VIII. —Triplice contenuto.

VIII. —Triplice contenuto.Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, ilFaustodel Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e pere cotte; oppuresarcraut(che in volgar nostro diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. NelFausto, ravvisiamo: un'epopea, che ha l'alter egodel sommommolo, una novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana, debole, impotente a reagire;enimvero dii nos homines quasi pilas habent. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, [pg!135] di truffargli,de lui escamoterla sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è l'epopea contenuta nelFausto.Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia. Questa è la novella inclusa nelFausto.La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di Belzebùcon tutta la Giudecca e tutte le Bolgedi accordargli. Il demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,Pur sempre egli dovria finir dannato9.[pg!136]Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole, la leggenda contenuta nella prima parte delFausto: dell'ulteriore svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio — «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia rendersi padrone di quanto v'èinsecrato.» — Ma perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale, (per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non era il caso di pensare col Bernia, che:Le cose belle, e preziose e care,Saporite, soavi e delicate,Scoperte in man non si debbon portare,Perchè da i porci non siano imbrattate.Da la natura si vuole imparare,Che ha le sue frutta e le sue cose, armateDi spine e reste ed ossa e buccia e scorza,Contra la violenza et a la forzaDel ciel, degli animali e degli uccelli;Et ha nascosto sotto terra l'oroE le gioje e le perle e gli altri belliSecreti agli uomin, perchè costin loro:[pg!137]E son ben smemorati e pazzi quelli,Che, fuor portando palese il tesoro,Par, che chiamino i ladri e gli assassiniE 'l diavol, che li spogli e li rovini.Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte delFausto, torniamo.Nel primo atto, Ariele (reminiscenza dellaTempestashakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male assai. [pg!138] L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupaad interimil posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come buon Ministro del culto) opina, che — «non si abbia a parlare a cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» — Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che sia, alleMadri. Queste le son dee: — «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando. [pg!139] Le son visibili al chiarore d'un tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si dà. Veggono solo schime.» — Armato d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior enfasi:onestà, onestà!così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano, Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchèi suggerimenti son l'eloquenza del diavolo, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):Quasi quasi anche a me gira la testa10.Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace [pg!140] esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti, tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo, perchèin tedesco si mentisce, quando si è cortesi. Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso:Lucina sine concubitu. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali invece vorrebberoconcubitus sine Lucinae sogliono rivolgere questa preghiera alla Madonna: — «Vergine Santissima, che concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della Vigna:Fils de la liberté, tu rénias ta mère!Di primo acchito pianta lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbemesca francesca. C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una [pg!141] di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente, quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:... Ascolto tanta roba strabiliandoQuasi in capo un mulin mi stia girando11.Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: — «la donna mitologica è una cosasui generis; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» — Deh, quante nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio [pg!142] un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica della strega:Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suoleChe un senso includer debban le parole12.Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:Vediamo di sfuggir dal viavai;Nemmanco un pari mio reggervi può13.[pg!143]Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non aveva ancor detto il suo:surtout pas de zèle. Ci si presentano quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del peccatore;tot circa unum caput tumultuantes deos, direbbe Seneca morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente l'immortaledi Fausto, e poi lo lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna, ossia dall'eterna muliebrità. A questa scappata, il lettore butta in un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,Che l'appagarla avvien difficilmente14.Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti [pg!144] dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si lamentava degli ammiratori — «che frantendevano tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» — La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato ilGoffredo di Berlichingaed ilWerther. — «Il peccato dell'ambiguità, dell'anfibolia» — dice Antonio Tari — «comincia, come ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova Babelle addirittura, nella seconda parte delFaustodel Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi letteralmente ed in senso malo». — Pare, che agli scrittori tedeschi in genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: — «Incontravo spesso il Klopstock in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi scritti, della suaMessiade; ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose:Anche a me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto.» — Suppergiù lo stesso è a dirsi delFausto, che ilGoethestesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: — «In fondo ogni episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'Odisseae nelGil-Blas, importa di esprimere un mondo [pg!145] svariato; e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque gli aggrada.» — Rispose il Goethe: — «Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli uomini a nuove osservazioni e ripetute.» —Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel, che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente, per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.

