IV.UN AMICO

IV.UN AMICO

La trista persuasione di essere nelle carceri non tardò a gittare il piccolo Lennois in uno stato d’abbattimento, di dolore e di rabbia impotente. Egli non si era sottratto alle sevizie della donna che si dicea sua madre che per cadere in una serie di sciagure forse maggiori: non avea cercato la felicità del proprio dominio, che per perdere al tutto ogni libertà; non era fuggito dalla crudele schiavitù di Auteuil che per piombare in una prigione di Parigi!

Il primo periodo della sua vita era passato nelle lagrime della più sventurata fanciullezza; e il secondo periodo incominciava con un’aurora vie più fosca e minacciosa. L’odio, di cui egli si era alimentato a Auteuil, ribolliva con accrescimento di calore nel suo petto; imperciocchè pareagli che la più nera ingiustizia governasse il mondo, e che il far del male al prossimo fosse la suprema legge e l’unico scopo del consorzio civile. La sua mente era gittata in un cosiffatto disordine di idee e in tale antagonismo di verità che l’animo suo ne rimase affetto per tutta la vita.

Egli era restato come fulminato dalla sorpresa a tal termine che il vocìo e il baccano che si fece attorno a lui nel suo entrare in quello stanzone, gli susurravano all’orecchio come uno strano ronzìo; guatava all’intorno con sembiante stupefatto; e nel suo capo stordito correva una idea come se si fosse trovato sospinto improvvisamente in quell’inferno, di cui aveva inteso a parlare nei giorni della sua infanzia.

Gli urli, i fischi, gli sberleffi, gli urtoni pervennero finalmente a trarlo da quello stato d’insensataggine in cui parea caduto. Sul bel principio il fiochissimo lume che era in quel camerone non bastava agli occhi del monello per fargli discernere bene le persone e gli oggetti che stavangli attorno: ma a poco a poco le pupille si fecero a quella scarsezza di luce insino a che tutto il quadro fiammingo si svelò agli sguardi di lui. E non era al certo un quadro racconsolante che apre il cuore e pone il sorriso in sulle labbra. Tutto all’incontro, ci era da sentirsi venir la pelle di oca, da gelare il sangue fine agli accessi del cuore, da sentirsi scombuiar l’animo come per morte.

Erano ivi alla rinfusa gittati su anguste asserelle di letti un mezzo centinaio di omicciattoli da dieci a quindici anni, con certe facce, con certi occhi che avresti giurato non appartenere a razza europea. Vi erano di quelli, la cui capellatura increspata e ritrosa parea volesse fuggire da un capo sconcio e privo d’intelletto; altri che aveano i sopraccigli così malamente piegati in sulle orbite degli occhi e così stretti in sulla glabella, da farli assimilare ad una striscia nera incollata sul basso della fronte; alcuni fanciulli che gittavano un puzzo insopportabile da tutta la loro persona, e che facevano un’armonia strana e curiosa nel tirar su il moccio, il quale minacciava di fluire a grondaie dalle pinne del naso; altri che non aveano fronte di sorta alcuna, a tale che gli avresti presi per scimie; altri che avean il capo conformato come quello del cane, del gatto e d’altro animale men nobile e comune. Aggiungi a queste singolari avvenenze certi discorsi che non gli avresti uditi in bocca ad uomini usciti dalle galere; certi gesti che avrebbero superato la più erotica fantasia. E questa generazione di adolescenti fu la prima società nella quale si trovò lo sciagurato Federico Lennois, cui parea che un incomprensibile destino spingesse al male e al delitto.

Federico era la faccia più signorile, l’intelligenza più limpida, la coscienza men turpe che stesse in quell’assemblea di piccoli demoni: onde è chiaro che egli dovesse essere il più infelice di tutti quei bastardelli già imbestiati dal vizio e dalla fisica sofferenza.

