Chapter 2

Allora, nell'urto del sentimento religioso colla religione, scoppiò la guerra fra il cristanesimo e il vaticanismo.

Da un lato una grande sincerità di idee, tratto tratto turbata da passioni individuali, e una istintiva sicurezza nella equazione della religione colla civiltà; dall'altro la forza di una organizzazione sviluppata in tutto il mondo, mantenuta dalla certezza della tradizione, stabilita sulla verità dei dogmi, raddoppiata dalla potenza della gerarchia, ma il tutto guasto dalla politica di un regno che avarizia e vanità tentarono sempre d'insinuare dogma fra i dogmi, paralizzato dalle antitesi fra il dato umano e il divino favorevoli alla corruzione dei costumi e alla confusione dei precetti. La nuova guerra religiosa arse pressochè in tutti i paesi.

Ma Roma, depositaria dell'unità e quindi inflessibile con ogni nemico, era sempre stata meno dura con coloro che uscivano dalla sua orbita, che contro quei ribelli i quali volessero mantenervisi. Nullameno, vincitori e vinti, nessuno aveva davvero avuto la nozione di un mondo più vasto che contenesse il cristianesimo. Il paganesimo al sorgere di questo era già una realtà dissolventesi nella putrefazione: quindi la nuova fede impossessandosi di tutto potè vantarsi di essere tutto, poichè i cristiani nelle loro più fiere battaglie non miravano che ad imporsi vicendevolmente ideali ed interpretazioni cristiane. Appena qualche setta filosofica rimasta prigioniera entro la conquista cristiana tentava rompere il confine e vi dispariva dispersa o trucidata.

Dopo circa duemila anni le condizioni erano mutate.

Il cristianesimo invece di contenere la civiltà vi era contenuto. Il mondo si stendeva immenso oltre i limiti segnati dalla croce, la storia rivelatasi alla critica aveva mostrato le sorgenti di questa religione che si vantava al pari d'ogni altra discesa dal cielo. La sua teogonia, la sua teodicea, la sua cosmogonia, la favola della creazione, il romanzo di Eva, la tragedia di Adamo, l'odissea, dei suoi primi figli, il peccato e la redenzione, Mosè e Cristo, tutto era capito o almeno analizzato. Un altro sentimento religioso si librava sull'opera cristiana.

Il cristianesimo, che si era annunciato nel mondo combattendo la decadenza pagana, adesso era in lotta col progresso spirituale da lui medesimo preparato.

Se Voltaire aveva deriso invano i suoi difetti, Hegel lo uccideva trasportandolo nell'etere del più puro ideale mediante una simbolica, nella quale svanivano tutti i dati precisi della sua divinità.

Il cristianesimo aveva oramai preso il posto del paganesimo. Mentre le scoperte della scienza umiliavano i suoi miracoli e le altezze della nuova metafisica superavano le cime nebulose de' suoi misteri, un'altra poesia trovava voci più delicate e poderose di quelle echeggianti nelle prime catacombe, e gli ultimi eroismi dei rivoluzionari superavano gli eroismi dei martiri negli anfiteatri romani.

Il clero, una volta alla testa dei credenti, si trovava ora alla loro coda: la religione considerata per tanti secoli come la sintesi della civiltà ne ridiventava un frammento.

Bisognava risalire, rifare una poesia, ricomprendere tutte le scienze, raggiungere l'idealismo germanico, supremo sforzo del pensiero umano nella storia.

Roma ricusò affermandosi maggiore del mondo. Essa, che aveva tanto mutato e camminato, non volle più nè rinnovarsi nè muoversi, e dando alla propria estrema interpretazione cristiana la divina inflessibilità del testo, pretese nelle forme monarchiche della propria gerarchia tutta la verità della sua instituzione religiosa. Allora la battaglia si riaccese. Mentre gli ultimi increduli, scienziati e filosofi, accusavano il cristianesimo di decrepitezza, gli ultimi eretici gli ridonavano nell'entusiasmo di una fede piena di dottrina e di poesia un'altra gioventù.

Questo secolo, del quale si dice ancora tanto male e che il volgo addottrinato vanta come quello delle scienze, sarà forse annoverato nella storia fra i più fecondi per la religione. Tutte le letterature e le filosofie ne sono impregnate: mai tante voci, discordi di accento e di tono, si accordarono in maggiore eloquenza d'invocazioni tormentando i fantasmi divini per giungere all'orecchio di Dio. Preghiera e bestemmia lottando d'energia si fusero nel medesimo singhiozzo.

Vaticanismo e positivismo parvero assistere sdegnosamente immobili a questa nuova patetica demenza del sentimento religioso: l'uno nella certezza della fede, l'altro nella calma della incredulità. Il Vaticano era sicuro di Dio, il positivismo più che certo della natura.

Fra questi due estremi la vita proseguiva.

Il dissidio cattolico, cominciato nei credenti colle espressioni vaghe dell'istinto, ingrossò disciplinandosi per opera di grandi sacerdoti. Dalla Francia, dalla Germania, dall'Italia, da tutte le parti del mondo giungevano a Roma ammonizioni e minaccie, odi squillanti come fanfare di guerra, apostrofi fievoli come gemiti, superbe proposte di nuove conquiste, temerarie ingiunzioni di nuova povertà; e la poesia e la storia cristiana investigate sprigionavano ogni giorno nuovi profumi e nuovi raggi quasi ad annunziare l'avvento di un'altra idea religiosa.

I prelati splendenti nella vanità della porpora vigilavano intorno al pontefice come pretoriani diffidenti dell'imperatore ancora in debito dell'impero; il clero minuto disseminato nelle campagne viveva delle terre distribuitegli come gli antichi legionari romani mutati in coloni, ma non conservando dell'antica vita di legione che la servilità della disciplina.

Don Giovanni avrebbe dovuto essere uno di questi legionari.

Nella sua gioventù due illustri sacerdoti riempivano l'Italia del loro nome, Gioberti e Rosmini: entrambi eminenti filosofi, l'uno più eloquente, l'altro più dotto. Gioberti doveva poi tuffarsi nella politica per uscirne più grande tra l'urlo feroce di partiti nemici momentaneamente d'accordo nel maledirlo: Rosmini, compita l'opera enorme, isolato dalla diffidenza del clero, colpito dalla riprovazione di Roma, si spense più tardi nel silenzio tranquillo di un lago. Sulle prime furono i due massimi campioni del cattolicismo contro le nuove coorti scientifiche minaccianti da ogni parte d'Europa, ma trascinati troppo oltre dall'ardore della difesa vennero percossi dall'anatema.

Senonchè tutti i cuori e le menti religiose stettero o s'aggiunsero a loro. Mamiani e Manzoni, Grossi e d'Azeglio, Cantù e Balbo, Duprè e Capponi, poeti, storici, letterati, artisti, tutti seguendo le loro traccie finirono per incorrere nella loro condanna: qualcuno arretrò a tempo, ma se uno spavento improvviso gl'impedì di varcare il confine, la direzione del suo pensiero rimase nullameno palese. Tutti erano sospinti e sospingevano per una rinnovazione religiosa. Il vaticanismo rimaneva con un esercito senza generali, con molti combattenti senza eroi. Non pertanto resisteva superbo. Tutta l'energia degli assalti si fiaccava contro la sua inerzia. Lammenais stesso, impetuoso come Demostene, ampio come Cicerone, vi urtò ribellandosi, e fu vinto. La sua collera non bastò a scuotere il colosso. Ma coll'abbandono di Lammenais le defezioni aumentarono; Lacordaire, meno forte ma non meno facondo, sollevato dal soffio rivoluzionario andò a sedere fra la montagna nell'assemblea del quarantotto, e se la repubblica avesse durato il suo zelo papale si sarebbe forse esaurito; Gratry violentato fuggì, il padre Giacinto si rifugiò volgare fra il volgo, mentre la condanna che aveva sempre minacciato Chateaubriand colpiva Montalembert, e Renan giovinetto, destinato ad oscurare le loro due glorie di scrittori, emigrava dal seminario, pallido della grande tragedia di Cristo, che doveva più tardi raccontare nel più bello fra i romanzi di questo secolo. Il padre Curci scelto a prototipo delGesuita modernodal Gioberti nella sua astiosa e troppo spesso volgare polemica, dopo la diserzione del Passaglia e la riprovazione del Ventura parve rimasto solo come Ettore a difendere il Vaticano; ma più infelice dell'eroe troiano fu poi costretto a rifugiarsi nel campo dei nuovi greci per riparare ancora entro le mura abbandonate, raccogliendo l'infamia di due tradimenti, rivelando nell'incertezza della propria condotta, sempre inconseguente e sempre sincera, le terribili oscillazioni del nuovo spirito religioso che si agitava nel cattolicismo. E tutti i giorni recavano notizie di apostasie religiose, ed erano piccoli curati, oscuri canonici, predicatori esorbitanti dal pulpito, vescovi e porporati, che volendo trattare coi ribelli ne pigliavano il contagio. La maggior parte di essi rientrava nel campo al primo appello, ma il campo restava nullameno aperto a fughe e invasioni d'ogni sorta.

