Parte SecondaI.LA CASA DI SATANA
Lasciamo per alcun tempo la città del rumore, del lustro, delle ciarle, e trasportiamoci sotto un cielo assai più bello e più puro, in Italia, dove ci chiama una trista istoria, la cui conoscenza è indispensabile per lo rischiaramento de’ fatti che andremo narrando.
Passato il ponte di marmo, uno de’ tre ponti che congiungono la città di Pisa attraverso il canale del fiume Arno, e, lasciatesi addietro parecchie strade popolate da merciai alla minuta, incontrasi una seguenza di altre strade, le quali si mostrano men popolate secondo che si succedono, insino a che si giugne in quella parte della città, dove l’erba cresce dappertutto tra le commessure d’un bel pavimento, fatto per lo più di piccole lastre di marmo. Pisa può ben dirsi la città marmorea: i monumenti, i palagi, il suolo, le chiese, le tombe, tutto è di marmo. Gli stranieri sogliono dire che anche gli uomini di questa città sono di marmo, forse perchè così, per essi, vi trovarono le donne.
In una strada solitaria quasi presso alle tetre mura dellaTorre della fame, renduta così famosa dal canto trentesimoterzo dell’Allighieri, giacciono le ruine di una casa, chiamata laCasa di Satanaper una delle più strane e curiose tradizioni del paese, la quale ci piace di far nota a’ nostri lettori.
Si conosce che il celebre pittore Giotto, dolente che nissuno comperasse più quadri e che però più di un giorno gli convenisse contentarsi d’una magra polenta, ebbe un mattino il pensiero di dipingere una figura di donna di mezzana bellezza (forse più brutta che bella), e di esporre il suo quadro in su l’uscio della sua abitazione, a vista dei viandanti, dopodi avere scritto a grandi lettere, a piè del quadro:Ritratto della più bella donna di Pisa. Ben si può immaginare qual si fossero il dispetto e la collera delle donne pisane, non meno che de’ loro mariti o amanti, nel veder fatto così grave oltraggio al bel sesso, e a tal guisa disconosciuta e disprezzata la bellezza delle loro donne e moltissimi andarono dal pittore a dimandargli ragione del perchè avesse osato dire che quella donna, di cui avea fatto il ritratto, era la più bella in tutta Pisa, mentre spasseggiavano per la città certi visini da far morir di passione anche un morto. A simiglianti rimostranze e rimproveri il Giotto, che avea il suo disegno, rispondeva, in quanto a lui, non conoscere in Pisa una donna più bella di quella di cui avea posto l’immagine sulla tela, e che se altra ve ne fosse più bella, si desse l’incomodo di farsi vedere a lui, perciocchè subitamente, se così era nel fatto, avrebbela dipinta ed esposta al pubblico.
Come prima si divulgò nella città la risposta del Giotto, la sua casa diventò il convegno delle più belle e ragguardevoli gentil donne di Pisa, le quali si faceano in tutta fretta ritrarre sulla tela, e compensavano largamente l’opera dell’artista, cui non bastava il tempo per li tanti incarichi ond’era assediato. I quattrini gli pioveano nel borsellino da ogni parte, sì che ei benediceva il bel pensiero che avea avuto di scavare nella più inesauribile miniera, quella della vanità femminile. Le dame Lanfianchi e Lanfranducci, la marchesa di Palvolo, la signora Albaccini, reputate in quel tempo le più belle donne, non pur di Pisa, ma d’Italia tutta, esposero le loro leggiadre sembianze agli sguardi del pittore e vollero essere riprodotte dal suo esperto pennello.
Viveva ancora in Pisa un certo conte P...., il quale, volendo, per prave ragioni, rompere un malaugurato nodo che avea stretto pensò di chiedere il permesso a Roma, e, per dare un plausibile pretesto alla sua strana dimanda, immaginò di dire che sua moglie fosse divenuta, per effetto di malattia, d’una deformità spaventevole. Per appoggiare una tale assertiva, egli pensò di mandare a Roma il ritratto d’una donna così mostruosa.