Gittato nel mezzo di quella bolgia di Dante, senz’altra raccomandazione che un calcio, Federico non indugiò a prendere un partito; perciocchè egli avea una di quelle anime che non si lasciano facilmente schiacciare dalla sventura, ma vi resistono con una certa voluttà di coraggio, e finiscono col disprezzarla e non più sentirla... Egli andava a porsi in un angolo di quel camerone, risoluto a tener broncio alla sua sorte nimica: volgea di tempo in tempo una occhiata di disprezzo profondo su i suoi compagni di prigione, e si sarebbe fatto mozzar la lingua piuttosto che scambiare un motto con alcuno di loro. Era qualche cosa in fondo all’anima sua, che gli dicea, non valer quella mano di birbe idioti l’onore d’una sua parola: una superiorità, di cui egli stesso non sapea rendersi ragione, gli facea una legge di non accostarsi in modo alcuno con quei turpi rampolli del vizio ignobile e strisciante, i quali non aveano nessun pensiero, nessuno scopo, nessuna ambizione, e che facevano il male soltanto perchè nelle loro vene correva un sangue infame.

Era pertanto impossibile che que’ piccoli manigoldi lo avessero lasciato tranquillamente segregato nell’angolo scuro del camerone. Parecchi seguitavano a burlarsi di lui, e maggiormente s’indispettivano quanto meno colui sembrava far caso delle loro beffe: vari altri, più insolenti, se gli buttavano addosso fingendo di ruzzar tra loro: e da ultimo, non si pose più freno allo insulto, e apertamente si dichiarò la guerra contro il novellocollegiale. Federico era stanco di sopportare quelle proditorie offese; la sua faccia divenne gialla per rabbia e per sete di vendetta; balestrò un occhiata di sangue intorno alla camera per trovare un arma qualunque; e, non veggendone alcuna, si gittò come leone sull’asse d’un letto; imbrandì col taglio quell’arma strana e terribile, e fece pioverecolpi disperati sulle teste di quanti gli vennero sotto. A molti il sangue solcava la fronte e le guance.

I custodi lo afferrarono e lo trasportarono ad un’altra prigione più trista, più scura, più umida: un antro di quattro palmi, in fondo al quale giaceva un essere umano.

Era un uomo di circa trent’anni: pressocchè tutto il volto era coperto da una barba così bionda che pendeva in rosso: la guardatura era torva e sinistra, e le sopracciglia raggrottate, il capo abbassato sul petto: la pallidezza estrema del volto addimostrava la tristezza dell’animo e il decadimento del corpo. Ciò non di meno, era nelle fattezze di quest’uomo, in ben considerandole, qualche cosa che parlava in suo favore, e che non respingeva al tutto una simpatia di pietà.

Nell’entrar che fece il piccolo Federico in quello speco, quest’uomo era gittato interamente all’ombra sovra un paglione; non dormiva, nè era desto, perciocchè si trovava in quello stato d’indolenza sonnacchiosa e di apatia brutale, in cui cadono sovente gli uomini che non hanno niente più a sperare o a temere.

Quando la porta fu chiusa dietro il piccolo compagno che il caso gli metteva a fianco, quell’uomo non si mosse dalla sua giacitura, e soltanto fece udire un suono come d’un grugnito.

Passò qualche tempo prima che i due compagni di carcere si fossero scambiata una parola. Ma non era possibile durar nei silenzio per lunga pezza. Comechè molta distanza di età fosse tra loro, la necessità di trovarsi congiunti in quel luogo di pena, l’istinto della società che è in tutti gli uomini, il bisogno di udire la voce umana, che è pure un gran bisogno, in ispezialità nella sventura, doveano alla perfine avvicinare moralmente i due esseri che erano così stranamente riuniti. D’altra parte, abbiam detto che l’aspetto del carcerato, quantunque miserando e repulsivo a prima vista, non poteva mancare, dietro un’attenta osservazione, d’ispirare un senso di fiducia; siccome l’aspetto di Federico, il quale la crudel sorte della sua fanciullezza e i maschi pensieri che nudriva avean fatto più grande della sua tenera età, non poteva che eccitar la compassione e forse un sentimento di riguardo, se si portava una critica attenzione alla gentilesca finezza dei suoi lineamenti.

