INDICE

Ma se la democrazia abbandonata dal grande spirito rivoluzionario non capì l'impresa d'Africa, impigliandosi nelle contraddizioni del diritto politico col diritto storico, non meno inetti si mostrarono coloro che accettandola le imposero i brevi calcoli dell'interesse industriale e, facendo pompa di scienza nell'analisi de' suoi possibili vantaggi, conclusero a rigettarla perchè nel nuovo libro mastro l'entrata non sarebbe stata pari all'uscita. E rifecero quindi la critica delle colonie provando come tutte costassero più di quanto rendessero, ma dimenticando di chiedersi come mai tutte le nazioni fossero potute tanto facilmente cadere in un errore di semplice aritmetica. Nessuno di loro sospettò nemmeno che l'interesse industriale e commerciale fosse una illusione necessaria nella storia per produrre il fatto delle colonie, le quali, come modo di propagazione civile avevano per iscopo non già lo sviluppo di una nazione ma la creazione di un'altra. Le colonie piantate ad immense distanze non furono mai e non sono ancora che stazioni e fari facilitanti alla storia la sua marcia pel mondo. Nemmeno i recenti luminosi esempi moderni parvero bastare. Quindi si affermò che le colonie non andavano fondate perchè appena grandi si emancipavano, come oramai ha fatto tutta l'America, quasi che la trasformazione trionfante di questa in popolo originale non fosse lo scopo recondito e il premio supremo delle sue prime colonie. Non si sa ancora abbastanza che la storia di ogni paese è non solo coordinata, ma soggetta alla storia universale, e che ogni impresa vi oltrepassa sempre l'interesse di chi la compie, lasciandogli per sola grandezza quella di adempierla bene.

L'impresa d'Africa per l'Italia era la prima conseguenza del suo risorgimento. Potenza storicamente e geograficamente mediterranea, uscendo di sè stessa non poteva agire che in Africa; alla politica de' suoi uomini di Stato scegliere il momento più opportuno, il lido più adatto a discendervi colla più sapiente preparazione.

Ma l'Italia, scivolata dopo la morte di Cavour nelle mani di uomini meschinamente parlamentari, dovette eseguire il proprio ingresso in Africa con Agostino Depretis, volgare rivoluzionario costituzionale, che aveva contrastato accanitamente nella Camera Subalpina la spedizione di Crimea al grande statista. Giammai il corso storico esercitò sopra un individuo più crudele ironia: colui che aveva negato al Piemonte di diventare Italia, associandosi colle maggiori nazioni nella guerra contro la Russia, dovette vecchio spingere l'Italia in Africa associandola alle grandi potenze mondiali.

La sua vita politica tutta circoscritta nel Parlamento aveva limitato fatalmente il suo ingegno, rendendogli più malleabile il carattere e instancabile il temperamento. Fra i capitani di Alessandro, come Giuseppe Ferrari chiamò con sdegnosa ironia i successori politici del conte di Cavour, egli non ebbe dapprima importanza. Il giacobinismo, che rimase sempre la parte più nobile del suo spirito, lo rendeva sospetto e inadatto in quei momenti tanto difficili per la monarchia, nei quali bisognava esautorare la rivoluzione attirando con ogni favore nell'orbita costituzionale la grossa maggioranza retriva del paese. Il Cavour, che aveva iniziata l'opera con meravigliosa destrezza, era morto troppo presto, ma i suoi migliori scolari la perseguirono credendola meno un espediente necessario alla consolidazione del fatto rivoluzionario che una vera legittimità del principio monarchico più alto della rivoluzione medesima.

La tradizione politica e moderata, nella quale il Cavour aveva agito slargandola, era ancora viva nel nuovo partito costituzionale, che considerava come nemici i rivoluzionari. Depretis rimase dunque sospettato e subalterno: la sua indiscutibile abilità parlamentare non gli permise di stare a paro con Minghetti e con Ricasoli, il miglior borghese e il miglior aristocratico del nuovo governo, nè di abbinarsi col Rattazzi, che solo aveva potuto rivaleggiare col Cavour e in alcune qualità forse lo superava.

Ministro a più riprese, possibile in tutti i gabinetti di mezzo carattere, capace di disimpegnare qualunque funzione come a reggere ogni portafoglio, insinuante, indifferente sui mezzi politici e privatamente onesto, avido di attività più che di azione, ambizioso di potenza meglio che di gloria, si destreggiò per quindici anni fra i successori del Cavour, abili partigiani, che istintivamente retrivi avrebbero voluto immobilizzare la rivoluzione nei propri sentimenti. Ministro della Marina nel 1866 per una di quelle fantasie della nostra infanzia costituzionale, che prendendo i portafogli per balocchi se li distribuiva al di fuori di ogni tecnica capacità, subì se non preparò colla propria imperizia il disastro di Lissa; prima sconfitta che una flotta veramente italiana patisse dopo migliaia di anni. Inattivo durante la intrepida e profonda combinazione di Mentana tentata dal Rattazzi, arrivò a Roma lasciando a Quintino Sella, ultimo giunto nella fazione moderata e migliore di quanti v'erano rimasti, la gloria di spingere il Ministero reluttante su per la breccia di porta Pia. A Roma il partito costituzionale, che con Cavour aveva assunto di disciplinare la rivoluzione entro le forme parlamentari, italianizzando la monarchia piemontese coll'insediarla in Firenze e nazionalizzandola col sollevarla sino al Campidoglio, doveva esaurirsi.

La sua transazione storica, iniziata nel Parlamento piemontese e proseguita in quello nazionale, aveva raggiunto il proprio scopo logorando ogni varietà di uomini e d'ingegni. Del vecchio mondo italico nelle nuove generazioni non restava più nemmeno il ricordo; tutte quelle necessità di accomodamento e di concessioni, spesso trascorse oltre il ridicolo o discese troppo spesso fino sotto la viltà, erano non solo cessate, ma diventate inintelligibili alla nuova critica non giustificavano più nè la bassezza di certi metodi nè l'ignominia di parecchi risultati. La monarchia accettata dalla maggioranza come una forma ancora idonea alla vita nazionale, non era più venerata per tradizioni domestiche o considerata per pregiudizi di educazione come unico rifugio contro le ferocie ribalde della rivoluzione. Il nuovo re doveva conquistare personalmente l'adesione dei propri sudditi per regnare, o accontentarsi altrimenti di essere tollerato come una forma poco nociva per la nazione sino al momento opportuno per sostituirla.

