XIII.

Delle torcie a vento accese sul ponte rischiaravano il lugubre spettacolo. Il cielo era nuvoloso e solcato da spessi lampi; ma con mio stupore il mare si conservava abbastanza tranquillo, nè io sapevo rendermi conto di ciò che era avvenuto. C'eravamo scontrati con un altro vapore? Avevamo urtato contro uno scoglio? Mistero.

Certo si è che il capitano con aspetto risoluto, ma bianco come un lenzuolo, circondato da una dozzina di marinai, gridava con voce stentorea:—Subito le lancie in mare.—Riuscii a farmi strada fino a lui e a chiedergli di che si trattasse. Egli mi guardò con un sorriso che mi rimescolò il sangue e rispose freddamente:—Il vapore ha investito in un banco e sarà sommerso in venti minuti. Se i passeggieri avranno giudizio, è sperabile di salvarne due terzi.

—E l'altro terzo?

Il capitano tornò a sorridere: poi mi disse:—Nell'altro terzo ci sarò anch'io.

E si voltò a dar de' nuovi ordini.

La folla cresceva, cresceva. E cresceva lo schiamazzo e la confusione. Tutti facevano ressa dalla parte ove erano state calate le prime imbarcazioni; tutti volevano esser tra i primi a discendere.

**   *

Vidi il capitano avanzarsi con un revolver in mano verso alcuni de' più riottosi.

—Chi disubbidisce lo uccido,—egli disse con un piglio che non lasciava il minimo dubbio sulla sincerità delle sue intenzioni.

—Non ci sta più nessuno,—si gridò da una delle lancie.

—Prendete il largo,[6]—ordinò il capitano.

—Prendete il largo,—egli ripetè voltandosi fieramente e puntando la pistola contro un tale che voleva opporsi.

Non pochi intanto, o pazzi, o disperati, o impazienti, s'erano gettati in mare, sia nel desiderio di finirla più presto, sia nella speranza di esser raccolti da un'imbarcazione o di guadagnar a nuoto la riva.

Avrei forse potuto cacciarmi avanti, scendere anch'io in una lancia, ma lasciavo passare gli altri, non per magnanimità, non per disamore della vita, ma per accidia, per una specie di fatalismo, o, meglio ancora, per una fiacchezza generale di tutte le membra, aggiunta a un'ansia affannosa, a un'oppressione di respiro che mi teneva inchiodato al mio posto e mi annodava la lingua.

Come si può ben credere, i passeggeri delle varie classi erano mescolati insieme, e in mezzo alla calca io non vedevo più nessuno dei compagni di viaggio con cui avevo chiacchierato piacevolmente nelle prime ore del tragitto. O forse li vedevo senza riconoscerli, tanto le fisonomie eran contratte dal terrore, tanto gli atteggiamenti erano strani, tanto era grande il disordine dei vestiti, seppur la parolavestitopoteva applicarsi a quelle camicie cascanti, a quelle sottane male allacciate, a quei mantelli gettati sulle spalle come vien viene.[7]

Io pensavo agli sposi Riani, pensavo ai discorsi che essi avevano fatto nel dopopranzo, quasi avessero avuto un presentimento di ciò che doveva succedere. E chiedevo a me stesso: Dove saranno? Saranno ancora a bordo? Saranno in un'imbarcazione? Saranno affogati?

Ed ecco da due voci ad un punto sento pronunziato il mio nome. Erano dessi, marito e moglie, distanti pochi passi da me, immobili, addossati ad un argano. Si tenevano per mano. Così giovani, così belli, parevano rassegnati a morire. Perchèè destino che nella vita ci sia una vena di comico anche nelle cose più tragiche, io mi vergognai in quel momento d'essere senza cravatta davanti a una signora la quale non avea che uno sciallo sopra la camicia. Tuttavia questo scrupolo balordo non fece che attraversarmi la mente, e avvicinatomi ai due sposi, dissi loro:—Forse c'è ancora tempo. Moviamoci. Tentiamo.

Appena proferite queste parole, una manovra mal riuscita fece piegar d'improvviso il vapore sul fianco; un urlo spaventevole salì al cielo, fui travolto da una ondata di gente e balzato nell'acqua. Altri molti eran precipitati con me e si dibattevano disperatamente; al bagliore d'un lampo scorsi fra quelli i due Riani già presso a sommergersi. Abile nuotatore, arrivai in un attimo a loro. Il Riani ebbe il tempo di dirmi:salvatela, e si svincolò a forza dalla sua donna che gridava:—No, Camillo, Camillo... non voglio esser salvata... Camillo.

Allorchè ella non vide più il suo sposo, allorchè ebbe la certezza ch'egli era stato ingoiato dalle onde, chiuse gli occhi e svenne. E nuotavo, nuotavo vigorosamente per raggiungere una lancia che non era molto lontana, e già stavo per toccare la meta, quando la giovane riavendosi, e guardandomi in atto supplichevole:—No,—disse,—no... per amor di Dio, non mi salvate... lasciatemi morire....

E poichè io non badavo alle sue parole ella fece uno sforzo sovrumano per liberarsi da me. Nella lotta che ne seguì, un'onda passò sul capo di entrambi, e mentre io mi agitavo per tornare a galla, il corpo svelto e flessuoso di Maria sguizzò dalle mie braccia.

