V.AMORE

V.AMORE

La madre di Ugo morì qualche mese dopo la trista vendita del quadretto l’Addolorata. Risparmiamo ai nostri lettori le scene strazianti che precedettero e seguitarono la morte della virtuosa donna. Chiunque ebbe la sventura di perdere, ancor giovine, una madre adorata, la quale era tutto il bene ch’ei possedea sulla terra, comprenderà questo dolore infinito, questo perpetuo lutto della vita. Ugo non soccombette a tanto strazio del cuore, perocchè tuttora non erano compiti i disegni della Provvidenza su lui.

Il giovinetto rimase solo in questo mondo tutto ciò che egli aveva amato non vivea più che nelle sue rimembranze: i nomi degli esseri a lui così cari non erano più pronunziati che nelle sue preci; la più desolante solitudine il circondava, e nelle deserte camere della sua casa più non risuonava la dolce voce di quella donna che tanto lo amava! Nessuno veniva il mattino ad aggiustargli i lunghi capelli sulla pallida fronte, mentre egli era intento a’ suoi lavori; nessuno avea più per lui quelle piccole e minute cure di ogni momento, che sono la viva e la perpetua testimonianza di una abnegazione intera, disinteressata, caldissima, immensa come l’amore che la produce; nessuno preparavagli più l’umile zuppa, condita da quel sorriso materno, gioia di paradiso in sulla terra; nessuno più la sera gli rifaceva il letticciuolo, o il mattino l’abballinava sulle assi. L’abbandono, il silenzio, la morte regnavano in quella casetta, dove pocanzi erano l’amor più vivo, la voce più tenera, la vita più attiva. Oh l’amor di madre è una felicità che supera tutte le altre! Beato, mille volte beato chi ha ancora la madre sua! Iddio è con lui.

Ugo Ferraretti non fu più veduto per le vie di Pisa per oltre un anno; forse ei più non usciva dalla Casa di Satana, dove non sapeasi ciò che facesse in tutta la giornata. I curiosi, gli sfaccendati, i maldicenti sentivansi rodere le budelle per fiutare qualche cosa dei fatti di lui; ma altro non avevano potuto traudire, se non che il giovine vivea tranquillamente tra i suoi lavori, da cui ricacciava il vitto giornaliero.

Ma tutti si erano ingannati. Qualche tempo dopo la morte della madre, Ugo usciva ogni dì prima che aggiornasse, e non tornava a casa che nel fitto della sera, e talvolta della notte. Noi non sapremmo dire dov’egli andasse e in che spendesse le intere giornate. Certo si è che a vederlo egli mettea compassione, tanto era smagrato e diafano. Ciò nulla di meno una certa straordinaria vivacità era negli occhi suoi: più non sembrava così avvilito e prostrato di forze, e sulla sua bianchissima faccia si mostrava a quando a quando una vampa di fuoco che pareva incendiarla.

Era la stagione estiva, e Pisa si spopolava di abitanti, de’ quali i benestanti si ritiravano a Livorno, a Firenze, nelle montagne o a’ bagni pubblici, a qualche miglio dalla città. Ne’ calori dell’està, l’aria di Pisa diventa malsana, e la maggior parte de’ forestieri che non vi sono avvezzi vi periscono.

Ugo si ritirava la sera stanco morto, e si gittava sul suo letticciuolo qualche volta non rifatto dal giorno precedente, dove indarno egli invocava il balsamo del sonno: tutta la notte ei si dimenava in sulle ardenti materasse, or pregando, or piangendo, or tossendo. In sull’alba il sonno gli scendea sulle pupille come il bacio d’un fratello o d’una madre; ma, poco di poi che aveva attinto nel sonno un’ombra di forza, ei si rigettava dal letto, vestivasi in fretta, e usciva, dirigendo i suoi passi verso quella parte della campagna di Pisa che mena alla Cascina.

Per più di due ore Ugo camminava per vie tramezzate da paludi formate dagli straripamenti di Arno: i suoi piedi affondavano continuamente nella bolletta e nella melma. A capo di due ore all’incirca di cammino, la strada si facea meno malagevole: ma subitamente ritornavano le difficoltà e l’asprezza del cammino, soprattutto in un gran bosco di sugheri e di querce, in cui non era strada del tutto, e di cui gran parte era inondata. Questa foresta coperta d’alberi difendeva almeno dagli ardenti raggi del sole; e quivi, all’ombra di qualche gran mirto, Ugo riposavasi alquanto per riprender lena e giungere alla meta di cui tutt’i giorni ei si dirigeva.