Egli avvenne però che, dopo un’oretta, i due compagni di prigione si avean comunicato i loro nomi, ed erano divenuti, come dicesi, intrinseci amici. Quell’uomo si chiamava Paolo Dumourier, di Parigi; era accusato di falsità di firme: il suo caso era strano e curioso a un tempo: così raccontollo al Lennois che attentamente l’udiva:

«Una sera, prese a dire Paolo Dumourier, io vagava tristamente in uno di quegli spazi assai estesi al settentrione della riviera della Grève: non mi era riuscito nessun affare durante tutto il giorno, sì che io sentiva la rabbia del rubare; giacchè tu devi conoscere, bel fanciullo, che è per noi una giornata nefasta quella in cui non ci vien fatto di toglier la borsa a qualche merlotto. Non era da perdere interamente la speranza di qualche bottino, perciocchè non era tardi, e da poco le ombre della sera erano cadute su i quartieri di Parigi... Infatti, passando d’accosto a unabottega, scorsi un uomo ben vestito e di aspetto onesto il quale facea delle compere, e poco di poi il vidi porre le mani in tasca e cavarne un portafogli da cui trasse un biglietto di banco, e il consegnò al mercante che gli avea venduto alcune mercanziuole di qualche pregio... Arrivai a intravedere che quel biglietto di banco era compagno di altri molti parimente contenuti in quel portafogli, e sentii battermi il cuore al pensiero della bella ed onorevole impresa che la sorte mi offriva. Quel signore, che all’aspetto e alla vestitura parea forestiero, poscia ch’ebbe pagato le sue compere, partissi celeramente insaccando il portafogli in uno de’ tasconi di fianco del suo lungo soprabito bigio. Egli prese la via Pelletier, ed io gli tenni dietro, studiando il modo d’impadronirmi di quel prezioso taccuino. Camminammo lunga pezza e passammo per vari quartieri; io nol perdetti giammai di vista.

«Giugnemmo al teatro dell’Ambigu-Comique: l’amico si fermò al posto dello spaccio de’ biglietti. Un felice pensiero mi surse in mente. Ratto come il baleno, mi accostai anch’io, e vidi ch’egli aveva preso un biglietto di platea: io aveva in tasca alcuni franchi; li gittai tosto sulla tavola dello spaccio, e dimandai pur io un biglietto di platea.

«Non abbandonai un istante il mio forestiero; me gli posi appresso, e fui avventurato a segno da potermi sedere a fianco di lui e propriamente alla sua dritta, dov’egli aveva insaccato il portafogli. Una metà del colpo era fatto, giacchè il resto non dipendeva che dalla destrezza della mia mano, della quale io era più che sicuro. In effetti, non passò un terzo d’ora, ed il sospirato portafogli era venuto ad alloggiare in una delle tasche de’ miei calzoni. Si comprende benissimo ch’io mi affrettai di abbandonare il mio posto e il teatro.

«Non sì tosto in istrada, accelerai il passo, infilzai una infinità di strade, e dopo una mezz’ora io era ben lungi dal teatro della mia illustre impresa.

«Arrivato alla mia momentanea abitazione sulbaluardoche si estende a guisa di riviera, lungo il lato occidentale del fossato della Bastiglia, la prima cosa ch’io feci fu di aprire il portafogli per conoscere a che somma ascendessero le polizzette che vi si conteneano. Erano nove biglietti, ciascuno della somma di mille franchi al latore sulla Banca di Parigi. Io era dunque possessore di novemila franchi! Io mi sentiva bruciar le tempia e ribaltare il cuore dal piacere... Era il più bel colpo che avessi mai fatto nella mia carriera di ladro! Feci quella notte un sonno dolcissimo, e, allo svegliarmi in sulla dimane, formai mille proponimenti per l’avvenire. Io avea conservato un poco di danaro contante in fondo d’una specie di cantina; pensai cambiare un paio di quei biglietti per ammucchiare un po’ di oro e conservarlo assiem coll’altro... Io non portava nè la barba nè i baffi, stimai però, pria di tutto, esser conveniente trasformare alquanto le mie sembianze per non essere riconosciuto, nel caso lontanissimo che mi fossi avvenuto nel forestiero della scorsa sera: mi applicai però sulle labbra un paio di basettoni posticci, ed uscii in cerca di novelle avventure. Ma, per la contentezza, quella mattina io voleva generosamente refocillare il mio stomaco, e mi recai al primo ristoratore delBoulevard Mont-martre; comandai le più squisite delicatezze di pescie di vini; mi detti un’aria di milord, mangiai come un Inglese, e bevetti come un Tedesco. Finita la mia colazione, cacciai, con alquanta circospezione, il mio portafogli; ne cavai una di quelle gioie di polizze, e la posi nelle mani del garzone, dicendogli che mi avesse dato il resto in oro, tenendosi la giusta estimazione dell’aggio di questo metallo. Tutti gli astanti mi squadravano con moltissima attenzione; la qual cosa io sopportava con mala voglia, ed aspettava con impazienza che il garzone mi avesse arrecato i miei luigi, per isvignarmela prestamente: perocchè mi sembrava in tutte le facce, che io vedeva, di riconoscere quella del forestiero, cui aveva involato i novemila franchi.

