UN UOMO FELICE

—… Un uomo felice!

—E contento del proprio stato?

—Così contento che non lo cambierebbe con quello di un principe…

—Secondo i principi…

A forza di ruminarci sopra, non potemmo più reggere alla tentazione, ed una bella mattina del mese di giugno il mio amico Antonio ed io ci provammo ad arrampicarci sul monte Barro, voltando le spalle al territorio di Lecco, per andare a vedere da vicino il prodigio vivente.

Il monte Barro è un monte rispettabile per ogni riguardo; ha due sagre, una delle quali, quella di S. Michele, è tenuta in molta considerazione in Paradiso; ha l'eco di Galbiate che ripete poco meno di due versi endecasillabi senza incespicare, e la sua vetta, in forma di gobba, apparisce a quando a quando involta fra le nuvole. Ci sarebbe da insuperbire per poco che un monte avesse le facoltà locomotrici del minimo insetto che campa la vita alle sue spalle e potesse andarsene dove meglio gli talenta; così inchiodato dove si trova, in faccia alla mascella enorme del Resegone ed alla vetta brulla del San Martino, ed a tutta quella famiglia di giganti che, più oltre, più oltre, sembrano rizzarsi sulle punte dei piedi per guardare dietro le spalle di chi li precede, il povero Barro ha la fisionomia burlesca d'un nano, e si direbbe che ci soffre. È tutt'uno. Ad arrampicarvisi non è punto comodo: è un monte niente affatto arrendevole, ed i sentieri che esso apre nelle sue coste non hanno l'aria di concessioni; si inerpicano diritti o quasi diritti, sassosi che non è una delizia. Ogni tanto siete costretti a fermarvi per respirare, e vi vien fuori senza avvedervene: «che monte!» Lo stratagemma gli è riuscito.

Vi ha, è vero, una via carrozzabile, ma è un'altra arguzia di quel monte imbronciato, perchè, ad un certo punto, poco prima di Galbiate, la salita si fa così ripida, che il peso della carrozza trascina il cavallo, e carrozza e cavallo pigliano l'andatura di un gambero enorme; quanto ai viaggiatori pedestri nulla di peggio, si sa, d'una strada carrozzabile.

L'amico Antonio, pratico dei luoghi, mi incoraggiava alla salita, assicurandomi che, giunto alla sagra di S. Michele, tutte le asperità avrebbero cessato come per intercessione del santo, e che avremmo camminato all'ombra delle acacie, e posto i piedi sopra un vero tappeto di velluto.

Coraggio e innanzi, e innanzi, a salti, piegando a dritta ed a sinistra, ascoltando l'allegra musica dei ciottoli che rotolano dietro i nostri passi, e ridendo… Eccoci giunti. Ecco la sagra. È una chiesa, o piuttosto uno scheletro di chiesa; mostra il tetto, le pareti e le fondamenta, il tutto disegnato con gusto e impiantato solidamente; le mancano le polpe—pavimento, volte, sagristia, altari: ci sono aperture di finestre e di porte ma senza porte e finestre, e il vento deve farvi strane scale cromatiche quando gli accomoda.

San Michele è benemerito per la sua sorgente di acqua leggiera come un soffio. Nulla di meglio d'una buona sorgente d'acqua per assicurare la devozione dei fedeli; a S. Michele non ci ha altro, ma basta perchè migliaia di devoti vi portino al 29 settembre l'occorrente per desinare sull'erba. Vi bevono l'acqua e si ubbriacano di vino, ed alla sera rotolano giù per la rapida china cantando e ridendo allegramente. Gran buona pasta di santo questo che si lascia adorare in tal maniera!

Via, ancora una ciottola d'acqua leggiera come un soffio, e innanzi… L'amico Antonio non mi ha lusingato inutilmente; ora si sale senza fatica; il sentiero gira intorno al cocuzzolo del monte, all'ombra delle boscaglie; l'aria frizzante del mattino ci batte in viso, e sotto di noi si schiera un panorama incantevole d'acque e di monti. A un certo punto ci pare d'entrare in un giardino; il vento ci ha portato un profumo di gelsomini selvatici in fiore. Vien la tentazione di raccoglierli tutti, ma ce n'è troppi, non ne raccogliamo nemmeno uno… Innanzi… Alle falde del monte, tra le, acacie, s'incontrano altri tesori: ecco un ciclamino bianco e per uno bianco mille color di rosa, e poi una famiglia stravagante di fiorellini dalle forme più curiose; ecco una spiga d'un rosso cupo che non avevamo ancor visto; la fiuto per far più ampia conoscenza; quale profumo squisito divainiglia! quella che noi coltiviamo nei giardini col nome dielitropium peruvianumè molto lontana dall'aver un odore così squisito. Facciamola felice anche questa; diamole un battesimo dotto:vainiglia montana. La gran ventura!