Noi non ardiremo seguitarlo fin dove egli fermava i suoi passi, e ci terremo contenti nel dire che questa sua giornaliera peregrinazione durò per molto tempo. Ma, sopravvenuta la stagione del freddo e delle piogge, Ugo mise qualche intervallo alle sue gite alla Cascina dove andava soltanto nelle giornate di sereno.

Una gran trasformazione erasi operata nell’animo del giovine artista, della quale era ben difficile indovinar la cagione. Ugo era sempre distratto, come se un sol pensiero gli stesse in mente: egli era sempre malinconico; ma qualche volta una gioia sovrumana parea che sfolgorasse sul suo sembiante; e talvolta una crudele disperazione parea che gli acciuffasse il cervello ed il gittasse in balia de’ più sinistri proponimenti. Spesso, allorchè, affranto dalla stanchezza, ei tornava in sulla sera allaCasa di Satana, Ugo si abbandonava sul suo letticciuolo e disfogava in un mare di lagrime l’acerbo dolore che gli premea sul cuore! Oh come erano orribili quei momenti di solitudine pel misero giovine! Nissunaamica voce il confortava, nissuna mano gli tergea le copiose lagrime. Allora lo sventurato artista cadeva in ginocchio alla sponda del letto; alzava al cielo gli occhi nuotanti in lagrime e pregava.., pregava... pregava l’Addolorata Vergine, e a lei confidava ad alta voce i segreti dell’animo suo, a Lei si apriva interamente come ad una tenerissima e cara madre.

E la preghiera ridonava all’animo suo la serenità, la fiducia, la speranza. Una mano soprannaturale parea che scendesse a rasciugare le ciglia di lui: una voce misteriosa parea che facesse udirgli parole che gli arrecavano una consolazione grandissima. Dopo aver pregato con tutto il fervore della fede e della speranza, Ugo rimaneva immobile in ginocchio, alla sponda del letto, cogli occhi sempre rivolti al cielo, e colle mani congiunte in atto della più divota umiltà. Una mezz’ora passava in questa soavissima elevazione dello spirito, in questa misteriosa e sublime espansione di un cuor trafitto, che attinge sollievo e forza da Dio e dalla più diletta ed Immacolata Creatura di Dio.

E quando serenatosi l’animo e confidente, Ugo si cacciava sotto la coperta per ritrovare il balsamo del sonno, che è al corpo ciò che la prece è all’anima, egli pensava:

La preghiera non è forse il più gran dono del cielo? Non è l’espressione naturale dei nostri bisogni, delle nostre miserie, de’ nostri patimenti?

Non prega forse ad ogni momento l’intero creato che ne circonda? Le mille voci di pianto, che partono dai luoghi di dolori e di miserie, non sono preghiere rivolte a Colui che volle esser chiamato NOSTRO PADRE?

E la natura inanimata non prega ella forse nel suo misterioso linguaggio? Gl’indistinti mormorii che si esalano dal seno delle convalli, lo stormir dei fogliami, l’armonia delle acque, il fremito destato dall’aleggiar de’ venti; e il solenne rombo del tuono, lo squassar delle antiche foreste, i ruggiti dell’Oceano, e il milione di voci degli animali tutti, che sono in sulla terra; non è questa una continua preghiera, un concerto di lodi all’Altissimo pel gran miracolo di conservazione che si opera ogni dì, e nel tempo stesso l’attestato più schietto della debolezza di tutti gli esseri e di tutte le cose create, le quali rientrerebbero nel nulla, senza il perpetuo amore che le sostiene?

La luce che rischiara il creato, e gli Astri innumerevoli che a notte rivelano la Gloria di Dio, non volgono incessanti preghiere all’Essere che col suo braccio possente e invisibile li tien sospesi tra due abissi, ove si perde l’umana ragione?

Il tempo che disperde e accumula i secoli, siccome il vento disperde e accumula i granelli di sabbia, non è forse la tacita e perpetua preghiera della Creazione?

