Cesare, mio re--Vieni. Questa sera egli va a Roma, per quattro giorni. Parte col treno delle dieci e mezzo. Lo accompagno alla stazione. Poi torno a casa; alle undici e mezzo. Tu verrai, o mio fuoco consumatore. Passeremo quattro giorni divini, divini, divini. Fremo al pensarci. Vieni dunque. Pensa come possiamo morire in questi quattro giorni. Non t'amo, non t'adoro, t'idolatro. Sei il mio Dio--Adriana.
4 Dicembre...
Amico mio. Senza dubbio sono giunta alla più dolorosa ora della mia vita. Quello che soffro in questo momento, non posso dirvelo, non posso descrivervelo. È uno strazio senza nome. Sento un unghia che mi lacera il cuore, me lo sento sanguinare: a goccia a goccia perdo il più ricco sangue della mia vita. Non posso piangere, non posso gridare, non posso singhiozzare: affogo. Debbo dissimulare, debbo essere allegra e felice: ma soffoco. Amico mio, è venuta la settimana tragica del nostro amore. Debbo riunire tutto il mio coraggio per dirvi che questo amore deve finire. Deve finire la luce della nostra esistenza, la giocondità della nostra giovinezza. Finire. Morire. Amico mio, è forza che sia così. In questi giorni ho pianto, ho pregato, ho chiesto a Dio la forza del sacrificio. Oggi sono nello spasimo, ma sono decisa. Parla all'anima mia l'alta voce del dovere. Troppo peccammo. Ingannammo un uomo fiducioso e tranquillo, che crede nel mio onore e nel mio amore, che crede nel vostro onore e nella vostra amicizia. Facendo tacere la coscienza, errammo dolcemente ma gravemente. Abbiamo portata la maschera della virtù mentre eravamo colpevoli. Io ho portata in giro la mia fronte pura di sposa mesta, mentre i vostri baci avevano abbracciate le mie labbra. Pentiamoci insieme. Io non voleva, vel rammentate. Ricordate la mia prima lettera. Fui sorpresa, stupidita. Perdetti la testa: ma voi che eravate uomo, perchè non foste il più saggio, il più freddo? Non voleva io. Forse, non vi amava. Vi ho amato poi. Cesare, vi amo ancora, ma vi lascio. Non posso più durare a questa vita di vergogna e di disonore: arrossisco dinanzi a mio marito, dinanzi ai miei servi. Bramo che mi raggiunga l'ultima sciagura, il tradimento svelato. O Cesare, che disperazione! Ci vuol molto coraggio. Aiutatemi in questa opera. Siate calmo. Non vi desolate in mia presenza, non mi scrivete, non venite a casa. Lasciatemi alle mie lagrime notturne, alle mie preghiere ardenti. Non vogliate che io muoia dall'onta e dal dolore. Debbo vivere per quest'uomo che ho ingannato, di cui sono la consolazione. Sono una sposa indegna ma pentita. Vi amo ancora, vi amerò per molto altro tempo, non vi dimenticherò mai. Siete stata la mia gioia, il mio solo amore. Tutto rientra nel passato, ora. Io continuo a vivere, macchinalmente, come un orologio, senza affetti, senza conforti, nell'unica, arida soddisfazione del dovere compiuto. Addio, Cesare; siate felice. Se potete, amate altrove. Ma non potrete, forse. Addio, Cesare--Adriana.
Quanti anni sono trascorsi? Non so; non mi ricordo più. Molti certamente. Ma per quanto tempo sia passato, per quanto io abbia studiato, non mi sono mai potuto accertare in quale delle tre lettere, quella donna mentiva.
In verità quando io ho visto passare la bellissima donna, bianca bianca nel volto, dai capelli fulvi e crespi che fiammeggiano cupamente, dagli occhi verdi e gelati, dalla bocca rossa e carnosa come un fiore appassionato, dal corpo ondeggiante come quei magnifici serpenti che danzano innanzi alle bacchette dell'incantatore, io mi sono chiesta chi amasse e quale turbine rovinoso fosse il suo amore. Quando l'ho vista passare in mezzo all'amore, fredda, sorda, indifferente, impassibile, negazione dell'amore, gli occhi rivolti al cielo, vivendo serenamente glaciale nel mondo, ma tormentandosi come disperata nella preghiera, mi sono domandata quale storia avesse pietrificato quell'organismo di donna, lasciandole nell'anima solo la tortura di un misticismo impossente.
Ebbene, nel passato, malgrado il suo odioso matrimonio, ella era stata lungamente e tranquillamente virtuosa. L'avevano maritata a un'ignobile duca, giovane, brutto e villano, che si andava mangiando la sua fortuna--e seguitò sempre--con tutte le attrici di terz'ordine, le ballerine dei piccoli teatri, le cantatrici di operette dei baracconi in legno. Lui era fatto così, era democratico in amore--diceva. Soggiungeva che gli piaceva più l'anticamera che il salotto: quindi si asteneva dal far la corte alle amiche di sua moglie, ma era l'amante della cameriera, della sarta, della modista, financo di quella che veniva a stirare a giornata, al palazzo. Questo essere ducale i cui antenati salivano su per dieci secoli, credeva che questo tradimento volgare, laido, di ogni ora non desse diritto di lagnanza a sua moglie. Poichè il capriccio dell'uomo--diceva questo borghese ducale--deve passare. Così era selvaggiamente geloso dei suoi diritti di marito, geloso senza amore, geloso per amor proprio. La duchessa Emma era considerata come la più infelice ma la più dignitosa fra le mogli: lei non sapeva mai nulla, lei non accoglieva le maldicenze, lei non parlava mai contro suo marito, non gli faceva mai scene, sorrideva sempre. Attorno attorno a lei fervevano gli amori segreti, le dichiarazioni audaci, le passioni che ogni donna mal maritata ispira: lei non se ne accorgeva. Se ne accorgeva il duca marito che ogni sera la brutalizzava, chiedendole se il tale era il suo nuovo amante e se lei permetteva che andasse a tirare due schiaffi al tale altro. Lui sapeva bene che non era vero: ma godeva a queste villanate in cui scoppiava tutto il suo istinto di staffiere finto duca.
