IX.IL CARNEVALE DI PISA

IX.IL CARNEVALE DI PISA

Era giunto il tempo di carnevale.

La bella strada di Lung’Arno si animava di cocchi ripieni di mascherate, di canti e suoni popolari, di giocose brigate, di festevoli compagnie. In ogni casa era un divertimento; i ricchi spendeano a mano franca; i poveri vendeano o impegnavano le loro masserizie; le donne si abbandonavano con gioia alla danza, gli uomini anche più seri faceano mille follie. Tutti insomma dimenticavano le cure, le faccende, i pensieri e si davan tempone, non conoscendo altro dovere che il divagamento, altra legge che il piacere.

La vita umana è così breve! il piacere così raro! la ragione così fiacca! le passioni così prepotenti! Vi è tanta seduzione negli occhi delle donne, ne’ bicchieri di sciampagna, negli accordi melodiosi d’una musica inebbriante!

Durante tutto il carnevale, Federico aveva spinto l’amico Ferraretti a’ divertimenti di ogni sorta: la mattina al quadro; la sera all’osteria, al giuoco; al ballo. In pochi giorni Federico avea renduto il giovine Ugo esperto in ogni maniera di danza; e questi vi si abbandonava con quell’ardore che a nulla riflette.

In mezzo al fascino de’ veglioni, Ugo avea per poco dimenticata la sua Luigia: egli vedeva ogni sera tante belle donne, che gli sorrideano e lanciavano occhiate da renderlo matto di amore! Egli non avea più, per così dire, il tempo di pensare alla sua Luigia; tranne quando lavorava al suo quadro, il quale, essendo quasi finito, non richiedea più che qualche mezz’ora al giorno. Alcune volte, quando Ugo ritiravasi a casa trafelato e stanco per lunga veglia, l’immagine di Luigia se gli affacciava al pensiero e gli rimprocciava la sua dimenticanza, il suo abbandono: spesso lo avvertiva di starsi in guardia contro le insidiose suggestioni dell’amico... Ma il sonno, che si abbatteva immediatamente su quella spossata organizzazione, cancellava la cara immagine, e ne riproduceva di meno pure e modeste alla febbrile fantasia del Ferraretti.

Nel porsi a letto, Ugo sentiva ogni sera un calore febbrile, il quale era succeduto da brividi irresistibili d’intenso freddo. Una smania indicibile, un affannoso eccitamento il tormentavano e il faceano balzare sulle materasse: il sonno era pieno di larve: eran vaghe e scinte donne che trescavano; giovinotti che lo invitavano al piacere; era una confusione di colori, di luce, di fiori, di suoni; un turbine incessante nel quale ei si avvolgea senza tregua e fino a che cadea spossato e infranto.

Da queste notti ambasciose Ugo si alzava a stento: tutte le membra gli dolevano; il capo gli pesava come se fosse stato ripieno di gran massa di piombo; le braccia gli cascavano inerte, e le ginocchia si ricusavano al movimento.

Un’apatia invincibile s’impadroniva di lui, per modo che non avea la forza neanche di vestirsi. Qualche volta ei rimaneva mezzo vestito e seduto sulla sponda del letto per due o tre ore, senza poter muoversi e senza sentirsi forte abbastanza da levarsi e vestirsi: rimaneva immobile in quella positura, fino a tanto che arrivava l’amico Lennois. Allora il volto di Ugo si animava; una certa vita si appalesava in lui; l’immagine dei piaceri della veglia davagli forza a sopportar la fatica de’ piaceri che lo aspettavano la sera.

Veggendo il Ferraretti a tal segno prostrato di forze, Federico sentivane contento, però che si avvicinava il tempo in cui doveva estinguersi la vita di Ugo. Il carnevale non doveva finire prima che questi fosse finito.

Era l’ultima domenica di carnevale. La neve scendeva a lenti fiocchi sulla terra e si ammonticchiava sulle alture delle case. Ugo Ferraretti si alzò ben tardi: la sua faccia era così bianca che sembrava un riverbero del letto di neve ond’eran ricoperte le campagne circostanti allaCasa di Satana. Egli non avea potuto chiuder l’occhio in tutto il corso della notte precedente; chè le larve de’ suoi estinti fratelli e quella della madre di fresco trapassata aveano popolata la diserta sua camera da letto. Oltre a ciò, una civetta era venuta a posarsi sulla ringhiera del balcone e non avea cessato di fare udire il suo funebre canto, quasi che avesse sentito colà il fetore d’un morto. Ugo avea desiderato con ansia la luce del giorno, e, quando questa ebbe fugate le tenebre, la pesantezza dell’aria esterna e la densa nebbia che avviluppava le strade facevano ancora durar la notte. Ma in sull’alba Ugo si addormentò; e il suo sonno durò fino alle undici; fu un sonno febbrile visitato da spaventevoli fantasmi.