E l’uomo, questa creta portentosa, che da un punto impercettibile del creato scruta le profondità de’ cieli, e segna il corso degli astri, l’uomo, quest’essere assetato di felicità, questo tipo del grande e del misero, non ha egli d’uopo di pregare ad ogni istante della vita sua? Le nostre pupille non sono fatte per guardare in cielo?

Le umane passioni non sono forse il più ardente linguaggio della preghiera?

Oh misero, mille volte misero chi mai non prega! Quando le passioni, il mondo, la vita gli sfuggono, che farà egli?

Questi pensieri si aggiravano nel capo del caro giovinetto, innanzi ch’ei chiudesse gli occhi al sonno.

Gli amantissimi nomi del padre, della madre e de’ fratelli si mischiavano sempre nelle sue litanie e nelle sue orazioni alla Vergine Addolorata.

Ma, da qualche tempo, un altro nome, un altro carissimo nome veniva ad ogni istante sulle labbra di Ugo Ferraretti; e questo nome mettea nel cuor di lui una dolcezza febbrile, gli dava sussulti di gioia e di angoscia inenarrabili, e popolava ormai l’avvenire del giovine artista di larve adorate, di seducenti immagini che gli scottavano la fronte.

Quel nome era in oggi l’ultimo che mormoravano le sue labbra, prima che il sonno facesse succedere nell’animo di lui un altro mondo ideale a quello della realtà.

Quel nome era ormai per Ugo Ferraretti la vita, la felicità la gloria.

Quel nome era di una fanciulla bellissima per quanto sventurata.

Luigia Aldinelli.

Eccoci ormai sulle orme di un segreto importantissimo che gitta una gran luce sulla nostra istoria.

Luigia Aldinelli è un nome che abbiam lasciato nelle tristi memorie del Baronetto Edmondo Brighton: ella è una de’ cinque personaggi che, nati frutti della colpa in diversi lontani paesi, un pensiero di riparazione congiungea sulla medesima lista. Il delitto gli avea generati in cinque luoghi diversi; il rimorso ne riuniva i nomi e gli affidava all’amicizia e alla virtù.

Oggi noi ritroviamo il nome di Luigia Aldinelli sulle labbra d’uno sventurato giovine artista, suo compatriotta.

Dove, quando, come Ugo Ferraretti avea conosciuta Luigia Aldinelli? Perchè sventurata questa giovinetta?

Per ora noi sappiamo, imperocchè tuttora è avvolta nel mistero la storia di questa figliuola naturale del Conte di Sierra Blonda. Ma ben possiamo asserire che non mai due anime più belle e più pure furono unite da più pura fiamma di amore. Il cielo, che avea tolto a Ugo Ferraretti l’intera famiglia, compensava largamente questa perdita, concedendogli una corrispondenza di affetti tenerissimi e tali da riempir pienamente il vuoto profondo del cuore dell’orfano infelice.

Ugo Ferraretti amava dunque Luigia Aldinelli, e n’era riamato con tal passione, che egli non avrebbe giammai potuto sperare ne’ sogni delle sue notti febbrili.

Era felice l’amore di queste due innocenti creature? Felice sì nella sua piena ed intemerata corrispondenza; ma una funesta necessità costringeva i due amanti a non far trasparire i loro sentimenti: onde segretamente si amavano.

Iddio solo potea rompere l’ostacolo di ferro che si frapponeva alla loro felicità.

E la preghiera soltanto, la preghiera costante e fervida, poteva ottenere dall’Altissimo una tal grazia.

In sul cominciar dell’autunno Ugo più non andò tutt’i giorni alla Cascina, dove sappiamo al presente quale oggetto l’attirasse.

Ne’ dì che non traeva alla campagna, Ugo rimaneva chiuso nella camera.

Egli meditava un lavoro, un quadro, il cui sublime concetto disposavasi alla più cara sua passione sulla terra.

Un mese intero Ugo stette a meditare sul suo quadro e a pregare.

La Religione, la Gloria e l’Amore moveano il genio dell’artista e davan la febbre alla sua fantasia.

E un bel mattino, Ugo Ferraretti segnava i primi tratti del quadro rappresentante:

LA PREGHIERA.


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