POSCRITTA

POSCRITTA(M.DCCC.LXXII.)SCORSA BIBLIOGRAFICAIn morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. — M.DCCC.LXXI.— «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» — Così l'autore in una nota.Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, [pg!90] che questo effato non abbia punto meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono, che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono algran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili; anzi un certo P. P. in un'Appendice dell'Opinione, vorrebbe persino, che ne ammirassimoil coraggio... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri! Ma lasciamo la burletta.Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti di fede, icredi, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, siapro, siacontra, sono cosa fatua e vana. Io mi fo beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo, non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto qualcosa, scrivendo:.... s'io vivente unico, in vettaD'una rupe restassi, esterrefattoTestimone dell'ultima ruina(del mondo),Oh! non ancor dimetterei la saldaFede nella immortale anima e in dio.Orazio ha ben detto:Si fractus illalatur orbisImpavidum ferient ruinae;[pg!91] e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.Eppure, se gli domandate: — «Ma cos'è dunque l'anima? cos'è dio?» — l'Aleardi sa dirvi soltanto: — «Tutto è mistero.Io non so in fondo nulla nulla e dell'uno e dell'altra.Nè per lagrime mai, nè per scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia dato Il destin de le cose.... Qua dentro, immortale Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non so; so che a me stesso Sono un mistero.» — Gli è presso a poco il modo di ragionare di quel frate predicatore: — «Fratelli miei dilettissimi in Cristo: o dio c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual sarà mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un giorno ignudi, inermi, colpevoli, di fronte al giudice adirato ed onnipotente; che vi scruterà i lombi, che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete: quelle che avevate nascoste a tutti; quelle, che avevate dimenticate voi medesimi. Ma, mentre voi commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava lassù in un volume eterno ed indistruttibile. Quali scuse balbetterete allora? quali attenuanti accamperete? Lì non varranno i sofismi della eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare compri testimonî, che vi discolpino e calunnino altri. Come rimpiangerete allora, fra le lagrime e lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata l'eterna dannazione, per poca e transitoria e monca voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e vano, il danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma c'è!» — Anima e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo; ogni terminologia filosofica le ammette; ma [pg!92] bisogna scrutare un po' qual concetto adombrino secondo la bocca, che le profferisce. Dire: — «io credo in dio;» — equivale al non dir proprio nulla, se non mi spiegate cosa intendiate per dio; cioè, su quali argomenti fondato e quali deduzioni seguendo, siete giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII, Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro in dio: ma il dio dell'uno non era certo quello degli altri tre; il mio dio non è quello dell'abate Curci, nè quello del lustrastivali, che sta alla cantonata. Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una parte, uno aspetto, e crede però, che quell'aspetto sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di avere escogitata una panacea morale col dire, che crede in dio e nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi ingenui, che stimerebbero felice la patria, purchè si proclamasse la repubblica, senz'avere alcuna idea precisa sul contenuto da darsi a questa repubblica futura. Fede, significa cognizione; cognizione forse inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione sempre. Pigliate la più melensa femminetta del volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete com'ella conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà un concetto grande o meschino, sublime o grottesco, alto od ignobile od anche irriverente: questa è un'altra quistione! ma un concetto ne ha e chiaro e preciso. La parola dio, nella mente di lei, suscita un pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione e pensiero sono forme della cognizione. Invece l'Aleardi si contenta del sempliceflatus vocis, rammentandomi quel motto arguto d'una franzese: — «il vocabolodio, maschera con la sua grandezza il vuoto del pensiero di chi 'l profferisce4.» — Sotto al cranio di questo messere non c'è dunque, ed egli stesso il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola [pg!93] scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede, affetta di credere.Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua: abbiamo qui de' versi; voler loro attribuire un'importanza scientifica è stolta cosa, ma ne potrebbero, ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?No, pur troppo. In questo carmeIn morte di Donna Bianca Rebizzo, ritroviamo peggiorato il vecchio Aleardi, senza fantasia, senza originalità, buono solo a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne un centone innestandovi amenità, platealità e concettini. In fondo egli ha voluto soltanto rifareL'Espoir en dieudi Alfredo di Musset; rappresentare un uomo straziato fra l'impossibilità di credere e l'impossibilità di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il ricrea col sentimento e con la fantasia, mosso dall'orrore della morte. Giacchè, non serve il dissimularlo: gli è appunto questo sentimento vigliacco, il prono amor della vita, il non sapervi rinunziare,Il non saper nell'orba fantasiaLa morte immaginar, che cosa sia,(come è detto ne'ParalipomenidellaBatracomiomachia,) da cui prende le mosse l'Aleardi. Non ha l'animo stoico; e rifugge dal voto altero d'un poeta romano, il quale augurava l'immortalità materiale a' codardi e la morte in premio a' prodi:Mors utinam pavidos vitae subducere nolles; Sed virtus te sola daret!Non ha la mente epicurea, nè può capire Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea della vita eterna distrugge ogni moralità, perturba ogni vita civile e la chiama...metus... Acheruntis... humanam qui vitam turbat ab imo, od il Bruno, quando dice, che le speranze di essa:Humanam turbant pacem saeclique quietem, Extinguunt mentis lucem, neque moribus prosunt.Tali concetti non sono pane pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: — «Muor giovane colui, che al cielo è caro;» — ma [pg!94] gli sovviene pure l'Achille dell'Odissea parlare altrimenti; ma pensa, che i giovani antichi certo non avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di vivere e di operare. Considera che i sacerdoti d'ogni generazione hanno un bel prometterci il paradiso: riman problematico, e la terra è tanto bella! E sclama: — «Oh potere essere rassicurato sull'avvenire, ottenere certezza della durata nostra in tanto dubbio! Io voglio credere, io ho bisogno di credere, io credo!» — Sta bene, con questa tela, su questi sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi non sa concretare in immagini l'amor della vita, la paura dell'òbito, il dubbio sulle promesse sacerdotali, la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione, che non dà valore filosofico al suocredo, gli toglie anche la possibilità di acquistar valore artistico. Voi non sentite lo strazio di un uomo in questi versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il suo centone rettorico ci lascia freddi.Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle Memorie della Contessa di Genlis; di quella Genlis, sulla quale fu fatto l'epigramma:Comme tout renchérit, disait un amateur.Les œuvres de Genlis à six francs par volume!Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,Pour la moitié j'avais l'auteur.Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè, giovane scapatissimo diciottenne, si trovava in Brest con molti debiti e punti quattrini. Scrisse al babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta, pensò di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese rusticava nella state. (Apro una parentesi. Questa villeggiatura non era del tutto volontaria. Quando Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina da trent'anni, perchè indiziato autore della quartina seguente contro la Pompadour;[pg!95]La Marquise a bien des appas:Ses traits sont vifs, ses grâces franches,Et les fleurs naissent sous ses pas...Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera da letto del Re: — «Per bacco, faceva accortamente il Maurepas, quando era in auge, portando sempre seco la berretta da notte: un cortigiano non sa mai dove può toccargli di dormire, e molto meno un ministro.» — Spiacque al Re la facezia: e chiese in tono severo: — «Signor Marchese, quando pensa di partire pe' suoi feudi?» — «Domani, Maestà» — rispose il Souvré alteramente. Chiudo la parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva la rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star lungi dalla corte, in provincia, a domicilio coatto. Era proprio il caso di rinnovare il Miracolo di Maometto; e, giacchè i danari non volevano venir a lui, andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio, gli convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò solo una giubbaccia consunta. Malissimo accolto dal genitore, ne' primi tempi non pensò neppure a salassarlo. Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo, che il posdomani sarebbero venute a pranzo le più nobili e più ricche signore del contado: — «Spero» — soggiunse, — «che avrà la bontà di smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi decentemente.» — Il Marchesino, non osando confessare di non possederne proprio alcun altro, dichiarò di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e, cogliendo la palla al balzo, chiese denari. Il padre rispose in modo, che non dava campo ad insistere od a sperare, poter'egli addivenire a più miti consigli; sicchè il giovane rispose: — «Sarà obbedito. Metterò un altro abito.» — Nella sua camera da letto, c'era una gran tappezzeria a figure; ne staccò un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida; e, mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che in ventiquattr'ore ricavasse da quell'arazzo un vestito [pg!96] intero: giubba, panciotto e brache. Il sarto fece le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso la testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti ed un frammento dello scudo formavano il resto della giubba, che il Marchesino indossò giubilando. E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente le visite. Come udì entrar le vetture nel cortile, giù per le scale, sudando pel peso degli abiti, reso anche più intollerabile dal caldo del luglio; balza e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore, che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano indarno di domande il Marchesino, che le conduceva trionfalmente in salotto, quando sopraggiunse il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie opime della sua stanza e laGerusalemme Liberataridotta a giubba e brache, rinculò di tre passi e chiese in tono fulmineo ragione della stravaganza, della mascherata intempestiva: — «Non siamo di carnevale, ned al ballo dell'Opera, signore!» — «Babbo» — rispose il Louvois — «Ella mi ha imposto di mettere un abito nuovo; e, non potendo io disporre di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa per obbedirle.» —Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando, dico, lo Aleardi da madrigna, dimostrandosi seco avarissima, non somministrandogli mezzi per rivestirsi ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo di farsi cucire un bell'abito con brani tagliati dalla stoffa del Leopardi: e di questo, quando una volta si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da una specie di forza irresistibile, non oserei fargli una colpa grave:... il poverel digiunoScende ad atto talor, che 'n miglior statoAvria in altri biasmato.Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria, per quanto industre si dimostri il sarto, sfigura ridotto a giubba. La descrizione della gioventù è desunta [pg!97] dalleRicordanze, e guasta5: l'orrore d'una giovinetta antica per la morte, è desunto dal cantoSopra un bassorilievo antico sepolcrale, e guasto; le interrogazioni alla natura, quel chiedere il perchè delle cose, son desunti dalCanto notturno d'un pastore, errante nell'Asia, e guasti. Fa proprio dolore; è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri, che siamo avvezzi a venerar da fanciulli, appunto come figure, che adornano da lunga pezza le stanze della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il Voltaire leggeva un giorno la suaSemiramide, presente il Piron: c'erano intercalati nella tragedia versi del Cornelio e del Racine: quantunque volte se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza con tutta serietà. Il Voltaire gliene chiese la ragione. — «Oh prosegua pure! Non badi, sa? È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che conosco.» —[pg!98]Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi, che, per rappresentarci la morte subitanea di gocciola d'una cara donna e venerata, (se non pregevole e veneranda,) nel giorno suo onomastico appunto, in mezzo ad una raccolta di persone, che le voglion bene e radunate per festeggiarla; scena, la quale avrebbe potuto essere straziante, sol che si fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore l'Aleardi, che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo, il quale scenda dallo empireo a dare un bacio alla donna! Cosa, cui non crede certo lui; cosa cui non ci può far credere, giacchè sappiamo benissimo le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci d'angeli, generazione d'esseri, la cui natura è del resto poco nota, quantunque nel dugento Brunetto Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian parlatoex-professo. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse una zeppa cosiffatta in un suo componimento, gli daremmozeropunti! Ma cosa diremo, cosa diremo di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più vecchia del brodetto, sclamano: — «Non è inaspettata e nuova l'immagine della morte fatta apparire in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non è forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» — L'incapacità del lettore corrisponde all'impotenza dello scrittore. Il quale, è da stupire, come non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna Bianca, lo angelo esser venuto a complirla pel suo onomastico, ci sforza a ridere alle spalle di costei, rappresentandocela per bamba e sciocca quanto Madonna Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento l'Agnol Gabriello...... A un tratto apparveUn angiolo da lei sola distinto:Avea nere le chiome e l'ali nere,Punteggiate distelle; e,nellenerePupille, ardeagli un lume agonizzante,Che parea tremolar nello infinito (??).— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,Forse e tu pure a festeggiar venisti[pg!99]La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;E in fronte la baciò...Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte, che sostituisce una cifra ad una immagine; e, per poco, che si prolunghino, divengono ridicolissime; e sfido io chicchessia a non isghignazzar dellesperanze, che mettono le piume e volano cantando pel novo aere:.... poi, che il Vero,Freddo saettator, nessuna ancoraNe uccise....È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa si lasci distrarre da quanto incontra sotto la penna. Allorchè manca un sentimento, un pensiero dominante, che investa, che invasi lo scrittore; che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni metafora; che metta ogni cosa al posto: si cade nelle amplificazioni, nelle personificazioni, si adoperano mille frasi per dire una cosa, anfanando; si perde ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla Natura, perchè c'è la terra, senza farne una descrizione geologica. Allora, nella crocifissione di Cristo,i due legni in croce in cima ad un colledivengono l'importante; e dell'anima del crocifisso, di quell'anima ardente di amore operoso, non se ne parla neppure. Allora si dice, che, allo apparire del cristianesimo,.... per le sacre selveI fauni agonizzâro alle scontroseDriadi moribonde avviticchiati;E galleggiar sopra i flutti marini.Dell'estinte Nereidi le salme....E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti. L'Aleardi sa benissimo, e noi meglio di lui sappiamo, che il dire:i fauni, le driadi e le nereidi son morti, è una metafora; che, in realtà, non son morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo [pg!100] ha cessato di credere alla loro esistenza. Volendo precisar troppo la metafora e trattarla come cosa salda, si cade nel goffo e nel vuoto.La primavera della vitaè buona metafora; ma iprati della primavera della vita, ela fanciulla, che col piè sedicenne va correndo lungo i prati della sua primavera, sono goffaggini le quali non significan nulla.La terra, che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida d'Acheronte, è qualcosa, che non giungo a capire. Non ci può esser nulla di più antipatico del vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:.... lo stesso AchilleDeiformeavria tolto essere in terraSchiavoaffamatodi signoreavaro,Anzi che dominarscettratalarvaSull'ombrevanede lamortagente.Che cascaggine!Il moral cipresso, è insulso.Fondere in lagrime, sarà francese, ma Italiano non è.Metter risiper ridere, non si dice: queltutta mettea risi la casa, fa credere, che tutta la famiglia, compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino, stessero affaccendati in cucina e mettessero a cuocere i risi, come dicono nell'Alta Italia.L'acque mediterranee ululava...Se bionda scenda o argentea la chioma....Di dio, oppure fiammelle distinte...sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle vocali o per dieresi inopportuna. Del resto pare, che in alcuni casi l'Aleardi abbia profittato della lezione, ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa in questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha imparato, cheviaggiaè trissillabo, non dissillabo, come usava adoperarlo prima. È qualcosa! Impari pure, che le lettere in versi si chiamano da noi:Epistole.Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti contemporanei chiamino Aleardo Aleardi gran poeta, [pg!101] gran pittore; uomo, che ha una natura a sè; originale, nuovo nelle immagini; venusto nella forma; vivo e maestrevole nel colorito. Dican pure. Il plauso de' contemporanei sciocchi non vuol dir nulla. Chi conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or bene, costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII a Giovanni Vendramino, podestà di Vicenza, una sua favola boschereccia, intitolataOrigine di Vicenza6, stampandovi in calce, come usava allora,parecchi sonetti di diversi in lode dell'autore e dell'opera. Usanza dismessa! A' di nostri, abbiamo invece isoffiettisu' giornali, sulleNuove Antologie, sulleRiviste Europee, non meno inverecondi; opera d'anonimi per lo più, talvolta di salariati o compiacenti dello scrittore, il cui libro si giudica, ed in qualche caso di esso scrittore medesimo;soffietti, che poi taluni autori fan persino ristampare dietro [pg!102] alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli editori riproducono su' loro cataloghi:mutatis mutandisè la stessa cosa. Dunque, fra gli altri sonetti in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno del Fervido, accademico Incerto, che scrive:Canti con stil sì chiaro e sì facondo,Aleardi, ch'estinta a terra cadeLa possanza del tempo; e la pietadeTua varca ardita oltre l'oblio profondo.Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:Forma sì dolce la tua musa il canto,Che non ha chi l'agguagli..... In EliconaPoggi sì ardito e con perpetuo onoreTessi fregi di glorie a le tue carte.E così tutti quanti: il Rinchiuso, l'Aggravato, l'Eccitato, l'Incolto, il Tardo, il Lucido, l'Illustrato, il Temperato. Nè basta; Giambattista Basile il Pigro, il gran Basile, dice di questo Aleardi seicentista nelTeagene(Canto V; stanza LXI):L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!E, nelleOdi e Madrigali, esagera anche più la lode, esplicandola:Mentre spieghi, Aleardo,Con stile almo e sovranoDe l'infelice Amida il caso strano,Chi ascolta il raro cantoForz'è, che rida al riso e pianga al pianto;Ami nel dolce amore;Gioisca nel gioire;Languisca nel languire;E si trasformi il core,Leggendo il suo dolor nel suo dolore;Mora ne la sua morteE corra seco una medesma sorte:Così pònno i tuoi dettiMover nostr'alme e dominar gli affetti.[pg!103] Sono passati due secoli e mezzo, e Ludovico Aleardi, Accademico Olimpico e Inviato detto l'Infecondo, è profondamente ignoto; così accadrà di certo anche infallibilmente del Professore Aleardo, dopo qualche tempo. Ve ne sto mallevadore. Il tempo è galantuomo. [pg!104][pg!105]