In realtà quello che sosteneva quella donna eccezionale era il più grande, il più tetro orgoglio femminile. Cadere--tutte le donne cadono e si chiama debolezza. Per lei si chiamava vigliaccheria. Tradire--tutte le donne finiscono per tradire e si dice leggerezza. Per lei si diceva disonestà, senza sotterfugi, senza transazioni. Essere vile, essere disonesta, essere come tutte le altre, giù, a capofitto, brancicando nel fango, sporche le mani, sporca la gonna, sporca l'anima. La sua fierezza si ribellava, irrompente, furiosa contro l'amore che l'avrebbe fatta tale. Invero ella odiava tutti questi uomini che la circondavano, che le facevano la corte, che le scrivevano; li odiava come nemici, come persone accanite contro lei, come cacciatori crudeli. Il suo orgoglio le gonfiava il cuore, pigliando il posto di qualunque altro sentimento. Per orgoglio sopportava quello scostumato marito, per orgoglio non se andava alla casa paterna, per orgoglio sorrideva, per orgoglio non amava, per orgoglio viveva. Tali mostruosità sentimentali esistono--e sono chiamate vizii--ma sono chiamate anche virtù.
Un giorno, questa donna s'incontrò in un amore sincero, profondo e segreto, come ogni donna ci s'incontra una volta nella vita. Lui non parlava, non scriveva, non la seguiva, la schivava, era serio, contegnoso, di una freddezza assoluta: ma l'amava con tutte le forze di un animo giovanile e tutto l'impeto di una passione repressa. Come lo comprese lei, che disprezzava l'amore, che comprendeva solo l'orgoglio? Chi le narrò la storia di quel lungo e ardente e immenso amore, e come ci credette lei scettica? È ignoto. Oh, la psicologia è una scienza perfettamente ridicola; essa spiega le minuzie e le questioni gravi le sfugge, essa nota i particolari, le sfumature, i cambiamenti di tono, ma la figura principale, ma la frase tematica non la spiega. Gira intorno alle difficoltà, si approssima, conquista terreno: a un certo punto si ferma. Quello che avvenne nel silenzio di quell'anima che si apriva all'amore è ignoto. Come l'edificio dell'orgoglio crollò, come tutto fu distrutto, abbruciato, purificato dall'amore, non so dirvi. Voi che amaste, ricordatevi: e voi che non amaste siete indegni di saperlo.
Fra quei due fu lungo, aspro, fierissimo il combattimento. Lui non chiedeva nulla, non si avanzava, non si muoveva, sopportando, taciturno, uno spasimo senza nome, consumando le sue forze a reprimere qualunque manifestazione. Sapeva di essere amato? Forse: ma non mostrava di saperlo. Lei vedeva tutto, comprendeva tutto, si abbandonava giorno per giorno, linea per linea, all'amore, conoscendo quello che faceva, comprendendo il precipizio, spalancando gli occhi per vederlo, innamorata del precipizio, folle della caduta. Un giorno si guardarono, pallidi, senza una parola, scambiando quell'occhiata rossa, succhiatrice dell'anima. Compresero che l'uno camminava verso l'altro, inesorabilmente, contro la volontà, contro la ragione contro tutto. Non una parola: ma l'uno sentiva i passi che l'altro faceva, pur parendo immobile, calcolava lo spazio, calcolava il tempo.
--Il giorno viene, il giorno viene--mormorava la duchessa presa da un terrore che la sconquassava.
--L'ora viene, l'ora viene--mormorava lui, affogato dalla dolcezza.
Insensibilmente e senza che niuno comprendesse intorno, il giorno veniva. Poteva il duca essere più villano, più brutale, buttare il suo nome dietro le donne più volgari: questo non valeva a nulla. Era per l'amore che Emma amava Luciano, non per la vendetta, non per la rappresaglia. Lei non si scusava, lei non buttava la colpa sugli altri, lei si dava perchè voleva darsi, perchè amava, perchè l'amare le pareva la più alta, la migliore cosa della vita. Poteva la duchessa essere fredda, severa, rigida per Luciano, egli non ne soffriva: l'amava, sentiva di essere amato,dovevaessere amato.
Era un martedì notte, in un ballo. Vedendosi, di lontano, provarono la medesima sensazione: che l'ora era giunta. Lui si accostò quasi per interrogarla, levandole gli occhi in viso. Lei non chinò i suoi e tranquillamente ad alta voce gli disse:
--Domenica, da me. Alle due.
Un inchino, un saluto; più altro.
Quattro giorni fra il martedì e la domenica, quattro giorni lunghi, eterni, febbrili, deliranti, in cui ad ogni minuto la duchessa Emma si pentiva di quel convegno, decideva di fuggire, si vestiva, poi ristava indebolita, vinta, incapace di rinunciare all'amore. Quando vide partire suo marito per Nizza--una fatalità--volle gridargli di restare, di salvarla, gridarlo a lui, al selvaggio, all'indegno gentiluomo, al marito traditore. N'ebbe disgusto, una nausea tutta fisica, una ripulsione invincibile di donna--fatta sacra da un forte amore. Ella andava su e giù per la casa, come una tigre che ha la febbre, rodendosi, non potendo piangere, non potendo singhiozzare--cadendo poi, per esaurimento, in un torpore dolce, come se si acquietasse un dolore nel sonno, come se la ferita non sanguinasse più. No, non era il mondo esteriore: lei non lo vedeva più. Era il suo spirito sussultante e trabalzante, era dentro sè, era nel cuore, era nel cervello, era nei nervi il tormento volubile che pigliava tutte le forme, dal grave dolore all'acutissimo piacere. Oh la notte tempestosa dal sabato alla domenica, le preghiere alla Madonna, le disperazioni, i subitanei abbandoni, tutto il suo essere che chiamava Luciano e lo respingeva, che malediceva l'amore e adorava l'amore, che trasaliva, fremeva, si scuoteva, tremava nel delirio. Poi, infine, una spossatezza, un'attesa calma--la reddizione.
Alle due il trasalto feroce. Egli veniva. O amore, o amore, o amore!
Dalle due, alle tre, alle sette, a mezzanotte, egli non venne. Non venne più, non venne. Lei fredda nella sua follia, automaticamente, prendendosi la testa fra le mani per poter pensare, diventata di sasso, gli scrisse queste parole:
"Si manca al primo appuntamento solo per la morte".
Infatti egli era morto; all'una, nella sua stanza da letto, mentre prendeva i guanti per uscire. Avea una gardenia all'occhiello. Da tre o quattro giorni era inquieto, agitatissimo. Un mal di cuore, una vena rotta, poichè avevano trovato del sangue sul tappeto, dove era lungo disteso. Questo lo lesse nel giornale, la Duchessa.
