I. —Impressione e Giudizio.

I. —Impressione e Giudizio.La gente colta in Italia da lunga pezza era informata, che un certo Gian Lupo (Volfango, alla tedesca) di Goethe, nato in Francoforte sul Meno l'anno millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo dell'altezza serenissima del Granduca di Vimaria, avea dato alla luce una favola drammatica intitolata:Fausto, tragedia; e composta da una dedica, un preludio sul teatro, un prologo in cielo e due parti, delle quali la prima non è divisa in atti e la seconda ne comprende cinque. Ma, possedendone solo volgarizzamenti monchi, poco divulgati ed affatto illeggibili, l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine, alla inerzia intellettuale, a giurarein verba magistridalle istituzioni, che ha più care e più venera, non che dalla educazione,) faceva atto di fede in chi pretende sapere, ammirando universalmente l'ignoto poema, come l'ultimo sforzo d'ogni virtù poetica e nominandolo con cieca reverenza. E gran tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio, ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa mi pareva più buffa, che dannosa. L'opinione irragionata (si badi: per ora dicoirragionata, nonirragionevole) dell'eccellenza d'un objetto ignoto non [pg!108] ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe a pervertire il nostro buon gusto in fatto di arti belle (supposto che ne avessimo) lo stimare capilavori architettonici que' due Teocalli di Teotihuacan, il Tonatiuh-Ytzaqual (casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual (casa della Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur dipinti? Lo incognito s'immagina analogo al cognito: ce li figureremmo sul fare de' templi antichi. O forse che il proclamare pelnon plus ultradella musica l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio umano non ode, come assordato dal frastuono stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare degli accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora percepibili?La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata magica trasportasse domattina nel bel mezzo di Roma o nel centro di Napoli que' due monumenti messicani; o se posdomani s'inventasse qualche cornetto acustico, col quale distinguere i suoni delle sette corde di quella gran lira, ch'è l'universo. Ed ora, che il Fausto, ripetutamente tradotto (in prosa, la prima parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo Guerrieri, Andrea Maffei); recitato ed applaudito nei nostri teatri, sicchè può dirsene con lo Stazio:Itala iam studio discit memoratque inventus; diventa per noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il pubblico se ne forma, può aver conseguenze giovevoli o perniciose. Un giudizio, un parere sulla benchè menoma opera d'arte, sul più umile degli scritterelli o degli scrittorelli, implica necessariamente, quantunque spesso inconsciamente, un criterio, cioè niente meno che tutto un sistema estetico e quindi filosofico.Ho detto:l'opinione, che il pubblico se ne forma; e non giàl'impressione, che ne riceve. Distinguiamo, prego. Scappo in teatro per divertirmi: purchè lo spettacolo mi fornisca quel solletico desiderato, ho raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si ripeta dalla maestria del poeta o dalla valentia del [pg!109] macchinista, è tutt'una per me. Ho riso? son disarmato! Ho dimenticato per poco il fascio delle mie cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!Sclamava un classicista furibondo:— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,E nel terzo e nel quarto e tira via!» —— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,Che il pubblico s'ammazza per entrare». —Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma non dice, che han ragione tanto il suo classicista quanto il pubblico: quegli non trovando ne' drammi francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi invece quanto bramava: un surrogato delle tauromachie e de' ludi gladiatori, soli spettacoli, che veramente piacer possano alle plebi. Spesso le più insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare allo svago col pretesto, che l'opra non incarna degnamente il concetto dell'Arte. Santo diavolo! cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi rassegno a subire per ammazzare una serata, ed il romanzuccio, che leggicchio in viaggio o prima di spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo sollazzo,più di lor non si ragiona. Hanno la vita efimera del giornale e senza avvenire, senza dimane.Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal turbare la serenità del nostro giudizio, quando un lavoro affaccia pretese artistiche: premiare con applausi lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole e bello non si registrano mica quali sinonimi: ed il nostro buon pubblico pratica stupendamente questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora de' battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo e sentenzia, che il dramma è una minchioneria. È opportuno il premettere questi ricordi, acciò non s'interpreti il biasimo d'un capolavoro alla tedesca, esempligrazia [pg!110] delFaustodel Goethe, per biasimo implicito o di chi s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è dispendiato a rappresentarlo, o di chi s'è indolenzito le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo riconoscenza a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività mentale. Molto meno stimo poi da riprendersi chi l'ha potato e raffazzonato, con non maggior licenza di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona Germania, dove pure viene stimato un miracolo; di quella, che l'autore in persona adoperò, quando volle rendere rappresentabile il suo bel parto: rinunzieremo quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon e Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea, senza trovarsi in grado di leggerlo.In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche parole. Ho udito decantar per ottima e bellissima quella del Guerrieri. Non so. Non m'è riuscito di procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali, perchè so lodarsi in Italia ogni cosaccia, ed il merito d'ogni lavoro esser generalmente da presupporsi in ragione inversa del plauso immediatamente riscosso. Fu detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i cortigiani suoi lo avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte nostro, il quale non si trovi nelle stesse condizioni e non voglia essere e non venga adorato.La versione del Persico fu pubblicata in Napoli nel M.DCCC.LXI. Nessuno vi ha badato. Chi ci colpa? L'epoca della stampa? Allora in verità c'era altro da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque. Il muro chinese, che tuttora separa intellettualmente il Mezzogiorno d'Italia dal Settentrione e dal resto del mondo; e per cui le produzioni napoletane rimangon sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che ha fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità, se la piglia con questo preteso muro chinese! O l'esserle mancato il plauso della setta, la quale, poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva al cielo ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo [pg!111] nome? O finalmente il poco valore dell'opera? Scelga il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo avvertirlo, che il Persico traduce ilFaustoin versi sciolti, togliendogli così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico, spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa diviolentoun trissillabo; ch'e' non rende spesso il testo e che spesso 'l frantende. Per esempio, nelle prime pagine,un soffio magico, che tempestoso circonda uno stuolodi fantasmi, si trasforma inaure scosse da' celesti vanni. Gli amici del Goethe,frodati di amene ore dal destino, divengono pel Persico... i cari, che ingannò il giocondoFugace istante,....Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fossenuovo e di momento, ma piacevole nel contempo; il Persico gli fa desiderare chetutto riesca nuovo e, che più monta, alletti. Dice il tedesco:mostratevi esemplari (musterhaft); e la versione:fatevi innanzi maestrevolmente(come se nel testo fosse:meisterhaft). Poco più in là, nell'originale, l'impresario dichiara non essermortificatoda un biasimo; nella traduzione egli non n'èscosso. Unanottolatadiventa unanotte selvaggia (sic!)Potrei continuare all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia dissertazioncella.Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del verso fa una gran tara alle bellezze delFausto,) può servir solo a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l dire, che traduconoFliegengott(cioè: Belzebù) per — [pg!112] «Moschedio» —;Valpurgisnacht(tregenda) per — «notte di Valburga7»;Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen(schiudo spazî dove molti milioni abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per — «Io schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» — Chiaman poi oscuro ilFausto! Diamine, se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non puòin Aeonen untergehen. Il Gazzino non capisce quella parola grecao aiòn(epoca lunga, eternità); e traduce: — «non può andar inghiottita dall'Eunoè8» — Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati [pg!113] da Rinaldo nel secondo canto delRicciardetto.A piè di questa smisurata piantaVide legata una gentil donzella,Che i crini d'oro con la man si schianta,E si affligge, e si affanna, e si arrovella.Ma, come dir si suole, ai sordi canta;E quel, che par più cosa atroce e fella,Le vide star da dritta e da sinestraDue bestie, lunghe un tiro di balestra.Eran questi due rospi velenosiGrossi così, sì sporchi e disadatti,Che avrian fatto di loro timorosiNon pur la donna de gli angelici atti,Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;Che ognun di loro egli era fatto in guisa,Che avria co' morsi una balena uccisa.Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: — «Un minchione trova sempre un più minchione per ammirarlo.» —Un sot trouve toujours un plus sot qui l'admire.Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!

