Chapter 4

Era sfinito.

Allora accadde una gran cosa: il prete mandato dal vescovado per ottenere dal moribondo l'abiura, tocco di quella modesta e serena fermezza, diede senz'altro l'assoluzione. Don Giovanni si comunicò. La novella si sparse subito nel paese, cosicchè il confessore appena uscito dalla casa fu attorniato, complimentato. Il dramma era finito. Al vescovado invece scoppiavano molte collere, ma poichè non si era osato processare Don Giovanni all'indomani del salvamento di Garibaldi, e solo più tardi con meschini pretesti gli si era tolta la Messa, per ridargliela poco dopo senza alcun accenno alla grande opera della sua vita, anche il suo confessore non fu scomunicato. Qualche giorno dopo Don Giovanni moriva e il clero ricusava alla sua salma gli uffici pietosi della religione. Non si era osato nulla contro il vivo, si osava troppo contro il morto.

Naturalmente, il partito liberale s'impossessò del cadavere per farsene argomento di trionfo. Tutta Italia ne fu commossa, i funerali per concorso di gente e per sincerità di commozione riescirono quali nessuno, nemmeno fra i più vecchi, ne ricordava nelle Romagne; il popolo vi fu ammirabile, gli oratori, secondo il solito, rimasero troppo al di sotto dell'idea e del fatto che dovevano esprimere.

Quindi si fece silenzio.

I giornali non si occuparono più oltre dell'oscuro prete romagnuolo, che aveva avuto tanta parte nel risorgimento italiano: nessuna rivista, nessun libro, ch'io sappia, ha ancora studiato i problemi posti e risolti da Don Giovanni nella sua vita. La semplicità, che è l'ultima forma della verità, è anche troppo spesso l'ultima ad essere compresa.

Un amico, al quale l'ho richiesta, mi ha portato l'originale della dichiarazione di Don Giovanni. Molti spiriti forti di quella mezza coltura che fa disprezzare tutto permettendo di parlare su tutto, avranno sorriso leggendola; infatti la sua forma letteraria è meno che meschina, il suo contenuto filosofico piuttosto volgare. Io stesso al primo tempo non sono riuscito a difendermi da un sottile senso di scherno che si è poi mutato in ammirazione studiando e ricostruendo tutta l'eroica e semplice vita di Don Giovanni.

Queste pagine che, ammalato per causa sua, scrivo di lui, a letto, senza dormire e senza muovermi da una positura che mi toglie spesso di seguitare a scrivere, sono ben lungi dall'essere uno studio storico e psicologico; appena appena vi ho fissato le idee principali senza nemmeno coordinarle in un disegno, che riveli la loro natura intima e i loro più necessari rapporti. Divagazioni di malato, che cerca nell'attività del pensiero l'oblio di dolori fisici, avranno forse un giorno più alto valore biografico per chi voglia occuparsi dello scrittore che non siano oggi una biografia di Don Giovanni.

Divaghiamo, divaghiamo!

In quel dubbio supremo della sua dichiarazione «che il papa possa ancora riuscire fatale all'Italia insanguinandola in una guerra forse più civile che straniera» Don Giovanni ha egli inteso di alludere ai tentativi di conciliazione col Vaticano, che incominciati colla stessa rivoluzione l'hanno sempre accompagnata di tappa in tappa, insidiandone la sincerità dell'opera quando non riuscirono a infirmarne il movimento?

Per coloro, che conoscono tutta la sua vita, il dubbio non è nemmeno possibile, ma senza dubbio egli non ebbe un'idea molto chiara del terribile problema accennato dalle sue ultime parole.

La rivoluzione italiana, conseguenza della grande rivoluzione francese e sintomo di una maggior rivoluzione futura, ha avuto contro sè stessa il cattolicismo disciplinato e riassunto da Roma papale; il popolo che la seguì inconscio come sempre, era ed è ancora dominato nella coscienza da tutte le idee cattoliche, che non giunge e non giungerà per lungo tempo a sceverare dalle idee politiche del Vaticano. L'odio ai preti e il disprezzo della religione non sono ancora che molto superficiali: nel sentimento delle masse il matrimonio vero è quello ecclesiastico, unica religione il cattolicismo; si battezzano pressochè tutti i bambini, si affidano al clero per la prima educazione, s'iniziano in tutti i gradi della religione. Si diffida dei collegi laici, si amano tuttavia i conventi mutati in educandati; tutte le Madonne e i Santi miracolosi sono più che mai vivi nella illusione del popolo, un sottinteso scinde tutte le coscienze: si vuole la libertà della vita pubblica e si crede ancora nella servitù della vita spirituale. La scienza, incerta nei metodi, dubbia nei risultati, contradditoria nelle affermazioni, rimane in alto, retaggio e culto di pochi: la filosofia è quasi sconosciuta, la letteratura disertata dai campi dell'ideale per una irreflessiva passione scientifica non è più che pittura di superficie. La rivoluzione nata e vissuta d'istinto non si è ancora mutata in riflessione. La maggior parte di coloro che l'hanno sostenuta, morendo la sconfessano, onde i preti se ne vantano affermando che la sua verità non resiste in faccia alla morte.

Il sogno esposto da pochi, accarezzato da quasi tutti è di una conciliazione, che accordando la coscienza religiosa colla coscienza politica induca quella calma, che altri secoli hanno conosciuto.

L'ideale ultramondano, troppo spesso negato dalla rivoluzione, invincibile in fondo a tutte le coscienze offusca e sminuisce gl'ideali politici già intorbidati da interessi non sempre nè grandi nè puri: l'uomo non vuole e non vorrà mai rinunciare alla immortalità religiosa del proprio individuo per nessuna felicità storica ottenuta da spostamento di classi o migliore assisa di ordini. Uno scetticismo doloroso costringe quindi le coscienze a diffidare di tutte le forme della vita. La religione cattolica più antica degli istituti politici che la combattono, incrollabilmente superba nell'affermazione della propria immortalità, sovrasta a popoli e a governi, scemando loro colle condanne e colle ironie la fede già scarsa che hanno in sè stessi.

La rivoluzione non è nemmeno arrivata alla conquista della propria forma necessaria. Solo la Francia, che l'iniziò prima in Europa, dopo quasi un secolo di tragiche prove, attraverso sanguinose ecatombi e rovine economiche è giunta finalmente a costituirsi in repubblica, ma con così debole maggioranza di voti e fiacca compagine di sentimenti, che i residui monarchici possono ancora atterrirla minacciando o rallentarle la vita con opposizioni parlamentari, mentre gl'informi detriti rivoluzionari, che non hanno in essa potuto organizzarsi, l'osteggiano avvelenando le idee delle quali vive.

In Italia invece la rivoluzione, determinata nelle migliori coscienze da tutta una lunga serie di sviluppi storici, s'internò nel problema dell'indipendenza nascondendovi per qualche tempo indole e principii. Mazzini solo non la smarrì mai di vista e badò a spiegarla, poco inteso da coloro stessi che lo seguivano, frainteso dai più che non arrivavano a sbrogliare in sè stessi la contraddizione delle necessità religiose e politiche, malinteso ipocritamente da molti, che l'egoismo degl'interessi tendeva a raggruppare intorno alla forma monarchica parassita della idea rivoluzionaria. La rivoluzione per sciogliere il proprio problema fondamentale dovette contraddire al proprio sviluppo sottomettendosi alla monarchia; Mazzini stesso, che nell'entusiasmo del primo giorno di battaglia aveva ordinato ai propri fedeli di combattere col Re, riconobbe vecchio che la monarchia di Savoia entrando in Roma e compiendo così l'unità d'Italia, vi si assicurava un regno di qualche generazione. Questa suprema e dolorosa confessione del grande apostolo rivoluzionario fu raccolta servilmente da tutti i valletti della monarchia.

Nullameno, la monarchia non potè diventarne più forte. Anzitutto la mancanza di principio nella sua forma le toglieva di potersi davvero impadronire di una qualunque corrente di vita. Uccisa come principio dalla grande rivoluzione francese colla proclamazione della sovranità popolare, non è rimasta dopo nei paesi, i quali accolsero l'elettorato politico sulla base del diritto individuale, che un fatto storico giustificato dallo squilibrio di coltura e di sentimento nelle classi dello Stato. Le più colte si mostrarono in gran parte favorevoli alla monarchia, nella quale potevano più facilmente imperare e difendere i privilegi sopravvissuti al naufragio della grande rivoluzione: le più incolte, dominate dall'antica servilità ed esasperate nel nuovo orgoglio sovrano quotidianamente deluso dalla loro stessa incapacità, soggiacquero alla monarchia accarezzando in sè stesse piuttosto la sua negazione, come sfrenamento da ogni legge che l'avvento di una vera democrazia, nella quale la legge pura di ogni influenza di ordini fosse espressione della più astratta giustizia.

Ma nella monarchia costretta a scimiottare persino le forme più basse della democrazia, sopravvivevano i ricordi e gli orgogli del vero tempo monarchico, quando il re solo era la legge e intorno a lui e con lui i feudatarii mutati in cortigiani spadroneggiavano. Il clero più alto di principii e più largo di sistema era allora servo e signore, manipolando, urgendo, sfruttando monarchia, feudalismo e popolo. Papato ed impero avevano potuto ferirsi vicendevolmente, ma lo stesso principio faceva la loro vita e doveva riunirli, quando un altro sorgendo a combattere minacciasse di relegarli dalla storia.