VIII. —Triplice contenuto.Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, ilFaustodel Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e pere cotte; oppuresarcraut(che in volgar nostro diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. NelFausto, ravvisiamo: un'epopea, che ha l'alter egodel sommommolo, una novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana, debole, impotente a reagire;enimvero dii nos homines quasi pilas habent. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, [pg!135] di truffargli,de lui escamoterla sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è l'epopea contenuta nelFausto.Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia. Questa è la novella inclusa nelFausto.La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di Belzebùcon tutta la Giudecca e tutte le Bolgedi accordargli. Il demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,Pur sempre egli dovria finir dannato9.[pg!136]Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole, la leggenda contenuta nella prima parte delFausto: dell'ulteriore svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio — «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia rendersi padrone di quanto v'èinsecrato.» — Ma perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale, (per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non era il caso di pensare col Bernia, che:Le cose belle, e preziose e care,Saporite, soavi e delicate,Scoperte in man non si debbon portare,Perchè da i porci non siano imbrattate.Da la natura si vuole imparare,Che ha le sue frutta e le sue cose, armateDi spine e reste ed ossa e buccia e scorza,Contra la violenza et a la forzaDel ciel, degli animali e degli uccelli;Et ha nascosto sotto terra l'oroE le gioje e le perle e gli altri belliSecreti agli uomin, perchè costin loro:[pg!137]E son ben smemorati e pazzi quelli,Che, fuor portando palese il tesoro,Par, che chiamino i ladri e gli assassiniE 'l diavol, che li spogli e li rovini.Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte delFausto, torniamo.Nel primo atto, Ariele (reminiscenza dellaTempestashakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male assai. [pg!138] L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupaad interimil posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come buon Ministro del culto) opina, che — «non si abbia a parlare a cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» — Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che sia, alleMadri. Queste le son dee: — «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando. [pg!139] Le son visibili al chiarore d'un tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si dà. Veggono solo schime.» — Armato d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior enfasi:onestà, onestà!così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano, Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchèi suggerimenti son l'eloquenza del diavolo, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):Quasi quasi anche a me gira la testa10.Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace [pg!140] esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti, tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo, perchèin tedesco si mentisce, quando si è cortesi. Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso:Lucina sine concubitu. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali invece vorrebberoconcubitus sine Lucinae sogliono rivolgere questa preghiera alla Madonna: — «Vergine Santissima, che concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della Vigna:Fils de la liberté, tu rénias ta mère!Di primo acchito pianta lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbemesca francesca. C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una [pg!141] di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente, quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:... Ascolto tanta roba strabiliandoQuasi in capo un mulin mi stia girando11.Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: — «la donna mitologica è una cosasui generis; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» — Deh, quante nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio [pg!142] un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica della strega:Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suoleChe un senso includer debban le parole12.Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:Vediamo di sfuggir dal viavai;Nemmanco un pari mio reggervi può13.[pg!143]Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non aveva ancor detto il suo:surtout pas de zèle. Ci si presentano quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del peccatore;tot circa unum caput tumultuantes deos, direbbe Seneca morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente l'immortaledi Fausto, e poi lo lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna, ossia dall'eterna muliebrità. A questa scappata, il lettore butta in un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,Che l'appagarla avvien difficilmente14.Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti [pg!144] dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si lamentava degli ammiratori — «che frantendevano tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» — La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato ilGoffredo di Berlichingaed ilWerther. — «Il peccato dell'ambiguità, dell'anfibolia» — dice Antonio Tari — «comincia, come ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova Babelle addirittura, nella seconda parte delFaustodel Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi letteralmente ed in senso malo». — Pare, che agli scrittori tedeschi in genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: — «Incontravo spesso il Klopstock in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi scritti, della suaMessiade; ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose:Anche a me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto.» — Suppergiù lo stesso è a dirsi delFausto, che ilGoethestesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: — «In fondo ogni episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'Odisseae nelGil-Blas, importa di esprimere un mondo [pg!145] svariato; e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque gli aggrada.» — Rispose il Goethe: — «Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli uomini a nuove osservazioni e ripetute.» —Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel, che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente, per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.