**   *

Quand'io rimisi la testa fuori dell'acqua ero solo. L'istinto della vita prevalse a ogni altro sentimento, e dopo aver pensato invano alla salvezza altrui pensai alla mia. In duenuotate fui presso alla lancia da cui veniva un gridio confuso: gemiti di donne, pianti di fanciulli, voci iraconde o pietose che dicevano:

—Non c'è più posto.

—Si rischia di capovolgersi.

—Uno ci può stare ancora.

—No, no.

—Ce ne possono star due.

—Neppur uno, neppur uno.

—Ma sì, abbiate carità.

In mezzo a questo tramestio, due braccia nerborute mi presero per di sotto le ascelle e mi trassero nella barca ove mi trovai pigiato, compresso in quell'informe catasta di carne umana.

—Basta adesso, per Dio,—si urlò rabbiosamente.

E i più furibondi strapparono i remi dalle mani dei marinai per respingere i nuovi naufraghi che tentavano d'accostarsi.

—Presto, presto,—gridò colui che sedeva al timone,—allontaniamoci prima che il vapore si sommerga e formi il vortice.

I marinai si misero a vogare con quanta lena avevano, ma fosse il peso della barca, fosse la corrente contraria, noi facevamo ben poco cammino. E intanto a qualche centinaio di metri da noi il vapore andava a grado a grado sprofondandosi nell'acqua. Era uno spettacolo che agghiacciava il sangue nelle vene. Al lume delle fiaccole, che, come torcie funerarie, ardevano ancora sulla coperta, noi vedevamo un brulichio di figure umane. Erano i disgraziati che non avevano potuto riparare in nessuna imbarcazione. Chi correva come un pazzo da poppa a prora e da prora a poppa, chi s'aggrappava alle catene e alle funi, chi s'arrampicava sulle antenne, chi stava rannicchiato sui pennoni guardando stupidamente in giù. A un tratto il movimento di discesa si fece rapidissimo, si spenseroi fanali e le torcie, e la nave s'inabissò in mezzo a un gorgoglio spaventevole. Il vortice tanto temuto ci raggiunse, ci avviluppò nelle sue spire; la barca girò ripetutamente sopra sè stessa, i remi andarono in pezzi, il timone si ruppe, fummo tratti a capofitto come lungo l'arco d'una cascata, e il mare parve sul punto di chiudersi sopra di noi. Nello spasimo di quella suprema agonia il nodo che mi serrava la gola si sciolse, misi un grido acuto, e...

—Signore, signore,—disse qualcheduno vicino a me scotendomi forte per una spalla,—signore, si svegli.

**   *

Apersi gli occhi (bisogna ritenere che fino allora avessi soltanto creduto di aprirli) e mi trovai sul divano in una posizione disagiatissima.

Quegli che mi scuoteva per la spalla era il negoziante bolognese che la sera innanzi aveva cantato in chiave di tenore.

—Ma come?—balbettai confuso.—Dove siamo?

—Per bacco! Sul vapore... e già vicini a Genova.... Ella deve aver sognato qualche cosa d'orribile.

—Come lo sa?

—Sfido io. Ha messo un grido straziante che ci ha svegliati tutti.

E, invero, gli altri viaggiatori che avevano passato la notte nella sala comune mi guardavano con aria inquieta e disgustata. Scommetterei che a più d'uno era balenata l'idea ch'io non avessi il cervello a segno.[8]

—Sì, sì,—risposi mogio mogio, alzandomi a sedere sul divano,—mi pareva che facessimo naufragio.

—Corbezzoli! Meno male che non era che un sogno.... Però il sogno della mia romanza era più innocente. Se ne ricorda?

—Sicuro.

—Io ho una gran passione per la musica,—continuò il mio espansivo interlocutore,—e credo che se avessi potuto andar sul teatro, avrei fatto una discreta carriera.

—Senza dubbio, senza dubbio,—replicai distratto.

Mi pareva mill'anni[9]di prender una boccata d'aria libera, e rivestitomi alla meglio salii sopra coperta ove c'erano già alcune persone più mattiniere di me.

La coppia Riani mi venne incontro.

—Noi abbiamo veduto spuntare il sole,—mi disse la signora. E soggiunse con entusiasmo:—C'erano alcune nubi, e il sole le ha spazzate via tutte. Con questo tempo il viaggio per mare è delizioso.

—E voi come avete dormito?—mi chiese l'avvocato Camillo.

—Se sapeste!—risposi.—Sognai che andavamo a picco.

—Nientemeno?—proruppe la signora ridendo e mostrando la doppia fila de' suoi bianchissimi denti.

—Curioso fenomeno i sogni!—io ripigliai.—Mi pareva così vero, così vero.

—E noi due che fine si faceva?... Via, raccontateci.

In quel momento il vapore imboccava il porto di Genova.—No, no,—diss'io,—piuttosto che sentir raccontare un brutto sogno, guardate questa bella realtà.... Guardi, signora Maria, guardi le colline liguri, guardi la Lanterna, guardi la città che biancheggia laggiù in fondo.... Non è vero ch'è una vista magnifica?

—Sì, avete ragione.... Oh Camillo!—esclamò la giovine, posando la testa sulla spalla di suo marito in uno di quegli slanci di tenerezza che lo spettacolo delle cose belle desta nei cuori gentili.

I due sposi non badavano più a me. Io mi ritirai in disparte a pensare al mio sogno.

enrico castelnuovo.

