VII.LE DUE NAPOLETANE

VII.LE DUE NAPOLETANE

Il dì vegnente, Federico Lennois stava solo nella sua camera dell’Albergo Mirabeau. Erano le dieci del mattino; ed egli si era alzato da oltre un’ora, e si era messo a fumare una pipa d’ambra, seduto vicino ad una finestra aperta donde si godeva la vista della bella strada della Pace, e in distanza, la strada trasversale di Sant’Agostino, la piazza Vendome, la strada di Tivoli, e parte de’ cancelli del Giardino delle Tuillerie.

Una ricca veste di camera di leggerissima stoffa copriva interamente la sua persona, non lasciando scoperte che le due estremità delle gambe, su cui aderivano perfettamente i calzoni color violetta ritenuti da due corte staffe.

Egli avea due stanze al secondo piano e sul dinanzi dell’albergo, l’una delle quali gli serviva da camera da letto, e l’altra da studio e da salotto di ricevimento. Quest’ultima era fornita di tutto ciò che la moda e l’eleganza comandano che si tenga in una stanza da conversare: poco o nulla traspariva dell’artista; molto del gentiluomo. Ed infatti un artista si sarebbe tenuto contento di alloggiare nella parte interna dell’Albergo, la quale riesce su vasto e bel cortile. Presso ad una delle finestre del suo salotto, Federico si stava dunque seduto quella mattina, e facea vagar lo sguardo nella strada e i buffi di tabacco nel sereno cielo di està.

Non ci arrischiamo a indovinare i pensieri che si aggiravano in quel capo; ma ben possiamo asserire che non erano concepimenti artistici o morali meditazioni quelle che facevano piegare a un tristo sogghigno le labbra di questo giovine. L’ora di solitudine del perverso è l’ora più trista per la società: più tardi, quell’ora sarà feconda di mali innumerabili: la Giustizia di Dio la segna nel libro incancellabile.

Tre passioni terribili eran nel fondo del cuor di Federico Lennois: tre passioni, di cui una sola basterebbe a distruggere l’esistenza di un uomo; l’ambizione, la vendetta, l’invidia: l’ambizione che di nulla si sazia, che tutto calpesta per aggiungere una meta che sempre più si allontana;che pone una benda innanzi agli occhi e un’angue al cuore; che spegne ogni buon sentimento e vive nella tortura; e che, a guisa di fiamma repressa, incendia e divora tutti gli ostacoli per salire in alto: la vendetta, che si pasce nei pensieri di sangue e di morte; che tiene un occhio fisso all’offesa passata e un altro alla rivincita futura; e che si esagera sempre la prima per esagerarsi la seconda; e che si adopera giorno e notte a scavare una tomba, in cui dee precipitare un’esistenza aborrita: l’invidia, lurida, schifosa, strisciante, che ritien per offese personali gli altrui meriti e grandezze; che macera sè medesima e gitta la bava del suo veleno su tutto ciò che la circonda; e che adotta il linguaggio del serpe per trarre a morte i figli di Eva.

Il pensiero della vendetta era quello che occupava in preferenza da qualche tempo il nero animo di Federico Lennois. Egli avea giurata la perdita di Giustino Victor e di Augusto d’Orbeil; ma l’odio suo era ormai tutto concentrato sul primo; e perchè era costui vicino a toccar l’apice dell’umana felicità sposando la donna che amava, e perchè il secondo avea fatto una specie di ammenda del suo passato, allorchè, presso al platano della mendica a Auteuil, avea proferite quelle parole di compassione per Federico Lennois, redarguendo la codardia di Giustino.

Federico Lennois avea fatto a Auteuil il ritratto dei due sposi. Mentre il pennello riproduceva sulla tela quelle due vaghe sembianze giovanili e felici, la mente dell’artista covava i più tenebrosi disegni. Quanto più sorridenti eran quei volti, tanto più metteano la rabbia ed il livore nel petto di lui. La mano dell’artista dava novella esistenza a que’ bellissimi volti, e il suo pensiero ne meditava la distruzione. Per malaugurata fortuna, que’ due ritratti riuscirono rassomigliantissimi. La famiglia d’Orbeil non si saziava di profondere ringraziamenti ed elogi al giovine pittore, manifestandogli in pari tempo i più cordiali sentimenti di amicizia e le proteste di una riconoscenza, di cui il pregavano di volersi valere. Federico ricusò l’offerta di un prezioso gioiello onde il Visconte d’Orbeil volea ricompensare l’opera del valente artista.

