XII. —L'antica Leggenda di Fausto.

XII. —L'antica Leggenda di Fausto.Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano, è tolto da un mito popolare tedesco nel quale si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie stregonesche, che fruirono grandissima voga presso la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune nemmanco la nostra Italia; come documentano, per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono parecchie versioni, ma la più antica e di combutta più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible. Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima e mista d'elementi popolari e letterarî.Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese17concessa pudet ire via, poichè:..... ogni segnato calleProvò contrario alla tranquilla vita;ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelicoiugum suave18, bramando emular dio [pg!159] nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per dirla nell'ingenuo linguaggio del testo:prese ad amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero monti su monti e volessero guerreggiare con la divinità. Ma presto s'avvede di non bastare a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte, quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio. Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura, che dopo morto avrà a scontare le debite pene, va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: — «Non vo' dannarmi per cagion tua.»..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,Quasi servo fedel, che franco viva,Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....Ma ben presto s'accorge di non potersispesare(come diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano alquanto il vuoto dell'animo:Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;[pg!160] richiama il servo scacciato; ne impara il nome proprio, ch'è Mefistofele; e stringe seco e sottoscrive col sangue, cavatosi dalla sinistra, un patto solenne, in virtù del quale gli abbandona l'anima, purchè il serva fedelmente ventiquattr'anni e purchè non gli nasconda alcun vero:tantulo impendio ingens victoria stetit!Mefistofele comincia dal divertire quel villan rifatto del padrone (che diventando erudito, non avea, come accade a' più, cessato d'esser uomo) con fantasmagorie di cacce e simili; poi lo veste di stoffe preziose e gl'imbandisce vivande e bevande squisitissime, rubate a cucine ed a cantine principesche. A Fausto (si vede proprio che non ha pensieri) vien subito voglia di ammogliarsi; e non consentendo il diavolo, ch'egli commetta questa scioccheria e celebri un sacramento, vengono a contesa. Il necromante vuol esser ubbidito,Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:ed ilvetoassoluto del su' famiglio serve solo a maggiormente infervorarlo.A chasque opposition on ne regar de pas si elle est iuste; mais a tort ou a droict comment on s'en desfera: au lieu d'y tendre les bras, nous y tendons les griffes; e così appunto fa lo spirito infernale: apparisce per la prima volta a Fausto sotto la sua vera forma, orribile tanto che il poverino sbigottisce e scappa via. E quantunque, come dice Seneca,omnium rerum voluptas ipso quo debet fugare periculo crescit, non osa riparlar più di mogliazzo. Mefistofele però gli procaccia in compenso ogni notte una nuova e bellissima donna; basta, che egli si figuri a piacimento un tipo di avvenenza, perchè un succubo condiscendente assuma la forma desiderata. Negl'intervalli fra tanti piaceri, servo e padrone discutono su' quattro novissimi, come il neoconte Giuseppe Ricciardi fece anche più opportunamente, quando ebbe il coraggio di starsi tutta una santa nottata in una stanza d'albergo, provvista di un letto solo, insieme con una donnetta, che, senza [pg!161] conoscerlo altrimente, lo aveva accettato per cavalier servente, a chiacchierare sull'immortalità dell'anima; egli sul letto e quella buttata sur un materasso per terra. (Così racconta l'amico nelle sue scipitissimeMemorie d'un ribelle, senz'accorgersi, ch'e' si mette alla berlina da sè.) Queste conversazioni mortificano talvolta un poco il dottore. Mefistofele gli dice fra le altre: — «Io son diavolo e mi conduco alla diabolica e bene sta. Ma, fossi uomo come te, preferirei d'umiliarmi a domineddio e servir lui, anzi che le dimonia.» — Fausto si stringe nelle spalle e risponde, press'a poco come il conte Almaviva al buon Figaro:je n'aime pas les valets raisonneurs.Sazio di tali godimenti, stanco di siffatti colloquî, Fausto vuol brillare nel mondo; e, con ammirazione e stupore universale spiega dalla cattedra gli arcani della natura e predice l'avvenire;tanto, come scriveva il Voltaire al Maupertuis,tanto i professori di ogni specie son lì per accalappiar gli uomini. Insoddisfatto in breve anche di ciò:..... Variam semper dant otia mentem;dopo aver appurato dal suo Mefistofele quanto questi sa dall'altro mondo, delibera di conoscerlode visu, facendovi una scorsa: cosa, per quanto impossibile a noi altri esseri effettivi,grazia, che ad uom mortal raro si dona, altrettanto agevole a' personaggi poetici,Casus multis hic cognitus, ac iamTritus, et e medio fortunae ductus acervo.Prima d'avviarsi, è visitato da una eletta di Satanassi, Draghignazzi, Libicocchi, Barbericce e Graffiacani, che nè l'arroncigliano nè l'assordano condiverse cennamelle, ma pure gli lascian partendo la casa zeppa d'un formicolio di vermicciattoli, sicchè gli è forza sgombrarne. Non per questo smette quel proponimento. Seduto in un seggiuolo d'ossa, sugli omeri di Belzebù, rigira con