Carlo Alberto il primo re, che attraverso troppe miserabili contraddizioni parlava di un'Italia sognandone la conquista, pieno ancora la fantasia delle forme medioevali e più savoiardo che italiano, si componeva, come un cavaliero della leggenda, un nuovo scudo e vi scriveva in francese—J'attends mon bel astre.

Dei tempi nuovi, della nuova coscienza creata dal diritto elettorale, neppure il più lontano sospetto: lo statuto largito come generosa concessione di monarca, invece che stabilito come diritto fondamentale; terrore e odio verso i rivoluzionari, che parlavano solo dell'Italia; pregiudizi religiosi, inflessibili vanità aristocratiche, superbie intrattabili di chi si crede nato d'altro sangue che il comune e si stima eroe acconsentendo nella rivoluzione, la quale invece è un dovere.

Ma la monarchia, che s'accorgeva di essere senza principio, non poteva non diffidare della rivoluzione, accarezzandola per giovarsi delle sue forze.

Il clero, riuscito fino allora ad inimicare democrazia e principato, vedendoli riuniti momentaneamente sotto la pressione del doppio problema dell'indipendenza e della unità italiana, si chiarì nemico per difendere il proprio minimo Stato di Roma, mentre la nuova monarchia invece seguitava con lui l'abitudine degli antichi sorrisi.

La guerra coll'Austria scoppiò. L'Italia si riunì con processo fortunato, sebbene troppo spesso umiliante, e al clero vennero ritolti la maggior parte dei possessi e dei privilegi. Roma stessa, abbandonata da Napoleone III nella caduta del secondo impero, si mutò da capitale cattolica in capitale italiana. Quindi colla legge delle Guarentigie, che il Parlamento dovette votare, appena insediato a Roma, per calmare le apprensioni del mondo cattolico sulla libertà del papa, e che fu la legge forse più abile e profonda del periodo legislativo oggi ancora in corso, ricominciarono i tentativi di conciliazione non più fra Chiesa e Stato, ma fra Papato e Monarchia. Pio IX, spirito meschino immiserito dalla vecchiaia e dai disastri, li accolse coll'acrimonia del vinto, cui uno sbaglio del vincitore presenta il destro di un rimbecco: ma Pio IX e Vittorio Emanuele morirono e Umberto I e Leone XIII si trovarono di faccia.

Se Vittorio Emanuele entrando in Roma nel 1870 aveva, nella sua fiacca coscienza di cattolico, sentito il bisogno di scrivere una lettera quasi di scusa al Papa, rincarando sulla vilezza dei ministri che si confessavano spinti su Roma dal popolo, scambiando così per finezza diplomatica la loro insufficenza in uno dei più grandi momenti della storia universale, Umberto I nell'assumere il regno, riaffermò contro il papa Roma intangibile degli Italiani. Questa salda sicurezza di contegno gli valse subito le simpatie della nazione.

Ma le encicliche del papa, i discorsi ministeriali, certe proposte di legge respinte e molte leggi interpretate a rovescio; opuscoli, libri, doni alle chiese, cortesie al pontefice, ingegno preclaro di politico quanto minuto e falso letterato: una prudente risurrezione del vecchio guelfismo, tutto accennò ad una conciliazione non ben definita sulle idee ma troppo chiara nei sentimenti. Il principato invocava dal papato le sue armi spirituali a guarrentigia dell'ordine contro le ignobili anarchie della piazza.

E, bisogna pur confessarlo, la maggior parte del pubblico vi era favorevole. Ruggero Bonghi ne scrisse molti articoli sullaNuova Antologiache furono poco letti e meno compresi. Ora la conciliazione, apparentemente in preda ad una crisi, occupa tutti i giornali e nello stesso Parlamento ne fu discusso, e un deputato, guelfo fanatico, si è dimesso dopo la risposta confusa ma ferma del Ministero.

Nullameno il problema della conciliazione rimane forse il maggiore della politica interna conservandosi grave nella politica estera.

Esso è doppio. In tutti gli Stati parlamentari, dove il cattolicismo è religione preponderante, la Chiesa difendendosi ostinatamente nei privilegi storici perduti è partito di opposizione, troppo spesso alleato cogli ultimi radicali per odio implacabile alla libertà e offrendo nel medesimo tempo ai governi la propria alleanza per conservare quanto le è rimasto della propria posizione privilegiata. La conciliazione è allora fra Chiesa e Stato, entrambi basati sopra un principio assoluto: la Chiesa, che arbitra della vita ultramondana vuole signoreggiare la presente per indirizzarvela: lo Stato, che prima e ultima sintesi della vita umana, pretende contenerne e rattenerne tutte le forme, sottomettendole al suo diritto universale entro cui ogni singolo diritto può raggiungere tutti gli sviluppi. Ma questo dissidio per quanto filosoficamente profondo non è politicamente molto grave, poichè Chiesa e Stato sotto la minaccia del medesimo disordine rivoluzionario, possono sempre momentaneamente accordarsi.

Nell'Italia la guerra fra la Chiesa e lo Stato si complica delle diuturne battaglie fra monarchia e papato. Se il pontefice del cattolicismo stendendo la propria influenza sopra 'tutto' il mondo a certe epoche vi pretese una suprema sovranità sui popoli e sui re, politicamente il suo regno era nullameno circoscritto a poche provincie intorno a Roma. Il pontefice era universale, il papa romano. Le necessità di tale piccolo regno dominarono sempre la politica dei pontefici, costringendoli nelle più bizzarre e tragiche contraddizioni.

La loro storia fu scritta in un immenso capolavoro dal Ranke, ma l'antagonismo religioso e politico del pontificato col papato non fu nettamente analizzato in nessun libro, che io conosca. Se il papato nel medio evo aveva sottomesso l'Europa aiutandovi la civiltà malgrado gli eccessi di ogni genere che gli macchiarono la vita, doveva ultimamente soccombere per opera della rivoluzione italiana, la quale svolgendosi monarchicamente gli oppose il Principato. Il papato ucciso dalla repubblica romana del quarantotto fu seppellito nel settanta dalla monarchia di Savoia. Sul principio i due alleati, divenuti avversari, ne rimasero come trasognati; quindi il papato, più antico e più forte, mutando in carcere la reggia conservata e in catene le guarantigie concessegli, si affermò prigioniero. Pronto a patteggiare con tutti i governi, non ebbe che una vera inimicizia: la monarchia italiana.

La sua vecchia abilità di governo gli scoperse subito le parti deboli del nemico. La monarchia italiana conteneva la rivoluzione come una coccia o una cuna; ogni giorno che cresceva al bambino, scemava alla culla, che questi doveva rompere per saggiare le proprie forze prima di abbandonarla. Tutte le monarchie assorbite da quella dei Savoia, le avevano legato col regno una pericolosa eredità di odii e di difetti, mentre la rivoluzione, conquistandole mezza Italia, le aveva troppo scemata la gloria delle battaglie e la legittimità dei trionfi. Il popolo italiano nella sua massa più inerte era meglio cattolico che monarchico, nella sua minoranza più attiva rivoluzionario anzichè liberale; le classi, conservatrici per egoismo di censo e di nome, che avevano abbandonati i vecchi signori pel nuovo solamente per paura della rivoluzione, non resisterebbero intorno al re di Piemonte mutato in re d'Italia, quando quella, acquistata la coscienza di sè medesima e imparate nella opposizione le arti del governo, piglierebbe la rivincita del cinquantanove.

Queste le analisi e le speranze del Vaticano. I suoi giornali ripresero quindi la guerra recandovi una superbia d'ironia, alla quale i conservatori non seppero opporre un'uguale superbia di regno. La codardia delle frasi diplomatiche usate dal Ministero andando a Roma dopo Sedan, la lettera umile ed umiliante di Vittorio Emanuele al papa, che rigettava sulla rivoluzione la conquista di Roma, diedero ragione al Vaticano. Il suo nemico aveva coscienza della propria debolezza; temere d'essere vinto è sempre stata la meta di ogni sconfitta.

Intanto il pontefice, libero dalle angustie del piccolo regno perduto, cresceva nella estimazione dell'Europa: l'Inghilterra l'invocava contro gl'Irlandesi e Leone XIII, ripetendo l'infamia di Gregorio XVI contro i polacchi, colpiva i ribelli cattolici che ricusavano di morire di fame sotto la tirannia degli inglesi protestanti; Bismark circuito in Parlamento dai dissidenti cattolici cessava la persecuzione del Culturkampf accettando il papa arbitro nella questione delle Caroline, e spaventato dalla nuova floridezza francese ricomprava da lui un voto del proprio Parlamento per la ricostituzione dell'esercito vincitore a Sedan: lo Czar, tremante sotto l'eroismo dei nichilisti morenti a migliaia come i primi cristiani, si rivolgeva a Roma come al più vecchio focolare di autorità: la Spagna, scaduta a una vedova di re, riconfermata regina da un Parlamento che non ha ancora acquistata la coscienza di sè medesimo, si rifugiava sotto la protezione del papa ancora arbitro delle coscienze cattoliche ovunque istintivamente ostili alla rivoluzione.