Innanzi. La strada è sgombra, ma la salita si fa sempre più faticosa—bisogna rallentare il passo.

—Arriveremo in tempo per l'ora del desinare, dice Antonio.

—Supponendo che un uomo felice abbia un'ora per desinare.

—Nè avrà due, questo dev'essere il primo benefizio della vera felicità.

Ed il mio amico uscì in uno di quei scoppi sonori di risa che sa fare egli solo e che avevano già risvegliato parecchie volte gli echi delle vallate.

—Che uomo è questo Cuor Contento?

—Un ex baritono, che si era fatto un piccolo patrimonio stonando il Conte di Luna, e prestando i suoi quartali a Manrico; si vantava sempre che avrebbe tirato su l'edifizio della sua felicità, e pare che ci sia riuscito; un bel giorno rifiutò colle lagrime agli occhi una scrittura ed un quartale anticipato—era ricco.

—Ed è venuto subito ad inselvarsi nel Monte Barro?

—Oibò; pare che la felicità non sia così facile a ritrovare, perchè per un pezzo le corse dietro inutilmente; divenne prodigo, per sè solo si intende, offrì il cuore a varie prime donneassolute, la cena a parecchie seconde ballerine che aspettano ancora adesso l'assoluzione. Le cene trovavano subito la piazza, il cuore rimaneva disponibile. Allora si consacrò tutto al vino, che egli amava molto ed a cui doveva i più rumorosi trionfi della sua carriera baritonale; ebbe una cantina ben provveduta ed invitò alcune volte i compagni di chiave a desinare. Andava a tutte le rappresentazioni del Carcano e della Scala, e trovava che aisuoi tempisi cantava meglio. Tutto ciò non lo aveva portato un pollice più vicino alla sua felicità, e quando lo lasciai, or son due anni, correva ancora dietro la sottana della fuggitiva. Due settimane fa ricevetti finalmente la lettera in cui mi giura che è felice!

—Sia lodato il cielo!

—E l'altro dì la seconda lettera in cui ripete, sacramentando, che è felice, e che io dovrei levarmi il gusto di vedere un uomo felice.

—Peccato che la felicità stia tanto in alto!

—Non importa, ci arriveremo. Ecco, si vede già la casetta color di rosa, emblema dei pensieri e dei sentimenti ex-baritonali del suo abitatore.

Qui la via si biforcava, da un lato scendendo a precipizio e dall'altro girando intorno intorno verso Galbiate: noi ci mettemmo per un sentieruccio che si apriva nella siepe e moveva più diritto che poteva incontro alla vetta del monte.

Dopo venti minuti di cammino, fatto colle mani sulle ginocchia e col corpo piegato in arco, all'uscire da una boscaglia ci vedemmo finalmente innanzi la casicciola rosea. Aveva un solo piano, una piccola spianata dinanzi alla porta e quattro o cinque finestre colle persiane verdi in tutto. Levai il capo in alto; il cucuzzolo del monte pareva molto vicino e si staccava nero nero dall'azzurro fondo del cielo. Quel bocciolo di rosa in quel luogo aveva proprio l'aria d'un nido di amorini. Gli amorini ci erano, ma scalzi e scamiciati, e corsero non appena ci videro a nascondersi nel nido; subito dopo apparve una donna che pareva vecchia ed era invece la giovane venere, madre di quegli amori, e ci chiese chi cercassimo,

«Il signor Tallini.

—Dorme

—Sogni innocenti; beato lui!

—Però ha raccomandato di svegliarlo se venisse qualcuno….

—Viene spesso gente a trovarlo?…

—Mai.

—E come passa il tempo?

—Mangia, dorme e va a spasso.

—Ecco la vera felicità!

—Devo dirgli chi sono lor signori?

—Due disgraziati.

E siccome la buona donna ci guardava sospettosa, Antonio ripetè, premettendo una delle sue allegre risate:

«Sì, ditegli che due disgraziati lo aspettano.

In quel mentre una persiana verde si socchiuse, la faccia felice e rubizza dell'ex-baritono Tallini apparve nel vano, e si udì un grido, undodi petto della gioia più schietta e più stonata che io m'avessi mai udito.

