Francesco II,Francischiello, aveva data l'amnistia: gli emigrati napoletani, a cui l'esilio era duplice dolore, ritornavano in patria, incerti, dubbiosi della parola malfida di questo Borbone, ma vinti da una irresistibile nostalgia. Il quindici di agosto, giorno dell'Assunzione, era tornato in Napoli un emigrato di Terra di Lavoro, partito studente, nel quarantotto; e da paesi assai lontani portava seco la moglie giovane, straniera e una figliuolina di quattro anni. Ora, a Napoli, egli prevedeva rivolgimenti, tumulti e sangue; e pensò a mettere in sicuro la moglie e la bambina. Così le condusse in Terra di Lavoro, a Ventaroli, nella casa paterna, le raccomandò ai suoi parenti e ripartì per Napoli.
Nè voi troverete Ventaroli sulla carta geografica: Ventaroli è anche meno di un villaggio, è un piccoletto borgo sulla collina, più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca e un cimitero tutto verde: vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia, nella campagna: il nome del paese è inciso grossolanamente sopra una pietra: i protettori sono i SS. Filippo e Giacomo, la cui festa ricorre ai due di maggio: la protettrice è la Madonna della Libera, che sta nella cappelluccia dell'eremita. A Ventaroli ci si alza alle sei del mattino, si mangia a mezzogiorno, si dorme, si passeggia, si cena alle sette e si ridorme alle otto. Alla mattina vi è la messa; alla sera il vespro e il rosario. Verso l'imbrunire è un gran grugnito di maialetti che ritornano dal pascolo; e un mormorio di voci umane, strilli di donna e pianti di fanciullietti. Il parroco, don Ottaviano, uomo bruno e segaligno, era propriamente cugino dell'esiliato, e capo della prima famiglia del paese.
Ora, dopo tre giorni, la fortezza di Capua si chiuse e le comunicazioni fra Napoli e la Terra di Lavoro furono interrotte. L'emigrato non seppe più nulla della sua famiglia; e la moglie con la figliuolina restarono nel villaggio, straniere, parlanti male l'italiano, fra parenti non malevoli ma rustici. A Ventaroli arrivavano notizie vaghe, paurose: si avanzavano i Garibaldini, si avanzavano i Piemontesi, ma le truppe borboniche tenevano tutta la campagna. Il parroco, che era anche consigliere comunale, cominciò a intimidirsi; la moglie dell'emigrato, sua cognata, la dama straniera, Cariclea, dovette dargli coraggio, ogni sera, nelle conversazioni dopo cena; ma ogni mattina ricominciavano i terrori di don Ottaviano. Né aveva torto: verso i venti di settembre s'intese nella valle un gran rumore di trombe, di cavalli, di soldati, e un distaccamento di Svizzeri venne ad accamparsi in Ventaroli. Nel cortile dell'unico palazzo, quello di don Ottaviano, accamparono duecento fra soldati e ufficiali.
Furono ospiti terribili. Gli ufficiali svizzeri erano buoni e cortesi, assuefatti oramai alla dolcezza della vita napoletana, avendo lasciato a Napoli casa, famiglia, figliuoli, amici; addolorati di quella guerra che sentivano inutile, addolorati per quella causa che sentivano perduta: ma i soldati non tolleravano più freno di disciplina, erano diventati ribelli a ogni ordine, si abbandonavano alla ubbriachezza, al gioco. Dopo tre giorni avevan consumato tutto il vino, tutto l'olio, tutta la farina di don Ottaviano: e chiedevano ancora, insolentemente, bastonando i contadini, sgozzando le galline. Le vecchie zie, le donne antiche di casa stavano chiuse nello stanzone di famiglia; tacevano, non osando neppure di filare, pregando mentalmente. Le serve erano in cucina, intorno a certi caldaioni dove cuocevano i maccheroni, che non bastavano mai. Tutta la notte era un cantare, un urlare, un litigare: don Ottaviano, chiuso nella sua stanzetta, leggeva ad alta voce i salmi penitenziali, per quietarsi o per stordirsi, ma non poteva dormire, il poveretto. Ma la più forte, sebbene la più minacciata, era la signora Cariclea, la moglie dell'emigrato. Lo sapevano bene, i soldati, che era la moglie di un cospiratore, di un nemico, di uno che aveva tolto Napoli aFrancischiello, e ogni volta che ella compariva sulla terrazza o attraversava il cortile, vi era un mormorìo crescente di ostilità. Ella passava, quieta, serena, come se niente fosse, e parea non udisse che la chiamavanomoglie di brigante, moglie di assassino. Se ne lagnava, ella, con qualche ufficiale, specialmente con un maggiore, alto, biondo, robusto, un colosso:
--Signora mia.--le diceva costui, in francese--io non so che farvi. Badate alla vostra vita, io non posso garantirvela. Non garantisco neppure la mia.
Ella non temeva per sè, temeva per la sua creaturina. La bimba aveva un cappellino rotondo, chiamato allora allaGaribaldi, con unpompontricolore: e la bimba voleva portarlo sempre, questo pericoloso cappellino. Quando i soldati la vedevano passare, tutta fiera di quel pomo di seta tricolore, era come una rivolta:
--Tagliamogli la testa, a questa razza di briganti, tagliamo la testa di questa creatura, così imparerà a portare il pomo tricolore!
La madre tirava un poco a sè la bambina e fingeva di sorridere, e quando era sola, in camera sua, soltanto allora, abbracciava la bimba, con una stretta frenetica. Don Ottaviano urlava:
--Ci farete ammazzar tutti, con quel vostro pomo tricolore!
Ma la bimba non voleva lasciarlo, gridava, gridava, glielo aveva dato il suo papà, quel cappellino col pomo tricolore. Infine, i viveri cominciando a mancare, i soldati diventarono più rabbiosi e chiesero quattrini: il maggiore portò la imbasciata a don Ottaviano. Costui un giorno dette ai soldati trenta ducati messi da parte per le feste di Natale: ma di notte, aiutato dalla cognata donna Cariclea, dalla zia Rachele e dalla serva Ottavia, seppellì, in un angolo dell'orto, iltesoro della Madonna, collane di oro, anelli, orecchini,ex-votodi argento, pissidi, calici, candelabri, altri arredi sacri. L'altare familiare, che era nel grande salone di famiglia, dedicato alla Vergine, restò spoglio di ogni ornamento. Il seppellimento fu fatto misteriosamente:
--Benedetto, benedetto--diceva don Ottaviano, baciando piamente ogni arnese sacro, prima di sotterrarlo. E singhiozzava, il povero prete.