La monarchia italiana si volse quindi al Vaticano affettando l'orgoglio rivoluzionario, che in fondo non ebbe mai e fu spesso costretta a simulare. I suoi più ardenti partigiani accumularono proposte su proposte negli scritti per saggiare il terreno prima di presentarle in Parlamento; Ruggero Bonghi al solito fu il più forte campione del nuovo compromesso, ma il suo ingegno sempre più largo che vasto, e troppo spesso uso a scambiare la bassezza per la profondità, fallì anche questa volta. Il fondo delle sue, come di tutte le altre proposte, era di rendere al pontefice qualche cosa dell'antico papato, ricostituendolo parzialmente in modo da permettere alla Santa Sede di uscire dalla sua ostilità verso la monarchia.

La conciliazione fra Chiesa e Stato, cioè l'accordo della libertà politica colla autorità religiosa, la composizione dell'ideale storico coll'ideale divino potrà essere più o meno difficile o lontana, ma l'aspirarvi e il tentarla è sentimento di ogni alta coscienza; la conciliazione fra il papato e la monarchia, fra un morente ed un morto per combattere la vita, rappresenterebbe la più profonda negazione d'ogni coscienza civile. La monarchia deve attingere la legittimità del proprio tempo nei servigi continui resi alla nazione e che una forma repubblicana più alta e quindi corrispondente a uno stadio più avanzato di civiltà o non potrebbe rendere, o peggio ancora renderebbe impossibili. Alleandosi invece al suo eterno nemico nella speranza che le induca nel vecchio organismo quella immortalità del proprio principio religioso che egli stesso non potè assimilarsi, commetterebbe la maggiore e la più ignobile delle colpe.

Le monarchie plebiscitarie e rivoluzionarie come l'italiana debbono saper vivere e morire della propria rivoluzione; forme incomplete della repubblica, la loro gloria più vera e la possibilità di maggiore durata stanno nel rendere la repubblica meno necessaria col più generoso e regolare servizio di ogni libertà.

I cortigiani della monarchia savoiarda non hanno ancora ben compreso questa necessità, che re Umberto ha pur mostrato di sentire in parecchie circostanze della sua ancor giovane vita politica.

Ma se la monarchia si volse istintivamente al Vaticano, questi addolcendo i termini dell'antico linguaggio tentò con suprema abilità di adescarla; il suo disegno era semplice quanto tremendo. Se la monarchia consentiva ad un accordo, che restituisse al pontificato qualche forma politica del papato distrutto, e giovandosi della sua influenza sul Parlamento riusciva a farla passare in una legge dello Stato, la monarchia separandosi dall'anima nazionale si contrapponeva alla rivoluzione. In questo caso era subitamente, irreparabilmente perduta. Se il pontificato, come organo magno del cattolicismo proseguendo la conquista religiosa del mondo è più o meno in collisione con tutti i governi; il papato sopravvissuto nel suo spirito non ha più che un ideale, la distruzione della monarchia, che lo ha sostituito.

Ma intanto il pontificato, sicuro di non perire che colla propria religione, si dispone a riordinarla per prepararsi alla grande battaglia, che la democrazia gli darà nel giorno stesso del proprio trionfo. Allora il pensiero storico e il pensiero divino, urtandosi, creeranno la più bella epopea del pensiero umano.

Leone XIII forte della nuova unità monarchica cementata dall'ultimo dogma della infallibilità, che gli permette un più rapido e sicuro maneggio di tutte le forze, ha gettato il primo grido di guerra per riconquistare storia e filosofia: e gli bisogna riorganizzare le scuole rifondendone gli statuti, reintegrandone i programmi. Gli ordini monastici necessari a tutte le religioni non funzionano quasi più. Il monachismo ha due principii. L'uno passivo, e crea ospedali per tutti i vinti della vita che vogliono fuggirla senza perderla, per tutti i malati che inetti a vivere nella storia si rifugiano nell'astrazione divina e non comunicano più coll'umanità che mediante la preghiera; talvolta questi ammalati si mutano in infermieri e guariscono ritornando all'azione colla carità. L'altro principio è attivo e crea caserme, nelle quali vengono ad arruolarsi e ad armarsi le legioni necessarie alla conquista del mondo. Naturalmente, questi due tipi fondamentali del monachismo si sminuzzano in molte fisonomie, ma in ognuna di esse l'asceta e l'apostolo sono sempre riconoscibili. Oggi il cattolicismo ha un immenso esercito di preti e di frati diviso come i moderni in due grandi classi, la milizia stabile e la milizia mobile; i preti accantonati nelle parrocchie si battono troppo poco, i frati distaccati nei conventi si battono male, e perfino le armi dotte dei collegi e dei seminari smentiscono l'antica fama e si coprono di ridicolo sostenendo qualche attacco contro lo stato maggiore del laicato.

Leone XIII ha sentita ed espressa con vera eloquenza questa miseria intellettuale della sua milizia.

L'Italia, che rinnovandosi nella rivoluzione trovò i preti ostili ma impreparati, e quindi impotenti, deve attendersi a nuova e più difficile guerra, dalla quale se non uscirà più sana e più grande, sarà inevitabilmente fiaccata. Nella guerra del pensiero i vinti hanno sempre torto e pèrdono il diritto alla vita.

Ma la guerra complicandosi appunto delle ultime rappresaglie monarchiche colle impazienti esplosioni rivoluzionarie non sarà forse senza molto sangue, e forse a questo pensava Don Giovanni moribondo riassumendo la propria nobile vita di patriota in un'ultima angoscia di carità italiana.

Ebbene, che importa? La guerra è una forma inevitabile della lotta per la vita, e il sangue sarà sempre la migliore delle rugiade per le grandi idee.

Alla guerra…! e guai al vinto, perchè la verità è invincibile.

L'avvenire dell'Italia è tutto in una guerra, che rendendole i confini naturali cementi all'interno colla tragedia di pericoli mortali l'unità del sentimento nazionale. Troppe sono ancora le differenze di storia e d'interessi che ci separano, e troppo profondamente radicate negli animi, perchè gli sforzi della vita ordinaria possano sperare di svellerle. Se gli adepti delle antiche piccole corti soppresse sono quasi scomparsi, quelli fra loro che per tradizione aristocratica di famiglia o pregiudizi di educazione ricusano ancora la libera unità della patria riparano fra le coorti del clero, che mutato capitano e riordinato con migliore disciplina, si prepara a ritentare la battaglia, appena una guerra dello straniero impegni tutte le forze d'Italia alla frontiera.

Bisogna vigilare nello studio e rinvigorirsi nella passione superba dell'avvenire.

Ai troppo prudenti cortigiani, che lusingano l'egoismo dinastico consigliandogli alleanze con imperi, i quali diversi da noi per indole di popoli e di periodi storici osteggiano ora tutte le libertà, bisogna ricordare che la monarchia italiana fuse l'antica gloria di Emanuele Filiberto colla maggiore odierna gloria di Giuseppe Garibaldi, e che il conte di Cavour profondamente pratico come Guicciardini, talvolta largo e generoso quanto Macchiavelli, si mescolò nell'opera a Mazzini; ai clericali invece, che ebbri della sfida temeraria lanciata da Leone XIII alla critica storica rivantano i beneficii del papato all'Italia, e simulando passione di patria mirano a mescersi nei pubblici negozi per rallentare il progresso, nel quale non possono consentire, basta opporre Don Giovanni Verità, salvatore di Garibaldi, rimasto prete dopo la sua negazione del papato, morto prete, e contro il quale non si osò inveire che morto. Don Giovanni più che tutte le altre grandi vittime del papato ne rivelò le debolezze e smascherò le ipocrisie.

La sincerità della sua vita resterà nella coscienza italiana. Già il municipio di Roma con solenne consiglio gli ha votato un busto sul Pincio, nuovo Panteon delle glorie italiane. Io non so fra quali grandi uomini sarà posto; forse egli vivo ignorava il nome de' suoi futuri vicini, come non sospettava la gloria che la riconoscenza della nazione gli ha tributato. Ma ai visitatori del colle fiorito, d'onde si scorge tutta Roma e dirimpetto al quale la massa enorme di San Pietro s'erge nella maestà del proprio orgoglio, e quando il sole tramonta pare illuminarsi per le vetriate di un incendio di gloria, parrà che la modesta e rustica figura del prete montanaro sia come erroneamente capitata fra le grandi fronti marmoree delle migliori teste italiane. Forse egli stesso, se nell'altra vita come piacque a tutte le religioni infantili supporre e come le nostre religioni decrepite affermano ancora, si conserva il carattere che fu l'essenza di questa, sarà stato sorpreso da un senso quasi di modestia trovandosi in così alta compagnia.

No, no, povero prete! Le grandezze del cuore valgono quelle dell'ingegno, perchè la vita e la storia hanno egualmente bisogno di tutti gli eroismi di sentimento e di pensiero. Se la tua fronte è più bassa di quelle che ti circondano, il cuore che palpitava sotto la tua tunica di prete era più largo di quello di tutti i tuoi vicini; se essi giovarono alle scienze, tu assicurasti la risurrezione d'Italia salvandone il redentore. Fra l'eroe di Nazaret e l'eroe di Nizza tu prete non sentisti differenza, e fosti solo a non sentirla. Sii tranquillo, la tua gloria è meritata; i grandi teco allineati sono superbi della tua grandezza, che colma forse l'unico vuoto nelle loro file. Ma verrà un giorno che l'Italia veramente una di mente e di cuore, comprendendo finalmente tutte le epoche della propria vita, riunirà nella propria riconoscenza a gruppi i figli migliori incoronandoli delle idee per le quali vissero e morirono; e allora un grande monumento verrà alzato, ben diverso dai troppi che gli si ergono oggi, a Giuseppe Garibaldi, come al grande iniziatore del terzo periodo italiano; e tu prete, che lo salvasti, gli sarai accanto, emblema entrambi dell'accordo già conseguito fra la poesia ideale della religione e la poesia reale della vita.