Con Roma capitale l'Italia era organicamente e storicamente perfetta. Se qualche lembo de' suoi confini stava ancora fra le mani dell'Austria, secolare nemica, alla prima bufera che ne minacciasse l'impero eteroclito, l'Italia saprebbe abilmente e valorosamente riconquistarlo.

La lotta dello Stato colla Chiesa passava colla conquista di Roma dalla politica alla scienza, giacchè il diritto nazionale, ormai invincibile sul Campidoglio, avrebbe rispettato e imposto rispetto al diritto religioso.

La politica del Governo entrando in Roma doveva dunque murarsi, poichè la stessa rivoluzione dalla forma filosofica di Mazzini e epica di Garibaldi scendeva ad un'altra più precisamente politica ad impararvi i metodi parlamentari e a ricorreggervisi con studio più calmo nelle scienze. Tutti i rappresentanti del vecchio partito moderato erano caduti lungo la via, o caddero toccando Roma. La loro fine fu triste. Malgrado gli eminenti servigi resi e la gloria del tempo nel quale avevano operato, il paese li dimenticò vivi, non li curò moribondi, non li compianse morti. Il difetto della loro opera, maggiore nelle intenzioni che nei risultati, giustificò l'indifferenza della nazione; la quale sentiva come tutti quegl'illustri avessero meno lavorato per lei che per la monarchia, mentre lo spirito dell'avvenire stava ancora nella rivoluzione lasciatasi generosamente immolare alla gloria e all'utilità della monarchia. La morte di Garibaldi e di Mazzini lacerò tutte le coscienze, quella prematura di Cavour le aveva sbigottite: la morte de' suoi successori così varii di ingegno, alcuni così egregi di carattere, tutti così benemeriti di lavoro, non destò nè paure nè rimpianti. La nazione sicura di sè medesima non poteva turbarsi per la morte di uomini, che non avevano voluto fondersi con lei. Mentre la piazza rimaneva calma, forse la corte diventava pensosa.

Agostino Depretis, superstite di tutti quei morti, fu il loro erede universale.

Ma nel troppo lungo arringo parlamentare, il giacobinismo del suo spirito e della sua prima educazione si era logorato. L'immensa eredità della politica monarchica avviluppò il suo ingegno e schiacciò il suo carattere. Così iniziando la sua ultima carriera di statista con largo programma di riforme, alle quali venne gradatamente fallendo, non vi pose dentro alcun nuovo concetto, e non comprese quanto la monarchia di re Umberto fosse diversa da quella di Vittorio Emanuele. Eppure a nessuno dei successori di Cavour era toccata la fortuna di aprire un nuovo periodo nella storia italiana. La terza Roma entrava nel mondo con Agostino Depretis. L'epopea e la tragedia del risorgimento erano conchiuse, tutte le contraddizioni conciliate, tutte le differenze etnografiche e storiche fuse: un'altra Italia con nuova coscienza, con diverso aspetto, alzandosi sulle Alpi guardava l'Europa.

Mentre la Francia trascinata dall'ultima forma del cesarismo napoleonico a combattere l'unificazione della Germania per un falso ricordo della politica di Richelieu e di Luigi XIV, sostenendo il papato e rinnegando nella propria tradizione lo spirito rivoluzionario, era stata schiacciata dal maggiore dei disastri, e dibattendosi convulsamente fra le insidie degli ultimi legittimisti e le violenze dei recenti anarchici abbandonava la direzione della politica europea per costituire la propria repubblica; mentre la Germania, avendo d'uopo ancora per unificarsi della più arcaica forma imperiale, doveva tergiversare a ogni ora in ogni questione, smentendo ed usando tutti i principii al coordinamento politico del proprio fatto; mentre l'Austria minata dal germanesimo e dal panslavismo, povera, eterogenea, battuta, non aveva conservato altra unità che la dinastica e altra forza che la tradizione: mentre la Russia si educava nell'immenso duello fra nichilismo e assolutismo, e l'Inghilterra rientrata nella propria isola scemava la propria azione europea per accrescerne la propria attività cosmopolita; era il momento per l'Italia, giovane, forte, figlia ed erede della rivoluzione francese, di entrare in Europa capitanando i diritti e le aspirazioni dei popoli. Ella sola, non vincolata da tradizioni, con una storia più lunga e gloriosa di ogni altra, poteva mettersi al centro della rivoluzione francese maturandola in Europa.

L'Italia, necessaria per ragioni d'equilibrio, era invincibile: nessuno avrebbe potuto attaccarla senza suscitare una guerra europea. Appoggiata sulla Francia, colla Spagna di dietro, banditrice della rivoluzione, avrebbe avuto tutti i popoli con sè; la sua influenza, la sua potenza sarebbero miracolosamente cresciute. Bismark preso fra la Francia e la Russia, poco aiutato dall'Austria, non sarebbe più stato onnipotente; la sua immensa opera germanica, ancora poco compatta e troppo combattuta fra la tradizione imperiale e lo spirito rivoluzionario, fra il particolarismo dell'antica feudalità e l'antagonismo delle religioni cristiane, gli avrebbe impedito di occuparsi tanto dell'Europa.

Era il grande momento dell'Italia! Cavour lo avrebbe compreso,Rattazzi l'avrebbe osato; Depretis non comprese e non osò.

