XIV. —Genesi del Fausto e la Dedica.Appunto come iPatimenti del giovane Werther, quantunque in guisa meno apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere del Goethe, ed ilFaustoanch'esso in capolista. Dell'Affinità elettival'Autore diceva: — «Non v'è rigo, ch'io non abbiavissuto; e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una sola lettera». — Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il suo cerotto? DelFaustopoi dice: — È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i problemi insolubili.» — Dire, che l'autore vi si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua, [pg!179] è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo, farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lospiritus deibiblico, il quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto, ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che, una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente dauno ed altro desio,..... sua curaSè stessa lega sì che fuor non spira.Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella, [pg!180] ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate, più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pelFaustosuo: nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione, almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: — «di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di Sciampagna in capo.» —Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice del librosull'Allemagna, simile solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco):bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme. Il motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negliAnnali(per quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso chiamarloaneddoto, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito. [pg!181] Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più sopra.Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi; come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno una e due e tre [pg!182] volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato, amonadedi palazzo, aggiungendovi il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile il dirlo.Non sarà però inutile il giustificare quel grecismomonade, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua Italiana, come lasalus patriaenella politica. Dicendo:un'unità, formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei sustantivi inità. Ecco le ragioni buone o cattive, le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolounità, il vocabolomonade, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi; [pg!183] profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua, incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico! E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimoHeu, nimium faciles qui tristia crimina....Fluminea tolli posse putatis aqua!Dicevo:in poesia almeno, perchè in patologia, gli idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si dice in teologia, mi astengo dal parlare:haec neque affirmare neque refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est, dirò con Tito Liviopassim.Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nellaDedica, uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto delCommiato d'Haydn; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto mondo, tra lafolla sconosciuta, poichè leanime, alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti; cui ogniincerto fantasmadel suo poema è una reminiscenza [pg!184]de' primi amori ed amicizie: e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare. Il poeta stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza del sentito e del provato in altr'epoca.Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando ilFaustoscena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delleNozze d'oro d'Oberone con Titania) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno scimmione:Humani qualis simulator simius oris,Quem puer arridens pretioso stamine serumVelavit, nudasque nates ac terga reliquitLudibrium mensis.Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita del Goethe risultasse ilFausto, si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia [pg!185] e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.
XIV. —Genesi del Fausto e la Dedica.Appunto come iPatimenti del giovane Werther, quantunque in guisa meno apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere del Goethe, ed ilFaustoanch'esso in capolista. Dell'Affinità elettival'Autore diceva: — «Non v'è rigo, ch'io non abbiavissuto; e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una sola lettera». — Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il suo cerotto? DelFaustopoi dice: — È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i problemi insolubili.» — Dire, che l'autore vi si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua, [pg!179] è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo, farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lospiritus deibiblico, il quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto, ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che, una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente dauno ed altro desio,..... sua curaSè stessa lega sì che fuor non spira.Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella, [pg!180] ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate, più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pelFaustosuo: nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione, almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: — «di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di Sciampagna in capo.» —Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice del librosull'Allemagna, simile solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco):bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme. Il motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negliAnnali(per quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso chiamarloaneddoto, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito. [pg!181] Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più sopra.Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi; come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno una e due e tre [pg!182] volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato, amonadedi palazzo, aggiungendovi il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile il dirlo.Non sarà però inutile il giustificare quel grecismomonade, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua Italiana, come lasalus patriaenella politica. Dicendo:un'unità, formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei sustantivi inità. Ecco le ragioni buone o cattive, le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolounità, il vocabolomonade, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi; [pg!183] profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua, incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico! E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimoHeu, nimium faciles qui tristia crimina....Fluminea tolli posse putatis aqua!Dicevo:in poesia almeno, perchè in patologia, gli idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si dice in teologia, mi astengo dal parlare:haec neque affirmare neque refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est, dirò con Tito Liviopassim.Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nellaDedica, uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto delCommiato d'Haydn; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto mondo, tra lafolla sconosciuta, poichè leanime, alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti; cui ogniincerto fantasmadel suo poema è una reminiscenza [pg!184]de' primi amori ed amicizie: e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare. Il poeta stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza del sentito e del provato in altr'epoca.Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando ilFaustoscena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delleNozze d'oro d'Oberone con Titania) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno scimmione:Humani qualis simulator simius oris,Quem puer arridens pretioso stamine serumVelavit, nudasque nates ac terga reliquitLudibrium mensis.Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita del Goethe risultasse ilFausto, si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia [pg!185] e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.