tutto comodo l'inferno, [pg!162] osservandone le fiamme, lo stridore ed il batter dei denti. Finita questa impresa, vuol vedere il cielo; e vola in un carro trascinato da draghi verso le stelle, che dappresso si presentano all'occhio come vastissimi mondi, mentre invece la terra sotto lui diventa piccolina piccolina quanto un tuorlo d'uovo. E giunge così fino alla soglia del Paradiso; ma l'ingresso gli è vietato da un cherubo. Appagata siffatta curiosità oltramondana, pensa a godersi la terra; e, seguendo il consiglio contenuto in due versi, che ricordo da bambino senza rammentarmene l'autore o dove gli abbia letti:Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando Mefistofele, trasformato in ippogrifo,inippogrifato. In Roma, si rammarica di non esser diventato papa, considerando come questi sciala! Sentimento degno del figliuolo d'un villano tedesco, a' cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile non per la coscienza di essere stato prescelto dallo Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano; non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa, vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze precedenti. Fausto, stando invisibile accosto alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina; onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola e cercando darle pace, ne' modi, che la liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio del Gransultano. O che mancavan femmine di buona volontà in Europa? Gnornò, mafurem signata sollicitant, aperta effractarius praeterit, dice Seneca. [pg!163] E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!) si stimano beate, onorate di giacersi con lui, perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro; e si riprende per belle e per buone mogli e concubine, degnate degli amplessi del profeta. Che perla e modello di marito! È la vecchia storia di Giove, Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno del Batacchi.Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla, (in posizione poco dignitosa, come quella occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira, fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie, trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago, d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare, in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea, ci sarebbe insomma solo, l'avereattribuitoal personaggio di Fausto parecchie goffaggini:La botte dà del vin, ch'ella ha. Il popolo tedesco, abbandonato a sè medesimo, non piallato e levigato da un po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare i faustologi e gli storici infatuati della letteratura alemanna, noteremo, che le facezie non vengon fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità [pg!164] del suo carattere, non sono psicologicamente motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra provato da ricerche, a me note solo per fama) frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo, abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto tutte le tradizioni di quel genere.Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso e vago; come ha già goduto tutto il presente nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione: ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena greca formosissima, per la cui demonica avvenenza i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi che due popoli a vicenda si distruggessero e che la loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione per l'abnorme, pel mostruoso:Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre compagna; e genera seco un figliuolo onniscio, che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto, il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire, il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce, lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:Le livre de la vie est le livre suprêmeQu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.On voudrait revenir à la page où l'on aimeEt la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena ed il figliuolo enno spariti.Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la [pg!165] scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro ha depurato il mito della discesa agl'inferni, della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha forse mai incarnata in più ampia e più larga tela, con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero, non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta di conoscerfondo a tutto l'universo, la quale spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno animo suo e della natura esterna; la quale l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza. Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza e nella ribellion mentale per senso di dignità, mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura, confessando di operare solo istintivamente! E finalmente quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione) dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena greca; poichè la scienza storica solo, checchè vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe cose al povero genere umano, inappagato dallo spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo, [pg!166] dalle vacue speculazioni, e dal complesso ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe potuto esametrareNam tu sola potes tranquilla pace iuvareMortales; quoniam belli fere moenera MavorsArmipotens regit, in gremium qui saepe tuum seReiicit, aeterno devincto vulnere amoris.

