III.LO SPERIMENTO
La cella dove era stato messo il Lennois era l’ultima di una lunga seguela di camerelle. Un gran terrazzo, da cui si scendea in uno spazioso giardino molto dilettoso, si apriva in questa sua cella, e serviva per que’ dementi i quali, venuti in più tranquillo stato, aveano d’uopo, per prescrizione de’ medici, di respirare l’aria fresca ed ossigenata degli alberi. Queste passeggiate, le quali non si permetteano che in certe ore del giorno, erano spesso feconde di felici risultamenti; imperocchè il moto regolare molto contribuisce a calmare quella specie di agitazione nervosa che accompagna sempre lo stato dell’insania.
In sul cominciamento della follia di Federico, simiglianti passeggiate non gli eran consentite, però che era troppo esasperato lo stato della sua fibra, a tal termine, da non poterglisi permettere libertà di movimenti, o almeno da non poterlo lasciare uscir fuori della sua cella. Ma posciacchè un mese fu scorso dalla sua permanenza a Bicètre, essendo di molto calmati l’effervescenza ed il furore, gli venne prescritta la passeggiata lungo i viali del giardino.
Sogliono per le prime volte i custodi accompagnare i matti in tali passeggiate per isperimentare se questi sono a bastanza rimessi e tranquilli, e per incuter loro un certo timore, nel caso che volessero spingersi ad atti di violenza. Ma di poi che si sono assicurati, per alquanti giorni, della disposizione più dolce e riposata degl’insani, li lasciano in loro libertà, restituendoli in certo modo a quello stato che faccia ricordar loro il tempo in cui non erano assoggettati alla guardia e alla continua ispezione di un uomo. D’altra parte, il giardino, in cui passeggiano i dementi di Bicètre, è circuito da alte mura, e ben difeso da ogni lato: i viali di giocondi arbuscelli son simmetrici e ordinati in guisa da offrire una comoda passeggiata, e senza veruna di quelle cose le quali potrebbero diventar dannose ad uomini privi d’intelletto. Egli è appunto come se fosse luogo destinato ad esser percorso da bambini i quali provino i loro primi passi: non vi è niente di tutto ciò che può formare oggetto di pericolo o di tentazionea quegl’infelici privi di ragione; nessun vivaio, nessuna fonte, nessun pendio: un ordine direm quasi ragionato regna in quel recinto ombroso ed ameno, dove le più ridenti aiuole di fiori spezzano un poco la monotonia dei lunghi viali.
Con prudenza e con avvedutezza si permette a’ dementi qualche volta il passeggiare a due a due o a crocchi; affin che possanoragionartra loro, o, per meglio dire, scambiar tra loro parole più o meno vuote di raziocinii. Simiglianti pratiche non sono del tutto infeconde di beni, e non rare volte, la mercè di esse, si sono sperimentate guarigioni credute impossibili o almeno difficilissime.
Durante l’estiva stagione, sogliono i dementi di Bicètre trarre a queste passeggiate nelle prime ore del mattino o verso il tramontar del sole, quando le aurette della sera incominciano a rinfrescare le calde esalazioni della terra. La primavera copriva di rose e di mammolette le aiuole del giardino e rivestiva di giovine fogliame gli arbusti de’ viali. La natura sembrava rinascere più bella e rigogliosa di vita: un nembo di profumi che parea venir dal cielo si riversava dai poggetti circonvicini seminati di aromatici fiori e di piante odorifere: schiere di giocondissimi augelli si abbatteano, quasi ebbri di felicità, su i rami degli alberi, mischiando i loro striduli e svariati gorgheggi, interrotti soltanto da qualche lontano colpo di schioppo tirato da qualche cacciatore de’ dintorni.