Libri e discorsi fumavano di sentimento religioso: il romanticismo, originalità e morbo della nuova letteratura, non viveva più che di religione, e se talvolta ne sformava le immagini o ne ricusava il culto, riconosceva tuttavia da lei ogni filosofia e ogni arte. Appena qualche pagano classico protestava solitario. Foscolo non piaceva più; Niccolini si faceva a stento perdonare il giacobinismo politico collo splendore di una lirica, che diventava a volta a volta drammatica per passione di patria; Guerrazzi non volendo essere cristiano aveva dovuto diventare biblico; la satira di Giusti mordendo il clero rispettava i dogmi; Mazzini stesso rovesciava la Chiesa per fondare una nuova religione; Cattaneo, positivista incompiuto, non osava tutte le massime del proprio sistema.

Lo scrittore preferito era Manzoni, non perchè artisticamente il migliore, ma come il più temperato fra tanto tumulto di religione e di bigotteria, di tradizione e di rivoluzione. Non commovendo alcuno e piacendo a tutti, al di sotto della passione e lontano dal vizio egli rappresentava meglio di ogni altro la vita del momento, calma ancora di un'inerzia secolare, ma riscaldata già dallo spirito che doveva poi sconvolgerla per rinnovarla. Non pertanto era l'ingegno più nuovo d'Italia, che vi portava la prima rivoluzione. Forse egli stesso non lo seppe, giacchè oggi solo si comincia ad intendere la sua vera originalità, cui l'armonia del suo temperamento artistico o la fiacchezza del suo temperamento umano tolsero di essere novatrice come quella di Hugo in Francia.

Persecutori e perseguitati, preti e rivoluzionari, governanti e ribelli, tutti parlavano il medesimo linguaggio vantando gli stessi ideali. La religione era una gloria e un ornamento cui niuno si ricusava, ma il clero esercitandola non era più fuso con lei come in passato. La padroneggiava senza possederla, presso a poco come l'Austria faceva coll'Italia.

Se i grandi spiriti religiosi coglievano nel cattolicismo i difetti derivati dalla sua organizzazione e dalla supremazia vaticana, il popolo sentiva vivamente nel clero la mancanza di religiosità; quindi credulo e beffardo accettava i dogmi e rideva dei precetti, si lasciava ammaestrare e spogliare, ricordandosi delle spoglie e dimenticando gl'insegnamenti.

I preti, mutata l'antica parola, infedeli, nella nuova di giacobini, minacciavano senz'ira e senza paura dagli altari sempre parati a festa: parlavano di rivoluzionari credendovi poco e non comprendendoli affatto. In fondo si tenevano sicuri e ridevano dei frequenti moti di ribellione come di un malcontento prodotto dalla inguaribile corruzione di tutti i tempi; pronti nullameno a combatterla col ferro e col fuoco. Ma se la teorica e il sistema inquisitoriale duravano, gli uomini erano mutati. Ai terribili asceti della tirannide, che avevano curvato con una mano il mondo dei fedeli alle proprie ginocchia respingendo coll'altra le ultime invasioni degli infedeli, erano succeduti preti nè credenti nè increduli nè scettici: ubbidienti al papa perchè i suoi ordini non imponevano sacrifici, simpatizzanti senza gratitudine cogli stranieri che guarentivano loro i beneficî delle antiche posizioni.

Le ultime grandi anime religiose, i veri discendenti dei grandiinquisitori erano i sacerdoti condannati, i nuovi apostoli ribelli.Èvvi davvero molta differenza fra lo spirito di Torquemada e quello diLammenais?

Don Giovanni, solo, nel piccolo paese di Modigliana, poco occupato nelle funzioni ecclesiastiche e sempre distratto dalla caccia, non sapeva nulla dell'immenso moto religioso che sollevava l'Europa, o intendendone qualche motto bizzarro a un pranzo di parroci ove capitassero professori di seminario, alzava le spalle. Tutte le eresie dovevano secondo lui finire a un modo. Perchè discutere tanto stiracchiando le parole? Sentire ed agire, ecco la verità: il sentimento viene da Dio e non falla, l'azione viene dal sentimento e lo realizza.

Allora i giornali erano pochi e i libri si fermavano quasi tutti nelle città.

Pochi leggevano, Don Giovanni non leggeva affatto.

Nella sua camera, dopo morto, entro una scansia tarlata e sverniciata non si sono trovati che cinque o sei libri, forse i medesimi che gli avevano servito in seminario. Per credere nella grandezza d'Italia e desiderarne appassionatamente la risurrezione non aveva certo avuto bisogno di leggere ilPrimatodel Gioberti: le prove storiche della grandezza italiana l'avrebbero imbarazzato senza accrescere il suo orgoglio patriottico, mentre la sua conoscenza del clero gli avrebbe tolto di cedere alla illusione che dal papato potesse venire una vera rivoluzione nazionale.

Egli sentiva che il papa non poteva differire dal vescovo diModigliana, pel quale il paese non era che un vescovado.

Il cattolicismo, composto a quel modo, per diventare rivoluzionario avrebbe prima dovuto rinnovare sè stesso; ma don Giovanni ignorante pieno di buon senso ricusava d'inoltrarsi per così vasta e difficile questione.

Troppe cose per questo avrebbe potuto intendere e sapere. Roma non ostante i suoi abbominii in tutti i secoli, non aveva ancora mancato a sè medesima: pagani e barbari dopo averla inutilmente oppugnata erano caduti ginocchioni sotto le sue mura: le eresie lacerandola non erano riuscite a scinderla, l'antagonismo dei pontefici cogli imperatori o dei papi fra loro non l'avevano abbattuta; ad ogni disastro, ad ogni abbandono, quando tutto sembrava perduto, Roma risorgeva improvvisamente dominatrice più alta di prima.

Il suo clero talvolta tremendo, spesso corrotto, sempre abile, non aveva mai abbandonata la suprema direzione religiosa: irresistibile nelle blandizie e irrefrenabile nelle collere aveva fino al protestantesimo trionfato di pressochè tutti gli scismi. Lutero e Calvino gli avevano soli resistito trionfalmente, e nullameno Roma andava ancora riguadagnando con lenti ed assidui approcci le provincie della insorta Germania. Roma non aveva mai perduto.

Adesso nel suo regno peggiore che ai tempi del Petrarca e di Lutero, nella confusione del sacro col profano, affermava come ultima espressione religiosa la necessità del potere temporale.

Don Giovanni non vi credeva.

Le necessità di una religione secondo lui erano ne' suoi principii e non nelle sue forme: una religione incapace di vivere in ogni secolo, con tutti i governi, attraverso le più impari civiltà non era una religione. Che cosa importava al cattolicismo il potere temporale? Tutto il suo beneficio consisteva nel guarentire l'esercizio libero o magari capriccioso del culto nelle provincie pontificie; per tutto il resto del mondo quel minimo regno non aveva efficacia. Il papa, libero anche nella più crudele persecuzione, avrebbe sempre potuto dirigere tutte le coscienze interpretando i testi divini. Molti papi erano morti di martirio senza che la religione fosse stata ritardata nel suo sviluppo, offesa nel suo organismo. Una religione non deve temere per sè stessa, sotto pena di non essere più una religione: abitando le coscienze vi è inviolabile ed invincibile; nessuna tirannia saprebbe impedire un sentimento o distruggere un'idea. Una religione non può quindi temere che per il suo culto o pe' suoi membri. Terrori umani, interessi umani. Chiudendo i conventi o rovesciando le chiese forse che il cristianesimo perirebbe? Non era esso vissuto senza questi e quelli? Se il clero ritornasse alla povertà del primo apostolato, le sue predicazioni sarebbero forse meno efficaci? Se il papa invece di essere un re e un semidio fosse un prete come gli altri, eletto perchè santo fra i più santi, l'unità divina della religione ne andrebbe rotta?

Don Giovanni si faceva talvolta queste domande e sorrideva bonariamente.

Senza sapere nè come nè quando nel suo spirito si erano venute profondamente differenziando chiesa e religione; questa era l'idea e quella il fatto, l'una veniva da Dio, la seconda era opera degli uomini. Certo Dio non aveva mai permesso che la sua Chiesa snaturasse la sua religione, e infatti dogmi e precetti erano rimasti inviolati, ma la chiesa conservandoli puri aveva troppo spesso bruttata sè medesima. Così per difendersi da giuste accuse aveva voluto imporre silenzio a tutti nel nome di Dio, e per resistere a più giuste critiche aveva preteso difendere in tutta sè medesima la divinità che era solo nel suo principio.

Di questo passo Don Giovanni sarebbe presto arrivato nel protestantesimo colla coscienza libera in faccia al testo della legge, ma il suo spirito inconsciamente disciplinato dal romanismo si arrestava. Poichè Dio aveva istituito la Chiesa per sviluppare la propria religione, solo attraverso di essa dirigeva e parlava. Tutti i mutamenti fatti fuori della Chiesa o contro la Chiesa non avevano durato e non durerebbero.

Inutile quindi ogni rivolta aperta, superba e vana ogni contraddizione. Nessuna grandezza di cuore o d'ingegno poteva essere maggiore di Roma. Bisognava adempiere la religione col cuore, lasciando che la Chiesa per l'intima virtù depostavi da Dio si correggesse.

Ma se la sua coscienza rifuggiva dagl'inutili eroismi della ribellione, ripugnava ancora più alle condiscendenze della servitù. Cristiano e prete, sentiva di non dipendere da altri che da Dio, del quale non era possibile fraintendere la legge senza perfidia della volontà, mentre la cornice lavorata dalla Chiesa per chiudervela non essendo mai stata santa non era nemmeno più bella.

Queste idee torbide gli si rischiaravano a mano a mano nell'azione.