E pensai fra me e me: «Come rende buoni la felicità!»

Il signor Tallini scese le scale a precipizio, e si gettò nelle nostre braccia prima ancora che avessimo avuto il tempo di varcare la soglia della casa color di rosa. Nelle nostre braccia non è un modo di dire iperbolico, perchè l'ex-baritono, buttando ciecamente la mano diritta sul costato sinistro di Antonio e la mano manca sul mio costato diritto e premendoci l'un contro l'altro e premendosi egli stesso contro di noi, trovò modo di abbracciarci tutti e due in un tempo. Era un quadro che avrebbe tentato un pittore fiammingo.

«Bravissimo il mio Antonio, bravissimo anche il signore… bravissimi… bravissimi! Non potete credere il piacere che mi date; il primo quartale toccato per la mia prima scrittura non mi ha fatto così lieto!

Il suo volto era veramente illuminato a giorno, ed i suoi occhi mandavano bagliori. Pensavo che egli cedeva con troppo abbandono alla febbre della gioia, la quale è la più acre nemica della vera felicità!

Ci fe' entrare nel suo appartamento; due stanze in tutto, arredate con una scenica parsimonia di molto buon gusto; nel salotto si vedevano parecchie di quelle enormi sedie ad alto schienale, che frequentano il palcoscenico di tutti i teatri dell'orbe terraqueo; nel mezzo una tavola rettangolare con un gran tappeto che ne copriva le gambe, da un lato unacônsolee dall'opposto lato un pianoforte; la sola differenza tra il salotto dell'ex-baritono, eduna sala riccamente addobbata con due porte laterali, era chein fondoinvece d'un'altra porta si vedeva un caminetto, un vero caminetto, ed uno specchio, un vero specchio, con cornice dorata sovr'esso. E però, quando l'ex-baritono volle mostrarci la sua camera da letto, io fui molto meravigliato che due comparse non venissero a toglierci le sedie di sotto per preparare il cambiamento di scena. Se non che nella camera contigua, oltre il letto nascosto dietro una cortina bianca, come nell'ultimo atto dellaTraviata, rividi le stesse sedie ad alto schienale e lo stesso tavolino coll'identico tappeto, ed allora compresi perchè le due brave comparse non avessero fatto la loro frettolosa apparizione.

La felicità non tolse all'ex-baritono la memoria del suo appetito e la fede nel nostro.

Erano le undici e die' ordine che si preparasse il desinare pel mezzodì. Antonio ed io udimmo alcuni momenti dopo, con un vero sentimento di gioia che non aveva invidia di quello del nostro ospite, correre dietro ad un branco di polli, i quali starnazzavano le ali fuggendo, e finalmente uno dei fuggitivi gridar più forte…. e poi il silenzio profondo.

«Così è, disse allora l'amico Antonio all'ex-baritono che ci aveva fatto uscire dall'abitato per farci vedere il suo campicello, così è, non ho potuto resistere al piacere di vedere in faccia un uomo felice.

—Ed un vecchio amico!

—Ma sai, che non è carità la tua di scrivere tante volte ad un disgraziato pari mio, che tu sei felice! Almeno ora che mi hai fatto arrampicare fin qui, dovresti insegnarmi la ricetta.

—È facile, rispose l'ex-baritono con visibile soddisfazione, e col miglior accento per far credere il contrario, è facile!

—Basta aver denari!…

Il nostro ospite lo interruppe prontamente, come per non lasciar più a lungo il suo tempio sotto la macchia di siffatta profanazione.

«Oibò; il denaro non serve a nulla; io che ti parlo sono stato ricco, e non sono mai stato felice, ed ora che non sono più ricco, sono felice!

—È una sciarada.

—Bravo! una sciarada, ma io l'ho sciolta, e me ne trovo bene. Ilprimoè la campagna, ilsecondola solitudine, ilterzol'indipendenza, ilquartola serenità d'animo, e l'intero…

—E l'interoè il baritono Tallini, non può essere altri che lui, perchè io potrei ritirarmi in campagna, e starmene solo, ed essere indipendente, che nossignori, non sarei felice.

—Perchè ti mancherebbe ilquarto, la serenità d'animo…

—E tu l'hai? chiese Antonio.

—L'ho, rispose gravemente l'ex-baritono.

—E come passi il tuo tempo nella solitudine?

—Non lo so, non son io che passo il mio tempo, è il mio tempo che passa da sè.