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VI. [La via Emilia]

In tutta la mia vita di trentaquattr'anni non ero mai rimasto a letto un giorno solo; adesso sono già tre mesi che non me ne alzo, e il medico non osa rispondermi allorchè lo interrogo febbrilmente:

—E così, quando mi fai uscire?

Il peggio della cura è superato: ho sopportato venti giorni e venti notti un chilogramma di ghiaccio sul ginocchio, stando immobile come un cadavere. Il freddo che si produceva sotto le lenzuola era così intenso che la pelle mi è rimasta accaponata per tutti quei venti giorni. Mangiare non era possibile, per riscaldarsi o stordirsi il bere non bastava. Non ho potuto nè leggere nè scrivere. Gli amici venivano e ritornavano nelle varie ore del giorno; la mia vecchia cameriera mi si affannava talmente intorno non sapendo più che cosa fare per lenirmi la esasperazione del dolore, che mi toccava sgridarla quando piangeva.

Povera Lucia!

L'ho intesa più volte lagnarsi che la disgrazia non sia toccata a lei.

—Io sono donna; noi donne possiamo restare in casa o a letto quanto ci pare.

In questo slancio di bontà vi era una profonda osservazione filosofica, giacchè sento che l'inazione, alla quale sono costretto, mi pesa assai più del ghiaccio che allora m'intormentiva il ginocchio. Sopra tutto mi dispera il dubbio di rimanere a letto chissà ancora quanti mesi, e zoppo per tutta la vita. Ah! trovare un ostacolo ad ogni passo, sentire ad ogni moto la propria deformità, non poter discendere una scala, accompagnare un uomo, raggiungere una donna, afferrare un cavallo; impotente, smezzato, contemplando da una sedia la campagna come un prigioniero dalla inferriata… ma il prigioniero può sperare di segarla e fuggire….

Gli amici che mi confortano sembrano poco persuasi delle loro frasi.

Solo la Lucia è sicura che guarirò perfettamente, ma non ha altra ragione a questo che un'affezione di trent'anni; sono quasi suo figlio. Se restassi zoppo, ella sosterrebbe con tutti che non è vero.

Quando mi vide arrivare nel cortile, solo, colle gruccie sul carrettino, guidando lo stesso cavallo che mi aveva rovesciato, gettò un urlo. Aveva saputo della disgrazia, ma non la temeva così grave.

Avevo voluto discendere solo dalla villa, arrischiando così impotente ad ogni moto di pericolare lungo la strada, non so bene il perchè. Era una reazione della vanità offesa dalla caduta che si cimentava contro l'oscura possibilità di altri pericoli, o il bisogno di fermarmi solo a contemplare il luogo del mio disastro? Infatti, mi vi arrestai.

La giornata era nebbiosa, il vento aveva già disciolta la prima neve caduta. Mancavano due giorni al Natale. La strada gremita di biroccie era quasi impraticabile per la ghiaia distesavi di fresco; i passeri volavano sulle siepi davanti al mio cavallo, o sfiancando improvvisamente si cacciavano in un pagliaio o sotto un fascio di viti abbandonate ai piedi degli alberi. Qualche pettirosso balzava dal fossato sopra un paracarro guardandomi venire con due occhietti umidi e brillanti, mentre la bavarina aranciata arruffandoglisi faceva sembrare le sue zampine quasi troppo sottili. Ma d'un tratto schizzava via, e posandosi sopra uno stecco salutava e spariva.

A mezza strada un impeto forsennato di collera mi fece frustare il cavallo, che si slanciò alla carriera; perdetti quasi una gruccia.

Giunsi alla via Emilia!

Cominciava il tramonto. Lontano sulle ultime vette una muraglia di nuvole nere si perdeva nel cielo frastagliandosi, quasi confine e baluardo di sconosciute tempeste. Una tristezza umida si aggravava nell'aria. Gli alberi dei campi già sfogliati dai contadini avevano la desolata nudità del grande inverno, mentre le quercie rimaste sui limiti fra podere e podere lasciavano cadere le ultime foglie ingiallite. La via Emilia in quell'ora e in quel giorno non votato ai mercati dei paesi vicini, era quasi deserta: il suo largo piano, diritto e stupendamente conservato, allora senza ghiaia, aveva un'aria di pulitezza e di abbandono che impensieriva. Ero trascorso oltre Castel Bolognese e proseguivo al passo verso Faenza. I passanti erano pochi, scarse e fievoli le voci che arrivavano dai campi. Riparati per dormire nei cipressi e nelle edere sempre verdi delle ville abbandonate, i passeri non si mostravano più; solo qualche pettirosso s'affacciava ancora fra le siepi nella eleganza signorile dei propri colori e con moti di delicatezza raffinata fino alla civetteria. La sera si appressava velando sui campi il grano sorto da poco; qualche lume appariva già alle finestre, molte scintille sfuggivano dai camini.

La maggior parte dei lavoratori cominciava già a ritornare nelle case, che si disponevano a riceverli colla letizia del fuoco e della cena.

Involontariamente abbassai la testa e rattenni il cavallo.

Il paesaggio era solenne, l'ora severa.

In quel momento nessuno passava per la strada.

Un tumulto di memorie, di pensieri, di sentimenti mi sopraffece. La via Emilia immensa e vuota mi si allungava davanti: non un rumore passava nella sera, non una forma saliva dai campi. Il cielo plumbeo sembrava aver perduto persino il ricordo degli astri, sulla terra bruna erano cessati tutti i colori ed i moti della vita. Una inerzia crepuscolare copriva la natura arrestandone l'infinita instancabile varietà; e la via Emilia aperta per essa da una storia di quasi tre mill'anni, altrettanto nuda e deserta, pareva annunciare che anche la storia era finita. Una stessa sera conchiudeva le date dello spirito e i giorni della materia, le epoche della terra e i secoli della civiltà.

Ero solo, ero l'ultimo.

Quanti popoli, quanti individui, quante vicende erano passate per quella strada! Quanti mutamenti di natura intorno ad essa e nullameno quanta immutabilità nel paesaggio, dacchè il primo sguardo lo consegnò alla prima memoria! I colli erano sempre gli stessi: la natura vi si era destata nella primavera ai medesimi venti, ornandosi dei medesimi fiori; vi aveva soffocato nell'estate fra i raggi del sole e le vampe più cocenti di una fecondazione maturante ad ogni minuto, vi si era assopita nelle malinconie lagrimose degli autunni, aveva simulato di morirvi sotto il bianco lenzuolo di tutti gl'inverni. Dietro ai primi colli rugati da minimi ruscelli se ne alzavano altri più uniformi di colore, e dietro altri ancora violacei e trasparenti a certe ore, in altre rigidi ed acuti sul cielo grigio ed unito. E le stesse vette da tremill'anni attiravano lo sguardo di tutti i viandanti, mentre la stessa voluttà nelle curve, la stessa improvvisa arguzia nei distacchi, la stessa soavità d'inclinazioni producevano le medesime sensazioni e le medesime idee. Le esclamazioni dei passeggieri si erano alternate in una rapida e tumultuosa vicenda di lingue, ma significando sempre la stessa cosa: tutti trascorrendo sul facile piano della strada avevano guardato quei colli, sui quali le case sole mutavano in mezzo alla eterna bellezza della natura.

Non erano romani, ma galli, i primi che da quei colli videro la pianura rigarsi di una larga striscia bianca. Era la nuova strada Emilia, che staccandosi dalla via Flaminia alla sua estrema punta di Rimini, la più antica colonia romana, proseguiva verso le più recenti per Bologna sino a Piacenza. Allora la pianura, che dai colli discendeva verso il mare, era ben più stretta di ora e si arrestava al labbro della immensa palude Padusa entro la quale Ravenna, antico villaggio lacustre, aspettava nella calma della ignoranza di succedere a Roma come capitale dell'occidente. I più floridi paesi della romagna non esistevano ancora; un'acqua torbida ed inerte, tratto tratto percossa da innumeri tuffi di uccelli vallivi, evaporava lentamente al sole avvelenando nell'aria ogni alito di vita; il mare lontano, cerulo sotto l'argento delle sue spume, la chiudeva come in un immenso monile niellato. La palude serpeggiava avanzandosi verso i colli o indietreggiando verso il mare a seconda dell'impeto dei fiumi che vi si cacciavano, sempre più intricata da vegetazioni acquatiche, nelle quali s'impigliavano i remi dei piccoli canotti. Oggi nel medesimo luogo i mietitori ripetono negli stornelli le canzoni di quei primi pescatori, che la storia non conobbe o invitò pei campi, trasformandoli sino d'allora in agricoltori o in mercanti.

Allora la strada era un margine alto sui campi e sulla palude, pel quale Roma mandava le proprie legioni a frenare i popoli vinti o non ancora fusi dalla sua civiltà. Alcuni fra essi, come i galli Senoni, furono distrutti o cacciati; la maggior parte degli altri rimasero, e quella lunga linea bianca, che li univa a Roma, li persuase ad altra vita; l'agricoltura successe alla pastorizia, il commercio raddoppiò l'agricoltura, dietro le legioni passarono i cittadini di Roma, i barbari li seguirono, e Roma crebbe trasformandosi da città vincitrice in capitale d'Italia, da capitale d'Italia in centro del mondo.