Poi dette ai soldati altri venti ducati, che erano una dote da estrarsi, il primo di novembre, per far maritare una zitella del paese: ma non bastarono. Donna Cariclea dette loro venti marenghi d'oro che il marito le aveva lasciati: ma non bastarono. Zia Rachele dette a questi svizzeri furiosi quindici ducati di economie fatte, in molti anni,a grano a grano: ma non bastarono. Ottavia, la serva, aveva diciottocarlini: li dette. In breve, nel palazzo non ci fu più un soldo, nè un pizzico di farina, nè una goccia di vino. Gli ufficiali svizzeri si vergognavano: specialmente il maggiore, che era una persona assai gentile, chinava il capo, offeso nel suo orgoglio di militare. Ora i soldati volevano iltesoro della Madonna: lo volevano giuocare a carte.
--La Madonna non ha tesoro--diceva don Ottaviano.--Ditelo voi, donna Cariclea.
--La Madonna non ha tesoro--ripeteva la coraggiosa signora.
Il maggiore andava e veniva, parlamentando fra i soldati e la famiglia.
--Se non ci dànno il tesoro, ammazziamo la bimba--mandavano a dire i soldati.
--Raccomandiamoci alla Vergine, cognata mia--mormorava il prete.
Così, prevedendo imminente la morte, tutta la famiglia si raccolse nello stanzone, innanzi all'altare denudato, e si mise a pregare. Don Ottaviano aveva vestito i paramenti sacri, e stava inginocchiato sui gradini dell'altare. Era una settimana, dieci giorni di accampamento: nessuna notizia, nessun soccorso. Ora, l'umore degli Svizzeri era cambiato. Chiedevano un banchetto; volevano che nel cortile s'imbandisse una grande mensa, volevano li gnocchi, se no, mettevano fuoco alla casa. Il parroco giurava di non aver nulla, nulla da dare, neppure un tozzo di pane: il maggiore con le lagrime agli occhi lo scongiurava, che cercasse, che mandasse, per pietà della vita di tutte quelle donne, vecchie e giovani. Furono spediti corrieri a Carinola, a Casale, a Cascano, per trovar farina. Ma intanto i soldati andarono nella legnaia, ne cavarono fuori tutte le fascine e le disposero attorno alle mura del palazzo. I corrieri che erano andati per farina tardavano assai: forse erano stati arrestati, forse erano morti. Un mormorìo crescente saliva dal grande cortile. Nel salone le donne dicevano le litanie, salmodiando. L'ora passava, lenta.
--Se fra dieci minuti non arriva il corriere con la farina, i soldati dànno fuoco--venne a dire il maggiore.
--Non potete fare più nulla per noi?--chiese donna Cariclea.
--Più nulla, signora.
--Portar via questa piccolina? Io non mi dolgo di morire: vorrei salvare la bimba.
--Mi ucciderebbero con lei, signora,
--Che Dio ci assista dunque--mormorò donna Clariclea.
E Dio li assistette. Un corriere da Cascano ritornò. Portava farina: poca, insufficiente, ma ne portava. Così le serve lasciaron di pregare e scesero in cucina, a fare gli gnocchi per i soldati. Ma i soldati non vollero togliere le fascine: e la morte parve solo ritardata di qualche ora: si capiva che dopo il banchetto i soldati sarebbero diventati più feroci: non avrebbero conosciuto più ragione. Essi, nel cortile, tumultuavano: le povere serve, in cucina, manipolavano la pasta, instupidite: su, nello stanzone, il parroco aveva confessato e dato l'assoluzione a tutti i suoi parenti. La piccolina di donna Cariclea spalancava gli occhi, spaventata: ma non piangeva.
A un tratto, il pesante martello del portone risuonò, tre volte, sonoramente. Un silenzio profondo. Ma nessuno aprì. Tre altri colpi: e il battito del piede ferrato di un cavallo risuonò, innanzi al portone.
--Chi va là?--chiese la sentinella, senz'aprire.
--Viva Francesco II!--gridò una voce affannosa.
--Viva, viva!--urlarono i soldati.
Era una staffetta: un soldato pallido e grondante sudore. Chiese del colonnello, del maggiore, di un capo: non aveva che due parole da dirgli. Il maggiore alto e biondo, il colosseo affettuoso e fiero, accorse: la staffetta si rizzò, gli parlò all'orecchio. Il maggiore restò imperterrito, assentì col capo: la staffetta ripartì, precipitosamente. Il maggiore salì sul terrazzino interno che dava sul cortile, fece suonare la tromba, due volte:
--Soldati--disse, con voce tonante--abbiamo innanzi a noi Garibaldi, alle spalle arriva Vittorio Emanuele. Facciamo il nostro dovere. Viva Francesco II!
--Viva--disse qualche voce.
E lentamente si misero in tenuta di partire. Andavano fiacchi, lenti, molli, attaccandosi la giberna, visitando i fucili: e il maggior loro dolore, per quei mercenari brutali, era di non poter banchettare, di non poter mangiare gli gnocchi che le povere serve facevano in cucina. Gli ufficiali andavano, venivano, gridavano: ma inutilmente.
--Consolatevi, signora--disse il maggiore a donna Cariclea, entrando nel salone--ora vengono i Garibaldini.
Ella non osò consolarsi. Stringeva la piccolina sul petto e non parlava. Il parroco non levava la testa.
--Addio, signora, non ci vedremo più--disse il maggiore.--Noi andiamo alla morte.
E non tremava la sua voce. Uscì, si pose alla testa dei soldati, marziale, bellissimo a cavallo, camminando serenamente alla battaglia: dietro di lui i soldati svizzeri andavano, come pecore, stretti stretti, taciturni, torvi. Nessuno osò levare la voce, nel palazzo deserto, devastato: per un'ora tutti tacquero, innanzi all'altare, subendo ancora l'incubo di quell'assedio.
