X. —Seconda Digressione.E quì mi permetterò di sconfinare una seconda volta dal tema.Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal branco, di farsi avanti comecchessia, ad ogni costo, ben sapendo di contare per avversarii, congiurati a' suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto dell'Adelchiè l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di più o men degna ambizione; tutti aspiriamo ad essere de'parvenus, a rifarci, a poggiare, a sublimarci. Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e la [pg!148] Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto varia in infinito, ma la passione rimane sempre quella stessa. A tutti è innato il desiderio, anzi, il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto infinitamente minori di numero alla richiesta. Sappiamo e dal proverbio, e, pur troppo, dall'esperienza:i cani essere più delle lepri e le trappole più dei topi; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza o con l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare i competitori. Dovunque è proposto un tozzo di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà cordiale e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque una corona è in disputa fra dieci pretendenti, ciascun di costoro farà quanto è in lui per sottrarla alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo. Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero popolo, accadrà, come un poeta fa raccontare ad una certa Filomena essere intravvenuto, quando fu rapita da ladroni ghezzi:Ma di me sono tutti incaloriti:E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,Vengon tra loro ad acerbe parole.Da le parole poi vengono ai fatti,E si dànno le sciable per la testa,Sicchè si sono omai quasi disfatti.Un drappello di pochi ancor ne resta,Ma questi pur si batton come matti.Che più? Con sommo mio piacere e festa,Veggo i nemici miei condotti a morteE il ciel ringrazio di sì bella sorte.Accadrà, insomma una battagliaomnium in omnes, di tutti contro tutti, e, quel ch'è peggio, l'infelice correrà il brutto rischio di non venire isforzata da nessuno, quando la cosa avesse a finire come nell'arcisopratragichissima tragedia, Rutzvanscad il giovane, dove nella chiusa, il suggeritore emerge dalla buca, col manoscritto sotto il braccio e col lanternino in mano, per dire:[pg!149]Uditori, m'accorgo, che aspettate,Che nuova della pugna alcun vi porti;Voi l'aspettate invan; son tutti morti.Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga candidato ad un impero, giurabbacco! dobbiamo tenerci avvisati,id estmezzo salvati. Sarebbe arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il distolgano dall'adoperare i mezzi conducenti allo scòpo; e buassaggine pretta il figurarci, che accordandogli dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il modo d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi a smettere dal proseguire il suo ideale.Chi più ne ha, più ne vorrebbe: somministrar denaro al biscazziere, non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a voi, che avete un tantin di malizia, io chieggo, se il concedere un baciuzzo all'innamorato, anzichè appagarlo, non serva ad istimolarne più e più le voglie?Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli, datevi intorno un'occhiata, dimenticatevi la rettorica filantropinesca, che ci ammorba, e vedrete quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto, perchè ammessi da'costumi, il che importa corrispondenti e conformi alla coscienza, a'bisogni eticide' popoli, (che altra origine non hanno i costumi) non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsiimmorali. Ma, direte, anche il segretario fiorentino li chiamavie cattive; anche secondo lui, le presupposizioni sarebbero contrarie al Bonaparte; — «Et perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono et il diventare per violenza Principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà, che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive, ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo divenuto Principe voglia operare bene et che gli caggia nell'animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata». — Prima di tutto, l'autore [pg!150] deiDiscorsi sopra la prima deca di Tito Livio, qui parla secondo l'uso volgare: ma in politica non ci è veramente nulla di cattivo e di male, tranne ciò, che non serve a raggiungere lo scopo e contraddice apertamente alle consuetudini leali, appunto come nella guerra. E poi, se anche le azioni per le quali il terzo Bonaparte è giunto ad afferrare quel potere, ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo ammirare ed amar di più quel generoso, il quale, pur di giovare agli altri, a' più, avrebbe consentito a macchiar la propria fama e la propria coscienza. Sacrificar la illibatezza propria alla salute pubblica è l'apice della virtù.Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre, che fondò l'impero francese, forse efimero; ed ha fondato il Regno d'Italia, certamente duraturo. Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale fu posta ed interpretata come candidatura imperiale, e la maggioranza de' francesi l'approvò; l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro e la condotta politica di lui presidente; il colpo di stato s'era udito annunziare e procrastinare più volte che la prima recita delFaustodal Majeroni; il Thiers gridava:l'impero è fatto, ed il popolo applaudiva; l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente, gli fu complice per isgozzar la repubblica. Quanto vien fatto dal capo dello stato libero, è da ritenersi fatto da tutti i cittadini.Si consentiunt homines plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque ipsorum habituros esse, erit unusquisque actionum quas is homo vel coetus faciet auctor. Neque ergo actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum accuse:dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come può chiamarsi tradimento, misfatto ed infamia quell'azione? Arretrandosi dal compiere il colpo di Stato, Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica un galantuomo, veh, anzi ilcasto Giuseppedel poter supremo, un quissimile del Pietro Morrone dantesco, [pg!151]che fece per viltade il gran rifiutoed è tanto differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge; dite pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,E quel, ch'egli ha pensato e penserà;Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:Perch'egli è un così stranio oltramontano,Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità può essere in due modi: o per colpa dell'objetto, che non si lasci comprendere, o per colpa del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io mi sono spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno. È proprio il caso di dire come quel tale, cui s'enumeravano tutte le indegnità del Voltaire, conchiudendo, ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: — «Tanto peggio per Monna Ortografia.» — «Dicendo Neri di Gino Capponi a Cosmo de' Medici:Io vorrei, che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le intendessi;gli rispose:Impara il mio linguaggio.» — Ludovico Domenichi nelleFacezie(Venezia, Muschio, M.D.LXII. Libro III. pag. 184). Allorchè Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore de' franzesi, perchèle gogne infami han d'uopo talvolta d'esser fregiate da un imperadore; e, rivolgendosi a' popoli, esclama:Largo, largo, quest'uomo è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio; che volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto dello Spinosa, premesso alla biografia impastata stranamente di diatribe e panegirico, che ne compilò il buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice:Benedictus de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis Judaeus, postea cetui Cristianorum se adiungens, primi systematis inter Atheos subtiliores Architectus, tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps, Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem reprobationis in vultu gerens.[pg!152] E l'Hegel, se non erro, sclamava press'a poco in tal forma: — «Concedo. Sì! Porta quel carattere in volto, ma è segno di riprovazione attiva e non già passiva. Lui Spinoza, degno d'esser canonizzato almen quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata e per que' miracoli delle sue scritture, dall'alto della sua mente riprova ogni menzogna, ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e chi tiene della vostra, o parteggia per voi.» —Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la ragion d'essere da' capricci o dalle passioni individuali di questo o quello ambizioso, checchè paja. Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica, la quale si manifesta negl'individui, ne' loro capricci e nelle loro passioni:est deus in nobis. A rimutare il governo di un popolo storico, non basta che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo il pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione civile sono fatali; e non possono venir contorte, falsate, impedite, arremorate, no, dalle pazzie d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o dalle castronerie inique e da' misfatti buffoneschi d'un coso, che sia, come la tela del Negrotto, ordita di coglione e ripiena di baron con l'effe. Napoleone III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva una gran missione, incarnava un sogno popolare, soddisfaceva un bisogno sentitissimo; basta considerar le grandi conseguenze, delle quali è già stato fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una: l'Unificazione d'Italia, per benedirlo ed allelujarlo e chiamarlo: santo, santo, santo!Del resto, e' si sa,notus lippis et tonsoribus, che a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine, [pg!153] quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche, adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa riconoscenza e pertinace16.Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.
