Giorgio. — Io non so fino a che punto di felicità potrà giungere l'umanità; ma son convinto che si starà tutti il meglio possibile, e che si cercherà sempre di migliorare e di progredire: e i miglioramenti non saranno più come oggi a vantaggio di pochi e a danno di molti, ma saranno a benefizio di tutti.Beppe. — Magari! ma quando sarà questo? Io son vecchio, e ora che so che il mondo non andrà sempre così, mi dispiacerebbe di morire senza avere visto almeno un giorno di giustizia.Giorgio. — Quando sarà? che ne so io. Dipende da noi: più ci daremo da fare per aprire gli occhi alla gente, e più presto si farà.Un bel passo già si è fatto. Mentre anni or sono pochissimi predicavano il socialismo ed erano trattati da ignoranti, da matti, o da arruffoni, oggi l'idea è conosciuta da molti; ed i poveri, che prima soffrivano in pace, o si rivoltavano spinti dalla fame ma senza coscienza delle cause e dei rimedii dei loro mali, e si facevano ammazzare o si ammazzavano tra di loro per conto dei signori, oggi in tutto il mondo si agitano, s'intendono tra di loro, si rivoltano con l'idea di sbarazzarsi dei padroni e dei governi, e non contano più che sulle proprie forze, avendo finalmente incominciato a capire che tutti i partiti, in cui si dividono i signori, sono tutti egualmente loro nemici.Attiviamo la propaganda, ora che il momento è buono; stringiamoci tra di noi, che abbiamo capito la questione; soffiamo nel fuoco che cova in mezzo alle masse; profittiamo di tutti i malcontenti, di tutti i movimenti, di tutte le rivolte; diamo un colpo vigoroso, non abbiamo paura, e presto presto la baracca borghese andrà all'aria ed il regno della libertà e del benessere sarà incominciato.Beppe. — Sta bene, ma badiamo a non fare i conti senza l'oste. Levare la roba ai signori, è presto detto, ma ci sono i carabinieri, le guardie di P. S., i soldati; e, adesso che ci penso, ho paura che le loro manette, i lorovetterli, i loro cannoni sieno fatti, più che per altro, proprio per questo: per difendere i signori.Giorgio. — Questa è cosa che si sa, mio caro Beppe, che la polizia e l'esercito ci stanno per tenere a freno il popolo ed assicurare la tranquillità dei signori; ma se essi hanno i fucili ed i cannoni, non è mica detto che noi dobbiamo far la guerra con le mani in mano. I fucili sappiamo spararli anche noi e con l'astuzia, o con l'audacia possiamo procurarceli; poi vi sono la polvere, la dinamite e tutte le materie esplosive, le materie incendiarie e mille arnesi che, se in mano al governo servono per tenere schiava la gente, in mano al popolo servono per conquistare la libertà. Le barricate, le mine, le bombe, gl'incendii sono i mezzi con cui si resiste agli eserciti, e noi non ci faremo pregare per servircene. Si sa bene; la rivoluzione non si fa mica con l'acqua santa e con le litanie.D'altra parte, considerate che i poveri sono l'immensa maggioranza, e che se arrivano a capire e gustare i vantaggi del socialismo, non vi è forza al mondo che possa costringerli a restare come stanno. Considerate che i poveri sono quelli che lavorano e producono tutto, e che, se solo una parte importante di loro sospendesse il lavoro, ne avverrebbe tale uno sfacelo, tale un panico che la rivoluzione s'imporrebbe subito come unica soluzione possibile. Considerate pure che i soldati, in generale, sono essi stessi dei poveri, obbligati per forza a far da sbirri e da carnefici ai loro fratelli, e che non appena avran visto e capito di che si tratta simpatizzeranno, prima in segreto e poi apertamente, per il popolo — e vi persuaderete che la rivoluzione non è poi tanto difficile quanto può parere a prima giunta.L'essenziale è di tener sempre presente l'idea che la rivoluzione è necessaria, di esser sempre disposti a farla, di prepararcisi continuamente...e non dubitate che l'occasione, spontanea o provocata, non mancherà di presentarsi.Beppe. — Tu dici così ed io credo che tu abbi ragione. Ma vi sono anche quelli che dicono che la rivoluzione non serve, e che le cose