--Ora vengono i Garibaldini--disse, a un tratto, la bambina.
E vennero. Portavano la camicia rossa, ma erano coperti di polvere, con le scarpe rotte, stanchi, sfiniti: volevano bere, volevano mangiare, non ne potevano più.
--Che daremo loro?--diceva don Ottaviano, disperandosi.
I Garibaldini non credevano che non ci fosse nulla. Erano una quarantina, estenuati: avevano trovato la devastazione dappertutto. Dappertutto i Borbonici avevano mangiato tutto, bevuto tutto, non vi era più nulla; come potevano dunque battersi? Un ufficiale, buonissimo, parlamentava con donna Cariclea e col parroco: e era inutile, non vi era nulla, nulla. Ma un clamore venne dal cortile: i Garibaldini avevano scoperto la cucina e il caldaione degli gnocchi.
--Ah, Borbonici, canaglia! Avevate da mangiare e ce lo negavate! Borbonici della malora, che vi porti via il diavolo!
Ma fra quelle voci irritate, furiose, una vocina sorse:
--Viva Garibaldi!
La piccolina, in mezzo ai Garibaldini, agitava il suo cappelluccio col pomo di seta tricolore. Mentre la baciavano, levandola su, in trionfo, ella strillava sempre. La madre piangeva.
Il cannoneggiamento cominciò alle tre del pomeriggio. Ventaroli è sulla collina, l'eco dei cannoni vi si ripercuoteva fortemente. Donna Cariclea era salita sopra una torricella, donde si vedeva tutta la valle: ma nulla si scorgeva. Dove si battevano? Con che esito? Era impossibile saper nulla, I quaranta Garibaldini erano andati via, allegramente, dopo aver pranzato, coi loro scarponi rotti, coi loro vecchi fucili: e tutte le case di Ventaroli si erano chiuse, i portoni erano sbarrati. Quando cominciò il cannone, Pasqualina Cresce, che aveva paura dei tuoni, si era ficcata col capo sotto i cuscini; il vecchio Nicola Bonelli, che era stato al fuoco, tendeva l'orecchio per sentire onde venisse: e la sorella dell'emigrato, Rosina, una fiera donna, era venuta nello stanzone e aveva accese due altre candele alla Vergine, per conto suo, perchè vincessero i Garibaldini. Donna Cariclea fremeva: invano aguzzava gli occhi, sulla torricella, ma non un'anima passava nella valle, non un carro, non un contadino, un deserto, un paese morto. Il cannone si arrestava, talvolta, per cinque minuti, ma dopo riprendeva con più vigore. Stette tre ore, lassù, sino all'imbrunire. E sempre il cannone: talvolta allegro, talvolta lungo e lugubre. Poi tacque. Era notte. Nessuna notizia. Era perduta o salvata la patria?
Ma don Ottaviano, le vecchie zie, le giovani spose, le serve erano stanche di quella tremenda giornata; e malgrado il terrore dell'indomani, malgrado la suprema incertezza, che era anche un supremo pericolo, andarono a dormire. Donna Cariclea si ritirò nella sua stanzuccia, che era proprio sopra l'arco del portone. Aveva appena appena congiunte le mani della piccolina per la preghiera della sera, quando, nel silenzio profondo del villaggio, si udì un galoppo di cavallo: veniva verso la casa. E subito dopo un fievole colpo di martello risuonò. Donna Cariclea trasalì. Che doveva fare? Si affacciò senza far rumore alla finestra: nell'ombra si vedeva un cavallo e un cavaliere, ma non si distingueva altro. Erano immobili, aspettavano. Ma passò qualche minuto: il cavaliere non suonò di nuovo, aspettando, pazientemente.
--Chi sarà mai?--pensava donna Cariclea, tutta trepidante.
E richiuse la finestra, senza far rumore. Ma quel cavaliere, là, innanzi al portone, nella notte, le dava tormento. Riaprì, domandò, sottovoce:
--Chi è?
--Sono io--disse una nota voce.
--Voi, maggiore?
--Aprite, signora, per carità!
Ella prese un lume, attraversò due o tre stanze, scese por le scale, andò a tirare i grossi catenacci. Silenziosamente, il maggiore era disceso da cavallo e se lo trasse dietro, nel cortile: lo legò a un anello di ferro. La signora andava innanzi e il maggiore dietro: quando furono nella stanzetta, il maggiore le fece cenno di chiudere la porta, a chiave. La bimba, già a letto, guardava tutto questo con un par d'occhioni spaventati.
--Signora--disse il maggiore--io sono nelle vostre mani.
Ella lo guardò, sgomenta. L'ufficiale svizzero era in uniforme, tutto gallonato, tutto scintillante di oro: ma teneva il capo abbassato sul petto.
--Che avete fatto?--chiese ella, duramente.
--Sono scappato, signora. Fuggo da tre ore: due ore siamo stati nascosti in una macchia, il mio cavallo e io.
--Non avete preso parte alla battaglia?
--No, signora, vi dico che sono scappato.
--E perchè?--chiese ella a quel colosso.
--Perchè avevo paura--disse lui, semplicemente.
--Oh!--fece soltanto lei, celandosi il volto per ribrezzo.
--Avete ragione--disse lui, umilmente.--Ma la paura non si vince: sono fuggito.
--Non vi vergognate, non vi vergognate?--chiese ella, tremando di emozione.
Egli non rispose. Si vergognava, forse. Stava buttato sulla sedia, grande corpo accasciato dalla viltà.
--E i vostri soldati?
--Chissà!--disse il maggiore, levando le spalle.
--Chi ha vinto, dunque?
--Non lo so. Avranno vinto gli Italiani, forse.
--E siete fuggito?
--Già. Vi ripeto, avevo paura. Che m'importa della battaglia? Voi dovete salvarmi, signora.
--Io?
--Sì. Dovete farmi fuggire. Voglio ritornare a Napoli, in sicurezza. Ho famiglia, io: ho figli io, che me ne importa di Francesco II? Salvatemi, signora, ve ne scongiuro.