Venuto in questa determinazione, il conte P.... fece assegnamento sul Giotto per la buona riuscita del suo disegno; e, come quegli che era straricco, promisegli un guiderdone generosissimo, se fosse pervenuto a dipingere la bruttezza nel suo tipo più orrendo. Il Giotto, che molto avido era di danaro, accettò la commissione, e disse al Conte che fosse tornato a capo di 15 giorni per tor via il quadro e dargli la somma promessa.
Dice il più comune degli adagi popolari:Dal detto al fatto ci è un gran tratto; e Giotto ebbe, con sua grandissima mala voglia ad esperimentare la verità di questo proverbio, imperocchè la cosa era assai più malagevole di quel che si pensava. Per oltre un mese Giotto avea tenuto dinanzi agli occhi i più leggiadri e cari visini di Pisa; così che la sua fantasia, ripiena di begli occhi, di nasi profilati, labbra porporine e di tante gentili fattezze che formano l’appannaggio delle belle donne, non sapea più raffigurare il brutto, e, per quanto si studiasse di concentrare il pensiero nelle forme sconce e contraffatte, il bello era sempre nelle sue recenti reminiscenze.
Il Giotto disperava dell’impresa, quando gli ricorse alla mente un’idea che molto potea giovargli nella presente congiuntura.
Ei ricordossi che un pittore per nome Malfeo avea fatto un quadro rappresentante una donna così brutta che le si era dato il nome diSposa di Satana. Questo quadro aveva fatto tale impressione sull’immaginazione degli abitanti di Pisa, che nessuno volle compararlo, temendo di portarsi nientemeno che lo stesso Satana a casa. Laonde il quadro rimase al pittore che l’avea dipinto; e quelli che avevano in pregio le belle arti si limitavano ad andare a vederlo, e restavano stupefatti ed atterriti dalla singolare bruttezza della figura. Per molti anni quella dipintura formò il soggetto della ammirazione e dello spavento, non solo dei Pisani, ma dei forestieri che traevano a contemplarla. A poco a poco il terrore si comunicò financo alla casa di Malfeo ed alla strada ov’egli abitava; e il pregiudizio popolare si spinse così oltre da tener quella via siccome luogo di sinistro presagio, e quella casa come scomunicata e maledetta. I monelli scaraventavano contro i vetri di quelle finestre i ciottolini le donne costrette di passare lunghesso quell’abitazione, affrettavano i passi, abbassavano lo sguardo, e mormoravano avemmarie. Il povero Malfeo fu mostrato a dito per le vie di Pisa, e poco mancò non venisse lapidato o arso vivo come l’autore dellaSposa di Satana.
A Giotto si affacciò dunque alla mente il pensiero di andar novellamente, dopo molti anni, ad affissare laSposa di Satanaper nutricare la fantasia con forti impressioni del brutto. A dispetto d’una certa paura che non mancava di incutergli la credenza popolare, e non ostante la ripugnanza che si avea di ricalcare i mattoni d’una casa che tenea scomunicata e maledetta, il Giotto era un dì nel cospetto del quadro di Malfeo. Egli usciva di quella abitazione pallido ed esterrefatto; la sua fantasia era incesa. A capo di pochi giorni, la incumbenza datagli dal conte P... era eseguita, e questi era pienamente soddisfatto e contento dell’opera dell’artista.
Intanto, moltissimi anni dopo la morte di Giotto e di Malfeo, la costui casa cui si era appiccato il nome diCasa di Satana, la quale era sempre rimasta disabitata, fu trovata un bel mattino un mucchio di pietre, senza che mai si fosse saputo in che modo era avvenuta la strana catastrofe. Non pertanto quel mucchio di rottami serbò sempre in appresso il nome diCasa di Satana, e la via deserta e tetra fu tenuta sempre come appestata.
Ma fin dal 1805, più non vi erano le macerie dellaCasa di Satana. Un altro novello edificio era stato costruito sull’antico; bensì una specie diiettaturaera appiccata a quel suolo: la nuova casa rimase sempre senza pigionali; ed il suo fondatore morì senza aver avuto il piacere di trarre un obolo di rendita da quelle mura. Gli eredi del fondatore abbassarono e ridussero la pigione fino a un prezzo esiguo; e ciò nulladimeno, laCasa di Satana(poichè sempre questo malaugurato nome erale rimasto) non trovava affittuali, siccome non ne avrebbe trovati neanche se la si fosse data per mera limosina. Gli accattoni si sarebbero contentati di dormire al fresco, anzichè ricettarsi entro quelle mura bazzicate dal nemico degli uomini in persona.