XII. —L'antica Leggenda di Fausto.Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano, è tolto da un mito popolare tedesco nel quale si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie stregonesche, che fruirono grandissima voga presso la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune nemmanco la nostra Italia; come documentano, per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono parecchie versioni, ma la più antica e di combutta più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible. Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima e mista d'elementi popolari e letterarî.Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese17concessa pudet ire via, poichè:..... ogni segnato calleProvò contrario alla tranquilla vita;ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelicoiugum suave18, bramando emular dio [pg!159] nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per dirla nell'ingenuo linguaggio del testo:prese ad amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero monti su monti e volessero guerreggiare con la divinità. Ma presto s'avvede di non bastare a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte, quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio. Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura, che dopo morto avrà a scontare le debite pene, va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: — «Non vo' dannarmi per cagion tua.»..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,Quasi servo fedel, che franco viva,Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....Ma ben presto s'accorge di non potersispesare(come diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano alquanto il vuoto dell'animo:Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;[pg!160] richiama il servo scacciato; ne impara il nome proprio, ch'è Mefistofele; e stringe seco e sottoscrive col sangue, cavatosi dalla sinistra, un patto solenne, in virtù del quale gli abbandona l'anima, purchè il serva fedelmente ventiquattr'anni e purchè non gli nasconda alcun vero:tantulo impendio ingens victoria stetit!Mefistofele comincia dal divertire quel villan rifatto del padrone (che diventando erudito, non avea, come accade a' più, cessato d'esser uomo) con fantasmagorie di cacce e simili; poi lo veste di stoffe preziose e gl'imbandisce vivande e bevande squisitissime, rubate a cucine ed a cantine principesche. A Fausto (si vede proprio che non ha pensieri) vien subito voglia di ammogliarsi; e non consentendo il diavolo, ch'egli commetta questa scioccheria e celebri un sacramento, vengono a contesa. Il necromante vuol esser ubbidito,Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:ed ilvetoassoluto del su' famiglio serve solo a maggiormente infervorarlo.A chasque opposition on ne regar de pas si elle est iuste; mais a tort ou a droict comment on s'en desfera: au lieu d'y tendre les bras, nous y tendons les griffes; e così appunto fa lo spirito infernale: apparisce per la prima volta a Fausto sotto la sua vera forma, orribile tanto che il poverino sbigottisce e scappa via. E quantunque, come dice Seneca,omnium rerum voluptas ipso quo debet fugare periculo crescit, non osa riparlar più di mogliazzo. Mefistofele però gli procaccia in compenso ogni notte una nuova e bellissima donna; basta, che egli si figuri a piacimento un tipo di avvenenza, perchè un succubo condiscendente assuma la forma desiderata. Negl'intervalli fra tanti piaceri, servo e padrone discutono su' quattro novissimi, come il neoconte Giuseppe Ricciardi fece anche più opportunamente, quando ebbe il coraggio di starsi tutta una santa nottata in una stanza d'albergo, provvista di un letto solo, insieme con una donnetta, che, senza [pg!161] conoscerlo altrimente, lo aveva accettato per cavalier servente, a chiacchierare sull'immortalità dell'anima; egli sul letto e quella buttata sur un materasso per terra. (Così racconta l'amico nelle sue scipitissimeMemorie d'un ribelle, senz'accorgersi, ch'e' si mette alla berlina da sè.) Queste conversazioni mortificano talvolta un poco il dottore. Mefistofele gli dice fra le altre: — «Io son diavolo e mi conduco alla diabolica e bene sta. Ma, fossi uomo come te, preferirei d'umiliarmi a domineddio e servir lui, anzi che le dimonia.» — Fausto si stringe nelle spalle e risponde, press'a poco come il conte Almaviva al buon Figaro:je n'aime pas les valets raisonneurs.Sazio di tali godimenti, stanco di siffatti colloquî, Fausto vuol brillare nel mondo; e, con ammirazione e stupore universale spiega dalla cattedra gli arcani della natura e predice l'avvenire;tanto, come scriveva il Voltaire al Maupertuis,tanto i professori di ogni specie son lì per accalappiar gli uomini. Insoddisfatto in breve anche di ciò:..... Variam semper dant otia mentem;dopo aver appurato dal suo Mefistofele quanto questi sa dall'altro mondo, delibera di conoscerlode visu, facendovi una scorsa: cosa, per quanto impossibile a noi altri esseri effettivi,grazia, che ad uom mortal raro si dona, altrettanto agevole a' personaggi poetici,Casus multis hic cognitus, ac iamTritus, et e medio fortunae ductus acervo.Prima d'avviarsi, è visitato da una eletta di Satanassi, Draghignazzi, Libicocchi, Barbericce e Graffiacani, che nè l'arroncigliano nè l'assordano condiverse cennamelle, ma pure gli lascian partendo la casa zeppa d'un formicolio di vermicciattoli, sicchè gli è forza sgombrarne. Non per questo smette quel proponimento. Seduto in un seggiuolo d'ossa, sugli omeri di Belzebù, rigira con tutto comodo