La sua politica estera, ammalata di monarchismo, osteggiò la Francia perchè repubblicana, appoggiandosi a Bismark, mentre questi aveva bisogno d'appoggi; trascinò il re a Vienna per ottenergli lo sfregio di una visita non restituita. E questo insulto dovremo pur vendicarlo! Al congresso di Berlino si presentò come subalterno e mendico, e fu accettato per tale. All'interno tutta la sua politica mirò alla disorganizzazione suprema dei partiti, i quali naturalmente disorganizzati dal nuovo momento storico, nel quale avevano a ricomporsi mutando base e metodo, si disciolsero. Fu il regno della confusione e dell'atomismo. Maggioranze e minoranze si addensarono e si rarefecero non lasciando nuclei; le migliori tradizioni rivoluzionarie, i più alti sentimenti politici s'infransero: abilità suprema fu il trionfo nelle votazioni, ultimo scopo la durata del Ministero. E in esso, con triste novità d'esempio, passò e ripassò una folla di uomini mediocri che venivano ad annullarvisi, mentre Depretis solo durava, Proteo indefinibile ed inafferrabile, che tutti condannavano e nessuno poteva colpire; politicante monarchico, che comprometteva la monarchia opponendola alla rivoluzione e sacrificandole le glorie e gl'interessi della patria.

Nullameno l'Italia doveva agire. Questa necessità, facendosi a mano a mano più intensa, forzò la politica di Depretis: Bianchi era stato trucidato, la spedizione d'Africa fu risoluta. Ma se la Francia, insignorendosi di Tunisi, era stata rapida e sicura; l'Inghilterra, conquistando l'Egitto, violenta e superba: l'Italia fu depressa e timida. Non si osò parlare, si temette di provveder troppo, si lesinarono i denari più necessari, si negarono le truppe, si economizzarono i bastimenti. Non era l'Italia, non una grande nazione che agiva: parve si aspettassero permessi, si cercasse di non essere avvertiti, non si volesse essere giudicati.

A dirigere l'impresa Depretis con servile cinismo aveva chiamato il conte di Robilant, soldato mutilato e diplomatico peggio che impotente, il quale, ambasciatore a Vienna, aveva procurato al Re lo sfregio di visitare come un vassallo, al quale non si rendono le visite, l'imperatore d'Austria. Mentre occorreva un uomo di Stato forte ed abile, l'Italia non ebbe che un parlamentare logoro e un diplomatico monco.

Un immenso palpito di passione e di orgoglio sollevò tutti i cuori italiani, quando salparono i primi bastimenti. Il mare era bello, il cielo sereno; Napoli sublime, distesa sovra i suoi colli, salutava augurando i vascelli che s'allontanavano, fisa al fumo delle vaporiere come al fumo d'imminenti vittorie. Finalmente! L'Italia, che dopo le umilianti sconfitte di Custoza e di Lissa si era con immensi sforzi d'economia e d'ingegno ricostituita una marina e un esercito, li avventava sull'Africa.

Urràh! marinaio, tu porti la fortuna d'Italia! Urràh, marinaio! Le navi sparirono all'orizzonte e tutto ricadde nel silenzio.

Solo di quando in quando si avevano notizie di minimi fortilizi costrutti, di brevi acquedotti scavati, di capanne nelle quali i soldati basivano dal caldo. Erano pochi, stavano inerti. Il Governo, per sapiente economia, non aveva nemmeno allacciato il teatro della guerra con un cavo sottomarino a qualcuno delle grandi stazioni telegrafiche.

Intanto la democrazia riprendendo il cicaleccio femminile s'impietosiva sulla sorte dei soldati, o spropositava sul diritto dei selvaggi; il Governo inoperoso dimenticava l'impresa pel quotidiano dibattito parlamentare. Bande nomadi, racimolate dal più feroce e dal più abile dei generali abissini, scorazzavano minacciose sui confini del nostro campo, marcato da fortilizi sprovveduti, mal difeso da truppe così scarse, che non potevano nemmeno comunicare fra loro senza pericolo.

Invece di vendicare l'eccidio di Bianchi, il nostro piccolo esercito assisteva inerte alla nuova strage della spedizione del Porro, che il Ministero non osò considerare italiana, e alla cattura dell'ultima missione Piano e Salimbeni, mandata secretamente dal Governo stesso. Una immensa malinconia di una viltà nè voluta nè meritata si aggravava sulla nazione: le antiche diffidenze lasciate dai disastri di Custoza e di Lissa risorgevano nella coscienza popolare; si dubitava dell'esercito regio, s'invocava il nome di Garibaldi morto, ma più vivo e grande che mai nello spirito di tutti. Dov'erano adesso i suoi garibaldini di Montevideo e di S. Pancrazio, di Marsala e di Digione? Dov'era morto Nino Bixio, tigre fra i leoni, così violento che solo Garibaldi poteva frenarlo, e così intrepido che egli stesso lo guardava ammirando? Dov'era Alfonso Lamarmora, ultimo cavaliere del Conte Rosso, che con diecimila Piemontesi aveva resistito a ottantamila Russi, strappando eroici applausi ai primi soldati del mondo, i Francesi che avevano sempre vinto, e gl'Inglesi che non avevano mai perduto?

Depretis in quello stesso momento strangolava con pessimo contratto le ferrovie italiane, e Robilant mandava le navi dell'Italia risorta a minacciare la Grecia, che aveva dato un balzo sotto il calcagno del Sultano.

Poi, ieri, improvvisa come una bufera calda di sangue e di sole, arrivava la truce novella: la nazione agitata da funesti presentimenti, che la scipita e bugiarda parola del conte di Robilant aveva avvelenato tentando quetarli, si drizzò convulsamente come ferita al cuore, il Parlamento parve destarsi; il Ministero allibì. Un telegramma di sconfitta, che i giornali inglesi avevano già avuto, era giunto finalmente a Roma.

Depretis, pallido, lo lesse balbettando alla Camera.

Massaua, 23 Gennaio 1887.Perin, 31 Gennaio 1887.

Il 24 Ras Alula lasciò Ghinda accampandosi a Sud-Est di Saati, che attaccò il 25, ma fu respinto dopo tre ore di combattimento. Nostre perdite, quattro feriti e cinque morti. Le perdite degli abissini sono sconosciute.