Questa soavità di natura parea che volgesse a più ragionevoli disposizioni le misere creature ritenute nel manicomio di Bicètre, le quali avresti vedute, in sull’ora prima del mattino, andarne a braccio l’una del l’altra lungo i viali; e tra loro così compostamente discorrere su svariati subbietti, nè più nè meno che se ragionato avessero nel pieno lume dell’intelletto. Ad alcuni di loro le fattezze del volto sembravano anche più rischiarate ed aperte; ad altri la fosca taciturnità cedeva il posto ad una sconnessa loquacità, la quale accennava per altro ad un ritorno a più miti sensi; era insomma nell’aria della rinata primavera qualche cosa che dolcemente ricercava le fibre di quegl’infelici, nei quali sembrava smuovere le antiche affezioni dell’animo.
E lo stesso avveniva per Federico Lennois, la cui demenza era caduta in una profonda ipocondria. Egli mostravasi docile e obbediente a tutto ciò che si volea da lui; mangiava poco ma compostamente; dormiva con calma; e, se la ciera allucinata e qualche strana proposizione non avessero testificato tuttavia la sua insania, si sarebbe potuto credere alla perfetta guarigione della sua mente. Ei più non vedeva Ugo Ferraretti in tutte le pallide sembianze; più non mettea spaventevoli strida alla vista o al nome del ferro; più non si ostinava a rimaner digiuno per tema di avvelenamento. I medici dello Stabilimento, i quali erano obbligati a dare all’autorità periodiche relazioni sullo stato di mente del condannato Federico Lennois, scriveano già esser vicina la costui guarigione.
Ci affrettiamo a far conoscere a’ nostri lettori che sir Eduardo Horms, riconosciuto innocente o almeno giustificato sulla morte di Giustino Victor, non aveva avuta altra condanna che quella di abbandonare tra un mese il suolo della Francia. Quest’anima nobile e generosa avea spronato la famiglia Victor e Luigia Aldinelli a presentare al re una supplica, affinchèla pena, cui era stato condannato lo sciagurato giovine Lennois, fosse stata scemata o commutata, nel caso che avesse riacquistata la ragione. Una tal petizione, presentata da coloro medesimi che avevano portato querela contro il Lennois, mosse vieppiù la clemenza del monarca, e la pena de’ ferri fu commutata in quella del perpetuo esiglio dal regno.
Allorchè la grazia sovrana fu letta a Federico, costui non diè segno alcuno d’intelligenza. Non ostante le speranze che i medici faceano concepire della sua prossima guarigione, ci era da scommettere che il perpetuo esilio non avesse a tradursi in una perpetua permanenza a Bicètre.
Due altri mesi all’incirca passarono senza novità veruna nello stato del Lennois, tranne che un giorno gli venne offerto alla vista un visitatore, che avrebbe dovuto fare su lui una qualche impressione, ma che ciò non pertanto non parve esser da lui riconosciuto. Questi era Maurizio Barkley, il quale, poscia che aveva adempiuto al suo debito di salvare un innocente amico ed ismascherare il delitto, era tornato a quella consuetudine dell’animo suo dolcissimo, affettuoso e perdonevole, ed oggi avrebbe voluto, a costo del proprio sangue, riaccendere il lume della mente di Federico, il cui miserevole stato gli moveva il cuore a pietà. E questa sua visita non era stata la prima; ma spesse volte egli era andato a chieder contezza del matto, ed aveva interrogato i medici, offrendo la sua borsa ai custodi, affinchè fossero stati inverso il misero infermo prodighi d’ogni maniera d’assistenza e di riguardi.
Maurizio aveva visitato benanche parecchie volte la famiglia d’Orbeil, la quale, benchè un anno all’incirca fosse passato dalla morte di Giustino, non sapea ritrovare altra consolazione, che nel ragionar di lui con quei pochi amici che traevano a vederla, fra i quali qual degno posto occupasse il Barkley non diremo: egli era l’uomo che si faceva amare da tutti per le carissime doti del cuore, e per quel culto onde venerava e serviva l’amicizia. Maurizio amava soprattutto e con molta particolarità il giovine Augusto, il quale si era mostrato sì caldo e appassionato amico di Giustino Victor.
Il mese di giugno volgeva al suo termine, quando accadde a Bicètre lo strano avvenimento cui abbiamo accennato nel precedente capitolo, e che ci accingiamo a narrare.