l'inferno, [pg!162] osservandone le fiamme, lo stridore ed il batter dei denti. Finita questa impresa, vuol vedere il cielo; e vola in un carro trascinato da draghi verso le stelle, che dappresso si presentano all'occhio come vastissimi mondi, mentre invece la terra sotto lui diventa piccolina piccolina quanto un tuorlo d'uovo. E giunge così fino alla soglia del Paradiso; ma l'ingresso gli è vietato da un cherubo. Appagata siffatta curiosità oltramondana, pensa a godersi la terra; e, seguendo il consiglio contenuto in due versi, che ricordo da bambino senza rammentarmene l'autore o dove gli abbia letti:Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando Mefistofele, trasformato in ippogrifo,inippogrifato. In Roma, si rammarica di non esser diventato papa, considerando come questi sciala! Sentimento degno del figliuolo d'un villano tedesco, a' cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile non per la coscienza di essere stato prescelto dallo Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano; non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa, vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze precedenti. Fausto, stando invisibile accosto alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina; onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola e cercando darle pace, ne' modi, che la liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio del Gransultano. O che mancavan femmine di buona volontà in Europa? Gnornò, mafurem signata sollicitant, aperta effractarius praeterit, dice Seneca. [pg!163] E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!) si stimano beate, onorate di giacersi con lui, perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro; e si riprende per belle e per buone mogli e concubine, degnate degli amplessi del profeta. Che perla e modello di marito! È la vecchia storia di Giove, Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno del Batacchi.Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla, (in posizione poco dignitosa, come quella occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira, fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie, trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago, d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare, in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea, ci sarebbe insomma solo, l'avereattribuitoal personaggio di Fausto parecchie goffaggini:La botte dà del vin, ch'ella ha. Il popolo tedesco, abbandonato a sè medesimo, non piallato e levigato da un po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare i faustologi e gli storici infatuati della letteratura alemanna, noteremo, che le facezie non vengon fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità [pg!164] del suo carattere, non sono psicologicamente motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra provato da ricerche, a me note solo per fama) frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo, abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto tutte le tradizioni di quel genere.Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso e vago; come ha già goduto tutto il presente nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione: ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena greca formosissima, per la cui demonica avvenenza i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi che due popoli a vicenda si distruggessero e che la loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione per l'abnorme, pel mostruoso:Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre compagna; e genera seco un figliuolo onniscio, che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto, il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire, il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce, lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:Le livre de la vie est le livre suprêmeQu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.On voudrait revenir à la page où l'on aimeEt la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena ed il figliuolo enno spariti.Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la [pg!165] scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro ha depurato il mito della discesa agl'inferni, della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha forse mai incarnata in più ampia e più larga tela, con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero, non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta di conoscerfondo a tutto l'universo, la quale spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno animo suo e della natura esterna; la quale l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza. Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza e nella ribellion mentale per senso di dignità, mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura, confessando di operare solo istintivamente! E finalmente quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione) dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena greca; poichè la scienza storica solo, checchè vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe cose al povero genere umano, inappagato dallo spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo, [pg!166] dalle vacue speculazioni, e dal complesso ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe potuto esametrareNam tu sola potes tranquilla pace iuvareMortales; quoniam belli fere moenera MavorsArmipotens regit, in gremium qui saepe tuum seReiicit, aeterno devincto vulnere amoris.