Così lei non ama più, non può amare più. Lei vive, ma portando quella sconosciuta tragedia in sè; lei prega, sconvolta da quella morte che sembra un castigo di Dio. E forse più infelice, più sciagurata ancora, lei ama sacrilegamente quel morto, e vive nel desiderio profondo di quell'amore, di quei baci, di quel primo appuntamento, di quel peccato che la morte le ha tolto.
Nell'oscurità della notte fiammeggiava nella stanza il fuoco del caminetto. Ogni tanto una mano bianca si coloriva di fiamma attizzando lentamente il fuoco. Le tre fanciulle tacevano, prese da un pensiero. Ognuna di esse s'immaginava di essere sola, in un ambiente vago e indefinito, senza nozioni di spazio, senza nozioni di tempo. Quando il crepuscolo era cresciuto, avevano sentito il bisogno di tacere, di raccogliersi. L'una abbandonata sulla poltroncina, col capo riverso sulla spalliera, con gli occhi chiusi, pareva dormisse; l'altra tutta ravvolta in uno scialle, raggomitolata nella poltrona, aveva il capo abbassato sul petto; la terza coi piedini sugli alari si chinava macchinalmente ad avvivare il fuoco. Non si vedeva se fossero bionde, brune, belle, brutte, robuste, ammalate: nulla si vedeva, se non il basso delle gonne che si tingeva di colori falsi alla luce del caminetto. Scomparsa ogni traccia di età, di condizione, di nome. Erano ombre nell'ombra.
Dopo un'ora di silenzio una di esse parlò. Non si dirigeva ad alcuno, parlava verso le tenebre. Aveva una voce debole, ogni tanto più affievolita da una corrente di tenerezza.
--Egli m'ama. Lo conobbi singolarmente in un ospedale di bambini, una casa tutta candida di marmi e di sorrisi infantili. Nella chiesetta serena pregavano dame, signori, fanciulli: due bambini prendevano la prima comunione. Lui aveva chinato il capo. Non so se pregasse: ma guardandolo fiso, vidi bene che le sue labbra si agitavano. La sua testa bionda e serafica, in quell'atto riverente, acquistava soavità. Egli mi guardava coi suoi occhi azzurri, di un azzurro smaltato e chiaro: io mi sentiva tutta inondata dalla dolcezza di quello sguardo. Non era peccato quello che commettevamo. Io pregava il Dio in cui egli credeva: noi ci effondevamo nei tranquilli trasporti dello stesso amore divino. Quando la Messa fu finita, egli salutò profondamente l'altare, poi me: uscì. Dopo, nel giorno della Madonna, un lucido e bel giorno io ho ricevuto a casa un mazzo di fiori, mughetti e gigli, una meraviglia di candore. Io ho mandato a lui il mio rosaio di legno disandal, i cui granelli, sotto lo stropiccio delle dita, sprigionano un profumo acutamente mistico. Ci vediamo sempre, la domenica, al vespro nella chiesa dei Gerolomini. Egli mi aspetta alla porta e con le dita tremanti mi offre l'acqua benedetta; insieme facciamo il segno della croce. Siede un po' lontano da me, ma ci guardiamo spesso. Dio sicuramente non si offende di questo amore che è puro. L'atto di adorazione, che nel mio libro è un vero inno poetico, lo leggo prima io, poi passo il libro a lui perchè legga. Usciamo insieme, non ci parliamo. Fino a casa mi accompagna, senza darmi il braccio. Stringe appena la mia mano nel licenziarsi. Mi scrive ogni giorno lettere sublimi, di una poesia tutta spirituale, tutta essenza luminosa, tutta sfavilío d'anima. In verità, dal suo spirito prigioniero nella materia parte un tale raggio d'idealità che io mi vi sento vivificata e riscaldata. Gli rispondo ogni giorno, cerco mettere nelle mie labbra lo stesso palpito affettuoso, la stessa iridiscente vibrazione che egli imprime alle proprie parole. Noi ci amiamo perchè amiamo le stesse cose; i cieli sbiancati delle notti autunnali, le acque d'acciaio dei laghi che tremolano sotto il puro raggio della luna, i marmi bigi delle chiese, i pavimenti freddi e duri dove le ginocchia si martoriano. Noi ci amiamo nelle lagrime gelide che quietano i nervi e smorzano l'ardore delle guance, nei sorrisi lenti e placidi che si rivolgono a un punto indefinito, nei poeti celestiali come Chateaubriand, Lamartine, Manzoni, nel distacco tranquillo da ogni contatto terreno, nelle aspirazioni al più alto, al sempre più alto...
Tacque la voce, smorzata in un entusiasmo sommesso e soffocante. Nessuno le rispose. Solo, poco dopo, la seconda che teneva il capo abbassato sul petto, si sollevò e parlò, a scatti, a sussulti, con una voce variabile, ora troppo forte, ora stridente e nervosa.
