XVII. —Disocchiatezza e la scena della maliarda.

XVII. —Disocchiatezza e la scena della maliarda.Questoinfraddue, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che segue.Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in unfuori del tempo, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben poco da unfuori d'opera;) diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza influsso determinato sulla sua enucleazione. [pg!198] Per amor di brevità mi diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo,J'appelle chat un chat et Rolet un fripon), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron gridareterra, terra!o le menti de' compagni del greco Senofonte, quando poteron gridaremare, mare!Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fracarcami di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nelRomito del Cenisio, si scopre ilsorriso dell'Italica pianura. Egli tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano, quando, alla prima recita delCarmagnola, vide, in una delle ultime scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo:finalmente!Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: — «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca, piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si effettivano, si concretano [pg!199] in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente, impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo ladolce e timida asinità giovanile, come dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni [pg!200] hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune parole dell'Ecclesiaste:Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt ante nos.Magnifica occasione questa, che s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» —Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgereElena greca in qualsivoglia femmina23.[pg!201] Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non pure innamorato dinon so che Gentucca, (giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci dissennati:Un cotal matto intrabescato, in aria,Puffete! e luna e sole ed ogni stellaScoppiar faria, per divertir la bella24.In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto hatradotto, come gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco, colFausto. Lo stesso Aristofane non avrebbe avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière, nell'Ammalato immaginarioe nelBorghese Gentiluomo, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico del Rabelais e del Machiavelli, quando esso [pg!202] uman genere, che stimava stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorseDe presser tendrement un navet sur son coeur!Il Goethe non era forse incapace di accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolateSatiro, ben degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile delPrologo celestesurrogasse uneterno muliebrein fine alla seconda parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano condurle a buon porto. E neppure nelSatiro, del resto, fu originale; giacchè l'argomento è preso dalFauno, finto dio, favola boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (BolognaM. DC. IV) e da'Falsi dei, favola pastoralepiacevolissimadi Ercole Cimilotti, Estuante, accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di Arcadia.

XVII. —Disocchiatezza e la scena della maliarda.Questoinfraddue, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che segue.Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in unfuori del tempo, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben poco da unfuori d'opera;) diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza influsso determinato sulla sua enucleazione. [pg!198] Per amor di brevità mi diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo,J'appelle chat un chat et Rolet un fripon), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron gridareterra, terra!o le menti de' compagni del greco Senofonte, quando poteron gridaremare, mare!Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fracarcami di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nelRomito del Cenisio, si scopre ilsorriso dell'Italica pianura. Egli tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano, quando, alla prima recita delCarmagnola, vide, in una delle ultime scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo:finalmente!Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: — «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca, piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si effettivano, si concretano [pg!199] in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente, impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo ladolce e timida asinità giovanile, come dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni [pg!200] hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune parole dell'Ecclesiaste:Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt ante nos.Magnifica occasione questa, che s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» —Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgereElena greca in qualsivoglia femmina23.[pg!201] Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non pure innamorato dinon so che Gentucca, (giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci dissennati:Un cotal matto intrabescato, in aria,Puffete! e luna e sole ed ogni stellaScoppiar faria, per divertir la bella24.In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto hatradotto, come gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco, colFausto. Lo stesso Aristofane non avrebbe avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière, nell'Ammalato immaginarioe nelBorghese Gentiluomo, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico del Rabelais e del Machiavelli, quando esso [pg!202] uman genere, che stimava stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorseDe presser tendrement un navet sur son coeur!Il Goethe non era forse incapace di accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolateSatiro, ben degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile delPrologo celestesurrogasse uneterno muliebrein fine alla seconda parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano condurle a buon porto. E neppure nelSatiro, del resto, fu originale; giacchè l'argomento è preso dalFauno, finto dio, favola boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (BolognaM. DC. IV) e da'Falsi dei, favola pastoralepiacevolissimadi Ercole Cimilotti, Estuante, accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di Arcadia.