X. —Seconda Digressione.E quì mi permetterò di sconfinare una seconda volta dal tema.Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal branco, di farsi avanti comecchessia, ad ogni costo, ben sapendo di contare per avversarii, congiurati a' suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto dell'Adelchiè l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di più o men degna ambizione; tutti aspiriamo ad essere de'parvenus, a rifarci, a poggiare, a sublimarci. Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e la [pg!148] Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto varia in infinito, ma la passione rimane sempre quella stessa. A tutti è innato il desiderio, anzi, il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto infinitamente minori di numero alla richiesta. Sappiamo e dal proverbio, e, pur troppo, dall'esperienza:i cani essere più delle lepri e le trappole più dei topi; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza o con l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare i competitori. Dovunque è proposto un tozzo di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà cordiale e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque una corona è in disputa fra dieci pretendenti, ciascun di costoro farà quanto è in lui per sottrarla alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo. Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero popolo, accadrà, come un poeta fa raccontare ad una certa Filomena essere intravvenuto, quando fu rapita da ladroni ghezzi:Ma di me sono tutti incaloriti:E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,Vengon tra loro ad acerbe parole.Da le parole poi vengono ai fatti,E si dànno le sciable per la testa,Sicchè si sono omai quasi disfatti.Un drappello di pochi ancor ne resta,Ma questi pur si batton come matti.Che più? Con sommo mio piacere e festa,Veggo i nemici miei condotti a morteE il ciel ringrazio di sì bella sorte.Accadrà, insomma una battagliaomnium in omnes, di tutti contro tutti, e, quel ch'è peggio, l'infelice correrà il brutto rischio di non venire isforzata da nessuno, quando la cosa avesse a finire come nell'arcisopratragichissima tragedia, Rutzvanscad il giovane, dove nella chiusa, il suggeritore emerge dalla buca, col manoscritto sotto il braccio e col lanternino in mano, per dire:[pg!149]Uditori, m'accorgo, che aspettate,Che nuova della pugna alcun vi porti;Voi l'aspettate invan; son tutti morti.Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga candidato ad un impero, giurabbacco! dobbiamo tenerci avvisati,id estmezzo salvati. Sarebbe arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il distolgano dall'adoperare i mezzi conducenti allo scòpo; e buassaggine pretta il figurarci, che accordandogli dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il modo d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi a smettere dal proseguire il suo ideale.Chi più ne ha, più ne vorrebbe: somministrar denaro al biscazziere, non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a voi, che avete un tantin di malizia, io chieggo, se il concedere un baciuzzo all'innamorato, anzichè appagarlo, non serva ad istimolarne più e più le voglie?Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli, datevi intorno un'occhiata, dimenticatevi la rettorica filantropinesca, che ci ammorba, e vedrete quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto, perchè ammessi da'costumi, il che importa corrispondenti e conformi alla coscienza, a'bisogni eticide' popoli, (che altra origine non hanno i costumi) non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsiimmorali. Ma, direte, anche il segretario fiorentino li chiamavie cattive; anche secondo lui, le presupposizioni sarebbero contrarie al Bonaparte; — «Et perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono et il diventare per violenza Principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà, che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive, ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo divenuto Principe voglia operare bene et che gli caggia nell'animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata». — Prima di tutto, l'autore [pg!150] deiDiscorsi sopra la prima deca di Tito Livio, qui parla secondo l'uso volgare: ma in politica non ci è veramente nulla di cattivo e di male, tranne ciò, che non serve a raggiungere lo scopo e contraddice apertamente alle consuetudini leali, appunto come nella guerra. E poi, se anche le azioni per le quali il terzo Bonaparte è giunto ad afferrare quel potere, ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo ammirare ed amar di più quel generoso, il quale, pur di giovare agli altri, a' più, avrebbe consentito a macchiar la propria fama e la propria coscienza. Sacrificar la illibatezza propria alla salute pubblica è l'apice della virtù.Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre, che fondò l'impero francese, forse efimero; ed ha fondato il Regno d'Italia, certamente duraturo. Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale fu posta ed interpretata come candidatura imperiale, e la maggioranza de' francesi l'approvò; l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro e la condotta politica di lui presidente; il colpo di stato s'era udito annunziare e procrastinare più volte che la prima recita delFaustodal Majeroni; il Thiers gridava:l'impero è fatto, ed il popolo applaudiva; l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente, gli fu complice per isgozzar la repubblica. Quanto vien fatto dal capo dello stato libero, è da ritenersi fatto da tutti i cittadini.Si consentiunt homines plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque ipsorum habituros esse, erit unusquisque actionum quas is homo vel coetus faciet auctor. Neque ergo actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum accuse:dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come può chiamarsi tradimento, misfatto ed infamia quell'azione? Arretrandosi dal compiere il colpo di Stato, Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica un galantuomo, veh, anzi ilcasto Giuseppedel poter supremo, un quissimile del Pietro Morrone dantesco, [pg!151]che fece per viltade il gran rifiutoed è tanto differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge; dite pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,E quel, ch'egli ha pensato e penserà;Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:Perch'egli è un così stranio oltramontano,Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità può essere in due modi: o per colpa dell'objetto, che non si lasci comprendere, o per colpa del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io mi sono spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno. È proprio il caso di dire come quel tale, cui s'enumeravano tutte le indegnità del Voltaire, conchiudendo, ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: — «Tanto peggio per Monna Ortografia.» — «Dicendo Neri di Gino Capponi a Cosmo de' Medici:Io vorrei, che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le intendessi;gli rispose:Impara il mio linguaggio.» — Ludovico Domenichi nelleFacezie(Venezia, Muschio, M.D.LXII. Libro III. pag. 184). Allorchè Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore de' franzesi, perchèle gogne infami han d'uopo talvolta d'esser fregiate da un imperadore; e, rivolgendosi a' popoli, esclama:Largo, largo, quest'uomo è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio; che volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto dello Spinosa, premesso alla biografia impastata stranamente di diatribe e panegirico, che ne compilò il buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice:Benedictus de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis Judaeus, postea cetui Cristianorum se adiungens, primi systematis inter Atheos subtiliores Architectus, tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps, Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem reprobationis in vultu gerens.[pg!152] E l'Hegel, se non erro, sclamava press'a poco in tal forma: — «Concedo. Sì! Porta quel carattere in volto, ma è segno di riprovazione attiva e non già passiva. Lui Spinoza, degno d'esser canonizzato almen quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata e per que' miracoli delle sue scritture, dall'alto della sua mente riprova ogni menzogna, ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e chi tiene della vostra, o parteggia per voi.» —Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la ragion d'essere da' capricci o dalle passioni individuali di questo o quello ambizioso, checchè paja. Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica, la quale si manifesta negl'individui, ne' loro capricci e nelle loro passioni:est deus in nobis. A rimutare il governo di un popolo storico, non basta che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo il pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione civile sono fatali; e non possono venir contorte, falsate, impedite, arremorate, no, dalle pazzie d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o dalle castronerie inique e da' misfatti buffoneschi d'un coso, che sia, come la tela del Negrotto, ordita di coglione e ripiena di baron con l'effe. Napoleone III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva una gran missione, incarnava un sogno popolare, soddisfaceva un bisogno sentitissimo; basta considerar le grandi conseguenze, delle quali è già stato fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una: l'Unificazione d'Italia, per benedirlo ed allelujarlo e chiamarlo: santo, santo, santo!Del resto, e' si sa,notus lippis et tonsoribus, che a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine, [pg!153] quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche, adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa riconoscenza e pertinace16.Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.