Il manicomio di Bicètre, siccome abbiam detto, è esclusivamente destinato agli uomini, come quello della Salpètriere alle donne: debbesi non per tanto far notare che all’ospizio di Bicètre, per particolari raccomandazioni o per altri motivi di eccezioni, si suole eziandio dar ricetto a qualche povera demente. Segregate dal corpo dell’edificio, havvi alcune stanze riserbate a queste eccezioni in favore del debil sesso; e queste stanze riescono colle loro finestre, guardate da inferriate, sovra il giardino dove i dementi sogliono trarre a passeggiare. Situate ad una certa altezza, queste finestre ricevono tutte le benigne e soavi esalazioni del sottostante giardino.
Un giorno, Federico Lennois era uscito pria degli altri suoi compagni, a passeggiar ne’ viali: egli era solo. Una dolce serenità era sparsa sulle sue sembianze, ridotte ora così pallide e smunte da non poterle più riconoscere: la pena con che Dio avea fulminata quella esistenza avevain qualche modo rischiarata la fronte di quell’uomo, e ne avea cancellata la macchia onde il delitto l’aveva bruttata. Federico si accostava ogni giorno vieppiù alla sua guarigione.
Egli adunque stavasene tranquillamente passeggiando nel giardino, allorchè, levati per avventura gli occhi dal suolo, ove pel consueto li tenea conficcati, ebbe veduta, ad una delle stanze delle folli, una donna che si era avviticchiata a’ ferri della finestra, e che parea guardar lui con somma attenzione. La luce del sole che tramontava rischiarava interamente le fattezze di lei.
Non sì tosto Federico ebbe scorta quella demente, mise un altissimo grido, e si diede precipitosamente a fuggire, compreso da spavento grandissimo. Rientrato nella sua cella, egli tremava tutto come colpito da convulsione nervosa, ed era andato a rincantucciarsi dietro il suo letticciuolo, dal quale sito nessuna persuasione potè trarlo. I custodi e i medici non sapeano a che attribuire questo strano fenomeno; gli domandarono se alcuno oggetto avesse veduto che gli avea desto spavento, e Federico, senza rispondere, digrignava i denti, dava segni di paura, più si stringea ed afferrava a’ ferri del letto, ed il suo sguardo esterrefatto esprimeva un invincibile terrore.
Più non fu possibile d’indurlo a passeggiar nel giardino. Ma, a capo di qualche settimana, ad uno dei primi medici dell’ospizio venne un pensiero. Egli era certo che Federico avea veduto nel giardino qualche oggetto che gli avea fatto paura, o che gli avea ridestato una molto dolorosa rimembranza. «Il regno delle rimembranze è il supremo rimedio della follia, avea detto tra sè l’uomo della scienza: ei fa d’uopo richiamarlo nella mente degl’infermi; adopriamoci adunque a discoprire quale è stato l’oggetto che ha prodotto sì terribile impressione sull’animo del Lennois, e ripresentiamolo ai suoi sguardi, nella speranza di oprare su lui una crisi salutare.»
Condotto da questo acconcio e filosofico ragionamento, il medico non istette un gran pezzo a sospettare che forse una delle donne rinchiuse nelle attigue stanze, le cui finestre riescono sul giardino, avesse cagionata nel Lennois quella forte impressione di spavento. Bisognava indovinare qual si era di esse; il che nemmanco gli riuscì gran fatto difficile. Imperciocchè in quelle stanze non erano che solo tre donne, una delle quali era ammalata a letto con dolori alla gamba da non permetterle di muoversi e recarsi alla finestra; laonde una delle altre due esser dovea quella che ei Ricercava. Egli fece dapprima presentare agli sguardi di Federico la più giovine delle due; ma sembrò che costei non producesse nessuna impressione sul demente, il quale guardolla con indifferenza, e senza fare alcun segno di compiacimento o di dispiacere.