«Il mio vestimento non corrispondeva alla splendidezza ond’io avea pagato il mio scotto: epperò questa visibile contraddizione poteva generar qualche sospetto; ma la fredda compostezza della mia fisonomia, l’aria singolare che mi davano i miei novemila franchi, allontanavano presto le occhiate de’ curiosi, o se alcuno continuava a ragguardarmi, era con quella specie di rispettosa ammirazione con la quale si sogliono guardare gli uomini ricchi.

«Era più d’un quarto d’ora ch’io aspettava il mio denaro; e il garzone non tornava: feci chiamare il padrone del luogo: e questi mi disse che il garzone era ito dal più vicino cambista per ridurre la polizza in contanti; e che però avessi avuto la bontà di aspettare altro poco, non potendo quegli di molto indugiare. Mi accorsi peraltro che, quest’uomo, mentre diceami ciò, aveva in sul labbro un certo sorrisetto beffardo che non mi andò a sangue e che mi dette una vaga apprensione, la quale pur troppo doveva essere giustificata.

«Non aspettai un gran tempo, e vidi entrare nella stanza, dov’io era seduto fumando e facendo tranquillamente il mio chilo, il garzone; ma egli non era solo: venivangli appresso un ispettore di polizia e due gendarmi, i quali m’intimarono di seguitarli.

«Mi si legarono le mani, si rovistarono le mie tasche; il taccuino e quant’altro aveva addosso mi fu tolto; venni gittato in una carrozza seduto tra i due gendarmi e coll’ispettore di fronte. Arrivammo a non so qual luogo di giustizia: subii un interrogatorio; peraltro io era sorpreso di non vedere il volto del forestiero, ch’io immaginai mi avessi, per una funesta casualità, riconosciuto e denunziato all’autorità. Ma qual fu la estrema mia maraviglia nel sentirmi accusato di falsità! Que’ biglietti sulla Banca di Parigi eran falsi! Protestai la mia innocenza. Confessai di esser ladro ma non falsario; raccontai fil per filo e genuinamente il furto che io avea fatto al creduto forestiero, il quale era il vero falsario, o almeno quegli che potea dar contezza della falsità. Non fui creduto e, siccome io non potetti rispondere alle diverse interrogazioni che mi vennero fatte, risguardanti la pretesa falsità di che io era accagionato niente meno che contro lo Stato, imperocchè erano polizze sulla Banca di Parigi quelle che erano falsate, fui gittato in questa prigione dove sto da oltre sei mesi, senza sapere quale sarà il mio destino. E così, bel ragazzo, tu vedi in che modo singolare io sono stato punito la prima volta che in realtà non ho rubato niente (perchè quelle carte non aveano un valor positivo e legittimo) mentre da tanti anni che rubo ho saputo sempre ingannarel’autorità. Sarebbe mai vero che Dio NON PERMETTE GIAMMAI SULLA TERRA L’IMPUNITÀ DEL DELITTO?»

Questo che avea raccontato Paolo Dumourier sembrò fare una profonda impressione sul piccolo Federico, e massime l’ultima osservazione che era sfuggita dalla coscienza di quel ladro. Il rimanente della notte fu speso in gran parte nella più confidenziale conversazione; e Federico si credè in dovere di narrare anch’egli il successo pel quale si trovava in prigione.