Il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari partiti da Monkullo per vettovagliare Saati, furono attaccate a mezza via. Dopo parecchie ore di combattimento, la colonna fu distrutta. Novanta feriti sono già ricoverati all'ospedale di Massaua. Mi riserbo spedire particolari esatti circa le perdite e i feriti.

Causa l'eccessiva estensione della nostra linea, ho richiamato i posti di Saati, Wuà e Arafali. Ras Alula sembra essere rientrato a Ghinda, causa le gravi perdite e i numerosi feriti, e probabilmente anche per attendere l'arrivo del Negus, che si dice essere in marcia.

Il Maggior GeneraleGENÈ

Una battaglia era dunque scoppiata, nella quale tutti gli italiani erano periti. Un nugolo di abissini, impetuoso come il vento dei loro deserti, aveva sorvolato le aride montagne del nostro confine militare, travolgendo, rovesciando una delle nostre colonne, spiccata da Monkullo a difesa di Saati, avamposto assalito il giorno prima da Ras Alula.

La guidava il tenente colonnello De-Cristoforis, e si componeva di tre compagnie distaccate da varii reggimenti; in tutto forse un cinquecento uomini. Non avendo potuto trovare i cammelli necessarii al trasporto delle munizioni chieste dal comandante di Saati, non era potuta partire che alle 5 antimeridiane. Per unica artiglieria scortava due mitragliere. La marcia era rapida.

I soldati, consapevoli dell'attacco di Saati, camminavano fieri e guardinghi; erano tutti giovani di venti anni, usciti ieri dalle case paterne, che non avevano mai provato il fuoco. Il silenzio solenne del pericolo, la prima emozione dell'eroismo stringevano le loro coscienze. Avevano lasciato Monkullo; sarebbero giunti a Saati?

Le due compagnie rimaste a Monkullo attendevano: un eguale pericolo le minacciava. Ras Alula dov'era? Dove sarebbe piombato dopo la ritirata di Saati? Le sue forze erano relativamente immense, i suoi soldati feroci. Tutti sapevano che il maggiore generale Genè, da molti mesi chiedeva invano rinforzi al Ministero impigliato entro un ignobile dibattito parlamentare.

Alle 11 antimeridiane il capitano Tanturi riceveva due biglietti dal colonnello De-Cristoforis, il primo, datato ore 8,30, diceva: che giunto presso Dogali aveva cominciato il fuoco contro il nemico immensamente superiore di numero, e che le mitragliatrici si erano spezzate; il secondo, datato ore 9,30, dichiarava: che senza un aiuto di uomini e di cannoni non poteva più muoversi.

Dalle nove alle undici la tragedia doveva essersi compita.

Il capitano prese una mitragliatrice, una compagnia, e partì. A che scopo? Con quale idea? Se Ras Alula aveva attaccato la colonna De-Cristoforis, a quell'ora doveva già averla distrutta. Una compagnia e una mitragliatrice non potevano certo ristorare le sorti della battaglia. Partì: Mohamed Nur, che doveva seguirlo coi basci-buzuc, vi si ricusò naturalmente; otto soli fra essi s'accompagnarono coll'interprete Raduc.

Era una marcia verso la morte.

Lasciamola raccontare a lui.

«….. Poco dopo le tombe di Dogali vidi una cassa di mitraglia senza polvere e spolette, e quasi nel medesimo tempo i basci-buzuc, che erano in esplorazione, segnalavano la presenza del nemico. L'interprete, interrogati due indigeni, mi disse che tutti i nostri erano stati massacrati, e che gli abissini erano ancora numerosissimi ed in posizione.

«Ciò mi sembrò esagerato, come di fatto (essendo l'interprete poco dopo fuggito pieno di paura), e proseguii la marcia. Giunto là dove la valle si allarga di un poco, gli esploratori tornarono di corsa avvisandomi che si avanzavano cavalieri abissini. Presi immediatamente posizione facendo staccare la mitragliera e formando la compagnia in quadrato. Nello stesso tempo mandai tre soldati nella direzione ove era stato segnalato il nemico. In questo mentre l'interprete e parte dei basci-buzuc scomparvero. I soldati tornarono presto dicendomi che non avevano visto altro che tre o quattro cavalieri abissini correre velocemente verso Saati. Per essere più sicuro mandai il tenente Sartoro con una piccola pattuglia sulla mia destra, e questi ritornò riferendomi che non vi erano nemici, ma che aveva visto basti da cammello, un cammello morto, casse di cartuccie vuote, scatolette di carne, ecc. Nello stesso tempo feci arrestare un pastore Saortino che si trovava ivi presso nascosto.

«Questi, interrogato, alla meglio mi fece capire che gli abissini avevano attaccato i nostri, indicandomi anche la posizione da questi occupata. Immediatamente feci riattaccare la mitragliera e mi diressi a quella volta. Nessun segno lungo il cammino oltre quelli citati di uno scontro: solo cinque o sei tombe scavate di fresco indicatemi dal Saortino come quelle di abissini morti poche ore innanzi. Sul primo monticello, prima posizione occupata dai nostri, vidi un soldato ferito che mi disse trovarsi i nostri poco più su e tutti morti. Non credei alla funesta notizia e corsi con la compagnia sul sito indicatomi. Dietro la cresta del monticello superiore vidi l'immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati!»

Capitano, questa frase resterà immortale come la battaglia.

Tutti giacevano in ordine, allineati, morti sulla grigia altura, dalla quale avevano resistito tre ore senza volgersi indietro. Erano vestiti di bianco, insanguinati. Il sole alto sull'angusta vallata dardeggiava impassibile infiammando i loro cadaveri col calore e col colore della vita, ma nessuna voce turbava il superbo silenzio della loro morte. La storia Italiana doveva trovarli là, allineati sulla soglia dell'Africa, nell'eroismo di un atteggiamento che il nemico stesso non aveva osato scomporre fuggendo dopo la strage; e così resteranno eternamente nella gloria della poesia! Il primo capitolo della nuova storia mondiale d'Italia doveva essere un canto epico.