Ma qual differenza allorchè l’altra gli fu offerta alla vista! Avviticchiato a’ ferri del suo letto, Federico mettea tali strida che l’ospizio intero erane assordato, e cercava di nascondere il volto nelle materasse, quasi per non farsi riconoscere da quella donna. La quale, benchè non avesse ancora raggiunta l’età del dechinamento, chè non le si poteano dare più di un quarantacinque anni, portava non per tanto su tutta la persona le ruine dello sfacelo morale. Questa donna avea dovuto esser bellasopra modo; ciò si scorgea facilmente alla dilicata regolarità delle fattezze del volto, alla incomparabil forma e al colore degli occhi, alle chiome lunghissime, che ora in pieno disordine le cascavano giù pel collo e per le spalle.
Quando questa donna si vide alla presenza di Federico Lennois, rimase dapprima immobile nel mezzo della stanza: uno straordinario eccitamento lampeggiava ne’ suoi occhi; ella guardava il giovin demente, e si cacciava ambo le mani su per la fronte e tra i capelli, come se una dolorosa sensazione vi fosse di repente scoppiata; le grida di colui pareano ridestarle un molesto passato, che ella si affaticava di ritrovare tra le macerie della sua ragione.
Parecchi medici dell’ospizio erano testimoni di questa scena, da cui si riprometteano salutari effetti per entrambi gl’insani. Era chiaro che quella donna e quel giovine si erano dovuti conoscere, e che tra loro ci era stata per lo addietro una di quelle aderenze le quali non di leggieri vengon poste in oblio. Il medico che avea pensato a tale esperimento non istimò limitarsi a questo saggio: volle fare un altro tentativo.
— Federico Lennois, riconoscete voi questa donna? chiesegli ad alta voce.
Come tosto questo nome ebbe colpito l’orecchio della pazza, un sussulto la colse, e mise un grido, come se fosse stata ferita nel capo; si gittò a dietro le spalle i capelli che le eran tornati sulla fronte; gli occhi sembravano sghizzarle fuori dalle orbite; una vampa ardentissima le accendea la faccia.
— Federico Lennois! — ella mormorava digrignando i denti — Federico Lennois! Oh! oh! Mio figlio!
E un fragoroso scroscio di risa, seguito da strani gesti d’allegrezza accompagnava quel nome che ella pronunziava di frequente, dicendo sempre con un sentimento d’incredibile ironia la parola: Mio figlio!
Federico intanto, cogli occhi stravolti da un irrefrenabile spavento, guardava... Zenaide, la madre sua! Un tremor convulsivo l’aveva assalito; un sudor di morte bagnava la sua fronte.
La Zenaide rideva a colpetti: dicea cose che non si comprendeano; si avvicinò al disgraziato giovine, accovacciato sempre dietro al suo letticciuolo; colle due mani gli afferrò la faccia, e ripetea sempre:
— Mio figlio!... mio figlio!...
E rideva a sganascio. Poscia cessò di botto da ogni ilarità; il suo viso diventò serio, conturbato, ed ella mormorò:
— Al Castello... a Auteuil... Augusto, Augusto...
Questo nome che sembrò ella avesse cercato nel proprio capo, e ora avea ritrovato, operò un’altra crisi singolare.
Zenaide si strappò i capelli, si lacerò le vesti, e ruppe in un pianto così dirotto, che i medici ne trassero buon augurio per la sua ragione.
Era ormai tempo di allontanarla dalla stanza di Federico Lennois. Il medico si avanzò verso di lei.
Ella il ragguardò con occhio in cui splendeva un raggio d’intelligenza.
— Non vi chiamate voi Luigi Reynold?
— Per lo appunto, rispose il medico sorpreso che la matta conoscesse il suo nome.
— E non foste voi, ripigliava colei dopo alcuni momenti di silenzio e di lagrime, non foste voi che assisteste al parto doloroso della Viscontessa d’Orbeil al Castello di Auteuil?
— Io propriamente, rispondeva il medico con batticuore che mai così forte avea provato in sua vita.
Zenaide cadde in ginocchi in mezzo alla camera: i suoi begli occhi nuotanti in un mar di lagrime erano volti al cielo.