Paolo Dumourier, benchè esercitasse il vergognoso mestiero di ladro, e benchè cresciuto senza verun principio di onore, non avea però l’animo interamente corrotto e malvagio: era in fondo del suo cuore qualche cosa che il facea battere per coloro che soffrono per ingiustizia o per mera altrui crudeltà. Quest’uomo, che rubava freddamente la borsa al suo vicino, si sarebbe forse spinto nel fuoco per salvar qualche innocente senza pensiero di guadagno e di mercede. Vi sono alcuni misteri nell’anima dell’uomo che tutta l’umana scienza non basta a spiegare. Talvolta, per trovare un eroe, non è necessario il cercarlo tra gli uomini elevati dalla religione, dalla nascita, dall’educazione o dalla scienza: basterebbe scendere nelle più abbiette regioni della società, ed anche in quei luoghi di pena che la Giustizia umana dischiude all’usurpazione, alla violenza, all’assassinio.

I martirii narrati da Federico, le sevizie incredibili alle quali assoggettavalo sua madre; la beffarda crudeltà dei giovanotti del castello di Orbeil; la barbarie della morte del cane Astolfo, e, da ultimo, il suo imprigionamento, aveano mosso a pietà il cuore del Dumourier, il quale francamente avea significato i suoi sentimenti pietosi al garzoncello Lennois, manifestandogli nel medesimo tempo una sincera affezione.

Federico dunque trovava un amico là dove giammai non avrebbe potuto sperarlo. A tal modo la Provvidenza confonde la stolta ragione umana e i suoi mali argomenti. L’uomo si spigne con frenetica ardenza verso un bene da lunghi anni sospirato, l’abbraccia con islanci di matta gioia; e subitamente dal seno di quel creduto bene scaturisce il disinganno, il disgusto, e non poche volte la sventura. Un altro, pel converso, cade nella voragine di ogni male, credesi giunto all’imo della sciagura e della miseria; niente potrebbe farlo più infelice; ed ecco, sorge da quella voragine un raggio di luce che allieta l’animo, una speranza che addormenta il dolore, una contentezza incredibile che disarma la disperazione, che volge la bestemmia in dolce rendimento di grazie, e che opera una di quelle salutari trasformazioni onde si redime un’anima.

Parecchi mesi passarono senza che alcuna novità fosse venuta a interrompere la monotonia della prigione. Paolo Dumourier avea giurato a Federico Lennois un’amicizia a tutta prova; ma questi, mostrandosi grato all’amico, non avea, nella singolar tenacità dell’animo suo, posto in obblio lo stolto giuramento che gli faceva un dovere di odiare gli uomini.

Eppure, Dumourier lo amava davvero, lo amava senza pensieri secondarii, lo amava perchè leggeva sulla fronte del fanciullo un’anima non comune, e perchè il povero Dumourier era stato sempre solo, poi ch’ebbe perduto un fratello dell’età di Federico. Il ladro accresceva il piatto delfanciullo, aggiugnendovi un poco del proprio; il facea dormire il più comodamente che fosse possibile, e mostravagli tanti testimoni di affezione, che Federico ne era tocco e felice, e si abbandonava qualche volta al piacere sovrumano di amare un uomo intelligente e sensitivo.

Benchè non di frequente avvenisse, pur tuttavia Federico apriva il suo cuore a Paolo Dumourier, e nelle lunghe notti invernali, palesavagli i suoi sogni infantili, i pensieri che spesso il visitavano; e questi pensieri erano sì alti e sì belli ch’ei sentivasi battere il cuore e non sapea donde gli venissero. Diceagli come ei sarebbe stato felice di essere, per esempio, una celebrità di qualsivoglia maniera; com’egli sentivasi nato per qualche cosa di non comune e prosaico, e come un segreto presentimento avvertivalo che un giorno egli avrebbe riempiuta la Francia col suo nome.

Dumourier sorrideva a queste parole del giovinetto, e tanto più se gli affezionava quanto più scorgeva in lui elevatezza di aspirazioni e nobiltà di animo.

Un giorno, Dumourier, abbracciato Federico Lennois, gli disse di botto:

— Ebbene, mio piccolo grand’uomo, sai a che cosa ho pensato?

— A che cosa?

— A salvarti.

— Come! a salvarmi!