L'Africa è vinta. La Persia invadendo la Grecia trovò alle Termopili Leonida coi trecento Spartani, li schiacciò, ma fu respinta: il coraggio è di tutti i popoli, ma l'eroismo è solo di quelli che debbono vincere; l'eroismo di De-Cristoforis assicura la vittoria all'Italia, Non si muore così, quando non si è che un soldato e la bandiera, intorno alla quale si è raccolti, può indietreggiare o essere strappata senza lacerare la coscienza nazionale. L'eroismo è una rivelazione improvvisa, che illumina le anime nell'ora della morte e ne toglie ogni paura, ogni desiderio mondano.

Urrah, colonnello! Lo ha raccontato qualcuno dei feriti, che voi, ultimo a cadere, credeste già morto. La battaglia, nella quale Dio solo vi guardava, è già passata nella storia: tutto è noto; la vostra estrema parola, il vostro saluto prima di morire ai fratelli morti è stato raccolto da tutto il mondo.

Fu un agguato imprevedibile, inevitabile. La vallata era angusta; vi ritraeste sul colle. Gli abissini sorgevano da ogni banda, volanti su cavalli sfrenati. Le loro urla sembravano venire dai deserti; erano confusi come il turbine. Un abbarbaglio di fiamme bianche vampeggiava sulle pelli dei loro scudi e sul ferro delle loro armi. Non era possibile contarli; erano troppi per essere battuti, troppi ancora per non sopraffarvi. Erano l'Africa selvaggia, nuda e nera nel sole, che sitibonda di sangue uccide quando perde, uccide quando trionfa, perchè la morte è il suo solo pensiero e la sua unica sensazione. Il suo ruggito, circondandovi, era come quello de' suoi leoni, quando sentendosi sicuri della preda drizzano la bruna criniera coll'occhio metallico scintillante al raggio del sole.

Bisognava morire! La battaglia era impossibile, altrimenti la vittoria sarebbe stata sicura.

Alto sul colle, col vostro drappello allineato come i gladiatori sotto il palco del Cesare romano e salutanti prima di trucidarsi, voi guardaste oltre il nemico, attraverso l'Africa, al di là delle sue montagne e de' suoi deserti, che i viaggiatori italiani avevano bagnato di sangue, ma pei quali un giorno passeranno fischiando le vaporiere.

L'Africa, prigioniera delle proprie coste, si difendeva invano assalendovi.

I soldati sono pallidi, l'ombra della morte è passata sotto quel sole che da molti mesi non conosce le nubi e ha scolorato i loro volti.

Nessun testimonio, nessuna speranza. La morte sola, orribile come l'aspetto di quella moltitudine turbitante, che si solleva da ogni parte e armata di pochi fucili rapiti in altre carneficine avventa già le prime palle. Sul drappello bianco il silenzio si stende come una tenebra.

Morire! L'Italia lontana non sa nulla di questo momento, l'Africa presente non lo comprende: solo la storia, che lo ha voluto, dovrà raccoglierlo; ma essa pure, divina memoria della vita, non potrà narrarne lo schianto del supremo ed improvviso dolore, mentre nessuno sopravviverà per confessarlo. Quel colle, arido e grigio, non è che un immenso altare, sul quale il sole africano chi sa da quanti secoli aspettava immobile ì vapori dell'imminente olocausto. Una reminiscenza indistinta dei più grandi sacrifici della storia si alza da tutte le coscienze, vacillando come le ombre di un crepuscolo oltre il quale fiammeggia la luce insolita di un altro giorno; uno spasimo di minime ed irresistibili contrazioni stringe i cuori che stanno per perdere tutti gli affetti e le memorie della vita.

Urrah! colonnello, fuoco!

Il drappello alto, allineato tuona: non è una battaglia, ma una tragedia. Gli eroi sono pallidi, bianchi come le statue e fermi del pari; il fumo della moschetteria che li avvolge sventola sulle loro teste come un'immensa bandiera, attraverso la quale il sole accende capricciosamente le iridi di tutti i vessilli del mondo. I loro movimenti sono ritmici, giacchè nella loro impassibilità l'orgoglio è succeduto alla speranza. Siccome non possono arrendersi, resistono con quel forte sentimento della morte che scoppia in ogni uomo, quando sente che la sua vita è già conchiusa e non difende più che la propria personalità.

E il fiotto nero dell'Africa si addensa, discende da tutti i colli, ondeggia e rugge. I cavalli vi nuotano furiosamente nitrendo, o vi scorrazzano invasati dinanzi come sulla ripa di un torrente che dilaghi. Un orribile tumulto vi copre il gemito supremo dei morenti e le strida dei feriti. Infatti, da tutti i suoi lembi si veggono uomini fuggire con altri uomini morti o moribondi sulle spalle, come naufraghi strappati ai suoi vortici, entro i quali terribili figure di donne infuriano confusamente tra il lampeggiamento delle armi e lo scintillio dei colori sventolanti su tutto quel nero. Non vi si distingue nè ordine nè forma: non è un esercito, non è un'orda, ma una moltitudine in una caccia, che l'agguato ha preparato e la strage deve compire. Hanno poche armi da fuoco e si avanzano carponi, balzando come le tigri, strisciando come i serpenti dietro ogni asperità del terreno, evitando il fuoco della moschetteria, che cade sovra di essi come una grandine regolare ma sempre più rada. Colla destrezza meravigliosa dei selvaggi, senza guida di capitani hanno largamente circuito quel colle e attendono che l'eroico manipolo abbia finito le cartuccie per slanciarsi all'assalto. Sarà come un soffio del Simoun, uno schianto d'uragano. La sicurezza della vittoria centuplica la ferocia della loro attesa, guardando quel drappello ancora allineato, bianco sul colle grigio, immobile sotto il sole e davanti alla morte.

Ma il fumo della moschetteria, giacchè le mitragliatrici si sono infrante ai primi tiri, non è più che un velo leggero sulla loro fronte rotto qua e là e macchiato di sangue.