La strada costrutta nell'anno 567 dal console M. Emilio Lepido quindici anni dopo la battaglia di Zama, nella quale la mediocrità vanitosa di Scipione sopraffece il più gran genio militare apparso nella storia, era destinata ad allacciare la naturale frontiera del Po a Roma, vertice del grande triangolo della via Flaminia e Aretina riunite a Bologna per la via Cassia. Al di qua del Po prevaleva la costituzione civile degli Italioti, al di là la costituzione cantonale dei Celti.

D'allora quanti popoli, quanti individui, quante vicende sono passate per la via Emilia!

Sollevazioni di popoli soggetti, invasioni di popoli stranieri, eserciti fuggenti nelle sconfitte, legioni taciturne nelle marcie forzate di una riscossa o chiassose nel ritorno di un trionfo, legionari mutati in coloni e pellegrini verso le terre loro assegnate dal Senato, carovane di mercanti e di pastori; Galli ed Etruschi, Celti e Veneti, Liguri ed Allobrogi, Insubri e Germani montati su cavalli addestrati nelle guerre o selvaggi ancora della vita libera delle foreste, sopra traini rotolanti su cilindri o carri falcati di battaglia o bighe leggiere o plaustri dipinti trasportanti merci o masserizie, famiglie e tribù, armati ed inermi, uomini e donne; cacciati tutti dall'istinto inconscio della storia, forti, deboli, morenti e morti, tutto è passato per questa strada verso Roma e da Roma verso tutta l'Europa superiore. L'orma forcuta degli armenti vi si è calcata sull'orma di tutte le cavallerie, il passo unito delle falangi vi ha coperto le pedate disordinate dei viandanti, il solco delle rotaie ha subíto il taglio di tutte le ruote e non ne ha conservato alcuno. A ogni vento a ogni pioggia a ogni raggio di sole, tutto era cancellato; il sandalo si sovrapponeva al coturno, i piedi scalzi più larghi e più numerosi appianavano ogni rilievo pestando colla stessa indifferenza la traccia lasciata nella polvere dal manto del trionfatore o dal fieno spiovente sui carri, da una zampa di elefante o da una coda di lucertola.

Per quanto cupa la notte e il sole cocente il passaggio non si è mai arrestato sulla strada. I campi a certe ore sono deserti, ma la strada non lo è mai, giacchè i mutamenti più terribili e subitanei della natura vi sono senza efficacia e ogni temporale è sempre sicuro di trovarvi qualche infelice su cui aggravarsi. Gli acquazzoni sono rari, il fiotto umano incessante. Nulla può fermarlo. La cavalleria degli eserciti intoppa lungo la strada nell'asinello del contadino o nei porci del mandriano: mentre i soldati pensano alla battaglia imminente, le fanciulle che ritornano dai villaggi li guardano tra curiose e sbigottite e appena passati ripigliano il filo dei cicalecci domestici; sulla stessa pietra miliare si sono sedute tutte le umane varietà dal mendicante all'imperatore, dal fanciullo folleggiante al vecchio estenuato, e tutti hanno consultata la sua cifra interpretandola d'infiniti significati.

I campi che circondano la strada mutano padrone e coltura, ma la strada non cangia e non sente: tutto passa per lei sempre egualmente larga e piana a tutti. Gli uomini possono sognare tra sè stessi ogni differenza, ma sulla strada non ne manterranno alcuna; nessuno potrà farla più breve o più lunga, scemarvi la polvere o il fango, o lasciarvi la propria traccia indelebile. La strada è come la storia, nella quale nessuno può fermarsi. Non una parola o un'idea vi è rimasta delle infinite che si dissero o si pensarono lungo i suoi margini. I monumenti, che l'individuo s'innalza per sfuggire alla morte, sono altrove: tutte le città ne spesseggiano, ma la vita della città risulta appunto dalla sosta di tutte le vite individuali che vi si addensano. La strada è il fiume che corre sempre, la città è la palude che si agita talvolta ma non corre mai. E l'uomo ha sentito di non poter lasciare la propria traccia che dove tutti gli altri si arrestano; nella sosta di tutti il più forte poteva pretendere di fissare per sempre la propria immagine, mutandosi così per quelli che giungerebbero in nuova ragione di fermata.

Nella strada come nella natura uomini e viventi sono eguali. Nessuna feroce e demente fantasia di tiranno ha mai pensato ad interdire la strada a qualcuno, alzandola a privilegio di classe. Il cavallo più veloce e il pellegrino più lesto possono raggiungere e sorpassarvi chiunque vada più lento; a tutti gli stanchi i margini offrono lo stesso erboso sedile, ma non vi sono posti privilegiati per nessuno; non vi è regola pel passo, norma alla fermata, obbligo di ore nel viaggio. Tutti sono egualmente liberi di proseguire o di arrestarsi, di tacere o di cantare.

All'ombra dello stesso albero, forse nel medesimo giorno si saranno fermati un grande poeta e un accattone scemo; dal medesimo parapetto di ponte avrà abbassato lo sguardo Giulio Cesare e la bimba reduce dalla più vicina bottega coll'ampolla dell'olio nelle mani. Mentre Caio Mario sarà passato ruminando il gran disegno di distruggere i Cimbri, dietro lui un vecchio mendicante, incantatosi nello spettacolo delle legioni, avrà sorriso lungamente calcolando il guadagno del concime raccattato entro un cesto, estremo capitale di tutta la sua vita di lavoro. E quando il terribile guerriero sarà ripassato vittorioso, non avrà riconosciuto quel medesimo vecchio intento a spiarlo dal medesimo posto, e non avrà certo pensato che per lui il suo passaggio nella strada era eguale a quello di ogni altro per quanto il suo arrivo a Roma potesse essere diverso, giacchè quel vecchio non avrebbe poi distinto nella piccola fossa del concime lo sterco del cavallo di Caio Mario da quello di tutti gli altri cavalli. Quel vecchio che restava e resta ancora sulla strada, giacchè la razza di quelli che vi raccolgono il concime è indistruttibile, dietro ogni viandante aspettando ciò che qualunque più povero è pur costretto ad aver di superfluo, somiglia singolarmente al tempo, quale la fantasia dei pittori ha sempre voluto dipingerlo: invece della falce un mozzicone di badile e un cesto per giunta. Ma se ciò che vi depone è tutto quanto resta di ogni viaggio umano, la sola differenza che sulla strada distingua il passaggio dell'uomo da quello dell'animale, la sola ricchezza che si possa raccogliere dove tutte passano, l'opera di quel vecchio e il suo risultato sono la più vera definizione della vita umana, che nessun filosofo ha ancora avuto l'ingegno o il coraggio di formulare.

E nella strada, per la quale tutti sono costretti a passare più o meno spesso, alcuni sembrano abitare, e sono mendicanti, carrettieri di ogni sorta, pellegrini che nessuna città può rattenere, vaganti pel mondo quasi per provare a coloro che vivono e muoiono nel paese ove nacquero, che quello è sempre stato uno anche quando la sua unità non era ancora passata dalla vita nella storia. Questi nomadi, pei quali la curiosità della vita altrui è la suprema ragione della propria, rappresentano il principio della eterna mutabilità. La loro patria è il mondo, il loro Dio un ignoto, la loro famiglia imitata su quella degli uccelli, che fanno il nido dovunque e costruendo il secondo non ricordano più il primo; la loro intrepidezza è al di sopra di tutti i bisogni, la loro costanza lunga quanto la loro vita.

Poeti del viaggio, cantano non scrivono: filosofi della umanità, prima che questa idea fosse concepita e fusa questa parola, passano artisticamente curiosi e cinicamente indifferenti attraverso tutti i popoli, pensando quando capiscono, sorridendo quando non comprendono; liberi nella schiavitù universale della storia che sottomette i sudditi ai re e i re a sè medesima, ricompendia o in sè stessi la poesia dei mari e dei monti, dei campi e delle paludi, delle città e dei deserti, ma non amano che la strada nella quale sentono di essere primi. I loro mestieri mutano ad ogni stazione; la loro esperienza che ha visto tutto vince la diffidenza istintiva dei volghi, che li accolgono e li attorniano interrogando; ma inflessibili quanto la strada che passa oltre ogni difficoltà di terreno, attraversano ogni zona di civiltà e di natura, raccogliendo omaggi e disprezzi come tutti coloro che vivono diversamente degli altri.

Per essi una rivoluzione è poco più di un tumulto di mercato, se vi arrivano nell'ora dello scoppio: una catastrofe di governo non ha l'importanza della caduta di un ponte: ogni finale di dramma ne sia Cristo o Socrate, Caio Gracco o Cola da Rienzi, Cicerone o Savonarola il protagonista, diventa uno spettacolo pagato largamente dalla fatica di un viaggio interminabile. Essi vanno, ma non arrivano e non ritornano mai. Non aspettano alcuno e nessuno li attende: non migrano perchè non intendono fermarsi, non viaggiano perchè non hanno scopo, non lavorano perchè ogni lavoro suppone un ambiente, ma guardano e girano. L'abbandono di ogni ricchezza, il dispregio di ogni posizione li rende superbi, ma la coscienza della inanità di tutti gl'impieghi umani li persuade all'umiltà, e accattano. Che importa il pensiero o la parola di quelli che donano? Essi ricevono e dimenticano anche più prontamente di loro. Tutta la civiltà e la natura è per essi un teatro, giacchè dalla strada si vede e si sente tutto: come la strada rimane bianca a traverso ogni luogo e malgrado ogni passaggio, essi restano impassibili a traverso le sensazioni di tutti.