--Egli mi ama; io lo amo. Non so come, non so perchè. È bello, di una bellezza calda, fulva, virilmente giovane. I capelli gli si piantano sulla fronte, possenti come la criniera di un leone. Gli occhi bruni affascinano. Al teatro mi guardava sempre. Attraverso le lenti dell'occhialino sentivo il suo sguardo che mi toccava e mi abbracciava, lasciandomi sul volto, sul collo, sulle braccia le stimmate della passione. Io credo di aver ceduto a un magnetismo, poichè mentre il capo mi pesava come se fosse coperto di piombo, il cuore si dilatava precipitosamente sotto l'urto del sangue. Ho baciato il mio fazzoletto. Egli m'ha visto e un pallore di trionfo ha scomposto il suo volto. Nelle scale mi ha aspettato, gli sono passata daccanto, ha osato stringere la mia mano nuda, ha rubato il mio guanto. Ha passata la notte sotto la mia finestra: io, alla finestra. Nevicava; non sentivamo il freddo. Da allora questa mia vita è diventata una tempesta di desiderii, di sconfitte, di dolori acuti, di gioie morenti: quando non lo vedo, va lentissima l'ora nell'intensa brama del rivederlo. Quando ci vediamo, restiamo l'uno di fronte all'altro, smorti, col cuore in tumulto, le mani brucianti, la voce strangolata: questo è l'impeto dell'amore che ci fa impazzire. Le sue lettere sono brevi, a frasi nette come un colpo di coltello, scritte a frasi dove vi è il sangue della vita, dove vi è l'eccitazione dei nervi, dove vi è lo scoppio furibondo di un amore supremo. Io l'amo come egli m'ama. Ambedue siamo torturati dall'amore, ambedue soffriamo le pene dei dannati per la gelosia che ci rode, ambedue rotoliamo, inebbriati di amore e di dolore, per una china dirupata dove a nulla possiamo rattenerci. Noi abbiamo le medesime folli e ammalate inclinazioni per i fiori rossi del papavero, per le cose cupe e tragiche, per i tramonti incendiati, per le albe sanguigne, per gli azzurri oltremarini, per le maremme pestilenziali sotto il sole, per i profumi violenti, per l'oro intarsiato che pare scorrere, fluido, liquido, sul fondo nero della lacca, per i grilli sfiniti che muoiono d'amore nel solco fumicante, per le farfalle nere che si abbruciano intorno al lume. Ci amiamo: è lui il mio poeta, sono io la sua dea. Con me, per me, piange le sue lagrime scarse e roventi; con lui, per lui, io trovo il mio sorriso scapigliato, inebbriante. Noi comprendiamo che per una sola cosa viviamo, ed è l'amore; che per una sola cosa moriremo, ed è l'amore. Sono nostri gli spasimi, le trafitture; i fremiti allo stringere lieve di una mano, i pallori incomposti, le convulsioni disperate. Lui distrugge la mia vita: io distruggo la sua...
Bruscamente si arrestò, stringendosi il viso fra le mani. Allora la terza parlò, quietamente, con una voce media, giusta, di una monotonia grave:
--Egli mi ama; io l'amo. Almeno, ogni tanto, me lo dico. Almeno, ogni tanto, mi sembra d'amarlo. Non ne siamo punto sicuri. Egli non ha mai creduto all'amore: io non vi credo da che lui ha fatto crollare la mia fede. Una giornata plumbea, in una sala di accademia, quando un oratore scalmanato cercava invano ispirare nel pubblico il suo falso entusiasmo, egli mi disse: Tutto questo è molto ridicolo. Moltissimo--gli risposi. Lui s'inchinò, soddisfatto di aver ritrovato una donna arida come lui. Non mi ha mai scritto lettere d'amore, non me ne scrive: io non gliene scrivo. Noi non crediamo alle lettere d'amore. Non mi ha dato nè i suoi capelli, nè un anello, nè un piccolissimo dono; mi disse che tutta questa roba non serve, e che va sempre a finire, in cucina, nella spazzatura. Quando io gli dico di amarlo, fa un sorriso d'incredulità, e mi risponde: Sai? non t'affannare, chè non ti credo. Quando gli giuro che gli voglio bene, egli mi lascia dire, poi mi soggiunge, sorridendo: Non giurare, non giurare, non giurare, tu non sai nulla; può darsi che tu non m'ami. Egli non impallidisce, non arrossisce, non cerca vedermi, non cerca sedersi accanto a me, non mi stringe la mano, non mi offre il braccio: la sua sola manifestazione è il sorriso, un sorriso freddo e lento. Egli non ha entusiasmi, mai. Non si scalda mai per nulla. Non comprende l'arte, non comprende la politica, non comprende la scienza, non comprende Dio: egli è un assiduo e calmo demolitore di quanto gli altri credono. È l'apostolo più sicuro dello scetticismo. Lui sostiene brillantemente la falsità delle cose, la falsità della natura, la falsità della virtù, la falsità della passione. Lui è forte, bello: nei suoi occhi grigi, quasi felini, vi è tutto il riflesso metallico della sua anima minerale. Egli rassomiglia all'acciaio. È d'un pezzo solo. Non hanno peso su lui nè sospiri, nè lagrime. Non ci erede. Contro lui mi spezzo. Dacchè l'amo, l'anima mia subisce la sua influenza, si trasforma. Quello che lui non crede, io non credo. Quello che lui vuole, io fo. Quando, in un momento di ribellione disperata, gli domando: Perchè mi vuoi bene, dunque? Egli esita, si conturba, mi risponde: Chissà! Non so: noi non sappiamo nulla. Io ripeto con lui: Noi non sappiamo nulla. Rimaniamo silenziosi, pensosi nello sconfinato dubbio di due anime inaridite...
Di nuovo il silenzio si fece. Niuno non lo interruppe più. Nell'ambiente caldo e bruno, si calmavano gli echi dei tre amori, così profondamente diversi fra loro.
Eppure era lo stesso uomo che le amava tutt'e tre.
--Ebbene, Ulrich, non mi rispondi?--chiese Lottchen, molto indispettita.
Egli stava ritto presso la finestruola archiacuta, dai vetri impiombati, guardando fisso nella viottola. Nell'ombra della sera che cresceva, il suo duro ed energico profilo teutonico si addolciva; e il corpo alto si curvava, quasi preso dalla stanchezza.
--Ulrich, tu non mi ascolti--ripetè Lottchen, con una certa tristezza nella voce.
Egli si volse, e sulle sue labbra spuntò un sorriso debole ed indeciso. Lo sguardo gli vagò incerto per la stanzetta, come se la mente lo mandasse in traccia di un pensiero smarrito.
--A che pensavi tu dunque, mentre io ti parlava?
--A nulla, Lottchen--disse finalmente lui, con la sua voce grave e sonora.
--Sempre così, sempre così, Ulrich. Tu mi ami molto meno delle tue sciocche fantasie.
Ulrich chinò il capo, e parve che attorno maggiormente gli si addensasse l'ombra. Mentre Lottchen continuava a tormentarlo ed a tormentarsi, ricominciando per la centesima volta le sue recriminazioni, egli non osò risponderle parola. La fanciulla si chinava verso di lui per vederne il volto, ma si ritraeva scontenta: sulla faccia di Ulrich non si vedeva alcuna impressione. Solo un lieve tremolío gli agitava le dita. Infine la bionda Lottchen si tacque, stringendosi nelle spalle, come se dicesse che tutto, tutto era inutile; ed i due fidanzati stettero per tanto tempo in quel silenzio penoso, pieno di pensieri dolorosi. Ad un tratto, mentre una fantesca posava un lume monumentale sopra la tavola, una voce infantile gridò di fuori:
--Zio Ulrich! zio Ulrich!