I. —Impressione e Giudizio.La gente colta in Italia da lunga pezza era informata, che un certo Gian Lupo (Volfango, alla tedesca) di Goethe, nato in Francoforte sul Meno l'anno millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo dell'altezza serenissima del Granduca di Vimaria, avea dato alla luce una favola drammatica intitolata:Fausto, tragedia; e composta da una dedica, un preludio sul teatro, un prologo in cielo e due parti, delle quali la prima non è divisa in atti e la seconda ne comprende cinque. Ma, possedendone solo volgarizzamenti monchi, poco divulgati ed affatto illeggibili, l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine, alla inerzia intellettuale, a giurarein verba magistridalle istituzioni, che ha più care e più venera, non che dalla educazione,) faceva atto di fede in chi pretende sapere, ammirando universalmente l'ignoto poema, come l'ultimo sforzo d'ogni virtù poetica e nominandolo con cieca reverenza. E gran tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio, ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa mi pareva più buffa, che dannosa. L'opinione irragionata (si badi: per ora dicoirragionata, nonirragionevole) dell'eccellenza d'un objetto ignoto non [pg!108] ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe a pervertire il nostro buon gusto in fatto di arti belle (supposto che ne avessimo) lo stimare capilavori architettonici que' due Teocalli di Teotihuacan, il Tonatiuh-Ytzaqual (casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual (casa della Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur dipinti? Lo incognito s'immagina analogo al cognito: ce li figureremmo sul fare de' templi antichi. O forse che il proclamare pelnon plus ultradella musica l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio umano non ode, come assordato dal frastuono stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare degli accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora percepibili?La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata magica trasportasse domattina nel bel mezzo di Roma o nel centro di Napoli que' due monumenti messicani; o se posdomani s'inventasse qualche cornetto acustico, col quale distinguere i suoni delle sette corde di quella gran lira, ch'è l'universo. Ed ora, che il Fausto, ripetutamente tradotto (in prosa, la prima parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo Guerrieri, Andrea Maffei); recitato ed applaudito nei nostri teatri, sicchè può dirsene con lo Stazio:Itala iam studio discit memoratque inventus; diventa per noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il pubblico se ne forma, può aver conseguenze giovevoli o perniciose. Un giudizio, un parere sulla benchè menoma opera d'arte, sul più umile degli scritterelli o degli scrittorelli, implica necessariamente, quantunque spesso inconsciamente, un criterio, cioè niente meno che tutto un sistema estetico e quindi filosofico.Ho detto:l'opinione, che il pubblico se ne forma; e non giàl'impressione, che ne riceve. Distinguiamo, prego. Scappo in teatro per divertirmi: purchè lo spettacolo mi fornisca quel solletico desiderato, ho raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si ripeta dalla maestria del poeta o dalla valentia del [pg!109] macchinista, è tutt'una per me. Ho riso? son disarmato! Ho dimenticato per poco il fascio delle mie cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!Sclamava un classicista furibondo:— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,E nel terzo e nel quarto e tira via!» —— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,Che il pubblico s'ammazza per entrare». —Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma non dice, che han ragione tanto il suo classicista quanto il pubblico: quegli non trovando ne' drammi francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi invece quanto bramava: un surrogato delle tauromachie e de' ludi gladiatori, soli spettacoli, che veramente piacer possano alle plebi. Spesso le più insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare allo svago col pretesto, che l'opra non incarna degnamente il concetto dell'Arte. Santo diavolo! cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi rassegno a subire per ammazzare una serata, ed il romanzuccio, che leggicchio in viaggio o prima di spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo sollazzo,più di lor non si ragiona. Hanno la vita efimera del giornale e senza avvenire, senza dimane.Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal turbare la serenità del nostro giudizio, quando un lavoro affaccia pretese artistiche: premiare con applausi lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole e bello non si registrano mica quali sinonimi: ed il nostro buon pubblico pratica stupendamente questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora de' battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo e sentenzia, che il dramma è una minchioneria. È opportuno il premettere questi ricordi, acciò non s'interpreti il biasimo d'un capolavoro alla tedesca, esempligrazia [pg!110] delFaustodel Goethe, per biasimo implicito o di chi s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è dispendiato a rappresentarlo, o di chi s'è indolenzito le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo riconoscenza a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività mentale. Molto meno stimo poi da riprendersi chi l'ha potato e raffazzonato, con non maggior licenza di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona Germania, dove pure viene stimato un miracolo; di quella, che l'autore in persona adoperò, quando volle rendere rappresentabile il suo bel parto: rinunzieremo quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon e Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea, senza trovarsi in grado di leggerlo.In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche parole. Ho udito decantar per ottima e bellissima quella del Guerrieri. Non so. Non m'è riuscito di procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali, perchè so lodarsi in Italia ogni cosaccia, ed il merito d'ogni lavoro esser generalmente da presupporsi in ragione inversa del plauso immediatamente riscosso. Fu detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i cortigiani suoi lo avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte nostro, il quale non si trovi nelle stesse condizioni e non voglia essere e non venga adorato.La versione del Persico fu pubblicata in Napoli nel M.DCCC.LXI. Nessuno vi ha badato. Chi ci colpa? L'epoca della stampa? Allora in verità c'era altro da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque. Il muro chinese, che tuttora separa intellettualmente il Mezzogiorno d'Italia dal Settentrione e dal resto del mondo; e per cui le produzioni napoletane rimangon sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che ha fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità, se la piglia con questo preteso muro chinese! O l'esserle mancato il plauso della setta, la quale, poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva al cielo ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo [pg!111] nome? O finalmente il poco valore dell'opera? Scelga il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo avvertirlo, che il Persico traduce ilFaustoin versi sciolti, togliendogli così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico, spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa diviolentoun trissillabo; ch'e' non rende spesso il testo e che spesso 'l frantende. Per esempio, nelle prime pagine,un soffio magico, che tempestoso circonda uno stuolodi fantasmi, si trasforma inaure scosse da' celesti vanni. Gli amici del Goethe,frodati di amene ore dal destino, divengono pel Persico... i cari, che ingannò il giocondoFugace istante,....Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fossenuovo e di momento, ma piacevole nel contempo; il Persico gli fa desiderare chetutto riesca nuovo e, che più monta, alletti. Dice il tedesco:mostratevi esemplari (musterhaft); e la versione:fatevi innanzi maestrevolmente(come se nel testo fosse:meisterhaft). Poco più in là, nell'originale, l'impresario dichiara non essermortificatoda un biasimo; nella traduzione egli non n'èscosso. Unanottolatadiventa unanotte selvaggia (sic!)Potrei continuare all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia dissertazioncella.Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del verso fa una gran tara alle bellezze delFausto,) può servir solo a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l dire, che traduconoFliegengott(cioè: Belzebù) per — [pg!112] «Moschedio» —;Valpurgisnacht(tregenda) per — «notte di Valburga7»;Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen(schiudo spazî dove molti milioni abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per — «Io schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» — Chiaman poi oscuro ilFausto! Diamine, se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non puòin Aeonen untergehen. Il Gazzino non capisce quella parola grecao aiòn(epoca lunga, eternità); e traduce: — «non può andar inghiottita dall'Eunoè8» — Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati [pg!113] da Rinaldo nel secondo canto delRicciardetto.A piè di questa smisurata piantaVide legata una gentil donzella,Che i crini d'oro con la man si schianta,E si affligge, e si affanna, e si arrovella.Ma, come dir si suole, ai sordi canta;E quel, che par più cosa atroce e fella,Le vide star da dritta e da sinestraDue bestie, lunghe un tiro di balestra.Eran questi due rospi velenosiGrossi così, sì sporchi e disadatti,Che avrian fatto di loro timorosiNon pur la donna de gli angelici atti,Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;Che ognun di loro egli era fatto in guisa,Che avria co' morsi una balena uccisa.Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: — «Un minchione trova sempre un più minchione per ammirarlo.» —Un sot trouve toujours un plus sot qui l'admire.Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!