IN un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidettasorveglianzaera affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione.[1]Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al[2]signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero.[3]Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera.[4]Non passava giorno senza che un monello di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come untubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero:Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando:Or ora faccio una nota a tutti—ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.

Il signor Antoninofaceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.

Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti,[5]al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o[6]poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava:All'pregiatissimo?Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano:—Scusi, sa,[7]signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovutoessere. Egli s'inteneriva subito e diceva:—Ohibò... ohibò!... Loro[8]... voi altri siete stati buoni,... lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?

E dava loro un pizzicotto alla guancia.

L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.

Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione.—Ma—soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila—ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?

Che sua sorella gli desse del[9]babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro[10]la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, laragazzaglia, com'ella la chiamava, s'era messa a gridare dietro a squarciagola:bella! bella! bella!

La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!

—Già—brontolava la bisbetica donna—quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa mapecore(ho detto pecore), non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie[11]davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascierai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella.

Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso.[12]Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente dimadamigellaBettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi, egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.

Intanto il professore passava la giornata a desiderare la riapertura della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i progressi della scrittura gotica e rotonda (pelcorsivoaveva accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor Bartolommeo, ilvecchio bidello. Il signor Bartolommeo era anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo; anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico adagio—Chi ha più giudizio lo adoperi.... Anch'io se volessi badare a tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah! insomma tutti abbiamo le nostre.[13]

E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una presa di tabacco.

Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.

Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a riposo,[14]pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella pretesadalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.

Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del professore Antonino, gli aveva detto con una gentilezza insolita:—Senza complimenti, professore, se egli non ha voglia di stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni abbastanza.

—Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre voluto un gran bene a quest'Istituto.

—Lo so, lo so, professore.

—Troppo buono, cavaliere.... E se ho mancato... non fu per cattiva volontà.

—Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero[15]tutti.

E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.

Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.

—Ho mal giudicato anche il Preside,—egli diceva fra sè,—degnissima persona.... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!

Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!

E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside dettare il tema della prova in iscritto, un tema così difficile, così difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per tutti! Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere asini!

Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito così gai si mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.

A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere, consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.

—Sia ringraziato il cielo—disse fra sè il buon calligrafo come sollevato da un gran peso.—Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso l'aire[16]tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.

Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere, l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco importava.

Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si mise a passeggiar su e giù per la classe.

Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.

Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.

Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovatomeglio che nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando, interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con voluttà crudele disegnò una bella croce nella colonna delle classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso signor professore—Benissimo, scriverò alla famiglia—oh allora il nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo così bene! Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno, in parte tengono una direzione opposta e formano una linea tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più inquieta dell'altra.

Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con lascolaresca, come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, o alla peggio le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.

Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.

Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento volti dimenticati ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa insieme.

Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai[17]capelli ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci.... Ah sì!... Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche. A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demoni! Bisogna peròeccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli, poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo, d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo chiamavanoagnelloe gli amministravano una dose straordinaria di scappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo figlio.

Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.

Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso:—Caro Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino....—Poi, senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.

—Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in disordine.... Non c'è mia sorella.... (Ci mancherebbe altro che ella ci fosse[18]—egli soggiunse in cuor suo.)

—Per carità, professore, non si dia pena per noi,—disse la signora.—Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore.... Angelo fu malato alcuni giorni.... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato dalla tosse....

E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.

—Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui,—continuò la signora con un tremito nella voce.—Non voglio sforzarlo.... Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vestoancora il bruno per una figliuola.... E prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito anche lui... sempre dello stesso male.... Ma questo qui bisogna che mi resti,—continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.

—Si calmi, signora, si calmi,—rispose il buon professore,—posso offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.

—Ecco ciò che volevo chiederle,—ripigliò la signora poichè si fu ricomposta alquanto,—scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho quasi perduta la testa.... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due ore sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare.... Senonchè, c'è un guaio, vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere inrotondo, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato.... Pretesti, forse.

—No, no,—si affrettò a interrompere il professore Antonino,—ilrotondonon l'ho insegnato nella sua classe.

—Ebbene, allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche lezione, così per metterlo sulla strada.[19]Il resto lo farà egli da sè....

—Ma sì, ma sì,—sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.

—Noi compenseremo secondo le nostre forze....

—Nemmen per idea[20]... non voglio neanche sentirne a discorrere.... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri.... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può, e vedrà che belrotondoegli imparerà a scrivere in cinque o sei lezioni... Siamo intesi,[21]non è vero?

La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore e disse commossa:—Giacchè il professore è tanto gentile non so come rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?

—Grazie,—bisbigliò il ragazzo.

—Nulla, nulla, caro,—replicò il signor Antonino—Vuoi cominciar domattina?

Angelo guardò sua madre, poi disse:—Sì, professore.

—Allora siamo intesi.

E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.

Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo ufficio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.

Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.

E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva:—Ma questo qui bisogna che mi resti.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!

—Che c'è?—proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.

—Signor professore, le consegno il mio elaborato,—rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.

—Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro.... Dunque hai finito? Va, va, che andrà tutto benissimo.

Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo un quarto e così via via fino all'ultimo.

—Ma bravi ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!

Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.

Grazie, professore,—disse questi con amabilità,—grazie. La pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni.... Ma che cos'ha che mi pare turbato?

—Scusi, cavaliere,—balbettò il calligrafo,—non so nemmen io che cos'abbia.... Ha già inoltrato la mia istanza?