VIII. —Triplice contenuto.Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, ilFaustodel Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e pere cotte; oppuresarcraut(che in volgar nostro diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. NelFausto, ravvisiamo: un'epopea, che ha l'alter egodel sommommolo, una novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana, debole, impotente a reagire;enimvero dii nos homines quasi pilas habent. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, [pg!135] di truffargli,de lui escamoterla sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è l'epopea contenuta nelFausto.Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia. Questa è la novella inclusa nelFausto.La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di Belzebùcon tutta la Giudecca e tutte le Bolgedi accordargli. Il demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,Pur sempre egli dovria finir dannato9.[pg!136]Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole, la leggenda contenuta nella prima parte delFausto: dell'ulteriore svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio — «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia rendersi padrone di quanto v'èinsecrato.» — Ma perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale, (per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non era il caso di pensare col Bernia, che:Le cose belle, e preziose e care,Saporite, soavi e delicate,Scoperte in man non si debbon portare,Perchè da i porci non siano imbrattate.Da la natura si vuole imparare,Che ha le sue frutta e le sue cose, armateDi spine e reste ed ossa e buccia e scorza,Contra la violenza et a la forzaDel ciel, degli animali e degli uccelli;Et ha nascosto sotto terra l'oroE le gioje e le perle e gli altri belliSecreti agli uomin, perchè costin loro:[pg!137]E son ben smemorati e pazzi quelli,Che, fuor portando palese il tesoro,Par, che chiamino i ladri e gli assassiniE 'l diavol, che li spogli e li rovini.Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte delFausto, torniamo.Nel primo atto, Ariele (reminiscenza dellaTempestashakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male assai. [pg!138] L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupaad interimil posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come buon Ministro del culto) opina, che — «non si abbia a parlare a cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» — Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che sia, alleMadri. Queste le son dee: — «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando. [pg!139] Le son visibili al chiarore d'un tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si dà. Veggono solo schime.» — Armato d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior enfasi:onestà, onestà!così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano, Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchèi suggerimenti son l'eloquenza del diavolo, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):Quasi quasi anche a me gira la testa10.Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace [pg!140] esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti, tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo, perchèin tedesco si mentisce, quando si è cortesi. Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso:Lucina sine concubitu. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali invece vorrebberoconcubitus sine Lucinae sogliono rivolgere questa preghiera alla Madonna: — «Vergine Santissima, che concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della Vigna:Fils de la liberté, tu rénias ta mère!Di primo acchito pianta lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbemesca francesca. C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una [pg!141] di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente, quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:... Ascolto tanta roba strabiliandoQuasi in capo un mulin mi stia girando11.Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: — «la donna mitologica è una cosasui generis; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» — Deh, quante nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio [pg!142] un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica della strega:Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suoleChe un senso includer debban le parole12.Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:Vediamo di sfuggir dal viavai;Nemmanco un pari mio reggervi può13.[pg!143]Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non aveva ancor detto il suo:surtout pas de zèle. Ci si presentano quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del peccatore;tot circa unum caput tumultuantes deos, direbbe Seneca morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente l'immortaledi Fausto, e poi lo lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna, ossia dall'eterna muliebrità. A questa scappata, il lettore butta in un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,Che l'appagarla avvien difficilmente14.Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti [pg!144] dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si lamentava degli ammiratori — «che frantendevano tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» — La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato ilGoffredo di Berlichingaed ilWerther. — «Il peccato dell'ambiguità, dell'anfibolia» — dice Antonio Tari — «comincia, come ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova Babelle addirittura, nella seconda parte delFaustodel Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi letteralmente ed in senso malo». — Pare, che agli scrittori tedeschi in genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: — «Incontravo spesso il Klopstock in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi scritti, della suaMessiade; ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose:Anche a me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto.» — Suppergiù lo stesso è a dirsi delFausto, che ilGoethestesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: — «In fondo ogni episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'Odisseae nelGil-Blas, importa di esprimere un mondo [pg!145] svariato; e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque gli aggrada.» — Rispose il Goethe: — «Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli uomini a nuove osservazioni e ripetute.» —Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel, che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente, per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.

Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, ilFaustodel Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e pere cotte; oppuresarcraut(che in volgar nostro diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. NelFausto, ravvisiamo: un'epopea, che ha l'alter egodel sommommolo, una novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.

Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana, debole, impotente a reagire;enimvero dii nos homines quasi pilas habent. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, [pg!135] di truffargli,de lui escamoterla sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è l'epopea contenuta nelFausto.

Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia. Questa è la novella inclusa nelFausto.

La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di Belzebùcon tutta la Giudecca e tutte le Bolgedi accordargli. Il demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:

.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,Pur sempre egli dovria finir dannato9.

.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,Pur sempre egli dovria finir dannato9.

.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,

Pur sempre egli dovria finir dannato9.

[pg!136]

Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole, la leggenda contenuta nella prima parte delFausto: dell'ulteriore svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio — «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia rendersi padrone di quanto v'èinsecrato.» — Ma perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale, (per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non era il caso di pensare col Bernia, che:

Le cose belle, e preziose e care,Saporite, soavi e delicate,Scoperte in man non si debbon portare,Perchè da i porci non siano imbrattate.Da la natura si vuole imparare,Che ha le sue frutta e le sue cose, armateDi spine e reste ed ossa e buccia e scorza,Contra la violenza et a la forzaDel ciel, degli animali e degli uccelli;Et ha nascosto sotto terra l'oroE le gioje e le perle e gli altri belliSecreti agli uomin, perchè costin loro:[pg!137]E son ben smemorati e pazzi quelli,Che, fuor portando palese il tesoro,Par, che chiamino i ladri e gli assassiniE 'l diavol, che li spogli e li rovini.