POSCRITTA(M.DCCC.LXXII.)SCORSA BIBLIOGRAFICAIn morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. — M.DCCC.LXXI.— «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» — Così l'autore in una nota.Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, [pg!90] che questo effato non abbia punto meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono, che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono algran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili; anzi un certo P. P. in un'Appendice dell'Opinione, vorrebbe persino, che ne ammirassimoil coraggio... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri! Ma lasciamo la burletta.Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti di fede, icredi, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, siapro, siacontra, sono cosa fatua e vana. Io mi fo beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo, non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto qualcosa, scrivendo:.... s'io vivente unico, in vettaD'una rupe restassi, esterrefattoTestimone dell'ultima ruina(del mondo),Oh! non ancor dimetterei la saldaFede nella immortale anima e in dio.Orazio ha ben detto:Si fractus illalatur orbisImpavidum ferient ruinae;[pg!91] e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.Eppure, se gli domandate: — «Ma cos'è dunque l'anima? cos'è dio?» — l'Aleardi sa dirvi soltanto: — «Tutto è mistero.Io non so in fondo nulla nulla e dell'uno e dell'altra.Nè per lagrime mai, nè per scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia dato Il destin de le cose.... Qua dentro, immortale Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non so; so che a me stesso Sono un mistero.» — Gli è presso a poco il modo di ragionare di quel frate predicatore: — «Fratelli miei dilettissimi in Cristo: o dio c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual sarà mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un giorno ignudi, inermi, colpevoli, di fronte al giudice adirato ed onnipotente; che vi scruterà i lombi, che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete: quelle che avevate nascoste a tutti; quelle, che avevate dimenticate voi medesimi. Ma, mentre voi commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava lassù in un volume eterno ed indistruttibile. Quali scuse balbetterete allora? quali attenuanti accamperete? Lì non varranno i sofismi della eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare compri testimonî, che vi discolpino e calunnino altri. Come rimpiangerete allora, fra le lagrime e lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata l'eterna dannazione, per poca e transitoria e monca voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e vano, il danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma c'è!» — Anima e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo; ogni terminologia filosofica le ammette; ma [pg!92] bisogna scrutare un po' qual concetto adombrino secondo la bocca, che le profferisce. Dire: — «io credo in dio;» — equivale al non dir proprio nulla, se non mi spiegate cosa intendiate per dio; cioè, su quali argomenti fondato e quali deduzioni seguendo, siete giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII, Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro in dio: ma il dio dell'uno non era certo quello degli altri tre; il mio dio non è quello dell'abate Curci, nè quello del lustrastivali, che sta alla cantonata. Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una parte, uno aspetto, e crede però, che quell'aspetto sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di avere escogitata una panacea morale col dire, che crede in dio e nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi ingenui, che stimerebbero felice la patria, purchè si proclamasse la repubblica, senz'avere alcuna idea precisa sul contenuto da darsi a questa repubblica futura. Fede, significa cognizione; cognizione forse inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione sempre. Pigliate la più melensa femminetta del volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete com'ella conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà un concetto grande o meschino, sublime o grottesco, alto od ignobile od anche irriverente: questa è un'altra quistione! ma un concetto ne ha e chiaro e preciso. La parola dio, nella mente di lei, suscita un pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione e pensiero sono forme della cognizione. Invece l'Aleardi si contenta del sempliceflatus vocis, rammentandomi quel motto arguto d'una franzese: — «il vocabolodio, maschera con la sua grandezza il vuoto del pensiero di chi 'l profferisce4.» — Sotto al cranio di questo messere non c'è dunque, ed egli stesso il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola [pg!93] scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede, affetta di credere.Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua: abbiamo qui de' versi; voler loro attribuire un'importanza scientifica è stolta cosa, ma ne potrebbero, ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?No, pur troppo. In questo carmeIn morte di Donna Bianca Rebizzo, ritroviamo peggiorato il vecchio Aleardi, senza fantasia, senza originalità, buono solo a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne un centone innestandovi amenità, platealità e concettini. In fondo egli ha voluto soltanto rifareL'Espoir en dieudi Alfredo di Musset; rappresentare un uomo straziato fra l'impossibilità di credere e l'impossibilità di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il ricrea col sentimento e con la fantasia, mosso dall'orrore della morte. Giacchè, non serve il dissimularlo: gli è appunto questo sentimento vigliacco, il prono amor della vita, il non sapervi rinunziare,Il non saper nell'orba fantasiaLa morte immaginar, che cosa sia,(come è detto ne'ParalipomenidellaBatracomiomachia,) da cui prende le mosse l'Aleardi. Non ha l'animo stoico; e rifugge dal voto altero d'un poeta romano, il quale augurava l'immortalità materiale a' codardi e la morte in premio a' prodi:Mors utinam pavidos vitae subducere nolles; Sed virtus te sola daret!Non ha la mente epicurea, nè può capire Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea della vita eterna distrugge ogni moralità, perturba ogni vita civile e la chiama...metus... Acheruntis... humanam qui vitam turbat ab imo, od il Bruno, quando dice, che le speranze di essa:Humanam turbant pacem saeclique quietem, Extinguunt mentis lucem, neque moribus prosunt.Tali concetti non sono pane pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: — «Muor giovane colui, che al cielo è caro;» — ma [pg!94] gli sovviene pure l'Achille dell'Odissea parlare altrimenti; ma pensa, che i giovani antichi certo non avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di vivere e di operare. Considera che i sacerdoti d'ogni generazione hanno un bel prometterci il paradiso: riman problematico, e la terra è tanto bella! E sclama: — «Oh potere essere rassicurato sull'avvenire, ottenere certezza della durata nostra in tanto dubbio! Io voglio credere, io ho bisogno di credere, io credo!» — Sta bene, con questa tela, su questi sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi non sa concretare in immagini l'amor della vita, la paura dell'òbito, il dubbio sulle promesse sacerdotali, la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione, che non dà valore filosofico al suocredo, gli toglie anche la possibilità di acquistar valore artistico. Voi non sentite lo strazio di un uomo in questi versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il suo centone rettorico ci lascia freddi.Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle Memorie della Contessa di Genlis; di quella Genlis, sulla quale fu fatto l'epigramma:Comme tout renchérit, disait un amateur.Les œuvres de Genlis à six francs par volume!Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,Pour la moitié j'avais l'auteur.Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè, giovane scapatissimo diciottenne, si trovava in Brest con molti debiti e punti quattrini. Scrisse al babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta, pensò di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese rusticava nella state. (Apro una parentesi. Questa villeggiatura non era del tutto volontaria. Quando Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina da trent'anni, perchè indiziato autore della quartina seguente contro la Pompadour;[pg!95]La Marquise a bien des appas:Ses traits sont vifs, ses grâces franches,Et les fleurs naissent sous ses pas...Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera da letto del Re: — «Per bacco, faceva accortamente il Maurepas, quando era in auge, portando sempre seco la berretta da notte: un cortigiano non sa mai dove può toccargli di dormire, e molto meno un ministro.» — Spiacque al Re la facezia: e chiese in tono severo: — «Signor Marchese, quando pensa di partire pe' suoi feudi?» — «Domani, Maestà» — rispose il Souvré alteramente. Chiudo la parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva la rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star lungi dalla corte, in provincia, a domicilio coatto. Era proprio il caso di rinnovare il Miracolo di Maometto; e, giacchè i danari non volevano venir a lui, andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio, gli convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò solo una giubbaccia consunta. Malissimo accolto dal genitore, ne' primi tempi non pensò neppure a salassarlo. Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo, che il posdomani sarebbero venute a pranzo le più nobili e più ricche signore del contado: — «Spero» — soggiunse, — «che avrà la bontà di smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi decentemente.» — Il Marchesino, non osando confessare di non possederne proprio alcun altro, dichiarò di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e, cogliendo la palla al balzo, chiese denari. Il padre rispose in modo, che non dava campo ad insistere od a sperare, poter'egli addivenire a più miti consigli; sicchè il giovane rispose: — «Sarà obbedito. Metterò un altro abito.» — Nella sua camera da letto, c'era una gran tappezzeria a figure; ne staccò un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida; e, mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che in ventiquattr'ore ricavasse da quell'arazzo un vestito [pg!96] intero: giubba, panciotto e brache. Il sarto fece le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso la testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti ed un frammento dello scudo formavano il resto della giubba, che il Marchesino indossò giubilando. E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente le visite. Come udì entrar le vetture nel cortile, giù per le scale, sudando pel peso degli abiti, reso anche più intollerabile dal caldo del luglio; balza e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore, che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano indarno di domande il Marchesino, che le conduceva trionfalmente in salotto, quando sopraggiunse il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie opime della sua stanza e laGerusalemme Liberataridotta a giubba e brache, rinculò di tre passi e chiese in tono fulmineo ragione della stravaganza, della mascherata intempestiva: — «Non siamo di carnevale, ned al ballo dell'Opera, signore!» — «Babbo» — rispose il Louvois — «Ella mi ha imposto di mettere un abito nuovo; e, non potendo io disporre di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa per obbedirle.» —Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando, dico, lo Aleardi da madrigna, dimostrandosi seco avarissima, non somministrandogli mezzi per rivestirsi ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo di farsi cucire un bell'abito con brani tagliati dalla stoffa del Leopardi: e di questo, quando una volta si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da una specie di forza irresistibile, non oserei fargli una colpa grave:... il poverel digiunoScende ad atto talor, che 'n miglior statoAvria in altri biasmato.Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria, per quanto industre si dimostri il sarto, sfigura ridotto a giubba. La descrizione della gioventù è desunta [pg!97] dalleRicordanze, e guasta5: l'orrore d'una giovinetta antica per la morte, è desunto dal cantoSopra un bassorilievo antico sepolcrale, e guasto; le interrogazioni alla natura, quel chiedere il perchè delle cose, son desunti dalCanto notturno d'un pastore, errante nell'Asia, e guasti. Fa proprio dolore; è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri, che siamo avvezzi a venerar da fanciulli, appunto come figure, che adornano da lunga pezza le stanze della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il Voltaire leggeva un giorno la suaSemiramide, presente il Piron: c'erano intercalati nella tragedia versi del Cornelio e del Racine: quantunque volte se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza con tutta serietà. Il Voltaire gliene chiese la ragione. — «Oh prosegua pure! Non badi, sa? È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che conosco.» —[pg!98]Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi, che, per rappresentarci la morte subitanea di gocciola d'una cara donna e venerata, (se non pregevole e veneranda,) nel giorno suo onomastico appunto, in mezzo ad una raccolta di persone, che le voglion bene e radunate per festeggiarla; scena, la quale avrebbe potuto essere straziante, sol che si fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore l'Aleardi, che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo, il quale scenda dallo empireo a dare un bacio alla donna! Cosa, cui non crede certo lui; cosa cui non ci può far credere, giacchè sappiamo benissimo le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci d'angeli, generazione d'esseri, la cui natura è del resto poco nota, quantunque nel dugento Brunetto Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian parlatoex-professo. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse una zeppa cosiffatta in un suo componimento, gli daremmozeropunti! Ma cosa diremo, cosa diremo di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più vecchia del brodetto, sclamano: — «Non è inaspettata e nuova l'immagine della morte fatta apparire in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non è forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» — L'incapacità del lettore corrisponde all'impotenza dello scrittore. Il quale, è da stupire, come non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna Bianca, lo angelo esser venuto a complirla pel suo onomastico, ci sforza a ridere alle spalle di costei, rappresentandocela per bamba e sciocca quanto Madonna Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento l'Agnol Gabriello...... A un tratto apparveUn angiolo da lei sola distinto:Avea nere le chiome e l'ali nere,Punteggiate distelle; e,nellenerePupille, ardeagli un lume agonizzante,Che parea tremolar nello infinito (??).— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,Forse e tu pure a festeggiar venisti[pg!99]La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;E in fronte la baciò...Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte, che sostituisce una cifra ad una immagine; e, per poco, che si prolunghino, divengono ridicolissime; e sfido io chicchessia a non isghignazzar dellesperanze, che mettono le piume e volano cantando pel novo aere:.... poi, che il Vero,Freddo saettator, nessuna ancoraNe uccise....È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa si lasci distrarre da quanto incontra sotto la penna. Allorchè manca un sentimento, un pensiero dominante, che investa, che invasi lo scrittore; che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni metafora; che metta ogni cosa al posto: si cade nelle amplificazioni, nelle personificazioni, si adoperano mille frasi per dire una cosa, anfanando; si perde ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla Natura, perchè c'è la terra, senza farne una descrizione geologica. Allora, nella crocifissione di Cristo,i due legni in croce in cima ad un colledivengono l'importante; e dell'anima del crocifisso, di quell'anima ardente di amore operoso, non se ne parla neppure. Allora si dice, che, allo apparire del cristianesimo,.... per le sacre selveI fauni agonizzâro alle scontroseDriadi moribonde avviticchiati;E galleggiar sopra i flutti marini.Dell'estinte Nereidi le salme....E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti. L'Aleardi sa benissimo, e noi meglio di lui sappiamo, che il dire:i fauni, le driadi e le nereidi son morti, è una metafora; che, in realtà, non son morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo [pg!100] ha cessato di credere alla loro esistenza. Volendo precisar troppo la metafora e trattarla come cosa salda, si cade nel goffo e nel vuoto.La primavera della vitaè buona metafora; ma iprati della primavera della vita, ela fanciulla, che col piè sedicenne va correndo lungo i prati della sua primavera, sono goffaggini le quali non significan nulla.La terra, che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida d'Acheronte, è qualcosa, che non giungo a capire. Non ci può esser nulla di più antipatico del vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:.... lo stesso AchilleDeiformeavria tolto essere in terraSchiavoaffamatodi signoreavaro,Anzi che dominarscettratalarvaSull'ombrevanede lamortagente.Che cascaggine!Il moral cipresso, è insulso.Fondere in lagrime, sarà francese, ma Italiano non è.Metter risiper ridere, non si dice: queltutta mettea risi la casa, fa credere, che tutta la famiglia, compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino, stessero affaccendati in cucina e mettessero a cuocere i risi, come dicono nell'Alta Italia.L'acque mediterranee ululava...Se bionda scenda o argentea la chioma....Di dio, oppure fiammelle distinte...sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle vocali o per dieresi inopportuna. Del resto pare, che in alcuni casi l'Aleardi abbia profittato della lezione, ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa in questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha imparato, cheviaggiaè trissillabo, non dissillabo, come usava adoperarlo prima. È qualcosa! Impari pure, che le lettere in versi si chiamano da noi:Epistole.Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti contemporanei chiamino Aleardo Aleardi gran poeta, [pg!101] gran pittore; uomo, che ha una natura a sè; originale, nuovo nelle immagini; venusto nella forma; vivo e maestrevole nel colorito. Dican pure. Il plauso de' contemporanei sciocchi non vuol dir nulla. Chi conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or bene, costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII a Giovanni Vendramino, podestà di Vicenza, una sua favola boschereccia, intitolataOrigine di Vicenza6, stampandovi in calce, come usava allora,parecchi sonetti di diversi in lode dell'autore e dell'opera. Usanza dismessa! A' di nostri, abbiamo invece isoffiettisu' giornali, sulleNuove Antologie, sulleRiviste Europee, non meno inverecondi; opera d'anonimi per lo più, talvolta di salariati o compiacenti dello scrittore, il cui libro si giudica, ed in qualche caso di esso scrittore medesimo;soffietti, che poi taluni autori fan persino ristampare dietro [pg!102] alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli editori riproducono su' loro cataloghi:mutatis mutandisè la stessa cosa. Dunque, fra gli altri sonetti in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno del Fervido, accademico Incerto, che scrive:Canti con stil sì chiaro e sì facondo,Aleardi, ch'estinta a terra cadeLa possanza del tempo; e la pietadeTua varca ardita oltre l'oblio profondo.Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:Forma sì dolce la tua musa il canto,Che non ha chi l'agguagli..... In EliconaPoggi sì ardito e con perpetuo onoreTessi fregi di glorie a le tue carte.E così tutti quanti: il Rinchiuso, l'Aggravato, l'Eccitato, l'Incolto, il Tardo, il Lucido, l'Illustrato, il Temperato. Nè basta; Giambattista Basile il Pigro, il gran Basile, dice di questo Aleardi seicentista nelTeagene(Canto V; stanza LXI):L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!E, nelleOdi e Madrigali, esagera anche più la lode, esplicandola:Mentre spieghi, Aleardo,Con stile almo e sovranoDe l'infelice Amida il caso strano,Chi ascolta il raro cantoForz'è, che rida al riso e pianga al pianto;Ami nel dolce amore;Gioisca nel gioire;Languisca nel languire;E si trasformi il core,Leggendo il suo dolor nel suo dolore;Mora ne la sua morteE corra seco una medesma sorte:Così pònno i tuoi dettiMover nostr'alme e dominar gli affetti.[pg!103] Sono passati due secoli e mezzo, e Ludovico Aleardi, Accademico Olimpico e Inviato detto l'Infecondo, è profondamente ignoto; così accadrà di certo anche infallibilmente del Professore Aleardo, dopo qualche tempo. Ve ne sto mallevadore. Il tempo è galantuomo. [pg!104][pg!105]

