha radunati o piuttosto affastellati in fondo al suo volume e che ne sono l'unica parte in qualche modo pregevole.

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II.Certo, uno storico dev'essere innamorato del tema suo. Se egli non pruova una predilezione particolare per l'epoca, pe' fatti, per gli uomini, dei quali prende a narrare, non conchiuderà nulla di buono. — «Se, a detta di un ultimo estetico (lo Eckardt,) la scelta geniale della stoffa è per la fantasia una specie di scelta nuziale; que' capricciosi, che, alla guisa degli Spartani, ammogliansi a colei, che prima loro capitò dinanzi nelle tenebre, non rivelano gusto individuale e rimangono estranei alle loro opere». — Così, benissimo, al solito suo, il nostro Antonio Tari. — Ma questa simpatia non deve essere di tal fatta da far velo alla mente mai. Devi compiacerti di quegli uomini e di quegli eventi; non rappresentar gli uomini e gli eventi in modo, che a te piacciano; non fingerteli così e così per poi compiacerti della creazione della tua fantasia. Questa è opera da poeta, non da istorico, al quale nè l'amor di patria, nè l'amor di parte, che suol essere anche più forte, ahimè! debbono offuscar l'intelletto, cui nessuno affetto deve indurre a declinar minimamente dal vero.Io affermo presso i popoli moderni non conoscersi più cosa sia davvero patriottismo ed eroismo. L'eroismo ed il patriottismo non possono trovarsi nel cuore d'un popolo moderno in quel grado, in quella limpida schiettezza, che ammiriamo nelle pagine delle storie antiche. E sapete chi li ha uccisi, o per dir meglio, cionchi e monchi? Quella, che chiamano civiltà; la mitezza, anzi effeminatezza, anzi eviratezza de' costumi moderni; il rispetto delle persone e delle proprietà private, sancito dalle consuetudini della guerra; lo svolgimento del diritto internazionale; lo affratellamento degli uomini; e tanti altri pretesi progressi, invocati come una benedizione, iniziati da' filosofi e da' giuristi, che hanno risparmiato molte lagrime e molti misfatti, ma che, per fatale compenso, infiacchiscono, affievoliscono, [pg!314] debilitano i più nobili sentimenti dell'animo umano ed i più benefici.Per qual ragione i popoli antichi difendevano con tanta pertinacia la libertà loro; e, senza intempestivi giuramenti e ridicoli, combattevano davvero fino allo stremo? Perchè anteponevano comunemente la morte alla resa? Perchè ci dettero tanti esempli memorandi di città, che preferirono la distruzione all'aprir le porte? di castella, onde il nemico si impadronì solo, quando furono un mucchio di rovine; e nel senso letterale della espressione, non già per modo di dire e per iperbole, come avviene delle fortezze o delle città moderne? Perchè quella concordia, quella unanimità ne' partiti disperati? e plebaglia e femminelle e gaudenti e vegliardi e persino i fanciulli consenzienti nel proprio scempio, irridenti il vincitore? Perchè Sagunto, perchè Cartagine?La risposta è agevolissima: perchè allora la sorte del vinto era effettivamente e per ogni verso (non già solo metaforicamente e moralmente), peggior della morte. Il vinto diventava cosa: perdeva proprietà, famiglia, libertà individuale. Non si trattava della semplice libertà politica o della mutazione di principato, come nelle guerre moderne; non solo di interessi ideali e morali, che il volgo, le donne, i fanciulli, i doviziosi, i dediti al lucro comprendon poco. Il vinto vedeva confiscati gli averi suoi, farne bottino, ripartirli fra' vincitori; si vedeva contaminar sotto gli occhi le donne di casa ed i figliuoli e vendere e sparpagliare come un branco di pecore; lui stesso era fatto schiavo, venduto adoperato a fatiche esorbitanti, condannato a peggio, che un ergastolo. Qual meraviglia, se, per evitare tanti mali, per allontanarli almeno, anche i fiacchi ed i dappoco ostinatamente, pervicacemente durassero alla fame, alla prepotenza? se respingessero superbamente ogni patto? Le guerre navali fra turchi e cristiani erano accanite, perchè? perchè i prigioni od a fil di spada od incatenati sui banchi de' rèmigi. Se gli abitanti di Strasburgo, di Metz, di Parigi, eccetera, avessero [pg!315] avuto a temere quel fato, ch'era la sorte ammessa e convenuta dei vinti nelle guerre antiche, oh quali resistenze eroiche avremmo forse da ammirare! E chi sa? resistenza eroica vuol dir forse vittoria: di cosa nasce cosa. Ma invece ora, anche a' più indomiti, basta loaver soddisfatto all'esigenze dell'onor militare, basta aver fatto buona figura, come dicono. La guerra diventa un torneo fra gli eserciti. Si fa di tutto per diminuirne gli orrori. E non si considera, se questa diminuzione di orrori non sia per caso con discapito della grandezza morale degli animi. Al Machiavelli sagacissimo non poteva isfuggire un tal fatto: — «Il modo del vivere di oggi, rispetto alla cristiana religione, non impone quella necessità al difendersi, che anticamente era. Perchè allora gli uomini vinti in guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro vita miseramente; le terre vinte, o si desolavano, o n'erano cacciati gli abitatori, tolti i loro beni, mandati dispersi per il mondo, tanto che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria. Da questo timore spaventati, gli uomini tenevano gli esercizî militari vivi, ed onoravano chi era eccellente in quelli. Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta; de' vinti pochi se ne ammazza, niuno se ne tiene lungamente prigione, perchè con facilità si liberano. Le città, ancora che elle si sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne' beni loro, in modo, che il maggior male, che si teme, è una taglia; talmente, che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari e stentare tutta vita sotto quelli, per fuggire quelli pericoli, de' quali temono poco». —L'assedio di Venezia riconduce naturalmente nella mente l'assedio di un'altra città, simile nella costruzione a Venezia, fabbricata anch'essa sovra isolette in mezzo alle acque ed accessibile solo per mezzo degli argini, dalla terra ferma, come Venezia solo pel ponte della Laguna. Io parlo di quella Temistitan asteca, (che sorgeva, dov'ora è la Messico [pg!316] castigliana), espugnata dal Cortese ne' M.D.XXI. E si noti, che i Temistitanesi si trovarono in condizioni peggiori de' Veneziani. L'estuario era sgombro di navi austriache, e solcato dalle nostre; mentre il lago di Messico era signoreggiato da' brigantini spagnuoli. La superiorità delle armi degl'invasori dell'America sulle difese degli indigeni, era infinita; l'agglomerazione di bocche inutili, stoltamente eccessiva. Le descrizioni de' patimenti de' poveri anaguachesi fanno raccapriccio. Terminate le provisioni, mangiavano insetti, mangiavan radici di piante lacustri; morivan d'inedia, antropofagheggiavano:de los niños, no quedó nadie, que las mismas madres y padres los comían (que era gran lástima de ver, y mayormente de sufrir).Eppure, nè la fame giunta a tal segno, nè la pestilenza, nè l'inutilità della difesa, nè le morti (che il Cortez stimava a cendiciassettemile e l'Ixtlilxocitl fa ascendere a dugenquarantamila,) poterono indurre quel popolo, cui pur si offeriva una capitolazione onorevole, a cedere; e la città dovette essere conquistata a palmo a palmo, nello stretto significato della espressione, abbattendone a mano a mano gli edificî e ricolmandone i canali, ed ammazzando quanti s'incontravano. Se Guatimozino avesse avuto polvere da sparo, non c'è dubbio al mondo, ch'e' si sarebbe fatto saltare in aria; e non c'è dubbio al mondo; che i sudditi avrebbero acconsentito senza mormorare a perir tutti così. A' tempi nostri, nello stato della civiltà nostra, con le molli tempre nostre, sarebbe assurdo il pretendere, che si rinnovassero simili esempli. Ma questa impossibilità del pieno eroismo ed assoluto, non è forse da compiangere, da deplorare? Paragonato all'assedio di Temistitan, quello di Venezia sembra come un assalto di scherma di fronte al duello fra Achille ed Ettore.Comunque sia, l'assedio di Venezia è divenuto per gl'Italiani una leggenda, i cui santi protagonisti sono Guglielmo Pepe e Daniele Manin. Ma la fama del Manin ha oscurata quella del Pepe, quantunque, trattandosi d'un assedio, parrebbe giusto, che il [pg!317] primo alloro toccasse al capo militare e non già al capo civile, la cui sola missione doveva essere di somministrare al primo i mezzi di prolungare e sostener la difesa. Certo è, che il Pepe ha una sola statua, a Torino, e postagli dalla pietà della vedova; ed un busto a Catanzaro, che per esser posto nell'atrio dello Asilo Infantile, sembra una satira. E busto e statua sono opere infelici e non ritraggono adeguatamente la bellezza veneranda del vegliardo, ch'era stato un tempo il più bel giovane di Napoli e dello esercito di Gioacchino. — Al Manin invece (se non è strettamente vero quel, che dice lo Errera, che — «Torino, Milano, Firenze, Genova e quante sono le illustri città d'Italia,glieressero un monumento o una lapide, o del suo nome intitolarono una via o un Istituto» — perchè, per esempio, e tacendo di molte altre, nè Napoli, nè Bologna, nè Catania, città d'Italia anch'esse e tra le più illustri, gli han decretati onori siffatti); al Manin il plauso è più concorde, più prolungato. Ma perchè? Per gli atti delle sue dittature ed amministrazioni? Niente affatto. Il vero motivo di quegli onori, sproporzionati alle opere, ve lo accenna il dabben Cibrario, dicendo: — «Io ho sempre rispettato e rispetto tutte le opinioni, che muovono da intimo convincimento, e trovo naturalissimo, che a Venezia, con sì splendide memorie di repubblica, vi fossero repubblicani. Onorerei Daniele Manin di tutto cuore, quand'anche fosse morto repubblicano; ma più l'onoro e l'amo per avere con nobile e raro esempio riconosciuto più tardi e dichiarato, che la salvezza d'Italia stava nella bandiera e nella spada, che il Re di Sardegna avea consacrata a redimere questagran madre d'eroi, saturnia terra.» —Così è. La popolarità Italiana del Manin comincia nel M.DCCC.LVI. Il presidente e dittatore di una effimera repubblichetta e microscopica, sarebbe ora dimenticato dalla nazione, se, come altri, avesse perfidiato nello sterile repubblicaneggiare (e mi si [pg!318] perdoni l'epiteto poco parlamentare) stolido; rimarrebbe al più al più venerato da un partitello, da un manipolo, da una chiesuola, da una setta. Noi non lodiamo ed onoriamo il presidente ed il dittatore; ma un poco il presidente, che, sebbene di mala grazia, seppe ripudiar la repubblica il tre luglio M.DCCC.XLVIII e far votare la fusione col Piemonte; e moltissimo l'esule, che essendo stato presidente e dittatore, ancorchè di repubblica effimera e microscopica, seppe passare bravamente il Rubicone, rinnegare il passato, rinnegare lo assurdo ideale giovanile, ravvedersi, distruggere il partito repubblicano, far tacere le discordie, che avevan cagionato in gran parte le catastrofi e le vergogne del quarantotto, persuadere tante teste deboli ed incolte, unite però a cuori generosi e braccia forti, della necessità e della bontà della Monarchia unitaria. Questo atto il rende caro alla nazione tutta e pregiato. Questo atto rivela più fortezza d'animo, che la presa dell'Arsenale e la difesa di Venezia, e giovò molto più all'unificazione d'Italia ed alla liberazione. Tolto questo, la vita di lui sarebbe quella di un agitatore e d'un rivoluzionario volgare, come ce n'ha tanti.