—No—rispose il Preside togliendo da un mucchio di carte il documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore.—No, è ancora qui.

—Potrebbe darmela un momento?

—Eccola.

—Se me la lasciasse fino a domani,—continuò timidamente il nostro Antonino.—Vorrei pensarci su.

—Davvero?—disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un tantino ironico.

—E posto il caso[22]ch'io sospendessi la domanda della pensione fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?

—Oh si figuri,—rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.—È dal suo punto di vista.... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto al riposo.... Ah se fossi nel caso suo!—sospirò il Preside, guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.

—Ah, per lei è un'altra cosa,—ripigliò il professore di calligrafia, che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.—Lei è una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche....

Il Preside scrollò le spalle quasi a significare:—Povero grullo! come t'inganni!

—Ma io,—seguì a dire il nostro Antonino, senza badare ai gesti del suo interlocutore;—io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia per mio conto?

—Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata....

—E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.

—Perchè,—incalzò il Preside,—mi pare che questi benedetti ragazzi non si contengano con lei come dovrebbero.

—Si esagera, sa,—ripigliò un po' confuso il signor Antonino,—fanno qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che è necessario nelle altre materie.... Ma, in ogni maniera, quest'anno non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.

Il Preside non potè a meno di sorridere.[23]Indi soggiunse a modo di conclusione:—Che vuol che le dica? Ci pensi.

————

Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua dimissione all'anno successivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi incertezze, e poi decise di aspettare.

Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ——.Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete,[24]ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia.

enrico castelnuovo.

IL piccolo villaggio di —— nell'alta Lombardia era tutto scombussolato. Avete mai provato a battere le nocche sulle pareti d'un alveare?... Le api fanno un sussurrio che indica la loro agitazione pel rumore straordinario che interrompe le occupazioni laboriose della loro vita. Così in quell'angolo tranquillo del mondo, in quel paesello di semplici coltivatori si vedeva un movimento inusitato, un va e vieni di gente frettolosa e di curiosi, che arrestavano per via i vicini interrogandoli e facendo le meraviglie.

Tutto questo movimento era stato prodotto da una semplice lettera privata d'un ministro a suo fratello.

Ecco la lettera:

"Carissimo fratello, ti scrivo con la massima segretezza (un'ora dopo tutto il villaggio sapeva a memoria la lettera), desiderando di passare in pace due giorni in seno della famiglia, che non rivedo da tanti anni, e respirare un po' d'aria paesana nel mio caro villaggio nativo. Stanco d'una vita irrequieta etumultuosa, stomacato delle umane passioni che amareggiano la vita pubblica, vengo a ritemperarmi al paterno focolare, che mi rammenta gli anni felici della prima gioventù. Dopo le Cinque giornate di Milano[1]sono entrato nell'esercito, ho fatto, come sai, una lunga e faticosa carriera nella milizia, poi essendo passato nel corpo diplomatico ho soggiornato in lontani paesi, fino che il voto dei miei elettori mandandomi in Parlamento, un bel giorno, o per meglio dire, un brutto giorno, mi sono trovato non so come ministro! E in tanta baraonda d'affari sono diventato vecchio senza ritornare al paese a respirare un po' d'aria sana e vitale, della quale ho tanto bisogno. Appena finita la mia corsa turbinosa attraverso i congressi, le feste centenarie, le inaugurazioni di monumenti, le esposizioni e i concorsi agrari, spero di poter sottrarmi un paio di giorni agli affari pubblici, prendere un poco di riposo, rivedere finalmente la casa paterna, e stringervi tutti al mio seno. Come puoi immaginarti, sono ristucco di folle plaudenti, di bandiere spiegate, di musiche tonanti l'inno nazionale, e specialmente di discorsi dei sindaci. Ne ho una vera indigestione. Mi farai dunque il sommo favore di tener segreto il mio arrivo per evitarmi ogni specie di dimostrazione paesana. Vi raccomando!

"Dalla tua ultima lettera ho veduto con piacere che Sandrino ha compiuto lodevolmente il corso degli studi legali, e, per soddisfare il tuo desiderio, acconsento a condurlo a Roma con me, per collocarlo in un posto che gli possa convenire. Frattanto salutami la cognata Giulia e gli amici, e a rivederci presto. Ti avvertirò con un telegramma del giorno preciso del mio arrivo. Addio.

"Tuo affezionato fratello."

I ministri si perdono sempre colle ultime parole! "Salutami tanto la cognata Giulia e gli amici!" Il ministro lasciandosi sfuggire queste parole imprudenti aveva distrutto l'effettodelle prime raccomandazioni di segretezza; egli forse ignorava che sua cognata Giulia era la gazzetta del villaggio, e che nel suo piccolo nido tutti gli abitanti gli erano amici. Eseguendo quest'ultimo incarico, il fratello aveva fatta la più estesa pubblicità del suo prossimo arrivo.

C'era dunque una grande aspettativa, tutti si promettevano di avvicinare il proprio compatriota salito al potere, ciascheduno pensava di approfittare delle antiche relazioni per raccomandargli qualche cosa o qualche persona. I più ambiziosi speravano mettersi in vista per ottenere una croce o almeno una medaglia. Il sindaco si proponeva di chiedergli dei sussidii pel Comune, il maestro sperava un avanzamento, il segretario una gratificazione, il medico un aumento di stipendio, il parroco voleva invocare il concorso del Governo nella erezione del nuovo campanile. Le donne apparecchiavano bandiere e tappeti da fornire i balconi, e i candelieri per l'illuminazione, e si sentiva qua e là uscire dalle case qualche nota isolata di tromba e clarinetto, che minacciava il frastuono della musica paesana.

