Un style clair comme l'aurore.
Un style clair comme l'aurore.
Un style clair comme l'aurore.
I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio, il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelleArti poetiche; non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare, e più e meno, secondo i casi e le convenienze.Le secret d'être ennuyeux, lasciò scritto il Voltaire,c'est de tout dire. Lo Spencer, che certo non è un simbolista, nota a questo proposito: «Scegliere, descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi che ne traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e suggerendo molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee e le espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di idee sia espresso col minor possibile numero di parole»[523]. Questa potenza di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto umano è sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose inanimate; e la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della suggestione soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente. E delle parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà, non solo come segni, ma anche, in una certa misura, come suoni; d'onde la conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non principale, come fu opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte dello scrivere, specialmente nel verso. Che poi la estensione e la intensità della suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo che la provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo che quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e su cui non accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti, e quanto più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma Dante è, nello stesso tempo, il più preciso dei poeti.
I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie delverso evocatore; ma hanno torto quando dicono che a suggerire più e meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise, le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini, delle parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli esempii si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porgeL'Infinitodel Leopardi. Abbiamo qui unermo colle, unasiepeche celaall'occhio molta parte dell'orizzonte, unventoche fa stormire, in passando, alcunepiante; termini definiti, concreti, che si apprendono senza la menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il menomo dubbio. La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta accenna più che non descriva; ma ilcolleè un colle, lasiepeè una siepe, ilventoè un vento, lepianteson piante; e questi nomi suscitano nei lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie di ciascuno, e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite e chiare e riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti il poeta si leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con esso lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del tempo infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità. Nulla si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero, e come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di suggestione di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li legge. La poesia che il Longfellow intitolòIl vecchio oriuolo sulla scala, dove la descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita nell'animo un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto fanno certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio della precisione e della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio. Certi oggetti e certi aspetti della natura, molto bene determinati e molto chiaramente veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo profondo, un accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori del tramonto, una scena di monti vigorosamente delineata e come scolpita sull'orizzonte, possono rapir l'animo del contemplante in un mondo meraviglioso e infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa di cui l'occhio mal discerna i contorni, ma allevaghe stelle dell'Orsa, e alleluciche sono ad essecompagne, volgeva Giacomo Leopardi il famoso saluto delleRicordanze, rammentando le tante fole ch'esse gli avevan suscitate nell'animo[524].
Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare, affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia,è fatto di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si derivano le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei precetti e degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono appunto l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura, o una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e curioso componimento cui pose titoloArt poétique, col precetto seguente:
De la musique avant toute chose,Et pour cela préfère l'impair,Plus vague et plus soluble dans l'air,Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;
De la musique avant toute chose,Et pour cela préfère l'impair,Plus vague et plus soluble dans l'air,Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;
De la musique avant toute chose,
Et pour cela préfère l'impair,
Plus vague et plus soluble dans l'air,
Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;
e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui viene tanta attrattiva allachanson grise, e raccomandato di preferir sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette, soggiunge:
De la musique encore et toujours!Que ton vers soit la chose envoléeQu'on sent qui fuit d'une âme en alléeVers d'autres cieux à d'autres amours.
De la musique encore et toujours!Que ton vers soit la chose envoléeQu'on sent qui fuit d'une âme en alléeVers d'autres cieux à d'autres amours.
De la musique encore et toujours!
Que ton vers soit la chose envolée
Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée
Vers d'autres cieux à d'autres amours.
I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del maestro, e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono a considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come gruppi di suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme, non già con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto pur ora qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe rivelato il gran segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil a rivelare, nel suoTraité du verbe, il proprio colore degli strumenti musicali, così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde: «Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus sont les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener les paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont rouges; le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la lueur des lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo colore, e se ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete, scegliendo e disponendo accortamente le parole, introdurre nel versotutta una orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da mettere accosto al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che una difficoltà sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il fenomeno della così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto ch'esso presenta tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui in cui si produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione del bianco, dà, all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o del nero; e che per conseguenza non è possibile di fondare sopra di ciò nè un principio nè un espediente dell'arte[525].
Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia risponda a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare l'efficacia che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama possono avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più remota, anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica, più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è vero ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica più fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene definiti ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì fatti, la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica, e chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della poesia dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi di costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo studio con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in Francia tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella rima che, magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso, era divenuta pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta quanta:
Oh! qui dira les torts de la Rime?Quel enfant sourd ou quel nègre fouNous a forgé ce bijou d'un souQui sonne creux et faux sous la lime?