POSCRITTA(M.DCCC.LXXII.)SCORSA BIBLIOGRAFICAIn morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. — M.DCCC.LXXI.— «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» — Così l'autore in una nota.Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, [pg!90] che questo effato non abbia punto meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono, che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono algran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili; anzi un certo P. P. in un'Appendice dell'Opinione, vorrebbe persino, che ne ammirassimoil coraggio... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri! Ma lasciamo la burletta.Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti di fede, icredi, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, siapro, siacontra, sono cosa fatua e vana. Io mi fo beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo, non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto qualcosa, scrivendo:.... s'io vivente unico, in vettaD'una rupe restassi, esterrefattoTestimone dell'ultima ruina(del mondo),Oh! non ancor dimetterei la saldaFede nella immortale anima e in dio.Orazio ha ben detto:Si fractus illalatur orbisImpavidum ferient ruinae;[pg!91] e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.Eppure, se gli domandate: — «Ma cos'è dunque l'anima? cos'è dio?» — l'Aleardi sa dirvi soltanto: — «Tutto è mistero.Io non so in fondo nulla nulla e dell'uno e dell'altra.Nè per lagrime mai, nè per scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia dato Il destin de le cose.... Qua dentro, immortale Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non so; so che a me stesso Sono un mistero.» — Gli è presso a poco il modo di ragionare di quel frate predicatore: — «Fratelli miei dilettissimi in Cristo: o dio c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual sarà mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un giorno ignudi, inermi, colpevoli, di fronte al giudice adirato ed onnipotente; che vi scruterà i lombi, che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete: quelle che avevate nascoste a tutti; quelle, che avevate dimenticate voi medesimi. Ma, mentre voi commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava lassù in un volume eterno ed indistruttibile. Quali scuse balbetterete allora? quali attenuanti accamperete? Lì non varranno i sofismi della eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare compri testimonî, che vi discolpino e calunnino altri. Come rimpiangerete allora, fra le lagrime e lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata l'eterna dannazione, per poca e transitoria e monca voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e vano, il danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma c'è!» — Anima e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo; ogni terminologia filosofica le ammette; ma [pg!92] bisogna scrutare un po' qual concetto adombrino secondo la bocca, che le profferisce. Dire: — «io credo in dio;» — equivale al non dir proprio nulla, se non mi spiegate cosa intendiate per dio; cioè, su quali argomenti fondato e quali deduzioni seguendo, siete giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII, Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro in dio: ma il dio dell'uno non era certo quello degli altri tre; il mio dio non è quello dell'abate Curci, nè quello del lustrastivali, che sta alla cantonata. Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una parte, uno aspetto, e crede però, che quell'aspetto sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di avere escogitata una panacea morale col dire, che crede in dio e nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi ingenui, che stimerebbero felice la patria, purchè si proclamasse la repubblica, senz'avere alcuna idea precisa sul contenuto da darsi a questa repubblica futura. Fede, significa cognizione; cognizione forse inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione sempre. Pigliate la più melensa femminetta del volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete com'ella conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà un concetto grande o meschino, sublime o grottesco, alto od ignobile od anche irriverente: questa è un'altra quistione! ma un concetto ne ha e chiaro e preciso. La parola dio, nella mente di lei, suscita un pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione e pensiero sono forme della cognizione. Invece l'Aleardi si contenta del sempliceflatus vocis, rammentandomi quel motto arguto d'una franzese: — «il vocabolodio, maschera con la sua grandezza il vuoto del pensiero di chi 'l profferisce4.» — Sotto al cranio di questo messere non c'è dunque, ed egli stesso il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola [pg!93] scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede, affetta di credere.Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua: abbiamo qui de' versi; voler loro attribuire un'importanza scientifica è stolta cosa, ma ne potrebbero, ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?No, pur troppo. In questo carmeIn morte di Donna Bianca Rebizzo, ritroviamo peggiorato il vecchio Aleardi, senza fantasia, senza originalità, buono solo a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne un centone innestandovi amenità, platealità e concettini. In fondo egli ha voluto soltanto rifareL'Espoir en dieudi Alfredo di Musset; rappresentare un uomo straziato fra l'impossibilità di credere e l'impossibilità di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il ricrea col sentimento e con la fantasia, mosso dall'orrore della morte. Giacchè, non serve il dissimularlo: gli è appunto questo sentimento vigliacco, il prono amor della vita, il non sapervi rinunziare,Il non saper nell'orba fantasiaLa morte immaginar, che cosa sia,(come è detto ne'ParalipomenidellaBatracomiomachia,) da cui prende le mosse l'Aleardi. Non ha l'animo stoico; e rifugge dal voto altero d'un poeta romano, il quale augurava l'immortalità materiale a' codardi e la morte in premio a' prodi:Mors utinam pavidos vitae subducere nolles; Sed virtus te sola daret!Non ha la mente epicurea, nè può capire Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea della vita eterna distrugge ogni moralità, perturba ogni vita civile e la chiama...metus... Acheruntis... humanam qui vitam turbat ab imo, od il Bruno, quando dice, che le speranze di essa:Humanam turbant pacem saeclique quietem, Extinguunt mentis lucem, neque moribus prosunt.Tali concetti non sono pane pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: — «Muor giovane colui, che al cielo è caro;» — ma [pg!94] gli sovviene pure l'Achille dell'Odissea parlare altrimenti; ma pensa, che i giovani antichi certo non avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di vivere e di operare. Considera che i sacerdoti d'ogni generazione hanno un bel prometterci il paradiso: riman problematico, e la terra è tanto bella! E sclama: — «Oh potere essere rassicurato sull'avvenire, ottenere certezza della durata nostra in tanto dubbio! Io voglio credere, io ho bisogno di credere, io credo!» — Sta bene, con questa tela, su questi sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi non sa concretare in immagini l'amor della vita, la paura dell'òbito, il dubbio sulle promesse sacerdotali, la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione, che non dà valore filosofico al suocredo, gli toglie anche la possibilità di acquistar valore artistico. Voi non sentite lo strazio di un uomo in questi versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il suo centone rettorico ci lascia freddi.Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle Memorie della Contessa di Genlis; di quella Genlis, sulla quale fu fatto l'epigramma:Comme tout renchérit, disait un amateur.Les œuvres de Genlis à six francs par volume!Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,Pour la moitié j'avais l'auteur.Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè, giovane scapatissimo diciottenne, si trovava in Brest con molti debiti e punti quattrini. Scrisse al babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta, pensò di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese rusticava nella state. (Apro una parentesi. Questa villeggiatura non era del tutto volontaria. Quando Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina da trent'anni, perchè indiziato autore della quartina seguente contro la Pompadour;[pg!95]La Marquise a bien des appas:Ses traits sont vifs, ses grâces franches,Et les fleurs naissent sous ses pas...Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera da letto del Re: — «Per bacco, faceva accortamente il Maurepas, quando era in auge, portando sempre seco la berretta da notte: un cortigiano non sa mai dove può toccargli di dormire, e molto meno un ministro.» — Spiacque al Re la facezia: e chiese in tono severo: — «Signor Marchese, quando pensa di partire pe' suoi feudi?» — «Domani, Maestà» — rispose il Souvré alteramente. Chiudo la parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva la rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star lungi dalla corte, in provincia, a domicilio coatto. Era proprio il caso di rinnovare il Miracolo di Maometto; e, giacchè i danari non volevano venir a lui, andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio, gli convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò solo una giubbaccia consunta. Malissimo accolto dal genitore, ne' primi tempi non pensò neppure a salassarlo. Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo, che il posdomani sarebbero venute a pranzo le più nobili e più ricche signore del contado: — «Spero» — soggiunse, — «che avrà la bontà di smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi decentemente.» — Il Marchesino, non osando confessare di non possederne proprio alcun altro, dichiarò di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e, cogliendo la palla al balzo, chiese denari. Il padre rispose in modo, che non dava campo ad insistere od a sperare, poter'egli addivenire a più miti consigli; sicchè il giovane rispose: — «Sarà obbedito. Metterò un altro abito.» — Nella sua camera da letto, c'era una gran tappezzeria a figure; ne staccò un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida; e, mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che in ventiquattr'ore ricavasse da quell'arazzo un vestito [pg!96] intero: giubba, panciotto e brache. Il sarto fece le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso la testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti ed un frammento dello scudo formavano il resto della giubba, che il Marchesino indossò giubilando. E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente le visite. Come udì entrar le vetture nel cortile, giù per le scale, sudando pel peso degli abiti, reso anche più intollerabile dal caldo del luglio; balza e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore, che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano indarno di domande il Marchesino, che le conduceva trionfalmente in salotto, quando sopraggiunse il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie opime della sua stanza e laGerusalemme Liberataridotta a giubba e brache, rinculò di tre passi e chiese in tono fulmineo ragione della stravaganza, della mascherata intempestiva: — «Non siamo di carnevale, ned al ballo dell'Opera, signore!» — «Babbo» — rispose il Louvois — «Ella mi ha imposto di mettere un abito nuovo; e, non potendo io disporre di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa per obbedirle.» —Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando, dico, lo Aleardi da madrigna, dimostrandosi seco avarissima, non somministrandogli mezzi per rivestirsi ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo di farsi cucire un bell'abito con brani tagliati dalla stoffa del Leopardi: e di questo, quando una volta si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da una specie di forza irresistibile, non oserei fargli una colpa grave:... il poverel digiunoScende ad atto talor, che 'n miglior statoAvria in altri biasmato.Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria, per quanto industre si dimostri il sarto, sfigura ridotto a giubba. La descrizione della gioventù è desunta [pg!97] dalleRicordanze, e guasta5: l'orrore d'una giovinetta antica per la morte, è desunto dal cantoSopra un bassorilievo antico sepolcrale, e guasto; le interrogazioni alla natura, quel chiedere il perchè delle cose, son desunti dalCanto notturno d'un pastore, errante nell'Asia, e guasti. Fa proprio dolore; è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri, che siamo avvezzi a venerar da fanciulli, appunto come figure, che adornano da lunga pezza le stanze della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il Voltaire leggeva un giorno la suaSemiramide, presente il Piron: c'erano intercalati nella tragedia versi del Cornelio e del Racine: quantunque volte se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza con tutta serietà. Il Voltaire gliene chiese la ragione. — «Oh prosegua pure! Non badi, sa? È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che conosco.» —[pg!98]Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi, che, per rappresentarci la morte subitanea di gocciola d'una cara donna e venerata, (se non pregevole e veneranda,) nel giorno suo onomastico appunto, in mezzo ad una raccolta di persone, che le voglion bene e radunate per festeggiarla; scena, la quale avrebbe potuto essere straziante, sol che si fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore l'Aleardi, che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo, il quale scenda dallo empireo a dare un bacio alla donna! Cosa, cui non crede certo lui; cosa cui non ci può far credere, giacchè sappiamo benissimo le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci d'angeli, generazione d'esseri, la cui natura è del resto poco nota, quantunque nel dugento Brunetto Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian parlatoex-professo. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse una zeppa cosiffatta in un suo componimento, gli daremmozeropunti! Ma cosa diremo, cosa diremo di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più vecchia del brodetto, sclamano: — «Non è inaspettata e nuova l'immagine della morte fatta apparire in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non è forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» — L'incapacità del lettore corrisponde all'impotenza dello scrittore. Il quale, è da stupire, come non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna Bianca, lo angelo esser venuto a complirla pel suo onomastico, ci sforza a ridere alle spalle di costei, rappresentandocela per bamba e sciocca quanto Madonna Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento l'Agnol Gabriello...... A un tratto apparveUn angiolo da lei sola distinto:Avea nere le chiome e l'ali nere,Punteggiate distelle; e,nellenerePupille, ardeagli un lume agonizzante,Che parea tremolar nello infinito (??).— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,Forse e tu pure a festeggiar venisti[pg!99]La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;E in fronte la baciò...Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte, che sostituisce una cifra ad una immagine; e, per poco, che si prolunghino, divengono ridicolissime; e sfido io chicchessia a non isghignazzar dellesperanze, che mettono le piume e volano cantando pel novo aere:.... poi, che il Vero,Freddo saettator, nessuna ancoraNe uccise....È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa si lasci distrarre da quanto incontra sotto la penna. Allorchè manca un sentimento, un pensiero dominante, che investa, che invasi lo scrittore; che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni metafora; che metta ogni cosa al posto: si cade nelle amplificazioni, nelle personificazioni, si adoperano mille frasi per dire una cosa, anfanando; si perde ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla Natura, perchè c'è la terra, senza farne una descrizione geologica. Allora, nella crocifissione di Cristo,i due legni in croce in cima ad un colledivengono l'importante; e dell'anima del crocifisso, di quell'anima ardente di amore operoso, non se ne parla neppure. Allora si dice, che, allo apparire del cristianesimo,.... per le sacre selveI fauni agonizzâro alle scontroseDriadi moribonde avviticchiati;E galleggiar sopra i flutti marini.Dell'estinte Nereidi le salme....E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti. L'Aleardi sa benissimo, e noi meglio di lui sappiamo, che il dire:i fauni, le driadi e le nereidi son morti, è una metafora; che, in realtà, non son morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo [pg!100] ha cessato di credere alla loro esistenza. Volendo precisar troppo la metafora e trattarla come cosa salda, si cade nel goffo e nel vuoto.La primavera della vitaè buona metafora; ma iprati della primavera della vita, ela fanciulla, che col piè sedicenne va correndo lungo i prati della sua primavera, sono goffaggini le quali non significan nulla.La terra, che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida d'Acheronte, è qualcosa, che non giungo a capire. Non ci può esser nulla di più antipatico del vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:.... lo stesso AchilleDeiformeavria tolto essere in terraSchiavoaffamatodi signoreavaro,Anzi che dominarscettratalarvaSull'ombrevanede lamortagente.Che cascaggine!Il moral cipresso, è insulso.Fondere in lagrime, sarà francese, ma Italiano non è.Metter risiper ridere, non si dice: queltutta mettea risi la casa, fa credere, che tutta la famiglia, compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino, stessero affaccendati in cucina e mettessero a cuocere i risi, come dicono nell'Alta Italia.L'acque mediterranee ululava...Se bionda scenda o argentea la chioma....Di dio, oppure fiammelle distinte...sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle vocali o per dieresi inopportuna. Del resto pare, che in alcuni casi l'Aleardi abbia profittato della lezione, ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa in questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha imparato, cheviaggiaè trissillabo, non dissillabo, come usava adoperarlo prima. È qualcosa! Impari pure, che le lettere in versi si chiamano da noi:Epistole.Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti contemporanei chiamino Aleardo Aleardi gran poeta, [pg!101] gran pittore; uomo, che ha una natura a sè; originale, nuovo nelle immagini; venusto nella forma; vivo e maestrevole nel colorito. Dican pure. Il plauso de' contemporanei sciocchi non vuol dir nulla. Chi conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or bene, costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII a Giovanni Vendramino, podestà di Vicenza, una sua favola boschereccia, intitolataOrigine di Vicenza6, stampandovi in calce, come usava allora,parecchi sonetti di diversi in lode dell'autore e dell'opera. Usanza dismessa! A' di nostri, abbiamo invece isoffiettisu' giornali, sulleNuove Antologie, sulleRiviste Europee, non meno inverecondi; opera d'anonimi per lo più, talvolta di salariati o compiacenti dello scrittore, il cui libro si giudica, ed in qualche caso di esso scrittore medesimo;soffietti, che poi taluni autori fan persino ristampare dietro [pg!102] alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli editori riproducono su' loro cataloghi:mutatis mutandisè la stessa cosa. Dunque, fra gli altri sonetti in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno del Fervido, accademico Incerto, che scrive:Canti con stil sì chiaro e sì facondo,Aleardi, ch'estinta a terra cadeLa possanza del tempo; e la pietadeTua varca ardita oltre l'oblio profondo.Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:Forma sì dolce la tua musa il canto,Che non ha chi l'agguagli..... In EliconaPoggi sì ardito e con perpetuo onoreTessi fregi di glorie a le tue carte.E così tutti quanti: il Rinchiuso, l'Aggravato, l'Eccitato, l'Incolto, il Tardo, il Lucido, l'Illustrato, il Temperato. Nè basta; Giambattista Basile il Pigro, il gran Basile, dice di questo Aleardi seicentista nelTeagene(Canto V; stanza LXI):L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!E, nelleOdi e Madrigali, esagera anche più la lode, esplicandola:Mentre spieghi, Aleardo,Con stile almo e sovranoDe l'infelice Amida il caso strano,Chi ascolta il raro cantoForz'è, che rida al riso e pianga al pianto;Ami nel dolce amore;Gioisca nel gioire;Languisca nel languire;E si trasformi il core,Leggendo il suo dolor nel suo dolore;Mora ne la sua morteE corra seco una medesma sorte:Così pònno i tuoi dettiMover nostr'alme e dominar gli affetti.[pg!103] Sono passati due secoli e mezzo, e Ludovico Aleardi, Accademico Olimpico e Inviato detto l'Infecondo, è profondamente ignoto; così accadrà di certo anche infallibilmente del Professore Aleardo, dopo qualche tempo. Ve ne sto mallevadore. Il tempo è galantuomo. [pg!104][pg!105]