Se domani il papa cessasse di essere re, non uno dei cattolici cesserebbe di essere tale: il re non era dunque necessario.

Gregorio XVI, il re d'allora, era crudele. Don Giovanni troppo ignorante per aver letto ilTrionfo della Santa Sede, e stimare in lui il teologo, era troppo buon cittadino per non disapprovare il pessimo sovrano; ma quando per propiziarsi lo czar il papa riprovò i Polacchi morenti con disperato eroismo contro i Russi, Don Giovanni fu quasi per trascendere. Il potere temporale, che teneva schiava l'Italia, minacciava di mutarsi in ragione di schiavitù a tutti i popoli.

Non bastava soffrire, bisognava aiutare. Don Giovanni entrò nella vita politica chiamato dallo stesso strido di dolore, che lo aveva più volte condotto al letto dei moribondi.

Così rimase prete.

Niuno sulle prime se ne accorse. La rivoluzione che si compiva silenziosamente nel suo spirito, somigliava a quella che si veniva maturando in Italia e della quale gli affigliati sapevano poco, i governi nemici quasi nulla. Se Don Giovanni fosse stato un pensatore, si sarebbe gettato con violenza nelle nuove teoriche religiose per rovesciare il papato; essendo invece un uomo di cuore, discese nell'azione aiutando quelli che rischiavano la vita a preparare i combattimenti dell'indomani. Cacciatore sui confini della Toscana e della Romagna, le sue amicizie coi contrabbandieri iniziarono le sue relazioni politiche senza macchiare la sua austera probità, giacchè le leggi doganali dei piccoli governi che separavano allora l'Italia non gli erano mai sembrate vere leggi.

Quali fossero i suoi primi rischi di patriota sapranno forse i pochi vecchi amici superstiti, ma non ne fu ancora scritto. Se prete consentisse ad affigliarsi in una delle tante società secrete che allora riunivano colla loro disciplina i ribelli, lo ignoro; forse l'orgoglio del suo carattere indipendente e il suo abito sacerdotale glielo impedirono. Ma presto fra i congiurati della Romagna si seppe di un prete di Modigliana che aiutava, cimentando tutto sè stesso, a trafugare coloro che audacia di generose impazienze o perversa abilità di spie avevano compromesso. Modigliana, piantata fra i monti nel confine toscano, divenne rifugio e passaggio di congiurati, ed era sempre Don Giovanni che senza nemmeno conoscere il nome dell'uomo pel quale arrischiava la vita; giovandosi delle proprie non sospette abitudini di cacciatore andava di notte, a piedi o in biroccino, ai convegni, per ricondurne a casa propria profughi e proscritti. I contrabbandieri lo aiutavano spesso.

Intanto nelle apparenze della sua vita nulla era mutato malgrado la rivoluzione che gli si allargava nella coscienza.

La sua religione invece di contraddirli si accresceva di quegli atti patriottici.

Ma i tempi ingrossavano. L'eco delle vittorie di Garibaldi nell'America valicando l'oceano veniva a percuotere per tutti i monti d'Italia: le fantasie s'infiammavano, nobili orgogli e speranze anche più nobili s'alzavano nelle anime che la tirannide secolare non era riuscita a protestare. Mazzini esule, ma presente collo spirito in ogni terra, organizzava congiure, dava ordini, scriveva lettere, opuscoli, libri, agitando ogni sorta di questioni e riassumendole tutte in quella della libertà, eloquente come la tempesta, luminoso come un sole. Tutti ascoltavano e guardavano. La sua figura, cui la tragedia della patria dava una tragica espressione accresciuta dal mistero della sua vita privata e dalla ubiquità della sua presenza, sgomentava le anime fanciulle attirandole col fascino del pericolo; la lirica delle sue frasi e la religiosità del suo sentimento seducevano persino coloro, che la sua politica troppo chiara ed insieme tenebrosa minacciava.

I più giovani e i più intrepidi non parlavano più che d'insorgere.

Il disprezzo pei governi ancora più timidi che feroci fomentava il coraggio, mentre le satire del Giusti, i romanzi del Guerrazzi, le canzoni del Berchet infiammavano entusiasmi già esasperati dalle ridicolaggini delle persecuzioni papaline. Nella Romagna, Beozia d'Italia se il suo Monti fosse stato Pindaro, altrettanto scarsa d'ingegni che robusta di temperamenti, scoppiarono i primi moti, ma la nullaggine degli uomini che li dirigevano, impedì si diffondessero guadagnando nome nella storia. Il coraggio che sa insorgere e l'eroismo che sa morire, non bastano alla tragedia: solo l'ingegno, che potrebbe vincere diventa tragico quando gli avvenimenti lo sopraffanno e soccombe. L'ingegno mancò anche questa volta alla Romagna.

Nel settembre del 1845 per moti di Rimini una mano di armati raccolta a Bagnacavallo e a Faenza, scorrendo senza vera direzione le campagne, tentò una sollevazione. La guidavano Pietro Beltrami e Raffaele Pasi, gentiluomini entrambi, ignari ed ignoranti, che la chiarezza della nascita e la distinzione delle maniere aveva naturalmente designati capi. Del primo le cronache non seppero più nulla, del secondo narrarono che soldato aristocratico ed intrepido diventò poi generale e cortigiano. La sollevazione di un giorno dopo di essersi impadronito della dogana delle Balze, sul confine fra Modigliana e Faenza, si disciolse in una pacifica resa alle truppe toscane.

Don Giovanni che vestito da cacciatore aveva primo invaso la dogana, non riconosciuto o protetto dalle simpatie di tutti, non ne subì dopo il fallimento dell'impresa persecuzioni politiche. Oramai con quella insurrezione il carattere della sua vita si era determinato.

Egli voleva essere prete e patriota, giovando senza brillare. La vanità, così comune ai convertiti di ogni fede, non viziò mai la sua anima. Le contraddizioni del cattolicismo colla libertà, che allora s'affannavano a conciliarsi nel cattolicismo liberale, non erano ancora penetrate e non penetrarono mai nella sua coscienza; più cristiano che cattolico non sentì le antitesi, nelle cui soluzioni si smarrirono i più grandi spiriti del tempo.

Fallito quel tumulto, nessun rimorso lo turbò: forse un rammarico gliene rimase della inettitudine colla quale era stato promosso e condotto. Attese. Ma restando prete fra i preti, che colla fatuità degl'impotenti credendo di aver soffocato una terribile insurrezione insultavano al sogno di una Italia liberale, non divenne ipocrita. La rozzezza dei modi e delle abitudini, isolandolo dalle conversazioni inevitabili al suo ufficio sacerdotale, gli facilitarono il nobile riserbo nel quale si chiuse. Forse qualcuno lo sospettò, i più seguitarono a giudicarlo uno spirito bizzarro, un temperamento villico più appassionato di caccie che di processioni.

La maggior parte de' suoi amici insorti, dispersi per la Toscana, corrispondevano ora più sicuri con lui risparmiato dalla persecuzione.

Intanto i moti religiosi e rivoluzionari procedendo verso la libertà, preparavano la rivoluzione del quarantotto. Pio IX, cardinale imolese, eletto pontefice suscitò entusiasmi, dei quali oggi è impossibile rendersi conto. Il sogno del cattolicismo liberale parve avverato fra un immenso soffio lirico che sollevava popoli e pensatori. Tutti coloro, che da anni lavoravano a una rivoluzione guidata dalla religione subendo gli scherni dei veri rivoluzionari e le diffidenze dei veri cattolici, si credettero arrivati al trionfo. Pio IX annunziatosi con una amnistia, che implicava la condanna del suo predecessore, proseguì liberaleggiando: guelfi e ghibellini sospesero le ingiurie per unirsi in un coro di lodi che finì d'ubbriacarlo. Un'ira di guerra si univa al fervore della libertà; si parlò di crociata. Gli entusiasmi cavallereschi del romanticismo scoppiarono, mentre l'energie delle vecchie repubbliche e dei piccoli ducati riapparivano improvvisamente, come evocate dalla forza dei tempi nuovi. Era un tumulto di sentimenti eroici, un fracasso di frasi liriche. Bisognava credere, perchè fra poco si sarebbe dovuto agire. Mazzini ripiegando la bandiera repubblicana prima ancora di sollevarla al sole delle battaglie, scriveva a Carlo Alberto e a Pio IX, sfiduciato d'entrambi, sacrificando con magnanima accortezza politica alla necessaria illusione del momento ogni sincerità di pensatore e superbia di capo: Garibaldi, riempita l'America del nome italiano, attendeva un segnale per rivalicare l'oceano e seguitare in più splendido canto l'epopea delle proprie vittorie. Gli ultimi odii irreligiosi erano sopraffatti dal coro instancabile di speranze che cantava nelle piazze e nelle chiese, nei cuori dei giovani e nelle teste dei vecchi.

Solo qualche classico cresciuto nell'odio del romanticismo o della religione protestava tacendo. Niccolini colla chiaroveggenza del poeta penetrando oltre l'illusione del momento si ricusò ad un'opera, che fallita doveva lasciare discordie peggiori di quanto allora ne conciliava; e feroce fra tanta bontà di accordi si chiuse prigioniero volontario in fondo alla propria accademia per non uscirne che quando la commedia insanguinatasi nel dramma spirerebbe nella più tragica delle disperazioni.

Forse l'acrimonia del carattere e l'angustia dello spirito giacobino gli acuirono la naturale perspicacia dell'ingegno.