Un giorno intanto, un brutto giorno di novembre, dopo venti anni e più dalla sua nuova fondazione, dietro gli opachi vetri di una finestra dellaCasa di Satanasi vide per la prima volta una figura umana... ma così pallida, così diafana, che i curiosi fermati a guardarla credettero esser quello un fantasma.
Eppure, non era fantasma, e, quando si fe’ sera un lume vacillante per mancanza di alimento, una lucernina, situata sovra una tavola scassinata, mandava a corti intervalli un getto di livida luce sovra un quadretto dell’ADDOLORATA sospeso alla parete, e serviva a far distinguere una miseria e un dolore che avrebbero fatto piangere un macigno.
Gittata sovra un letticciuolo, sprovveduto al tutto di lenzuola, giaceva una donna che, alla macilenza estrema del volto e allo sfinimento mortale ond’erano ricoperte le sue sembianze, mostrava la devastazione di una cronica infermità, la quale sembrava oramai pervenuta a quello stato che non lascia più adito alla speranza.
Un giovinetto di poco più di tre lustri, smilzo, pallido e macerato dalle sofferenze, era seduto vicino al capezzale di quel letto di dolore.
Questo giovinetto era il pittore Ugo Ferraretti, di Pisa, e quella donna era sua madre.
Quando cadde la sera, il tempo, che era stato scuro e nebuloso durante tutto il giorno, si ruppe in pioggia dirotta, e il vento urlava da forsennato nella deserta via dellaCasa di Satana.
Ugo Ferraretti e sua madre erano stati la mattina mandati via dalla loro abitazione in Lung’Arno, perocchò da tre mesi non aveano pagato la pigione; tutto era stato venduto; e i quadretti del giovine artista bastavano a mala pena per suo sostentamento e per provveder di rimedii la dilettissima genitrice, cui lentamente menava alla tomba una di quelle malattie che non perdonano mai.
Cacciati senza pietà dalla casa ove abitavano, non ostante il gravissimo stato in cui si trovava la sventurata donna, Ugo Ferraretti avea chiesta per carità laCasa di Satana! e il proprietario glie l’accordò con vero piacere fino al termine dell’anno, sperando che a tal modo venisse dileguato il pregiudizio che regnava contro le sue mura. Egli non si curò del male contagioso da cui la donna era travagliata, ed avrebbe, crediamo, introdotti cento tisici colà, purchè un essere umano fosse vivuto o morto in quella casa che da sì gran tempo non vedeva abitanti.
Non diremo della spaventevole umidità che trasudava dalle pareti di quella casa e dal palco a volta: era impossibile viver sano là entro, anche con tutti gli agi della vita.
La camera dov’era l’ammalata non aveva altri mobili che il letticciuolo su cui giaceva la misera sotto uno straccio di coperta, strettamente rincalzata nelle materasse, un tavolino che adempiva a tutti gli uffici, due sedie con parecchie traverse di meno, e lo scheletro di poltrona, su la quale stavasi rannicchiato un gatto compagno antico e fedele di quella miseria che agghiacciava il cuore. Sul tavolino, oltre alla lucerna che serviva soltanto a render visibili le tenebre, erano ancora due bicchieri di vetro contenenti pozioni per la inferma.
Era quello siccome abbiamo detto, il primo giorno in cui quella donnae quel giovinetto abitavano nellaCasa di Satana. Ugo non avea detto niente alla mamma della nuova abitazione; sì che ella non sapea sotto qual tetto fosse venuta. Il nolo di una carrozza per trasportarla quivi era costato al povero fanciullo le più inaudite umiliazioni; ma egli aveva sofferto tutto con amore, perciocchè trattavasi della sua cara mamma, che egli amava tanto tanto.