XIV. —Genesi del Fausto e la Dedica.Appunto come iPatimenti del giovane Werther, quantunque in guisa meno apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere del Goethe, ed ilFaustoanch'esso in capolista. Dell'Affinità elettival'Autore diceva: — «Non v'è rigo, ch'io non abbiavissuto; e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una sola lettera». — Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il suo cerotto? DelFaustopoi dice: — È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i problemi insolubili.» — Dire, che l'autore vi si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua, [pg!179] è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo, farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lospiritus deibiblico, il quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto, ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che, una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente dauno ed altro desio,..... sua curaSè stessa lega sì che fuor non spira.Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella, [pg!180] ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate, più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pelFaustosuo: nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione, almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: — «di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di Sciampagna in capo.» —Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice del librosull'Allemagna, simile solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco):bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme. Il motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negliAnnali(per quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso chiamarloaneddoto, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito. [pg!181] Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più sopra.Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi; come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno una e due e tre [pg!182] volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato, amonadedi palazzo, aggiungendovi il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile il dirlo.Non sarà però inutile il giustificare quel grecismomonade, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua Italiana, come lasalus patriaenella politica. Dicendo:un'unità, formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei sustantivi inità. Ecco le ragioni buone o cattive, le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolounità, il vocabolomonade, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi; [pg!183] profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua, incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico! E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimoHeu, nimium faciles qui tristia crimina....Fluminea tolli posse putatis aqua!Dicevo:in poesia almeno, perchè in patologia, gli idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si dice in teologia, mi astengo dal parlare:haec neque affirmare neque refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est, dirò con Tito Liviopassim.Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nellaDedica, uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto delCommiato d'Haydn; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto mondo, tra lafolla sconosciuta, poichè leanime, alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti; cui ogniincerto fantasmadel suo poema è una reminiscenza [pg!184]de' primi amori ed amicizie: e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare. Il poeta stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza del sentito e del provato in altr'epoca.Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando ilFaustoscena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delleNozze d'oro d'Oberone con Titania) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno scimmione:Humani qualis simulator simius oris,Quem puer arridens pretioso stamine serumVelavit, nudasque nates ac terga reliquitLudibrium mensis.Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita del Goethe risultasse ilFausto, si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia [pg!185] e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.
Appunto come iPatimenti del giovane Werther, quantunque in guisa meno apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere del Goethe, ed ilFaustoanch'esso in capolista. Dell'Affinità elettival'Autore diceva: — «Non v'è rigo, ch'io non abbiavissuto; e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una sola lettera». — Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il suo cerotto? DelFaustopoi dice: — È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i problemi insolubili.» — Dire, che l'autore vi si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua, [pg!179] è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo, farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lospiritus deibiblico, il quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto, ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che, una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente dauno ed altro desio,
..... sua curaSè stessa lega sì che fuor non spira.
..... sua curaSè stessa lega sì che fuor non spira.
..... sua cura
..... sua cura
Sè stessa lega sì che fuor non spira.
Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella, [pg!180] ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate, più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pelFaustosuo: nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione, almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: — «di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di Sciampagna in capo.» —
Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.
Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice del librosull'Allemagna, simile solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco):bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme. Il motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negliAnnali(per quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso chiamarloaneddoto, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito. [pg!181] Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!
Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più sopra.
Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi; come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno una e due e tre [pg!182] volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato, amonadedi palazzo, aggiungendovi il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile il dirlo.
Non sarà però inutile il giustificare quel grecismomonade, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua Italiana, come lasalus patriaenella politica. Dicendo:un'unità, formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei sustantivi inità. Ecco le ragioni buone o cattive, le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolounità, il vocabolomonade, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.
Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi; [pg!183] profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua, incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico! E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimo
Heu, nimium faciles qui tristia crimina....Fluminea tolli posse putatis aqua!
Heu, nimium faciles qui tristia crimina....Fluminea tolli posse putatis aqua!
Heu, nimium faciles qui tristia crimina....
Fluminea tolli posse putatis aqua!
Fluminea tolli posse putatis aqua!
Dicevo:in poesia almeno, perchè in patologia, gli idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si dice in teologia, mi astengo dal parlare:haec neque affirmare neque refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est, dirò con Tito Liviopassim.
Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nellaDedica, uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto delCommiato d'Haydn; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto mondo, tra lafolla sconosciuta, poichè leanime, alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti; cui ogniincerto fantasmadel suo poema è una reminiscenza [pg!184]de' primi amori ed amicizie: e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare. Il poeta stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza del sentito e del provato in altr'epoca.
Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando ilFaustoscena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delleNozze d'oro d'Oberone con Titania) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno scimmione:
Humani qualis simulator simius oris,Quem puer arridens pretioso stamine serumVelavit, nudasque nates ac terga reliquitLudibrium mensis.
Humani qualis simulator simius oris,Quem puer arridens pretioso stamine serumVelavit, nudasque nates ac terga reliquitLudibrium mensis.
Humani qualis simulator simius oris,
Quem puer arridens pretioso stamine serum
Velavit, nudasque nates ac terga reliquit
Ludibrium mensis.
Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita del Goethe risultasse ilFausto, si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia [pg!185] e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.