La risposta era così semplice che ci parve profondissima; Antonio si volse a me e tradusse il suo stupore in una risata, intanto che l'ex-baritono ci guardava in volto curiosamente, per spiare l'effetto delle sue parole.

—Osservate, ci disse poco dopo il nostro ospite, che incantevole panorama! Lecco laggiù, più oltre Pescarenico, che si guardano nell'immenso specchio delle acque…

—Stupendo! dissi io.

—Stupendo, ripetè Antonio; ma non si cambia mai scena mi pare; è un vero idillio; atto unico, scena unica…

—T'inganni; se ci arrampichiamo sulla vetta del Barro, vedrete l'altro versante, Valmadrera, Galbiate…

—Ma sempre Valmadrera e Galbiate,

—E il monte S. Martino e il Resegone…

—E quanto tempo tu consacri ogni giorno a contemplare tutto ciò?

—Nulla… ma io so di essere circondato da una bella natura, e questo mi fa bene… Ecco qua il mio campicello…

—Lo coltivi tu?

—Qualche volta sì… la botanica mi piace…

—Hai seminato tu quei fagiuoli?

—Sicuro… io stesso… è la mia passione. Antonio si rivolse a me ed uscì in uno scoppio di risa più sonoro dei precedenti.

Bisogna sapere che i fagiuoli seminati dall'ex-baritono Tallini erano una specie di cicoria, di cui si fa un'ottima insalata.

Ma il nostro ospite, nella serenità dell'animo suo, non si avvide dell'intenzione burlesca dell'amico e non prese in mala parte la sua ilarità. Antonio proseguì l'interrogatorio che cagionava all'ex-baritono un visibile piacere.

«A che ora ti levi di letto al mattino?

—All'alba; nulla di meglio d'una magnifica passeggiata sui monti, all'alba; si gode uno spettacolo incantevole, si respira un'aria frizzante e si acquista un appetito… un appetito… ritorno a casa e faccio colazione…

—E poi?…

—E poi fumo la pipa, e poi canto accompagnandomi sul pianoforte; e poi vado alla campagna a dare un'occhiata ai miei fondi… fino all'ora del desinare, che dura più d'un'ora… e poi leggo, o canto, o fumo la pipa… e appena annotta, mi caccio in letto…

—E al domani ricominci?…

—Ricomincio….

—E non ti stanchi mai?

—Mai.

—E non ti vien mai voglia di parlare con chicchessia?

—Se me ne venisse voglia, ci è il fattore, un uomo che si può far andare in estasi con una nota filata, che s'inginocchierebbe ad adorarmi se gli cantassi una romanza, e che dice le più innocenti schiocchezze che siano mai uscite da una bocca che non canta.

—E non ti vengono mai in mente i tuoi trionfi, le belle cene, i tuoidebutti, i sospirati quartali ed i non sospirosi amori delle quinte?

—Mi vengono, ma non li rimpiango, ne rido… insomma sono felice!

—To', disse Antonio guardando l'orologio; è mezzogiorno, voglio essere felice anch'io!

—Anch'io! dissi accontentandomi della parte secondaria che mi toccava in quella commediola.

Il desinare era ghiottamente casalingo, e se è vero che l'appetito sia il miglior condimento delle vivande, io dico che non furono mai vivande meglio condite di quelle della mensa del baritono Tallini. Il quale però, checchè dicesse e facesse, mi sembrava meglio un uomo nervosamente di buon umore, che un mortale baciato in volto dalla felicità. Non aveva dell'uomo felice, come io lo immaginava, la robustezza serena, la tranquilla indolenza, la beata apatia; vero è che codesto è il tipo iperbolico degli uomini felici, e che tutti gli uomini meno scontenti del loro stato escono dalla schiera operosa di quelli che non han tempo da proporsi quesiti psicologici—ma è anche vero che l'ex-baritono Tallini non apparteneva a quest'ultima schiera, e che, stando ai calcoli fatti sui termini forniti da lui stesso, gli dovevano rimanere sei buone ore al giorno per maledire l'esistenza.

Egli guardava ogni tanto alla sfuggita Antonio e me, e s'empiva la bocca, e ci rivelava fra un boccone e l'altro i mille artifizii con cui gli era riuscito finalmente di raggiungere la felicità in cima al monte Barro.

«Tu non sei più ricco? gli chiese Antonio.

—Non sono più ricco; dopo di essermi messo insieme un piccolo patrimonio colla mia voce, ho voluto speculare su quella degli altri; ho fatto l'impresario e ci ho rimesso tutti i miei quartali ed una porzione anche di quelli dei miei scritturati.