XVII. —Disocchiatezza e la scena della maliarda.Questoinfraddue, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che segue.Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in unfuori del tempo, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben poco da unfuori d'opera;) diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza influsso determinato sulla sua enucleazione. [pg!198] Per amor di brevità mi diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo,J'appelle chat un chat et Rolet un fripon), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron gridareterra, terra!o le menti de' compagni del greco Senofonte, quando poteron gridaremare, mare!Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fracarcami di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nelRomito del Cenisio, si scopre ilsorriso dell'Italica pianura. Egli tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano, quando, alla prima recita delCarmagnola, vide, in una delle ultime scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo:finalmente!Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: — «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca, piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si effettivano, si concretano [pg!199] in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente, impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo ladolce e timida asinità giovanile, come dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni [pg!200] hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune parole dell'Ecclesiaste:Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt ante nos.Magnifica occasione questa, che s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» —Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgereElena greca in qualsivoglia femmina23.[pg!201] Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non pure innamorato dinon so che Gentucca, (giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci dissennati:Un cotal matto intrabescato, in aria,Puffete! e luna e sole ed ogni stellaScoppiar faria, per divertir la bella24.In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto hatradotto, come gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco, colFausto. Lo stesso Aristofane non avrebbe avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière, nell'Ammalato immaginarioe nelBorghese Gentiluomo, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico del Rabelais e del Machiavelli, quando esso [pg!202] uman genere, che stimava stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorseDe presser tendrement un navet sur son coeur!Il Goethe non era forse incapace di accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolateSatiro, ben degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile delPrologo celestesurrogasse uneterno muliebrein fine alla seconda parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano condurle a buon porto. E neppure nelSatiro, del resto, fu originale; giacchè l'argomento è preso dalFauno, finto dio, favola boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (BolognaM. DC. IV) e da'Falsi dei, favola pastoralepiacevolissimadi Ercole Cimilotti, Estuante, accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di Arcadia.

Questoinfraddue, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che segue.

Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in unfuori del tempo, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben poco da unfuori d'opera;) diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza influsso determinato sulla sua enucleazione. [pg!198] Per amor di brevità mi diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.

Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo,J'appelle chat un chat et Rolet un fripon), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron gridareterra, terra!o le menti de' compagni del greco Senofonte, quando poteron gridaremare, mare!Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fracarcami di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nelRomito del Cenisio, si scopre ilsorriso dell'Italica pianura. Egli tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano, quando, alla prima recita delCarmagnola, vide, in una delle ultime scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo:finalmente!Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: — «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca, piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si effettivano, si concretano [pg!199] in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente, impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo ladolce e timida asinità giovanile, come dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni [pg!200] hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune parole dell'Ecclesiaste:Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt ante nos.Magnifica occasione questa, che s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» —

Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:

Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgereElena greca in qualsivoglia femmina23.

Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgereElena greca in qualsivoglia femmina23.

Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgere

Elena greca in qualsivoglia femmina23.

[pg!201] Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non pure innamorato dinon so che Gentucca, (giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci dissennati:

Un cotal matto intrabescato, in aria,Puffete! e luna e sole ed ogni stellaScoppiar faria, per divertir la bella24.

Un cotal matto intrabescato, in aria,Puffete! e luna e sole ed ogni stellaScoppiar faria, per divertir la bella24.

Un cotal matto intrabescato, in aria,

Puffete! e luna e sole ed ogni stella

Scoppiar faria, per divertir la bella24.

In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto hatradotto, come gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco, colFausto. Lo stesso Aristofane non avrebbe avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière, nell'Ammalato immaginarioe nelBorghese Gentiluomo, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico del Rabelais e del Machiavelli, quando esso [pg!202] uman genere, che stimava stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorseDe presser tendrement un navet sur son coeur!Il Goethe non era forse incapace di accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolateSatiro, ben degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile delPrologo celestesurrogasse uneterno muliebrein fine alla seconda parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano condurle a buon porto. E neppure nelSatiro, del resto, fu originale; giacchè l'argomento è preso dalFauno, finto dio, favola boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (BolognaM. DC. IV) e da'Falsi dei, favola pastoralepiacevolissimadi Ercole Cimilotti, Estuante, accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di Arcadia.


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