Ed un bambino entrò correndo nella stanza, cercando d'arrampicarsi sulle ginocchia del giovanotto. Quando ebbe conquistato quel posto, col tono lento e carezzevole dei bambini, gli domandò:
--Me lo fai un giocattolo, zio Ulrich?
Ulrich impallidì, arrossì e posò una mano sul capo del bimbo.
--Te lo farò, Hans.
--Bello?
--Bello.
--Un giocattolo che avrò io solo, io solo?
--Tu solo.
--Uno di quei giocattoli belli belli che tu solo sai fare?
--Sicuro, uno di quei giocattoli belli che io solo so fare.
Ulrich per la prima volta sorrise d'orgoglio: ma fu anche una lagrima di orgoglio offeso quella che Lottchen celò andando in un'altra stanza. Il bimbo rideva e stringeva le mani, quasi che possedesse già il prezioso giocattolo.
Perchè, pochi lo sanno e nessuno ci pensa, ma è una piccola città di Germania quella che fa contenti tutti i bambini dell'Europa. Da Nuremberg, la città gotica, dall'architettura fantastica e bizzarra, dalle torricelle merlate e dalle case di legno, dalla piccola Nuremberg partono i tesori che destano il riso sulle labbra infantili: le bambole dal roseo viso di cera, dagli occhi azzurri senza pensiero, dai capelli biondi come la stoppa; i fantoccetti vestiti da zuavo, da Arlecchino, da Rigoletto; le armi miracolose, le trombettine di stagno dal suono stridulo; le scatole donde vengono fuori le casettine microscopiche che puzzano di vernice fresca, gli alberetti fatti con un bastoncello ed un fiocchetto di trucioli tinti di verde, i piccoli appartamenti, le piccole cucine, i piccoli animali, i piccoli soldati ed infine tutto il mondo minuscolo, la vita microscopica che prepara il bimbo alla vita vera. In Nuremberg, città della gioia e della tranquillità, dove gli innocenti operai delle fabbriche di giocattoli sorridono nella consolazione di una coscienza soddisfatta; in Nuremberg dovrebbero andare in gaio pellegrinaggio tutti i bambini, accompagnati dalle madri giovanette, processione fulgida e meravigliosa. Ma dovrebbero salutare con le grida d'allegria la casa di Ulrich, il grande ed ignoto artista, il grande ed umile inventore.
Ulrich era stato un bimbo infelice nella casa di una dura matrigna. Sapeva quante lagrime segrete si possono versare in una notte, come possano soffocarsi mordendo il lenzuolo; aveva conosciuto la monotonia delle lunghe ore, passate in un angolo oscuro, sopra una seggiolina, con le mani in grembo. Non aveva giocattoli e ne vedeva dappertutto e ci pensava spesso, e li desiderava tacitamente e li chiamava nel suo cuore. Chiudendo gli occhi, li rivedeva nella sua mente e li scomponeva, li ricomponeva, cercava loro una forma nova. Passando dinanzi ad una fabbrica, guardava, timido, per la porta socchiusa. Stare là dentro sarebbe stata per lui una felicità. Quelle bacchinucce, quei pennelli, quegli strumentini, quei lembi di stoffa, quei pezzetti di legno, lo seducevano, lo affascinavano. La notte li sognava. E anche di giorno egli era un sognatore, perduto nella contemplazione del suo fantasma. Egli vedeva nella sua immaginazione nuovi congegni, combinazioni strane ed audaci; e fuori egli rimaneva un pallido e debole adolescente, dalle labbra smorte, dallo sguardo errante, troppo alto, troppo magro, talvolta abbattuto ed inerte, talvolta arse le guancie dalla febbre dell'idea. Quando entrò come operaio nella fabbrica, credè di essere diventato un re; ma soffrì profondamente, perchè il lavoro usciva dalle sue mani rozzo e incompiuto. Egli piangeva di rabbia per quelle spaventose difficoltà manuali, ed avrebbe voluto mordere le dita incapaci di tradurre in atto le sue fervide creazioni. Si castigò, condannandosi, lui che aveva un mondo nel cervello, a lavorare di copia, a seguire i modelli antichi. Visse un altro anno in desiderio raddoppiato, ardente, contenuto; si consolava passeggiando sulla piazza e guardando i bambini che s'inseguivano. Provava una grande tenerezza che gli faceva venire le lagrime agli occhi. In fondo era rimasto anche lui un bambino, col cuore buono ed appassionato.
Così, a poco a poco, egli dominava e vinceva la materia, e le sue dita diventavano esperte e leggiere, affinando la loro sensibilità, ed egli potè metter fuori il lavoro utile, le idee nuove che s'erano chiuse come fiori al caldo della sua fantasia. Tutto consisteva nel dare una parte d'anima ai giocattoli, nell'imprimer loro un soffio di vita: fu lui che inventò la bambola, la quale, coricata, chiude gli occhietti, quella che dicepapà,mammà, quella che saluta col capo, quella che nuota come una ranocchia. Subito il direttore della fabbrica gli assegnò una stanzetta solitaria, dove potesse lavorare tranquillamente ai modelli che gli altri operai dovevano riprodurre. Da quella stanzetta uscivano tutte le piccole meraviglie che sono la consolazione dell'infanzia. Il sorcio volante che si precipita per due trampoli di legno; il ginnasta che sale per una scaletta con l'agilità di uno scoiattolo e si slancia dall'altra parte, per ricominciare ogni momento il suo gioco; il coniglio accovacciato che suona il timpano, abbassa la testa e si frega il muso con le bacchette; il violinista vestito damarquis, in raso ed oro, che nel medesimo tempo suona il violino e balla un passo di gavotta; le oche, le anitre, le navicelle galleggianti attirate alla sponda da un pezzetto di calamita; i cavallini galoppanti, le carrozzette semoventi; tutto questo usciva dalle mani fatate di Ulrich. La sua ispirazione non si fiaccava mai: talvolta egli si stringeva la testa calda fra le mani gelate, per timore gli scoppiasse, tante idee battevano contro le pareti del cervello per uscire; correva di notte, nella campagna, facendosi soffiare il vento aquilonare sul volto. Quando cominciava il lavorío interno per qualche cosa di nuovo, egli si concentrava profondamente e nulla valeva a distrarlo: nè la voce di Bertha sua sorella, nè quella di Lottchen, la fidanzata che egli amava nei suoi momenti di libertà. L'arte ha questi feroci egoismi. Finalmente l'opera veniva alla luce, dopo tre o quattro giorni, tre o quattro notti passate nel laboratorio, curvo sui suoi congegni delicati, senza nè dormire, nè mangiare, non toccando neppure il boccale di birra che gli ponevano accanto; l'opera veniva alla luce bella e perfetta. Allora egli sorrideva, cantava, ballava dalla gioia, amava Bertha, amava Lottchen, amava tutto il mondo, viveva, scendeva in piazza, acchiappava un par di bambini e li soffocava di baci, mormorando, balbettando che aveva lavorato per essi, che li voleva veder contenti per quanto egli aveva sofferto. E il suo pensiero si fermava sulle infinite testoline bionde e brune che sono le stelle della terra; si fermava con orrore nelle cupe officine, dove tristi inventori lavoravano a creare un'arma nuova e più delle altre micidiale--ed allora l'anima sua si allargava nell'orgoglio di un lavoro onesto e giocondo.