Ma i principi d'Italia, malgrado la nuova aria che li sollevava tant'alto, rimasero troppo più bassi che all'opera non fosse necessario.

Il meno tristo di tutti, Carlo Alberto, bizzarra fusione di Don Chisciotte e di Amleto, vano nelle speranze quanto vile nel dubbio, invocato capo concedeva la costituzione e correva a farsela perdonare dal confessore. Ambiva la conquista d'Italia e non osava arrischiare il Piemonte, odiava la libertà e languiva assetato di favore popolare. Nullameno, era il solo che ardisse desiderare se non un'Italia libera almeno una gran parte di essa riunita e compatta. Ma giovinetto, che aveva cominciata la vita col tradimento raddoppiandone l'infamia colla espiazione del Trocadero, doveva chiuderla vecchio con un abbandono che il popolo nella infallibilità dell'istinto chiamò traditore; mentre l'astro da lui aspettato con romantica vanagloria sul suo scudo immaginario di guerriero aveva duopo di altri dieci anni per apparire sull'orizzonte d'Italia e fermarsi chissà per quanto tempo sul tetto del castello savoiardo.

La guerra scoppiò prima che la confederazione dei principi italiani fosse stretta: quasi tutti tradirono. Il pontefice, che aveva promesso e poteva giovare più d'ogni altro perseverando, atterrito dalle altezze cui lo innalzava la rivoluzione, riprecipitò nel fango oramai secolare del proprio passato. Futile e rettorico nella vanità, fu abbietto e pedante nella paura. Così il sogno del cattolicismo liberale svaniva, mentre i sanfedisti ghignavano feroci aspettando dalle prossime disfatte il massacro degli avversari, e gli spiriti veramente rivoluzionari si gettavano alla testa della poca plebe non guasta dalle lautezze dei governi corruttori, per morire disperatamente nel nome d'Italia.

Il risveglio da tanti sogni fu violento. L'energia dell'odio subentrò alla effervescenza dell'amore. Carlo Alberto solo tenne il campo e rimase vinto senza gloria. Cattivo re, soldato nemmeno mediocre, spirito falsamente italiano, il disastro lo rivelò forse contemporaneamente a sè stesso e alla patria. Ridivenuto piemontese nella fuga abbandona Milano, abdica la corona e va a morire sulle sponde dell'oceano, perseguitato dalle maledizioni d'Italia, avvolto nel disprezzo dell'Europa. Allora gli altri spiriti italiani grandeggiarono, Cattaneo a Milano, Manin a Venezia, Guerrazzi a Firenze, Poerio a Napoli, Garibaldi e Mazzini dovunque.

L'epopea si muta in tragedia, tutto fallisce, l'inesperienza dei generali paralizza l'entusiasmo dei volontari, le diffidenze gelose fra i capi disgiungono le forze restanti: poi le antipatie regionali sempre alimentate dai vecchi governi e male sopite nella gioia della prima fusione, infieriscono esasperate da rovesci che la vanità dei vinti accusa di tradimento. Non si pensa più all'unità, si ricalcitra persino all'unione. L'aristocrazia come classe rimane per codardo egoismo aderente ai governi abbattuti; il popolo grosso e minuto senza coscienza vera di libertà, poco uso alle armi e meno ancora ai sacrifici, subisce malgrado ogni fascino delle novità il prestigio delle antiche dinastie, mentre i preti lo riconfermano nel terrore della religione e le vittorie austriache gli riconsigliano la prudenza, colla quale da tanti anni resiste nella schiavitù. Le campagne peggio che indifferenti sono ostili alla rivoluzione; l'avarizia domestica e la bigotteria religiosa e politica v'imperversano al punto che un clero meno vile avrebbe forse potuto suscitarvi una contro-rivoluzione.

Solo la borghesia è rivoluzionaria, ma fiacca per abitudini, non pratica di governo, non facile alle armi, nutrita più di rettorica che di scienza, meglio atta a morire in un impeto di disperazione che a perseverare in una lotta disuguale di forze, incerta di scopi e di processi, si smarrisce. La sua parte più giovane e più numerosa accorre sotto le bandiere, mentre i suoi seniori ammalati di cattolicismo liberale non ardiscono proclamare davvero la rivoluzione. Si parla ancora di confederazione, le forme costituzionali imbrogliano gl'inesperti e favoriscono gl'ipocriti; in fondo si teme pel popolo e si rammemorano i giorni sanguinosi della rivoluzione francese. Manca il sentimento nazionale. Il problema della indipendenza si fraziona per ogni provincia, la parola repubblica confonde e sbigottisce. Si crede ancora che religione e libertà si accordino, che i principi patteggino leali coi popoli e il papato possa concordarsi volontario coll'Italia.

Non si sa nulla e manca tutto. La rivoluzione fallisce, ma spezzato il dramma, le sue energie si condensano nelle scene. Il Piemonte resiste come regno non ignaro d'invasioni, Venezia riassume morendo tutte le virtù della sua lunga vita, Roma assalita da tutta l'Europa riapre la storia immortale delle proprie guerre per scrivervi un'ultima pagina, che ne vale molti libri. A Napoli tradimento e massacro. I Borboni mentono ed assassinano, fedeli alla propria tradizione. A Milano l'insurrezione inerme, dopo aver trionfato d'un esercito per cinque giorni, sfinita più che vinta cede non patteggia: a Bologna i popolani insorgono e abbandonati abbandonano la rivolta; la Romagna freme, ma i suoi audaci sono tutti a Roma e i troppi codardi rimasti a casa seminano diffidenze preparando persecuzioni e condanne.

L'Europa è sossopra. Parigi, Berlino, Vienna tumultuano: la rivoluzione gloriosa e sanguinante è vinta dovunque, ma fra tutte quella d'Italia, allora forse la meno osservata, è la più significativa. Al principio della nazionalità essa congiunge il problema del papato. Per tutta la storia, dal più oscuro medio evo fino a Napoleone primo, nessuno aveva potuto risolverlo. L'Italia vi si accingeva. Il papato colpito da improvvisa quanto inesplicabile demenza aveva concesso una costituzione, che infirmava naturalmente il suo principio; quindi l'aveva tradita per non essere trascinato fuori della propria orbita, e la rivoluzione era scoppiata, uccidendo nel ministro papale l'ultima illusione di un accordo fra l'Italia e il Vaticano.

La repubblica romana doveva morire prontamente, ma bastava ad interrompere la vita millenaria del papato.

Quindi il dissidio religioso invelenì nelle coscienze liberali. I più coraggiosi nauseati dalle attitudini del pontefice, che fuggiva piuttosto che resistere e malediceva invece di compiangere, si gettarono nella rivoluzione oramai troppo male ridotta per trionfare, e bestemmiando cattolicismo e federazione invocarono come suprema necessità della patria gli esterminii del 93. I più arretrarono mascherando di pretesti religiosi la prudenza, che li faceva disertare una causa per la quale la sola onorevole speranza era di morire: i meno sognarono una reazione papale iniziante un governo più largo d'impieghi ai devoti e di stipendi alle spie.

La lunga servitù d'Italia pesava su tutte le coscienze come una fatalità; la rivoluzione sembrava perdere non per colpa degli uomini ma per ragione delle cose. L'Italia non poteva risorgere. Questa acquiescenza al destino o alla provvidenza, come allora si diceva, era favorita dal quietismo religioso e letterario a capo del quale splendeva il Manzoni: la rassegnazione cristiana e il pessimismo ultra mondano, che mette sempre nell'altra vita la soluzione di tutti i problemi, coprivano le viltà depositate nelle coscienze da troppi secoli di servitù, mentre l'educazione cattolica assoggettava coi suoi terribili dilemmi spiriti anche non volgari.

Quindi i pochi eccessi rivoluzionari, che falsavano la nuova libertà, bastarono a molti per abbandonarla, evitando loro di risolverne il problema nella coscienza. I rivoluzionari rimasero pochi ma intrepidi, i cattolici furono troppi ma quasi tutti vili, certo tutti inetti, aspettando dall'Austria più che da Dio la pacificazione d'Italia.

Il clero che negli antecedenti begli anni della letteratura cattolica liberale si era abbandonato a tutti i lirismi del sacrificio, rientrò frettolosamente nel secolare egoismo: nessuno osò scindere le questioni che il Vaticano fondeva in una sola. Pontificato, governo temporale, romanismo, cattolicismo, cristianesimo, tutto si confuse nell'anatema lanciato dal papa alla rivoluzione e rimase identico nella coscienza del clero. I vantaggi della sua posizione storica minacciati dalla rivoluzione gli tolsero la vista delle grandi riforme da lui stesso invocate, mentre l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa proclamata altamente dai liberali lo guariva quasi istantaneamente dalla passione della libertà.

Immaturo per la propria riforma, il clero non poteva accondiscendere nella rivoluzione.

I suoi più grandi pensatori, riprovati da Roma, non avevano osato nemmeno nello sdegno della propria condanna precisare la riforma cattolica; imbarazzati fra loro nella parte dogmatica, non riuscirono che a maledirsi scambievolmente ponendo il problema della nuova costituzione ecclesiastica. Quindi le esigenze della libertà e della autorità sviandoli nel pensiero li esasperarono nel sentimento già atterrito dalla insurrezione e dal silenzio del popolo, fra cui predicavano. Invece di una riforma religiosa, questi domandava una rivoluzione politica. Il cattolicismo non era più un bisogno ideale dello spirito popolare: i suoi dogmi, la magnificenza della sua universalità non commovevano più, mentre la violenta interpretazione papale riassumendo tutto nel vaticanismo aveva già prodotto negli spiriti quell'indifferentismo beffardo e desolato, che Lammenais prima di ribellarsi aveva cercato di combattere con un fervore di fede pari allo splendore dell'eloquenza.