L'ex-baritono nel dire queste parole ingrossava la voce, volendo, per una vecchia vanità d'artista, sfoggiarne il volume. E proseguiva:

«Un giorno mi avvidi che mi avanzavano solo poche migliaia di lire, pensai che era tempo di voltare per sempre le spalle al palcoscenico, uscii dal teatro e presi la via dei monti. Avevo il cuore leggiero quando giunsi a Lecco; seppi che sul Barro ci era questa casicciola da vendere e la comperai. E ci venni, e qui finirò i miei giorni…

Queste ultime parole tragiche furono dette a boccia piena, il che ne temperava singolarmente il sinistro significato e dava alla felicità dell'ex-baritono un carattere durevole.

«Beato te! disse Antonio sospirando.

Non vidi mai faccia più solenne di quella del nostro ospite, a quel sospiro; egli si arrestò perfino dal mangiare per chiedere con aria di superba commiserazione:

«Non mi hai detto nulla di te… come vivi tu?

—Male… male; per una inveterata abitudine tengo a vivere più che posso e meglio che posso, ma non mi riesce di essere contento. Passo l'estate a Lecco, amo anch'io la campagna, ricevo molte visite…

—Ricevi molte visite?…

—Molte… sono seccato a tutte le ore; bisogna chiacchierar sempre, parlar di cento sciocchezze, tagliar i panni al prossimo… e leggere nei giornali altre chiacchiere, altre sciocchezze, altra maldicenza! Sempre chiacchiere, sciocchezze e maldicenza, con questo solo divario che nelle parole si trova qualche volta un po' di spirito e nelle scritture si trova qualche volta un po' di grammatica… All'inverno vado a Milano, perchè a Lecco non si spazza bene la neve… passo il tempo al teatro o al caffè Martini, o in galleria…

—Ah! tu all'inverno vai a Milano?

—Sicuro.

—Poveretto! ripetè l'ex-baritono vuotando d'un fiato un bicchiere ricolmo. E voi, signore, come vivete?

—Male anch'io, male anch'io; anzi peggio di voi altri; perchè sto sempre a Milano, vado a tutte le prime rappresentazioni, costretto ad ascoltare tutti gli artisti che hanno o che avevano o che vogliono avere in gola un filo di voce, ed a leggere tutte le cronache cittadine, ed a mostrare di prendere sul serio cento cose che non m'interessano punto. Beato voi che ve ne state qui, con questi bei monti in faccia, con questo bel lago sotto i piedi, che non pensate se non ai fagiuoli del vostro orticello ed a tener provvista la cantina di questo nettare delizioso!

—E chi viene a trovarti a Lecco? chiese l'ex-baritono, a cui il vinello snodava la lingua.

—Molti che ti conoscono. Agenti teatrali, maestri di musica, cantanti…

—E che dicono di me?

Questa domanda fu pronunziata sbadatamente, col bicchiere alle labbra e gli occhi fissi nel bicchiere. È impossibile comportarsi meglio per parere supremamente sdegnoso delle cose degli umani.

«Dicono, rispose Antonio, levando dal suo canto il bicchiere e ponendolo tra il raggio visuale e la luce della finestra, dicono…

—Dicono?

—Dicono… Non dicono nulla… Cioè!…. qualcuno dice che sei un pazzo… Niente di meglio per vivere felici che essere creduti pazzi dal prossimo…

—Già… sicuramente…

—E gli altri?

—Gli altri non si ricordano nemmeno che abbia esistito al mondo un baritono Tallini… Nulla di meglio che essere dimenticati dal prossimo per vivere felici…

—Già… sicuramente.

Il pranzo era al termine; una comitiva di bicchieri di vino s'era data ritrovo nel nostro ventricolo ed accendeva gli estri del buon umore.

Ci fu però un momento in cui il nostro anfitrione chinò la testa fra le mani e guardò fissamente la tovaglia. In quel punto il piede d'Antonio urtò sotto la tavola contro lo stinco della mia gamba; guardai. L'ex-baritono uscì in breve dalla sua beata fantasticheria, si pose al cembalo senza dir parola, e dopo alcuni accordi di preludio, intonò con voce stentorea la romanza delTrovatore.

«Che voce! esclamava ogni tratto Antonio, chinando il capo sul mento e guardandomi sott'occhi, che voce! benissimo! benissimo! Sai qual'è la disgrazia dei nostri teatri? aggiunse quando l'altro ebbe finito.

—E qual'è?

