CAPITOLO VII.L'arte del Leopardi.

Da te, mio cor, quest'ultimoSpirto, e l'ardor natio,Ogni conforto mioSolo da te mi vien[411];

Da te, mio cor, quest'ultimoSpirto, e l'ardor natio,Ogni conforto mioSolo da te mi vien[411];

Da te, mio cor, quest'ultimo

Spirto, e l'ardor natio,

Ogni conforto mio

Solo da te mi vien[411];

e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra, dice al proprio cuore:

Posa per sempre. AssaiPalpitasti. Non val cosa nessunaI moti tuoi, nè di sospiri è degnaLa terra[412].

Posa per sempre. AssaiPalpitasti. Non val cosa nessunaI moti tuoi, nè di sospiri è degnaLa terra[412].

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, nè di sospiri è degna

La terra[412].

Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è tutto? E come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come il Rousseau celebra il Leopardi la sensitività. Nel suocormentalismoil Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un certo equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento.

Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel Leopardi, com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora è cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia del Leopardi intitolata appuntoL'Infinito, e confrontisi con questopasso di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout. Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je ne raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une sorte de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais avec ravissement à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me perdre en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers; j'aurais voulu m'élancer dans l'infini»[413]. A queste parole, e a quelle del poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per una parte nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi romantici d'ogni lingua.

Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza e dignità che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia, giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, nel romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente. Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito da alcuni un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che maniera, la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella conclusione che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men classico che romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a conoscere, se non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella di poeta e di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che la ragion prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; ma ce ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare la professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una menomazione dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a un officio stabile. Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. René, Obermann, non si sa che cosa facciano. Rolla non ha imparato a far nulla:

Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414].

Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414].

Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:

Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,

Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414].

Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con le parole:Re delle cose, autor del mondo, e dove il poeta si vanta d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua religione[416].

Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni, in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la letteratura e l'arte.

Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora, che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poemadell'Arici se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso, non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418].

Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; «la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al volgo come ai letterati». Voleva rifattoil di fuori e il di dentro della prosa, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420], che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di rifare ogni cosa?

L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere al Giordani egli accennava ad una letteraturanon segregata dal popolo, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de' nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni, i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de' loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate», e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia; e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù dello storico, senza però volere far opera storica propriamente, ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che «il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuaderedal far versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre formola:l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo[429].

Fu notato da un pezzo che ilConsalvo, a cominciare dai nomi dei personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quellaStoria di un'animache il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430]. Una specie diWerther, come si vede.

Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata la lingua italianasovrana, immensa, onnipotente, di gran lunga superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi gli entrava qualche dubbiocirca l'assoluta superiorità della lingua italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti, s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina, italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante, e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore, non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva, come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoioramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose[435].

I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse adoperata in luogo del verso[436].

Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europala letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue relazioni con l'Antologia, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei più grandi scrittori del tempo.

L'Antologia, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica, e fece, con più temperanza, in Italia quello che ilGlobein Francia. Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del classicismo, davano assai volentieri addosso all'Antologia, non sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e di che più gli piacesse, il Leopardi nell'Antologianon istampò se non un saggio delleOperette morali[438]; ma non è quasi lettera sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre non celava punto il proprio disprezzo per laBiblioteca Italiana, con la quale ben presto si ruppe, e pelGiornale arcadico, entrambi avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'Antologiadava il Tommaseo, combattendola mitologia: «scrivere come il cuore li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole in tutto consone a queste.

Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani, gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826, leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano troppo che al possibile autore dellaStoria di un'animanon avesse almeno a piacere ilWerther; ma è da ricordare che il Leopardi non seppe di tedesco.

Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444], parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto, lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale, dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in Italia, non una parola[446].

Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe, in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818, stampate in Roma le due canzoniAll'Italia e Sul monumento di Dante, il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'ultima gloriadella patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava «tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un romantico?

Ladivinizzazioneche del Manzoni fece il Tommaseo nell'Antologia, e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del 1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine deiPromessi Sposi, scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio del Leopardi suiPromessi Sposi, sfavorevole nei rispetti civili, ma nonin quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco, ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo, meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455].

Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una città, il quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. Pisa piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale[456]. Non sappiamo quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico ciò che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo che il poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che fu comune ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario i pochi versi della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con desiderio:

O torri, o celle,O donne, o cavalieri,O giardini, o palagi! a voi pensando,In mille vane amenità si perdeLa mente mia.

O torri, o celle,O donne, o cavalieri,O giardini, o palagi! a voi pensando,In mille vane amenità si perdeLa mente mia.

O torri, o celle,

O donne, o cavalieri,

O giardini, o palagi! a voi pensando,

In mille vane amenità si perde

La mente mia.

Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsiche in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è da notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, la poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate, non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamaronoesotismo[457]. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento, il cuore.

Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi, di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori, il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche e metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo sciolto: come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto, che in Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel capo di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione; e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè stesse, attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo qual modo, oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto; non corse dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare i periodi; non credette che la virtù somma dello stile stesse nel pittoresco[458]. Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici nostri; e se desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata, fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava fosse «da cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da' greci quanto a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così forme come parole»[459]; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente, perspicuo, ma un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto avrebbe voluto, e senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti, di quegli ardoridi cui più si compiacevano i romantici. Ancora il Leopardi cura la composizione quanto i romantici la trascurano, e se quelli molte volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno nei versi che nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della inspirazione, il personale e l'impersonale, con senso della proporzione e con aggiustatezza che da quelli non si conobbe.

Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, come il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici; sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è assai più romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a paragone della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, di euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nell'arte, è assai più classico che romantico.

Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito e più distesamente.

Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte; direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co' proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino ad uncerto segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo laCommedia, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte, l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori, che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo, premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente, attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè, per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata, entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie inclinazioni.

Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto,non senza ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza; sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa.

L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato, avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della vita.

La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono, fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta, è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po'attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare un Leopardi autore di una vera e propria epopea (iParalipomeni della Batracomiomachianon sono se non satira), come non si riesce ad immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè di un romanzo (salvo che fosse ilromanzo di un'anima).

Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta, determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica, dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita. Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de' sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa, e torrete di mezzo al tempo stesso laDivina Commedia. Il tema e l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono.

Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto, dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamentel'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere fortune, o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo poetico di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale per ineluttabile influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo domina, e pel fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra. Poeta pessimista e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che l'uno supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato in modo immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può essere significato per via di persone, di azioni e di simboli, come altri poeti pur fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista in veste cristiana; ma fu un pessimista che visse assai, amò assai, godette assai, militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi d'America, errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia le vestigia delle divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e però non è meraviglia se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben s'intende, la facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far rivivere tante cose, sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al quale proposito osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait faire sa palette et amasser ses couleurs»[461]. Altrettanto si deve dire del Byron. Anche l'autore delDon Giovannigiudicò la vita uno stolto ed inutile sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo tutto, con quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior possibile intensità; e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema, nel dramma, le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo dà vita a un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di tenebre cupe e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla subitanea creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de Lisle non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui, pur concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore dellaGinestra, si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno rende immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia, l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, che, sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di metalli preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e del cielo, la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia,può il pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e voce: tragico, romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, petulante, beffardo nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico nel De Musset; deforme e delirante nel Baudelaire.

Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza, la chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men virtù che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella poesia è il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta ponderazione di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di parole, o stratagemmi d'immagini, intesi a far colpo e stordire il lettore, che sono così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia dell'Hugo. Sempre, per contro, idee facilmente intelligibili, e sentimenti facilmente comunicabili; onde avviene che anche chi non consenta col poeta nei principii e nelle illazioni, intende senza sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. La poesia del Leopardi è intellettiva e sentimentale; e come intellettiva, rifugge forse un po' troppo dalle immagini, che son quasi il tutto di altri poeti; e come sentimentale, si restringe forse a troppo picciola parte di sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima qualità è da dire che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto che l'immagine, non si muta se non di rado in argomentatore; che il primo germe delle sue poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, il poeta sa per tal modo fonderla col fatto concreto, col sentimento e la immagine, da far del tutto, almeno nei componimenti migliori, una unità indivisibile; e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, nè ostenta formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta alla seconda, è da dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, non si studia di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga in quella troppo fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per citare un esempio, il Lamartine[462]. Ed è l'intima fusione del sentimento con l'idea, e di entrambi con le immagini[463], quella che conferisce tanta e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, pure esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, ed essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesceun tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, velata, fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la poesia del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi, che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja; abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione e senza lasciare quella impressione digrigio su grigiodi cui un critico si lamenta[464]. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che se in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un sentire che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in più particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con laWehmuthe laSehnsuchtdei Tedeschi, e poco allignano in Italia; ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, ma quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e storia di popolo richiedano.

Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e forse s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto cominciano le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed elastico nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba propriamente intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino nello stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile fare l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni e reazioni, e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e psichico, per cui molte cause rimangono continuamente frustrate de' loro effetti, e l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da un'altra. Onde, salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna assai malsicuro, e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio.

Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una distinzione. Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondoi tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile. La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una persona che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del volto e la forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, che il poeta vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma vere e proprie idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta noi conosciamo un uomo che ordina, collega e governa le proprie idee, e riesce a vedere anche attraverso al proprio sentimento. Nè vi si nota quell'eccesso, sicuramente morboso, dell'egotismo, per cui l'uomo fatto estraneo a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità sua propria, e tanto nel modo di concepire, di sentire e di esprimersi studia e si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo inintelligibile, nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi a certi esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva e morale ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe in sommo grado erroneo ed ingiusto.

Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun che dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi, poi in attinenza col pensiero e col sentimento.

Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza, è consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano il tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il tutto; e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza loro crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura vogliono l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o si pervertono, quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero primamente e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire in mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie tanto da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche da chi abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto si scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di quelli; e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non faccia palese e certa testimonianza.

Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua?

Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam giànotato) non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. Luce e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, che anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di un dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista. Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine manuale non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè alla pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia sottrasse di pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore[465]. È da avvertire, per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non soltanto la condizione particolare e propria del poeta, ma ancora l'influsso che può avere esercitato sopra di lui una scuola, certa tradizione d'arte o certa qualità di studii. Che la tavolozza del Leopardi è povera, gli è un fatto[466]; ma non bisogna dimenticare che per lo spazio di un secolo l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il gusto, aveva fatto il possibile per togliere dalla tavolozza poetica qualsiasi colore.

Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione, a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per gli altri è unafesta degli occhi, doveva essere per lui un tormento; e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro; e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion dell'udito; laddove i molti animali che hanno assaimigliore vista e miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali nè uditivi.

Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come s'è già notato, da opere di scultura[468].

Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati, e spande intorno ladivina luce, l'alma luce, l'etereo lume, e colora il cielo delle rose dellatacita aurorae delle porpore del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettandoi tremoli rai, brilla sui campi, e fa rosseggiare iltetto del villanello industre, enaufrago uscendodalle nuvole antiche l'atro polo di vaga iridipinge, e


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