Invano il fratello del ministro raccomandava a tutti il silenzio e l'astensione d'ogni concorso; dalla stessa sua casa partiva il movimento. Donna Giulia faceva lustrare i mobili delle camere e i rami della cucina, spazzare i pavimenti, lavare le scale, metteva al bucato le cortine, rinnovava le provvisioni.

E intanto che cosa faceva Sandrino per apparecchiarsi alla prossima partenza per Roma?

**   *

Sandrino erborizzava sulla collina, specialmente in vicinanza d'una casa bianca, che sorgeva in sito aprico davanti d'un bosco. Egli assaporava con delizia la pace e la solitudine dei campi, ascoltava il ronzio degli insetti, lo stormire delle fronde, il canto degli uccelli, osservava attentamente l'aspettovario e pittoresco dei monti e della sottostante pianura, che si perdeva da lontano nei vapori d'autunno.

Suo padre gli aveva fatto percorrere gli studi legali per farne un avvocato, un procuratore del Re od un prefetto, forse anche un deputato e un ministro come lo zio. Sandrino, ubbidiente ai paterni voleri, era diventato dottore, malgrado la sua antipatia pei codici e le pandette; ma le sue inclinazioni lo portavano all'amore della natura.

Aveva passata l'infanzia in mezzo a quelle colline, correndo dietro alle farfalle con sua cugina, e quelle corse vagabonde gli lasciarono nell'animo una soave memoria. La necessità degli studi lo aveva diviso dall'Annina; essa era entrata in un istituto d'educazione, egli era partito pel collegio. Finito il corso legale all'università di Pavia e ritornato a casa colla laurea, aveva ritrovato la cuginetta divenuta grande, bella e modesta, come lui memore del passato, desiderosa di riprendere le corse d'una volta, ritenuta soltanto dalle convenienze sociali, che li obbligava entrambi a trattarsi con cerimonia.

Appena giunta la lettera dello zio ministro, che annunziava la notizia della prossima sua partenza per Roma, Sandrino sentì un desiderio irresistibile di erborizzare intorno al muro di cinta della casa bianca, e salì sulla collina del bosco. Raccolse per via alcuni fiori, ma giunto al solito sito, abbandonò la ricerca dei semplici, e incominciò a guardare in aria. Certo non pareva più un erborista, ma rassomigliava piuttosto ad un astronomo che cerca il suo astro. Vedendo che l'astro non compariva all'orizzonte... d'una finestra, si decise di tirare il campanello. Poco dopo la mamma d'Annina gli aperse l'uscio, e lo accolse lietamente, dicendogli:

—Venite avanti, Sandrino; che nuove ci recate?

—Brutte nuove!...

—Oh, come?...

—Vengo a darvi l'addio della partenza, rispose il giovane con voce commossa.

La signora Matilde sentì una stretta al cuore che le impedì di fare nuove domande, lo fece entrare nel salottino a pian terreno, ove si trovava l'Annina col suo lavoro, lo fece sedere, riprese il suo posto, e potè finalmente annunziare la triste novella a sua figlia.

La fanciulla divenne pallida, pallida come un pannolino lavato.

Dopo breve sosta la signora Matilde riprese ad interrogarlo:

—Volete dunque lasciarci?... e dove andate?...

—Vado a Roma con mio zio....

—Col ministro?

—Col ministro. Lo attendiamo fra pochi giorni al villaggio.

A questa nuova rivelazione fu la signora Matilde che divenne pallida... e poi rossa come la porpora.

Succedette un lungo silenzio, durante il quale ciascheduno pensando a' casi suoi, non aveva più nulla da dire agli altri.

Sandrino guardava l'Annina con un lungo e languido sguardo, che pareva significare: siamo troppo infelici! la natura ci vorrebbe uniti, la società ci divide! Essa non potendo frenare una lagrima, cercava invano di nasconderla colla mano; soffocava un sospiro, ma il seno agitato svelava la sua ambascia. La signora Matilde era assorta nell'amara rimembranza di speranze svanite. Nella sua gioventù essa aveva amato lo zio di Sandrino, rapitole dalle vicende del quarantotto. Dopo quell'epoca non lo aveva più riveduto. Sapendolo arruolato nell'esercito, si fece sposa al notaio del paese, che, appena divenuto padre d'Annina, la lasciò vedova. La madre perspicace aveva indovinata la reciproca simpatia dei due giovani, e n'era contenta; ma ora la vedeva troncarsi d'un tratto, rinnovandosi nella figlia la dolorosa istoria della sua gioventù: il primo amore perduto!

Finalmente ruppe il silenzio dicendo a Sandrino:

—A Roma colla protezione di vostro zio farete un rapido cammino, e travolto dalle ebbrezze della vita pubblica, al pari di lui, avrete ben presto dimenticato il povero villaggio, che vi vide nascere!