Giustino e Isalina erano più felici dacchè possedevano ciascheduno l’immagine dell’oggetto amato: eglino amavano l’artista per questo dono inapprezzabile che ne aveano ricevuto, e con ogni maniera di preghiere aveano ottenuto la sua promessa di assistere al loro prossimo matrimonio che doveva celebrarsi nel mese di settembre a Parigi negli appartamenti della Marchesa di Beauchamps, in casa della quale gli sposi dovean rimanere per qualche tempo. L’ammiraglio di Rigny avea promesso al giovine uffiziale di marina di fargli ottenere un avanzamento pel coraggio e pel valore onde erasi comportato in un incontro avvenuto nel Mar di Candia, contro un brigantino turco, e per lo zelo con cui aveva servito nel tempo della spedizione di Morea. Il ministro della marina Hyde de Neuville, e il ministro della guerra, Visconte di Gaux, aveano, con lettere ripiene dei più lusinghieri elogi, significato il loro compiacimento al giovine Victor, e gli avean dato le più belle speranze di vicine promozioni.

Giustino Victor più non avea che desiderare; tutt’i suoi voti erano sul punto di essere appagati: la felicità lo circondava e gli sorridea da ogniparte: la natura, gli uomini e gli eventi lo favorivano. Ma, guai all’uomo che nel mezzo della sua felicità e quando l’anima sua è ricolma di contento, non leva uno sguardo al cielo in rendimento di grazie, e non ha sulle labbra una prece e una parola di consolazione per coloro che soffrono: LA SUA FELICITÀ SI CONSUMA E PASSA QUAL NUBE.

Giustino Victor derideva i sofferenti, scherniva gli infelici, e si abbandonava con fiducia alla giovinezza, all’amicizia, all’amore: egli aveva il malvezzo di metter tutto in ridicolo, abito deplorabile che hanno la maggior parte dei Francesi, nella opinione de’ quali il buon successo giustifica tutto.

Noi spesso siamo maravigliati e atterriti d’un colpo improvviso che abbatte a vespero un’esistenza sfolgorante di giovinezza il mattino; accusiamo il destino di una tanta ingiustizia, e gittiamo uno sguardo scoraggiante sulle sorti dell’umanità. Ma quel colpo ha le sue profonde ed arcane ragioni che sfuggono alla vista degli uomini, e il cui segreto è negl’immortali disegni di Dio, dalla cui onnipotenza ogni parola proferita sulla terra è pesata, ogni pensiero è scrutato, ogni azione è giudicata.

Federico Lennois pensava al modo onde vendicarsi di Giustino Victor, la cui felicità era per lui un continuo insulto. Da oltre un mese Federico avea riveduto l’uffiziale di marina; erano stati assieme e sotto il medesimo tetto le intere giornate, e non avea ancora trovato una vendetta fredda e sicura; quando una luce infernale balenò nel suo cervello; con un colpo egli appagava la sua sete di vendetta, e rendeva misere tre famiglie, che ei detestava appunto perchè troppo felici.

«Questo mezzo è sublime, mormorava tra sè il perverso: la loro insultante felicità sarà dissipata; l’abborrito Giustino cadrà forse per altra mano che la mia; la bella Isalina perderà l’amante adorato: piangerà la famiglia di Orbeil, piangeranno i parenti di Giustino; piangerà la Napoletana, e quel felice mio fratello che compra per centomila franchi un poco di tela. Lagrime dapertutto ov’era il sorriso; ecco la mia gioia, la mia vita, la mia missione. Bel pensiero è questo che mi è venuto; ma fa d’uopo diportarsi con prudenza e circospezione. Prima di tutto, è necessario avvicinar l’uno all’altra; epperò bisogna che Giustino Victor sia presentato a Mistress Horms...»

Non aveva egli finito di dire a sè medesimo queste parole, che la porta del salotto si aprì di repente, e Giustino Victor in compagnia di Augusto d’Orbeil corsero ad abbracciare l’artista, che non potè nascondere un movimento di grandissima gioia nel vederli, e che quei due presero per uno slancio di tenera amicizia.