I. —Impressione e Giudizio.La gente colta in Italia da lunga pezza era informata, che un certo Gian Lupo (Volfango, alla tedesca) di Goethe, nato in Francoforte sul Meno l'anno millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo dell'altezza serenissima del Granduca di Vimaria, avea dato alla luce una favola drammatica intitolata:Fausto, tragedia; e composta da una dedica, un preludio sul teatro, un prologo in cielo e due parti, delle quali la prima non è divisa in atti e la seconda ne comprende cinque. Ma, possedendone solo volgarizzamenti monchi, poco divulgati ed affatto illeggibili, l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine, alla inerzia intellettuale, a giurarein verba magistridalle istituzioni, che ha più care e più venera, non che dalla educazione,) faceva atto di fede in chi pretende sapere, ammirando universalmente l'ignoto poema, come l'ultimo sforzo d'ogni virtù poetica e nominandolo con cieca reverenza. E gran tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio, ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa mi pareva più buffa, che dannosa. L'opinione irragionata (si badi: per ora dicoirragionata, nonirragionevole) dell'eccellenza d'un objetto ignoto non [pg!108] ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe a pervertire il nostro buon gusto in fatto di arti belle (supposto che ne avessimo) lo stimare capilavori architettonici que' due Teocalli di Teotihuacan, il Tonatiuh-Ytzaqual (casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual (casa della Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur dipinti? Lo incognito s'immagina analogo al cognito: ce li figureremmo sul fare de' templi antichi. O forse che il proclamare pelnon plus ultradella musica l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio umano non ode, come assordato dal frastuono stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare degli accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora percepibili?La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata magica trasportasse domattina nel bel mezzo di Roma o nel centro di Napoli que' due monumenti messicani; o se posdomani s'inventasse qualche cornetto acustico, col quale distinguere i suoni delle sette corde di quella gran lira, ch'è l'universo. Ed ora, che il Fausto, ripetutamente tradotto (in prosa, la prima parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo Guerrieri, Andrea Maffei); recitato ed applaudito nei nostri teatri, sicchè può dirsene con lo Stazio:Itala iam studio discit memoratque inventus; diventa per noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il pubblico se ne forma, può aver conseguenze giovevoli o perniciose. Un giudizio, un parere sulla benchè menoma opera d'arte, sul più umile degli scritterelli o degli scrittorelli, implica necessariamente, quantunque spesso inconsciamente, un criterio, cioè niente meno che tutto un sistema estetico e quindi filosofico.Ho detto:l'opinione, che il pubblico se ne forma; e non giàl'impressione, che ne riceve. Distinguiamo, prego. Scappo in teatro per divertirmi: purchè lo spettacolo mi fornisca quel solletico desiderato, ho raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si ripeta dalla maestria del poeta o dalla valentia del [pg!109] macchinista, è tutt'una per me. Ho riso? son disarmato! Ho dimenticato per poco il fascio delle mie cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!Sclamava un classicista furibondo:— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,E nel terzo e nel quarto e tira via!» —— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,Che il pubblico s'ammazza per entrare». —Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma non dice, che han ragione tanto il suo classicista quanto il pubblico: quegli non trovando ne' drammi francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi invece quanto bramava: un surrogato delle tauromachie e de' ludi gladiatori, soli spettacoli, che veramente piacer possano alle plebi. Spesso le più insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare allo svago col pretesto, che l'opra non incarna degnamente il concetto dell'Arte. Santo diavolo! cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi rassegno a subire per ammazzare una serata, ed il romanzuccio, che leggicchio in viaggio o prima di spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo sollazzo,più di lor non si ragiona. Hanno la vita efimera del giornale e senza avvenire, senza dimane.Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal turbare la serenità del nostro giudizio, quando un lavoro affaccia pretese artistiche: premiare con applausi lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole e bello non si registrano mica quali sinonimi: ed il nostro buon pubblico pratica stupendamente questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora de' battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo e sentenzia, che il dramma è una minchioneria. È opportuno il premettere questi ricordi, acciò non s'interpreti il biasimo d'un capolavoro alla tedesca, esempligrazia [pg!110] delFaustodel Goethe, per biasimo implicito o di chi s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è dispendiato a rappresentarlo, o di chi s'è indolenzito le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo riconoscenza a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività mentale. Molto meno stimo poi da riprendersi chi l'ha potato e raffazzonato, con non maggior licenza di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona Germania, dove pure viene stimato un miracolo; di quella, che l'autore in persona adoperò, quando volle rendere rappresentabile il suo bel parto: rinunzieremo quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon e Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea, senza trovarsi in grado di leggerlo.In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche parole. Ho udito decantar per ottima e bellissima quella del Guerrieri. Non so. Non m'è riuscito di procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali, perchè so lodarsi in Italia ogni cosaccia, ed il merito d'ogni lavoro esser generalmente da presupporsi in ragione inversa del plauso immediatamente riscosso. Fu detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i cortigiani suoi lo avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte nostro, il quale non si trovi nelle stesse condizioni e non voglia essere e non venga adorato.La versione del Persico fu pubblicata in Napoli nel M.DCCC.LXI. Nessuno vi ha badato. Chi ci colpa? L'epoca della stampa? Allora in verità c'era altro da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque. Il muro chinese, che tuttora separa intellettualmente il Mezzogiorno d'Italia dal Settentrione e dal resto del mondo; e per cui le produzioni napoletane rimangon sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che ha fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità, se la piglia con questo preteso muro chinese! O l'esserle mancato il plauso della setta, la quale, poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva al cielo ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo [pg!111] nome? O finalmente il poco valore dell'opera? Scelga il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo avvertirlo, che il Persico traduce ilFaustoin versi sciolti, togliendogli così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico, spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa diviolentoun trissillabo; ch'e' non rende spesso il testo e che spesso 'l frantende. Per esempio, nelle prime pagine,un soffio magico, che tempestoso circonda uno stuolodi fantasmi, si trasforma inaure scosse da' celesti vanni. Gli amici del Goethe,frodati di amene ore dal destino, divengono pel Persico... i cari, che ingannò il giocondoFugace istante,....Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fossenuovo e di momento, ma piacevole nel contempo; il Persico gli fa desiderare chetutto riesca nuovo e, che più monta, alletti. Dice il tedesco:mostratevi esemplari (musterhaft); e la versione:fatevi innanzi maestrevolmente(come se nel testo fosse:meisterhaft). Poco più in là, nell'originale, l'impresario dichiara non essermortificatoda un biasimo; nella traduzione egli non n'èscosso. Unanottolatadiventa unanotte selvaggia (sic!)Potrei continuare all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia dissertazioncella.Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del verso fa una gran tara alle bellezze delFausto,) può servir solo a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l dire, che traduconoFliegengott(cioè: Belzebù) per — [pg!112] «Moschedio» —;Valpurgisnacht(tregenda) per — «notte di Valburga7»;Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen(schiudo spazî dove molti milioni abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per — «Io schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» — Chiaman poi oscuro ilFausto! Diamine, se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non puòin Aeonen untergehen. Il Gazzino non capisce quella parola grecao aiòn(epoca lunga, eternità); e traduce: — «non può andar inghiottita dall'Eunoè8» — Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati [pg!113] da Rinaldo nel secondo canto delRicciardetto.A piè di questa smisurata piantaVide legata una gentil donzella,Che i crini d'oro con la man si schianta,E si affligge, e si affanna, e si arrovella.Ma, come dir si suole, ai sordi canta;E quel, che par più cosa atroce e fella,Le vide star da dritta e da sinestraDue bestie, lunghe un tiro di balestra.Eran questi due rospi velenosiGrossi così, sì sporchi e disadatti,Che avrian fatto di loro timorosiNon pur la donna de gli angelici atti,Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;Che ognun di loro egli era fatto in guisa,Che avria co' morsi una balena uccisa.Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: — «Un minchione trova sempre un più minchione per ammirarlo.» —Un sot trouve toujours un plus sot qui l'admire.Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!