Il terribile momento passa entro tutte le anime come un freddo di un altro mondo: sono inermi. I pochi che bruciano ancora le ultime cartuccie, sembrano con esse gettare un appello disperato ai compagni abbandonati come essi nei radi fortilizi di quel confine, o inerti a Massaua spiando sul mare il sorriso di una vela o di una bandiera italiana. Ma l'Italia è troppo lontana, oltre due mari, nell'incanto della sua eterna bellezza che le fa dimenticare persino i soldati morenti per lei sul primo lembo del deserto africano.

—Italia, Italia! è la loro suprema invocazione fu il grido supremo di sfida, col quale risposero all'immenso ruggito abissinio.

E disparvero.

Quel turbine nero li urtò aggravandosi sopra di loro come una nuvola, entro la quale non si distinse più nulla, ma nella quale l'ultimo gruppo che difendeva il colonnello, udì ancora il suo ultimo comando di salutare quelli che erano già morti:

—Presentate le armi!

Le presentarono e caddero con esse intorno a lui, che aveva trovato per tutti una di quelle parole, che traversano i secoli come una meteora lasciandovi una traccia inestinguibile.

Quando quella nuvola si dileguò, tutti giacevano in ordine come fossero allineati.

Era tempo.

L'Italia, troppo facilmente schiacciata nei moti del 21 e del 31, battuta per tutte le sue città e le sue campagne nel 48, scarsa vincitrice nel 59 a lato della Francia che la risollevava nel cospetto della storia, sconfitta miserevolmente nel 66 sulla fatale pianura di Custoza e nelle acque di Lissa; l'Italia, alla quale Garibaldi non aveva potuto infondere li cuore, Mazzini il genio, Cavour il senno; che entrata nel 70 a Roma di sorpresa mentre l'Europa preoccupata dell'immane duello franco-germanico non le badava e l'impero napoleonico, protettore del papato, ruinava nella ignominia di Sedan, da sedici anni stava china davanti a tutte le potenze, quasi vergognosa di aver compito la propria unità stracciando un trattato che la coscienza di nazione avrebbe dovuto vietarle di firmare; l'Italia trascinata a Vienna come damigella dell'impero austriaco, accettata a Berlino come una riserva dell'impero germanico, irrisa dal papato, mal rappresentata dal Parlamento, peggio governata dai Ministeri, aveva d'uopo di un eroismo nazionale che risollevandole la fronte le riassicurasse la coscienza. Vissuta, prima di risorgere nazione, nella servitù di ogni forte e nella gloria di un passato al quale nessun presente o futuro di popolo potrà mai somigliare; cresciuta accattando aiuti e dispregi e tremando della propria rivoluzione, perfino sotto la corazza degli ultimi re di Savoia ai quali si sottometteva per incorreggibile abitudine di servitù; discesa ipocritamente da Torino a Firenze per salire trepidamente a Roma; sospinta dalla legge storica dell'Europa all'impresa africana senza comprenderne nè il carattere nè volerne la grandezza, aveva d'uopo che un drappello de' suoi soldati trasformandosi in eroi le provasse che nelle vene del suo popolo ferveva ancora il sangue latino e che la rivoluzione, per la quale era rinata e dalla quale aveva rifuggito, proseguiva nell'impresa d'Africa sospingendola col proprio soffio.

Quei cinquecento soldati, che prigionieri di un'immensa moltitudine non avevano nemmeno rivolto il capo per cercare istintivamente il lido lontano di Massaua, erano l'Italia nuova. Parlamento, Ministero, Monarchia, tutto disparve in loro, davanti a quest'Africa selvaggia che voleva respingerli, e sorpresi si disponeva a trucidarli. Indietreggiare era sottomettere la loro coscienza all'istinto di quei selvaggi, che si battevano per non diventare uomini.

Non bastava morire, poichè la morte era inevitabile, ma bisognava morire colla impassibilità di un orgoglio nel quale la morte non è più una sconfitta, con un valore che provasse ai nemici quanti africani valesse un solo soldato d'Italia.

L'Africa antica incatenava le proprie legioni per impedire loro di fuggire: l'Africa moderna, ancora uguale all'antica, vedrebbe un manipolo più compatto che se stretto di catene resisterle tre ore e cadere simultaneamente conservando nella morte l'allineamento della battaglia, simbolo dell'ordine superiore della loro vita. Questo eroismo non aveva uguale e non poteva averlo come inizio di epoca nuova. Leonida difendendo le Termopili non ebbe che l'eroismo della passione; i Maccabei non superarono Leonida, i Fabii non sorpassarono i Maccabei. In tutti gli eroismi immortalati dalle cronache o consacrati dai poemi la passione è l'anima quando la disperazione non è tutta la forza; nei cinquecento di Dogali l'immobilità della battaglia e della morte provano una coscienza sollevata al di sopra della vita da una di quelle rivelazioni improvvise, che la storia fa nell'anima di un popolo.

Si sentirono grandi, e lo furono.

Il loro colonnello, crivellato di ferite, ravvolto nell'immenso turbine africano, riassunse morendo tutto il loro orgoglio per gettar loro un saluto, che nè Rama nè Achille, nè Sigfried nè Orlando avrebbero compreso.

—Presentate le armi!

e gl'ultimi feriti, forse poveri contadini degli Abruzzi o della Sicilia, lo compresero e presentarono le armi ai loro morti, offrendosi inermi agli ultimi colpi dei sacrificatori.

La poesia immortale ha protetto la vita di uno di quegli oscuri eroi per salvare dall'oblio quella parola che nessuno de' suoi più grandi poeti, da Valmiki a Firdusi, da Omero a Dante, da Shakespeare a Hugo nelle più fervide ispirazioni del genio avevano saputo trovare, e che l'eroico colonnello pronunciò davanti ai proprii morti nell'oblio del mondo, per la civiltà del quale moriva.