Annina esalò un profondo sospiro, e il giovane rispose:

—A Roma, lontano dal mio paesello, sarò isolato e infelice: voi sapete benissimo che non ho mai aspirato a grandezze: figlio unico, con una sostanza sufficiente per vivere agiato, io non desiderava altro che formare una famiglia tranquilla e contenta del paterno retaggio... ma mio padre la pensa diversamente, e mi ripete ogni giorno:—Che cosa vuoi fare in questo misero villaggio? Hai avuto una bella educazione, pensa a trarne partito,[2]non devi sacrificarti al pari di me nell'aridità dei piccoli affari domestici. Io basto a queste cure volgari, tu devi cercare maggiori soddisfazioni, seguendo le pedate di tuo zio; guarda un po' lui come è giunto in pochi anni al sommo del potere guadagnando onori e denaro, mentre io ho passata la vita come un minchione a far l'agente di campagna senza profitti che mi compensino delle noie. Ascolta i consigli della mia esperienza, lasciati slanciare da tuo zio nella vita pubblica, e un giorno sarai contento.... Ora, vi domando io che cosa posso rispondere?

La conversazione venne interrotta dall'arrivo del padre di Sandrino, il quale avendo ricevuto un telegramma dal fratello che ne annunziava per l'indomani l'arrivo, era corso subito dalla signora Matilde per pregarla di volersi recare con sua figlia a tener compagnia al ministro. Ringraziandolo di tale onore, essa rifiutò dapprima recisamente l'invito, ma quando venne assicurata che questo era un desiderio dello stesso ministro, il quale nelle sue lettere chiedeva sempre di lei, non seppe lungamente resistere al desiderio di rivederlo, e diede una cortese adesione. Quantunque avesse oltrepassato i quarant'anni, era ancora una bella donna, e poteva piacere a chiunque, e tanto maggiormente al ministro, il quale, trovandola libera, poteva forse risolversi a terminare lodevolmente un romanzo incominciato a vent'anni, sospeso come l'appendice d'un giornale, per motivo della politica, mentre probabilmente dopo l'ultima riga il desiderio aveva scritto la solita frase:sarà continuato.

Così il villaggio si apparecchiava a ricevere Sua Eccellenza, che pretendeva di giungere nel più stretto incognito, mentre a sua insaputa tutti i giornali annunziavano il suo viaggio, che suscitava diverse passioni, facendo sperare impieghi e onorificenze, risvegliando vecchi amori assopiti, minacciando di rompere il filo di nuove affezioni, germogliate sul ceppo delle antiche. Qualche corrispondente dei più accreditati periodici, non avendo niente da raccontare agli ingenui lettori, si era anche immaginato di attribuire un motivo politico al viaggio del ministro; e l'opposizione faceva degli articoli di fondo, e dava dei consigli al governo sull'argomento.

**   *

Intanto il ministro aveva presa una vettura chiusa, e per maggiore precauzione aveva abbassate le tendine per giungere segretamente al villaggio; e mentre i cavalli andavano al trotto, egli si era assopito e sognava le delizie del riposo e della solitudine. Tutto a un tratto si risveglia allo scoppio di alcuni mortaretti, che gli ricordarono la macchina infernale di Fieschi[3]e le bombe d'Orsini.[4]Allo scoppio succedette l'inno nazionale con trombe reboanti, striduli clarinetti e il solito accompagnamento di gran cassa, e tamburi e applausi iterati di popolo. Alzò le tendine, sporse la testa dallo sportello della vettura, e vide, orribile aspetto! un arco trionfale vestito di verdi fronde e sormontato da iscrizioni,fiancheggiato da immensa folla e da un codazzo di veicoli paesani, che ambivano l'onore di servirgli di scorta.

Per merito di suo fratello gli venne risparmiato il discorso del sindaco, e nella sventura questo gli parve un guadagno considerevole. Entrando nel villaggio non riconobbe più il suo nido tranquillo; non vedeva che tappeti e bandiere. I tre colori per quali aveva congiurato in gioventù, si era battuto coraggiosamente contro gli austriaci; quei colori tanto desiderati una volta come simbolo di libertà, erano divenuti la sua persecuzione costante, dalla quale non giungeva a liberarsi nemmeno in cima a' suoi monti. Due sogni avevano sorriso alla sua gioventù, l'amore d'una fanciulla, e la speranza della libertà della patria; il più facile era svanito, il più difficile si era mutato in realtà, a tal punto da morirne sotto il peso della dimostrazione continua.

Giunto a casa fra la polvere e il frastuono assordante degli applausi, della musica, dei mortaretti e delle campane, dovette ricevere le autorità, i maggiorenti ed il clero, stringere mille mani, sorridere, interrogare, rispondere, mostrarsi lieto e soddisfattissimo di tanta festa, onoratissimo e beato di tante dimostrazioni.

Poi strinse al seno i parenti, giovani e vecchi, salutò cordialmente i domestici, i coloni, i loro bambini, le balie e i conoscenti, e finalmente chiese la grazia di ritirarsi nella sua stanza, ove chiuse l'uscio a doppio giro di chiave, cadde sul canapè, mandò un profondo sospiro, e sentì il bisogno di stirarsi e di respirare in libertà, a pieni polmoni.