E così somigliano ai grandi individui della storia, incogniti tra l'egoismo ignorante della piccola gente che non distingue quasi mai il personaggio decorativo dal personaggio storico, mentre la natura anche più indifferente si varia pei campi, e tutti i suoi viventi non hanno per la strada la più vaga delle attenzioni. Che Giulio Cesare discenda la via Emilia verso il Rubicone, o una compagnia di gladiatori la rimonti verso il circo di Verona, per gli uccelli che cantano e pel ramarro che fischia la cosa è ben indifferente. Invano gli uomini sopraffatti da tragico senso scrutarono spesso nel volo degli uccelli o nelle viscere dei buoi il secreto delle imprese nelle quali si sentivano mortalmente attirati. Le cornacchie migranti a sera sui campi per andare a dormire lungi lungi non mutarono mai il battito delle ali perchè uno sguardo ansioso di aruspice lo studiava dalla strada; ma se nel loro piccolo cervello di volatili avessero potuto supporre che gli uomini, soli pensatori nella natura, cercavano nel moto delle loro ali un indizio per la sorte delle imminenti battaglie, avrebbero certamente sorriso se il becco l'avesse loro permesso.

Che importa all'usignuolo nascosto nel fogliame dell'albero più denso presso il parapetto del ponte, se il viandante arrestatosi ad ascoltarlo sia Catullo che si reca in villa a Sermione, o Tasso che si allontana mendicando? Che importa al passero garrente sulle siepi nei pigri mattini dell'autunno, se il primo frate che si ferma ad ammirarlo e gli sorride come per un conforto ricevuto a una nuova giornata di lotta, sia Lutero che ritorna da Roma meditando la terribile rivoluzione onde incendierà tutta l'Europa, o S. Francesco d'Assisi che s'affretta verso l'abituro di un povero per compiervi un altro miracolo di amore? Che importa al falco roteante nell'aria colle ali dorate dal sole del meriggio, se lo sguardo umano che lo ammira dalla strada sia quello di Corradino di Svevia, fanciullo cacciatore di corona, o quello di un vecchio uccellatore al quale la sua vista ricorda molti drammi minuti di zimbelli ciuffati da altri falchi sulle verdi platee dei paretai? Forse che i falchi d'oggi rammentano come i falchi medio-evali cacciassero nei cieli per l'uomo, riportandogli la preda appena li richiamava col logoro, o forse che anche allora i falchi liberi sapevano qualche cosa della vita dei falchi schiavi?

La natura non muta allo sguardo dell'uomo, ma bensì nel suo sguardo.

Quando Michelangelo e Tiziano sono passati per la via Emilia, guardandone i paesaggi e ritraendone colori pei quadri futuri, i colli non hanno accresciuta per vanità la propria bellezza, come sotto lo sguardo imbecille di tutti i loro abitatori per migliaia di anni non l'avevano scemata. Nessun grand'uomo ha mai resistito senza dolore al disconoscimento della propria grandezza, ma la natura che non pensa, o della quale il pensiero cosmico è ben superiore al pensiero umano, non sussultò ancora di dispetto sotto l'occhiata stupida di uno solo fra i suoi ospiti.

Eterna, e quindi insensibile, il dramma umano che le passa attraverso non la commove. Quanti drammi sono passati nella via Emilia per conchiudersi altrove o vi si sono compiti? La storia che conta solo i massimi, nei quali l'individuo lotta pei molti, ne ha registrati troppi perchè la memoria possa conservarne la cifra e la serie. La tragedia è una, ma le sue scene sono molteplici, i personaggi innumerevoli, e nullameno la vita è anche più ricca della storia. I suoi piccoli drammi circoscritti negl'individui che vi periscono senza traccia e senz'eco, sono come l'atmosfera, nella quale si compie il grande dramma storico assorbendo le forze più elastiche della passione e gli elementi più puri dell'ideale.

In quanti condannati a morte, volgari delinquenti o volgari ammalati si saranno incontrati Arnaldo da Brescia o Aonio Paleario passando per la via Emilia già consci della morte che li attendeva? In quanti contadini migranti colle ultime masserizie verso le città, colla fronte bassa per nascondere le lagrime, vi si sarà imbattuto Dante esule da Firenze, fervido d'ira e di poesia? Quante risa idilliache vi hanno stormito all'orecchio di Properzio o di Petrarca? Per quante combinazioni di calcoli domestici e mercantili vi passarono Macchiavelli e Galileo, combinando nel forte pensiero cifre storiche o astronomiche, dati di algebra fisica o sociale? Quante fronti giovanilmente superbe alla vigilia del trionfo e della morte vi si sono alzate da Pico della Mirandola a Gastone di Foix, da Keats a Bellini? Quanti storici da Tito Livio a Gibbon, da Guicciardini a Duruy vi hanno involontariamente cercate le orme dei popoli, dei quali ricostruivano nel vasto ingegno la storia? Giano della Bella e Catilina, Andrea Doria e Nerone, San Luigi Gonzaga e Goethe, Heine e Caterina da Siena, Napoleone I e Farinello, Caio Gracco e Cosimo De' Medici, Bianca Capello e Annita Garibaldi, Alessandro VI e Mazzini, Attila e Raffaello, Ignazio di Lojola e Catone, Boezio e il connestabile di Borbone, poeti come Virgilio, ballerine come Arbuscula, dame come Stefania, imperatori come Barbarossa, generali come Consalvo, conquistatori come Carlo d'Angiò, pittori come Leonardo, architetti come Brunelleschi, attori come Salvini; torme di saltimbanchi e di gladiatori, carri pieni di statue e di leoni, processioni di santi e di prigionieri, labari e stendardi, aquile e gonfaloni, reliquie di santi e di governi, macchine di guerra e d'industria, cortei di giustiziati e di giubilei, anfore e cannoni, scialli e corrazze, ogni varietà di uomini e di cose soavi e nauseanti, ignobili e sublimi, tutto è passato per questa strada che fu lunghi secoli la più frequentata del mondo.

Se i grandi uomini che l'hanno percorsa vi si riunissero in un'ora, forse la riempirebbero così da impedirne il passaggio ai piccoli che la corrono quotidianamente.

Byron vi ha galoppato furioso e furiante dietro un'immagine o una donna; Goldsmith vi ha camminato lentamente suonando l'organetto, col quale si guadagnava le spese del viaggio; Leopardi vi ha pianto senza dubbio; Monti vi ha sparato le proprie rime inesauribili come un fuoco di moschetteria allegro e superbo. Il duca Valentino impadronendosi delle Romagne vi sognò la conquista d'Italia, Vittorio Emanuele la percorse quattro secoli dopo, luminoso nell'apoteosi di quel torbido sogno. Shelley e Guerrazzi vi pensarono entrambi alla stessa Beatrice Cenci; Augusto Lepido e Marcantonio vi si incontrarono per dividersi il mondo; Francesca da Rimini e Galla Placidia vi hanno lasciato colla loro leggenda il canto più bello e il più fino mosaico di ogni tempo; Tasso ed Ariosto vi hanno meditato peregrinando la propria rivalità; Lombardini e Paleocapa studiando i mutamenti del suo territorio vi hanno cercato i primi profili della geologia storica: Pio VII e Garibaldi vi sono passati egualmente espulsi da Roma, Teodorico e Odoacre vi si sono contesi l'impero d'Occidente; Astolfo coi Longobardi, Pipino coi Franchi v'iniziarono la lotta per il potere temporale dei Papi.

Gli avvenimenti vi si susseguono agli avvenimenti; la via Emilia, uno fra i più grandi fiumi della storia, corre sempre.

Le sue piene sono invasioni, i suoi straripamenti assumono nomi di battaglie; presso i ponti de' suoi fiumi sorgono città e villaggi. Dopo i Romani passano i Barbari, dopo i Barbari i Crociati, dopo i Crociati gli eserciti di tutta l'Europa, che vengono a battersi in Italia ancora centro della civiltà mondiale. Talvolta il suo piano echeggia sotto il galoppo leggero dei Numidi alleati dei Romani, cavalieri impetuosi come il vento dei loro deserti e altrettanto mutevoli; tal'altra risuona sotto il cupo ritmo dei cavalieri Normanni tremendamente gravi di ferro. I primi emblemi guerreschi che vi guidarono soldati furono le aquile d'argento date da Caio Mario alle legioni nella sua riforma militare, l'ultimo che vi passa oggi è la croce rossa di Savoia in campo bianco nell'iride dei colori nazionali.

Quando il medio-evo ebbe mutato tutto il mondo romano, e la croce si sostituì lungo i margini della strada agli Dei Termini, i colli della via Emilia si coronarono di castella e di torrioni. I ladri, che l'avevano naturalmente infestata a ogni tempo, si mutarono in bande di masnadieri guidate dal signore, e le scaramuccie e i saccheggi per secoli la macchiarono di sangue; ma anche allora seguitò ad essere bianca ed illare sotto la gente che vi passava frettolosa obliando una storia millenaria per gli affari d'un mattino.