Alzatosi, Ugo die’ le ultime pennellate al suo quadro laPreghiera. E non sì tosto fu compiuto questo sublime lavoro, la campana della Torre pendente annunziò esser giunto il giorno a metà del suo corso, e chiamava i fedeli all’ultima Messa che si celebrava nella Cattedrale. Ugo voleva assistere al divin Sacrificio, ma la forza gli mancava; le ginocchia piegavansi sotto di lui; e, al di fuora la neve copriva di candide stelle le regioni dell’aria.

Federico neanche giungeva, e Ugo si sentiva infelice senza il suo amico: la solitudine era per lui oggimai la miseria, la febbre, le larve di morte, la tisi; il canto della civetta gli rintronava tuttavia nelle orecchie.

E stette così fino a sera... Quando la luce si perdè nel cielo, essarinacque più viva e rossa nelle case e nelle strade, le quali rifulsero di mille falò, di mille fiaccole e fanaletti, di mille nicchi accesi in sulle ringhiere dei balconi e sulle soglie sporgenti delle finestre. Carnevale spasseggiava sulle vie di Pisa, e il suo lungo mormorio arrivava sino agli orecchi di Ugo Ferraretti... Allora una specie di rabbia nervosa afferrò l’infelice artista: egli avrebbe voluto slanciarsi nel mezzo della folla festante, mischiar le sue grida a quelle dell’ebbra gioventù che berlingava ne’ baccanali del carnevale: avrebbe voluto satollarsi di piaceri fino a morire nell’ebbrezza: avrebbe voluto immergersi fino alla gola nella più sbrigliata intemperanza, per non trovarsi più a faccia a faccia coi proprii pensieri, cogli orribil pensieri di un tisico.

Disperate lagrime solcavano le guance di Ugo; lagrime di debolezza, di delirio... Pochi mesi fa, quel caro giovine avrebbe con indifferenza e forse con disprezzo e pietà gittati gli occhi su quelle lontane scene di sollazzi e di piaceri, ed avrebbe trovato nella religione quella felicità che ora ei dimandava alle larve ingannatrici del mondo. Ma pochi mesi fa, il Francese non avea calpestata la soglia di quella casa!

Mezz’ora all’incirca era stato Ugo Ferraretti inchiodato a’ cristalli del suo balcone, quando il campanello dell’uscio di scale suonò stridulamente. Ugo fece un balzo sopra se stesso e corse ad aprire.

Era il suo amico Ducastel, il quale sfoggiava per lusso ed eleganza di vestimento.

— Il quadro? dimandò questi nell’entrare, perciocchè vedendo sì mal ridotto il misero giovine, temè non fosse morto innanzi di dare le ultime pennellate al quadro.

— Finito, interamente finito, rispose Ugo, e si affrettava ad accendere un lume ad olio.

Il volto di Federico si rischiarò, e dal suo petto si sprigionò un gran sospiro.

— Io vi aspettava con impazienza, Ferdinando, disse Ugo, mentre il Lennois gittava gli avidi occhi sulla tela: era inquieto, però che in tutta questa giornata io non vi ho veduto.

— La gran neve che è venuta giù... e poi, questo benedetto carnevale uccide il tempo... visite, amici, inviti... Ma tu hai una cera terribile questa sera!... Andiamo su, a divertirci, voglio menarti al ballo in maschera di Clorinda Valdelli, la cantante.

— Ah! Clorinda Valdelli! davvero! Voi mi portate in sua casa!

— Sì, sì, le ho parlato di te; ella brama di conoscerti, e sono arcisicuro che sarai ben accetto.

— Andremo in maschera?

— Certo; ho lasciato laggiù nella carrozza due dominò uno rosso e l’altro nero; il primo per te, il secondo per me.

— Vi sarà molta gente?

— Un diluvio di belle donne; la più brillante gioventù di Pisa; affogheremo nello sciampagna, e ti dico in confidenza che noi saremo dellapartie carrèe.[4]

— Che significa?

— Lo saprai... Dimmi un poco, hai dormito abbastanza la scorsa notte?

— Niente; la tosse mi ha impedito... Ho avuto una notte orribile... ho sofferto... assai... assai...

— Tanto meglio!... voglio dire, tanto peggio; perchè stanotte non si dormirà; il giorno ci sorprenderà dalla Valdelli; ma vestiti, su, fa presto; voglio presentarti a lei prima che giunga la folla degl’invitati e degli adoratori.

Dopo mezz’ora, Federico Lennois presentava Ugo Ferraretti a Clorinda Valdelli, cantante ricchissima e amica dei piaceri.