—Che siano al mondo tanti disgraziati, i quali implorano la misericordia del cielo in chiave di baritono, e che se ci è uno il quale abbia unorganoa dovere, sia un uomo felice e non ne voglia sapere del palcoscenico.

Antonio temperò l'effetto della frase lusinghiera con una bella risata, ma l'ex-baritono non pose mente che alla prima parte e rispose modestamente all'elogio cantando il duetto e facendo in falsetto la parte della donna.

—Credete che, se volessi ancora cantare, troverei una scrittura? disse all'improvviso.

—Ma tu non vuoi! rispose Antonio.

—È vero! oh! come sono felice! ripetè per la centesima volta l'ex-baritono; bisogna bere un'altra bottiglia!…

Quel vinello generoso cresceva insolitamente la verbosità del nostro ospite e metteva noi pure alle porte della sua felicità. Io giurai che il monte S. Martino non mi era mai parso così bello, e che avrei passato la vita a contemplarle, sicuro di non poter spendere meglio l'esistenza. Antonio, che da prima pareva farsi beffe del singolar modo che l'ex-baritono aveva scelto per essere felice, assicurava che ora ne comprendeva la filosofia profonda, e l'anfitrione continuava ad assediarci di domande ed a farci ogni tanto quesiti ed ipotesi a cui non sapevamo troppo che rispondere.

«Che si dirà di me adesso al caffè Martini? Che si direbbe se mi si vedesse riapparire un bel giorno a Milano, o se annunziassi un'altra volta il miodebutto?

—Che lago! che magnifico lago! Che monti! Che panorama! ripeteva Antonio; mi par di amarli; ora comprendo come devono essere cari a te che li hai sempre dinanzi! Che buoni amici i monti! Che cara compagna la solitudine!

Del vinello, che aveva la maggior parte nel nostro entusiasmo, non una parola; questa è la gratitudine degli uomini.

Venne il momento di separarci dal nostro ospite, il quale aveva fatto di tutto per trattenerci, pregandoci, scongiurandoci, e dandoci perfino il tenero spettacolo delle lagrime d'un uomo felice,

—Beato te! disse Antonio sospirando, beato te! io mi sento ammalato di nostalgia al solo pensiero di lasciar questi luoghi. Se rimanessi un giorno ancora, Lecco mi parrebbe una sepoltura. Non verrai tu qualche volta a Lecco? Ma già, il difficile è spezzare le abitudini! Oramai tu sei un vecchio inquilino del monte e… Ci penso; non ne hai detto da quanto tempo abiti questo paradiso!…

L'ex-baritono stringeva le nostre mani nelle sue, e ci guardava come sbigottito della nostra sciagura e commosso dal nostro dolore… Egli uscì da quell'estasi con un sospirone lungo, e rispose:

«Da un mese!…

…. Quando, scendendo giù per la china del monte, ci voltammo e non vedemmo più la casicciola rosea, l'amico Antonio ed io ci guardammo in volto ed uscimmo all'unisono in una sonora risata.

«L'hai visto bene quell'uomo felice?

—E non mi escirà più di mente!

Antonio ed io ci abbandonavamo così interi a quella ilarità, che giù per la rapida china non ci era più possibile fermarci, e fummo più volte a un pelo di provare, coll'esempio che l'eccessivo buon umore fa perdere la gravità. Non mai la nostra linea di direzione fu così in pericolo di uscire dalla base, nè il nostro naso più vicino ai ciottoli della via.

«Io leggo nella felicità di quell'uomo come in un libro aperto, disseAntonio.

—Ed io anche.

—E dico che quello è un uomo disgraziato come noi.

—E più di noi…

—E che la sua maggior disgrazia è d'essersi spacciato per un uomo felice…

—Amico dei monti e della solitudine, e che tanto ama egli i monti e la solitudine, quanto noi il digiuno.

—E si è spacciato per tale solo per cavarsi il gusto di dare invidia agli amici, e mi ha scritto perchè mi arrampicassi fino da lui, colla speranza che io gli facessi un po' direclame…

—E per interrompere la sua noia profonda.

—È un uomo che vive della sua piccola vanità d'uomo felice, come un altro vive della sua piccola vanità d'autore in voga, o della sua piccola riputazione d'uomo di spirito…

—Vuoi dire che muore. Quella non è vita, è agonia. Immagina la sua giornata, e concedine pure larga parte al sonno, e al desinare, e alla cena, e alle due colazioni, e se vero è che il monte Barro eserciti sulle facoltà digestive un benefico influsso, aggiungi pure la merenda—tutto il resto non è che un lungo interminabile sbadiglio.