Dove avvennero dunque le più grandi battaglie lungo la sua linea? A quale svolta, da qual vicolo, su qual ciglio di campo si distesero gli eserciti? Dove furono massacrati i feriti e seppelliti i morti? La storia lo racconta, ma chi rammenta tutta la storia e può dirsi passando per la strada: qui Giovanni Medici arringò le Bande Nere, o Alberigo da Barbiano insegnò le prime manovre a' suoi fanti? A qual punto della strada furono commessi quei tremendi delitti, oggi dimenticati, che hanno fatto inorridire tante generazioni? A quale altro tanta gente per noi sconosciuta vi provò la maggior felicità della propria vita?

Tutti sono passati, e secondo il proverbio di Salomone non vi hanno lasciato più traccia del fumo nell'aria, del serpente sulla pietra, della nave sul mare, dell'uomo sulla donna.

Nulla nulla nulla, ecco tutto!

Ogni rumore finisce fatalmente nel silenzio; quando finirà il rumore della storia? Sarà in una sera che copra colla pietà delle sue ombre la sconcia agonia degli ultimi pellegrini, o in un meriggio che insulti col suo fulgore al tramonto del pensiero umano? La natura, nella quale creammo il regno dello spirito e alla quale imponemmo talvolta colle scienze le nostre volontà di un minuto, sentirà in sè stessa la nostra morte, o già preoccupata della nuova vita più alta che dovrà succederci, avvertirà appena la nostra ultima caduta come negli autunni quella delle ultime foglie?

Il piano della via Emilia e di tutta la sua pianura si abbassa: ai calcoli più recenti il progressivo dislivellarsi del suolo rispetto al pelo del mare sarebbe dai dodici ai diciotto centimetri per secolo. Il pavimento del sepolcro di Galla Placidia è sotto la comune alta marea circa un metro. Invano la terra rapita ai monti dai ruscelli e portata al mare dai fiumi allunga il litorale e sembra alzarsi sul mare; il mare indietreggia, ma si drizza minacciando. La scienza sospesa non osa ancora decidere, quantunque il pericolo cresca ogni giorno, dacchè gl'ingegneri della Serenissima lo segnalarono primi nel secolo XV. È il suolo che si abbassa sotto il peso della vita che porta, o il mare che si eleva secondo l'ipotesi meteorica del Mayer, mentre la luna accelera secolarmente il proprio viaggio nei silenzi del cielo?

I pesci dell'Adriatico passeranno un giorno sulla via Emilia come vi passarono le legioni di Cesare e di Napoleone?

La strada si rifiuta forse a conservare ogni orma di viandante, perchè destinata a discendere per sempre sotto il mare, le orme umane non apprenderebbero nulla ai viventi di laggiù?

Forse!

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VII. [Niccolò Macchiavelli]

—Che cosa pensi tu dunque del Macchiavelli? Mi ha chiesto improvvisamente Berti, volgendomisi dal caminetto con le molle in mano e guardandomi con quella sua aria intelligente e curiosa. Quindi senza darmi tempo di cominciare una qualsiasi frase di risposta, si è alzato e prendendo di sul tavolo da notte uno dei tre volumi del Villari, ha soggiunto:

—Li ho letti anch'io: è un lavoro largo e minuto. Tutta la critica moderna lo ha encomiato; Macchiavelli vi è seguíto giorno per giorno, passo per passo. La sua vita vi è esplorata collo scandaglio, commentata colla finezza di un avvocato e qualche volta colla penetrazione di un romanziere: il disegno dei tempi, nei quali passa ed opera, è sicuro. Pare che tutto vi sia detto; un volume descrive l'ambiente nel quale Macchiavelli sta per entrare, due altri quello che vi pensa e fa.

E arrestandosi improvvisamente, colpito da una idea più concisa per esprimere il tumulto di tutte le altre che il richiamo di quei libri gli aveva destato:

—Sai che cosa mi è risultato dalla lettura attenta dell'opera del Villari? Mi pare di aver sempre vissuto con Macchiavelli e di non averlo capito.

—Ah! ho esclamato.

—Che te ne sembra?

—La stessa impressione che ne ho ricevuto io. L'opera del Villari ha tutti i pregi e i difetti della scuola positivista alla quale appartiene. La vita dell'uomo non può mai spiegare interamente la vita del pensatore e dell'artista, come il quadro del tempo non rivela mai tutto il mistero dell'individuo. Il Taine, ben più potente del Villari, nella storia della letteratura inglese, servendosi dello stesso metodo, ha fallito in faccia a Shakespeare tentando di ricostruirlo. Ricostruire, ecco il motto della scuola positivista; Michelet invece aveva detto: la storia è una resurrezione. Hai letto lo Shakespeare di Victor Hugo? No, non importa. Victor Hugo falsa Shakespeare col proprio riflesso, ma penetra nella sua anima. Taine riunisce con dotta e sicura analisi tutte le sue opere, come un anatomico riunirebbe saldandole con fili di ottone le sue ossa, per dirvi: questo è Shakespeare.

—E non sarebbe che il suo cadavere.

Un gruppo di amici è sopravvenuto deviando la nostra conversazione.

—Studii? mi ha chiesto Fossa.

—No.

—Scrivi?

—Nemmeno.

—Non lo credo: è un pretesto per non dirci a che cosa lavori o per non mostrarcelo. Macchiavelli! ha soggiunto pigliando dal tavolo lo stesso volume preso da Berti. Sentiamo, sentite, si è rivolto con scherzosa ironia agli amici: che cosa pensi tu del Macchiavelli?

—O del Villari? ho risposto barattando un'occhiata col Berti.

—Che m'importa del Villari! Il giudizio di un giudizio è come il racconto di un racconto, il secondo è sempre peggiore del primo; non vi è che il terzo che essendo addirittura insopportabile ci possa consolare dell'averli ascoltati tutte due. Dimmi tu, piuttosto, che cosa pensi del Macchiavelli. Io non l'ho mai letto, ma l'ho visto nel mio viaggio a Firenze, in Santa Croce: mi è parso una vecchia testina di monello intelligente. Intelligente e monello lo era di certo, ma forse qualcos'altro ancora. Che cosa pensi tu del Macchiavelli?

L'insistenza di questa domanda cominciava a turbarmi.

—Napoleone avrebbe già risposto, ha replicato Fossa sorridendo al sorriso degli amici, coi quali a ogni proposito cita sempre Napoleone I.

—E Napoleone I avrebbe risposto in due parole? ha interrotto Berti.

—Già! e una sarebbe di più se ogni fatto non è che un'idea.

—Ohè! filosofo….

—E Napoleone avrebbe detto giusto?

—Già.

—T'inganni, mio caro: nel Memoriale Sant'Elena Napoleone ha giudicatoMacchiavelli, in un periodo di molto imperfettamente.

—Io non l'ho letto e non lo leggerò mai; non ammetto Napoleone che scrive.

—E così che cosa pensi tu del Macchiavelli?

—Troppo per potertelo dire qui.

—Allora sei nel mio caso, che non ne penso nulla e non ne posso parlare affatto: parliamo dunque di Napoleone I.

Un urrah di sdegno allegro ha coperto quest'ultima minaccia di Fossa, che sedendo si è messo invece a parlare dei propri cavalli. Fuori nevicava. Malgrado che le fiamme brillino da tre mesi nel caminetto, la camera non è molto calda e gli amici debbono a ogni visita far crocchio intorno al fuoco. Io seguiva coll'avidità di un infermo, da quasi quattro mesi segregato dalla società, il loro cicaleccio che raccontava forse per la centesima volta una storiella del teatro.

Poi se ne sono andati tutti insieme, ma Fossa rimasto ultimo colla maniglia dell'uscio in mano, mi si è rivolto e:

—Che cosa pensi tu del Macchiavelli? Mi ha ripetuto burlescamente. Bada che al mio ritorno mi dovrai una risposta; ti concedo di restare a letto tutti questi giorni per scriverla se ciò te la renda più facile.

Ed è fuggito ridendo.

Che cosa penso io dunque del Macchiavelli, di questa sfinge intorno alla quale si affatica da tanto tempo il pensiero dei dotti, e che mutata in simbolo sinistro esprime pei volghi quanto di più profondamente perfido e serenamente cinico possa essere la natura umana? Che cosa vi è di vero nella parola macchiavellismo per Macchiavelli? Quale fu il suo pensiero nel pensiero del suo secolo, nello spirito della storia? Ha egli meritato l'iscrizione ampollosamente semplice che in Santa Croce lo dice superiore ai due più grandi uomini dell'Italia, Dante e Michelangelo—Tanto nomini nullum par elogium?—La sua azione nel mondo fu uguale alla loro, e le sue scoperte ne mutarono il concetto come quelle di Galileo, che gli è modestamente accanto nel medesimo tempio?

Certo che di lui possa chiedersi questo è già tale complimento che vale poco meno dell'epitaffio fattogli dal Ferroni, oggi ancora citato fra i più belli della letteratura lapidaria.