E a poco a poco i nuovi eretici trascinati dallo stesso spirito novatore erano saliti dal campo religioso nel filosofico, abbandonando la sicurezza dell'insegnamento cattolico, prono ma sodo, per smarrirsi non visti dal popolo fra la turba dei grandi pensatori, che cercavano già donde verrebbe la nuova religione.

Il problema del rinnovamento cattolico, intuito nella prima metà di questo secolo, non sarà veramente dibattuto che nel secolo seguente e risolto chissà in quale.

Certo prima di esaurirsi il cattolicismo, che sta rincorporandosi tutto il cristianesimo, deve produrre in sè stesso nuove interpretazioni e forme favorevoli alla espansione degli ideali, che oggi ancora contunde nella idolatria o deprava nella politica.

Il clero italiano fu come da moltissimi secoli al di sotto della propria posizione, il più vile di tutto il cattolicismo. La corruzione vaticana scemandogli il carattere religioso gli aveva tolto, e non gli ha ancora restituito, il carattere umano. Mentre l'Italia insorgeva contro l'Austria in una guerra d'indipendenza scevra di questione religiosa, e la rivoluzione assaltava il Vaticano scacciandone il papa per conquistare la libertà religiosa e politica, il clero non osò essere nè italiano nè cattolico combattendo l'Austria o schierandosi col pontefice. La viltà del Vaticano, che oppugnava l'Italia per conservarvi il minimo regno, si ripetè in tutte le parrocchie; i curati trepidanti pei proprii beni lasciarono a Dio l'ufficio di salvare il papa, e non uno di loro tentò di mettersi alla testa dei molti fedeli per difendere, ultimo crociato, la tomba degli apostoli, o salire almeno il pulpito per dire ai contadini che l'Austria tiranneggiando l'Italia aveva il medesimo torto dei settari insignorendosi di Roma.

Invece ripeterono a bassa voce la parola di Gesù altrettanto vera nella filosofia che falsa nella storia: date a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare; ma il nuovo Cesare stava a Vienna, e quanto a Dio, i suoi beni e i suoi diritti erano quelli medesimi delle parrocchie.

Sullo scorcio del secolo passato il clero francese morendo nella Vandea per il proprio re si era contemporaneamente battuto per la Francia contro gl'invasori, e la rivoluzione aveva dovuto stimarlo, e Napoleone poco dopo l'aveva riconfermato. Il clero italiano, ignobile ed ignaro, non volle morire nè per l'Italia nè per il papa, e visse a sè medesimo.

Ma il papa stesso, moltiplicando per tutta la superiorità del proprio grado l'antico errore di Pompeo, abbandonò Roma al primo scoppio rivoluzionario ricusandosi ad un pericolo di morte altrettanto improbabile che benefico alla religione. La prigionia di Pio VII era bastata a riscaldare gli animi religiosi dopo la rivoluzione francese, l'assassinio o la condanna di Pio IX avrebbero riaccesa in tutti gli spiriti la fiaccola della fede disonorando per sempre la rivoluzione.

Invece riparò nella più solida fortezza del peggior tiranno d'Europa, cingendosi di briganti contro i rivoluzionari. Mentre Garibaldi e Mazzini venivano a morire sulle mura di Roma, disperati di salvarla ma bagnandola del proprio sangue, come di un battesimo che la iniziasse a nuova vita, il pontefice nella feroce umiliazione di re, che non sa nè vincere nè morire, dimenticava il proprio carattere di padre universale per cacciare contro Roma quanti soldati la reazione trionfante in Europa poteva prestargli.

Ma la viltà del papa immortalata da Mazzini in una pagina rovente d'indignazione sparve nella viltà del clero; a tutti sembrò dovere la sua fuga, diritto la sua invocazione agli stranieri perchè lo rimettessero in trono. Senonchè quella fuga e quell'appello oltre le alpi provarono invece che principio e fatto di regno temporale erano esauriti. Quando un principio è incolume e un fatto è intero, coloro che lo incarnano non vi falliscono; l'energia della fede, il vigore della coscienza li sorreggono in ogni frangente; possono perdere non scappare, soccombere non prostrarsi. Il re che abbandonava Roma senza chiamare il popolo alle armi confessava di non esserne che il papa, e il mondo gli credette.

Quindi la sua fuga aperse nelle mura una breccia, che allargata dalla soldataglia cosmopolita del suo ritorno non si potè più sbarrare: vent'anni dopo Vittorio Emanuele, scoprendola, entrò e la chiuse. Questa volta Pio IX non fuggì da Roma perchè non ne era più il re, ed essendone il papa poteva sempre restarvi.

In questo periodo così tumultuante di fatti, e di idee Don Giovanni non si mosse. Molti fra i congiurati, che lo avevano conosciuto nelle opere secrete, aspettavano forse di vederlo insorgere sulla montagna e alla testa di una compagnia fra contrabbandieri e cacciatori correre alla difesa di Roma. La Spagna era tutta piena in questo secolo di curati belligeri, talvolta grandi come generali, più spesso fieri come assassini.

La predicazione patriottica cominciata a Bologna dai padri Gavazza e Ugo Bassi infiammava il popolo alla guerra. Invece che nelle chiese, le prediche si facevano su per le piazze, dall'alto delle scalinate, fra una ressa di popolo piangente di ogni entusiasmo, giacchè l'effervescenza del sentimento patriottico permetteva qualunque eccesso di pensiero e di parola. Si declamava di guerra, di massacri, di trionfi, di perdoni: tutta la vecchia rettorica delle scuole piena di esempi romani e cartaginesi, quella dei seminari, l'altra più recente del romanticismo si mescolavano in una eloquenza ridicola e commovente, deforme e poderosa.

Nell'aria agitata da tante voci passavano a volta a volta i veri soffi della rivoluzione. Il popolo applaudiva strepitando ai due sacerdoti senza capire delle loro frasi che le parole di guerra. Il nemico scoperto era l'Austria, i nemici incerti tutti i principi, il papa e il clero, i nobili e i borghesi che quello schiamazzo atterriva, e i contadini che ascoltandolo lontani ne chiedevano la spiegazione ai parroci.

Il padre Gavazza, energica figura di tribuno ribollente di passioni e fors'anche volgare di vizii, piaceva più dell'altro, gracile poeta, che la letteratura aveva travolto e la rivoluzione doveva stritolare. Ad entrambi la stessa gloria e la medesima vanità prestò le forze ad uscire dagl'ordini; ma nessuno dei due sapeva bene ciò che volesse. Ugo Bassi additato alla reazione austriaca dal clero implacabile si confessò, abiurò e cadde, martire coraggioso e recalcitrante, per vivere nei ricordi del popolo che di lui non ricordò più che la morte; l'altro, più fortunato o più abile, vinta la rivoluzione, riparò all'estero e vi si convertì al protestantesimo, e tornò a predicarlo in Italia agli stipendi della società biblica, non ascoltato dalla borghesia, spregiato dal popolo, che stima poco coloro che mutano e non crede mai alle conversioni fruttanti danaro.

Don Giovanni, sacerdote al pari di essi, non li seguì nella breve e tempestosa predicazione. Differenze di indole e più ancora di testa glielo impedirono, salvandogli l'originalità oggi ancora più sentita che compresa.

Come Don Giovanni giudicò la rivoluzione del 48? Che cosa pensava dei principi e del popolo? Di Carlo Alberto e di Pio IX acclamati primi, di Mazzini e di Garibaldi arrivati ultimi?

Il suo pensiero non è rimasto scritto, ma la sua vita lo ha chiaramente rivelato.

In tutto quel periodo, come prima e come dopo, seguitò la vita di cacciatore ascoltando forse sulle cime dei monti nell'aria trepida il rombo immaginario delle battaglie infelici, che si combattevano per l'Italia. Intorno a lui tutto era calmo. I contadini non s'occupavano che dei ladri infestanti per la mancanza di un qualunque governo, mentre giù nel paese invece la grossissima maggioranza assisteva alla rivoluzione come ad una avventura della quale era già previsto lo scioglimento. Nessuna fede, nessuna idea netta; qualche sentimento generoso fra molti avari, una certa smania di novità frammezzo abitudini che la morte poteva interrompere, non già la vita mutare; paure e ignoranze, viltà di ogni servitù, gelosie di qualunque grado. La rivoluzione non era possibile, il popolo non la sentiva. Invano una piccola minoranza aveva profuso da molti anni e seguitava a profondere eroismi di pensiero e di cuore, prodigava sangue e danaro, dimenticando tutta sè medesima nella passione della patria da redimere; la patria indolenzita e indolente rimaneva accovacciata sotto le sedie dei propri tiranni, guardando con stanco sorriso coloro che tentavano di scuoterla ed arrischiavano in questo la vita.

L'Italia allora non aveva nè un re, nè un generale, nè un politico.

In qual guerra aveva trionfato Carlo Alberto? E non era che re di Piemonte, e non aveva osato dire alteramente all'Italia: sii mia! Quale fra i tanti ministri dei tanti piccoli Stati sarebbe stato così forte da soffocare la voce degli altri per farsi intendere dall'Europa? Il migliore, quello del papa, Pellegrino Rossi, smarriva ogni senno politico nel sogno di un papato costituzionale.