La Valdelli era una donna a trent’anni, assai bella, ma di costumi non al tutto irreprensibili. La cronaca dei salotti non la risparmiava; e sulle attinenze di costei correvano alcune voci le quali aveano molto fondamento di verità, e non erano lusinghiere per la sua fama.

La società che la Valdelli ammetteva nelle sue sale non era certamente la più scelta; il bel sesso che vi figurava apparteneva a quel genere di donne che non fanno troppo sospirar gli amanti. Le scene fornivano il lor contingente, erano mogli e sorelle di artisti, cantanti in prospettiva, ballerine di passaggio o in permanenza; insomma vi accorreva quella classe di donne, ottime per una festa di carnevale.

Ci era un profluvio di uomini: le maschere confondeano le condizioni; ed era meglio così, imperciocchè queste non erano tutte alte e onorevoli; la confusione e il pericolo vi dominavano, e la padrona di casa non si mostrava molto scrupolosa in fatto di ricevimenti. Era da scommettere che due terzi delle persone le quali si trovano nelle sue sale non erano conosciute da lei. Questa noncuranza è comoda per chi riceve e per chi è ricevuto: ma spesse volte bisogna esclamare in mezzo al brio della festa:Badate alle tasche.

La festa era splendidissima, se si considera la quantità dei lumi, lo sfoggio delle maschere e il gran numero di gente che ingombrava il salotto da ballo. Nelle stanze attigue si giuocava, si fumava, si beveva; e ciascuno trovava a soddisfare il proprio gusto.

Carnevale era nel suo seggio in quella casa: il divertimento era la legge che vi dominava. Tutta la scioperata gioventù studentesca di Pisa e dei dintorni era raccolta nelle sale della Valdelli, la quale distribuiva a dritta e manca i tesori de’ suoi sorrisi. Ma al ballo essa non volle per compagno che il giovine Ugo Ferraretti: ella stessa si offrì a ballar con lui in tutta la serata. Si sarebbe detto che ella avesse giurato di stancarlo a morte, perocchè volle provar con lui la contradanza, il valser, la galoppa, il cancan.

Dalla Valdelli si ballò ilcancanfrancese, e nessuno ricusò di ballarlo: lo sciampagna era in terzo tra le coppie.

La Valdelli era vestita alla polacca: la sua bella persona spiccava sotto i vivaci colori di questocostume; e la sua folta capellatura le cadea sulle spalle, uscendo dal grazioso berretto.

Dai suoi sguardi partivano scintille infiammate. Ugo si sentiva scoppiare il petto.

Ogni sorta di maschera era ivi: ogni paese sembrava che fosse rappresentato dal suocostumeparticolare... Il vocio, il rumore, le chiacchiere, gl’intrighi, la musica, la danza, la varietà dei colori e delle fogge, la stranezza delle larve di cera; tutto ciò produceva un effetto singolare e dava il capogiro, la vertigine, l’ebbrezza.

Ugo parea sostenuto in vita dalla forza del piacere. La Valdelli non lo lasciava un solo istante, ella scambiava occhiate significative con Federico Lennois: Ugo Ferraretti era la vittima designata. Egli doveva morire sotto l’affanno di un valsero.

Un dominò nero, che aveva in testa un berretto di velluto con una larga penna scarlatta, era sempre dappresso alla coppia di Ugo e di Clorinda Valdelli. Questo dominò parea che non prendesse parte alcuna alle comune letizie: esso affissava costantemente quella coppia, e sembrava seguitar cogli occhi con perplessa ansietà i loro vorticosi movimenti nel valsero, o voler carpire le loro parole nelle contradanze.

Una volta questo dominò si avvicinò al Ferraretti, e, nel momento in cui la Valdelli era intenta a rispondere ad alcune maschere che le avevano presentato dei confetti e dei fiori, sottovoce gli mormorò nell’orecchio queste parole.

— Voi v’immergete in tutte le delizie del ballo; e la vostra Luigia piange pel crudele abbandono in cui la lasciaste.

Ugo fu scosso, si voltò subitamente; afferrò il braccio di quel dominò, ma questi giunse a distrigarsi, e disparve in mezzo alla folla.

Ugo rimase come colpito da un fulmine, ma fu strascinato al valsero dalla sua inesorabile compagna: era giunto il momento del più gran delirio. Quel dominò intanto non si lasciò più vedere.

Il valsero durò circa un terzo d’ora. Il colpo fatale era dato al misero giovinetto: egli si sentiva affogare, e più non potea respirare.

Verso le tre dopo la mezzanotte, la Valdelli menò Ugo Ferraretti in un salottino, dov’era imbandita una mensa con quattro posate.

Federico Lennois era seduto a fianco di una bionda giovinetta sorella della Valdelli.