XII. —L'antica Leggenda di Fausto.Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano, è tolto da un mito popolare tedesco nel quale si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie stregonesche, che fruirono grandissima voga presso la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune nemmanco la nostra Italia; come documentano, per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono parecchie versioni, ma la più antica e di combutta più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible. Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima e mista d'elementi popolari e letterarî.Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese17concessa pudet ire via, poichè:..... ogni segnato calleProvò contrario alla tranquilla vita;ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelicoiugum suave18, bramando emular dio [pg!159] nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per dirla nell'ingenuo linguaggio del testo:prese ad amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero monti su monti e volessero guerreggiare con la divinità. Ma presto s'avvede di non bastare a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte, quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio. Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura, che dopo morto avrà a scontare le debite pene, va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: — «Non vo' dannarmi per cagion tua.»..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,Quasi servo fedel, che franco viva,Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....Ma ben presto s'accorge di non potersispesare(come diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano alquanto il vuoto dell'animo:Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;[pg!160] richiama il servo scacciato; ne impara il nome proprio, ch'è Mefistofele; e stringe seco e sottoscrive col sangue, cavatosi dalla sinistra, un patto solenne, in virtù del quale gli abbandona l'anima, purchè il serva fedelmente ventiquattr'anni e purchè non gli nasconda alcun vero:tantulo impendio ingens victoria stetit!Mefistofele comincia dal divertire quel villan rifatto del padrone (che diventando erudito, non avea, come accade a' più, cessato d'esser uomo) con fantasmagorie di cacce e simili; poi lo veste di stoffe preziose e gl'imbandisce vivande e bevande squisitissime, rubate a cucine ed a cantine principesche. A Fausto (si vede proprio che non ha pensieri) vien subito voglia di ammogliarsi; e non consentendo il diavolo, ch'egli commetta questa scioccheria e celebri un sacramento, vengono a contesa. Il necromante vuol esser ubbidito,Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:ed ilvetoassoluto del su' famiglio serve solo a maggiormente infervorarlo.A chasque opposition on ne regar de pas si elle est iuste; mais a tort ou a droict comment on s'en desfera: au lieu d'y tendre les bras, nous y tendons les griffes; e così appunto fa lo spirito infernale: apparisce per la prima volta a Fausto sotto la sua vera forma, orribile tanto che il poverino sbigottisce e scappa via. E quantunque, come dice Seneca,omnium rerum voluptas ipso quo debet fugare periculo crescit, non osa riparlar più di mogliazzo. Mefistofele però gli procaccia in compenso ogni notte una nuova e bellissima donna; basta, che egli si figuri a piacimento un tipo di avvenenza, perchè un succubo condiscendente assuma la forma desiderata. Negl'intervalli fra tanti piaceri, servo e padrone discutono su' quattro novissimi, come il neoconte Giuseppe Ricciardi fece anche più opportunamente, quando ebbe il coraggio di starsi tutta una santa nottata in una stanza d'albergo, provvista di un letto solo, insieme con una donnetta, che, senza [pg!161] conoscerlo altrimente, lo aveva accettato per cavalier servente, a chiacchierare sull'immortalità dell'anima; egli sul letto e quella buttata sur un materasso per terra. (Così racconta l'amico nelle sue scipitissimeMemorie d'un ribelle, senz'accorgersi, ch'e' si mette alla berlina da sè.) Queste conversazioni mortificano talvolta un poco il dottore. Mefistofele gli dice fra le altre: — «Io son diavolo e mi conduco alla diabolica e bene sta. Ma, fossi uomo come te, preferirei d'umiliarmi a domineddio e servir lui, anzi che le dimonia.» — Fausto si stringe nelle spalle e risponde, press'a poco come il conte Almaviva al buon Figaro:je n'aime pas les valets raisonneurs.Sazio di tali godimenti, stanco di siffatti colloquî, Fausto vuol brillare nel mondo; e, con ammirazione e stupore universale spiega dalla cattedra gli arcani della natura e predice l'avvenire;tanto, come scriveva il Voltaire al Maupertuis,tanto i professori di ogni specie son lì per accalappiar gli uomini. Insoddisfatto in breve anche di ciò:..... Variam semper dant otia mentem;dopo aver appurato dal suo Mefistofele quanto questi sa dall'altro mondo, delibera di conoscerlode visu, facendovi una scorsa: cosa, per quanto impossibile a noi altri esseri effettivi,grazia, che ad uom mortal raro si dona, altrettanto agevole a' personaggi poetici,Casus multis hic cognitus, ac iamTritus, et e medio fortunae ductus acervo.Prima d'avviarsi, è visitato da una eletta di Satanassi, Draghignazzi, Libicocchi, Barbericce e Graffiacani, che nè l'arroncigliano nè l'assordano condiverse cennamelle, ma pure gli lascian partendo la casa zeppa d'un formicolio di vermicciattoli, sicchè gli è forza sgombrarne. Non per questo smette quel proponimento. Seduto in un seggiuolo d'ossa, sugli omeri di Belzebù, rigira con tutto comodo