Certo, uno storico dev'essere innamorato del tema suo. Se egli non pruova una predilezione particolare per l'epoca, pe' fatti, per gli uomini, dei quali prende a narrare, non conchiuderà nulla di buono. — «Se, a detta di un ultimo estetico (lo Eckardt,) la scelta geniale della stoffa è per la fantasia una specie di scelta nuziale; que' capricciosi, che, alla guisa degli Spartani, ammogliansi a colei, che prima loro capitò dinanzi nelle tenebre, non rivelano gusto individuale e rimangono estranei alle loro opere». — Così, benissimo, al solito suo, il nostro Antonio Tari. — Ma questa simpatia non deve essere di tal fatta da far velo alla mente mai. Devi compiacerti di quegli uomini e di quegli eventi; non rappresentar gli uomini e gli eventi in modo, che a te piacciano; non fingerteli così e così per poi compiacerti della creazione della tua fantasia. Questa è opera da poeta, non da istorico, al quale nè l'amor di patria, nè l'amor di parte, che suol essere anche più forte, ahimè! debbono offuscar l'intelletto, cui nessuno affetto deve indurre a declinar minimamente dal vero.

Io affermo presso i popoli moderni non conoscersi più cosa sia davvero patriottismo ed eroismo. L'eroismo ed il patriottismo non possono trovarsi nel cuore d'un popolo moderno in quel grado, in quella limpida schiettezza, che ammiriamo nelle pagine delle storie antiche. E sapete chi li ha uccisi, o per dir meglio, cionchi e monchi? Quella, che chiamano civiltà; la mitezza, anzi effeminatezza, anzi eviratezza de' costumi moderni; il rispetto delle persone e delle proprietà private, sancito dalle consuetudini della guerra; lo svolgimento del diritto internazionale; lo affratellamento degli uomini; e tanti altri pretesi progressi, invocati come una benedizione, iniziati da' filosofi e da' giuristi, che hanno risparmiato molte lagrime e molti misfatti, ma che, per fatale compenso, infiacchiscono, affievoliscono, [pg!314] debilitano i più nobili sentimenti dell'animo umano ed i più benefici.

Per qual ragione i popoli antichi difendevano con tanta pertinacia la libertà loro; e, senza intempestivi giuramenti e ridicoli, combattevano davvero fino allo stremo? Perchè anteponevano comunemente la morte alla resa? Perchè ci dettero tanti esempli memorandi di città, che preferirono la distruzione all'aprir le porte? di castella, onde il nemico si impadronì solo, quando furono un mucchio di rovine; e nel senso letterale della espressione, non già per modo di dire e per iperbole, come avviene delle fortezze o delle città moderne? Perchè quella concordia, quella unanimità ne' partiti disperati? e plebaglia e femminelle e gaudenti e vegliardi e persino i fanciulli consenzienti nel proprio scempio, irridenti il vincitore? Perchè Sagunto, perchè Cartagine?

La risposta è agevolissima: perchè allora la sorte del vinto era effettivamente e per ogni verso (non già solo metaforicamente e moralmente), peggior della morte. Il vinto diventava cosa: perdeva proprietà, famiglia, libertà individuale. Non si trattava della semplice libertà politica o della mutazione di principato, come nelle guerre moderne; non solo di interessi ideali e morali, che il volgo, le donne, i fanciulli, i doviziosi, i dediti al lucro comprendon poco. Il vinto vedeva confiscati gli averi suoi, farne bottino, ripartirli fra' vincitori; si vedeva contaminar sotto gli occhi le donne di casa ed i figliuoli e vendere e sparpagliare come un branco di pecore; lui stesso era fatto schiavo, venduto adoperato a fatiche esorbitanti, condannato a peggio, che un ergastolo. Qual meraviglia, se, per evitare tanti mali, per allontanarli almeno, anche i fiacchi ed i dappoco ostinatamente, pervicacemente durassero alla fame, alla prepotenza? se respingessero superbamente ogni patto? Le guerre navali fra turchi e cristiani erano accanite, perchè? perchè i prigioni od a fil di spada od incatenati sui banchi de' rèmigi. Se gli abitanti di Strasburgo, di Metz, di Parigi, eccetera, avessero [pg!315] avuto a temere quel fato, ch'era la sorte ammessa e convenuta dei vinti nelle guerre antiche, oh quali resistenze eroiche avremmo forse da ammirare! E chi sa? resistenza eroica vuol dir forse vittoria: di cosa nasce cosa. Ma invece ora, anche a' più indomiti, basta loaver soddisfatto all'esigenze dell'onor militare, basta aver fatto buona figura, come dicono. La guerra diventa un torneo fra gli eserciti. Si fa di tutto per diminuirne gli orrori. E non si considera, se questa diminuzione di orrori non sia per caso con discapito della grandezza morale degli animi. Al Machiavelli sagacissimo non poteva isfuggire un tal fatto: — «Il modo del vivere di oggi, rispetto alla cristiana religione, non impone quella necessità al difendersi, che anticamente era. Perchè allora gli uomini vinti in guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro vita miseramente; le terre vinte, o si desolavano, o n'erano cacciati gli abitatori, tolti i loro beni, mandati dispersi per il mondo, tanto che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria. Da questo timore spaventati, gli uomini tenevano gli esercizî militari vivi, ed onoravano chi era eccellente in quelli. Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta; de' vinti pochi se ne ammazza, niuno se ne tiene lungamente prigione, perchè con facilità si liberano. Le città, ancora che elle si sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne' beni loro, in modo, che il maggior male, che si teme, è una taglia; talmente, che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari e stentare tutta vita sotto quelli, per fuggire quelli pericoli, de' quali temono poco». —

L'assedio di Venezia riconduce naturalmente nella mente l'assedio di un'altra città, simile nella costruzione a Venezia, fabbricata anch'essa sovra isolette in mezzo alle acque ed accessibile solo per mezzo degli argini, dalla terra ferma, come Venezia solo pel ponte della Laguna. Io parlo di quella Temistitan asteca, (che sorgeva, dov'ora è la Messico [pg!316] castigliana), espugnata dal Cortese ne' M.D.XXI. E si noti, che i Temistitanesi si trovarono in condizioni peggiori de' Veneziani. L'estuario era sgombro di navi austriache, e solcato dalle nostre; mentre il lago di Messico era signoreggiato da' brigantini spagnuoli. La superiorità delle armi degl'invasori dell'America sulle difese degli indigeni, era infinita; l'agglomerazione di bocche inutili, stoltamente eccessiva. Le descrizioni de' patimenti de' poveri anaguachesi fanno raccapriccio. Terminate le provisioni, mangiavano insetti, mangiavan radici di piante lacustri; morivan d'inedia, antropofagheggiavano:de los niños, no quedó nadie, que las mismas madres y padres los comían (que era gran lástima de ver, y mayormente de sufrir).Eppure, nè la fame giunta a tal segno, nè la pestilenza, nè l'inutilità della difesa, nè le morti (che il Cortez stimava a cendiciassettemile e l'Ixtlilxocitl fa ascendere a dugenquarantamila,) poterono indurre quel popolo, cui pur si offeriva una capitolazione onorevole, a cedere; e la città dovette essere conquistata a palmo a palmo, nello stretto significato della espressione, abbattendone a mano a mano gli edificî e ricolmandone i canali, ed ammazzando quanti s'incontravano. Se Guatimozino avesse avuto polvere da sparo, non c'è dubbio al mondo, ch'e' si sarebbe fatto saltare in aria; e non c'è dubbio al mondo; che i sudditi avrebbero acconsentito senza mormorare a perir tutti così. A' tempi nostri, nello stato della civiltà nostra, con le molli tempre nostre, sarebbe assurdo il pretendere, che si rinnovassero simili esempli. Ma questa impossibilità del pieno eroismo ed assoluto, non è forse da compiangere, da deplorare? Paragonato all'assedio di Temistitan, quello di Venezia sembra come un assalto di scherma di fronte al duello fra Achille ed Ettore.

Comunque sia, l'assedio di Venezia è divenuto per gl'Italiani una leggenda, i cui santi protagonisti sono Guglielmo Pepe e Daniele Manin. Ma la fama del Manin ha oscurata quella del Pepe, quantunque, trattandosi d'un assedio, parrebbe giusto, che il [pg!317] primo alloro toccasse al capo militare e non già al capo civile, la cui sola missione doveva essere di somministrare al primo i mezzi di prolungare e sostener la difesa. Certo è, che il Pepe ha una sola statua, a Torino, e postagli dalla pietà della vedova; ed un busto a Catanzaro, che per esser posto nell'atrio dello Asilo Infantile, sembra una satira. E busto e statua sono opere infelici e non ritraggono adeguatamente la bellezza veneranda del vegliardo, ch'era stato un tempo il più bel giovane di Napoli e dello esercito di Gioacchino. — Al Manin invece (se non è strettamente vero quel, che dice lo Errera, che — «Torino, Milano, Firenze, Genova e quante sono le illustri città d'Italia,glieressero un monumento o una lapide, o del suo nome intitolarono una via o un Istituto» — perchè, per esempio, e tacendo di molte altre, nè Napoli, nè Bologna, nè Catania, città d'Italia anch'esse e tra le più illustri, gli han decretati onori siffatti); al Manin il plauso è più concorde, più prolungato. Ma perchè? Per gli atti delle sue dittature ed amministrazioni? Niente affatto. Il vero motivo di quegli onori, sproporzionati alle opere, ve lo accenna il dabben Cibrario, dicendo: — «Io ho sempre rispettato e rispetto tutte le opinioni, che muovono da intimo convincimento, e trovo naturalissimo, che a Venezia, con sì splendide memorie di repubblica, vi fossero repubblicani. Onorerei Daniele Manin di tutto cuore, quand'anche fosse morto repubblicano; ma più l'onoro e l'amo per avere con nobile e raro esempio riconosciuto più tardi e dichiarato, che la salvezza d'Italia stava nella bandiera e nella spada, che il Re di Sardegna avea consacrata a redimere questagran madre d'eroi, saturnia terra.» —

Così è. La popolarità Italiana del Manin comincia nel M.DCCC.LVI. Il presidente e dittatore di una effimera repubblichetta e microscopica, sarebbe ora dimenticato dalla nazione, se, come altri, avesse perfidiato nello sterile repubblicaneggiare (e mi si [pg!318] perdoni l'epiteto poco parlamentare) stolido; rimarrebbe al più al più venerato da un partitello, da un manipolo, da una chiesuola, da una setta. Noi non lodiamo ed onoriamo il presidente ed il dittatore; ma un poco il presidente, che, sebbene di mala grazia, seppe ripudiar la repubblica il tre luglio M.DCCC.XLVIII e far votare la fusione col Piemonte; e moltissimo l'esule, che essendo stato presidente e dittatore, ancorchè di repubblica effimera e microscopica, seppe passare bravamente il Rubicone, rinnegare il passato, rinnegare lo assurdo ideale giovanile, ravvedersi, distruggere il partito repubblicano, far tacere le discordie, che avevan cagionato in gran parte le catastrofi e le vergogne del quarantotto, persuadere tante teste deboli ed incolte, unite però a cuori generosi e braccia forti, della necessità e della bontà della Monarchia unitaria. Questo atto il rende caro alla nazione tutta e pregiato. Questo atto rivela più fortezza d'animo, che la presa dell'Arsenale e la difesa di Venezia, e giovò molto più all'unificazione d'Italia ed alla liberazione. Tolto questo, la vita di lui sarebbe quella di un agitatore e d'un rivoluzionario volgare, come ce n'ha tanti.