--E perchè dovrei farlo?
--Perchè siete donna, perchè siete buona, perchè anche voi avete una figlia.... e capite...
--Siete un nemico, voi.
--V'ingannate, sono un disertore.
--Ebbene?
--Significa che io temo egualmente i Borbonici, come i Garibaldini. Se mi trovano i vostri, sono un nemico, e mi fucilano: se mi trovano i Borbonici, sono un disertore, e mi fucilano. Ecco perchè vi chieggo di salvarmi.
--Se rientrate a Napoli, vi fucileranno.
--Garibaldi è buono--disse umilmente il maggiore svizzero.
--È una vergogna--ripetette lei, duramente.
--Lo so: ma che posso farci? Salvatemi voi.
--Stamane avreste lasciato morire la mia bambina.
--Che potevo fare?
--Eppure il re contava su voialtri! Che uomini siete, dunque?
--O signora mia, per carità, non ne parliamo: se avete viscere di madre, trovatemi un mezzo per fuggire.
--Io non ne ho.
--Lasciatemi stare qua, in questa stanza.
--Se vi ci trovano, siamo perduti tutti.
--È vero--disse lui, dolorosamente.
La bambina aveva ascoltato tutto il discorso, guardando ora sua madre, ora il maggiore. Adesso, ambedue tacevano. Egli era immerso nel più profondo avvilimento: ella era combattuta da tanti sentimenti diversi.
--Ho anch'io un bimbo di questa età--mormorò il maggiore.--Non lo vedrò più, forse.
--Aspettatemi qui--disse donna Cariclea, decidendosi.
E uscì. Il maggiore si era inginocchiato vicino al letto e aveva baciata la piccolina. Donna Cariclea tardava. Alla fine, muta, lieve come un'ombra, ritornò. Portava un involto di panni:
--Smorzerò il lume--disse, con voce breve, superando ogni ritrosia di donna--toglietevi l'uniforme e mettete questi abiti.
Così fece. Dopo pochi momenti ella riaccese il lume: il maggiore era vestito da contadino e l'uniforme giaceva per terra. Egli se ne stava tutto umile, tutto contrito.
--Bisogna nascondere quest'uniforme e questa spada--disse lui:--trovandosi, sareste perduta.
--È vero--disse lei.--Spezzate dunque la spada.
Senza esitare, egli tentò di spezzare la spada sul ginocchio. Ma la buona lama resisteva. Alla fine, con la tensione dei suoi muscoli robusti, la spezzò.
--Scucite i galloni dall'uniforme--ordinò donna Cariclea.
Pazientemente, il maggiore strappò i galloni del suo uniforme. Ella raccolse tutto.
--Andiamo a buttarli via.
Egli la seguì per le scale; essa lo guidava con un fioco cerino. Scesero nel cortile: macchinalmente, ella buttò i frammenti della spada nel profondo pozzo, che era in mezzo al cortile. Il maggiore sospirò di sollievo. Poi passarono vicino alla conserva dell'olio: ella vi buttò l'uniforme disadorno di galloni. Alla fine passando presso un mucchio di letame, ella vi buttò i galloni, rivoltandoli con una pala, per farli andare sotto.
--Dio mio, ti ringrazio!--esclamò il maggiore.--E il cavallo, che facciamo del cavallo? Se lo trovano, siamo perduti.
--È vero--mormorò lui.--Bisogna farlo scomparire. Ora lo ammazzo.
--Con che?
--Non ho armi, è vero.
Andarono presso il cavallo. La buona bestia nitrì: il maggiore fremette di paura. Poi, sciolse le redini dall'anello, trasse il cavallo fuori del portone e richiuse il portone. Stettero a sentire, il maggiore e donna Cariclea. Per un pezzo il cavallo scalpitò sulla soglia, battè col capo contro il legno della porta: ma poi ne sentirono il galoppo furioso e pazzo per la campagna.
--Domani la campagna sarà piena di cavalli fuggenti--mormorò il disertore.
--Andiamo su--fece lei.
Risalirono. La bimba era sempre sveglia. Donna Cariclea si chinò e baciò sulla guancia la sua figliuola. In atteggiamento confuso il maggiore aspettava.
--Sentite--disse donna Cariclea.--Io ho svegliato Peppino, il boaro. È una creatura bestiale, ostinata e fedele. Farà tutto quello che gli ho detto. Ha messo una scala alla finestra del grande salone. Dà sull'orto. Voi scenderete per quella scala: siete forte, mi pare?
--Fortissimo.
--Bene. Andrete a traverso i campi, ma senza affrettarvi, dovrete avere il passo dei contadini che vanno al mercato. Parlate poco con Peppino, i contadini non parlano. Avete i baffi di un signore e di un militare; ecco le forbici, tagliateveli.
Egli eseguì senz'esitare.
--Bene. Anderete a passar il Garigliano verso Sora; è lontano, ci arriverete in due giorni: a Sora ci è la scafa, passerete il fiume. Di là siete al confine pontificio. Peppino vi lascerà, tornerà indietro, non dirà mai una parola con nessuno. Noi, probabilmente, non c'incontreremo più. Tanto meglio. Ma se ci dovessimo mai incontrare, badate bene, non mi ringraziate, non mi tendete la mano, non mi salutate, non mostrate di conoscermi. Se lo faceste, vi darei del disertore sulla faccia. Addio, dunque, signore.
--Addio, signora.
E fece per accostarsi al letto, donde la bimba lo guardava, e voleva baciarla.
--No--fece la madre opponendosi.
Egli uscì. Donna Cariclea lo sentì scambiare una parola con Peppino che l'aspettava pazientemente, seduto nell'ombra dello stanzone: udì lo scricchiolio della scala sotto quel corpo pesante: udì i due passi quasi allontanarsi. Allora si accostò al letto della sua piccolina, si curvò su lei.
--Pensa che questo sia un sogno, Caterina: dimentica, dimentica tutto, piccolina mia.............................................
Ma Caterina non ha potuto dimenticare.