(M.DCCC.LXXII.)SCORSA BIBLIOGRAFICA

(M.DCCC.LXXII.)

SCORSA BIBLIOGRAFICA

In morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. — M.DCCC.LXXI.

In morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. — M.DCCC.LXXI.

— «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» — Così l'autore in una nota.

Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, [pg!90] che questo effato non abbia punto meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono, che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono algran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili; anzi un certo P. P. in un'Appendice dell'Opinione, vorrebbe persino, che ne ammirassimoil coraggio... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri! Ma lasciamo la burletta.

Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti di fede, icredi, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, siapro, siacontra, sono cosa fatua e vana. Io mi fo beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo, non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto qualcosa, scrivendo:

.... s'io vivente unico, in vettaD'una rupe restassi, esterrefattoTestimone dell'ultima ruina(del mondo),Oh! non ancor dimetterei la saldaFede nella immortale anima e in dio.

.... s'io vivente unico, in vettaD'una rupe restassi, esterrefattoTestimone dell'ultima ruina(del mondo),Oh! non ancor dimetterei la saldaFede nella immortale anima e in dio.

.... s'io vivente unico, in vetta

D'una rupe restassi, esterrefatto

Testimone dell'ultima ruina(del mondo),

Oh! non ancor dimetterei la salda

Fede nella immortale anima e in dio.

Orazio ha ben detto:

Si fractus illalatur orbisImpavidum ferient ruinae;

Si fractus illalatur orbisImpavidum ferient ruinae;

Si fractus illalatur orbis

Impavidum ferient ruinae;

[pg!91] e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.

Eppure, se gli domandate: — «Ma cos'è dunque l'anima? cos'è dio?» — l'Aleardi sa dirvi soltanto: — «Tutto è mistero.Io non so in fondo nulla nulla e dell'uno e dell'altra.Nè per lagrime mai, nè per scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia dato Il destin de le cose.... Qua dentro, immortale Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non so; so che a me stesso Sono un mistero.» — Gli è presso a poco il modo di ragionare di quel frate predicatore: — «Fratelli miei dilettissimi in Cristo: o dio c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual sarà mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un giorno ignudi, inermi, colpevoli, di fronte al giudice adirato ed onnipotente; che vi scruterà i lombi, che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete: quelle che avevate nascoste a tutti; quelle, che avevate dimenticate voi medesimi. Ma, mentre voi commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava lassù in un volume eterno ed indistruttibile. Quali scuse balbetterete allora? quali attenuanti accamperete? Lì non varranno i sofismi della eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare compri testimonî, che vi discolpino e calunnino altri. Come rimpiangerete allora, fra le lagrime e lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata l'eterna dannazione, per poca e transitoria e monca voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e vano, il danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma c'è!» — Anima e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo; ogni terminologia filosofica le ammette; ma [pg!92] bisogna scrutare un po' qual concetto adombrino secondo la bocca, che le profferisce. Dire: — «io credo in dio;» — equivale al non dir proprio nulla, se non mi spiegate cosa intendiate per dio; cioè, su quali argomenti fondato e quali deduzioni seguendo, siete giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII, Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro in dio: ma il dio dell'uno non era certo quello degli altri tre; il mio dio non è quello dell'abate Curci, nè quello del lustrastivali, che sta alla cantonata. Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una parte, uno aspetto, e crede però, che quell'aspetto sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di avere escogitata una panacea morale col dire, che crede in dio e nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi ingenui, che stimerebbero felice la patria, purchè si proclamasse la repubblica, senz'avere alcuna idea precisa sul contenuto da darsi a questa repubblica futura. Fede, significa cognizione; cognizione forse inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione sempre. Pigliate la più melensa femminetta del volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete com'ella conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà un concetto grande o meschino, sublime o grottesco, alto od ignobile od anche irriverente: questa è un'altra quistione! ma un concetto ne ha e chiaro e preciso. La parola dio, nella mente di lei, suscita un pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione e pensiero sono forme della cognizione. Invece l'Aleardi si contenta del sempliceflatus vocis, rammentandomi quel motto arguto d'una franzese: — «il vocabolodio, maschera con la sua grandezza il vuoto del pensiero di chi 'l profferisce4.» — Sotto al cranio di questo messere non c'è dunque, ed egli stesso il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola [pg!93] scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede, affetta di credere.

Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua: abbiamo qui de' versi; voler loro attribuire un'importanza scientifica è stolta cosa, ma ne potrebbero, ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?

No, pur troppo. In questo carmeIn morte di Donna Bianca Rebizzo, ritroviamo peggiorato il vecchio Aleardi, senza fantasia, senza originalità, buono solo a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne un centone innestandovi amenità, platealità e concettini. In fondo egli ha voluto soltanto rifareL'Espoir en dieudi Alfredo di Musset; rappresentare un uomo straziato fra l'impossibilità di credere e l'impossibilità di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il ricrea col sentimento e con la fantasia, mosso dall'orrore della morte. Giacchè, non serve il dissimularlo: gli è appunto questo sentimento vigliacco, il prono amor della vita, il non sapervi rinunziare,

Il non saper nell'orba fantasiaLa morte immaginar, che cosa sia,

Il non saper nell'orba fantasiaLa morte immaginar, che cosa sia,

Il non saper nell'orba fantasia

La morte immaginar, che cosa sia,

(come è detto ne'ParalipomenidellaBatracomiomachia,) da cui prende le mosse l'Aleardi. Non ha l'animo stoico; e rifugge dal voto altero d'un poeta romano, il quale augurava l'immortalità materiale a' codardi e la morte in premio a' prodi:Mors utinam pavidos vitae subducere nolles; Sed virtus te sola daret!Non ha la mente epicurea, nè può capire Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea della vita eterna distrugge ogni moralità, perturba ogni vita civile e la chiama...metus... Acheruntis... humanam qui vitam turbat ab imo, od il Bruno, quando dice, che le speranze di essa:Humanam turbant pacem saeclique quietem, Extinguunt mentis lucem, neque moribus prosunt.Tali concetti non sono pane pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: — «Muor giovane colui, che al cielo è caro;» — ma [pg!94] gli sovviene pure l'Achille dell'Odissea parlare altrimenti; ma pensa, che i giovani antichi certo non avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di vivere e di operare. Considera che i sacerdoti d'ogni generazione hanno un bel prometterci il paradiso: riman problematico, e la terra è tanto bella! E sclama: — «Oh potere essere rassicurato sull'avvenire, ottenere certezza della durata nostra in tanto dubbio! Io voglio credere, io ho bisogno di credere, io credo!» — Sta bene, con questa tela, su questi sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi non sa concretare in immagini l'amor della vita, la paura dell'òbito, il dubbio sulle promesse sacerdotali, la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione, che non dà valore filosofico al suocredo, gli toglie anche la possibilità di acquistar valore artistico. Voi non sentite lo strazio di un uomo in questi versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il suo centone rettorico ci lascia freddi.

Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle Memorie della Contessa di Genlis; di quella Genlis, sulla quale fu fatto l'epigramma:

Comme tout renchérit, disait un amateur.Les œuvres de Genlis à six francs par volume!Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,Pour la moitié j'avais l'auteur.

Comme tout renchérit, disait un amateur.Les œuvres de Genlis à six francs par volume!Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,Pour la moitié j'avais l'auteur.

Comme tout renchérit, disait un amateur.

Les œuvres de Genlis à six francs par volume!

Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,

Pour la moitié j'avais l'auteur.

Pour la moitié j'avais l'auteur.

Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè, giovane scapatissimo diciottenne, si trovava in Brest con molti debiti e punti quattrini. Scrisse al babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta, pensò di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese rusticava nella state. (Apro una parentesi. Questa villeggiatura non era del tutto volontaria. Quando Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina da trent'anni, perchè indiziato autore della quartina seguente contro la Pompadour;

[pg!95]

La Marquise a bien des appas:Ses traits sont vifs, ses grâces franches,Et les fleurs naissent sous ses pas...Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!

La Marquise a bien des appas:Ses traits sont vifs, ses grâces franches,Et les fleurs naissent sous ses pas...Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!

La Marquise a bien des appas:

Ses traits sont vifs, ses grâces franches,

Et les fleurs naissent sous ses pas...

Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!

il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera da letto del Re: — «Per bacco, faceva accortamente il Maurepas, quando era in auge, portando sempre seco la berretta da notte: un cortigiano non sa mai dove può toccargli di dormire, e molto meno un ministro.» — Spiacque al Re la facezia: e chiese in tono severo: — «Signor Marchese, quando pensa di partire pe' suoi feudi?» — «Domani, Maestà» — rispose il Souvré alteramente. Chiudo la parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva la rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star lungi dalla corte, in provincia, a domicilio coatto. Era proprio il caso di rinnovare il Miracolo di Maometto; e, giacchè i danari non volevano venir a lui, andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio, gli convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò solo una giubbaccia consunta. Malissimo accolto dal genitore, ne' primi tempi non pensò neppure a salassarlo. Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo, che il posdomani sarebbero venute a pranzo le più nobili e più ricche signore del contado: — «Spero» — soggiunse, — «che avrà la bontà di smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi decentemente.» — Il Marchesino, non osando confessare di non possederne proprio alcun altro, dichiarò di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e, cogliendo la palla al balzo, chiese denari. Il padre rispose in modo, che non dava campo ad insistere od a sperare, poter'egli addivenire a più miti consigli; sicchè il giovane rispose: — «Sarà obbedito. Metterò un altro abito.» — Nella sua camera da letto, c'era una gran tappezzeria a figure; ne staccò un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida; e, mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che in ventiquattr'ore ricavasse da quell'arazzo un vestito [pg!96] intero: giubba, panciotto e brache. Il sarto fece le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso la testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti ed un frammento dello scudo formavano il resto della giubba, che il Marchesino indossò giubilando. E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente le visite. Come udì entrar le vetture nel cortile, giù per le scale, sudando pel peso degli abiti, reso anche più intollerabile dal caldo del luglio; balza e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore, che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano indarno di domande il Marchesino, che le conduceva trionfalmente in salotto, quando sopraggiunse il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie opime della sua stanza e laGerusalemme Liberataridotta a giubba e brache, rinculò di tre passi e chiese in tono fulmineo ragione della stravaganza, della mascherata intempestiva: — «Non siamo di carnevale, ned al ballo dell'Opera, signore!» — «Babbo» — rispose il Louvois — «Ella mi ha imposto di mettere un abito nuovo; e, non potendo io disporre di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa per obbedirle.» —

Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando, dico, lo Aleardi da madrigna, dimostrandosi seco avarissima, non somministrandogli mezzi per rivestirsi ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo di farsi cucire un bell'abito con brani tagliati dalla stoffa del Leopardi: e di questo, quando una volta si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da una specie di forza irresistibile, non oserei fargli una colpa grave:

... il poverel digiunoScende ad atto talor, che 'n miglior statoAvria in altri biasmato.

... il poverel digiunoScende ad atto talor, che 'n miglior statoAvria in altri biasmato.

... il poverel digiuno

Scende ad atto talor, che 'n miglior stato

Avria in altri biasmato.

Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria, per quanto industre si dimostri il sarto, sfigura ridotto a giubba. La descrizione della gioventù è desunta [pg!97] dalleRicordanze, e guasta5: l'orrore d'una giovinetta antica per la morte, è desunto dal cantoSopra un bassorilievo antico sepolcrale, e guasto; le interrogazioni alla natura, quel chiedere il perchè delle cose, son desunti dalCanto notturno d'un pastore, errante nell'Asia, e guasti. Fa proprio dolore; è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri, che siamo avvezzi a venerar da fanciulli, appunto come figure, che adornano da lunga pezza le stanze della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il Voltaire leggeva un giorno la suaSemiramide, presente il Piron: c'erano intercalati nella tragedia versi del Cornelio e del Racine: quantunque volte se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza con tutta serietà. Il Voltaire gliene chiese la ragione. — «Oh prosegua pure! Non badi, sa? È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che conosco.» —

[pg!98]

Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi, che, per rappresentarci la morte subitanea di gocciola d'una cara donna e venerata, (se non pregevole e veneranda,) nel giorno suo onomastico appunto, in mezzo ad una raccolta di persone, che le voglion bene e radunate per festeggiarla; scena, la quale avrebbe potuto essere straziante, sol che si fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore l'Aleardi, che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo, il quale scenda dallo empireo a dare un bacio alla donna! Cosa, cui non crede certo lui; cosa cui non ci può far credere, giacchè sappiamo benissimo le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci d'angeli, generazione d'esseri, la cui natura è del resto poco nota, quantunque nel dugento Brunetto Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian parlatoex-professo. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse una zeppa cosiffatta in un suo componimento, gli daremmozeropunti! Ma cosa diremo, cosa diremo di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più vecchia del brodetto, sclamano: — «Non è inaspettata e nuova l'immagine della morte fatta apparire in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non è forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» — L'incapacità del lettore corrisponde all'impotenza dello scrittore. Il quale, è da stupire, come non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna Bianca, lo angelo esser venuto a complirla pel suo onomastico, ci sforza a ridere alle spalle di costei, rappresentandocela per bamba e sciocca quanto Madonna Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento l'Agnol Gabriello.