Clorinda invitò il Ferraretti a sedere al suo fianco. Le due coppie erano l’una di prospetto all’altra.

Ogni maniera di squisitezze era su quella mensa, tra vaghi mazzolini di fiori, nitidi cristalli e rilucenti doppieri di argento indorato.

Rinunziamo a dipingere la folle gaiezza del banchetto. L’ilarità attuffava la ragione. Un residuo di modestia fu soffocato ne’ vapori dell’ebbrezza.

Ugo si trovò la Valdelli nelle braccia. Egli sentivasi ardere e divampare il petto.

Lo sciampagna fremea nei bicchieri, come il sangue nelle arterie di quei quattro commensali.

Dieci bottiglie disparvero in un baleno. Ugo ne aveva bevuto tre egli solo...

Le sue labbra erano lividissime.

La Valdelli cantava:

Allor che ne’ be’ vorticiD’un valse ei mi stringea,E che il suo sguardo elettricoQuest’anima accendea;Rapita in ciel credeamiNell’estasi d’amor.Oh, suora mia quell’aereTutto spirava amore:Stretta al suo seno e trepida,Scoppiar sentiami il core.Quell’ora sì incantevoleOh se tornasse ancor!

Allor che ne’ be’ vorticiD’un valse ei mi stringea,E che il suo sguardo elettricoQuest’anima accendea;Rapita in ciel credeamiNell’estasi d’amor.

Allor che ne’ be’ vortici

D’un valse ei mi stringea,

E che il suo sguardo elettrico

Quest’anima accendea;

Rapita in ciel credeami

Nell’estasi d’amor.

Oh, suora mia quell’aereTutto spirava amore:Stretta al suo seno e trepida,Scoppiar sentiami il core.Quell’ora sì incantevoleOh se tornasse ancor!

Oh, suora mia quell’aere

Tutto spirava amore:

Stretta al suo seno e trepida,

Scoppiar sentiami il core.

Quell’ora sì incantevole

Oh se tornasse ancor!

Questi versi finirono di gittare lo scompiglio nelle menti.

Federico Lennois si alzò, colmò un gran bicchiere di poderoso vino, e intuonò con voce stentorea il seguente brindisi:

Per passar lungamente e feliciQuesto sogno che vita si appella,Sempre a mensa restiam cogli amici;Esultiam tra l’amore e il bicchier,Viva il vino e Clorinda la bella,Da noi lungi ogni tristo pensier!

Per passar lungamente e feliciQuesto sogno che vita si appella,Sempre a mensa restiam cogli amici;Esultiam tra l’amore e il bicchier,Viva il vino e Clorinda la bella,Da noi lungi ogni tristo pensier!

Per passar lungamente e felici

Questo sogno che vita si appella,

Sempre a mensa restiam cogli amici;

Esultiam tra l’amore e il bicchier,

Viva il vino e Clorinda la bella,

Da noi lungi ogni tristo pensier!

E, dopo aver vuotato di un tratto il conico cristallo, e riempiutolo, ripigliò:

Di letizia sia colmo ogni core,Brilli il nappo qual vivida stella,E lo sguardo sfavilli d’amoreD’ogni dama pel suo cavalier.Viva il vino e Clorinda la bella.Si disperda ogni tristo pensier!

Di letizia sia colmo ogni core,Brilli il nappo qual vivida stella,E lo sguardo sfavilli d’amoreD’ogni dama pel suo cavalier.Viva il vino e Clorinda la bella.Si disperda ogni tristo pensier!

Di letizia sia colmo ogni core,

Brilli il nappo qual vivida stella,

E lo sguardo sfavilli d’amore

D’ogni dama pel suo cavalier.

Viva il vino e Clorinda la bella.

Si disperda ogni tristo pensier!

Ugo Ferraretti fu obbligato dal Lennois e dalle donne a ripetere questo brindisi; ma egli avea del tutto perduta la voce, si alzò barcollando; fece uno sforzo violento per cantare... ma un orribile urto di tosse il colse... e, invece delle parole di letizia, cacciò dalla bocca un rivo di sangue!

Un grido straziante fu udito nella stanza contigua... Ma quel grido fu perduto nel rumore della danza che si continuava ancora nel salone.

Ugo Ferraretti era ricascato sulla sua sedia, privo di sensi e bianco come la salvietta, che stringea convulsivamente tra le mani.

Federico Lennois guardava con occhi asciutti l’infelice sua vittima; e un sogghigno di trionfo balenava sulle sue labbra, mentre canticchiava con beffarda ironia:

Viva ilrossoe Clorinda la bella;Vada a monte ogni tristo pensier!

Viva ilrossoe Clorinda la bella;Vada a monte ogni tristo pensier!

Viva ilrossoe Clorinda la bella;

Vada a monte ogni tristo pensier!


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