Poi chiuse gli occhi, e cercò di dormire; ma l'eco dell'inno nazionale gl'intronava sempre gli orecchi, le stonature del clarinetto gli avevano urtati i nervi e gl'impedivano il sonno. Dopo d'aver preso alla meno peggio[5]un qualche riposo, si decise finalmente di aprire la finestra, e quello fu l'istante più beato del giorno. Sentì l'aria pura e imbalsamata del paese nativo che gli sbatteva sul viso, ne riconobbe il profumo, gli parve che quegli aliti montani dissipassero la nebbia che gli offuscava la mente. Gli scomparvero come per incanto gli anni trascorsi, perdette la memoria delle lotte sanguinose, dei tumulti del parlamento, del febbrile lavoro del ministero, e li credette un sogno di malato. Difatti le cime de' suoi monti, i casolari delle colline, le brune chiome del bosco che gli stavano davanti, non avevano punto mutato d'aspetto. Riconobbe la casa bianca sul poggio, respirò con voluttà l'esalazione del fieno recentemente reciso, guardò con affetto l'orto paterno e la vigna che portava ancora i suoi grappoli. Rimase lungamente estatico a quella finestra, contemplando quel panorama così eloquente al suo cuore.

Poi aperse l'uscio, accolse il fratello e il nipote... e chiese subito della signora Matilde.

—È qui abbasso che ti aspetta,—gli disse il fratello,—l'ho pregata di pranzare con noi.

—Ah! eccola anzi che ci viene incontro,—disse il ministro, correndo verso l'Annina che saliva le scale, e che, sorpresa all'improvviso, divenne rossa come una bragia.

Il fratello fu pronto a dargli una tirata ai lembi del vestito, dicendogli all'orecchio:

—T'inganni... questa è sua figlia.

Il ministro si accorse subito dell'errore, e seppe dissimularlo colla prontezza abituale degli alti magistrati quando s'avvedono d'aver detto una corbelleria. La prese per le mani, la contemplò con emozione dicendo:

—Tal quale sua madre... alla sua età....

Sbalordito al risvegliarsi di tante memorie, assorto nella contemplazione d'una natura sempre fresca di perenne giovinezza, vedendo che fuori dalla finestra, i monti, le colline, il bosco, le case, l'aria, la luce, tutto era al suo posto, tutto conservava l'antico carattere, egli si era dimenticato per unistante che gli uomini e le donne non hanno la stessa fortuna, ed alla apparizione della fanciulla gli parve di vedere la sua Matilde, quando aveva diciott'anni. Scese le scale, la vide finalmente, e gli parve che, quantunque ancora bella, non fosse più dessa. Con isquisita galanteria seppe dissimulare la sua impressione, le prese la mano affettuosamente, gliela tenne stretta a lungo, e guardandola teneramente le andava ripetendo:—Vi ricordate? vi ricordate? Oh i begli anni che non tornano più!—e si passava la mano sulla fronte, e sul capo divenuto calvo e brizzolato di capelli bianchi. Gli anni erano passati anche per lui!... e le rughe del volto gli marcavano le passioni e le lotte del tempo.

La mensa, composta di pochi amici, fu lieta, espansiva, cordiale. Si parlò dapprima del passato, dei compagni dell'infanzia, poi si passò a ragionare degli avvenimenti politici, delle fortune d'Italia e della grandezza di Roma, e tutti invidiavano la sorte di Sandrino che coll'influenza dello zio avrebbe preso un bel posto nella vita pubblica. A tali discorsi Annina abbassava gli occhi, e soffocava i sospiri.

Il ministro colla sua abitudine d'osservazione sorprese più volte lo scambio degli sguardi fra Sandrino e l'Annina, e non tardò molto a penetrare il mistero del loro amore.

Alla sera fu illuminato il villaggio, e vennero slanciati dei fuochi d'artificio, che a giudizio dei più vecchi non s'erano mai veduti.

Finalmente, prima d'andare a letto, il ministro disse al fratello:

—Domani parleremo dell'avvenire di Sandrino: sono deciso di condurlo a Roma, ma prima voglio intendermela[6]con lui. Domattina lo chiamerò per tempo nella mia stanza, voglio dargli una buona lezione! La nostra gioventù perde la bussola, io lo metterò sulla buona strada. Intanto felice notte.

I circostanti risposero:—Felice notte, buon riposo,—e sene andarono a letto, tutti contenti e pieni di speranze per l'avvenire... meno l'Annina.

**   *

All'indomani per tempo, il ministro, come aveva promesso, fece chiamare Sandrino, e, fattoselo sedere dirimpetto, gli disse:

—Dimmi francamente, vieni a Roma volontieri?

—Io, sì, s'immagini!—rispose freddamente il giovane.

—E che cosa vuoi fare a Roma?—soggiunse lo zio.—Credi forse di venir a fumare il sigaro tutto il giorno pel corso,[7]di fare all'amore con tutte le belle, e di giuocare al bigliardo?

—Nemmeno per sogno,—saltò su a dire il ragazzo;—vengo per lavorare sul serio, per farmi una posizione!

—Una posizione! ma che posizione vuoi farti? Tu non vuoi certamente che ti dia un incarico che non meriti, tu non pretendi che io metta alla porta uno de' miei impiegati per farti sedere al suo posto. Tu devi ben sapere che queste cose non si fanno, nè si possono fare checchè ne dicano i giornali d'opposizione. Ove diavolo[8]intendi dunque di andarti a nicchiare?

—Ma!—rispose l'altro, restando colla bocca aperta, e guardando il soffitto.

Suo zio lo esaminava attentamente, poi continuò:

—Facciamo una supposizione: supponi di entrare in un ministero come applicato di terza classe, a che cosa speri di pervenire?

—Che so io!... non me ne intendo.