Sotto la luce concentrata della lampada, la zia Angiolina leggeva: ogni tanto s'interrompeva, scambiava qualche parola con Cecilia e ripigliava la lettura. La stanza rimaneva quasi tutta nell'ombra; non un soffio d'aria entrava dalla finestra aperta, il luglio portava queste serate soffocanti. Sull'ampia tavola, coperta da un tappeto verde, stavano mucchi di biancheria, pile cascanti da tutte le parti, per soverchia altezza. Un grande armadio, in fondo alla parete, era spalancato--nella penombra, appena appena si distinguevano gli scaffali quasi vuoti. Presso la tavola, un cassone largo ed alto, di legno chiaro, col coperchio sollevato, foderato di tela gialla, inghiottiva la biancheria che Cecilia vi riponeva, togliendola dall'armadio, dalla tavola, dalle sedie dove era sparsa. Cecilia andava e veniva, prestamente, svelta sui tacchettini minuti, uscendo, ritornando, senza fermarsi mai.
--Ti stanchi?--chiese zia Angiolina, presa da un rimorso, lasciando il suo romanzo.
--No, no.
--Neppure io mi stancava.... allora....--mormorò la zia, con la sua posa malinconica e la voce strascicata che usava quando parlava di altri tempi.
--O allora, allora, zia, come dovevate essere allegra!
--Allegra... molto. Facevo un matrimonio d'amore.
--Ed io?--esclamò, ridendo, Cecilia--faccio io un matrimonio diplomatico forse? Sono forse la principessa di Schwarzenbourg-Augustenbourg che sposa, senza conoscerlo, il principe di Assia-Darmstadt?
Rideva. La boccuccia rotonda, che difficilmente poteva star chiusa, col labbruccio superiore che si sollevava, era molto bellina nel riso. Ma ella guardò di sbieco verso un balcone che rimaneva nell'ombra, appena un'occhiatina e tacque, come se fosse colta da un pensiero. Ora piazzava le sottane nel cassone, inginocchiata dinanzi ad esso, piegando le sottane in due, disponendone accuratamente le pieghe perchè le balze riccie, i ricami, le trine onde erano guarniti non si sciupassero. Si fermò d'un tratto, sempre inginocchiata, coi due gomiti appoggiati sull'orlo del cassone, la testa fra le pugna chiuse.
--Zia, non abbiamo pensato ad una cosa molto seria. Io ho moltissime sottane corte, non ne ho che sei lunghe; di lunghissime nessuna; e sotto l'abito di broccato rosso che metterò? Se debbo andare ad un ballo, che metterò?
--Infatti... Dio mio, non si penserebbe mai a tutto in questi corredi! Come si fa ora?
Zia e nipote si guardavano, preoccupate, inquiete.
--Se rimettessimo a quest'altra settimana il matrimonio?
--No!--gridò Cecilia, balzando in piedi.--Penso che quest'anno non ballerò, poichè passeremo l'inverno in campagna. Cesare è stanco dei balli; io quindi ne sono stanca...
--Pare un romanzo, Cecilia.
--Siete sempre coi vostri libri, zia. Vi guastate la vita. Vedete, io non ne leggo mai e trovo molto naturale che Cesare mi sposi...
Chinò il capo di nuovo e si mise a disporre le calze nel cassone, uno strato fitto e multicolore su cui il bianco dominava.
--Ci metto dello spigonardo, zia?--domandò Cecilia che non poteva tacere.--Lo spigonardo, dicono, conserva la seta dai tarli.
--Sì, ma è un profumo volgare, Cecilia. Metti dell'ireos. Tu dovresti avere dell'ireos.
--Vado a vedere.
E scappò fuori. Zia Angiolina guardò anch'essa alla sfuggita, verso il balcone. Nel vano oscuro un'ala nera si agitava nervosamente; era un grande ventaglio. Zia Angiolina sospirò, osservò accuratamente le sue mani che aveva conservate morbide e bianche, le trovò di sua soddisfazione, stette lì lì per dire qualche cosa al ventaglio nervoso, ma se ne pentì e non disse nulla.
Cecilia ritornò; era tutta rossa. Portava un grande cespo di rose gialle e certi lunghi rami di gelsomini bianchi rampicanti. Ogni tanto succhiava vivamente l'indice della sinistra che si era dovuta pungere ad una spina.
--Non ho trovato l'ireos,--dichiarò,--sono uscita nel balcone dell'anticamera ed ho spogliato la rosa-tea che era tutta fiorita. Anche i gelsomini erano fioriti, ho strappato un po' i rami, ma che importa? Rinasceranno.
--Che ne farai, di questi fiori?
--Li sfoglierò nel cassone. È buono l'odore dei fiori secchi. Peccato, dovrei avere le gaggie. Hanno un profumo squisito nella biancheria.
Si pose a sfogliare le rose, lasciandone cadere i petali nella cassa, come una pioggia delicata; buttò via gli steli nudi e verdi. Poi sfogliò i gelsomini che le cadevano fra le dita, lievi ed olezzanti. Rimase a guardare l'opera sua, tutta sorridente. Zia Angiolina crollava il capo con la sua grand'aria sentimentale. Che faceva il ventaglio nero, laggiù, nell'oscurità? Si era chiuso, con una discesa secca come una risata sardonica. Cecilia, quasi fosse stata sorpresa in una contemplazione poetica e puerile, arrossì. Stette immobile, lo sguardo vagante, distratta, cercando qualche cosa da fare o da dire. Poi si dette di nuovo all'opera sua.
--Cesare, Cecilia, non vanno bene insieme?--mormorava.
--Vi è una fatalità nei nomi--rispose gravemente la zia.
--Ancor questa fatalità. La mettete dappertutto, zia. Mi rattrista, ve lo assicuro. Ascoltate, zia: ho da domandarvi due cose gravissime, di una importanza eccezionale. Credete voi, zia, che quando non avremo nessuno a pranzo, io posso scendere in veste da camera ed in pianelle? Credete voi che Cesare sia innamorato di me?
--Debbo rispondere alla prima o alla seconda domanda?
--Sono egualmente interessanti, ma via, rispondete alla seconda.
--È cosa triviale citare un proverbio, ma questo qui l'ho fatto io. Chi ama bene, sposa presto. Da quanto tempo conosci Cesare?