Malgrado la sua cera assorta, noncurante, le sue distrazioni, il suo silenzio, la gente gli voleva bene. Il direttore se lo teneva caro, sfruttandone il genio inventivo. Bertha lo curava come un grosso bambino inesperto, dandogli sulla voce, carezzandolo, dirigendolo in tutte le azioni della vita in cui si mostrava tanto ingenuo. Lottchen lo disprezzava, lo tormentava e lo amava. I bambini se lo mostravano a dito nella via, gli tenevano dietro, gli saltavano addosso, gli frugavano nelle tasche, era la divina provvidenza per loro. Egli camminava colla testa nelle nuvole, artista innamorato dell'arte, sognatore incorreggibile, con le dita che gli si movevano come se toccassero molle misteriose. L'idea fissa scacciava a poco a poco tutte le altre. Alle volte si stordiva tanto da rimanere inebetito per un paio di minuti; poi nel cervello cominciava una ridda infernale d'idee che cozzavano fra loro, e allora gli operai non avevano il tempo di copiare un modello che già dalla cameretta usciva nuovo lavoro. Il direttore sorrideva. Lottchen diventava sempre più triste, sempre più collerico; il polso di Ulrich era mosso da una febbre continua che ne consumava e rinnovava il sangue. Egli si faceva sempre più esperto nell'arte, ne aveva penetrati tutti i segreti: era arrivato alla finezza dell'ultimo tocco, della più lieve sfumatura, all'eleganza più leggiadra, al gusto raffinato, alla solidità, a tutte le qualità riunite insieme in un'armonia completa. Creava dei giocattoli meravigliosi--e mai, mai si era sentito così intensamente felice.
Il direttore gli dava sempre notizie del favore che toccava a que' giocattoli. Venivano grandi ordinazioni. Solamente, un giorno, gli disse con un mezzo sorriso:
--Siate più semplice.
Ulrich non vi badò. Anzi, nella sua mente s'intrigavano, si complicavano sempre più mille forme, mille congegni. Fece un uccellino che apriva le ali, gonfiava la gola e cantava. Il direttore lo ammirò, ma non molto; fece qualche difficoltà per le riproduzioni, poi non disse più nulla. Dopo un paio di mesi, duramente:
--Sapete, Ulrich? L'uccellino ha fatto fiasco. È troppo ingegnoso: i bambini non lo capiscono.
Il povero artista impallidì e tacque. Solo, pianse. Ecco che i bambini non lo comprendevano più, adesso! Si spezzava dunque il grande legame fra lui e il suo piccolo pubblico? Poi, ubbidiente e buono, si sfogòa far semplice. Non gli riusciva. Era arrivato ad un punto in cui l'arte divenuta poema, non s'adatta a ritornar sillabario. Le forme semplici gli sfuggivano e correva dietro, di nuovo, alle astruserie più alte. L'insuccesso cresceva, Ulrich tremava di paura ogni volta che una nuova creaturina del suo cervello gli usciva dalle mani. Era mortificato. Dubitava di sè stesso, dell'arte, di tutto. Temeva sempre aver commesso qualche grosso sbaglio materiale. Sentiva intorno a sè una diffidenza vaga; non osava guardare in viso sua sorella, la sua fidanzata. I ragazzi gli davano soggezione: a volte un dolore cocente lo spingeva quasi a chieder loro: Ma che debbo io fare di meglio? Perchè non vi comprendo più, perchè non mi comprendete più? Invece fuggiva nella campagna a sfogare solitario i suoi lamenti. Odiava quasi l'arte sua; lasciava inoperosi gli strumenti, vuota la cameretta, secchi i pennelli. Pensava troppo, oramai. Il suo pensiero si smarriva. Era ammalato, aveva un fuoco insolito negli occhi. Poi, dopo un lungo periodo d'inerzia, prese una risoluzione energica e si chiuse nel suo laboratorio. Voleva meravigliar tutti con un lavoro stupendo, riacquistare d'un tratto la sua fama d'artista, riconquistare per sè l'ammirazione e il riso dei fanciulli. Concentrò tutta la sua attenzione, adoperò utilmente, riunendole, raddoppiandole, le forze dell'arte, compì sino alla perfezione ogni piccolo pezzo, lavorandoci con amore infinito, con ardore, con la passione della disperazione. Ne venne fuori un giocattolo straordinario: sullo stesso piano, una fattoria, delle contadinelle che battevano il burro, le pecore che pascolavano, le galline che razzolavano, il gallo sul campanile della chiesetta, l'acqua del ruscello fra le pietre, le lavandaie che lavavano; tirata la corda, tutto questo mondo si muoveva, il gallo cantava, le galline pigolavano, le contadinelle agitavano le braccia, le pecore brucavano l'erba, il ruscello scorreva, le lavandaie lavavano. Una meraviglia, a compire la quale Ulrich aveva esaurita tutta la potenza del suo ingegno. Compiuta che fu, una soddisfazione gli entrò nell'anima esacerbata, e sorrise. Dopo tanto tempo che non sorrideva. Ma quando fu a dar la via al suo capolavoro, tremò..........................................................................................
Egli sedeva nella sua cameretta, con la testa fra le mani, ansioso, trepidante. Era l'ultima prova che tentava. Sulla porta Lottchen comparve.
--Dove è Hans?--chiese egli vivamente.
--È di là.
--Chiamalo.
--Non verrà.
--Perchè?
--Ha paura di venire.
--Paura di venire?... e perchè?...
--Non affliggerti, Ulrich, e non castigare il bimbo. Ha rotto il giocattolo.