si maturano da loro. Che te ne pare?Giorgio. — Dovete sapere che da che il socialismo si è fatto potente, ed iborghesi, vale a dire i signori, hanno incominciato ad aver paura sul serio, si stanno tentando tutte le vie per stornare la tempesta ed ingannare il popolo. Tutti hanno incominciato a dire che sono socialisti, financo gl'imperatori... e vi lascio pensare che specie di socialismo hanno messo insieme. Di mezzo ai nostri stessi compagni sono anche usciti, purtroppo, dei traditori che, allettati dall'importanza che i borghesi davan loro per attirarli, e dai vantaggi che potevano ottenere abbandonando la causa rivoluzionaria, si sono messi a predicare le vie legali, le elezioni, le alleanze coi partiti, che essi dicono affini, e così si sono fatti un posto in mezzo alla borghesia e trattano da matti o peggio quelli che vogliono far la rivoluzione. Parecchi continuano a dire che la rivoluzione vogliono farla essi pure, ma intanto... vogliono essere nominati deputati.Quando qualcuno vi dice che la rivoluzione non è necessaria, o vi parla di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, o di far causa comune con una frazione qualsiasi della borghesia, se è un compagno vostro, che lavora come voi, cercate di persuaderlo del suo errore; se invece è un borghese o uno che vuol trovar modo di diventar borghese, consideratelo come nemico e tirate innanzi per la vostra strada.Basta; un'altra volta parleremo più a lungo di queste questioni. A rivederci.Beppe. — A rivederci; e son contento che mi hai fatto capire molte cose che, adesso che me le hai dette, mi pare impossibile come non le avessi pensate prima. A rivederci.Beppe. — Aspetta; giacchè ci siamo, tanto per non lasciarci a becco asciutto, andiamo a bere un gotto, ed intanto ti domanderò qualche altra cosa.Tutto quello che hai detto, io l'ho capito... e poi ci penserò sopra e cercherò da me stesso di persuadermi meglio. Ma tu non mi hai detto quasi nessuna di quelle parole difficili, che sento dire sempre quando si parla di queste cose, e che m'imbrogliano il capo perchè non ci capisco nulla. Per esempio, ho inteso dire che voialtri sietecomunisti,socialisti,internazionalisti,collettivisti,anarchici, e che so io. Si può sapere precisamente che significano queste parole e che cosa siete davvero?Giorgio. — Ah! giusto, avete fatto bene a domandarmi questo, perchè le parole sono necessarie per intendersi e distinguersi, ma quando non si capiscono bene, generano una grande confusione.Dunque dovete sapere che isocialistisono quelli i quali credono che la miseria è la causa prima di tutti quanti i mali sociali, e che fino a quando non si sarà distrutta la miseria, non vi sarà modo di distruggere nè l'ignoranza, nè la schiavitù, nè l'ineguaglianza politica, nè la prostituzione, nè alcuno di tutti quei mali, che mantengono il popolo in così orribile stato, e che pure sono un nulla di fronte alle sofferenze che vengono direttamente dalla miseria stessa. Isocialisticredono che la miseria dipende dal fattoche la terra e tutte le materie prime, le macchine e tutti gli strumenti di lavoro appartengono a pochi individui, i quali dispongono perciò della vita e della morte di tutta la classe lavoratrice, e si trovano in continuo stato di lotta e di concorrenza non solo contro iproletarii, cioè quelli che non tengono niente, ma anche tra di loro stessi per strapparsi l'un l'altro la proprietà. Isocialisticredono che abolendo la proprietà individuale, cioè la causa, si abolirà nello stesso tempo anche la miseria che ne è l'effetto. E questa proprietà si può e si deve abolire, perchè la produzione e la distribuzione della ricchezza debbono esser fatte secondo l'interesse attuale degli uomini, senza nessun rispetto per i cosiddetti diritti acquisiti, cioè i privilegi che i signori d'adesso si arrogano, colla scusa che i loro antenati furono più forti, o più fortunati, o più birbanti, o, sia pure, più laboriosi e più virtuosi degli altri.Dunque, intendete bene, spetta il nome disocialistaa