Oh! qui dira les torts de la Rime?Quel enfant sourd ou quel nègre fouNous a forgé ce bijou d'un souQui sonne creux et faux sous la lime?
Oh! qui dira les torts de la Rime?
Quel enfant sourd ou quel nègre fou
Nous a forgé ce bijou d'un sou
Qui sonne creux et faux sous la lime?
I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono allarime opulente et pittoresque, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza, che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e altri bandirono la rima affatto, creando finalmente quelvers blanc, da noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe, accozzando persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli così?) di diciasette sillabe, inventando iversi senza misura, mescolando col verso la prosa, e magari laprosa libera; e quando non trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione stessa dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine.
Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco non breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo biasimo. Nel secolo scorso iversiscioltaipiù arrabbiati la vollero morta, ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare la legittimità delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca spontanea e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale domanda non si può rispondere in modo generale ed assoluto. Ognuno vede che la rima conviene più a certi temi e meno a certi altri, e che non tutte le forme sono egualmente adatte a riceverla. Che l'uso della rima induca assai volte a falsare o diluire il concetto, e a dire più o meno di quanto s'aveva nell'animo, è vero pur troppo; ma è altrettanto vero che la rima, adoperata con delicatezza ed accorgimento, può dare ai concètti e alle immagini un vigore, una perspicuità, un rilievo, che nessun altro mezzo potrebbe dar loro in egual misura. La parola che cade in rima raddoppia, in certo modo, la propria virtù impressiva; e tocca al poeta sapersi giovaredi tal guadagno. Ci sarebbe anche parecchio da dire del beneficio che può arrecare la rima concatenando in più sensibil modo le proposizioni e i concetti, e formando della strofe un tutto indivisibile, le cui parti si richiamano a vicenda e armonicamente si compiono. E molto più ci sarebbe da dire dell'officio ch'essa esercita come elemento musicale, se a far ciò non si dovesse entrare in troppi e troppo sottili discorsi. Certo si è che infinite poesie, di questo e di altri tempi, perderebbero il meglio dell'esser loro, se privati della rima e rifatte in isciolti. Provatevi a togliere alDies iraeil formidabile rinterzo delle sue rime o cupe o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane di quella sua misteriosa e sopraffattrice potenza. Così fatti esempii potrebbero essere moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio, tutto pratico, che la rima può, in molti casi, rendere al poeta, parmi sia pure da far qualche conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla libera formulazione ed espression del pensiero, e stimolando, per un'altra, la memoria, l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la rima forza il poeta a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile vena e lo forza ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare, per così dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad una tutte le facce. Che molte volte, durando in questa fatica, si riesca a trovati nuovi, altrettanto felici, quanto impensati, è noto a chiunque abbia composto versi con qualche amore e qualche studio. Non nego che quello stento del cercar la rima non possa alle volte sfreddar l'animo e stancare la inspirazione; ma, se si pensa che il lavoro del concepire, il quale più propriamente richiede l'opera della inspirazione, precede di solito, almeno per la parte più rilevante, il lavoro dell'esprimere; e che il concetto che primo si affaccia alla mente, e la espressione che prima vien sulle labbra non sono, di solito, i più acconci possibili; e che, finalmente, la poesia, come ogni altra arte, deve esser capital nemica della fretta; se, dico, si pensa a tutto ciò, si vede che questaremoradella rima non può, anche per questo rispetto, fare tutto il male di cui l'accagionano. Per concludere, parmi si possa dire che, almeno alla poesia lirica, la rima, adoperata a dovere, riesce più di giovamento che di danno, e che il poeta vero, ricco d'inspirazione e d'immaginativa, e padrone di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà far sì che il danno non si avverta, e si avverta molto bene per contro il giovamento.
Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse ciascuna entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna diuscirne e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si doleva nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro secolo si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti, che colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a mescolare le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la parola far l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione, troppo rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria, nuoce ancor più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero di cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia: hanno torto quando della poesia pretendono di fare una seconda musica, che operi sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè si faccia e si dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione e di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta quanto riescono imperfette le altre. La poesia non può fare sugli animi nostri quella stessa impressione che fa la musica, perchè non è la musica e non può essere la musica.
Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto può bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti.
Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che i sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande), e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro del simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò un degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo larga e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo poco scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò la prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia che denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influssodi Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto intellettuale e morale, ebbe a dire:
L'imagination inquiète et débileVient rendre nul en eux l'effet de la raison.