—Oh! disgraziato Tallini!

—Infelice baritono!

—Ed anche un pochino scimunito!

—Molto…

—Badiamo a non dirne male; stiamo ancora digerendo il suo desinare!

E quida capola stretta del nostro duetto di risate, come in un'opera buffa. I mille echi del monte Barro erano in gran faccende e duravano fatica a tenerci dietro; il sole spariva dietro i monti, ammiccando ancora con un paio di raggi all'onde del lago lievemente increspate, rugose ganze di vaporosi amori.

La china scoscesa era finita, e la via si stendeva ora con facilissimo pendìo.

«È proprio così, ripresi a dire; quell'eccellente baritono mi ha tutta l'aria di essere oppresso sotto il cumulo della sua immensa felicità…

—Una felicità che dura da un mese! È troppo! è troppo! Deve essere insopportabile!

—E che, dopo d'aver vestito i panni di un semidio, specie di fauno d'altri tempi, non sappia più come rientrare nella sua pelle di baritono, e ridiscendere al piano.

—Tanto più che coll'aver posto a base della sua felicità tutta l'altezza del monte Barro, egli crede in buona fede d'essere fatto visibile come una statua colossale, e che a Lecco ed a Milano non si faccia altro che guardare in alto per cercar di vederlo.

—Questo è in parte il danno della celebrità, osservai, obbedendo ad un filosofico istinto suggerito dal vinello; un uomo celebre ha due svantaggi: primo, che il mondo si occupa dei fatti suoi e lo guarda, come una bestia feroce in gabbia; secondo, di non esseresempreuna bestia, tanto per non darsene pensiero.

—Qualche volta… corresse Antonio…

Fra i monti, la luce crepuscolare è più breve che in pianura; quando il sole fu scomparso, le ombre, come se si tenessero nascoste e pronte dietro i cespugli, uscirono in frotta ed invasero la scena, press'a poco colla rapidità dei fenomeni atmosferici melodrammatici. Anche la natura riportava a forza il pensiero ribelle al baritono Tallini.

Intanto gl'insetti si svegliavano nei prunai, ed alcuni uccelli, desti nel primo sonno dalle nostre ciancie e dai nostri passi, si levavano qua e là a brevi voli, per mutar letto.

«Quanto tempo credi tu che possa durare lafelicità del baritonoTallini? mi chiese improvvisamente Antonio.

—Un mese… a conti fatti… un mese; una settimana per venire alla determinazione di lasciare il monte; il rimanente è il tempo minimo che egli deve supporre necessario agli uomini, perchè, non fiatando e non facendo più fiatare verbo dei fatti suoi, si disavvezzino dal pensare a lui.

—Io dico che non starà neppur tanto, e che il giorno che si sia determinato a lasciare il monte Barro, non ci potrà più rimanere un minuto, e salirà quel poco che lo separa dalla vetta per discendere non visto dalla parte di Valmadrera… rotolando a capo fitto, se occorre, per far più presto.

—Questo è vero… ma…

—Solo, invece di otto giorni, gliene concedo quindici; un baritono non è un tenore, voglio dire che non sempre è un eroe, e ad una determinazione eroica di questa fatta ci vorrà pensare lungamente.

—E credi che se ne andrà dai monti alla chetichella, senza nemmeno venirti a trovare?

—Ne sono convinto, e non più tardi di quindici giorni da oggi…

—D'un mese…

—Di quindici giorni, nemmeno uno di più; e se dobbiamo scommettere… fra due settimane ci inerpicheremo ancora sul monte e troveremo il nido color rosa, ma il baritono no, che avrà preso il volo…

Non so perchè io mi ostinassi a credere fermamente che il baritono Tallini dovesse rimanersi sul Barro ancora un mese, non un giorno di meno; per ciò probabilmente che il mio amico Antonio si ostinava a dire due settimane, non un giorno di più. Quella fede sconfinata nella propria opinione, fede che fa gli apostoli ed i tribuni, ci proveniva forse dal vinello bevuto a desinare.

—Quindici giorni, ripetè per la ventesima volta Antonio.

—Un mese! ribattei.

Questa volta la doppia risata che accompagnava inevitabilmente i termini della nostra scommessa, fu così sonora che gli insetti tacquero ad ascoltarla. Bisogna sapere che, dietro di noi, avevamo sentito un rumore di passi frettolosi, ed unohè! gridato in cadenza, ma colla voce di un baritonodi buoni mezzia cui manchi il fiato.