tutti coloro che vogliono che la ricchezza sociale serva a tutti gli uomini, e vogliono che non vi sieno più proprietarii e proletarii, ricchi e poveri, padroni e sottoposti.Anni or sono, questa era una cosa intesa, e bastava dirsisocialistaper essere perseguitato ed odiato dai signori, i quali avrebbero voluto piuttosto che ci fosse un milione di assassini che un sol socialista. Ma, come già vi ho detto, quando i signori e quelli che lo vogliono diventare, videro che, malgrado tutte le loro persecuzioni e le loro calunnie, ilsocialismocamminava e il popolo incominciava ad aprire gli occhi, allora pensarono che bisognava cercare d'imbrogliare la questione per poter meglio ingannare; e molti tra di loro incominciarono a dire che essi pureerano socialisti, perchè essi pure volevano il bene del popolo, essi pure capivano che bisognava distruggere odiminuirela miseria. Prima dicevano che la questione sociale, cioè la questione della miseria e di tutti gli altri mali che ne derivano, non esisteva; oggi poi, che il socialismo fa loro paura, dicono che è socialista chiunque studia detta questione sociale, quasichè si potesse chiamare medico colui il quale studia una malattia, non coll'intenzione di guarirla, ma con quella di farla durare.Così oggi voi trovate persone, che si dicono socialisti, in mezzo ai repubblicani, ai realisti, ai clericali, in mezzo agli usurai, ai magistrati, ai poliziotti, dappertutto insomma; ed il loro socialismo poi consiste nel tenere a bada il popolo, o nel farsi nominar deputati, promettendo cose che, anche a volerlo, non potrebbero mantenere.Vi sono certamente, in mezzo a questi falsi socialisti, di quelli che sono in buona fede e credono davvero di far bene; — ma che v'importa? Se uno, credendo di farvi del bene, vi ammazza di bastonate, voi dovete innanzi tutto pensare a levargli il bastone di mano, e le sue buone intenzioni potranno servire, tutto al più, a non fargli rompere il capo, quando il bastone gli sarà stato tolto.Perciò, quando uno vi dice che èsocialista, domandategli se vuole abolire la proprietà individuale, o, a farla breve, se vuole levare, si o no, la roba a chi ce l'ha per metterla in comune a tutti. Se si, e voi abbracciatelo come fratello; se no, e voi mettetevi in guardia, perchè avete da fare con un nemico.Beppe. — Dunque tu seisocialista; questa l'ho capita. Ma che vuol dire poicomunistaecollettivista?Giorgio. — Icomunistied icollettivistisono socialisti gli uni e gli altri, ma hanno idee diverse su quello che si deve fare dopo che la proprietà sarà messa in comune, e io, se ve ne ricordate, ve ne ho già detto qualche cosa. Icollettivistidicono che ogni lavorante o, anche meglio, ogni associazione di lavoranti deve avere la materia prima e gli strumenti per lavorare, e che ognuno deve essere padrone del prodotto del proprio lavoro. Fino a che uno è vivo, se lo spende, o lo conserva, ne fa insomma quello che vuole, meno che servirsene per far lavorare gli altri per suo conto: quando poi muore, se ha messo da parte qualche cosa, questa ritorna alla comunità. I suoi figli hanno naturalmente anche essi i mezzi per poter lavorare e godere del frutto del lavoro; e lasciarli ereditare sarebbe un primo passo per tornare alla disuguaglianza ed al privilegio. Per ciò che riguarda l'istruzione, il mantenimento dei fanciulli, dei vecchi e degli impotenti, per le strade, per l'acqua, per l'illuminazione e la nettezza pubblica, per tutte quelle cose insomma che si debbono fare per conto di tutti, ogni associazione di lavoranti darebbe un tanto per compensare coloro che disimpegnano questi ufficii.Icomunistipoi vanno più per le spiccie. Essi dicono: poichè, per andare innanzi bene, bisogna che gli uomini si amino e si considerino come membri di una sola famiglia; poichè la proprietà deve stare in comune; poichè il lavoro per essere molto produttivo e per potere giovarsi delle macchine deve essere fatto da grandi collettività operaie; poichè, per profittare di tutte le varietà di suolo e di condizioni