— Oh.. io non sono più folle!.. Dio, Dio mio... che sogno orribile è quello che ho fatto! Oh, conservami, gran Dio, conservami la ragione pochi momenti almeno, pochi momenti, affinchè io possa rendere a questo infelice (e indicò Federico) ciò che gli ho tolto... Pochi altri istanti di vita e di ragione. E tu, figlio mio, perdonami, perdonami... Dio lo comanda... Egli rischiara la mia mente pria ch’io spiri, ad oggetto ch’io sveli il mio esecrato delitto, per cui la sua Divina Giustizia mi ha fulminata nello intelletto...
Non sappiam dire con quanta maraviglia gli astanti udivano le parole della Zenaide; nessuno ardiva interromperla. Ella proseguì come ispirata:
— Luigi Reynold, e voi, signori che siete in questa stanza, uditemi uditemi, attentamente... Federico Lennois, l’infelice demente che là vedete, la sventurata vittima della mia feroce crudeltà, non è figlio mio: egli è sibbene Augusto d’Orbeil, figliuolo del visconte d’Orbeil!
E, veggendo che gli astanti la riguardavano ancora come forsennata, ed estimavano le sue parole figlie della follia, ella soggiunse solennemente:
— No, credetemi; in questo momento io non sono matta; ne chiamo in testimonio Dio che mi ascolta, ed al cui cospetto sento che tra poco dovrò comparire; uditemi e.. prestate fede alle mie parole... Io era divorata dall’ambizione e dall’avidità delle ricchezze! Sognava pel pargoletto mio figlio un avvenire ricolmo di tutt’i piaceri dell’umana vita... Da un mese io mi era sgravata, quando un mattino fui chiamata al Castello d’Orbeil; la famiglia era nel disordine e nello scompiglio del dolore; il visconte era fuggito; un parto prematuro e doloroso, conseguenza dello spavento, avea minacciata la vita della madre e del figlio... il quale, pallido e smunto, mi venne gittato tra le braccia, affinchè io il nutrissi col mio latte e allevassi... Nel recarmelo a casa, un orrendo pensiero attraversò la mia mente... ed il posi ad effetto. L’innocente mio bambino riposava nella sua culla; era così bello! Egli era figlio del Conte di Sierra Blonda, di un gran signore che mi avea sedotta, e poscia abbandonata... Io volli che l’astuzia desse a mio figlio ciò che la fortuna gli toglieva. Quando la Viscontessa, rimessa alquanto dalla sua grave malattia, mi fece dire ch’io mi fossi recata al castello col bambino, avendo ella immenso desiderio di abbracciare il frutto delle sue visceri, io tolsi dalla cuna il figliuol mio, e lo presentai alla viscontessa, dandole a credere che quel bambino fosse il suo, e ciò affinchè mio figlio avesse ereditato le ricchezze e i titoli della famiglia d’Orbeil. Ella non avea giammai per l’addietro veduto il proprio figlio, nè alcuno del castello ebbe mai pensiero dell’inganno. Soltanto voi, Luigi Reynold, voi solo potevate discoprire in sul principio il mio tradimento, però chè il figlio della Viscontessa portò nascendo unsegno troppo visibile in sulla schiena; segno che l’età non cancellò giammai, e che oggi forse dovrà servire quale potente testimonio della verità de’ miei detti... Luigi Reynold, vi ricordate che il bambino Augusto d’Orbeil portò dal seno materno una larga macchia nera sul dorso? Ebbene... ecco lì Augusto d’Orbeil... ecco il figlio della Viscontessa... Andate, denudate le sue spalle; e Dio mi fulmini se ho mentito.
Luigi Reynold e tutti gli astanti si affrettarono a trarre verso l’infelice Lennois; gli posero a nudo le spalle, e un grido di sorpresa sfuggì dalle labbra di tutti nel vedere su quella schiena un grande scudo nero!! Federico era caduto in una specie di stupefazione accompagnata da febbre violenta.