Le vicende della vita e della fama del Macchiavelli si rassomigliano molto. Entrambe furono contrastate dal tempo, aspreggiate dalla miseria, quasi soffocate nell'oblio. Le sue opere maggiori stampate, lui morto, non ottennero subito troppa stima; il pensiero non ne fu giudicato grande, la forma perfetta. Solo il Principe colpì lo spirito del pubblico, e mantenendovisi come nello spasimo di un problema, parve salvare da una probabile dimenticanza il nome di Macchiavelli. I pochi contemporanei amici del Macchiavelli che l'avevano letto, non gli dettero, quantunque apprezzandolo, un briciolo dell'importanza che doveva poi acquistare: l'autore stesso non lo stimò mai tanto e non avrebbe osato ripromettersene la celebrità fino ad oggi triste ma universale.

La battaglia, che contro questo libro incominciarono primi i gesuiti, mutata presto in guerra, ne ebbe ogni vicenda gloriosa ed infame. Tutti vi entrarono, grandi e piccoli; uomini lo spirito dei quali doveva morire con essi, e uomini dei quali l'anima è rimasta nella storia mondiale. Poichè la politica è il motore e l'involucro della vita sociale, ognuno sentì il bisogno di decidersi in faccia al problema del Principe. Ma il suo concetto era vero nella politica umana? Il governo dell'uomo non essendo che l'azione del suo spirito collettivo sul suo spirito individuale, che debbono essere uguali sotto pena di essere inconciliabili, gli aforismi della politica possono davvero non essere che aforismi di psicologia?

La battaglia che il Principe ha sostenuto e sostiene ancora contro tutti, decideva dell'onore dell'umanità: il Principe la dichiarava naturalmente cattiva, essa si affermava naturalmente buona.

La durata della guerra è in favore del Principe, benchè la vittoria debba restare fatalmente all'umanità.

Il Macchiavelli nacque nel secolo forse più ricco d'ingegni per Firenze. I tempi erano grossi politicamente, la repubblica in continuo pericolo: la forma politica del Comune stava per tramontare in quella più larga e più alta degli Stati nazionali. La Spagna aveva già compito la propria unificazione, l'opera di Luigi XI in Francia era già sicura, Lutero preparava colla Riforma la grande costituzione dell'Alemagna. In Italia l'equilibrio studiato e ottenuto da Lorenzo il Magnifico, altrettanto fino politico che poeta, era cessato: i Francesi l'avevano invasa e non se n'erano andati che per ritornare.

Pisa ribelle a Firenze si avvicinava ad un'agonia senza gloria, profetando nella propria fine quella di tutti i municipii ancora liberi nei vecchi ordini, o indipendenti per le armi di qualche signorotto isolato nella disgregazione del sistema feudale. Genova era in preda alle ultime fazioni famigliali osteggiantisi per la supremazia: Venezia erede della universalità e del governo romano era cosmopolita nel commercio e aristocratica nel patriziato, palladio e tiranno della sua vita più ampia che nei regni recentemente riuniti, più florida che nei comuni meglio dotati, più duratura che nelle stesse monarchie destinate a prendere il posto delle repubbliche. La Romagna, la Marca e l'Umbria lacerate dagli ultimi feudatari conniventi o contrastanti coi papi vivevano nella miseria e nei massacri. Milano dopo il dramma astuto e infelice del Moro si accorgeva di non avere ormai più signore indigeno, e si preparava alla gloria umiliante di un vicereame conservando nella nuova tendenza alla servitù la cupidigia conquistatrice, che l'aveva resa nemica di Venezia e per un momento quasi arbitra d'Italia. Al di sopra dell'Italia oltre le Alpi si alzava l'ombra del sacro romano impero, autorità mistica e brutale, che pesava ancora sulla coscienza italica come un dogma, e discendeva tratto tratto su tutti i governi della penisola come una rapina.

La Francia più piccola ma più unitaria della Germania, nella quale la putrefazione della feudalità e il disgregamento dei Comuni impediva quasi ogni coesione di Stato, ricordava contro di essa le pretensioni imperiali di Carlo Magno, studiando intenta l'Italia come futuro campo delle battaglie che dovevano decidere quale sarebbe il primo popolo d'Europa. La Spagna sbarcata a Napoli sconfiggendovi gli ultimi Angioini e sovrapponendo la propria dominazione alla loro, vi aveva fondato una monarchia, la quale malgrado l'ostacolo di Roma immobile e invincibile nel mezzo d'Italia, non rinunciava alla brama di allargarsi in reame italiano. Al nord di Genova tra le Alpi, alla testa di montanari indomiti quanto astuti, poveri e capaci di tutto per arricchire, la casa di Savoia piccola, poco pregiata, male conosciuta, chiamata per disprezzo portinaia d'Italia, spiava notte e giorno colla passione instancabile del cacciatore l'occasione d'impossessarsi di qualche stanza nel palazzo che era pronta ad aprire a tutti gli stranieri.

Non vi era nazionalità, non stato, non governo, non politica italiana. Il papato solo poteva tratto tratto sollevarsi e parlare d'Italia o di giustizia, ma oltrecchè essendo universale per istinto non avrebbe potuto costringersi nella storia italiana senza annullarsi, i suoi istinti e le sue necessità di regno lo costringevano a maggiori contraddizioni e a più inintelligibili mostruosità. Talvolta il pontefice non era che il re di Roma, usufruttuario di un regno per lui intangibile come un fidecommesso; tal'altra un dinasta, che non potendo trasmetterlo alla propria dinastia tentava d'ingrandirlo per cederne così le accessioni. Poi il papa era pontefice capo della cristianità minacciata ora dal solo scisma che dovesse restare davvero importante nella sua storia.

Intanto il cinquecento si avanzava brillando. Tutte le arti rinate con Dante, il più grande artista dell'umanità, divenute adulte, si riunivano a Michelangelo quasi per finire come avevano cominciato; l'erudizione aveva disseppellito pressochè tutto il mondo classico e cominciava ad intenderlo; Colombo scopriva l'America, Copernico dava il moto alla terra, Lutero la libertà alla coscienza, Raffaello l'ultima bellezza alla forma, Ariosto l'ultimo poema alla poesia; Giulio II era l'ultimo guerriero del papato, Firenze doveva essere l'ultimo Comune italiano.

La coscienza italiana era vuota e torbida al tempo stesso; nessuna dignità di popolo o tradizione o ideale. Roma antica, straniera all'intelletto e al cuore, non viveva più che nelle memorie e nelle immaginazioni dei letterati e del volgo; la religione, divenuta superstizione in basso, traffico ed impero in alto, mescolata di magia, ignorante e scostumata, nata di una tragedia sul Golgota, sembrava finire in un carnevale che era un'altra tragedia per l'Italia e per la coscienza umana. La filosofia ospitata dalla religione nella bufera del medio evo n'era tuttavia la serva: San Tomaso guidato da Aristotile la signoreggiava; la scienza, senza vero passato, non accennava ancora a un sicuro avvenire. Però Copernico, Guttemberg, Colombo, sconosciuti l'uno all'altro, si erano misteriosamente intesi per guarantirla: la storia si dibatteva invano fra le fascie della cronaca, la lirica morta nei giardini di Lorenzo il Magnifico era già dimenticata, l'ultima epopea della cavalleria era più che mezza satira, la prima tragedia e la prima commedia non sarebbero state vitali.

Il rinascimento è un soldato, ha detto poeticamente il Michelet: il rinascimento è un assassino, non ha osato dire il Ferrari pur lasciandolo intendere, ma quando il Macchiavelli entrò nella vita, gli assassinii erano ancora frequenti e i grandi condottieri usciti dalla scuola braccesca e forzesca quasi finiti. I venturieri esteri avevano già preso il sopravvento. Nessuna figura di principe folgorava nelle armi, nessun generale proseguiva la gloria di Niccolò Piccinino; l'ultimo soldato d'Italia e il suo ultimo eroe, Giovanni Dei Medici e Francesco Ferruccio erano ancora sconosciuti.

Ma l'Italia era nullameno l'unico paese nel quale brillassero la civiltà e la ricchezza. Oltre le Alpi molte fiaccole s'andavano accendendo per la tenebra medioevale senza che il loro chiarore potesse vincerne la notte: al di qua delle Alpi invece il sole dell'antica Grecia illuminava capolavori che avrebbero fatto dubitare di sè stessa la coscienza greca. I fieri feudatari mutati ora in pomposi signori riunivano la ferocia della barbarie alla crudeltà della decadenza, mentre il popolo, piuttosto cliente che vassallo, parteggiava per loro meglio che non li servisse, e le classi sociali distinte come nel resto d'Europa erano ravvicinate dal commercio più vivo che altrove, dall'industria più progredita, dall'arte passione di tutti, dalla religione complice delle passioni di ognuno.

La lingua, l'arte, il papato, l'antichità romana, il progresso presente, la stessa mancanza di stato in tutti i governi della penisola e la condanna che pesava sopra ognuno di essi di non potere unificare l'Italia nè fondersi con altre nazioni; Dante, Michelangelo e Colombo, ecco le glorie e le ragioni della ideale unità della vita italiana, mentre la storia delle altre grandi nazioni europee aveva già raggiunto o stava per raggiungere l'unità politica.

Dante aveva conchiuso il medio-evo, Michelangelo riassumeva il risorgimento, Colombo apriva l'avvenire: tutto il mondo si accodava a questi tre italiani. L'Italia, palestra dell'Europa, non doveva chiudersi in nazione per non negarle la propria civiltà.

Macchiavelli, è stato detto, fu la coscienza italiana che nelle proprie contraddizioni meglio riflettè ed espresse le antitesi di tale posizione storica.


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