Non diremo quante lagrime avea spremute dagli occhi di quel giovinetto la malattia inesorabile della genitrice; non diremo quante notti il miserello avea vegliato, lavorando accanto a lei, per poterle procacciare al domani un po’ di cibo; la storia dei quindici anni della vita di questo giovine si comprendeva di due sole parole:amore e sofferenza.
Qualche giorno dopo che la sventurata vedova Ferraretti erasi messa a letto, dov’era confinata da oltre due mesi, ella avea pianto in tutta la giornata; e, quanto più il diletto ed amantissimo figliuolo facea di confortarla, tanto più ella, stringendoselo al cuore con trasporti di disperata tenerezza, piangeva a sciolte lagrime. E poi che mille volte il fanciullo ebbele chiesta la ragione di quel pianto così dirotto, la donna diceagli singhiozzando:
— O figliuolo mio! E non ho io ragione di stemperarmi in lagrime? Ah! tu non sai che il mio male non può guarirsi senza un miracolo di Dio o della Vergine Santa!.... Ti ricordi di Luigi e di Errico tuoi, fratelli?.... Morti entrambi collo stesso male che ora mi sta consumando. Oh se io fossi almeno morta prima di loro!.. E che farai tu solo; figlio mio dopo la mia morte? Chi prenderà cura di te? E quando penso che la mia malattia sarà forse lunga, e che tu devi ammazzarti di fatica per così poco! Ma io non voglio che ti levi di bocca il sostentamento per comprar farmachi per me e pagare il dottore che viene a visitarmi... Credi che io non sappia che l’altro giorno non hai mangiato altro che un pugno di castagne! Alla tua età, e con tanta fatica che fai!
E qui la misera ricominciava a piangere, ed Ugo la baciava e ribaciava, non sapendo trovare altro argomento di consolazione per lei.
E così passarono due mesi. La donna che, quando stava bene, non risparmiava fatica veruna pel vitto e per la pigione, ora, ridotta a letto, non potea più cooperare a provvedere ai bisogni della vita. Ugo lucrava quel tanto che bastava ad uno scarso e malsano cibo: la pigione di casa non fu più pagata, ed ecco come una mattina, dopo tre mesi, il proprietario ordinò che sgombrassero la casa, ed avrebbe fatto vendere i mobili se ve ne fossero stati.
Quella sera, il cielo di piombo pesava sulla terra, cui di tempo in tempo inondava con istemperata pioggia: i lampi solcavano l’aere, a guisa di serpi di fuoco, e il tuono rumoreggiava in mezzo alle nubi, come la voce del leone nel deserto.
La donna si moriva sotto gli urti di una tosse secca e violenta: un ansamento orribile troncavale il fiato e la vita: un ristoro, un farmaco era necessario, e Ugo non aveva un soldo per comprarlo.
Il quadretto che rappresentava la Sacra Immagine dell’Addolorata era opera sua; era tutto ciò che gli era rimasto delle sue fatiche.
Ugo vi fissò uno sguardo d’indicibile angoscia, corse alla parete, lo staccò dall’arpione, sel pose sotto al braccio, e:
— Madre, io esco, le disse, vado a comprar qualche cosa.
Ed alzò la voce soffocata perchè sua madre udiva debolmente.
— Ah! figliuol mio, non lasciarmi sola!... io sto così male! Se io morissi prima che tu torni... Io soffro tanto!
Ugo mormorò qualche cosa che parve alla madre una parola d’ira.
— Ah figlio... figlio.. mio... vedi io ho peccato e soffro; ma quella Madre benedetta non avea peccato e pur soffria!
L’inferma aveva cogli occhi accennato il quadro della Madonna; ma non si accorse che più non istava alla parete.
La voce della madre di Ugo era così debole, e il soffio del vento sì forte che il giovinetto non udì le parole di lei. Intanto, egli si gittava sul capo un logoro e vecchio cappello, baciava la mano della madre, e, raccomandatala al Padre di tutti gl’infelici, usciva sotto una stretta di pioggia che allagava la strada come un mare che si fosse scaricato dal cielo.
Ugo Ferraretti si dirigeva alla casa del sig. Paillard, rivendugliolo di quadri, una specie di ebreo, che abitava in una stradella accosto alla piazza dei Cavalieri.