E nell'Italia, istupidita nelle viltà privilegiate della sua borghesia costituzionale, vi fu chi non credendo a questa parola l'analizzò per giudicarla inventata. Da chi? Dal povero soldato che avrebbe mentito per la gloria del proprio colonnello morto. Ebbene: dite a Carducci che ceda a quel ferito il proprio posto di primo poeta d'Italia, perchè se quel soldato ha mentito è molto maggior poeta di lui. Andate a Caprera e ripetetela sulla tomba di Garibaldi: egli la crederà e perdonerà forse all'Italia che, lui morto, ha ancora dei De-Cristoforis, di aver negato per riguardi cortigiani e vaticani il rogo al suo cadavere.

Ma la tragica solennità di Dogali non ha potuto sollevare la nazione dal fango della sua vita politica. Mentre i superstiti, sui quali la ferocia degli abissini si abbandonò alla più selvaggia demenza di sangue, erano trasportati a Massaua, tagliuzzati evirati, deformati, il Parlamento s'imbrogliava nella procedura contro il Governo non osando cacciarlo. Depretis è ancora presidente del Consiglio, il conte di Robilant dimissionario è adulato perchè non se ne vada, Ricotti ministro della guerra, politicante insidioso quanto inetto generale, più d'ogni altro colpevole della catastrofe di Dogali, rimane ancora alla testa dell'esercito, che avrebbe costretto al disonore d'una sconfitta se l'eroismo della morte non l'avesse trasformata in gloria immortale.

Il generale Genè da lui costretto ad allargare la linea militare del confine, assottigliandone fino all'assurdo la difesa, ha richiamato gli avamposti e si trincera in Massaua. Dopo aver romanamente risposto a Ras Alula minacciante con barbara iattanza di trucidare la spedizione Salimbeni catturata prima della battaglia, se tutta l'Africa non fosse immediatamente sgombra d'italiani: che considerava morti i prigionieri e s'affretterebbe a vendicarli; dietro ordini del Ministero, adesso impaurito da un probabile scoppio di ira popolare all'annunzio di altre vittime, ha dovuto mancare alla propria parola e mercanteggiare col barbaro e consegnargli un migliaio di fucili sequestrati ad un suo mercante e cedergli cinque capi di tribù assaortine a lui nemici e riparati nel nostro campo sotto la protezione dell'onore italiano.

E Ras Alula li ha fatti immediatamente massacrare, e dei nostri tre prigionieri riscattati con tanto sacrificio d'infamia, non ne ha liberato che due.

Ora i giornali annunziano che Depretis accoglie nel ministero Francesco Crispi, l'audace rivoluzionario che preparò la spedizione di Marsala, e senza dimettersi, giacchè morente di troppo lunga malattia, gli consegna la direzione del potere. La sua implacabile vanità di parlamentare non gli permette dunque di morire semplice cittadino come Lamarmora che vinse alla Cernaia, Garibaldi che trionfò dappertutto, Lanza che entrò sulla breccia di Porta Pia. E così morrà. I funerali splendidi di tutti gli onori dovuti al presidente dei ministri saranno la sua ultima compiacenza di moribondo: tutte le rappresentanze della Camera, del Senato e della Corte accerchieranno la sua bara, ma la nazione severamente impassibile non avrà un palpito per l'ultimo e il peggiore dei politici, cui in difficili momenti dovette affidare le proprie sorti, mentre i reggimenti allineati lungo la via al comando:

—Presentate le armi,

crederanno di udire la voce del colonnello De-Cristoforis morto sulle alture di Dogali, e imitando il suo eroismo le presenteranno.

XIII. [Ex Imo]

Sono passati quattordici mesi dalla caduta.

Mi sono alzato, ho zoppicato, sono stato due volte nell'estate ad Abano. È un paese squallido: gli stabilimenti immensi e deserti aspettavano invano i soliti forestieri, che la paura del cholera scorrazzante per la provincia ha dispersi. Vi ho fatto novanta fanghi in quarantacinque giorni, conquistando l'ammirazione di tutti gl'inservienti, che non ricordavano d'alcun altro tale follia.

E come tutte le follie è stata inutile.

Ora sono di nuovo a letto per un mese, ma il mio amico Loreta, l'illustre clinico bolognese, mi ha giurato sul suo onore di gentiluomo che fra non molto guarirò perfettamente.

E sia.

Intanto i vescicatorii applicati sul ginocchio mi costringono da quindici giorni alla più dolorosa immobilità.

NelleAssemblee del sabatoBoguet narra di una contadina, che recandosi ad una di quelle tragiche veglie, nelle quali tutto il popolo raccolto intorno ad una congrega di streghe invocava da Satana la consolazione della vita invano redenta da Cristo, si fermò a lungo considerando una pietra solitaria. Era di notte; la luna alta nel cielo inondava di melanconico splendore la campagna. I boschi tacevano. Per la distesa dei prati un silenzio d'ineffabile stanchezza si dilatava fino alle più remote lontananze, che sembravano naufragare in una tenebria trasparente.

Era il secolo XV. La lunga tragedia medioevale aveva esaurito perfino il dolore nella coscienza popolare. Tutto aveva pesato sul popolo, le invasioni, le crociate, le feudalità, l'impero, la chiesa: ogni miseria aveva avuto il proprio sopravvento ed era stata soprafatta da un'altra: tutte le speranze erano morte nelle anime cristiane. I campi abbandonati non producevano più le messi necessarie alla esistenza umana: le case non riparavano più gli abitanti, sui quali il signore poteva sempre stendere la mano per strappare loro il primo fiore o l'ultimo frutto della vita.