Tutti gli italiani erano stranieri fra loro: piemontesi, napoletani, lombardi, toscani, veneti, umbri, siculi, divisi per storie, per indole, per produzione non avevano in comune che la servitù, e anche questa diversa, cosicchè il dolore e l'odio frazionandosi s'impicciolivano. Mazzini solo era italiano, ma la sua opera e la sua fama male interpretate gl'impedivano d'abbracciare tutto il popolo. La minoranza rivoluzionaria sola gli ubbidiva adorandolo. Garibaldi sbarcato allora dall'America era per la gente volgare uno sconosciuto, per tutti quei soldati invecchiati nelle parate un avventuriero ricondotto in patria da bramosia di saccheggio.

I Governi, invece di confederarsi, patteggiavano contemporaneamente coll'Austria e colla rivolta, conservando verso l'una molte velleità d'indipendenza, verso l'altra tutte le pretese del comando. Solo un forte moto di unità, rovesciando quei piccoli troni e galvanizzando le piazze nel nome della repubblica, armandole, lanciandole sullo straniero, avrebbe potuto trionfare; o un re temerario e abile come Enrico IV, che affermandosi re d'Italia avesse nel suo nome eccitata la rivolta e guidata la guerra contro l'Austria, avrebbe avuta qualche probabilità di riuscita. Mazzini tentò la prima proclamando la repubblica romana, nella quale, se persistente, tutti gli Stati d'Italia sarebbero scomparsi; ma nell'ultima ora quando tutto era perduto, e salvò con eroismo pari all'ingegno l'onore della rivoluzione. Napoli e il Piemonte avrebbero potuto cimentarsi nella seconda impresa, ma i loro re capaci di aspirarvi per vanagloria non ne ebbero l'animo, tradirono o fallirono, poco sinceri nel sentimento, meno italiani nel concetto.

E questa rivoluzione preconizzata da tanto splendore di arte, preparata con lungo studio, assistita da tutte le forze, in un anno appena si logorò e parve svanire. Il popolo in massa non vi aveva che assistito.

Gl'italiani erano vinti. I campi veneti e lombardi fumavano di sangue, in tutti i paesi la reazione del dolore e della paura sopraffaceva l'entusiasmo della rivolta.

A sera la malinconia delle prime ore era più triste, il pianto si mesceva colla rugiada. I volontari ritornavano sbandati maledicendo e ascoltando le maledizioni ai generosi, che avevano predicato la guerra. Si vantavano la pace umiliante, le molli delizie della servitù.

Venezia e Roma resistevano ancora, quasi trovando nel nome antico della repubblica l'eroismo della nuova morte. Il clero esultava. La sua sordida e numerosa clientela liberata dallo spavento della rivoluzione turbava con gioie parricide la tragica solennità di quel momento. Tutti i maggiori uomini d'Italia erano sembrati impari all'azione: i cattolici liberali mascherati da nuovi costituzionali spingevano l'odio della rivoluzione più oltre dei sanfedisti, seminando fra i vinti rancori che nulla poteva più consolare. Le calunnie scoppiettavano ora che il fuoco della moschetteria si faceva più rado e meno omicida; le speranze uccise dai sarcasmi del popolo peggio ancora che dal piombo degli eserciti nemici cadevano come Ferruccio avvolgendosi nelle ultime bandiere.

Don Giovanni assisteva a questa agonia prolungata di giorno in giorno quasi per aumentarne il dolore.

La sua anima era in preda a mille passioni. La viltà del clero tripudiante sulle stragi italiane gli dava a volta a volta degl'impeti disperati, che la sua coscienza di uomo, ribellandosi alla coscienza di prete, portava fino a Dio. La questione del papato avviluppata intorno all'ideale religioso lo aveva reso irreconoscibile, mutando una religione di sacrificio e di amore, talmente pessimista da non considerare il mondo che come un tramite oltre il quale splendeva la verità e si armonizzava la vita, in una feroce idolatria, nella quale le avare ingordigie del tempio e gli ignobili silenzi dell'idolo concordavano alle più ribalde affermazioni. Il pontefice, invece di mostrare ai popoli la croce di Cristo, brandiva la canna dell'Ecce Homocome una mazza, minacciando di spezzare le teste che non si sarebbero curvate.

I tempi parevano dar ragione al papa. Il cattolicismo sorretto dall'ultima reazione della Santa Alleanza si disponeva a riconquistare Roma abbandonata dalla viltà di Pio IX, mentre la libertà proclamata dall'ottantanove a traverso un'immensa carneficina, e quasi soffocata sotto i disastri del primo Napoleone, stava per essere uccisa. I popoli non avevano in cinquant'anni potuto intenderla. I piccoli re d'Italia accodati agli eserciti invasori, come valletti a saccomanni, servivano gli schiavi che venivano a ristabilirli padroni, intanto che il pontefice, re più abbietto di loro, infangando la propria eterna religione nella politica di un'ultima ora di regno, confermava tutte le menzogne assolvendo tutte le stragi.

Garibaldi e Mazzini soli resistevano.

La rivoluzione dell'ottantanove si riassumeva in loro, Garibaldi ne era il soldato, Mazzini l'apostolo; e poichè la rivoluzione era mondiale, la sua ultima battaglia si combatteva naturalmente a Roma. Tutta l'Europa feudale era discesa sotto le sue mura; perfino la Francia, agonizzante nell'agonia di una falsa repubblica che doveva produrre un più falso impero, mandava i proprii soldati a mutare quell'assassinio in fratricidio.

Tutto sembrava perduto.

Se l'Italia fosse insorta nella rivoluzione e sopraffatta dalla reazione monarchica d'Europa avesse soccombuto, non sarebbe stato nemmeno un disastro. La libertà conservata nelle coscienze avrebbe preparato la rivincita, mentre l'unità del pensiero, la concordia del sentimento, l'identità degl'interessi avrebbero consolato una disfatta istantaneamente mutata in vigilia di guerra.

Invece il popolo credulo ai sofismi del clero, che gli mostrava nella ripristinazione del romanismo la verità della religione cristiana, ammirava la forza degli stranieri invasori.

Giammai nella storia vi fu momento più tragico.

Garibaldi, reso feroce dalla disperazione, irrompeva dalle mura di Roma come Ettore chiamando ad alte grida l'Achille de' nuovi greci, ma dal campo nemico nessuna voce d'eroi gli rispondeva, mentre una immensa moltitudine d'armati lo obbligava invano reluttante a riparare nelle mura. I suoi soldati di un giorno non avevano nè armi nè scampo: italiani di ogni provincia, chiamati dalla rivoluzione, erano venuti a morire nella sua tragedia. Non un dubbio, non un lamento. Roma eterna si stendeva accidiosa dietro loro dalle mura. Il suo popolo troppo pieno di cortigiane e di bastardi, rimasuglio di tutte le schiavitù, guardava con suprema indifferenza di servi, che usi a non pagare lo spettacolo non vi portano più e non ne risentono passione. I fastigi dell'impero e del papato dominavano immani quest'ultima battaglia, che stranieri italiani sostenevano contro stranieri d'oltre Alpe.

L'assedio non poteva essere lungo. Ogni giorno scemava il numero e le forze degli assediati. L'Italia vile come Roma non osava nemmeno incitare i combattenti sopraffatta dal dubbio della vittoria. Nulla. In alto, sopra un colle, non uno dei sette immortali della storia antica perchè sovr'esso doveva cominciare la storia moderna, Mazzini pallido e sereno dominava una piccola assemblea, che percossa dal rombo dei cannoni gli si stringeva intorno. L'immensità storica e il silenzio attuale di Roma sbigottivano la Costituente, assemblea di sbandati, senza nè l'energia del senato nè l'impeto dei comizi antichi, in un momento nel quale nè l'uno nè l'altro sarebbero forse bastati.

Campidoglio e Vaticano, ambedue deserti, intendevano dalla sublimità della loro grandezza a Villa Medici, sede del nuovo Parlamento.

Roma taceva.

Il suo silenzio di quel momento fu un silenzio di morte.

La città, che dopo aver soggiogato il mondo coi Cesari l'aveva dominata coi papi, era esaurita; vi sarebbe ancora una nuova Italia, non vi sarebbe più una terza Roma.

E su quel silenzio di due mondi millenari, che il fuoco degli assedianti non bastava a rompere, Mazzini pronunciò la parola della vita nuova proclamando la repubblica moderna. Dopo i cesari i papi, dopo i papi il popolo. Roma assediata dagli ultimi barbari della monarchia liberava nuovamente il mondo; ma era l'anima italiana che parlava in lei. La proclamazione della repubblica, appena udita per le vie della città, echeggiò dovunque. Un'altra êra incominciava bagnata di sangue come tutte.

Ma unico fra i forti italiani d'allora che affermasse l'unità d'Italia, mentre i più intrepidi di spirito non ne sorpassavano la confederazione, anche Mazzini dovette contraddirsi proclamando una repubblica romana. La sua grand'anima resistè allo schianto di questa contraddizione, che annullava l'affermazione di tutta la sua vita in un momento che la morte rendeva libero da ogni menzogna. Senonchè l'unità da lui affermata magnanimamente non era ancora cosciente nell'anima d'Italia, e Genova e Venezia risognavano le proprie repubbliche marinare, e la Toscana si affermava superbamente augusta in sè stessa, e Napoli invidiosa del Piemonte accarezzava contro di lui la stessa vanità di egemonia, e la Lombardia di tradizioni più incerte evitava di risolvere, e nessuno malgrado le molte adesioni al Piemonte sentiva davvero che l'unità sola poteva produrre l'indipendenza e l'unione d'Italia.