l'inferno, [pg!162] osservandone le fiamme, lo stridore ed il batter dei denti. Finita questa impresa, vuol vedere il cielo; e vola in un carro trascinato da draghi verso le stelle, che dappresso si presentano all'occhio come vastissimi mondi, mentre invece la terra sotto lui diventa piccolina piccolina quanto un tuorlo d'uovo. E giunge così fino alla soglia del Paradiso; ma l'ingresso gli è vietato da un cherubo. Appagata siffatta curiosità oltramondana, pensa a godersi la terra; e, seguendo il consiglio contenuto in due versi, che ricordo da bambino senza rammentarmene l'autore o dove gli abbia letti:Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando Mefistofele, trasformato in ippogrifo,inippogrifato. In Roma, si rammarica di non esser diventato papa, considerando come questi sciala! Sentimento degno del figliuolo d'un villano tedesco, a' cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile non per la coscienza di essere stato prescelto dallo Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano; non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa, vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze precedenti. Fausto, stando invisibile accosto alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina; onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola e cercando darle pace, ne' modi, che la liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio del Gransultano. O che mancavan femmine di buona volontà in Europa? Gnornò, mafurem signata sollicitant, aperta effractarius praeterit, dice Seneca. [pg!163] E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!) si stimano beate, onorate di giacersi con lui, perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro; e si riprende per belle e per buone mogli e concubine, degnate degli amplessi del profeta. Che perla e modello di marito! È la vecchia storia di Giove, Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno del Batacchi.Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla, (in posizione poco dignitosa, come quella occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira, fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie, trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago, d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare, in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea, ci sarebbe insomma solo, l'avereattribuitoal personaggio di Fausto parecchie goffaggini:La botte dà del vin, ch'ella ha. Il popolo tedesco, abbandonato a sè medesimo, non piallato e levigato da un po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare i faustologi e gli storici infatuati della letteratura alemanna, noteremo, che le facezie non vengon fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità [pg!164] del suo carattere, non sono psicologicamente motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra provato da ricerche, a me note solo per fama) frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo, abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto tutte le tradizioni di quel genere.Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso e vago; come ha già goduto tutto il presente nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione: ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena greca formosissima, per la cui demonica avvenenza i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi che due popoli a vicenda si distruggessero e che la loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione per l'abnorme, pel mostruoso:Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre compagna; e genera seco un figliuolo onniscio, che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto, il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire, il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce, lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:Le livre de la vie est le livre suprêmeQu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.On voudrait revenir à la page où l'on aimeEt la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena ed il figliuolo enno spariti.Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la [pg!165] scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro ha depurato il mito della discesa agl'inferni, della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha forse mai incarnata in più ampia e più larga tela, con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero, non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta di conoscerfondo a tutto l'universo, la quale spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno animo suo e della natura esterna; la quale l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza. Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza e nella ribellion mentale per senso di dignità, mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura, confessando di operare solo istintivamente! E finalmente quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione) dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena greca; poichè la scienza storica solo, checchè vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe cose al povero genere umano, inappagato dallo spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo, [pg!166] dalle vacue speculazioni, e dal complesso ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe potuto esametrareNam tu sola potes tranquilla pace iuvareMortales; quoniam belli fere moenera MavorsArmipotens regit, in gremium qui saepe tuum seReiicit, aeterno devincto vulnere amoris.

Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano, è tolto da un mito popolare tedesco nel quale si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie stregonesche, che fruirono grandissima voga presso la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune nemmanco la nostra Italia; come documentano, per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono parecchie versioni, ma la più antica e di combutta più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible. Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima e mista d'elementi popolari e letterarî.

Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese17concessa pudet ire via, poichè:

..... ogni segnato calleProvò contrario alla tranquilla vita;

..... ogni segnato calleProvò contrario alla tranquilla vita;

..... ogni segnato calle

Provò contrario alla tranquilla vita;

ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelicoiugum suave18, bramando emular dio [pg!159] nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per dirla nell'ingenuo linguaggio del testo:prese ad amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero monti su monti e volessero guerreggiare con la divinità. Ma presto s'avvede di non bastare a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte, quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:

L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.

L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.

L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.

Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio. Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura, che dopo morto avrà a scontare le debite pene, va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: — «Non vo' dannarmi per cagion tua.»

..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,Quasi servo fedel, che franco viva,Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....

..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,Quasi servo fedel, che franco viva,Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....

..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,

Quasi servo fedel, che franco viva,

Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....

Ma ben presto s'accorge di non potersispesare(come diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano alquanto il vuoto dell'animo:

Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;

Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;

Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;

[pg!160] richiama il servo scacciato; ne impara il nome proprio, ch'è Mefistofele; e stringe seco e sottoscrive col sangue, cavatosi dalla sinistra, un patto solenne, in virtù del quale gli abbandona l'anima, purchè il serva fedelmente ventiquattr'anni e purchè non gli nasconda alcun vero:tantulo impendio ingens victoria stetit!

Mefistofele comincia dal divertire quel villan rifatto del padrone (che diventando erudito, non avea, come accade a' più, cessato d'esser uomo) con fantasmagorie di cacce e simili; poi lo veste di stoffe preziose e gl'imbandisce vivande e bevande squisitissime, rubate a cucine ed a cantine principesche. A Fausto (si vede proprio che non ha pensieri) vien subito voglia di ammogliarsi; e non consentendo il diavolo, ch'egli commetta questa scioccheria e celebri un sacramento, vengono a contesa. Il necromante vuol esser ubbidito,

Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:

Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:

Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:

ed ilvetoassoluto del su' famiglio serve solo a maggiormente infervorarlo.A chasque opposition on ne regar de pas si elle est iuste; mais a tort ou a droict comment on s'en desfera: au lieu d'y tendre les bras, nous y tendons les griffes; e così appunto fa lo spirito infernale: apparisce per la prima volta a Fausto sotto la sua vera forma, orribile tanto che il poverino sbigottisce e scappa via. E quantunque, come dice Seneca,omnium rerum voluptas ipso quo debet fugare periculo crescit, non osa riparlar più di mogliazzo. Mefistofele però gli procaccia in compenso ogni notte una nuova e bellissima donna; basta, che egli si figuri a piacimento un tipo di avvenenza, perchè un succubo condiscendente assuma la forma desiderata. Negl'intervalli fra tanti piaceri, servo e padrone discutono su' quattro novissimi, come il neoconte Giuseppe Ricciardi fece anche più opportunamente, quando ebbe il coraggio di starsi tutta una santa nottata in una stanza d'albergo, provvista di un letto solo, insieme con una donnetta, che, senza [pg!161] conoscerlo altrimente, lo aveva accettato per cavalier servente, a chiacchierare sull'immortalità dell'anima; egli sul letto e quella buttata sur un materasso per terra. (Così racconta l'amico nelle sue scipitissimeMemorie d'un ribelle, senz'accorgersi, ch'e' si mette alla berlina da sè.) Queste conversazioni mortificano talvolta un poco il dottore. Mefistofele gli dice fra le altre: — «Io son diavolo e mi conduco alla diabolica e bene sta. Ma, fossi uomo come te, preferirei d'umiliarmi a domineddio e servir lui, anzi che le dimonia.» — Fausto si stringe nelle spalle e risponde, press'a poco come il conte Almaviva al buon Figaro:je n'aime pas les valets raisonneurs.

Sazio di tali godimenti, stanco di siffatti colloquî, Fausto vuol brillare nel mondo; e, con ammirazione e stupore universale spiega dalla cattedra gli arcani della natura e predice l'avvenire;tanto, come scriveva il Voltaire al Maupertuis,tanto i professori di ogni specie son lì per accalappiar gli uomini. Insoddisfatto in breve anche di ciò:

..... Variam semper dant otia mentem;

..... Variam semper dant otia mentem;

..... Variam semper dant otia mentem;

dopo aver appurato dal suo Mefistofele quanto questi sa dall'altro mondo, delibera di conoscerlode visu, facendovi una scorsa: cosa, per quanto impossibile a noi altri esseri effettivi,grazia, che ad uom mortal raro si dona, altrettanto agevole a' personaggi poetici,

Casus multis hic cognitus, ac iamTritus, et e medio fortunae ductus acervo.

Casus multis hic cognitus, ac iamTritus, et e medio fortunae ductus acervo.

Casus multis hic cognitus, ac iam

Tritus, et e medio fortunae ductus acervo.