--.... Lo ha rotto?
--Per la rabbia. Non lo capiva, Ulrich.
....................................................................................
Ora quando la luna piove la sua luce pallida nelle viuzze di Nuremberg, dove tutti dormono, un uomo corre e gesticola, oppure siede in terra e guarda il cielo. Ma le sue dita si agitano come se lavorassero intorno a misteriosi congegni. È Ulrich che folleggia, avendo nel cervello l'idea grandiosa ed informe di un giocattolo mostruoso, immane, impossibile.
Nel parco, nel bosco, ne' prati, avevan passeggiato per molto tempo. Avevan calpestato moltissima erba odorosa, e le scarpette della signora dovevan esserne profumate; lei si lagnava di una pietruzza fra la calza di seta e la suola. Avevan disturbato una quantità infinita di nervose lucertoline, di grilli, di formiche; anzi, a proposito delle formiche, il signore, un po' intenerito, voleva dare un tuffo nella poesia. Il sole di luglio, dal cielo, avrebbe voluto disturbar loro, ma l'ombrellino della signora era largo, gli alberi erano pieni di foglie ed un leggiero ponente soffiava. Poi erano profondamente allegri, con una vena inesauribile di spirito, mordendo tutte le malinconie umane col loro sorriso, che nella signora era gaio e sincero, e nel signore un po' scettico. Questi due esseri, che per conto mio e di chi mi legge dichiarerò insopportabili, erano ancora giovani, e se non belli, simpatici; eran soli, nella campagna, nella stagione ricca e non erano punto innamorati. Neppure turbati. Ridevano, si divertivano immensamente e non si erano dati braccio. Si erano burlati di molte cose insieme, dell'idillio specialmente. Si erano burlati delle eterne vergini bionde che sfogliano un'eterna margarita, di Paolo e Virginia a proposito del grande ombrellino della signora, delle famose farfallette innamorate che s'inseguono sulle siepi, dell'usignuolo storico che canta fra i rami, di Catullo che la signora non aveva letto ed il signore sì, dellaFaute de l'abbé Mauretche ambedue avevano letto, di tutte le elegie più o meno malinconiche, di tutte le descrizioni più o meno colorite che da tempo immemorabile si scrivono sui boschi, sui prati, sui fiori. Quante risate sull'edera tenace e sul ruscello che mormora! La signora aveva dei dentini bianchi da gattina cattiva, ed il signore dei mustacchietti biondi dalle curve armoniose e seducenti. Passavano una mattinata gioconda. I loro cuori erano tranquilli, i nervi quieti, lo spirito agile, la parola briosa. Con tutta l'arditezza del suo carattere e l'indipendenza della sua vita, la signora era onesta, pacificamente onesta: aveva marito, a Milano, e lo amava e si scrivevano ogni paio di giorni. Essa adorava il mare e veniva a prendere i bagni a Castellammare. Il signore aveva moglie, a Potenza, in Basilicata; ed era di carattere freddissimo sotto il suo allegro scetticismo, avendo in fondo al cuore un tacito disprezzo della donna. Ecco perchè non erano innamorati; e insomma, senza tante spiegazioni, non s'amavano perchè non s'amavano. Difficilmente si potrebbe assegnare una ragione all'amore: ed è la stessa cosa per l'indifferenza.
--Se noi facessimo colazione?--domandò a un tratto la signora.
--Signora Lucia, ecco che avete un'idea--disse lui, con cera spaventata.
--Preparatevi perchè ne ho un'altra. Che vuol dire quando mi ci metto! È una valanga. Signor Federigo, andiamo a far colazione qui, a cento passi di distanza, da Giovannino, nei boschetti delle rose e delle mortelle.
--Ci darà delle rose e delle mortelle per colazione? Il dubbio è crudele.
--Bah! m'han detto che si pranza benissimo. A quest'ora non ci sarà nessuno. Solo i matti come noi vanno in giro. Ci comprometteremo orribilmente di fronte al cameriere ed all'oste...
--Signora Lucia, le classi dirigenti debbono moralizzare....
--Basta, basta, per carità. Siete voi deciso?....
--Dal primo momento che parlaste di colazione, un dolce palpito...
--Agitò il mio povero cuore....
--Una soave immagine....
--Intravveduta nella nebulosa dei miei sogni.....
--Parve si realizzasse....
E risero di nuovo e camminarono nella polvere alta della via maestra, e ne ingoiarono della polvere! Il meriggio era soffocante. L'osteria di Giovannino, tutta bianca, aveva le persiane socchiuse; il silenzio più completo dominava.
--Signora Lucia, qui non si fa colazione.
Si guardarono con una cera afflitta. Erano rossi dal caldo. In questa un cameriere con un calzone militare ed una marsina civile, venne sulla porta, sogguardandoli con la più grande meraviglia. Quando essi salivano per la scaletta, li seguì.
--Ho da preparare in una stanzina particolare?--poi chiese, come se parlasse fra sè, sottovoce, timidamente.
Federigo esitò un momento, ma lei prontamente, con un risolino schietto, si voltò e disse:
--Sicuro.
Dopo, rimasti soli, nella sala grande, furono un po' imbarazzati. Ma fu un lampo. Subito subito, da persone di spirito, compresero la graziosità della posizione.
--Sì, o signora,--esclamò Federigo, con accento drammatico,--turbiamo l'onesta coscienza di quest'uomo....
--Scandalizziamo addirittura. Noi ci amiamo, noi siamo due esseri colpevoli e felici, in procinto di fare una tragica colazione, mangiando la costoletta del disonore e bevendo il vino del tradimento...
--Signora, noi rotoliamo in un abisso...
--Senza fondo....
--Noi potremo essere sorpresi. O Lucia, io vi farò scudo del mio petto, tanto più che non avrei altri scudi....
--Perchè non ho io un velo, un lungo velo nero? Che vi pare, signor Federigo, io dovrei tremare ed impallidire?
--Provate un momento; io proverò ad essere agitato.
Il cameriere venne ad annunziare che era apparecchiato. La signora Lucia si alzò, con un passo affrettato; Federigo la seguì, parlandole sottovoce, dicendole delle scempiaggini che figuravano frasi d'amore--il cameriere si manteneva, come di dovere, a distanza. Ella, arrivata nella stanzina, si lasciò cadere sopra una sedia e nascose il volto fra le mani con molta naturalezza.
--Amica mia, che volete da colazione?