L'antica passione pagana, che alla decadenza di Atene e di Roma aveva spinto il popolo alle feste dionisiache, restava sola negli spiriti cristiani: Satana, l'eterno nemico sconfitto da Cristo sul Golgota, si drizzava dal fondo di tutti i cuori con un sorriso di dolorosa simpatia. No, non era vero che egli fosse il malvagio. Il paradiso terrestre non aveva mai esistito, perchè Dio non aveva mai amato l'uomo condannato da tutta l'eternità a lavorare per vivere, a far soffrire la propria madre per nascere. Dio che puniva i bambini delle colpe dei padri era stato in ogni tempo coi potenti, coi crudeli che spremevano dai dolori del popolo i piaceri della ricchezza e del comando; e s'era fatto fabbricare chiese dorate, mentre il popolo non aveva nemmeno capanne, voleva le gemme per gli altari, la seta per gli addobbi, le decime per i preti, la servitù verso i signori. Dio era il nemico, che nessun dolore aveva mai impietosito, nessuna preghiera commosso, nemmeno quella di suo figlio morente sulla croce per espiare la condanna dei popoli che dovevano ancora nascere.

E Satana, il grande ribelle precipitato dal cielo perchè non aveva voluto adorarvi il tiranno, diventava l'amico del popolo, il suo eroe più antico, non fiaccato nemmeno dalla onnipotenza di Dio. Egli solo poteva ancora offrire qualche consolazione agli infelici, liberandoli da tutti gli scrupoli del peccato che toglievano loro perfino l'uso delle proprie carni; egli solo, che non s'era curvato al Signore del cielo, poteva rialzare la fronte del popolo troppo piegata davanti ai padroni della terra.

La passione di Cristo non era nulla in faccia a quella di Satana condannato al fuoco eterno: la passione di Cristo non aveva consolato nessun dolore, tolta nessuna miseria.

Il mondo era sempre così, i poveri sempre poveri.

E allora tutti i cuori si volgevano al più antico infelice, che non aveva mai ricevuto conforto, che aveva sorriso sdegnosamente della redenzione di Cristo e lo invocavano, lui il dannato che li aspettava nell'inferno, chiedendogli un atomo di felicità, un atomo di gioia.

Anche la terra era ammalata di dolore: d'inverno soffriva il freddo come i poveri, aveva tutte le loro malattie e tutta la loro fame. Adesso non produceva più. La grandine e il fulmine non cadevano sopra di essa che dal cielo.

Dio lontano, in alto, superbo ed insensibile, non domandava che incensi, non esigeva che ringraziamenti.

La demenza tragica delle antiche orgie dionisiache scoppiava in tutti gli spiriti travolgendovi misteri e riti cristiani; si chiamava Satana, si volevano i suoi miracoli, la sua incarnazione di un momento nella strega, l'emancipazione di tutta la vita e di tutta la natura dalle leggi di Dio. Era la rivolta della debolezza costretta a sfogarsi nella empietà.

Le feste si facevano di notte perchè il sole era di Dio. La luna abbandonata e fredda poteva sola comprendere l'abbandono della terra. Era come il delirio doloroso di tutti quei lavoratori che per generazioni di generazioni si erano estenuati a fecondarla e vedendola estenuata com'essi volevano consolarla. Sentivano i suoi lamenti nei boschi, il suo silenzio disperato nei prati, il suo pianto lento nelle rugiade.

La terra piangeva, la terra soffriva. Il suo destino era come quello del lavoratore: i signori le calpestavano nelle guerre e nelle sue caccie le poche messi, le abbattevano le quercie per i loro castelli, le uccidevano i più miti animali per allevare i più infesti.

La terra pativa immobile, chissà da quanti secoli.

E quella contadina sorpresa da una angoscia di pietà guardava la pietra solitaria, che il sole e il ghiaccio avevano tanto bruciata: quante grandini, quante pioggie l'avevano sferzata! La pietra non poteva muoversi. La sua faccia pallida in quel lume di luna era tutta corrosa, bucherata come quella dei poveri vaiuolosi, con una lebbra arida che solo il vento di quando in quando spazzava.

Quella pietra era lì abbandonata senza speranza, senza consolazione.

Ella si chinò.

—Che cosa fai?

—La volto.

L'altra contadina, che era con lei, ebbe un tristo sorriso.

—Povera pietra! come dev'essere stanca di stare sempre sul medesimo lato.

Come sono stanco io pure di stare sempre immobile!

* * *

Stamane è venuto il mio editore per chiedermi un libro nuovo; gli ho mostrato il manoscritto sul tavolo da notte.

—Già finito?

—Libri come questi lo sono sempre.

Lo ha preso e se n'è andato sorridendo:

—Appena il libro sarà stampato ella sarà guarito.

—Accetto l'augurio e possa fare il libro migliore strada della mia.

Don Giovanni Verità Pag. 1

La via Emilia » 189

Niccolò Macchiavelli » 213

Tragedia » 355

Dogali » 374

Ex Imo » 429

=Al mare! Al mare!= o la difesa navale delle coste . L. 1 —

=La disciplina militare,= bozzetti, di G. C. Cassio. » — 50

=La milizia in Italia,= pochi pensieri di unsottotenente in fanteria » — 50

=Delle riforme e delle discipline nell'esercito,= diA. Bignami » 1 —

=La difesa dello Stato,= considerata relativamente all'oro-idrografia del paese ed indole delle guerre odierne » 2 —

=L'esercito Federale della Germania del Nord,= cennisulla sua organizzazione » 1 —

=Il fatto di San Salvario,= colla biografia del capitanoVittorio Ferrero » 1 —

=Ricordi dell'Alsazia,= di B. Prina » 1 —

=I Volontari dell'anno 1886,= di A. Ghislanzoni » 1 50

=Spedizione dei monti Parioli= (23 Ottobree 1867) di G.Cairoli » 2 50

=Le tre giornate d'Italia,= di F. Dall'Ongaro: 21 giugno: S. Martino e Solferino | 20 Settembre: Roma. } » — 50 25 dicembre: il Moncenisio. |

=Le scuole militari di canto,= di B. E. Maineri » — 50

=Corrispondemza di Giuseppe Mazzini con X= » 2 —

=Ricordo di Massaua.= Elegante Album di 33 fototipie ed una carta geografica (legato) » 2 —

=Le forze terrestri e marittime d'Italia= esposte e giudicate da un ufficiale tedesco. Studio pubblicato dal signor Wachs » 1 —


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