--Da un anno; da sei mesi mi fa la corte, da tre mesi è mio fidanzato.
--Secondo i calcoli matematici, Cesare è innamorato di te.
--N'ero convinta avanti di chiedervelo, zia. Era così innamorato di voi, lo zio Astolfo?
--O cara! Lo zio Astolfo era molto diversamente innamorato. Allora si amava in un altro modo. Ci amammo per quattro anni contro la volontà dei nostri parenti, tre volte progettammo di morire, e tutto era pronto per un rapimento, quando saputosi tutto, finirono per dirci di sì. L'amore era un romanzo, allora.
--E adesso?
--Prosa, mia cara.
--E come scenderò vestita, zia, quando non avremo gente a pranzo?
Le due donne, con la massima serietà discussero l'abito, le pianelle, il goletto, la sciarpa, come avevano discusso l'amore. Nella strada vicina un organetto suonava una romanza di Tosti, allargandone molto il tempo, in modo da renderla più malinconica di quello che era. Poco a poco esse tacquero. Ascoltavano. Abitando al primo piano, con le finestre aperte, tutti i rumori di una sera d'estate salivano netti e chiari. Un fanciullino piangeva, con quel lamentìo insonnolito dei bimbi che si addormentano, un ciabattino batteva forte sopra un tacco di suola, a colpi rapidi, con un rullìo. Una voce femminile, accompagnando sottovoce l'organino, canticchiava:
Vorrei morir quando tramonta il sole.
Involontariamente, Cecilia si pose a canticchiare anche lei:
Quando nel prato spuntan le vïole,
mentre la musica soave, l'afa della serata di luglio e la stanchezza le mettevano addosso una tenerezza grave, una voglia di piangere. Era caduta sopra una sedia, guardando il soffitto, le braccia prosciolte e abbandonate, pensando ad una quantità di cose malinconiche. Dalla via, la vocina femminile continuava a cantare:
Vorrei morir... vorrei morir...
Cecilia lasciò che due lagrimoni le cadessero giù per le guance. Si sentiva impietosita e commossa per quella donnina che cantava così mestamente, pel suonatore dell'organetto, per sè stessa che si maritava, per la zia che era vedova e leggevaDiane de Lys, e forse più di tutto per quel ventaglio nero che si rimaneva tranquillo e silenzioso nel vano del balcone. Tutto ciò durò poco. L'organetto suonò ilFuniculì-funiculà.
Tutta la mestizia di Cecilia si dileguò. La vita era bella, nevvero? e Cesare sarebbe arrivato l'indomani presto. Bisognava sbrigarsi.
--Siete rimasti d'accordo per le partecipazioni, Cecilia?
--Sicuramente. Vi lasceremo la nota degli indirizzi e voi le manderete.
--Sei fortunata, eviterai le visite di nozze.
--E laggiù, in campagna, credete che i signori dei paesi vicini, i sindaci, vorranno evitarci questo noie? Quante sindachesse, quante mogli di giudici, quante provinciali sfileranno in casa mia! Come mi divertirò, come farò bene la castellana, come sarò amabile e quante riverenze farò!
--Sei una bambina, Cecilia. Il matrimonio è una cosa grave e pericolosa.
--Pericolosa?
--Pericolosa.
--Perchè, zia?
--... nelle conseguenze.
--Non capisco.
--... tu non sai nulla...
--... forse... forse... perchè vengono i bimbi?
E una fiamma viva le corse al volto.
--Anche... ma vi è dell'altro...
--Forse perchè vi sono queste orribili marchese Susanne, queste principesse Albertine, queste contesse Elene?
--Tu non sai nulla. La vita è un romanzo.
--Il mio è bello, zia.
--Sono i primi capitoli. Occhio all'amore, fanciulla.
--Io amo Cesare, egli ama me--rispose lei con grande semplicità. E guardò intorno intorno, nello stanzone, quasi prendesse l'ombra a testimonio di quella verità. Niente aveva voce, nessuno le rispose; ma ella rimase quietata e soddisfatta, avendo riassunto presente ed avvenire.
L'armadio era vuoto. Cecilia riponeva lentamente nel cassone gli oggetti minuti di biancheria, i goletti, i polsini, le cuffiette, le scatole dei fazzoletti. Prima di mettere al suo posto l'oggettino, lo guardava, lo ammirava, gli parlava sottovoce, quasi lo carezzava. Era molto felice, felice di avere tutti quegli ornamenti candidi, leggieri, morbidi di stoffa, fioccosi per trine, gentili di forme. Vi giuocava, quasi, come una bimba con gli abitucci della bambola.
--Vi sarà molta gente al Municipio, zia?
--Molta gente.
--E il vice-sindaco mi dirà qualche cosa di molto pauroso? avrà un aspetto spaventoso con la sua sciarpa?
--Il vice-sindaco è per lo più un avvocato annoiato e frettoloso. Ma gli articoli della legge fanno pensare, Cecilia.
--Naturalmente, le signore saranno in cappello bianco, zia?
--Bianco, specialmente per le fanciulle.
--Abito corto, nevvero?
--Corto; è volgare il più piccolo segno di coda.
--Si piange al Municipio, zia?
--È a piacere, mia buona. Per lo più si preferisce piangere in chiesa.
--... già, in chiesa. In chiesa è una cosa seria; vi saranno fiori, incensi? E i belli chierichetti biondi e rossi come cherubini, con la cotta bianca a piegoline? Come sarà grazioso tutto questo!
--E se vi fosse un amante disperato dietro una colonna, Cecilia? Se questo amante si avanzasse, ti maledicesse, si ficcasse un pugnale nel petto!
--Questo qui si vede nel libretto dellaLucia. Non è più di moda, zia.
Risero cordialmente ambedue.
--Credi tu, zia, che mio marito sarà buono con me? Come farò io per farmi amare? Debbo io essere buona o cattiva con lui?
--Dumas dice in un modo e Giorgio Sand in un altro.
--Ed io, zia?
--Metti il romanzo nella tua vita, bambina. Nulla si fa senza la poesia.
--Dove la trovo questa poesia? Io non ne so nulla. Sono una sciocca; sono disperata, zia. Tu mi farai morire, zia.