— Eccolo, il nostro caro Ducastel! sclamò Giustino, stringendogli la mano con effusione grandissima di cuore.

— Abbiam l’onore di riabbracciare l’insigne artista, disse Augusto, stringendogli l’altra mano.

— Io vi aspettava, o signori, e non potevate giungere in miglior momento, si contentò di dire il Lennois con bieco sorriso.

Soggiunse indi per dare un pretesto a quello che avea detto:

— Un altro giorno che aveste indugiato, avrei avuto il rammarico di non potervi far vedere il mio quadro che all’Esposizione.

— Epperò ci siamo affrettati a procurarci questo piacere, disse Giustino: era un secolo che non ci vedevamo.

— Sedici giorni, io credo, rispose Federico.

— Tuttavia ci avevate promesso di venire a trovarci a Auteuil in una delle scorse domeniche, disse Augusto, sedendo sovra un esimio sofà.

Il suo esempio fu imitato dagli altri due giovani.

— È vero rispose Federico, ma che volete? Io mancava da una pezza da Parigi, e ho avuto molte faccende per le mani. Quando si ha la sventura di non essere nati ricchi come voi altri, il tempo è tutto il capitale; e fa mestieri di bene impiegarlo. Noi altri poveri artisti dobbiam lavorare per vivere.

— E la gloria? esclamò Giustino.

— Fumo, mio caro signor Victor, fumo e non altro. A proposito di fumo mi fo ardito di prendere la mia pipa, e offrirvi in pari tempo due saporosi avana di prima qualità.

— Da bravo! questo è quello che ti avremmo chiesto, se tu non ci avessi pensato.

I tre giovani si posero a fumare. In un momento il salotto diventò annebbiato come la fucina di un fabbro.

— Ma sai, cospetto, disse Giustino dopo aver mandato via dalla bocca una colonna vorticosa di fumo, sai che questo tuo salotto è qualche cosa di gentile e di principesco?

— Miserie, signor Victor, miserie!... D’altra parte, ben sapete che questa roba non è mia; appartiene allo albergo.

— Sia comunque: pochi artisti possono alloggiare in un albergo di questa sfera, alla strada dellaPace... Ma quando si vende un quadro per centomila franchi, è cosa naturalissima il trinciarla da gran signore.

Ci era qualche cosa di sardonico e d’irrisorio in queste parole di Giustino, come se avessero posto in canzone il prezzo esagerato, pel quale Federico aveva detto di aver venduto il quadrola Preghiera. A Federico non isfuggì il sottil sarcasmo di Giustino.

— I quadri che si pagano centomila franchi, egli rispose misurando le parole e calcandole con la voce, come se avesse voluto sottolinearle, non sono della specie più comune: essi sono rarissimi come gli artisti che li creano e costano sudori di morte. Se poi aveste il minimo dubbio, signor Victor, sulla verità del prezzo che mi si paga pel quadrola Preghiera, tra poco ve ne convincerete del tutto, perocchè sarà forse qui a momenti il compratore.

— Mi guardi il cielo di dubitare delle tue parole, mio caro Ducastel: ho avuto una puova evidentissima del tuo valore nell’arte ne’ due ritratti che hai avuto la cortesia di fare a Isalina ed a me; però non ho bisogno della conferma di chicchessia per credere alla lettera il prezzo che si da ai tuoi lavori.

— Ma perché maggiormente indugiare a farci ammirare il vostro quadro? disse Augusto; potremo discorrere a nostro bell’aggio dopo che avremo contemplato il dipinto.

— Bisogna aver riguardi pel bel sesso, disse Federico; avremoquesta mattina due graziose e ragguardevoli forestiere che vengono per vedere il quadro, la galanteria vuol che si aspetti: ma la pena dell’indugio vi sarà ricompensata dal piacere di trovarvi in compagnia di queste dame, alle quali intendo presentarvi.

— Chi sono queste dame? dimandò Augusto in aria di semplice curiosità e senza dare alcuna importanza alle parole dell’artista.

— La moglie e la cognata di sir Eduardo Horms, il compratore del mio quadro.

— Son belle, eh? disse Giustino.

— Son nate in Italia, rispose Federico; hanno negli occhi loro l’incanto di quel cielo.

— Italiane! E di qual paese d’Italia?

— Di Napoli.