Le cose belle, e preziose e care,Saporite, soavi e delicate,Scoperte in man non si debbon portare,Perchè da i porci non siano imbrattate.Da la natura si vuole imparare,Che ha le sue frutta e le sue cose, armateDi spine e reste ed ossa e buccia e scorza,Contra la violenza et a la forzaDel ciel, degli animali e degli uccelli;Et ha nascosto sotto terra l'oroE le gioje e le perle e gli altri belliSecreti agli uomin, perchè costin loro:[pg!137]E son ben smemorati e pazzi quelli,Che, fuor portando palese il tesoro,Par, che chiamino i ladri e gli assassiniE 'l diavol, che li spogli e li rovini.

Le cose belle, e preziose e care,

Le cose belle, e preziose e care,

Saporite, soavi e delicate,

Scoperte in man non si debbon portare,

Perchè da i porci non siano imbrattate.

Da la natura si vuole imparare,

Che ha le sue frutta e le sue cose, armate

Di spine e reste ed ossa e buccia e scorza,

Contra la violenza et a la forza

Del ciel, degli animali e degli uccelli;

Del ciel, degli animali e degli uccelli;

Et ha nascosto sotto terra l'oro

E le gioje e le perle e gli altri belli

Secreti agli uomin, perchè costin loro:

[pg!137]

E son ben smemorati e pazzi quelli,

Che, fuor portando palese il tesoro,

Par, che chiamino i ladri e gli assassini

E 'l diavol, che li spogli e li rovini.

Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte delFausto, torniamo.

Nel primo atto, Ariele (reminiscenza dellaTempestashakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male assai. [pg!138] L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupaad interimil posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come buon Ministro del culto) opina, che — «non si abbia a parlare a cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» — Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che sia, alleMadri. Queste le son dee: — «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando. [pg!139] Le son visibili al chiarore d'un tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si dà. Veggono solo schime.» — Armato d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior enfasi:onestà, onestà!così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano, Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchèi suggerimenti son l'eloquenza del diavolo, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):

Quasi quasi anche a me gira la testa10.

Quasi quasi anche a me gira la testa10.

Quasi quasi anche a me gira la testa10.

Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace [pg!140] esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti, tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo, perchèin tedesco si mentisce, quando si è cortesi. Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso:Lucina sine concubitu. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali invece vorrebberoconcubitus sine Lucinae sogliono rivolgere questa preghiera alla Madonna: — «Vergine Santissima, che concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della Vigna:Fils de la liberté, tu rénias ta mère!Di primo acchito pianta lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbemesca francesca. C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una [pg!141] di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente, quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:

... Ascolto tanta roba strabiliandoQuasi in capo un mulin mi stia girando11.

... Ascolto tanta roba strabiliandoQuasi in capo un mulin mi stia girando11.

... Ascolto tanta roba strabiliando

Quasi in capo un mulin mi stia girando11.

Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: — «la donna mitologica è una cosasui generis; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» — Deh, quante nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio [pg!142] un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica della strega:

Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suoleChe un senso includer debban le parole12.

Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suoleChe un senso includer debban le parole12.

Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suole

Che un senso includer debban le parole12.

Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:

Vediamo di sfuggir dal viavai;Nemmanco un pari mio reggervi può13.

Vediamo di sfuggir dal viavai;Nemmanco un pari mio reggervi può13.

Vediamo di sfuggir dal viavai;

Nemmanco un pari mio reggervi può13.

[pg!143]

Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non aveva ancor detto il suo:surtout pas de zèle. Ci si presentano quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del peccatore;tot circa unum caput tumultuantes deos, direbbe Seneca morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente l'immortaledi Fausto, e poi lo lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna, ossia dall'eterna muliebrità. A questa scappata, il lettore butta in un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:

T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,Che l'appagarla avvien difficilmente14.

T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,Che l'appagarla avvien difficilmente14.

T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,

Che l'appagarla avvien difficilmente14.

Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti [pg!144] dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si lamentava degli ammiratori — «che frantendevano tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» — La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato ilGoffredo di Berlichingaed ilWerther. — «Il peccato dell'ambiguità, dell'anfibolia» — dice Antonio Tari — «comincia, come ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova Babelle addirittura, nella seconda parte delFaustodel Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi letteralmente ed in senso malo». — Pare, che agli scrittori tedeschi in genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: — «Incontravo spesso il Klopstock in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi scritti, della suaMessiade; ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose:Anche a me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto.» — Suppergiù lo stesso è a dirsi delFausto, che ilGoethestesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: — «In fondo ogni episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'Odisseae nelGil-Blas, importa di esprimere un mondo [pg!145] svariato; e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque gli aggrada.» — Rispose il Goethe: — «Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli uomini a nuove osservazioni e ripetute.» —

Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel, che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente, per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.


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