La gente colta in Italia da lunga pezza era informata, che un certo Gian Lupo (Volfango, alla tedesca) di Goethe, nato in Francoforte sul Meno l'anno millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo dell'altezza serenissima del Granduca di Vimaria, avea dato alla luce una favola drammatica intitolata:Fausto, tragedia; e composta da una dedica, un preludio sul teatro, un prologo in cielo e due parti, delle quali la prima non è divisa in atti e la seconda ne comprende cinque. Ma, possedendone solo volgarizzamenti monchi, poco divulgati ed affatto illeggibili, l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine, alla inerzia intellettuale, a giurarein verba magistridalle istituzioni, che ha più care e più venera, non che dalla educazione,) faceva atto di fede in chi pretende sapere, ammirando universalmente l'ignoto poema, come l'ultimo sforzo d'ogni virtù poetica e nominandolo con cieca reverenza. E gran tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio, ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa mi pareva più buffa, che dannosa. L'opinione irragionata (si badi: per ora dicoirragionata, nonirragionevole) dell'eccellenza d'un objetto ignoto non [pg!108] ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe a pervertire il nostro buon gusto in fatto di arti belle (supposto che ne avessimo) lo stimare capilavori architettonici que' due Teocalli di Teotihuacan, il Tonatiuh-Ytzaqual (casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual (casa della Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur dipinti? Lo incognito s'immagina analogo al cognito: ce li figureremmo sul fare de' templi antichi. O forse che il proclamare pelnon plus ultradella musica l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio umano non ode, come assordato dal frastuono stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare degli accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora percepibili?