— Di Napoli? Ah... ah... ah... la terra del Vesuvio, dei lazzaroni e deivirtuosi... E anche delle belle donne, non è vero, mio caro artista?

E Giustino si pose a bufonchiare tra i denti i versi di La Fontaine:

«C’est de tout temps qu’ à Naples on a vuRègner l’amour et la galanterie.De beaux objets cet ètat est pourvuMieux que pas un qui soit en Italie.»

«C’est de tout temps qu’ à Naples on a vuRègner l’amour et la galanterie.De beaux objets cet ètat est pourvuMieux que pas un qui soit en Italie.»

«C’est de tout temps qu’ à Naples on a vu

Règner l’amour et la galanterie.

De beaux objets cet ètat est pourvu

Mieux que pas un qui soit en Italie.»

— Or vedremo se La Fontaine ha ragione o torto, disse Augusto.

— Belle forse, ma goffe e impacciate, n’è vero, Ducastel?

— Non voglio influire nel vostro giudizio, disse Federico; ne giudicherete secondo l’impressione che faranno in voi. Per me, mi limito a dirvi che le trovo adorabilissime. Le Napolitane! oh, voi altri che non siete stati giammai laggiù, non vi farete giammai un’idea di quel che sono le Napolitane, care figlie del sole... Queste donne sono la perfetta immagine del loro vulcano; coperte di neve all’esterno, ripiene di fuoco nell’interno.

— In verità che mi sa mille anni di vedere coteste due immaginette del Vesuvio, disse ridendo Giustino; a che ora verranno?

— Alle undici rispose Federico, e die’ una occhiata al suo oriuolo; sono le dieci e trentacinque minuti. Avete fretta signori?

— No, propriamente, disse Augusto, e ancorchè avessimo fretta, ora vogliamo positivamente esser presentati a queste signore.

— Badate per altro, amici, osservò Federico che il marito è geloso, a quanto mi sembra.

— Tanto meglio, esclamò Giustino, avremo il piacere di farlo un poco arrabbiare.

— Badate che egli è Scozzese.

— Ci ho gran diletto; è come se fosse unJohn Bull[2], ed io non mi diverto mai tanto quanto a tormentare i figli del Regno Unito. Ho avuto in Grecia un piccoloaffarecon uno di essi, ed ebbi il piacere di spedirlo lassù con un colpo di pistola, pel quale ricevetti gli encomii di tutt’i miei camerati.

— L’ammazzaste? dimandò Federico.

— No, solamente il pregai di recare un messaggio a mio nonno.

Federico sorrise, e disse cupamente tra sè.

— Fra qualche giorno forse GLIEL RECHERAI TU STESSO.

— E che uomo è cotesto Sir Eduardo Horms? dimandò Augusto alquanto distratto.

—Ce n’est pas un homme, c’est un mari, rispose col suo solito sorrisuccio di scherno il Victor.

— Riflettete, signor Giustino, che tra pochi mesi anche voi sarete marito disse Federico.

— E che però? Fin qua, nol sono ancora; e quando il sarò, non rappresenterò certamente l’Otello, come fanno questi arrabbiati Britanni. Ma dimmi, Ducastel, è molto geloso cotesto isolano di Horms?

— Tal lo credo estremamente, e così lo dicono tutti.

— Allora io m’impegno di farlo disperare. Che ne dici, Augusto?

— Ben pensato; ed io mi attengo alla sorella minore; alla cognata del selvaggio. Va bene?

— Bravo! Ora le due napolitane son nostre, intendo dire, nostre per mezz’ora.

— Ed io vi prendo in parola, signori, disse Federico, e darò solenne baia a quello dei due che farà fiasco.

I parlari seguitarono in su questo tenore per altro quarto d’ora all’incirca, e Federico non cessò un momento di stimolare i due giovani ad attener la loro parola, rialzando con ogni sottile artifizio il valore dell’impresa.

Le undici erano passate da pochi minuti, quando un domestico dell’Albergo annunziò la visita della famiglia Horms.

I tre giovani si alzarono e andarono a ricevere le dame.

Lucia entrò appoggiata al braccio dello sposo; Marietta si appoggiava al braccio della sorella.

Nel veder apparire la giovine forestiera, Giustino e Augusto rimasero attoniti e muti.