Una desolazione quasi infantile le si dipingeva nel volto giovanetto. Zia Angiolina se ne stava tutta preoccupata, come se si desolasse anche lei pel romanzo della sua immaginazione.
--Zia, zia, dove metterò i gioielli?
--Nella cassetta di cuoio nero.
--Potrò ora portare quanti anelli mi piacciono? Ne avrò all'anulare, al medio, al mignolo; potrò finalmente avere gli orecchini di brillanti.
E Cecilia rimase rapita, con una luce negli occhi. La cassa era piena, sgombra la tavola, sgombre le sedie, tutto a posto. Pure ella non chiuse subito la cassa, restò a fissare il coperchio, quasi smemorata, quasi cercasse ricordarsi qualche cosa. Girò così, due o tre volte, per la grande sala, frugando con lo sguardo negli angoli oscuri: ritornò e d'un colpo solo abbassò il coperchio, chiuse le serrature con le chiavicine. Le tremarono le mani. Venne verso sua zia, pallida, e con la voce incerta, le disse:
--O zia, o zia, io me ne vado domani!
Nelle braccia l'una dell'altra piansero. Si sciolsero dinanzi alla svelta e leggiadra figura di giovanetta, vestita di lana bianca, che era apparsa alle loro spalle, lasciando il vano del balcone. Restarono un po' confuse, un po' mortificate.
--Delfina, tu devi trovare tutto questo supremamente ridicolo--mormorò Cecilia.
No, ella non rispose. Ma alla stanchezza dell'occhio bruno, alla piega ironica della bocca purissima, a tutta l'espressione di noia che deturpava quel viso giovanile, si vedeva che ella trovava tutto ciò supremamente ridicolo.
Me ne duole per voi, ottimi e capricciosi lettori, ma questa storiella che debbo raccontarvi è vera, perfettamente vera, vera da cima a fondo. Le storielle vere hanno il potere d'irritare sommamente i lettori che non possono fare le loro osservazioni, dare dello stupido allo scrittore, poichè si trovano in faccia alla verità. Ho sempre un po' di paura quando incomincio a narrarle, e vorrei andarmene per le lunghe. So che oggi vi annoierò o vi farò irritare; nè posso evitarlo. Quando una di queste storielle chiede la sua vesticciuola per uscire a fare un giretto nel mondo, bisogna dargliela e lasciarla partire. Invano si vorrebbe metter fuor di casa la sorella maggiore, o la minore, o il fratellino: è lei che deve andar via. È ostinata, cocciuta, invincibile: e non resta che benedirne melanconicamente il volo, seguirla con l'occhio sinchè scompare, per rimanere impensierito della vita breve ed infelice che avrà.
Ecco, io non faccio mai preamboli, e questo qui mi pare abbastanza lungo e noioso. Risolvermi a parlarvi d'Alfonsina sarebbe bene, raccorciando la storiella, copiando dalla verità. Quest'Alfonsina era una ragazza provinciale, di Salerno. Suo padre era impiegato all'Intendenza di Finanza--ella aveva due sorelle e due fratellini, ancora piccini. Di estate ella andava a passare quindici giorni, dal venti agosto al cinque settembre, in un villaggio presso Salerno, in una casa baronale che faceva inviti molto larghi. Ci andavano gente da Cava, da Potenza, da Napoli, da Castellammare; ci andavo anche io. La scusa era la festa e fiera di Sant'Anna che si celebrava coi soliti fuochi d'artificio, mortaretti, bande musicali, pranzi spaventosi e balli popolari. In fondo ci divertivamo come tanti giovanotti allegri, che eravamo, in compagnia di molte ragazze che ridevano dalla mattina alla sera. Quest'Alfonsina ci veniva, ma non le piaceva fare il chiasso: noi la chiamavamo lasentimentale, come usa nella borghesia meridionale, specialmente in provincia, per indicare una fanciulla malinconica. Ella non si dispiaceva del nomignolo. Questa creatura aveva venti anni, era di statura media, magra, le spalle un po' aguzze, il giro della vita assurdamente piccolo. La testa era anche troppo piccola, come quella di un uccello, ed afflitta da una massa inconcepibile di capelli castani, d'un colore morto e che si abbandonavano volentieri sul collo; una bocca minuta, che si storceva un poco nel sorriso; un nasino senza carattere, gli occhi tranquilli e castagni, ma un po' cisposi. La mattina li lavava col vino e non ci sembrava più. Pallida molto, le gengive smorte, anemica come una candela di cera. Belle le mani, sottili e fredde. Portava spesso un vestito blu cupo, con una grande cravatta di merletto bianco che serviva ad ingrandirle un po' il busto, che era meschino. Aveva anche un abito di lana bianca per i ballonzoli della sera ed uno di seta nera per la Messa della mattina. Anzi, era troppo lusso per la figlia di un impiegato, ragazza povera e senza dote. Era buona come tutte le fanciulle quando non hanno ragione di essere cattive; parlava con molta soavità e alzava gli occhi al cielo con una certa grazia. In fondo, era alquanto stupida. Si occupava vivamente, con un'assiduità disperante, di un suo eterno lavoro, a stelline difrivolità, lavoro leggiero, bellino ed inutile. Portava in tasca, in una scatoletta, il gomitolo del refe e la spoletta di avorio:, appena arrivata in un sito, la cavava di tasca e ricominciava i suoi giri rapidi, i suoi nodellini brevi, tutt'assorta in quellafrivolità. Ne voleva fare tutto un corredo, tutta una casa, all'ardore con cui lavorava.