III.Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica, sentimentale ed ingenuo molto ed irrequieto amante di libertà non ben determinata, come accade agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del quarantotto. Gli avvocati, gl'ingenui e quanti non hanno propositi ben chiari non sogliono esser gente adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo, chiamava in ballo la politica e l'onor nazionale, o c'entrasse o non c'entrasse, a proposito ed a sproposito. Così, per esempio, nella quistione della ferrovia ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto ricorrere a' capitalisti esteri, cupidi, non di giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e credere, [pg!319] che i capitalisti possano esser cupidi d'altro, è ingenuità classica. Pare, che la immensa maggioranza degli azionisti non avesse fede alcuna nella direzione Italiana della società, non la stimasse capace e s'impensierisse dello avviamento preso dagli affari. Alcuni dunque proposero di cedere allo Stato la costruzione e la gestione della ferrovia sino al compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo, io, che di simili faccende non m'intendo, non oso affermare. Il Manin, che non credo se n'intendesse molto più di me, lo oppugnava. Voglio anche, ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti finanziarî, invece di provare all'adunanza, che la Direzione Italiana offriva loro più guarentige e migliori dello appoggiare al governo la costruzione, fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a fischiate e di cui non possono rileggersi senza riso de' brani come questo: — «Accettare la proposta porterebbe una nuova e grande umiliazione nazionale.» — L'umiliazione nazionale c'entrava come il cavolo a merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita di azionisti! La mancanza di approposito e di senso pratico venne redarguita dalla quasi unanimità, che approvò la proposta.Bene osserva il Rovani, che: — «se ci facciamo a riandare il tempo speso prima della rivoluzione dal più degli Italiani, che nel M.DCCC.XLVIII si posero o furono posti a presiedere governi, e a capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno tanta materia di racconto, di considerazioni e di giudizi, che la storia della lor vita di preparazione, potrebbe assorbire per avventura quella della loro vita di azione». — Ciascuno di loro era divenuto celebre per iscritti. — «Tutti dal più al meno erano noti all'universale... gran tempo prima, che scoppiasse la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin. Ei si presenta all'ingresso della rivoluzione tutto solo e poco noto e quasi nudo di memorie e d'opere. Uomo senza passato». —Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile, [pg!320] anzi fanciullesca, con la quale la nazione credette affrancarsi e costituirsi a furia di chiacchiere, stimando, che il chiacchierare fosse operare. Gli uomini, che salivano repentinamente al potere o riempivano le assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano su pe' giornali o capitaneggiavano schiere, erano per lo più impari ed impreparati alle difficoltà politiche, economiche, amministrative, militari, le quali non possono risolversi con delle belle frasi. Ma credevano in buona fede, che si potesse governare, amministrare, guerreggiare per ispirazione, entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel modo com'ogni giovinotto crede di poter poetare. Ora, che la pratica della vita libera ha diffuso il senso politico, non c'è chi non rida di certe idee e di certe pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani, che fan fiasco negli esami liceali, perfidiano nell'ammirare e sognano d'imitare quandochessia (che mai non se ne dia loro l'occasione!)Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima, dico. Nèd in arte, nèd in politica meritano indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a quelli, che s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando l'arte di governare, quanto è detto nelRomanzo Borghesedi Antonio Furetière di chi verseggia senza studio: — «Belastre se hazarda de repondre que c'estoient des vernt faicts par des gentils hommes qui n'en sçavoient point les régles, qui les faisoient par pure galanterie sans avoir leu de livre et sans que ce fust leur mestier:Hò par la mort, non pas da ma vie, reprit chaudement Charrossellespourquoy diable s'en mes-lent-ils si ce n'est pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé d'avoir fait une méchante marmite, ou un forgeron une pantoufle mal faicte, en disant que ce n'est pas son mestier d'en faire? Ne se mouqueroit-on pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession de valeur si, pour faire le galand, il allait monster à la bréche et monstrer là sa poltronnerie?». — Giustissime sono le osservazioni del [pg!321] Vitet: — «La gioventù, che spolitica, non pensa affatto, che dalla sera al mattino può accaderle di veder crollare in un battibaleno per subita tempesta quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna; ed innalzarsi, quanto fantastica, e quindi di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata alla manovra senza saperne boccata, e di non potere reggere il timone se non con mani inesperte. Dov'è chi si prepari e si eserciti anticipatamente alle funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga come correggere quanti censura, avido di particolari e nozioni pratiche invece di teoriche ampollose e di generalità vacue».Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate ed alimentate da Pio IX, la repubblica in Francia e finalmente i fatti di Vienna, il ritiro del Metternich e le concessioni imperiali, imbaldanzivano gli agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori, che non osavan più reprimere, nè condursi risolutamente, ignorando se gli atti loro sarebbero poi approvati, dubitando della stabilità della Monarchia Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina e distribuì le armi al popolo, quando appunto la libertà di stampa e di riunione rendevano più pericolosa quella concessione e quella distribuzione ai disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron subito i fucili e le daghe contro di lui. Fu la ripetizione della storia d'Argante che grida a' guerrieri cristiani:Questa sanguigna spada è quella stessa.Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,Ch'udirà la novella ei volentieri.E caro esser gli dee, che 'l suo bel donoSia conosciuto al paragon sì buono.Ditegli, che vederne omai s'aspetti,Ne le viscere sue più certa pruova;E quando d'assalirne ei non s'affrettiVerrò non aspettato ov'ei si truova.[pg!322] La disciplina si rilascia e la speranza della impunità, che balena agli occhi del volgo, il fa irrompere in atti di ferocia. Gli arsenalotti assassinano il loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio non impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e puniscono incontanente, esemplarmente gli autori. Le guardie civiche, capitanate dal Manin ed assicurate senza dubbio della complicità della truppa, irrompono nello Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed, ordinando loro un maggior Boday di operare, atto, che lo Errera qualifica ditrama subdola(sic!), si ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa comune col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale a molto buon mercato, non per virtù propria, non pe' discorsi del Manin, ma perchè la guarnigione infranse e trasgredì il giuramento militare, qual che se ne fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy perdono sempre più la testa e vien loro un po' di tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del Boday e consiglia di operare, rispondono presso a poco come quel Re appo il Cornelio:Si ce désordre était sans chef et sans conducteJe voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le poche forze fedeli ancora, il contagio della insubordinazione; sbigottito dalle notizie di Milano e delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo forse ad ordini superiori; bramosi certo di salvar la pelle propria e de' compagni: capitolarono. Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha avuto il coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici sulle rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente [pg!323] questi fatti, compendiando un discorso del Manin:.... Si scuote, si rinfiamma ed ardeD'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,Con l'opre nuove, che non son bugiarde.Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisceL'austriaca possa; e quell'altier prestigioDe' vanti austriaci in un balen svanisce.Bastan due giorni all'immortal prodigio.Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi, senza troppo riflettere, proclamata una repubblica. Perchè la repubblica? — «Perchè non basta avere «abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne «uno nuovo; ed il più adatto cisembraquello «della repubblica, cherammenti le glorie passate». — Così il Manin: ma la ragionenon ci sembramolto soda. Una forma di governo non si sceglie per amore di reminiscenze storiche, come il nome di un neonato; per memoria d'una gloria, che fu; di una gloria, per giunta, molto antica ed annebbiata dalle vergogne posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio mel perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere il primo presidente d'una Venezia democratica, come un Manin era stato l'ultimo doge d'una Venezia aristocratica.Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì tristi frutti. Parve ispirato da municipalismo, dal desiderio di scindersi da Milano e soverchiarla; suscitò diffidenze nella rimanente Italia e nelle provincie Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha lasciate memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali di esse si credevano in obbligo di esortare il Governo provvisorio di Venezia — «a manifestare sentimenti di larghissima nazionalità per togliere del tutto i motivi del malumore;» — e nel subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento della unione con la Lombardia, e dimostravano in [pg!324] mille modi la poca fiducia. Il Governo nominata dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza e ministri e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo gli usi quarantotteschi, un artigiano, il quale non so davvero, che lumi potesse portare sulle materie, che discutevansi, di tanto momento e premura. Perchè bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti e Mestieri! Ma forse, con un po' di buon senso, e non avendo la pretesa della scienza infusa, sarà riuscito almeno soltanto inutile, non dannoso, come il Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di reggere uno Stato e di condur gli affari, ministri ed ambasciadoripour rire, da commedia. Stava zitto almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno evita di dire e di scrivere corbellerie: e quante se ne dicevano e scrivevano allora, uff! Lo stesso Errera è costretto a convenire, che parecchie note (leggi: quasi tutte) della repubblica del quarantotto, — «sono ispirate ad una lirica e ad un sentimento, che poco si addicono alla ragion di Stato: per ciò soprattutto si distinguono gli scritti del Tommaseo». — Dell'inopportunità delle cui proposte sovrabbondano gli esempli; e la cui leggerezza come diplomatico venne spesso redarguita persino dal Manin, che gli scriveva: — «Ameremmo, che foste meno proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei giornali, destituite di verità». — Ma veramente tutti peccarono: ed il Manin in questo caso ricorda chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi della trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come suol dirsi più volgarmente la padella, che dice al tegame:fatti in là, chè tu mi tengi.Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e diverso: subordinarsi ad un altro Stato Italiano già costituito, e preparare armi e denaro, denari ed armi, mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse e leve ci volevano. Questo appunto non si seppe, appunto non si volle fare. E non si volle fare per non perdere la popolarità ed i plausi della piazza. Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî, [pg!325] invece di far denari si abolirono e diminuirono e riscossero male le imposte, invocando poi doni patriottici e sovvenzioni nazionali, che poco potevan fruttare e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche del Medio Evo:De tributo Caesaris nemo cogitabat,Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in agitazione continua co' circoli, con le piazzette, con le arringhe, distraendola dal lavoro, dandole un'idea falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli. Quanti guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero essi circoli ed esse piazzate, lo Errera tace od accenna appena: son la parte vergognosa dell'assedio di Venezia; ma giova non dimenticarla, non occultarla. L'indole festaiuola di tutte le plebi e sventuratamente in modo particolare delle Italiane, ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto di patriottismo. Come se le passeggiate, le piazzate, le chiassate, le ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie, le processioni, le rassegne, iTe-Deum, eccetera, eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria, che non distraggan troppo dal lavoro, che non ne disavvezzino ed il rendano increscevole; io le comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di redenzione, quando non si è ancor definitivamente acquistato nulla, anticipar le allegrezze ed i panegirici, è per lo meno puerile. Il volgo si assuefaceva allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar le parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali come atti eroici, che dispensano dalle battaglie, dalle privazioni, dal morir per la patria. Il libro dell'Errera v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi; più giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete, forse ubbriaco, (l'ubbriachezza sola può servirgli in certo modo di scusa, sebbene inescusabile essa stessa) a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada del [pg!326] Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giuròdi morire per San Marco. Non siamo informati, se fu uomo di parola: scommetterei di no. Ma, se un preteguappoe sanguinario, può sembrar lodevole, a chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote il levita del vecchio testamento; noi non dobbiamo dimenticare, che la religione cattolica imponeva a quel messere di non far differenza alcuna fra' suoi concittadini e lo straniero, di amarli del pari. Nè queste cerimonie ispiravan sensi di dignità alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè marzo, espulsi gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion di Vinegia: — «le guardie civiche, fra l'allegrezza ed il plauso, trascinarono il cocchio, nel quale stavano il vescovo, il delegato, il podestà ed i capitani della guardia civica». — Così pure Piersilvestro Leopardi narra: — «che in Brescia, gli studenti (?) per onorare Gioberti, che viaggiava meco, vollero tirarci la carrozza per più di due miglia». — Ecco gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo; mente turbata dalla fede religiosa ardentissima; uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio Regno, ma più di acquistar gloria propugnando una causa, la quale gli sembrava santa. E non per quelle ragioni solo, che la fanno stimar tale a voi ed a me, anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia, nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge:Non poteris alterius gentis hominem Regem facere qui non sit frater tuus.— «Non potrai darti per Re lo straniero, che non t'è fratello». — L'indipendenza nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta dalla scrittura, era un domma per quel generoso. Fu chiaro sin dal principio, che l'unità e soprattutto (chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno) che l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione, sostegno, propugnatore, speranza, oltre il Re di Sardegna. La causa nostra dovea vincer seco o cader seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con [pg!327] un esercito numeroso ed agguerrito, sebbene, come poi si vide, insufficiente per l'impresa. Del Re Bomba il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed al maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente Italia poteva dar solo forze tumultuarie e di poco conto.Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe del Durando, quel che ne scriveva il Mérimée:Un de mes amis qui revient d'Italie a été pillé par des volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il est impossible de faire battre les Italiens, excepté les Piémontais qui ne peuvent être partout.Credo, che lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al postutto poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in ogni esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio; gente degna della forca e che finisce sulla forca. Ma pur troppo ned i volontarî romani, ned i toscani erano in grado di tener testa in campo aperto ad un esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio ne scriveva confidenzialmente alla mogliera.Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza d'Italia poteva aversi solo per opera di Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi l'immediata fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che fossero stati in fondo repubblicani, perchè in somma delle somme, se non altro, ilgiogo piemontesesarebbe stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o perchè un po' di buon senso basta a suggerire, che le quistioni politiche s'hanno a risolvere una per volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio di Venezia erano federalisti, sebbene si vergognassero di apertamente confessarlo; eran federalisti vergognosi, crittofederalisti.Il Tommaseo scriveva al Leopardi: — «Potete ben credere, che l'unità vera della nazione è da me ardentemente desiderata; ma mi duole, che taluni si sforzino di ottenere una qualche aggregazione parziale, con modi o fraudolenti o violenti, i quali fanno al Piemonte torto o danno, e preparano [pg!328] nuove scissure, forse non meno deplorabili delle antiche». — Chi nondesidera, anzivuole, l'unità vera d'un popolo, ch'è la politica, affretta le aggregazioni parziali, le quali conducono ad essa, con tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i carciofi si mangiano in un sol boccone, anzi a foglia a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi nell'Assemblea veneta un discorso per provare, che: — «decidere subito sulla condizione politica di Venezia non era inevitabile, non utile, non decoroso: noninevitabile, perchè l'immediata fusione non faceva sgombrare il nemico, nè forniva danari e milizie; nonutile, perchè il decidere allora diceva timore, o sarebbe stato un peso e una umiliazione di più; nondecorosoper Re Carlo Alberto, cui si toglieva occasione di operare con magnanimità per farne un avventuriere che mercanteggi le battaglie, e cerchi non il premio, ma il prezzo». — Da ultimo uscì in campo — «con una generosa proposta, acciocchè il patriottico Trentino fosse unificato all'Italia» — come dice l'Errera; proposta, la cui opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno; ma che almeno non era ignobile, come l'altra del Bellinato, il quale volea stipulare il mantenimento del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli di Genova.Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente a guerra finita e frattanto la continuazione di tanti governucoli, i quali, se fossero stati di devoti al Re e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia. Carlo Alberto poi arrischiasse vita e corona, mettesse a repentaglio la dinastia, eccetera (mentre costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo comoda e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per esser quindi a guerra finita, congedato anche, se occorre, da una congrega di letterati e di avvocati, da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini! Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie, grazie alla leva ed alle imposte, dovevano [pg!329] essere obbligatorî; ma quelli delle provincie poi, il cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici ed arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti erano un po' leonine, fatte a questo modo; e la leoninità può scusarsi od almeno accettarsi, sol quando ci s'impone dal più forte.L'unione col Piemonte era una tal necessità, che, quando il mare cominciò a turbarsi, s'impose a quei retori, sebbene la volessero di malgarbo, come un ferito consente all'amputazione. Le provincie erano loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia perfidiava nell'essere un po' autonomista. Il Manin stesso (ad un cui moto generoso pur si deve la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: — «Ciò in Venezia sembrava ai più essereintempestivoe pericoloso: intempestivo, perchè stimavasi, che la quistione dovesse risolversi a territorio sgombro ed a guerra finita;pericoloso, perchè la guerra avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè nazionale, e quindi, perdute le simpatie dei popoli italiani e di altri popoli liberi d'Europa e destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». — La miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti. L'Italia ha potuto costituirsi solo quando tutti si son ben persuasi, gl'interessi di una dinastia e della nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni inoperose non avevamo a curarci. Ma validi aiuti esteri potevano solo sperarsi da' negozianti d'un governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso; ed il principio monarchico solo, altamente proclamato, poteva disarmare taluni sospetti e frenare le irruenze pericolose, contenere la piazza e far prevalere la volontà non degli schiamazzatori, anzi del vero popolo, che non è chiassone e piazzaiuolo, che non va scambiato con la folla, la quale s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e tante volte è facile a disperdersi con l'offrir loro da bere. (Vedi Documento XLIII dello Errera).L'Unione francamente accettata da' Ducati, era [pg!330] francamente desiderata dalle Provincie Lombardo-Venete. Il municipio bresciano rispondeva al Gioberti ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare i coscritti della leva ordinata dal Governo Provvisorio: — «Si fa di tutto; ma i Bresciani non vogliono servire i signori di Milano. Facciano la fusione col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno subito». — Qui lascio la parola al Cibrario: — «Milano, già travagliata da una setta, che si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta con pensieri discordi e perciò con mano assai debole dal Governo provvisorio, vincolò la fusione a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea costituente, che ordinasse le forme del reggimento interno, non solo rispetto alla Lombardia, che abbisognava d'organizzazione, ma rispetto all'antica monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar le armi a pro d'Italia, perchè giàab anticoera fortemente organizzata. Condizione nuovissima nella storia, che portava in grembo una nuova ed intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano spingersi agli ultimi termini della democrazia e mutare di fatto, se non di nome, il Re in presidente di repubblica. Qualche membro del Governo provvisorio parteggiava per la repubblica. Il presidente invece e gli altri, opinavano, che la Costituente, eletta sulle basi del voto universale, presentasse una guarentigia immensa di moderazione. Il Re, sdegnando di scendere a mercato sulla maggiore o minore autorità, che gli si dovesse attribuire, egli, che combatteva per un principio e non certo per gl'interessi della Corona, accettò senza palese ripugnanza anche quella condizione, benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero con gran calore, che dovea respingersi. Invece Urbano Rattazzi orò, perchè si accettasse. Egli dicea tra sè:O saremo vincitori e col favor della vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea sarà continuamente per noi; o vinti, e non sarà più il caso d'un'Assemblea costituente». — Lealtà [pg!331] rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano. Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber venuti dopo, s'è quasi indotti a stimar provvidenziale la sconfitta, che fece metter senno a tante menti incomposte e confuse, preparando la concordia del cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie, di quali ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe dato lo spettacolo doloroso una costituente? Ci saremmo visti condotti ad un conflitto tra 'l potere esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un colpo di Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione del secondo, funesta, simile a quella dell'Assemblea nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte, si dichiarava antimonarchico e faceva prevedere qual parte si riserbasse nella futura costituente, rifiutando di continuare al potere e dicendo: — «Fui, sono e resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non posso esser niente; posso esser dell'opposizione, ma non di Governo». — Insomma que' signori volevano, che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero per loro; e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi le antiche provincie, non lasciarsi annettere essi agli Stati Sardi.Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello dei Commissari piemontesi, che durò quattro giorni. Venezia non poteva nulla da sè: tutto dipendeva dalle sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo avrebbero avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto; ma, disfatti i piemontesi, per Venezia non sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto giovava, occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi l'uso del mare pe' trasporti, e preparando un nerbo di soldati, i quali però avevan bisogno di tempo, ma tempo assai, prima di poter riuscire utili in campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo scriveva al Pepe: — «Caro generale, questa truppa di gente oziosa, indisciplinata e diversa è a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela, vi preghiamo, fuori al più presto». — Il Pepe al [pg!332] Leopardi: — «Ascendono queste truppe a diciottomila uomini e forse più, nelle quali manca la disciplina e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli ufficiali superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». — «Sono qui combattendo difficoltà d'ogni genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far partire con la forza de' gendarmi il generale duca Lante. Ciò vi mostra la disciplina, che ho qui trovata. Non ho meno di diciottomila e seicento uomini; ma bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli di mille cose, che mancano». — Si chiedevan sempre denari ed uomini al Re, (che non poteva mandarne e distrarne dallo esercito, perchè, come dice il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio tutta la fortuna e sol parte delle forze); e frattanto gli s'imponevano patti! L'insipienza amministrativa del Manin e compagni, e nei provvedimenti e nella scelta del personale, era stata proprio troppa. Basti citare lo aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare un comando, quel Zucchi, che firmava poi la capitolazione di Palmanova, portante, chela città riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista ancora di munizioni da bocca e da guerra, si rendeva spontanea. Ed i repubblicani milanesi accoglievano quindi con ovazioni e — «levavano alle stelle quel pover uomo rimbambito, col fine altamente proclamato di farne un competitore al Re Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» — come testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini; prodigo di fiducia, facile ad esser ingannato. Venezia formicolava di spie austriache. — «E che sia il vero» — scrive il Carrano — «venne in mano del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale, disponendo le difese, faceva noto quel, che a sei ore della sera del ventisei ottobre avea saputo, cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita da Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu detto, che un tenente-colonnello Juin, comandante di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...[pg!333] Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra. Era poi a capo della polizia un certo Renzowich, il quale si aveva tutta guadagnata la confidenza del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo la caduta di Venezia, furono veduti in gran dimestichezza col nemico. Così quel brav'uomo, che era l'amato presidente del Governo veneziano, si faceva canzonare da simili furfanti». — Aggiungerò ancor quanto del Cavedalis stesso scriveva il Rovani nel M.DCCC.L: — «Il Cavedalis, anima dell'anima di (sic) Manin, senza di cui egli non osava portare più innanzi il peso della dittatura; quel Cavedalis, dopo essere stato triumviro del Governo libero della risorta Venezia, sta ora come direttore della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî dell'Austria». —Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere un po' d'ordine e tirare innanzi; non s'illudevano, non avevan cieche fiducie. Lo Errera dice, che a furia d'errorisi alienava l'animo de' cittadini; e fra questierroripone: l'aver dato lo sfratto a gente malsicura; l'aver ingiunto, che le armi militari fossero consegnate da' privati sotto pena di multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti tumultuosi; l'aver vietato — «ai giovani delle scuole di esercitarsi nelle armi più che una volta per settimana, mentre urgeva, che il paese fosse agguerrito» — eccetera. Dove siano gli errori, non so. Agguerrir si dovevano gli uomini, non i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti ed imparar la grammatica. I battaglioni della speranza e simili ragazzate, per le qualiinorgoglivaes'intenerivail Manin, sono trastulli da tempi sereni e non vinsero mai battaglie. O vogliam dire, che lo errore fosse nel permettere quella esercitazione settimanale? nel non proclamar lo stato d'assedio per reprimere i tumulti e pene personali severissime per ricuperar le armi?Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva, non la rinunzia alla sovranità di Venezia, anzi solo [pg!334] lo sgombero di essa dalle forze piemontesi, la plebe gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e proclamò la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva, ma dittatura militare, perchè se dittatura è riunione di tutti i poteri in una persona per raggiunger meglio uno scopo determinato29, e se in Venezia si trattava unicamente della difesa, non era senno dar la somma delle cose in mano a chi del difender piazze e dell'arte della guerra era ignaro affatto. E della ingerenza del Manin nelle cose militari si duol di continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta con quella data funesta dell'XI agosto, quasi a ricordanza d'un fausto evento, quasi da quel giorno, che per ogni avveduto era il principio della fine, cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella coniazione fu una cattiva azione. A' repubblicani rincresceva il breve rinsavimento. La città avrebbe dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e del battaglione piemontese, che le circostanze della guerra allontanavano, ostinatamente riaffermare sino allo stremo il voto della unione. Sarebbe proprio bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò solo avesse il diritto di costituirsi in istato indipendente! Ottima cosa fu l'idea di proseguir nella difesa, — «perocchè non impossibile ilripigliarsipiù tardi la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia propizio; e all'uopo Venezia forte, con esercito meglio intanto agguerrito, poteva essere di grande aiuto e sostegno» — come dice il Carrano; ed anche per semplice pruova di valore Italiano, per ispirare stima di noi, per non far cadere una seconda volta il leone di San Marcosenza mandar ruggito. Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame [pg!335] delle spade:Non isguainarmi senza giusto motivo; non rinfoderarmi senza onore.Ma non c'era bisogno di proclamar la repubblica: questa parola non dava forza, tutt'altro.Pure la proclamazione fece gridare il Manin:Salvatore della patria, che non salvò, nè poteva salvare. I titoli anticipati son di malaugurio. Il triumvirato Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi, mandò messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere sulla speranza d'una mediazione o d'un intervento estero, che andò mendicando in tutti i modi, fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia. Bisogna rendere al Manin la giustizia, ch'egli era sincero nelle sue illusioni, che non ingannò scientemente la popolazione con lusinghe, alle quali fosse estraneo; credeva davvero, che la sua città natia per — «aver destate simpatie speciali nella diplomazia d'Europa, potesse esser appoggiata dalle potenze e difesa contro le pretese dell'Austria; e, anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e diritti di città anseatica». — Ma se tanta ingenuità sia scusabile in un uomo di Stato, nel capo d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente rispose:Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri non me ne impiccio.Le risposte della Francia erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire! E se gli ambasciatori veneti non avessero avuto una benda sugli occhi, se avessero avuto più pratica di mondo, diamine se l'avrebbero capito! E poi, via, per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia ed impegnare una guerra? Che doveva importarle o giovarle la indipendenza di Venezia? Il Manin diceva: — «Intervenite per lavar l'onta di Campoformio». — Il diceva sul serio, lui: ma la Francia di quell'onta arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver cagionato il fallimento de' Peruzzi. E poi, via, che c'è davvero da arrossire per essa di Campoformio? Da arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta [pg!336] ci fu, ce ne fu solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio è per lo schiavo mercato, non per chi vende o per chi compra. — «Intervenite» — dicevano i Veneziani — «in nome della umanità». — Questi interventi filantropici son cosa da cavalieri erranti: ma l'uomo di Stato deve procurar solo il bene ed il vantaggio del proprio paese: e solo in questo modo può giovare indirettamente alla intera umanità, di cui come tale, nulla de' premergli. I retori, che sgovernavan Venezia, ripetevano: — «Noi abbiamo un diritto storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel dimostreremo». — E giù chiacchiere e sillogismi. Avete un diritto? E voi fatelo valere! Un popolo ha diritti solo quando ha forze sufficienti per farli rispettare; solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli dà ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene bene, perchè guai alla nazione, che il dimentichi!Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle ed enumerarle? Una di queste era la inespugnabilità di Venezia. «È certo, che l'Austria questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla mai colle armi, ma può prenderla con le astuzie e con le sue arti infernali;» — diceva il Manin. Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima, ch'è la prevalenza del numero e della forza, de' mezzi e della scienza militare. — «Il giornale del Mazzini dice, che la laguna basta a difendere la Venezia coi suoi ventinove forti,» — scriveva il Pepe — «e intanto il generale, che ho in Chioggia, scrivemi, di non poter difendere quel distretto con meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera non ne bastano tremila.» — È doloroso a dirsi e so, che dispiacerà il sentirlo dire; ma, se Venezia fece moltissimo, Venezia non fece (come pretendono) quanto era possibile fare. Taccio della inerzia inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia, certo non poteva: ma rompere il blocco, ma corseggiare, ma recare gravi danni al commercio austriaco, acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice [pg!337] il Carrano: — «E se a tempo avessero i primi governanti il naviglio accresciuto di un paio di fregate a vapore, e fatto più abbondante provvisione di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al mese di novembre; stagione in cui i nemici avrebbero dovuto interrompere il blocco da mare. Quindi onore più grande all'Italia. E poi da cosa non nasce cosa?» — Non tutti gli uomini atti alle armi si armarono per la difesa: molti e molti preferirono — «le facili dimostrazioni di piazza e le sterili proteste»; — e moltissimi emigrarono o stettero tranquilli alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere altrimenti; ned altrimenti accadrebbe ovunque, se non si obbligassero i cittadini poco zelanti al servizio militare.Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano come il Navagero:Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armisEt tamen audaci pectore bella geram.Confertas turbabo acies: densosque per hostesDeferar et praeceps in media arma ruam.Vivere quippe aliis; Venetis ea denique veraVita est, pro patria decubuisse sua.Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il popolo gridava: — «Vi andremo tutti,» — (e giurerei e scommetterei, che degli schiamazzatori non v'andò a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin rispose: — «Ad un popolo, che vuole difendersi, tutto serve di arma». — Parole, che parvero sublimi e si applaudirono; che oggi verrebbero fischiate. E questa diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune, e quanto sia già sfatata appo noi la rettorica di piazza. Corbellerie simili non le direbbe più neppure frate Pantaleo.Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa de' governanti. Ho già detto delle abolizioni o riduzioni di imposte. Vi si aggiunse: quel mezzo inefficacissimo di popolarità, ch'è la restituzione gratuita [pg!338] de' piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non abbiamo la distinta minuta delle spese, ma quando si legge di tre mila ed una lira pagata all'albergo Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta napolitana, di tremila lire elargite al padre Gavazzi, non si acquista un'alta idea dello accorgimento, di chi disponeva tali spese. Certo, le forze d'una città erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali si credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie in Venezia e fuori;l'elemosina per la patria, (che doveva essere raccolta da' parrochi in persona girando per la chiesa, trasformati così in agenti delle tasse); il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per gli Stati italiani a raggruzzolarvi quattrini, (intorno al quale il Manin gli scriveva: — «siamo certi, che l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno e la magia dell'affettuosa vostra parola ne assicurerebbero una copiosissima messe;» — ) l'accettazione della carta veneta dalle casse degli altri governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi avrebbe mai accettato quella carta, di cui non poteva sorvegliarsi la emissione e che non aveva credito, se non dove era imposta con la forza? Sarebbe piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come quelle monete, con le quali il diavolo comperava le anime, vi si sarebbe convertita in foglie secche. Fa ridere il leggere nominata una commissioneper istudiare e presentare un progetto tendente a menomare e possibilmente togliere gl'inconvenienti, che derivano dalle frequenti oscillazioni della carta. Il rimedio era pur semplice: ispirar fiducia nell'esito della resistenza. Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè, mentre la miseria cresceva, diminuivano i pegni al Monte; fatto, che allo Errera sembra indizio di prosperità ed a noi di diffidenza. I pegni diminuivano, non perchè la povera gente aveva denari in copia; ma perchè le ripugnava di affidar le sue masserizie preziose alle casse pubbliche.La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove) [pg!339] condannò Venezia. E non posso non notare cosa, che fa torto al cuore ed alla mente del Manin, aver egli credutopreparati a Torino i casi di Novara! Fu il suo primo pensiero all'annunzio di quel disastro, partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio dell'abdicazione di Re Carlo Alberto. Le stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato molti creduli, perchèinfinita è la turba degli sciocchi! Tanto egli era lontano, nonchè dal possedere ilsenso profetico, che l'Errera vorrebbe attribuirgli, ma dal saper estimare equamente i fatti politici più semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli affari, che ha sempre sentito parlare de' Re e della diplomazia come di mostri; che vede e sospetta sempre non so che atroce machiavellismo in ogni azione, in ogni fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le sorti della guerra avevan cominciato a volgere in peggio, che la Venezia fosse lasciata all'Austria ed il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di Sardegna insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale in un dato momento l'Austria avrebbe consentito e che si vuole anzi da essa proposta e respinta da Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si misero paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra nell'interesse dinastico.O tutto in una volta, o nulla; e non si ebbe nulla. Se si fosse fatto il medesimo nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là da venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed onesto di salvar Venezia dal giogo austriaco, separandone le sorti da quelle della rimanente Lombardia e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di tutti; era pronto nel quarantotto a gridartradimento, tradimento, se il Re, per salvare almeno la Lombardia, fosse stato costretto, come nel cinquantanove, a procrastinar l'impresa di Venezia.Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non fucata de' fatti, sorge, ned è mia colpa, un'idea del Manin diversissima da quella, che lo Errera vorrebbe darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che [pg!340] fa grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato, il quale in virtù d'una facondia non sempre di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle assemblee rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo e pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna serietà e capacità politica ed amministrativa, nonchè militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi su spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il merito spetta principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali, i quali avrebber forse fatto meglio e più, se non fossero stati vincolati ad ogni passo; e certamente avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse stata più capace. Giacchè il decretare la resistenza ad ogni costo, torna facile; si fa presto a proporre e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma nell'obbedire ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la difficoltà; e ci vuole non solo prudenza, anzi pure scienza militare, antiveggenza amministrativa, solerzia per preparare i mezzi, abilità nello impiegarli. So benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare gli allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente distruggere una gloria Italiana. Non mi curo di tali addebiti. Credo, che il vero, il pretto vero, sia sempre meglio di una illusione o d'una menzogna: la storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se pur si vuole, che ne ammaestri e ne scaltrisca. — «Tagliar la verità, come un vestito, al dosso della passione, non fa per noi;» — «Bisogna aver faccia di dir la verità ai principi, ma anche al popolo; bisogna sapere andare contro la mitraglia, ma anche contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita, ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero, ardito e quando occorre, saper contrastar alla passione;» — diceva il d'Azeglio. Troppo sarebbe pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate, esaltandole, magnificandole, mostrandone solo la parte ingannevolmente brillante: ci prepareremmo così nuove quarantottate per l'avvenire: e dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo, ce 'l mostrano la Francia, la Spagna, le repubbliche [pg!341] americane. Della difesa militare di Venezia, possiamo contentarci, perchè la migliore operazione di tal genere, che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri, da un esercito irregolare. Della condotta politica dei suoi uomini di Stato invece non possiamo appagarci in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E basterebbe anche a dimostrarla tale, il ravvedimento, ch'è la maggior gloria de' principali; il ravvedimento, con cui riconobbero poi, solo una guerra dinastica poter salvare ossia creare l'Italia e con cui portarono alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano, l'aiuto prezioso della concordia nazionale. [pg!342][pg!343]

Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica, sentimentale ed ingenuo molto ed irrequieto amante di libertà non ben determinata, come accade agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del quarantotto. Gli avvocati, gl'ingenui e quanti non hanno propositi ben chiari non sogliono esser gente adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo, chiamava in ballo la politica e l'onor nazionale, o c'entrasse o non c'entrasse, a proposito ed a sproposito. Così, per esempio, nella quistione della ferrovia ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto ricorrere a' capitalisti esteri, cupidi, non di giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e credere, [pg!319] che i capitalisti possano esser cupidi d'altro, è ingenuità classica. Pare, che la immensa maggioranza degli azionisti non avesse fede alcuna nella direzione Italiana della società, non la stimasse capace e s'impensierisse dello avviamento preso dagli affari. Alcuni dunque proposero di cedere allo Stato la costruzione e la gestione della ferrovia sino al compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo, io, che di simili faccende non m'intendo, non oso affermare. Il Manin, che non credo se n'intendesse molto più di me, lo oppugnava. Voglio anche, ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti finanziarî, invece di provare all'adunanza, che la Direzione Italiana offriva loro più guarentige e migliori dello appoggiare al governo la costruzione, fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a fischiate e di cui non possono rileggersi senza riso de' brani come questo: — «Accettare la proposta porterebbe una nuova e grande umiliazione nazionale.» — L'umiliazione nazionale c'entrava come il cavolo a merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita di azionisti! La mancanza di approposito e di senso pratico venne redarguita dalla quasi unanimità, che approvò la proposta.