La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata magica trasportasse domattina nel bel mezzo di Roma o nel centro di Napoli que' due monumenti messicani; o se posdomani s'inventasse qualche cornetto acustico, col quale distinguere i suoni delle sette corde di quella gran lira, ch'è l'universo. Ed ora, che il Fausto, ripetutamente tradotto (in prosa, la prima parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo Guerrieri, Andrea Maffei); recitato ed applaudito nei nostri teatri, sicchè può dirsene con lo Stazio:Itala iam studio discit memoratque inventus; diventa per noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il pubblico se ne forma, può aver conseguenze giovevoli o perniciose. Un giudizio, un parere sulla benchè menoma opera d'arte, sul più umile degli scritterelli o degli scrittorelli, implica necessariamente, quantunque spesso inconsciamente, un criterio, cioè niente meno che tutto un sistema estetico e quindi filosofico.

Ho detto:l'opinione, che il pubblico se ne forma; e non giàl'impressione, che ne riceve. Distinguiamo, prego. Scappo in teatro per divertirmi: purchè lo spettacolo mi fornisca quel solletico desiderato, ho raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si ripeta dalla maestria del poeta o dalla valentia del [pg!109] macchinista, è tutt'una per me. Ho riso? son disarmato! Ho dimenticato per poco il fascio delle mie cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!