—Te lo dirò apertamente. In capo a vent'anni di lavori forzati tu non guadagnerai tanto da mantenere la famiglia. Avrai passato i più begli anni della vita nell'aria viziata d'una camera, seduto ad ore fisse sopra un duro sedile, sotto la sorveglianza di un usciere. Oh, la bella vita!

—E il babbo che s'immagina che con la vostra influenza io possa correre una brillante carriera....

—Ebbene, egli ha torto; ma supponiamo per un momento che egli abbia ragione, supponiamo pure che tu sia un ingegno superiore, di quelli che si fanno largo dappertutto; che s'impongono al governo con un'attitudine rara, con servigi esuberanti; supponiamo che la fortuna ti sorrida, e che tu possa diventare Prefetto di Napoli, Senatore e Ministro! Ebbene, sei contento? spero che non vorrai ambire un posto più alto! ebbene, mio caro amico, io ti compiango in anticipazione, perchè tu sarai sempre infelice!

"Ascoltami giovinotto, la vita pubblica è un aspro cammino, pieno di rovi e di sterpi, è una lotta continua che consuma le forze, inaridisce il cuore, distrugge le intime affezioni, condanna all'adulazione degli ingrati, e ci procura l'odio e le maledizioni degli ambiziosi delusi, degli avari disingannati, degl'imbroglioni smascherati ed offesi. Bisogna camminare ogni giorno faticosamente nel fango delle umane passioni, e calpestare dei serpenti!

"Ah, mi dirai che ci sono i gran giorni, i tripudi della gloria, le soddisfazioni del potere, la fama che vola. Ah, amico mio, tutte queste cose non valgono i beni perduti... la libertà... l'amore... la scienza... la vita insomma colle sue burrasche, ma colle sue bonaccie, colle sue gioie tranquille, serene, nel seno della famiglia!

"La mia generazione ha dovuto subir tutto per fare l'Italia; la nostra vita era consacrata a questa idea: si voleva vincere o morire, e ne valeva la pena, perchè un popolo schiavo non è che un vile branco d'animali. Abbiamo vinto, coll'aiuto di Dio, e malgrado tutte le nostre sciocchezze, ora l'Italia è fatta, e voi fortunati che non avete che a conservarla e farla migliore! Ora non è nei banchi dei ministeri che si farà prosperare l'Italia, ma bensì colle cure della vita privata, migliorando l'agricoltura, le industrie, le arti, il commercio, creando delle famiglie oneste, colte, operose, lavorando ciascheduno al proprio posto, pel bene di tutti. Se il dovere ci chiama a servire pubblicamente il paese, non è lecito rifiutarsi, bisogna concorrere in tutti a sopportare certi incarichi noiosi ma indispensabili, ma bisogna giudicare queste funzioni come un peso necessario, non come una scala dell'ambizione o dell'interesse. Questo è lo scopo che devono prefiggersi i galantuomini che non hanno bisogno del pane del governo, e fortunati loro e la patria se vogliono intenderla. In quanto a te, mio Sandrino, vuoi che ti dica francamente che cosa io farei, se fossi al tuo posto? Vorrei sposare l'Annina, formare una buona famiglia, migliorare i miei campi, e servire il paese raddoppiando i prodotti del suolo. La vita sociale bene intesa, non deve contrariare gl'istinti, ma secondarli. Nella scelta dello stato non dobbiamo consultare l'ambizione, ma le nostre naturali inclinazioni, che, coltivate a dovere, daranno utili risultati. Da tale condotta derivano la fortuna e la felicità. Tu che le hai sulla porta, non andare a cercarle da lontano. Ami l'Annina; è una buona e bella ragazza; devi sposarla, e sarete felici."

—Ma chi le ha detto, caro zio, che amo l'Annina?

—Nessuno. Se me l'avessero detto, potrei dubitarne; ma l'ho veduto co' miei occhi, e m'inganno di raro. Vuoi negare che l'ami?

—Non posso negarlo, ma che cosa direbbe mio padre, se rovesciassi tutto il suo piano sul mio avvenire?

—Come tutti gli uomini semplici, tuo padre è felice senza saperlo; tocca a me illuminarlo, e non mi sarà difficile di convincerlo che fu sempre più felice di suo fratello ministro!

—Dunque non avete più l'intenzione di condurmi a Roma?

—Anzi domani partiamo. Anche coloro che servono il paese restando sotto al tetto che li vide nascere, devono visitare l'Italia. È così bella, e poi conoscere la patria è undovere per chi può farlo, ed è una scuola che può sempre servire. E poi vedrai quello che non conosci, avrai tempo di meditare la grave questione della scelta dello stato, e fra un mese potrai scegliere fra un impiego, o un bel regalo di nozze per la sposa. Accetti la mia proposta?

Sandrino gettò le braccia al collo di suo zio... e all'indomani partirono. Un mese dopo Sandrino ritornava al suo villaggio con un magnifico presente dello zio ministro all'Annina, che col pieno consenso paterno diventava sua sposa. Era beato d'aver veduto Roma... e d'essere tornato a casa, e si mise sul serio ad utilizzare i suoi studi di naturalista diventando un ottimo agricoltore.

Lo zio gli scrisse ultimamente da Roma una lunga lettera, che si può compendiare in queste poche parole: "Apparecchiami l'appartamento verso le colline. Finalmente posso anch'io ritirarmi dalla vita pubblica, e voglio finire i miei giorni nella pace del mio villaggio, in seno d'una famiglia felice."

antonio caccianiga.


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