..... A un tratto apparveUn angiolo da lei sola distinto:Avea nere le chiome e l'ali nere,Punteggiate distelle; e,nellenerePupille, ardeagli un lume agonizzante,Che parea tremolar nello infinito (??).— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,Forse e tu pure a festeggiar venisti[pg!99]La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;E in fronte la baciò...

..... A un tratto apparveUn angiolo da lei sola distinto:Avea nere le chiome e l'ali nere,Punteggiate distelle; e,nellenerePupille, ardeagli un lume agonizzante,Che parea tremolar nello infinito (??).— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,Forse e tu pure a festeggiar venisti[pg!99]La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;E in fronte la baciò...

..... A un tratto apparve

Un angiolo da lei sola distinto:

Avea nere le chiome e l'ali nere,

Punteggiate distelle; e,nellenere

Pupille, ardeagli un lume agonizzante,

Che parea tremolar nello infinito (??).

— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,

— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,

Forse e tu pure a festeggiar venisti

[pg!99]

La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;

E in fronte la baciò...

Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte, che sostituisce una cifra ad una immagine; e, per poco, che si prolunghino, divengono ridicolissime; e sfido io chicchessia a non isghignazzar dellesperanze, che mettono le piume e volano cantando pel novo aere:

.... poi, che il Vero,Freddo saettator, nessuna ancoraNe uccise....

.... poi, che il Vero,Freddo saettator, nessuna ancoraNe uccise....

.... poi, che il Vero,

Freddo saettator, nessuna ancora

Ne uccise....

È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa si lasci distrarre da quanto incontra sotto la penna. Allorchè manca un sentimento, un pensiero dominante, che investa, che invasi lo scrittore; che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni metafora; che metta ogni cosa al posto: si cade nelle amplificazioni, nelle personificazioni, si adoperano mille frasi per dire una cosa, anfanando; si perde ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla Natura, perchè c'è la terra, senza farne una descrizione geologica. Allora, nella crocifissione di Cristo,i due legni in croce in cima ad un colledivengono l'importante; e dell'anima del crocifisso, di quell'anima ardente di amore operoso, non se ne parla neppure. Allora si dice, che, allo apparire del cristianesimo,

.... per le sacre selveI fauni agonizzâro alle scontroseDriadi moribonde avviticchiati;E galleggiar sopra i flutti marini.Dell'estinte Nereidi le salme....

.... per le sacre selveI fauni agonizzâro alle scontroseDriadi moribonde avviticchiati;E galleggiar sopra i flutti marini.Dell'estinte Nereidi le salme....

.... per le sacre selve

I fauni agonizzâro alle scontrose

Driadi moribonde avviticchiati;

E galleggiar sopra i flutti marini.

Dell'estinte Nereidi le salme....

E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti. L'Aleardi sa benissimo, e noi meglio di lui sappiamo, che il dire:i fauni, le driadi e le nereidi son morti, è una metafora; che, in realtà, non son morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo [pg!100] ha cessato di credere alla loro esistenza. Volendo precisar troppo la metafora e trattarla come cosa salda, si cade nel goffo e nel vuoto.La primavera della vitaè buona metafora; ma iprati della primavera della vita, ela fanciulla, che col piè sedicenne va correndo lungo i prati della sua primavera, sono goffaggini le quali non significan nulla.La terra, che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida d'Acheronte, è qualcosa, che non giungo a capire. Non ci può esser nulla di più antipatico del vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:

.... lo stesso AchilleDeiformeavria tolto essere in terraSchiavoaffamatodi signoreavaro,Anzi che dominarscettratalarvaSull'ombrevanede lamortagente.

.... lo stesso AchilleDeiformeavria tolto essere in terraSchiavoaffamatodi signoreavaro,Anzi che dominarscettratalarvaSull'ombrevanede lamortagente.

.... lo stesso Achille

Deiformeavria tolto essere in terra

Schiavoaffamatodi signoreavaro,

Anzi che dominarscettratalarva

Sull'ombrevanede lamortagente.

Che cascaggine!Il moral cipresso, è insulso.Fondere in lagrime, sarà francese, ma Italiano non è.Metter risiper ridere, non si dice: queltutta mettea risi la casa, fa credere, che tutta la famiglia, compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino, stessero affaccendati in cucina e mettessero a cuocere i risi, come dicono nell'Alta Italia.

L'acque mediterranee ululava...Se bionda scenda o argentea la chioma....Di dio, oppure fiammelle distinte...

L'acque mediterranee ululava...Se bionda scenda o argentea la chioma....Di dio, oppure fiammelle distinte...

L'acque mediterranee ululava...

Se bionda scenda o argentea la chioma....

Di dio, oppure fiammelle distinte...

sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle vocali o per dieresi inopportuna. Del resto pare, che in alcuni casi l'Aleardi abbia profittato della lezione, ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa in questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha imparato, cheviaggiaè trissillabo, non dissillabo, come usava adoperarlo prima. È qualcosa! Impari pure, che le lettere in versi si chiamano da noi:Epistole.

Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti contemporanei chiamino Aleardo Aleardi gran poeta, [pg!101] gran pittore; uomo, che ha una natura a sè; originale, nuovo nelle immagini; venusto nella forma; vivo e maestrevole nel colorito. Dican pure. Il plauso de' contemporanei sciocchi non vuol dir nulla. Chi conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or bene, costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII a Giovanni Vendramino, podestà di Vicenza, una sua favola boschereccia, intitolataOrigine di Vicenza6, stampandovi in calce, come usava allora,parecchi sonetti di diversi in lode dell'autore e dell'opera. Usanza dismessa! A' di nostri, abbiamo invece isoffiettisu' giornali, sulleNuove Antologie, sulleRiviste Europee, non meno inverecondi; opera d'anonimi per lo più, talvolta di salariati o compiacenti dello scrittore, il cui libro si giudica, ed in qualche caso di esso scrittore medesimo;soffietti, che poi taluni autori fan persino ristampare dietro [pg!102] alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli editori riproducono su' loro cataloghi:mutatis mutandisè la stessa cosa. Dunque, fra gli altri sonetti in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno del Fervido, accademico Incerto, che scrive:

Canti con stil sì chiaro e sì facondo,Aleardi, ch'estinta a terra cadeLa possanza del tempo; e la pietadeTua varca ardita oltre l'oblio profondo.

Canti con stil sì chiaro e sì facondo,Aleardi, ch'estinta a terra cadeLa possanza del tempo; e la pietadeTua varca ardita oltre l'oblio profondo.

Canti con stil sì chiaro e sì facondo,

Aleardi, ch'estinta a terra cade

La possanza del tempo; e la pietade

Tua varca ardita oltre l'oblio profondo.

Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:

Forma sì dolce la tua musa il canto,Che non ha chi l'agguagli..... In EliconaPoggi sì ardito e con perpetuo onoreTessi fregi di glorie a le tue carte.

Forma sì dolce la tua musa il canto,Che non ha chi l'agguagli..... In EliconaPoggi sì ardito e con perpetuo onoreTessi fregi di glorie a le tue carte.

Forma sì dolce la tua musa il canto,

Che non ha chi l'agguagli..... In Elicona

Poggi sì ardito e con perpetuo onore

Tessi fregi di glorie a le tue carte.

E così tutti quanti: il Rinchiuso, l'Aggravato, l'Eccitato, l'Incolto, il Tardo, il Lucido, l'Illustrato, il Temperato. Nè basta; Giambattista Basile il Pigro, il gran Basile, dice di questo Aleardi seicentista nelTeagene(Canto V; stanza LXI):

L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!

L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!

L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!

E, nelleOdi e Madrigali, esagera anche più la lode, esplicandola:

Mentre spieghi, Aleardo,Con stile almo e sovranoDe l'infelice Amida il caso strano,Chi ascolta il raro cantoForz'è, che rida al riso e pianga al pianto;Ami nel dolce amore;Gioisca nel gioire;Languisca nel languire;E si trasformi il core,Leggendo il suo dolor nel suo dolore;Mora ne la sua morteE corra seco una medesma sorte:Così pònno i tuoi dettiMover nostr'alme e dominar gli affetti.

Mentre spieghi, Aleardo,Con stile almo e sovranoDe l'infelice Amida il caso strano,Chi ascolta il raro cantoForz'è, che rida al riso e pianga al pianto;Ami nel dolce amore;Gioisca nel gioire;Languisca nel languire;E si trasformi il core,Leggendo il suo dolor nel suo dolore;Mora ne la sua morteE corra seco una medesma sorte:Così pònno i tuoi dettiMover nostr'alme e dominar gli affetti.

Mentre spieghi, Aleardo,

Con stile almo e sovrano

De l'infelice Amida il caso strano,

Chi ascolta il raro canto

Forz'è, che rida al riso e pianga al pianto;

Ami nel dolce amore;

Gioisca nel gioire;

Languisca nel languire;

E si trasformi il core,

Leggendo il suo dolor nel suo dolore;

Mora ne la sua morte

E corra seco una medesma sorte:

Così pònno i tuoi detti

Mover nostr'alme e dominar gli affetti.

[pg!103] Sono passati due secoli e mezzo, e Ludovico Aleardi, Accademico Olimpico e Inviato detto l'Infecondo, è profondamente ignoto; così accadrà di certo anche infallibilmente del Professore Aleardo, dopo qualche tempo. Ve ne sto mallevadore. Il tempo è galantuomo. [pg!104]

[pg!105]


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