X. —Seconda Digressione.E quì mi permetterò di sconfinare una seconda volta dal tema.Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal branco, di farsi avanti comecchessia, ad ogni costo, ben sapendo di contare per avversarii, congiurati a' suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto dell'Adelchiè l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di più o men degna ambizione; tutti aspiriamo ad essere de'parvenus, a rifarci, a poggiare, a sublimarci. Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e la [pg!148] Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto varia in infinito, ma la passione rimane sempre quella stessa. A tutti è innato il desiderio, anzi, il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto infinitamente minori di numero alla richiesta. Sappiamo e dal proverbio, e, pur troppo, dall'esperienza:i cani essere più delle lepri e le trappole più dei topi; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza o con l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare i competitori. Dovunque è proposto un tozzo di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà cordiale e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque una corona è in disputa fra dieci pretendenti, ciascun di costoro farà quanto è in lui per sottrarla alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo. Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero popolo, accadrà, come un poeta fa raccontare ad una certa Filomena essere intravvenuto, quando fu rapita da ladroni ghezzi:Ma di me sono tutti incaloriti:E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,Vengon tra loro ad acerbe parole.Da le parole poi vengono ai fatti,E si dànno le sciable per la testa,Sicchè si sono omai quasi disfatti.Un drappello di pochi ancor ne resta,Ma questi pur si batton come matti.Che più? Con sommo mio piacere e festa,Veggo i nemici miei condotti a morteE il ciel ringrazio di sì bella sorte.Accadrà, insomma una battagliaomnium in omnes, di tutti contro tutti, e, quel ch'è peggio, l'infelice correrà il brutto rischio di non venire isforzata da nessuno, quando la cosa avesse a finire come nell'arcisopratragichissima tragedia, Rutzvanscad il giovane, dove nella chiusa, il suggeritore emerge dalla buca, col manoscritto sotto il braccio e col lanternino in mano, per dire:[pg!149]Uditori, m'accorgo, che aspettate,Che nuova della pugna alcun vi porti;Voi l'aspettate invan; son tutti morti.Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga candidato ad un impero, giurabbacco! dobbiamo tenerci avvisati,id estmezzo salvati. Sarebbe arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il distolgano dall'adoperare i mezzi conducenti allo scòpo; e buassaggine pretta il figurarci, che accordandogli dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il modo d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi a smettere dal proseguire il suo ideale.Chi più ne ha, più ne vorrebbe: somministrar denaro al biscazziere, non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a voi, che avete un tantin di malizia, io chieggo, se il concedere un baciuzzo all'innamorato, anzichè appagarlo, non serva ad istimolarne più e più le voglie?Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli, datevi intorno un'occhiata, dimenticatevi la rettorica filantropinesca, che ci ammorba, e vedrete quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto, perchè ammessi da'costumi, il che importa corrispondenti e conformi alla coscienza, a'bisogni eticide' popoli, (che altra origine non hanno i costumi) non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsiimmorali. Ma, direte, anche il segretario fiorentino li chiamavie cattive; anche secondo lui, le presupposizioni sarebbero contrarie al Bonaparte; — «Et perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono et il diventare per violenza Principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà, che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive, ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo divenuto Principe voglia operare bene et che gli caggia nell'animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata». — Prima di tutto, l'autore [pg!150] deiDiscorsi sopra la prima deca di Tito Livio, qui parla secondo l'uso volgare: ma in politica non ci è veramente nulla di cattivo e di male, tranne ciò, che non serve a raggiungere lo scopo e contraddice apertamente alle consuetudini leali, appunto come nella guerra. E poi, se anche le azioni per le quali il terzo Bonaparte è giunto ad afferrare quel potere, ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo ammirare ed amar di più quel generoso, il quale, pur di giovare agli altri, a' più, avrebbe consentito a macchiar la propria fama e la propria coscienza. Sacrificar la illibatezza propria alla salute pubblica è l'apice della virtù.Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre, che fondò l'impero francese, forse efimero; ed ha fondato il Regno d'Italia, certamente duraturo. Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale fu posta ed interpretata come candidatura imperiale, e la maggioranza de' francesi l'approvò; l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro e la condotta politica di lui presidente; il colpo di stato s'era udito annunziare e procrastinare più volte che la prima recita delFaustodal Majeroni; il Thiers gridava:l'impero è fatto, ed il popolo applaudiva; l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente, gli fu complice per isgozzar la repubblica. Quanto vien fatto dal capo dello stato libero, è da ritenersi fatto da tutti i cittadini.Si consentiunt homines plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque ipsorum habituros esse, erit unusquisque actionum quas is homo vel coetus faciet auctor. Neque ergo actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum accuse:dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come può chiamarsi tradimento, misfatto