Prima d'avviarsi, è visitato da una eletta di Satanassi, Draghignazzi, Libicocchi, Barbericce e Graffiacani, che nè l'arroncigliano nè l'assordano condiverse cennamelle, ma pure gli lascian partendo la casa zeppa d'un formicolio di vermicciattoli, sicchè gli è forza sgombrarne. Non per questo smette quel proponimento. Seduto in un seggiuolo d'ossa, sugli omeri di Belzebù, rigira con tutto comodo l'inferno, [pg!162] osservandone le fiamme, lo stridore ed il batter dei denti. Finita questa impresa, vuol vedere il cielo; e vola in un carro trascinato da draghi verso le stelle, che dappresso si presentano all'occhio come vastissimi mondi, mentre invece la terra sotto lui diventa piccolina piccolina quanto un tuorlo d'uovo. E giunge così fino alla soglia del Paradiso; ma l'ingresso gli è vietato da un cherubo. Appagata siffatta curiosità oltramondana, pensa a godersi la terra; e, seguendo il consiglio contenuto in due versi, che ricordo da bambino senza rammentarmene l'autore o dove gli abbia letti:

Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;

Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;

Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,

O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;

principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando Mefistofele, trasformato in ippogrifo,inippogrifato. In Roma, si rammarica di non esser diventato papa, considerando come questi sciala! Sentimento degno del figliuolo d'un villano tedesco, a' cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile non per la coscienza di essere stato prescelto dallo Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano; non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa, vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze precedenti. Fausto, stando invisibile accosto alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina; onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola e cercando darle pace, ne' modi, che la liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio del Gransultano. O che mancavan femmine di buona volontà in Europa? Gnornò, mafurem signata sollicitant, aperta effractarius praeterit, dice Seneca. [pg!163] E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!) si stimano beate, onorate di giacersi con lui, perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro; e si riprende per belle e per buone mogli e concubine, degnate degli amplessi del profeta. Che perla e modello di marito! È la vecchia storia di Giove, Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno del Batacchi.

Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla, (in posizione poco dignitosa, come quella occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira, fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie, trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago, d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare, in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea, ci sarebbe insomma solo, l'avereattribuitoal personaggio di Fausto parecchie goffaggini:La botte dà del vin, ch'ella ha. Il popolo tedesco, abbandonato a sè medesimo, non piallato e levigato da un po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare i faustologi e gli storici infatuati della letteratura alemanna, noteremo, che le facezie non vengon fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità [pg!164] del suo carattere, non sono psicologicamente motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra provato da ricerche, a me note solo per fama) frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo, abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto tutte le tradizioni di quel genere.

Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso e vago; come ha già goduto tutto il presente nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione: ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena greca formosissima, per la cui demonica avvenenza i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi che due popoli a vicenda si distruggessero e che la loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione per l'abnorme, pel mostruoso:

Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:

Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:

Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:

non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre compagna; e genera seco un figliuolo onniscio, che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto, il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire, il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce, lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:

Le livre de la vie est le livre suprêmeQu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.On voudrait revenir à la page où l'on aimeEt la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.

Le livre de la vie est le livre suprêmeQu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.On voudrait revenir à la page où l'on aimeEt la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.

Le livre de la vie est le livre suprême

Qu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;

Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;

Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.

On voudrait revenir à la page où l'on aime

Et la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.

Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena ed il figliuolo enno spariti.

Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la [pg!165] scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro ha depurato il mito della discesa agl'inferni, della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha forse mai incarnata in più ampia e più larga tela, con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero, non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta di conoscerfondo a tutto l'universo, la quale spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno animo suo e della natura esterna; la quale l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza. Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza e nella ribellion mentale per senso di dignità, mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura, confessando di operare solo istintivamente! E finalmente quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione) dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena greca; poichè la scienza storica solo, checchè vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe cose al povero genere umano, inappagato dallo spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo, [pg!166] dalle vacue speculazioni, e dal complesso ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe potuto esametrare

Nam tu sola potes tranquilla pace iuvareMortales; quoniam belli fere moenera MavorsArmipotens regit, in gremium qui saepe tuum seReiicit, aeterno devincto vulnere amoris.

Nam tu sola potes tranquilla pace iuvareMortales; quoniam belli fere moenera MavorsArmipotens regit, in gremium qui saepe tuum seReiicit, aeterno devincto vulnere amoris.

Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare

Mortales; quoniam belli fere moenera Mavors

Armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se

Reiicit, aeterno devincto vulnere amoris.


Back to IndexNext