— Sì, a farti libero, a farti fuggire da questo carcere. Ho combattuto qualche mese con siffatto proposito; perchè, dicoti il vero, mi piange il cuore al pensiero di perderti e di non rivederti forse mai più; ma mi son detto che l’amicizia non debb’essere egoista, e che non bisogna, per soddisfare al proprio cuore, astenersi dal rendere un gran servigio. Chi sa! forse ci rivedremo, forse no; il domani è scuro come questo antro maledetto nel quale hannoci sepolti, scordandosi al tutto di noi.Il domani è sempre quel che noi meno immaginiamo.

Federico ascoltava con somma attenzione questo straordinario linguaggio del ladro, e sentivasi pulsare il cuore per sentimenti di riconoscenza e di amore.

— Voi dunque potreste farmi uscire da questa prigione? chiedeva al Dumourier spalancando due occhi pieni e rotondi, perciocchè il suo volto, per la estrema sottigliezza in cui era venuto, era tutt’occhi.

— Ben lo potrei, rispose il ladro con un sorriso di amorevolezza, che andò a colpire il fondo del cuore del garzoncello.

— E in che modo? dimandò questi.

— Non occorre dirti tutto quello a cui ho pensato. Soltanto voglio farti una semplice interrogazione: Mi amerai tu un poco quando io ti avrò renduto alla libertà?

Federico si fe’ rosso come brace e mormorò sotto voce:

— Cercherò di provarvi un giorno la mia riconoscenza.

— Ascoltami bene. Hai tu veduto il figliuolo del nostro carceriere? Hai tu osservato ch’ei ti rassomiglia a capello, per la statura e pel volto, tranne che quel fanciullo ha una faccia stupida e selvaggia, mentre la tua è nobile ed intelligente? Spesse volte suo padre lo mena da noi ed il farestare qui qualche tempo. È certamente il cielo che ha fatto questo prodigio di rassomiglianza per salvar te, e per fare che io nobiliti la mia vita con una bella azione. Avvenga che può, ecco il proponimento che ho formato. La prima volta che quel fanciullo tornerà da noi e resterà qui, ti spoglierai in un attimo dei miseri cenci che ti coprono, mentre io svestirò il fanciullo de’ suoi panni. Tu te ne vestirai al più presto, e uscirai fuori della prigione, imitando la voce e l’andatura del figlio del carceriere. Tu hai senno ed abilità; saprai con destrezza raggiungere la porta maggiore ed illudere i custodi, i quali sono da molto tempo avvezzi a veder entrare ed uscire questo fanciullo. Una volta che sarai fuori di questo carcere, non indugiare ad abbandonare Parigi. Ho pensato anche ad un poco di denaro che ti sarà necessario ne’ primi giorni della tua fuga. Non sì tosto sarai libero, ti recherai alBoulevard... numero 13 bis: entrerai nel fondo di una specie di cantina posta alla dritta di un angusto cortile; scenderai alcuni gradini, e in una fossetta, solidamente ricoperta da una pietra, troverai qualche centinaio di franchi in oro che io solea conservare per le inattese emergenze. Hai ben capito?

Federico restò trasognato e stupefatto; affisava con istupore grandissimo quell’uomo straordinario, credendo che il detto da lui fosse un’amara burla; ma le sembianze del ladro eran questa volta gravi e solenni, e sulla sua fronte pallidissima raggiava la contentezza di una nobile azione.

— E che ne sarà di voi? dimandò Federico. La giustizia non vi chiederà conto della mia sparizione?

— Non penso a questo. Ho tante volte meritato il gastigo per turpi azioni, che ora son contento di meritarlo per una buona; e tante volte ho trovato l’impunità alle mie colpe, che ora spero trovarla alle mie virtù. Ad ogni modo, io sono risolutissimo di salvarti, e ci riuscirò, purché mi secondi con destrezza e senza titubare.

La fortuna non poteva meglio favorire l’ardito proponimento del Dumourier. Non passarono due o tre giorni; e l’occasione si presentò mirabilmente propizia.

In pochi minuti il travestimento era operato. Dumourier avea ligata la sua cravatta alla bocca del figliuolo del carceriere, e il tenea fermo per le braccia; mentre Federico, vestito coi panni del fanciullo, ingannava la vigilanza delle guardie, passava con gran disinvoltura per tutti gli usci delle carceri, e riusciva a raggiungere sano e illeso il sito indicatogli dal suo salvatore.


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