ed infamia quell'azione? Arretrandosi dal compiere il colpo di Stato, Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica un galantuomo, veh, anzi ilcasto Giuseppedel poter supremo, un quissimile del Pietro Morrone dantesco, [pg!151]che fece per viltade il gran rifiutoed è tanto differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge; dite pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,E quel, ch'egli ha pensato e penserà;Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:Perch'egli è un così stranio oltramontano,Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità può essere in due modi: o per colpa dell'objetto, che non si lasci comprendere, o per colpa del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io mi sono spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno. È proprio il caso di dire come quel tale, cui s'enumeravano tutte le indegnità del Voltaire, conchiudendo, ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: — «Tanto peggio per Monna Ortografia.» — «Dicendo Neri di Gino Capponi a Cosmo de' Medici:Io vorrei, che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le intendessi;gli rispose:Impara il mio linguaggio.» — Ludovico Domenichi nelleFacezie(Venezia, Muschio, M.D.LXII. Libro III. pag. 184). Allorchè Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore de' franzesi, perchèle gogne infami han d'uopo talvolta d'esser fregiate da un imperadore; e, rivolgendosi a' popoli, esclama:Largo, largo, quest'uomo è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio; che volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto dello Spinosa, premesso alla biografia impastata stranamente di diatribe e panegirico, che ne compilò il buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice:Benedictus de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis Judaeus, postea cetui Cristianorum se adiungens, primi systematis inter Atheos subtiliores Architectus, tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps, Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem reprobationis in vultu gerens.[pg!152] E l'Hegel, se non erro, sclamava press'a poco in tal forma: — «Concedo. Sì! Porta quel carattere in volto, ma è segno di riprovazione attiva e non già passiva. Lui Spinoza, degno d'esser canonizzato almen quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata e per que' miracoli delle sue scritture, dall'alto della sua mente riprova ogni menzogna, ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e chi tiene della vostra, o parteggia per voi.» —Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la ragion d'essere da' capricci o dalle passioni individuali di questo o quello ambizioso, checchè paja. Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica, la quale si manifesta negl'individui, ne' loro capricci e nelle loro passioni:est deus in nobis. A rimutare il governo di un popolo storico, non basta che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo il pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione civile sono fatali; e non possono venir contorte, falsate, impedite, arremorate, no, dalle pazzie d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o dalle castronerie inique e da' misfatti buffoneschi d'un coso, che sia, come la tela del Negrotto, ordita di coglione e ripiena di baron con l'effe. Napoleone III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva una gran missione, incarnava un sogno popolare, soddisfaceva un bisogno sentitissimo; basta considerar le grandi conseguenze, delle quali è già stato fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una: l'Unificazione d'Italia, per benedirlo ed allelujarlo e chiamarlo: santo, santo, santo!Del resto, e' si sa,notus lippis et tonsoribus, che a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine, [pg!153] quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche, adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa riconoscenza e pertinace16.Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.
E quì mi permetterò di sconfinare una seconda volta dal tema.
Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal branco, di farsi avanti comecchessia, ad ogni costo, ben sapendo di contare per avversarii, congiurati a' suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto dell'Adelchiè l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di più o men degna ambizione; tutti aspiriamo ad essere de'parvenus, a rifarci, a poggiare, a sublimarci. Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e la [pg!148] Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto varia in infinito, ma la passione rimane sempre quella stessa. A tutti è innato il desiderio, anzi, il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto infinitamente minori di numero alla richiesta. Sappiamo e dal proverbio, e, pur troppo, dall'esperienza:i cani essere più delle lepri e le trappole più dei topi; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza o con l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare i competitori. Dovunque è proposto un tozzo di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà cordiale e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque una corona è in disputa fra dieci pretendenti, ciascun di costoro farà quanto è in lui per sottrarla alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo. Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero popolo, accadrà, come un poeta fa raccontare ad una certa Filomena essere intravvenuto, quando fu rapita da ladroni ghezzi:
Ma di me sono tutti incaloriti:E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,Vengon tra loro ad acerbe parole.Da le parole poi vengono ai fatti,E si dànno le sciable per la testa,Sicchè si sono omai quasi disfatti.Un drappello di pochi ancor ne resta,Ma questi pur si batton come matti.Che più? Con sommo mio piacere e festa,Veggo i nemici miei condotti a morteE il ciel ringrazio di sì bella sorte.