L'imagination inquiète et débileVient rendre nul en eux l'effet de la raison.
L'imagination inquiète et débile
Vient rendre nul en eux l'effet de la raison.
I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome diintellettuali, nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero; ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero, debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di questo si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichèintellettuali, sognativi. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni e parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e sono, di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte le impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee, detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza. Incapaci di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti e da tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio continuo di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà, e diventano pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi e delusi d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. Quando v'è in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri ben definiti, con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, quegli animi, respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono attratti dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta mille care illusioni.
Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali: credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta nè immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor novità, si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine dei loro libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei titoli che vi stampan su:Moralités légendaires, Neurotica, Les palais nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires,Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel, ecc., ecc.; nel sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o intraducibile significazione; nello scrivereAvant-direoRacontars préatablesin luogo diAvant-proposo diPréface, e in altre invenzioncelle di questo taglio. Si gloriano diautonomia estetica(così la chiamano); ma è curioso vedere come, avendo pochissima conoscenza delle cose del mondo, e anche minori dei grandi travagli dello spirito, questi originalissimi secondino, senz'avvedersene, molte, o sciocche o morbose tendenze di quella stracca ed esausta classe delle società nostre, che essendosi fatta legge suprema della eleganza, ha in dote inalienabile la miseria intellettuale e la noja. Si stimano incommensurabilmente profondi; ma a formar giudizio della profondità loro e di ciò che in essa si cela, non si può far meglio che trascrivere, tradotte, le parole con cui Alessandro Pope, sin dal 1727, cominciava il quinto capitolo della suaArte di sprofondarsi in poesia: «Ora io mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da tenere per prima massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che chiunque voglia riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire, detestare e rinnegare tutte le idee, usanze ed operazioni di quel pestilenziale nemico del genio, e distruggitore di belle figure, che da tutti è conosciuto sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo Stephan Mallarmé fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio smisurato, incomprensibile ed ineffabile, la cui troppa profondità di pensiero e singolarità di sentimento, non potendo accomodarsi della parola, erano sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla. Finalmente, cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò uno smilzo libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo modesto, e non novissimo, diFlorilège. Ahimè! da quel giorno il grande maestro cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il più grande dei poeti viventi e possibili.
Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano, riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di loro, e che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno di avere. Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere che ne ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori tra quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, sarà bene di recare qualche altra prova, in aggiunta aquelle che già si son potute rilevare in passando. Un poco innanzi al 1830, data famosa, come tutti sanno, nei fasti del romanticismo francese, Paolo Dubois scriveva nelGlobe: «Aussi, remarquez que dans les écrivains qui se produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni d'inspiration; tout vient de calcul: l'originalité est un système comme l'imitation; si les uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent l'extraordinaire; ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre à un effet qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même, ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur, prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi romantici; ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai procedimenti loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che Prospero Duvergier scriveva contro il jargonmystique et vaporeux, e Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura, se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di credere che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti di ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i romantici da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, cogli eufuisti d'Inghilterra, coipreziosidi Francia e con quelli di Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, e ci trovo, fra molt'altre, queste metafore:péché-qui-tête, che vuol dire bambino nato d'illegittimi amori;cimitière qui a des ailes, che vuol dire uno stormo di corvi;psalmodier l'alexandrin de bronze, che vuol dire sonar le campane;sage-femme de la lumière, che vuol dire il gallo;quenouille vivante, che vuol dire non so bene se il montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar di meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso suo libro:Agudeza y Arte de ingenio, o quel buon uomo del Tesauro, quando andava speculando le antiche e le nuove lettere colCanocchiale aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione che serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica? E vedutala qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò nondimeno, originalissimi?
La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; ma la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando abbia il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino a questo giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma la opinione ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore se ne avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano volentieri a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare agli uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli altari, e un po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza o tardità che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il Maeterlick, paragonato da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non s'impermalisca del paragone. Ancora si vantano di non formare una scuola; e credono che ciò provi la potenza e l'autonomia degl'ingegni loro; e non s'avveggono che scuola, nel vero senso della parola, non può formarsi dove non sieno esempii che comandino la imitazione o principii chiari e sicuri in cui possano consentire gli spiriti.
I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare allarinascenza dell'anima, approfondendo i sentimenti, slargandoli, accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia insociale, sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero a giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano consorzio, e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e le comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti, e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile, si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono individualisti nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo che, per usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a magnificarlo Ola Hansson,gonfia a sè stesso incommensurabilmente il propriomondo e la propria misura: l'individualismo del Nietzsche, il quale non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche.
Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La considerazione puramente storica dei fatti umani, e il criterio così detto storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e comincia un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità di cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha: il desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente e severo dei fatti.
Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà, credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità che contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo nessuna forse fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I simbolisti si propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono, o perchè non riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa ai mezzi che si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato il regno della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza deve anteporsi alla verità, e non si curano di sapere che sia l'una e che l'altra, e se veramente contrastino insieme, e in qual modo e perchè. La loro estetica è la più elementare che possa immaginarsi, e il loro idealismo il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro. Vorrebbero restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la poesia nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una specie d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso dell'arte offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non, ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella chevuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato. Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta negli animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e fugaci; a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso, più intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di questi scarsi ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite!
E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi. Fuori di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a suscitare qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti gli anni a dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine molticolori; a spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa invenzione; a far nascere una piccola messe di versi giovanili che, in un paese dove così pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura da nessuno[526]; e a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse parole senza senso, o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali; bastò a tanto, ma non a più, e non fece altro bene nè altro male[527]. E già in Francia stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte dei simbolisti; ed Emanuele Signoret, nella rassegnaLa Plume, parla di una novissima e baldanzosa generazione di poeti, i quali mettono tutti in un fascio i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano ogni cosa nelle gemonie della repubblica letteraria.
Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che il simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo, dal quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad esso la interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo prima, il realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo,simile a liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al vaso, che li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo maggiore sarà stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di essersi ribellato alla tirannide naturalistica[528]; e l'opera sua andrà a beneficio di qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e meglio equilibrata.
Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi esteti, non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o simbolisti. Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono?
Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del genere umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra sia la contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per quanto è possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita estetica, una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino a lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a questo non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della triade ne tengono un solo, il bello.
Rien n'est beau que le vrai,
Rien n'est beau que le vrai,
Rien n'est beau que le vrai,
lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e disse:
Rien n'est vrai que le beau;
Rien n'est vrai que le beau;
Rien n'est vrai que le beau;
e il Verlaine soggiunge:
Le rare est le bon;
Le rare est le bon;
Le rare est le bon;
finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo:Qu'importe,si le geste est beau?Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale.
Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto, che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero.
Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine; e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre. E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini.
Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno nè l'altro.
Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano: quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si dàbellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione, e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo.
Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono, ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti, e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita, della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè? Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è quel tendere in alto ch'è come un simbolodi elevatezza morale; c'è una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione, in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in tutto[531].
Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse ragione, purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto lontano, avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo della evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da ogni altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra banda, è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi e variandosi senza fine gli elementi e i moti della vita interiore, la psiche divenga sempre piùsuggestionabile, e piùsuggestivol'oggetto delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle associazioni più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con esso; così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea ne suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non essere; ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam già tali che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga in noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo con tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee, d'immagini, di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione riesce infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime che si aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o dapiù oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o almeno si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più irriducibile a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo alle tarde.
Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque la legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con gli altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se non così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior virtù di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta parte, confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per gl'individui componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, tanto più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman l'un l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce e la distingue dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa e vede i colori; ma, in certe determinate condizioni, non può veder l'uno senza vedere immediatamente il suo complementare. Rechiamo un esempio. In origine il sentimento religioso, formato di paura, di desiderio, di speranza, e, in qualche misura, da prima assai scarsa, di amore, è un sentimento promiscuo, il quale si lega e si confonde in mille guise cogl'interessi e le passioni della vita pratica, sia individuale, sia sociale. Il credente invoca il suo dio in tutte le proprie occorrenze, in tutti gli atti proprii, così buoni come cattivi, e, non esaudito, lo vitupera, o gli ricusa l'offerta. La religione è religione di Stato[532]. A poco a poco il sentimento religioso si disviluppa, si determina, si chiarisce, e diventa il puro, o quasi puro sentimento del divino, il quale, essendo molto più semplice dell'antico, è, nondimeno, atto ad impegnare tutta intera l'anima del credente, ea muoverne tutta la vita, così l'interna come la esterna. Il medesimo deve avvenire del sentimento estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti hanno torto quando, ora come ora, parlano di bellezza pura, di pura emozione estetica, di puro giudizio estetico: nè la prima si conosce, nè la seconda si dà, nè il terzo è possibile. E Giovanni Herder era insomma nel vero quando diceva belle essere solamente quelle cose che esprimono in qualche modo l'idea della felicità.
Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe diventare, non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei supremi interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni, da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; il che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se non per altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto in tanto lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare più lontano e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio e la preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre la parte dello spirito più torbida e vile ha virtù educativa a nessun'altra seconda. È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; ma non è bene che se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro che dal gusto o dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, disprezzano ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri uomini non hanno nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, danno a conoscere, malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, una singolare angustia di mente, e di non intendere nemmeno che ciò che essi disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla esistenza di ciò che adorano.
Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto dell'assoluta indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e tanto abusata formola:l'arte per l'arte. Ora, questa formola, intesa in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale, non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa vera a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco a poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna a volere, in avvenire, districarsene sempre più,per quanto l'unitàdella psiche e della vita gliel potranno concedere. La funzione artistica diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e lo Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per quella formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla a spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro non sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli animi un semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo proposto, più o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di produr negli animi anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai grandi esempii, non ci parrà che essi dieno troppa ragione agli esteti. Che diremo di alcuni dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, dell'Iliadepare abbiano inteso, innanzi tutto, di glorificare il loro popolo. Virgilio volle, sì, nell'Eneide, far opera d'arte, ma volle, anche più, celebrar la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. E Dante? che avrebbe risposto Dante a chi gli avesse detto che la Commedia non è se non un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, il molle e frivolo Orazio, non ha egli una filosofia, e non si studia d'inculcarla a chi l'ascolta? Le statue greche sono forse pure opere d'arte per noi, ma non furono nel tempo in cui offrivano agli occhi bramosi degli uomini le immagini sacre dei numi e degli eroi. E qui una osservazione non sarà fuor di proposito. Si può dire che le opere d'arte tanto più assumono carattere di pure opere d'arte quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono cancellate, o dimenticate, le attinenze loro coi bisogni e con le operazioni della vita pratica, ed è, per questo rispetto, attenuata la significazione loro.
La scienza puòdisinteressarsida tutte l'altre cose umane assai più che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu detto del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre più, da tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto l'uomo e tutta la vita.
Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organiindipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti: anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona, tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi e funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, quella qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, ch'è la integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio e fomite di turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni dell'organismo sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, e tutte subordinate ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè ciò fa che sieno meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, quelle disarmonie e quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre sembrano contrastare al fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano il conseguimento.
L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca solitario in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può ignorare la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli esteti le vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace, e come le piace, non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere conferito; giacchè se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello spirito, non è però, nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi con l'altre; e quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a tutte, ma nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o schifano la scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito; ma, nulladimeno, è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine e quel nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, e se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia rapire dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende sè stessa e cade nella impotenza e nel ridicolo.
La formolal'arte per l'arteha dunque una parte di vero e una parte di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa:l'arte per l'uomo.
Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo; un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a furia di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar la vita in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosamemoria. Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio contemplar la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite ond'è pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, e fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro di umanità, d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes del romanzo dell'Huysmans.
E ora veniamo alla conclusione.
La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale e più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile per un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle était le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus en plus, se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident, en effet, que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus, car elle est l'intelligence même du siècle»[533]. La reazione ha sfatate queste speranze di vittorioso e indefinito progresso[534]. Il naturalismo pretese di annichilare la persona dell'artista nella immensità della vita e della natura; la reazione asserì che in arte l'anima dell'artista deve contare, non pur qualche cosa, ma assai, e inclinò, passando il termine del giusto, a considerar l'opera d'arte solo come un segno rivelatore, o un simbolo, dello spirito che la crea. La reazione s'adoperò inoltre a restaurare il senso e il culto della bellezza e dell'arte, e a distogliere lo spirito da quella pura contemplazione storica delle cose umane che potrebbe, a lungo andare, stupefarne la spontaneità e la energia.
Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di uneffetto cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le ha scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo, e l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e la scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu creduto un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come testè si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e dell'una e dell'altra non si può reggere.
Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano: la scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira dell'idea sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde. Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di scarso valore artistico[535]. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno che l'ha fatta nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime. Comunque sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo vivrà che contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma quella che saprà armonizzarsi con esse; non quella che si apparta nel sogno, ma quella che si mescolerà con la vita; non quella che rimpiange il passato, ma quella che anticipa l'avvenire. La reazion presente, malgrado suo, non avrà fatto se non ispianare a quell'arte nuova la via.