Non v'era che un soldato italiano, Garibaldi, nel quale l'amore d'eroe per l'Italia non fosse scemato dalla passione di nessuna delle sue provincie. Mazzini condotto a Roma dalla stessa fatalità che diciannove secoli prima vi attirava S. Pietro, non potè, limitato più dalle singole insurrezioni italiane che dagli stranieri assedianti, proclamare la repubblica italiana: Napoli e Torino, Firenze e Venezia gli avrebbero risposto negando. Si sarebbe accusato il triumvirato di tirannia, le dinastie sabaude e borboniche colpite nell'egoismo di regno avrebbero urlato alla conquista.

L'unità mancava e doveva mancare ancora dieci anni dopo, giacchè il trionfo della forma monarchica sulla repubblicana significa anche adesso che la coscienza italica per comprendere la propria unità politica aveva duopo di vederla prima in una unione esterna ottenuta dalla conquista di un principe italiano sugli altri, e che la soggezione al nuovo regno calmava le paure della maggioranza sugli effimeri disordini inseparabili da una rivoluzione.

Roma proclamerà la repubblica quando l'Italia sentirà davvero nella coscienza la propria unità.

Allora Mazzini non potè affermare che la repubblica romana, sapendo benissimo che uccisa all'indomani profitterebbe colla propria morte all'Italia. La repubblica romana proclamata fra il Campidoglio vuoto e il Vaticano deserto chiudeva per sempre le loro due epoche; durando, avrebbe invece negata l'unità italiana. A Roma, non più centro del mondo ma capitale d'Italia, la repubblica non può essere che italiana.

Don Giovanni dai colli di Modigliana non guardava più che a Roma. Le notizie arrivavano peggio che incerte, contradditorie. Nella piazza del paese l'albero della libertà, piantato dalla canaglia nella prima effervescenza della sollevazione, si essiccava al sole del tramonto, visitato tutto il giorno da ogni classe di persone concordi nella stessa ironia. Nei paesi vicini gli stessi alberi erano già stati rovesciati. Quello di Modigliana resisteva ancora senza speranza.

In quel tempo la vita di Don Giovanni fu esercitata da terribili agitazioni. L'energia della sua natura eroica lo avrebbe spinto a marciare su Roma cinto dei più intrepidi fra i suoi amici contrabbandieri, mentre la sua coscienza di cristiano e di rivoluzionario glielo impediva. La rivoluzione era immatura nel cattolicismo e nell'Italia; clero e popolo non la sentivano. La generosità di una rivolta, che una morte quasi sicura avrebbe bastato ad assolvere in ogni paese, diventava problematica allora che gli spiriti avevano cessato d'intendersi. Nessuno parlava più della libertà d'Italia: Roma e Venezia sembravano due città straniere assediate da stranieri che si difendessero senza speranza; le vittorie austriache ingigantendo nelle fantasie atterrite la potenza dell'Austria rendevano ridicole e criminose le resistenze. Perchè battersi ancora facendo massacrare tanti poveri giovani? E il clero rispondeva insinuando che la rivoluzione non era per l'Italia, ma contro la religione, e il popolo credulo per secolare abitudine malediva ai rivoluzionari, invocando nel papa il santo dei santi. Le minute superstizioni e i miracoli paesani rifiorivano; lo scombussolamento e le morti della rivoluzione che avevano già esasperato le donne e i vecchi, facevano ormai prorompere gli adulti. Si denunciavano all'odio popolare le società secrete, si ricordavano i tempi della schiavitù colla pace delle anime e degli interessi sotto la sacra tutela del papa.

I volontari ritornati dai campi delle varie guerre regionali erano guardati con orrore misto di scherno: avevano voluto distruggere la religione e vinti erano scappati. Malvagi e vili, ingannati o ingannatori.

Il papa sarebbe presto ritornato a Roma e tutto sarebbe finito.

Infatti Roma dovette capitolare. Gl'Italiani che la difendevano, ridotti senz'armi e senza munizioni, si arresero. Roma non si mosse. Molti romani generosi avevano certamente partecipato alla difesa della città santa, ma il suo popolo vi aveva assistito come ad uno spettacolo. Se Roma si fosse difesa come Saragozza, gli eserciti stranieri discordi non l'avrebbero presa; se le popolazioni delle sue provincie fossero insorte, li avrebbero fatti prigionieri. Roma non era più Roma; i Latini, i Sanniti, i Bruzii moderni non somigliavano più ai confederati di una volta, frammezzo ai quali Annibale non aveva osato inoltrarsi. La Costituente si disciolse prosaicamente; Mazzini, ultimo italiano, dovette nuovamente esulare solo.

Appena tacquero i cannoni, squillarono le campane.

La città dei preti e dei servi, usa a vivere della ospitalità degli alberghi, accolse gl'invasori precedenti il pontefice e che tronfi della facile vittoria rattenevano a stento il disprezzo per un popolo senza coscienza di patria in una città, che era stata la coscienza del mondo.

Tutto era perduto. Caduta Roma, Venezia vincitrice non avrebbe giovato nè a sè medesima nè all'Italia.

Un silenzio di morte si stese sulla penisola, rotto dalle chiocce invocazioni del clero osannante nelle chiese al ritorno del pontefice, mentre un gran vuoto si faceva improvvisamente nelle coscienze di tutti. Quella rivoluzione vinta, insultata nell'agonia, morta diventava qualche cosa. Rivoluzionari e reazionari al rumore della caduta di Roma si guardarono in viso allibiti: che cosa significava quella repubblica vissuta un giorno nella gloria tragica di un assedio senza scampo e morta di ferite fratricide senza gettare un grido di paura o di odio?

I suoi soldati, ultimi superstiti di un'epopea che forse un giorno avrà un poeta grande quanto Omero, si dicevano usciti dalle mura, dispersi. Che cosa era avvenuto di Mazzini? Garibaldi era forse prigioniero?

Ognuno se lo domandava, nessuno lo credeva.

Un fascino misterioso circondava quest'uomo rendendolo superiore a tutte le circostanze.

Mazzini esulava, Garibaldi si ritirava, nessuno dei due fuggiva.

Coi rimasugli dell'esercito, forse un quattromila uomini, Garibaldi era uscito al momento della resa da porta S. Giovanni. Il popolo lo aveva visto ritirarsi con un senso di ammirazione paurosa. Come avrebbe egli potuto salvarsi per una campagna tenuta da tre eserciti, ognuno dei quali tanto maggiore del suo? Garibaldi andava innanzi pallido e biondo. La serenità della sua fronte entrando dalla porta nella campagna, era degna di Roma; aveva perduto la battaglia ma la guerra proseguiva. Invece i soldati laceri e sfiniti, senza quella fede incrollabile del generale nella unità d'Italia, cadevano quasi sotto il silenzio di Roma. Non uno sguardo dalle mura dell'immensa città li seguitava per la morta campagna.

La ritirata cominciava senza meta e senza scopo. Perchè salvarsi? Dove salvarsi? La desolazione della campagna, eterna come Roma, avvolgeva la disperazione di quelle ultime ore. Solo Garibaldi alzava la fronte sul deserto e lo dominava colla sicurezza di chi scruta oltre i suoi confini nelle terre che lo attendono. Roma era presa, ma l'Italia poteva sollevarsi ancora. Perchè la ritirata da Roma non sarebbe un ritorno dall'isola d'Elba? Il numero dei soldati non montava, giacchè il popolo è senza numero, e dai monti, dalle valli, dalle pianure che vanno a bagnarsi nelle paludi, dalle città che nessuna milizia occupava, dai villaggi, dai porti, dai litorali deserti, fino dalle vette più inesplorate insorgerebbero italiani al tuono delle nuove battaglie, che inseguito da tutti i nemici egli darebbe a tutti loro per tutte le terre d'Italia. Ora che le singole rivolte erano fallite doveva cominciare la resistenza generale. L'Italia medioevale aveva fatto le ultime prove in questa insurrezione frammentaria, inspirata e sorretta dalle energie delle tradizioni locali, ma un'altra Italia disciplinata da Mazzini nelle società secrete, rappresentata al supremo sacrificio di Roma da' suoi figli più prodi poteva sorgere e vincere.

Traversare l'Italia, sollevarla, spingerla sugl'invasori e mentre essi dispaiono nella battaglia di tutto un popolo contro un esercito, salire sulle Alpi e gridare all'Europa attonita: che la rivoluzione ha vinto e un'altra Italia comincia per tutti una nuova storia di libertà….

Era il sogno di quel momento, l'alba che egli vedeva attraverso il crepuscolo sinistro di quel giorno di sconfitta.

Il pericolo dell'aperta campagna rianima la piccola truppa; Roma si allontana all'orizzonte, mentre il deserto dell'agro romano si distende oltre lo sguardo e le memorie dei più in una desolazione così sublime che rivela loro la grandezza della propria.

L'anabasi incomincia: tre eserciti li cingono e li perseguono. Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude, li inganna; muta passo e direzione ad ogni ora, aumenta di velocità, dissipa le proprie traccie, è introvabile, invincibile. Agile come un serpente, ha dei balzi e delle ferme di leone che seminano nei persecutori la confusione e la paura: guadagna i monti e vi si perde, sempre inseguito e sempre in salvo, moltiplicando gli stratagemmi e gli eroismi, lasciando ad ogni tappa una gloria e una speranza.