Ma di me sono tutti incaloriti:E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,Vengon tra loro ad acerbe parole.Da le parole poi vengono ai fatti,E si dànno le sciable per la testa,Sicchè si sono omai quasi disfatti.Un drappello di pochi ancor ne resta,Ma questi pur si batton come matti.Che più? Con sommo mio piacere e festa,Veggo i nemici miei condotti a morteE il ciel ringrazio di sì bella sorte.
Ma di me sono tutti incaloriti:
E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,
Vengon tra loro ad acerbe parole.
Da le parole poi vengono ai fatti,
Da le parole poi vengono ai fatti,
E si dànno le sciable per la testa,
Sicchè si sono omai quasi disfatti.
Un drappello di pochi ancor ne resta,
Ma questi pur si batton come matti.
Che più? Con sommo mio piacere e festa,
Veggo i nemici miei condotti a morte
E il ciel ringrazio di sì bella sorte.
Accadrà, insomma una battagliaomnium in omnes, di tutti contro tutti, e, quel ch'è peggio, l'infelice correrà il brutto rischio di non venire isforzata da nessuno, quando la cosa avesse a finire come nell'arcisopratragichissima tragedia, Rutzvanscad il giovane, dove nella chiusa, il suggeritore emerge dalla buca, col manoscritto sotto il braccio e col lanternino in mano, per dire:
[pg!149]
Uditori, m'accorgo, che aspettate,Che nuova della pugna alcun vi porti;Voi l'aspettate invan; son tutti morti.
Uditori, m'accorgo, che aspettate,Che nuova della pugna alcun vi porti;Voi l'aspettate invan; son tutti morti.
Uditori, m'accorgo, che aspettate,
Che nuova della pugna alcun vi porti;
Voi l'aspettate invan; son tutti morti.
Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga candidato ad un impero, giurabbacco! dobbiamo tenerci avvisati,id estmezzo salvati. Sarebbe arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il distolgano dall'adoperare i mezzi conducenti allo scòpo; e buassaggine pretta il figurarci, che accordandogli dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il modo d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi a smettere dal proseguire il suo ideale.Chi più ne ha, più ne vorrebbe: somministrar denaro al biscazziere, non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a voi, che avete un tantin di malizia, io chieggo, se il concedere un baciuzzo all'innamorato, anzichè appagarlo, non serva ad istimolarne più e più le voglie?
Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?
Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli, datevi intorno un'occhiata, dimenticatevi la rettorica filantropinesca, che ci ammorba, e vedrete quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto, perchè ammessi da'costumi, il che importa corrispondenti e conformi alla coscienza, a'bisogni eticide' popoli, (che altra origine non hanno i costumi) non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsiimmorali. Ma, direte, anche il segretario fiorentino li chiamavie cattive; anche secondo lui, le presupposizioni sarebbero contrarie al Bonaparte; — «Et perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono et il diventare per violenza Principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà, che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive, ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo divenuto Principe voglia operare bene et che gli caggia nell'animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata». — Prima di tutto, l'autore [pg!150] deiDiscorsi sopra la prima deca di Tito Livio, qui parla secondo l'uso volgare: ma in politica non ci è veramente nulla di cattivo e di male, tranne ciò, che non serve a raggiungere lo scopo e contraddice apertamente alle consuetudini leali, appunto come nella guerra. E poi, se anche le azioni per le quali il terzo Bonaparte è giunto ad afferrare quel potere, ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo ammirare ed amar di più quel generoso, il quale, pur di giovare agli altri, a' più, avrebbe consentito a macchiar la propria fama e la propria coscienza. Sacrificar la illibatezza propria alla salute pubblica è l'apice della virtù.
Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre, che fondò l'impero francese, forse efimero; ed ha fondato il Regno d'Italia, certamente duraturo. Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale fu posta ed interpretata come candidatura imperiale, e la maggioranza de' francesi l'approvò; l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro e la condotta politica di lui presidente; il colpo di stato s'era udito annunziare e procrastinare più volte che la prima recita delFaustodal Majeroni; il Thiers gridava:l'impero è fatto, ed il popolo applaudiva; l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente, gli fu complice per isgozzar la repubblica. Quanto vien fatto dal capo dello stato libero, è da ritenersi fatto da tutti i cittadini.Si consentiunt homines plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque ipsorum habituros esse, erit unusquisque actionum quas is homo vel coetus faciet auctor. Neque ergo actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum accuse:dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come può chiamarsi tradimento, misfatto ed infamia quell'azione? Arretrandosi dal compiere il colpo di Stato, Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica un galantuomo, veh, anzi ilcasto Giuseppedel poter supremo, un quissimile del Pietro Morrone dantesco, [pg!151]che fece per viltade il gran rifiutoed è tanto differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge; dite pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:
Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,E quel, ch'egli ha pensato e penserà;Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:Perch'egli è un così stranio oltramontano,Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.
Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,E quel, ch'egli ha pensato e penserà;Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:Perch'egli è un così stranio oltramontano,Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.
Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,
Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,
Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;
E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,
E quel, ch'egli ha pensato e penserà;
Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,
E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:
Perch'egli è un così stranio oltramontano,
Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.
Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità può essere in due modi: o per colpa dell'objetto, che non si lasci comprendere, o per colpa del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io mi sono spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno. È proprio il caso di dire come quel tale, cui s'enumeravano tutte le indegnità del Voltaire, conchiudendo, ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: — «Tanto peggio per Monna Ortografia.» — «Dicendo Neri di Gino Capponi a Cosmo de' Medici:Io vorrei, che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le intendessi;gli rispose:Impara il mio linguaggio.» — Ludovico Domenichi nelleFacezie(Venezia, Muschio, M.D.LXII. Libro III. pag. 184). Allorchè Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore de' franzesi, perchèle gogne infami han d'uopo talvolta d'esser fregiate da un imperadore; e, rivolgendosi a' popoli, esclama:Largo, largo, quest'uomo è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio; che volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto dello Spinosa, premesso alla biografia impastata stranamente di diatribe e panegirico, che ne compilò il buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice:Benedictus de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis Judaeus, postea cetui Cristianorum se adiungens, primi systematis inter Atheos subtiliores Architectus, tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps, Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem reprobationis in vultu gerens.[pg!152] E l'Hegel, se non erro, sclamava press'a poco in tal forma: — «Concedo. Sì! Porta quel carattere in volto, ma è segno di riprovazione attiva e non già passiva. Lui Spinoza, degno d'esser canonizzato almen quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata e per que' miracoli delle sue scritture, dall'alto della sua mente riprova ogni menzogna, ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e chi tiene della vostra, o parteggia per voi.» —
Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la ragion d'essere da' capricci o dalle passioni individuali di questo o quello ambizioso, checchè paja. Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica, la quale si manifesta negl'individui, ne' loro capricci e nelle loro passioni:est deus in nobis. A rimutare il governo di un popolo storico, non basta che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo il pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione civile sono fatali; e non possono venir contorte, falsate, impedite, arremorate, no, dalle pazzie d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o dalle castronerie inique e da' misfatti buffoneschi d'un coso, che sia, come la tela del Negrotto, ordita di coglione e ripiena di baron con l'effe. Napoleone III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva una gran missione, incarnava un sogno popolare, soddisfaceva un bisogno sentitissimo; basta considerar le grandi conseguenze, delle quali è già stato fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una: l'Unificazione d'Italia, per benedirlo ed allelujarlo e chiamarlo: santo, santo, santo!
Del resto, e' si sa,notus lippis et tonsoribus, che a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine, [pg!153] quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche, adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa riconoscenza e pertinace16.
Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.