--Amico mio, non ho fame--fu la malinconica risposta.
--Prenderete del Chablis?
--Sì, sì--rispose lei, con la voce gutturale e lo sguardo vagante delle donne che perdono la testa.
Il cameriere uscì con gli ordini. Essi dettero in uno scoppio di risa; non ne potevano più. Lucia aveva le lagrime agli occhi, Federigo si nascondeva la testa nel tovagliolo. Che cosa buffa! Si spassavano come scolaretti in vacanza. Poi Lucia venne a un tratto seria. Guardava attorno un po' disillusa. Non trovava nulla di strano, nulla di nuovo. Lui comprese.
--Ecco un salottino che non ha nulla di particolare. Non ce ne sono più che nei romanzi. Noi diventiamo borghesi.
Lei sorrise distrattamente. Ritornò alla commediola.
--Che faremo ora, signor Federigo, che faremo per ingannare quest'uomo? Inventate.
--Dovremo darci deltu.
--È vero, è vero; anzi, fingiamo d'imbrogliarci coltue colvoi.
--Sicuro. Poi guardiamoci lungamente e balbettiamo qualche parola incomprensibile....
--Quando lui ci parla fingiamo di essere distratti, io fisserò l'acqua nel mio bicchiere....
--Ed io farò delle pallottoline di pane...
La commediola andava innanzi, concertata a meraviglia, recitata a meraviglia. Il pubblico composto del cameriere e dell'oste, in lontananza, in un corridoio, ci cascava. Ma per cinque minuti gli attori si occuparono delle costolette, con molta attenzione.
--Signora Lucia, noi non dovremmo mangiare.
--O perchè?
--Capite, col cuore divorato dai rimorsi...
--Avete ragione.... infatti.... Ma infine noi saremo di quelli che mangiano per rabbia....
--E bevono per disperazione....
--Per annegare il rimorso....
Continuarono quindi a far colazione col buon appetito dei giovani che hanno l'anima tranquilla e la salute in equilibrio. Ma non si scordavano la loro parte.
--Quando lui viene, signora Lucia, fingeremo di bere nel medesimo bicchiere.
--Io dirò: "Federigo, ti ricordi di Viareggio?".
--Ed io mi turberò, sospirerò, farò un atto di rimpianto.
Ci prendevano gusto; come si dice in vocabolo teatrale, s'investivano del carattere. Pensavano che cosa si potesse far di meglio, di più fine. Si guardavano in volto, interrogandosi. Nella stanzetta il calore estivo diventava insopportabile, dalla finestra aperta, con le gelosie socchiuse, non entrava un filo d'aria ed entravano molte mosche. La signora Lucia agitava il suo ventaglio; aveva bevuto due bicchieri di Chablis e la commedia la esaltava. Federigo rimaneva più calmo; del resto, in ambedue era chiara, netta, lucida la coscienza del dualismo. Non si confondevano, no. Non entravano in una intimità maggiore per la rappresentazione; non si aumentava di una linea la mutua confidenza. Erano lì buoni amici, contentoni, felici di burlare l'oste ed il cameriere. Una commediola perfetta, addirittura un successo. Il cameriere parlava sottovoce, era pieno di rispetto, camminava forte venendo, camminava piano andandosene. Essi sorridevano, dietro le sue spalle. Lucia sbucciò una pesca, e staccandone un pezzetto, lo diede a Federigo con un vezzoso gesto d'amore: un'idea venuta lì per lì. Federigo prese il pezzetto di pesca, baciò lievemente le dita della manina: anche questa un'idea improvvisata. Il cameriere vide e finse di non vedere: scappò a prendere il caffè. Essi si strinsero la mano, scambiandosi le loro felicitazioni: in verità, si ammiravano. Non si erano mai tanto divertiti nella loro vita.
Trovavano naturale quello che facevano, naturale la propria indifferenza, l'impersonalità. Anzi, non pareva loro neppure arrischiata la posizione, tanta era la serenità del loro animo. Andavano innanzi come due fanciulli soddisfatti di un nuovo giuoco, trovato per caso. Federigo sapeva, poichè aveva vissuto; Lucia indovinava, perchè era donna. L'impensato la interessava.
--Signor Federigo, non vi pare che dovremmo fumare delle sigarette?
--Accendendole, scambieremo un'occhiata. Poi scambieremo proprio le sigarette.
--E guarderemo il fumo con aria triste.
Quando il cameriere venne a sparecchiare, essi fumavano. Un rumore di ruote s'intese sulla via. Lucia gittò un grido e si lasciò cadere quasi nelle braccia di Federigo, tremando.
--Dio mio, tu ti ucciderai con queste emozioni...--mormorò lui, sorreggendola, dandole coraggio.
--È un carro, signora--osò dire il cameriere.
--Va bene, andate--disse severamente Federigo.
O cordiali risate! Non le avrebbero ritrovate più. Si sentivano vivificati, rinfrescati in quel meriggio di luglio. Rimasero a discorrere di tante cose leggiadre, come nel parco, scherzando sullemanieredel mondo intiero. Fumavano, Ogni tanto il cameriere passava innanzi la porta socchiusa, senza volgersi. Essi sorridevano ancora e ripigliavano il discorso. Se ne partirono dopo un'oretta di conversazione. Si dettero il braccio scendendo le scale. Voltandosi, videro sulla porta il cameriere, il guattero, il cuoco, l'oste che li sbirciavano.
E se ne andarono leggieri, riposati e quieti fra la polvere alta.
All'albergo la signora Lucia dormì profondamente per tre ore. La sera non vide Federigo nelloStabia-Hall. La mattina seguente ricevette un dispaccio dal marito che la richiamava a Milano, per andare sui laghi. Cosa che le procurò una grande consolazione, poichè Castellammare cominciava ad essere noioso. Scrisse un bigliettino di congedo, ringraziandolo, a Federigo, e se ne partì affrettando l'ora del ritorno. Federigo lesse il biglietto mentre si radeva la barba, si strinse nelle spalle e andò al bagno.
Per tre anni non si videro mai, non seppero nulla l'uno dell'altro. Ma la prima sera in cui si rividero, il primo momento, in un palchetto della Pergola, a Firenze, senza parlare, senza toccarsi la mano, dinanzi a molta gente, scambiarono quello sguardo ardente che rimescola il sangue e per cui due vite s'uniscono. E fu una spaventosa tempesta la passione che li travolse.