Il popolo non si è mosso e non si muove. I contadini lo guardano passare svelto e superbo pei campi, seguito da soldati che di umano non hanno più che la fatica e il dolore, e abbassano gli occhi colla indifferenza di una ignoranza cui nulla più commuove, di una servitù che da secoli non ha più tentazioni di libertà. Le città e i villaggi, dove giunge, non lo ricevono o almeno non vorrebbero riceverlo, percossi dalla notizia degli eserciti che lo inseguono o meravigliati di vederlo vivo e forte, mentre una voce misteriosa lo annunziava morto ad ogni ora. L'orrore dei sacrilegi immaginari di Roma allontana da quei superstiti ribelli la pietà dei credenti, che il ritorno del papa ha entusiasmato; le amare delusioni rivoluzionarie li colpiscono, il solito disprezzo pei vinti li insulta.

Il piccolo esercito non è più che un manipolo, la stanchezza disperata delle marcie ha di già abbattuto la maggior parte dei soldati avviliti dalla indifferenza ostile del popolo. Solo Garibaldi, che non spera più, non cede ancora. Invece di irritarsi di quella viltà del popolo, la comprende e lo compiange. Tre o quattro secoli di schiavitù non si cancellano in un giorno: il popolo che non ha ancora potuto credere, malgrado ogni dimostrazione scientifica, al giro della terra intorno al sole, perchè crederebbe subito che la storia giri intorno alla libertà? I dolori centenari della sua immobilità sulla gleba fecondata sotto l'occhio avaro del padrone e il sorriso beato del prete erano ben maggiori delle sofferenze di quella ritirata, che la morte poteva ad ogni istante interrompere e consolare: ma il popolo che non muore e non si ritira, non poteva credere ancora alla propria resurrezione, nè all'eroismo di coloro che avevano invano tentato di morire per ottenergliela.

Garibaldi marciava sempre. Amici e nemici, nessuno in Italia sapeva bene dove si trovasse; egli stesso ignorava la propria meta. Un istinto lo guidava. La reazione trionfante in tutta l'Europa si ricordava appena di lui per chiedere sbadatamente se lo avessero fucilato, il popolo l'abbandonava, Mazzini l'astro del suo pensiero era scomparso o si era spento, Roma si stordiva d'incenso e di scampanio, i tedeschi stavano per uccidere Venezia, Genova più infelice era stata riconquistata dai Piemontesi.

Egli solo, inerme capitano di un manipolo d'inermi, restava all'Italia.

La sua coscienza lo sentì. Per una di quelle attrazioni che la poesia è pronta a cogliere ma delle quali il volgo ride, avendo invano traversato l'agro latino, l'Umbria, le Marche verso la Romagna, si diresse a S. Marino per disciogliervi, ultimo difensore della repubblica romana, nella libertà della sua minima ed antica repubblica, le supreme reliquie dell'esercito, col quale aveva sognato di sollevare l'Italia. I tempi non erano maturi: d'altri dolori e di più profondi studi aveva d'uopo l'Italia per risorgere.

Egli riservato a quel giorno doveva restar solo e sparire.

Quindi senza un lamento congeda il drappello degli ultimi che l'avevano seguito. Napoleone aveva singhiozzato a Fontainebleau stringendo la mano al generale della sua vecchia guardia, e sublime egoista le aveva gridato: Scriverò nell'esilio quanto operammo insieme! Garibaldi moralmente più grande si perde nella sventura d'Italia e non ha un solo motto d'orgoglio dopo tanti eroismi. Al momento di sbandarsi generale e soldati, egualmente profughi e cercati a morte, dimenticano ogni gerarchia di merito e di ufficio per stringersi semplicemente la mano, forse per l'ultima volta, e si separano.

Egli volle restar solo.

L'epopea si muta in romanzo. La ritirata è finita, il pellegrinaggio incomincia. Invano gli consigliano di radersi la barba e di mutare abito, giacchè la sua fisonomia e il suo abbigliamento reso popolare dai ritratti è nella coscienza di tutti. Egli nega, non sa dirne la ragione, ma nega. Tale prudente menzogna del viso e delle vesti avrebbe mutato il suo pellegrinaggio in una fuga, e Garibaldi non può fuggire. Sua moglie Annita, meravigliosa fusione di Andromaca e di Clorinda, lo segue incinta e non teme; un amico solo, un capitano, li accompagna. Come ha egli ottenuto questo privilegio? Forse da Annita troppo ammalata malgrado tutto l'eroismo del suo cuore.

Da S. Marino scende al mare, s'imbarca, approda tra le valli di Comacchio, s'interna nella pineta di Ravenna; perchè raccontare tutto questo? Troppo e troppo sconciamente lo dissero poi tutti coloro che lo giovarono di aiuto. La vanità dei salvatori fu questa volta maggiore della grandezza del salvato; egli aveva sempre ricordato nel silenzio della gratitudine, essi si percossero di contumelie dopo la sua morte, litigandosi ognuno il vanto di averlo salvato e confessando così tutti insieme di non averlo conosciuto.

Ma la sventura d'Italia persegue l'ultimo italiano; come l'Italia aveva tutto perduto in quell'ora, a lui non doveva restare nulla, nè un soldato nè un amore. Annita vinta dal travaglio di quella caccia, che non dà requie, s'arresta un momento e spira. Garibaldi, solo, non può nè soccorrerla nè seppellirla. Il suo dolore rugge colla bufera che tormenta la pineta, ma la sua anima non cede tuttavia alla tentazione della morte.

Morta Annita, l'Italia moribonda che aveva con lei diviso il suo cuore, vi rimane sola, sventurata erede di nuova sventura; ma il cuore di Garibaldi non si restringe. E i pericoli si rinnovano, la morte incalza. Adesso tutto il mondo sa che Garibaldi, congedati gli avanzi dell'esercito col quale era sfuggito alla capitolazione di Roma, erra sul littorale di Ravenna in cerca di scampo: spie e pattuglie lo cercano. Appena ravvoltolato nella sabbia il cadavere della povera Annita, che i cani scovrirono e rosicchiarono nella notte, muta ricovero di capanna in capanna, protetto da povera gente, più triste perchè più solo, ma quasi tranquillo. Tutte le speranze d'Italia erano ospitate nel suo cuore: egli lo sentiva e camminava senza affrettarsi e senza nascondersi, seguendo le guide che il destino gli mandava e dicendo a tutti:

—Sono Garibaldi, insegnatemi la strada.

Quale?

E lo guidavano al sicuro.

Fra tanti, cui si scoperse, nessuno dubitò di lui e lo tradì. Un fascino fatale lo proteggeva. Biondo, coi capelli lunghi come la criniera di un leone, coll'occhio azzurro come l'azzurro delle più belle albe italiane, vestito come tutti i soldati d'Europa l'avevano veduto sulle mura di Roma fra le tempeste dell'assedio, nessuno dei tanti drappelli nemici, cui s'imbattè, lo riconobbe. Se gli avessero chiesto il nome, avrebbe risposto:

—Garibaldi.

Non glielo chiesero.

Egli taceva abbandonato al proprio destino, non avvertendo quasi più nulla di quanto accadeva intorno a lui. Una quiete superba si veniva facendo nel suo spirito, come una inesplicabile sicurezza di essere già in salvo per potere più tardi salvare l'Italia, e che raggiandogli da tutta la persona assoggettava istantaneamente quanti gli si accostavano per aiutarlo. Non pareva più un proscritto, ma un incognito fatato e fatale. Comandava e accettava serenamente grato della assistenza e sicuro nel comando.

E alla voce che lo gridava già morto quando nei giorni passati alla testa di quattromila uomini scorreva l'appennino, ora più solo e abbandonato che in alcun tempo della sua vita, ne era succeduta un'altra che lo diceva salvo. Nessuno sapeva nè dove nè come, ma Garibaldi doveva essere salvo.

Dai monti di Modigliana Don Giovanni tendeva l'orecchio a questa voce.

Per lui Garibaldi era ormai tutta l'Italia. La rivoluzione fallita per sola colpa degli Italiani, che l'avevano indebolita disgregandola nelle vanità delle singole provincie, non aveva avuto che due uomini, Garibaldi e Mazzini: tutti gli altri per quanto alti di pensiero e generosi di sentimento non erano arrivati al concetto in una sola Italia. La maggior parte di essi, mascherando le vanità paesane di piccoli studi storici, invocavano una federazione che mancando dell'idea fondamentale dell'unità non avrebbe mai potuto produrre la necessaria unione di tutti gl'interessi divergenti per combattere lo straniero e conquistare la libertà. La confederazione possibile in uno Stato già indipendente o livellato da una servitù uniforme, nell'Italia d'allora non era che una ipocrisia dietro la quale i suoi piccoli Stati tentavano salvarsi dalla rivoluzione; e coloro fra i rivoluzionari che la caldeggiavano, e ve ne furono d'illustri, dimenticavano la vera necessità del momento politico per smarrirsi nella compiacenza di un futuro discentramento amministrativo, il quale giovandosi dei caratteri spesso antagonisti delle nostre razze, e delle incredibili differenze del nostro clima, traesse poi da tutte le nostre forze parallelamente ordinate tutta la varia quantità di risultati che possono dare.


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