Bene osserva il Rovani, che: — «se ci facciamo a riandare il tempo speso prima della rivoluzione dal più degli Italiani, che nel M.DCCC.XLVIII si posero o furono posti a presiedere governi, e a capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno tanta materia di racconto, di considerazioni e di giudizi, che la storia della lor vita di preparazione, potrebbe assorbire per avventura quella della loro vita di azione». — Ciascuno di loro era divenuto celebre per iscritti. — «Tutti dal più al meno erano noti all'universale... gran tempo prima, che scoppiasse la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin. Ei si presenta all'ingresso della rivoluzione tutto solo e poco noto e quasi nudo di memorie e d'opere. Uomo senza passato». —

Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile, [pg!320] anzi fanciullesca, con la quale la nazione credette affrancarsi e costituirsi a furia di chiacchiere, stimando, che il chiacchierare fosse operare. Gli uomini, che salivano repentinamente al potere o riempivano le assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano su pe' giornali o capitaneggiavano schiere, erano per lo più impari ed impreparati alle difficoltà politiche, economiche, amministrative, militari, le quali non possono risolversi con delle belle frasi. Ma credevano in buona fede, che si potesse governare, amministrare, guerreggiare per ispirazione, entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel modo com'ogni giovinotto crede di poter poetare. Ora, che la pratica della vita libera ha diffuso il senso politico, non c'è chi non rida di certe idee e di certe pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani, che fan fiasco negli esami liceali, perfidiano nell'ammirare e sognano d'imitare quandochessia (che mai non se ne dia loro l'occasione!)

Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima, dico. Nèd in arte, nèd in politica meritano indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a quelli, che s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando l'arte di governare, quanto è detto nelRomanzo Borghesedi Antonio Furetière di chi verseggia senza studio: — «Belastre se hazarda de repondre que c'estoient des vernt faicts par des gentils hommes qui n'en sçavoient point les régles, qui les faisoient par pure galanterie sans avoir leu de livre et sans que ce fust leur mestier:Hò par la mort, non pas da ma vie, reprit chaudement Charrossellespourquoy diable s'en mes-lent-ils si ce n'est pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé d'avoir fait une méchante marmite, ou un forgeron une pantoufle mal faicte, en disant que ce n'est pas son mestier d'en faire? Ne se mouqueroit-on pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession de valeur si, pour faire le galand, il allait monster à la bréche et monstrer là sa poltronnerie?». — Giustissime sono le osservazioni del [pg!321] Vitet: — «La gioventù, che spolitica, non pensa affatto, che dalla sera al mattino può accaderle di veder crollare in un battibaleno per subita tempesta quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna; ed innalzarsi, quanto fantastica, e quindi di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata alla manovra senza saperne boccata, e di non potere reggere il timone se non con mani inesperte. Dov'è chi si prepari e si eserciti anticipatamente alle funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga come correggere quanti censura, avido di particolari e nozioni pratiche invece di teoriche ampollose e di generalità vacue».

Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate ed alimentate da Pio IX, la repubblica in Francia e finalmente i fatti di Vienna, il ritiro del Metternich e le concessioni imperiali, imbaldanzivano gli agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori, che non osavan più reprimere, nè condursi risolutamente, ignorando se gli atti loro sarebbero poi approvati, dubitando della stabilità della Monarchia Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina e distribuì le armi al popolo, quando appunto la libertà di stampa e di riunione rendevano più pericolosa quella concessione e quella distribuzione ai disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron subito i fucili e le daghe contro di lui. Fu la ripetizione della storia d'Argante che grida a' guerrieri cristiani:

Questa sanguigna spada è quella stessa.Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,Ch'udirà la novella ei volentieri.E caro esser gli dee, che 'l suo bel donoSia conosciuto al paragon sì buono.Ditegli, che vederne omai s'aspetti,Ne le viscere sue più certa pruova;E quando d'assalirne ei non s'affrettiVerrò non aspettato ov'ei si truova.

Questa sanguigna spada è quella stessa.Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,Ch'udirà la novella ei volentieri.E caro esser gli dee, che 'l suo bel donoSia conosciuto al paragon sì buono.Ditegli, che vederne omai s'aspetti,Ne le viscere sue più certa pruova;E quando d'assalirne ei non s'affrettiVerrò non aspettato ov'ei si truova.

Questa sanguigna spada è quella stessa.

Questa sanguigna spada è quella stessa.

Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.

Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,

Ch'udirà la novella ei volentieri.

E caro esser gli dee, che 'l suo bel dono

Sia conosciuto al paragon sì buono.

Ditegli, che vederne omai s'aspetti,

Ditegli, che vederne omai s'aspetti,

Ne le viscere sue più certa pruova;

E quando d'assalirne ei non s'affretti

Verrò non aspettato ov'ei si truova.

[pg!322] La disciplina si rilascia e la speranza della impunità, che balena agli occhi del volgo, il fa irrompere in atti di ferocia. Gli arsenalotti assassinano il loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio non impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e puniscono incontanente, esemplarmente gli autori. Le guardie civiche, capitanate dal Manin ed assicurate senza dubbio della complicità della truppa, irrompono nello Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed, ordinando loro un maggior Boday di operare, atto, che lo Errera qualifica ditrama subdola(sic!), si ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa comune col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale a molto buon mercato, non per virtù propria, non pe' discorsi del Manin, ma perchè la guarnigione infranse e trasgredì il giuramento militare, qual che se ne fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy perdono sempre più la testa e vien loro un po' di tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del Boday e consiglia di operare, rispondono presso a poco come quel Re appo il Cornelio:

Si ce désordre était sans chef et sans conducteJe voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.

Si ce désordre était sans chef et sans conducteJe voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.

Si ce désordre était sans chef et sans conducte

Si ce désordre était sans chef et sans conducte

Je voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:

Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.

Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;

Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;

Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;

Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,

Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.

Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le poche forze fedeli ancora, il contagio della insubordinazione; sbigottito dalle notizie di Milano e delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo forse ad ordini superiori; bramosi certo di salvar la pelle propria e de' compagni: capitolarono. Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha avuto il coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici sulle rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente [pg!323] questi fatti, compendiando un discorso del Manin:

.... Si scuote, si rinfiamma ed ardeD'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,Con l'opre nuove, che non son bugiarde.Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisceL'austriaca possa; e quell'altier prestigioDe' vanti austriaci in un balen svanisce.Bastan due giorni all'immortal prodigio.Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.

.... Si scuote, si rinfiamma ed ardeD'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,Con l'opre nuove, che non son bugiarde.Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisceL'austriaca possa; e quell'altier prestigioDe' vanti austriaci in un balen svanisce.Bastan due giorni all'immortal prodigio.Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.

.... Si scuote, si rinfiamma ed arde

.... Si scuote, si rinfiamma ed arde

D'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,

Con l'opre nuove, che non son bugiarde.

Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisce

Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisce

L'austriaca possa; e quell'altier prestigio

De' vanti austriaci in un balen svanisce.

Bastan due giorni all'immortal prodigio.

Bastan due giorni all'immortal prodigio.

Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;

Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.

Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi, senza troppo riflettere, proclamata una repubblica. Perchè la repubblica? — «Perchè non basta avere «abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne «uno nuovo; ed il più adatto cisembraquello «della repubblica, cherammenti le glorie passate». — Così il Manin: ma la ragionenon ci sembramolto soda. Una forma di governo non si sceglie per amore di reminiscenze storiche, come il nome di un neonato; per memoria d'una gloria, che fu; di una gloria, per giunta, molto antica ed annebbiata dalle vergogne posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio mel perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere il primo presidente d'una Venezia democratica, come un Manin era stato l'ultimo doge d'una Venezia aristocratica.

Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì tristi frutti. Parve ispirato da municipalismo, dal desiderio di scindersi da Milano e soverchiarla; suscitò diffidenze nella rimanente Italia e nelle provincie Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha lasciate memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali di esse si credevano in obbligo di esortare il Governo provvisorio di Venezia — «a manifestare sentimenti di larghissima nazionalità per togliere del tutto i motivi del malumore;» — e nel subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento della unione con la Lombardia, e dimostravano in [pg!324] mille modi la poca fiducia. Il Governo nominata dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza e ministri e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo gli usi quarantotteschi, un artigiano, il quale non so davvero, che lumi potesse portare sulle materie, che discutevansi, di tanto momento e premura. Perchè bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti e Mestieri! Ma forse, con un po' di buon senso, e non avendo la pretesa della scienza infusa, sarà riuscito almeno soltanto inutile, non dannoso, come il Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di reggere uno Stato e di condur gli affari, ministri ed ambasciadoripour rire, da commedia. Stava zitto almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno evita di dire e di scrivere corbellerie: e quante se ne dicevano e scrivevano allora, uff! Lo stesso Errera è costretto a convenire, che parecchie note (leggi: quasi tutte) della repubblica del quarantotto, — «sono ispirate ad una lirica e ad un sentimento, che poco si addicono alla ragion di Stato: per ciò soprattutto si distinguono gli scritti del Tommaseo». — Dell'inopportunità delle cui proposte sovrabbondano gli esempli; e la cui leggerezza come diplomatico venne spesso redarguita persino dal Manin, che gli scriveva: — «Ameremmo, che foste meno proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei giornali, destituite di verità». — Ma veramente tutti peccarono: ed il Manin in questo caso ricorda chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi della trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come suol dirsi più volgarmente la padella, che dice al tegame:fatti in là, chè tu mi tengi.

Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e diverso: subordinarsi ad un altro Stato Italiano già costituito, e preparare armi e denaro, denari ed armi, mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse e leve ci volevano. Questo appunto non si seppe, appunto non si volle fare. E non si volle fare per non perdere la popolarità ed i plausi della piazza. Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî, [pg!325] invece di far denari si abolirono e diminuirono e riscossero male le imposte, invocando poi doni patriottici e sovvenzioni nazionali, che poco potevan fruttare e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche del Medio Evo:

De tributo Caesaris nemo cogitabat,Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.

De tributo Caesaris nemo cogitabat,Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.

De tributo Caesaris nemo cogitabat,

Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.

Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in agitazione continua co' circoli, con le piazzette, con le arringhe, distraendola dal lavoro, dandole un'idea falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli. Quanti guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero essi circoli ed esse piazzate, lo Errera tace od accenna appena: son la parte vergognosa dell'assedio di Venezia; ma giova non dimenticarla, non occultarla. L'indole festaiuola di tutte le plebi e sventuratamente in modo particolare delle Italiane, ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto di patriottismo. Come se le passeggiate, le piazzate, le chiassate, le ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie, le processioni, le rassegne, iTe-Deum, eccetera, eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria, che non distraggan troppo dal lavoro, che non ne disavvezzino ed il rendano increscevole; io le comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di redenzione, quando non si è ancor definitivamente acquistato nulla, anticipar le allegrezze ed i panegirici, è per lo meno puerile. Il volgo si assuefaceva allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar le parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali come atti eroici, che dispensano dalle battaglie, dalle privazioni, dal morir per la patria. Il libro dell'Errera v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi; più giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete, forse ubbriaco, (l'ubbriachezza sola può servirgli in certo modo di scusa, sebbene inescusabile essa stessa) a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada del [pg!326] Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giuròdi morire per San Marco. Non siamo informati, se fu uomo di parola: scommetterei di no. Ma, se un preteguappoe sanguinario, può sembrar lodevole, a chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote il levita del vecchio testamento; noi non dobbiamo dimenticare, che la religione cattolica imponeva a quel messere di non far differenza alcuna fra' suoi concittadini e lo straniero, di amarli del pari. Nè queste cerimonie ispiravan sensi di dignità alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè marzo, espulsi gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion di Vinegia: — «le guardie civiche, fra l'allegrezza ed il plauso, trascinarono il cocchio, nel quale stavano il vescovo, il delegato, il podestà ed i capitani della guardia civica». — Così pure Piersilvestro Leopardi narra: — «che in Brescia, gli studenti (?) per onorare Gioberti, che viaggiava meco, vollero tirarci la carrozza per più di due miglia». — Ecco gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!

Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo; mente turbata dalla fede religiosa ardentissima; uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio Regno, ma più di acquistar gloria propugnando una causa, la quale gli sembrava santa. E non per quelle ragioni solo, che la fanno stimar tale a voi ed a me, anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia, nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge:Non poteris alterius gentis hominem Regem facere qui non sit frater tuus.— «Non potrai darti per Re lo straniero, che non t'è fratello». — L'indipendenza nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta dalla scrittura, era un domma per quel generoso. Fu chiaro sin dal principio, che l'unità e soprattutto (chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno) che l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione, sostegno, propugnatore, speranza, oltre il Re di Sardegna. La causa nostra dovea vincer seco o cader seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con [pg!327] un esercito numeroso ed agguerrito, sebbene, come poi si vide, insufficiente per l'impresa. Del Re Bomba il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed al maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente Italia poteva dar solo forze tumultuarie e di poco conto.

Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe del Durando, quel che ne scriveva il Mérimée:Un de mes amis qui revient d'Italie a été pillé par des volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il est impossible de faire battre les Italiens, excepté les Piémontais qui ne peuvent être partout.Credo, che lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al postutto poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in ogni esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio; gente degna della forca e che finisce sulla forca. Ma pur troppo ned i volontarî romani, ned i toscani erano in grado di tener testa in campo aperto ad un esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio ne scriveva confidenzialmente alla mogliera.

Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza d'Italia poteva aversi solo per opera di Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi l'immediata fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che fossero stati in fondo repubblicani, perchè in somma delle somme, se non altro, ilgiogo piemontesesarebbe stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o perchè un po' di buon senso basta a suggerire, che le quistioni politiche s'hanno a risolvere una per volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio di Venezia erano federalisti, sebbene si vergognassero di apertamente confessarlo; eran federalisti vergognosi, crittofederalisti.

Il Tommaseo scriveva al Leopardi: — «Potete ben credere, che l'unità vera della nazione è da me ardentemente desiderata; ma mi duole, che taluni si sforzino di ottenere una qualche aggregazione parziale, con modi o fraudolenti o violenti, i quali fanno al Piemonte torto o danno, e preparano [pg!328] nuove scissure, forse non meno deplorabili delle antiche». — Chi nondesidera, anzivuole, l'unità vera d'un popolo, ch'è la politica, affretta le aggregazioni parziali, le quali conducono ad essa, con tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i carciofi si mangiano in un sol boccone, anzi a foglia a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi nell'Assemblea veneta un discorso per provare, che: — «decidere subito sulla condizione politica di Venezia non era inevitabile, non utile, non decoroso: noninevitabile, perchè l'immediata fusione non faceva sgombrare il nemico, nè forniva danari e milizie; nonutile, perchè il decidere allora diceva timore, o sarebbe stato un peso e una umiliazione di più; nondecorosoper Re Carlo Alberto, cui si toglieva occasione di operare con magnanimità per farne un avventuriere che mercanteggi le battaglie, e cerchi non il premio, ma il prezzo». — Da ultimo uscì in campo — «con una generosa proposta, acciocchè il patriottico Trentino fosse unificato all'Italia» — come dice l'Errera; proposta, la cui opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno; ma che almeno non era ignobile, come l'altra del Bellinato, il quale volea stipulare il mantenimento del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli di Genova.

Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente a guerra finita e frattanto la continuazione di tanti governucoli, i quali, se fossero stati di devoti al Re e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia. Carlo Alberto poi arrischiasse vita e corona, mettesse a repentaglio la dinastia, eccetera (mentre costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo comoda e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per esser quindi a guerra finita, congedato anche, se occorre, da una congrega di letterati e di avvocati, da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini! Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie, grazie alla leva ed alle imposte, dovevano [pg!329] essere obbligatorî; ma quelli delle provincie poi, il cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici ed arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti erano un po' leonine, fatte a questo modo; e la leoninità può scusarsi od almeno accettarsi, sol quando ci s'impone dal più forte.

L'unione col Piemonte era una tal necessità, che, quando il mare cominciò a turbarsi, s'impose a quei retori, sebbene la volessero di malgarbo, come un ferito consente all'amputazione. Le provincie erano loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia perfidiava nell'essere un po' autonomista. Il Manin stesso (ad un cui moto generoso pur si deve la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: — «Ciò in Venezia sembrava ai più essereintempestivoe pericoloso: intempestivo, perchè stimavasi, che la quistione dovesse risolversi a territorio sgombro ed a guerra finita;pericoloso, perchè la guerra avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè nazionale, e quindi, perdute le simpatie dei popoli italiani e di altri popoli liberi d'Europa e destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». — La miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti. L'Italia ha potuto costituirsi solo quando tutti si son ben persuasi, gl'interessi di una dinastia e della nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni inoperose non avevamo a curarci. Ma validi aiuti esteri potevano solo sperarsi da' negozianti d'un governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso; ed il principio monarchico solo, altamente proclamato, poteva disarmare taluni sospetti e frenare le irruenze pericolose, contenere la piazza e far prevalere la volontà non degli schiamazzatori, anzi del vero popolo, che non è chiassone e piazzaiuolo, che non va scambiato con la folla, la quale s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e tante volte è facile a disperdersi con l'offrir loro da bere. (Vedi Documento XLIII dello Errera).

L'Unione francamente accettata da' Ducati, era [pg!330] francamente desiderata dalle Provincie Lombardo-Venete. Il municipio bresciano rispondeva al Gioberti ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare i coscritti della leva ordinata dal Governo Provvisorio: — «Si fa di tutto; ma i Bresciani non vogliono servire i signori di Milano. Facciano la fusione col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno subito». — Qui lascio la parola al Cibrario: — «Milano, già travagliata da una setta, che si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta con pensieri discordi e perciò con mano assai debole dal Governo provvisorio, vincolò la fusione a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea costituente, che ordinasse le forme del reggimento interno, non solo rispetto alla Lombardia, che abbisognava d'organizzazione, ma rispetto all'antica monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar le armi a pro d'Italia, perchè giàab anticoera fortemente organizzata. Condizione nuovissima nella storia, che portava in grembo una nuova ed intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano spingersi agli ultimi termini della democrazia e mutare di fatto, se non di nome, il Re in presidente di repubblica. Qualche membro del Governo provvisorio parteggiava per la repubblica. Il presidente invece e gli altri, opinavano, che la Costituente, eletta sulle basi del voto universale, presentasse una guarentigia immensa di moderazione. Il Re, sdegnando di scendere a mercato sulla maggiore o minore autorità, che gli si dovesse attribuire, egli, che combatteva per un principio e non certo per gl'interessi della Corona, accettò senza palese ripugnanza anche quella condizione, benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero con gran calore, che dovea respingersi. Invece Urbano Rattazzi orò, perchè si accettasse. Egli dicea tra sè:O saremo vincitori e col favor della vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea sarà continuamente per noi; o vinti, e non sarà più il caso d'un'Assemblea costituente». — Lealtà [pg!331] rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano. Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber venuti dopo, s'è quasi indotti a stimar provvidenziale la sconfitta, che fece metter senno a tante menti incomposte e confuse, preparando la concordia del cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie, di quali ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe dato lo spettacolo doloroso una costituente? Ci saremmo visti condotti ad un conflitto tra 'l potere esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un colpo di Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione del secondo, funesta, simile a quella dell'Assemblea nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.

Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte, si dichiarava antimonarchico e faceva prevedere qual parte si riserbasse nella futura costituente, rifiutando di continuare al potere e dicendo: — «Fui, sono e resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non posso esser niente; posso esser dell'opposizione, ma non di Governo». — Insomma que' signori volevano, che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero per loro; e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi le antiche provincie, non lasciarsi annettere essi agli Stati Sardi.

Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello dei Commissari piemontesi, che durò quattro giorni. Venezia non poteva nulla da sè: tutto dipendeva dalle sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo avrebbero avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto; ma, disfatti i piemontesi, per Venezia non sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto giovava, occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi l'uso del mare pe' trasporti, e preparando un nerbo di soldati, i quali però avevan bisogno di tempo, ma tempo assai, prima di poter riuscire utili in campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo scriveva al Pepe: — «Caro generale, questa truppa di gente oziosa, indisciplinata e diversa è a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela, vi preghiamo, fuori al più presto». — Il Pepe al [pg!332] Leopardi: — «Ascendono queste truppe a diciottomila uomini e forse più, nelle quali manca la disciplina e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli ufficiali superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». — «Sono qui combattendo difficoltà d'ogni genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far partire con la forza de' gendarmi il generale duca Lante. Ciò vi mostra la disciplina, che ho qui trovata. Non ho meno di diciottomila e seicento uomini; ma bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli di mille cose, che mancano». — Si chiedevan sempre denari ed uomini al Re, (che non poteva mandarne e distrarne dallo esercito, perchè, come dice il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio tutta la fortuna e sol parte delle forze); e frattanto gli s'imponevano patti! L'insipienza amministrativa del Manin e compagni, e nei provvedimenti e nella scelta del personale, era stata proprio troppa. Basti citare lo aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare un comando, quel Zucchi, che firmava poi la capitolazione di Palmanova, portante, chela città riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista ancora di munizioni da bocca e da guerra, si rendeva spontanea. Ed i repubblicani milanesi accoglievano quindi con ovazioni e — «levavano alle stelle quel pover uomo rimbambito, col fine altamente proclamato di farne un competitore al Re Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» — come testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.

Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini; prodigo di fiducia, facile ad esser ingannato. Venezia formicolava di spie austriache. — «E che sia il vero» — scrive il Carrano — «venne in mano del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale, disponendo le difese, faceva noto quel, che a sei ore della sera del ventisei ottobre avea saputo, cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita da Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu detto, che un tenente-colonnello Juin, comandante di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...

[pg!333] Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra. Era poi a capo della polizia un certo Renzowich, il quale si aveva tutta guadagnata la confidenza del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo la caduta di Venezia, furono veduti in gran dimestichezza col nemico. Così quel brav'uomo, che era l'amato presidente del Governo veneziano, si faceva canzonare da simili furfanti». — Aggiungerò ancor quanto del Cavedalis stesso scriveva il Rovani nel M.DCCC.L: — «Il Cavedalis, anima dell'anima di (sic) Manin, senza di cui egli non osava portare più innanzi il peso della dittatura; quel Cavedalis, dopo essere stato triumviro del Governo libero della risorta Venezia, sta ora come direttore della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî dell'Austria». —

Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere un po' d'ordine e tirare innanzi; non s'illudevano, non avevan cieche fiducie. Lo Errera dice, che a furia d'errorisi alienava l'animo de' cittadini; e fra questierroripone: l'aver dato lo sfratto a gente malsicura; l'aver ingiunto, che le armi militari fossero consegnate da' privati sotto pena di multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti tumultuosi; l'aver vietato — «ai giovani delle scuole di esercitarsi nelle armi più che una volta per settimana, mentre urgeva, che il paese fosse agguerrito» — eccetera. Dove siano gli errori, non so. Agguerrir si dovevano gli uomini, non i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti ed imparar la grammatica. I battaglioni della speranza e simili ragazzate, per le qualiinorgoglivaes'intenerivail Manin, sono trastulli da tempi sereni e non vinsero mai battaglie. O vogliam dire, che lo errore fosse nel permettere quella esercitazione settimanale? nel non proclamar lo stato d'assedio per reprimere i tumulti e pene personali severissime per ricuperar le armi?

Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva, non la rinunzia alla sovranità di Venezia, anzi solo [pg!334] lo sgombero di essa dalle forze piemontesi, la plebe gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e proclamò la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva, ma dittatura militare, perchè se dittatura è riunione di tutti i poteri in una persona per raggiunger meglio uno scopo determinato29, e se in Venezia si trattava unicamente della difesa, non era senno dar la somma delle cose in mano a chi del difender piazze e dell'arte della guerra era ignaro affatto. E della ingerenza del Manin nelle cose militari si duol di continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta con quella data funesta dell'XI agosto, quasi a ricordanza d'un fausto evento, quasi da quel giorno, che per ogni avveduto era il principio della fine, cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella coniazione fu una cattiva azione. A' repubblicani rincresceva il breve rinsavimento. La città avrebbe dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e del battaglione piemontese, che le circostanze della guerra allontanavano, ostinatamente riaffermare sino allo stremo il voto della unione. Sarebbe proprio bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò solo avesse il diritto di costituirsi in istato indipendente! Ottima cosa fu l'idea di proseguir nella difesa, — «perocchè non impossibile ilripigliarsipiù tardi la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia propizio; e all'uopo Venezia forte, con esercito meglio intanto agguerrito, poteva essere di grande aiuto e sostegno» — come dice il Carrano; ed anche per semplice pruova di valore Italiano, per ispirare stima di noi, per non far cadere una seconda volta il leone di San Marcosenza mandar ruggito. Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame [pg!335] delle spade:Non isguainarmi senza giusto motivo; non rinfoderarmi senza onore.Ma non c'era bisogno di proclamar la repubblica: questa parola non dava forza, tutt'altro.

Pure la proclamazione fece gridare il Manin:Salvatore della patria, che non salvò, nè poteva salvare. I titoli anticipati son di malaugurio. Il triumvirato Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi, mandò messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere sulla speranza d'una mediazione o d'un intervento estero, che andò mendicando in tutti i modi, fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia. Bisogna rendere al Manin la giustizia, ch'egli era sincero nelle sue illusioni, che non ingannò scientemente la popolazione con lusinghe, alle quali fosse estraneo; credeva davvero, che la sua città natia per — «aver destate simpatie speciali nella diplomazia d'Europa, potesse esser appoggiata dalle potenze e difesa contro le pretese dell'Austria; e, anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e diritti di città anseatica». — Ma se tanta ingenuità sia scusabile in un uomo di Stato, nel capo d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente rispose:Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri non me ne impiccio.Le risposte della Francia erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire! E se gli ambasciatori veneti non avessero avuto una benda sugli occhi, se avessero avuto più pratica di mondo, diamine se l'avrebbero capito! E poi, via, per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia ed impegnare una guerra? Che doveva importarle o giovarle la indipendenza di Venezia? Il Manin diceva: — «Intervenite per lavar l'onta di Campoformio». — Il diceva sul serio, lui: ma la Francia di quell'onta arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver cagionato il fallimento de' Peruzzi. E poi, via, che c'è davvero da arrossire per essa di Campoformio? Da arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta [pg!336] ci fu, ce ne fu solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio è per lo schiavo mercato, non per chi vende o per chi compra. — «Intervenite» — dicevano i Veneziani — «in nome della umanità». — Questi interventi filantropici son cosa da cavalieri erranti: ma l'uomo di Stato deve procurar solo il bene ed il vantaggio del proprio paese: e solo in questo modo può giovare indirettamente alla intera umanità, di cui come tale, nulla de' premergli. I retori, che sgovernavan Venezia, ripetevano: — «Noi abbiamo un diritto storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel dimostreremo». — E giù chiacchiere e sillogismi. Avete un diritto? E voi fatelo valere! Un popolo ha diritti solo quando ha forze sufficienti per farli rispettare; solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli dà ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene bene, perchè guai alla nazione, che il dimentichi!

Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle ed enumerarle? Una di queste era la inespugnabilità di Venezia. «È certo, che l'Austria questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla mai colle armi, ma può prenderla con le astuzie e con le sue arti infernali;» — diceva il Manin. Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima, ch'è la prevalenza del numero e della forza, de' mezzi e della scienza militare. — «Il giornale del Mazzini dice, che la laguna basta a difendere la Venezia coi suoi ventinove forti,» — scriveva il Pepe — «e intanto il generale, che ho in Chioggia, scrivemi, di non poter difendere quel distretto con meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera non ne bastano tremila.» — È doloroso a dirsi e so, che dispiacerà il sentirlo dire; ma, se Venezia fece moltissimo, Venezia non fece (come pretendono) quanto era possibile fare. Taccio della inerzia inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia, certo non poteva: ma rompere il blocco, ma corseggiare, ma recare gravi danni al commercio austriaco, acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice [pg!337] il Carrano: — «E se a tempo avessero i primi governanti il naviglio accresciuto di un paio di fregate a vapore, e fatto più abbondante provvisione di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al mese di novembre; stagione in cui i nemici avrebbero dovuto interrompere il blocco da mare. Quindi onore più grande all'Italia. E poi da cosa non nasce cosa?» — Non tutti gli uomini atti alle armi si armarono per la difesa: molti e molti preferirono — «le facili dimostrazioni di piazza e le sterili proteste»; — e moltissimi emigrarono o stettero tranquilli alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere altrimenti; ned altrimenti accadrebbe ovunque, se non si obbligassero i cittadini poco zelanti al servizio militare.

Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano come il Navagero:

Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armisEt tamen audaci pectore bella geram.Confertas turbabo acies: densosque per hostesDeferar et praeceps in media arma ruam.Vivere quippe aliis; Venetis ea denique veraVita est, pro patria decubuisse sua.

Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armisEt tamen audaci pectore bella geram.Confertas turbabo acies: densosque per hostesDeferar et praeceps in media arma ruam.Vivere quippe aliis; Venetis ea denique veraVita est, pro patria decubuisse sua.

Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armis

Et tamen audaci pectore bella geram.

Et tamen audaci pectore bella geram.

Confertas turbabo acies: densosque per hostes

Deferar et praeceps in media arma ruam.

Deferar et praeceps in media arma ruam.

Vivere quippe aliis; Venetis ea denique vera

Vita est, pro patria decubuisse sua.

Vita est, pro patria decubuisse sua.

Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il popolo gridava: — «Vi andremo tutti,» — (e giurerei e scommetterei, che degli schiamazzatori non v'andò a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin rispose: — «Ad un popolo, che vuole difendersi, tutto serve di arma». — Parole, che parvero sublimi e si applaudirono; che oggi verrebbero fischiate. E questa diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune, e quanto sia già sfatata appo noi la rettorica di piazza. Corbellerie simili non le direbbe più neppure frate Pantaleo.

Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa de' governanti. Ho già detto delle abolizioni o riduzioni di imposte. Vi si aggiunse: quel mezzo inefficacissimo di popolarità, ch'è la restituzione gratuita [pg!338] de' piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non abbiamo la distinta minuta delle spese, ma quando si legge di tre mila ed una lira pagata all'albergo Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta napolitana, di tremila lire elargite al padre Gavazzi, non si acquista un'alta idea dello accorgimento, di chi disponeva tali spese. Certo, le forze d'una città erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali si credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie in Venezia e fuori;l'elemosina per la patria, (che doveva essere raccolta da' parrochi in persona girando per la chiesa, trasformati così in agenti delle tasse); il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per gli Stati italiani a raggruzzolarvi quattrini, (intorno al quale il Manin gli scriveva: — «siamo certi, che l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno e la magia dell'affettuosa vostra parola ne assicurerebbero una copiosissima messe;» — ) l'accettazione della carta veneta dalle casse degli altri governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi avrebbe mai accettato quella carta, di cui non poteva sorvegliarsi la emissione e che non aveva credito, se non dove era imposta con la forza? Sarebbe piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come quelle monete, con le quali il diavolo comperava le anime, vi si sarebbe convertita in foglie secche. Fa ridere il leggere nominata una commissioneper istudiare e presentare un progetto tendente a menomare e possibilmente togliere gl'inconvenienti, che derivano dalle frequenti oscillazioni della carta. Il rimedio era pur semplice: ispirar fiducia nell'esito della resistenza. Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè, mentre la miseria cresceva, diminuivano i pegni al Monte; fatto, che allo Errera sembra indizio di prosperità ed a noi di diffidenza. I pegni diminuivano, non perchè la povera gente aveva denari in copia; ma perchè le ripugnava di affidar le sue masserizie preziose alle casse pubbliche.

La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove) [pg!339] condannò Venezia. E non posso non notare cosa, che fa torto al cuore ed alla mente del Manin, aver egli credutopreparati a Torino i casi di Novara! Fu il suo primo pensiero all'annunzio di quel disastro, partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio dell'abdicazione di Re Carlo Alberto. Le stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato molti creduli, perchèinfinita è la turba degli sciocchi! Tanto egli era lontano, nonchè dal possedere ilsenso profetico, che l'Errera vorrebbe attribuirgli, ma dal saper estimare equamente i fatti politici più semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli affari, che ha sempre sentito parlare de' Re e della diplomazia come di mostri; che vede e sospetta sempre non so che atroce machiavellismo in ogni azione, in ogni fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le sorti della guerra avevan cominciato a volgere in peggio, che la Venezia fosse lasciata all'Austria ed il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di Sardegna insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale in un dato momento l'Austria avrebbe consentito e che si vuole anzi da essa proposta e respinta da Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si misero paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra nell'interesse dinastico.O tutto in una volta, o nulla; e non si ebbe nulla. Se si fosse fatto il medesimo nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là da venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed onesto di salvar Venezia dal giogo austriaco, separandone le sorti da quelle della rimanente Lombardia e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di tutti; era pronto nel quarantotto a gridartradimento, tradimento, se il Re, per salvare almeno la Lombardia, fosse stato costretto, come nel cinquantanove, a procrastinar l'impresa di Venezia.

Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non fucata de' fatti, sorge, ned è mia colpa, un'idea del Manin diversissima da quella, che lo Errera vorrebbe darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che [pg!340] fa grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato, il quale in virtù d'una facondia non sempre di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle assemblee rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo e pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna serietà e capacità politica ed amministrativa, nonchè militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi su spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il merito spetta principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali, i quali avrebber forse fatto meglio e più, se non fossero stati vincolati ad ogni passo; e certamente avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse stata più capace. Giacchè il decretare la resistenza ad ogni costo, torna facile; si fa presto a proporre e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma nell'obbedire ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la difficoltà; e ci vuole non solo prudenza, anzi pure scienza militare, antiveggenza amministrativa, solerzia per preparare i mezzi, abilità nello impiegarli. So benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare gli allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente distruggere una gloria Italiana. Non mi curo di tali addebiti. Credo, che il vero, il pretto vero, sia sempre meglio di una illusione o d'una menzogna: la storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se pur si vuole, che ne ammaestri e ne scaltrisca. — «Tagliar la verità, come un vestito, al dosso della passione, non fa per noi;» — «Bisogna aver faccia di dir la verità ai principi, ma anche al popolo; bisogna sapere andare contro la mitraglia, ma anche contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita, ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero, ardito e quando occorre, saper contrastar alla passione;» — diceva il d'Azeglio. Troppo sarebbe pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate, esaltandole, magnificandole, mostrandone solo la parte ingannevolmente brillante: ci prepareremmo così nuove quarantottate per l'avvenire: e dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo, ce 'l mostrano la Francia, la Spagna, le repubbliche [pg!341] americane. Della difesa militare di Venezia, possiamo contentarci, perchè la migliore operazione di tal genere, che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri, da un esercito irregolare. Della condotta politica dei suoi uomini di Stato invece non possiamo appagarci in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E basterebbe anche a dimostrarla tale, il ravvedimento, ch'è la maggior gloria de' principali; il ravvedimento, con cui riconobbero poi, solo una guerra dinastica poter salvare ossia creare l'Italia e con cui portarono alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano, l'aiuto prezioso della concordia nazionale. [pg!342]

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