Non mai parigina vestì con più finezza di gusto e con più ricercatezza, come vestiva la napolitana Lucia Horms. La semplicità si sposava alla grazia, l’eleganza del taglio alla perfetta scelta dei colori. All’infuora di questo, Lucia, essendo di persona alta e ben formata, spiccava con nobiltà di disegno attraverso le graziose pieghe del suo scialletto bianco. Un cappello di paglia di Italia senz’alcun ornamento ombreggiava le sue dilicate sembianze.

Marietta era, al pari della sorella, vestita con perfetto buon gusto; ma, comechè più bella di Lucia, non ne aveva il gentilesco e grazioso portamento, nè la cara malinconia. Qualche cosa di sbrigliato e di troppo gaio era nel viso di questa fanciulla, che le toglieva gran parte dell’effetto che avrebbe prodotto la sua avvenenza più composta e più seria. Ella avea nel suo tutto, quel che si chiama una salute insultante.

Eduardo Horms e le due giovanette salutarono i circostanti e strinsero la mano di Federico Lennois, il quale fu prodigo verso di loro di distinte cerimonie e convenevoli.

La brigata si sedè in circolo in fondo al salotto. Federico chiese il permesso di andare a porre in giusta luce il quadro, e ritirossi nella stanza contigua, dopo di aver presentato i due suoi amici a sir Eduardo e alle damine.

Eduardo serrò colla sua solita cordialità la mano ai due Francesi, e aprì la conversazione sul suo tema favorito, le belle arti. Ma i due giovani scambiarono, per convenienza, poche frasi col marito, e rivolsero poscia i loro discorsi, ciascuno alla donna, vicino a cui si era allogato.

Giustino era seduto a fianco di Lucia, e Augusto d’accanto a Marietta.

Eduardo rimase segregato. Benchè per la seconda volta ei si trovasse a Parigi, era poco avvezzo alla vita parigina e ai costumi singolari di questa gente; non sapea che, nei crocchi, il bel sesso è tutto, e che un uomo il quale ha la qualità di padre, di marito o di fratello è un’ombra e non altro, e qualche volta un’ombra importuna. Così, per altro, non la pensava Eduardo, accostumato a maggior rispetto della società in generale e a nessuna affettazione di modo e di linguaggio.

Giustino era sorpreso e trasportato udendo a parlare lasignora. Egli, senza darsi verun pensiero del marito presente, scaricava negli orecchi di Lucia un fiume di elogi alla finezza del linguaggio di lei, al senno onde ragionava di cose le quali sogliono essere affette per la mente di una donna, e alla irreprensibile pronunzia che ella aveva acquistata dell’idioma francese. A questo assalto di lodi, dal quale Lucia si schermiva il meglio che poteva e senz’alcuna affettata esagerazione di modestia, seguitava un torrente d’interiezioni ampollose, e di avverbii stravaganti, solite forme d’una lingua povera e svenevole che si sostiene su le più iperboliche figure.

È incomprensibile come la lingua francese, così schifa e inceppata nella sua costruzione, così monca e zoppa nel suo andamento, così stentata e ridicola nella sua pronunzia, così poco atta ai grandi pensieri, è incomprensibile come questa civettuola abbia ottenuto in Europa una specie di universalità, e venga dai più tenuta in concetto di vaga e dolce favella.

Augusto era men verboso verso Marietta, perocchè costei, non conoscendo il francese, non rispondeva che con monosillabi, per lo più affermativi.

Eduardo intanto cominciava ad impazientarsi, e forse avrebbe rotto bruscamente una conversazione a cui lo avean fatto straniero e che però non gli andava più a sangue, quando per buona ventura, Federico invitò la brigata a passare nella stanza contigua, dov’era il quadro.

Giustino s’impadronì del braccio di Lucia, e Augusto di quello di Marietta.

Eduardo era corso il primo a rigustar la gioia di affissare i suoi occhi sul gran dipinto.

Uscendo i cinque personaggi dalla stanza dove era il quadro, la maraviglia e l’ammirazione erano su’ loro volti. Eglino erano rimasti atterrati dalla possanza del genio.

Eduardo era pallidissimo; ma il suo estremo pallore non era tutto effetto di ammirazione: il suo nobil cuore avea ricevuto un colpo mortale.

Lo sguardo di Federico scintillava di un doppio trionfo.


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