Cinque minuti dopo ci stringevamo fra le braccia il baritono Tallini.

La corsa gli dava l'ansia e l'affanno e gli toglieva la parola; lo guardavamo sbigottiti senza interrogarlo.

«Sapete, ci disse finalmente, ho pensato che potrei venire a passare la notte a Lecco con voi e stare allegri ancora un poco; non so perchè non potevo star solo questa sera… È la prima volta.

Egli aspettava evidentemente d'essere interrotto, ed Antonio, che guardava ora lui ora me coll'intenzione di lasciarlo dire, si arrese impietosito.

«Hai fatto benissimo, disse, troverai a Lecco qualcuno che ti vedrà volentieri,

—Non voglio veder nessuno, ho bevuto troppo a desinare… domani all'alba risalirò in cima al mio nido d'aquila.

—Fai bene, fai bene, disse Antonio.

—Incominciò allora l'ultima china, la più rapida e la più sassosa, fatta formidabile dalla oscurità della notte e dalla eccessiva luce del nostro cervello.

I sassi rotolavano innanzi a noi, e noi con essi, a precipizio, inciampando, senza poterci fermare…. Un quarto d'ora dopo eravamo sul piano di Lecco.

Il baritono si guardava intorno sospettoso finchè non fummo rientrati in casa: quivi sprigionò il suo più bel sorriso, senza riuscire a cancellare dalla faccia una certa espressione bizzarra d'impaccio.

«O m'inganno, gli disse Antonio, o l'aria di pianura comincia già a guastare la serenità del tuo animo.

—No, non mi pare, non mi pare…

Sulla tavola erano sparsi alcuni giornali teatrali, arrivati poco prima; il baritono ne ruppe le fascie con una indifferenza mal simulata e lesse a voce alta coli'aria di beffarsene le ultime scritture.

«To', il C… che va a Londra, e il V… che va al Cairo, e il B. che canta al Carcano.

—Se tu avessi voluto! osserva Antonio, ci saresti andato anche tu…

—A Londra?… Non ci volli mai andare… e se volessi!…

—E se volessi, troveresti ancora cento scritture!

—Basterebbe una… ma buona… in un teatro di prim'ordine come baritono d'obbligo…

—Dopo tutto, credi a me, meglio la tua solitudine del Barro, osservòAntonio dicendo e contraddicendo con infinita disinvoltura.

—Cento volte meglio…

Antonio, volendo alla sua volta far gli onori della ospitalità, sprigionò una veneranda bottiglia di barolo; ma il baritono ne assaggiò a pena, ed un quarto d'ora dopo, dicendo di non sentirsi bene, volle andare a letto.

«Io posso accomodarti benissimo, gli disse Antonio.

Ma l'altro non ne volle sapere, e tanto fece che lo accompagnammo fin sull'uscio dell'albergo dellaCroce Bianca.

«Verremo a vederti domani.

—Grazie; verrò io… all'alba…

Rimasti soli, Antonio mi toccò il gomito e mi ripetè queste sole parole: «Quindici giorni…», «Un mese!» L'avevo sulle labbra, ma non lo dissi, incominciando a credere che avesse ragione.

Al mattino successivo aspettammo invano; incominciando a temere che il contagio delle abitudini cittadinesche tenesse il baritono a letto fino al mezzodì, andammo a chiedere di lui all'albergo—era proprio uscito all'alba, aveva pagato il conto e non s'era più visto.

«Avrà patito la nostalgia e sarà ritornato al suo nido d'aquila.

—Senza nemmeno salutarci?

—Gli uomini veramente felici non si ricordano dei disgraziati pari nostri.

—Dunque?… dissi io… un mese…

Questa volta fu l'amico a tacere…….

Otto giorni dopo, alle frutta, ci fu recato il solito giornale teatrale die ci visitava periodicamente; Antonio lo aprì, lo scorse coll'occhio, e die un grido improvviso…

«Che è stato?

—Indovina chi fu scritturato?

—Lo indovino! gridai, leggendogli nel volto la notizia… il baritonoTallini!

—Proprio lui!

—Per Londra?

—No…per teatri da destinarsi!!

Evidentemente, nella famosa alba, dopo aver pagato il conto dell'oste dellaCroce Bianca, l'ex-baritono, invece di risalire il monte, aveva preso la prima corsa: Lecco-Bergamo-Milano!

Fante di Picche Pag. 7Una separazione di letto e di mensa 103Un uomo felice 123


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