Sclamava un classicista furibondo:— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,E nel terzo e nel quarto e tira via!» —— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,Che il pubblico s'ammazza per entrare». —

Sclamava un classicista furibondo:— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,E nel terzo e nel quarto e tira via!» —— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,Che il pubblico s'ammazza per entrare». —

Sclamava un classicista furibondo:

— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!

S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,

E nel terzo e nel quarto e tira via!» —

— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,

Che il pubblico s'ammazza per entrare». —

Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma non dice, che han ragione tanto il suo classicista quanto il pubblico: quegli non trovando ne' drammi francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi invece quanto bramava: un surrogato delle tauromachie e de' ludi gladiatori, soli spettacoli, che veramente piacer possano alle plebi. Spesso le più insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare allo svago col pretesto, che l'opra non incarna degnamente il concetto dell'Arte. Santo diavolo! cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi rassegno a subire per ammazzare una serata, ed il romanzuccio, che leggicchio in viaggio o prima di spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo sollazzo,più di lor non si ragiona. Hanno la vita efimera del giornale e senza avvenire, senza dimane.

Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal turbare la serenità del nostro giudizio, quando un lavoro affaccia pretese artistiche: premiare con applausi lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole e bello non si registrano mica quali sinonimi: ed il nostro buon pubblico pratica stupendamente questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora de' battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo e sentenzia, che il dramma è una minchioneria. È opportuno il premettere questi ricordi, acciò non s'interpreti il biasimo d'un capolavoro alla tedesca, esempligrazia [pg!110] delFaustodel Goethe, per biasimo implicito o di chi s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è dispendiato a rappresentarlo, o di chi s'è indolenzito le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo riconoscenza a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività mentale. Molto meno stimo poi da riprendersi chi l'ha potato e raffazzonato, con non maggior licenza di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona Germania, dove pure viene stimato un miracolo; di quella, che l'autore in persona adoperò, quando volle rendere rappresentabile il suo bel parto: rinunzieremo quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon e Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea, senza trovarsi in grado di leggerlo.

In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche parole. Ho udito decantar per ottima e bellissima quella del Guerrieri. Non so. Non m'è riuscito di procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali, perchè so lodarsi in Italia ogni cosaccia, ed il merito d'ogni lavoro esser generalmente da presupporsi in ragione inversa del plauso immediatamente riscosso. Fu detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i cortigiani suoi lo avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte nostro, il quale non si trovi nelle stesse condizioni e non voglia essere e non venga adorato.