Questa ragazza, come tutte quelle di provincia, era innamorata. E seguendo una regola generale, era innamorata d'un giovanotto che non le volevano dare. Il giovanotto si chiamava Giovanni, era basso, tarchiato, robusto, rosso, con una criniera nera, le mani un po' pelose, il collo bruno--era maleducato, ricco e cretino. Sorvegliava i suoi coloni, andava a caccia, guidava il suo calesse, mangiava forte e beveva molto. Anche lui era innamorato di Alfonsina; con un grosso amore di asino per una cosina gentile e delicata. Le scriveva delle lettere piene di punti esclamativi, di frasi scelte nei romanzi di Mastriani, che aveva tutti letti. Lei, dicono, di notte ci piangeva su, il che poi le rendeva gli occhi cisposi al mattino. A Salerno parlavano tutta la sera, lei da un terrazzino, lui da una scaletta di servizio; quando pioveva lei s'imbaccucava in uno scialle, ma ci prendeva certe costipazioni che le rendevano il nasino rosso come il fuoco, gli occhi lagrimosi e le labbra scottate. Lui no, perchè era avvezzo all'umido dei pantani dove andava a caccia. I genitori di lui proibivano il matrimonio; solito dramma in moltissimi atti, di dolore. Alfonsina raccontava i suoi dispiaceri allafrivolità, poichè quando ci lavorava, muoveva lievemente le labbra. Giovannino bestemmiava coi villani. Malgrado le proibizioni, si vedevano in chiesa, alla passeggiata, al teatrino, in certe riunioni di famiglia, in cui pietosi amici offrono un terreno neutro agli innamorati infelici. Anzi, nell'estate, si vedevano per quindici giorni di seguito, nel castello baronale; era la loro luce, la loro felicità quella quindicina. Giovanni sfoggiava cravatte incomprensibili, polsini abbaglianti, un costume da caccia nuovo; Alfonsina lasciava cadere sulle spalle le sue grosse treccie castane, che erano la sua sola seduzione e si faceva piccina, debole, più smorta ancora, piena di brividi, perchè quel giovanottone fosse lusingato nella sua parte d'innamorato protettore. Noi reggevamo il moccolo gaiamente, ma anch'essi lo reggevano a noi. Erano servizii scambievoli che ci rendevamo. La sera, erano coppie innamorate, sotto il portico, nel giardino, sul terrazzo.
Le penombre erano piene di pericoli e di amore; le mamme chiudevano gli occhi. A cena, alla grande cena, volti pallidi, e volti rossi, mani tremanti che non reggevano il bicchiere o disappetenza delle ragazze, appetito dei giovanotti. Tutto candidamente, onestamente, con fine di matrimonio, come sempre in provincia. Alfonsina non mangiava, il che faceva ringalluzzire Giovanni; ella si faceva trasparente; se le accendevano una candela alle spalle, sarebbe sembrata di porcellana. Una sera egli l'aveva incontrata fra due porte e l'aveva abbracciata baciandola ruvidamente sul collo; gli era quasi svenuta nelle braccia. Lui guardava orgogliosamente i propri polsi poderosi e schiattava dal ridere, dicendo: Se la stringo troppo, vedete che la spezzo. Questi brutali complimenti li rendeva sempre più innamorati.
Ma il papà e la mamma tenevano fermo a non volergli far sposare quella ragazza pezzente. S'era sperato lungamente che dopo il matrimonio della sorella di Giovanni, le cose si sarebbero potute accomodare: Alfonsina aspettò pazientemente altri due anni. Ma dopo, fu peggio. Ogni mese la madre di Giovanni gli trovava una sposa nuova: lui rifiutava, gridava, rompeva le sedie. O Alfonsina o la morte--e bestemmiava, dando calci nelle casse. Alfonsina, facendo lafrivolità, doveva ripetere: o Giovannino o la morte. Continuavano a parlare dal terrazzino. Poi ci fu un caso grave: vale a dire una proposta di matrimonio per Alfonsina da parte di un impiegato del Dazio di consumo. Fu tranquillamente respinto dalla ragazza e fu bastonato dal giovanotto: uno scandalo enorme in cui spiccava grosso e grasso l'amore di lui, alto e sottile come una fiammolina inconsumabile l'amore di lei. Ma se Alfonsina rimaneva quieta, aspettando tacitamente e fedelmente un giorno,quel giorno, Giovannino diventava aspro, col sangue alla testa per la minima cosa, gridando, urlando, stringendo le pugna. Si faceva un villano. Qualche volta la sua collera si riversava sull'innamorata. La tormentava con una gelosia feroce, le rinfacciava la guerra civile della propria casa, gli anni perduti dietro lei. Alfonsina lasciava andare lafrivolitàe piangeva silenziosamente. Una sera, in un ballonzolo, arrivò a darle un pizzicotto così tremendo che lei strillò come in agonia e tutti se ne accorsero. Lui, furibondo, la piantò. Per tre mesi bevve molto, andò a caccia e si spassò con le contadine, diventando bestiale. Lei non dormiva più la notte, e quando le portavano le notizie, tremava e sospirava. Poi Giovannino, ripreso dalla tenerezza, si rappaciò, promise di sposarla presto. Ma la tresca con Fortunatella, la moglie del colono, non fu spezzata: si parlava di un bambino. Per dissuadere Alfonsina dall'aspettare più Giovanni che diventava un mascalzone, ci si misero in mezzo amici, amiche, confessori. Lei diceva di sì col capo, ma significava no. Era un'ostrica calma, col suo volto dilavato e le vene senza sangue. Aveva la fermezza della passività. Curvava il capo e non si muoveva più. Lui a riprese, quando era infastidito di Fortunatella, cercava di far la pace con Alfonsina e ci riusciva, ma le cose non duravano molto così bene. Lui la maltrattava nelle lettere, come quando schiaffeggiava Fortunatella. Era una guerra d'ogni giorno--e guai se qualcuno osava gironzare intorno all'Alfonsina. Erano minacce spaventose. Questa vita durò dodici anni. La fanciulla oramai viveva di anima, tanto era stecchita e meschina.
Poi un giorno, i briganti si presero Giovanni; dicono che fosse un agguato tesogli da un colono furioso d'essere stato maltrattato; alcuni dicono preparato da un altro amante di Fortunatella. I briganti chiesero trentamila ducati di riscatto e tagliarono le orecchie del prigioniero. Poi gli tagliarono il naso ed il dito mignolo, e chiesero settantamila ducati, poi, come invece del danaro, vennero i bersaglieri, lo ammazzarono con una pugnalata nello stomaco.
Fu allora solo, che la pallida Alfonsina dagli occhi cisposi, si decise a sputare quel po' di sangue roseo che le rimaneva nelle vene e partì un anno dopo di lui.