VI. —Ulteriori conseguenze.Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale subordina il mito all'epimitio, la favola alfabula docet; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute, dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva; vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre dellemoralità(per dirla con l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile, che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto, che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza,estetica? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. [pg!129] Così fa tutto giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di esser tali, perchè ledramatis personaeinvece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con l'orpello delcolor localee con l'ammucchiare facile erudizione ed indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî. Nella parte seconda delFausto, c'è la scena di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che [pg!130] quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizionesine qua nondel lavoro artistico, indipendente da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?
VI. —Ulteriori conseguenze.Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale subordina il mito all'epimitio, la favola alfabula docet; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute, dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva; vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre dellemoralità(per dirla con l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile, che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto, che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza,estetica? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. [pg!129] Così fa tutto giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di esser tali, perchè ledramatis personaeinvece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con l'orpello delcolor localee con l'ammucchiare facile erudizione ed indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî. Nella parte seconda delFausto, c'è la scena di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che [pg!130] quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizionesine qua nondel lavoro artistico, indipendente da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?
VI. —Ulteriori conseguenze.Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale subordina il mito all'epimitio, la favola alfabula docet; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute, dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva; vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre dellemoralità(per dirla con l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile, che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto, che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza,estetica? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. [pg!129] Così fa tutto giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di esser tali, perchè ledramatis personaeinvece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con l'orpello delcolor localee con l'ammucchiare facile erudizione ed indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî. Nella parte seconda delFausto, c'è la scena di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che [pg!130] quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizionesine qua nondel lavoro artistico, indipendente da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?
Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale subordina il mito all'epimitio, la favola alfabula docet; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute, dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva; vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre dellemoralità(per dirla con l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile, che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto, che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza,estetica? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. [pg!129] Così fa tutto giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.
Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di esser tali, perchè ledramatis personaeinvece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con l'orpello delcolor localee con l'ammucchiare facile erudizione ed indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî. Nella parte seconda delFausto, c'è la scena di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che [pg!130] quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizionesine qua nondel lavoro artistico, indipendente da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?