La versione del Persico fu pubblicata in Napoli nel M.DCCC.LXI. Nessuno vi ha badato. Chi ci colpa? L'epoca della stampa? Allora in verità c'era altro da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque. Il muro chinese, che tuttora separa intellettualmente il Mezzogiorno d'Italia dal Settentrione e dal resto del mondo; e per cui le produzioni napoletane rimangon sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che ha fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità, se la piglia con questo preteso muro chinese! O l'esserle mancato il plauso della setta, la quale, poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva al cielo ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo [pg!111] nome? O finalmente il poco valore dell'opera? Scelga il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo avvertirlo, che il Persico traduce ilFaustoin versi sciolti, togliendogli così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico, spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa diviolentoun trissillabo; ch'e' non rende spesso il testo e che spesso 'l frantende. Per esempio, nelle prime pagine,un soffio magico, che tempestoso circonda uno stuolodi fantasmi, si trasforma inaure scosse da' celesti vanni. Gli amici del Goethe,frodati di amene ore dal destino, divengono pel Persico

... i cari, che ingannò il giocondoFugace istante,....

... i cari, che ingannò il giocondoFugace istante,....

... i cari, che ingannò il giocondo

Fugace istante,....

Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fossenuovo e di momento, ma piacevole nel contempo; il Persico gli fa desiderare chetutto riesca nuovo e, che più monta, alletti. Dice il tedesco:mostratevi esemplari (musterhaft); e la versione:fatevi innanzi maestrevolmente(come se nel testo fosse:meisterhaft). Poco più in là, nell'originale, l'impresario dichiara non essermortificatoda un biasimo; nella traduzione egli non n'èscosso. Unanottolatadiventa unanotte selvaggia (sic!)Potrei continuare all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.

Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia dissertazioncella.

Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del verso fa una gran tara alle bellezze delFausto,) può servir solo a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l dire, che traduconoFliegengott(cioè: Belzebù) per — [pg!112] «Moschedio» —;Valpurgisnacht(tregenda) per — «notte di Valburga7»;Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen(schiudo spazî dove molti milioni abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per — «Io schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» — Chiaman poi oscuro ilFausto! Diamine, se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non puòin Aeonen untergehen. Il Gazzino non capisce quella parola grecao aiòn(epoca lunga, eternità); e traduce: — «non può andar inghiottita dall'Eunoè8» — Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati [pg!113] da Rinaldo nel secondo canto delRicciardetto.

A piè di questa smisurata piantaVide legata una gentil donzella,Che i crini d'oro con la man si schianta,E si affligge, e si affanna, e si arrovella.Ma, come dir si suole, ai sordi canta;E quel, che par più cosa atroce e fella,Le vide star da dritta e da sinestraDue bestie, lunghe un tiro di balestra.Eran questi due rospi velenosiGrossi così, sì sporchi e disadatti,Che avrian fatto di loro timorosiNon pur la donna de gli angelici atti,Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;Che ognun di loro egli era fatto in guisa,Che avria co' morsi una balena uccisa.

A piè di questa smisurata piantaVide legata una gentil donzella,Che i crini d'oro con la man si schianta,E si affligge, e si affanna, e si arrovella.Ma, come dir si suole, ai sordi canta;E quel, che par più cosa atroce e fella,Le vide star da dritta e da sinestraDue bestie, lunghe un tiro di balestra.Eran questi due rospi velenosiGrossi così, sì sporchi e disadatti,Che avrian fatto di loro timorosiNon pur la donna de gli angelici atti,Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;Che ognun di loro egli era fatto in guisa,Che avria co' morsi una balena uccisa.

A piè di questa smisurata pianta

A piè di questa smisurata pianta

Vide legata una gentil donzella,

Che i crini d'oro con la man si schianta,

E si affligge, e si affanna, e si arrovella.

Ma, come dir si suole, ai sordi canta;

E quel, che par più cosa atroce e fella,

Le vide star da dritta e da sinestra

Due bestie, lunghe un tiro di balestra.

Eran questi due rospi velenosi

Eran questi due rospi velenosi

Grossi così, sì sporchi e disadatti,

Che avrian fatto di loro timorosi

Non pur la donna de gli angelici atti,

Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,

E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;

Che ognun di loro egli era fatto in guisa,

Che avria co' morsi una balena uccisa.

Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: — «Un minchione trova sempre un più minchione per ammirarlo.» —Un sot trouve toujours un plus sot qui l'admire.Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!


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