atmosferiche, e far sì che ogni luogo produca le cose a cui è meglio adatto, e per evitare d'altra parte la concorrenza e gliodii tra i diversi paesi e l'accorrere della gente nei luoghi più ricchi, è necessario stabilire una solidarietà perfetta tra tutti gli uomini del mondo, e poichè sarebbe un lavoro del diavolo il distinguere in un prodotto la parte che spetta ai suoi diversi fattori — facciamo una cosa, invece di starci a confondere con quello che hai fatto tu e quello che ho fatto io, lavoriamo tutti o mettiamo ogni cosa in comune. Cosìognuno darà alla società tutto quello che le sue forze gli permettono di dare fino a che non vi sieno prodotti sufficienti per tutti; ed ognuno piglierà tutto quello che gli bisogna, limitandosi, s'intende, in quelle cose per le quali non si sarà ancora potuta raggiungere l'abbondanza.Beppe. — Piano: prima mi devi spiegare che significa la parolasolidarietà, perchè hai detto che vi deve esseresolidarietàperfetta tra tutti gli uomini, ed io, bene bene, a dirti la verità, non l'ho capita.Giorgio. — Ecco: nella vostra famiglia, per esempio, tutto quello che guadagnate voi, i vostri fratelli, vostra moglie, i vostri figli, lo mettete tutto in comune: poi fate la minestra e mangiate tutti, e se non ce n'è abbastanza, vuol dire che vi stringete la pancia un poco tutti. Ora, se uno di voi ha una fortuna, o trova a guadagnare di più, è bene per tutti; se invece uno resta senza lavoro o cade malato, è male per tutti, perchè certamente tra di voi quegli che non lavora mangia lo stesso alla tavola comune, e quegli che sta malato è causa anche di spese maggiori. Così avviene che nella vostra famiglia, invece di cercare di levarvi il lavoro e il pane l'un l'altro, voi cercate di ajutarvi, perchè il bene di uno è il bene di tutti, come il male di uno è il male di tutti. Così si allontanano l'odio e l'invidiae si sviluppa quell'affetto reciproco, che invece non esiste mai in una famiglia in cui gl'interessi sieno divisi.Questa si chiamasolidarietà. Si tratta dunque di stabilire, fra gli uomini tutti, gli stessi rapporti che esistono in una famiglia, i cui membri si vogliano bene davvero.Beppe. — Ho capito. Ora tornando alla questione di prima, dimmi se tu seicomunistaocollettivista.Giorgio. — Io, per me, sonocomunista, perchè mi pare che quando s'ha da essere amici, torni poco conto di esserlo a mezzo. Ilcollettivismolascia ancora i germi della rivalità e dell'odio. Ma v'è di più. Se ognuno potesse vivere con quello che produce egli stesso, ilcollettivismosarebbe sempre inferiore alcomunismo, perchè tenderebbe a tener gli uomini isolati e quindi diminuirebbe le loro forze ed il loro affetto, ma, tanto quanto, potrebbe andare. Però siccome, per esempio, il calzolaio non può mangiare scarpe, nè il fabbro può nutrirsi di ferro, e l'agricoltore non può far da sè tutto quello che gli occorre e non può nemmeno coltivare la terra senza gli operai che scavano il ferro e quelli che fabbricano gli strumenti, e via discorrendo, così sarebbe necessario organizzare lo scambio fra i diversi produttori, tenendo conto a ciascuno di quello che ha fatto. Allora avverrebbe necessariamente che il calzolaio, per esempio, cercherebbe di dare gran valore alle sue scarpe, cioè pretenderebbe per un paio di scarpe avere quanta più roba vorrebbe, ed il contadino, da parte sua, potrebbe dargliene il meno possibile. Chi diavolo potrebbe raccapezzarcisi!? Ilcollettivismo, mi pare, darebbe luogo ad una quantità di questioni, e si presterebbe sempre a molti imbrogli,che a lungo andare potrebbero farci tornare al punto di prima: perchè dovete sapere che l'uomo non ismetterà d'imbrogliare, fino a quando egli non avrà più interesse a farlo.Ilcomunismoinvece non dà luogo a nessuna difficoltà: tutti lavorano e tutti usufruiscono del lavoro di tutti. Bisogna soltanto vedere quali sono le cose che bisognano perchè tutti sieno soddisfatti, e fare in modo che tutte queste cose sieno abbondantemente prodotte.Beppe. — Sicchè incomunismonon ci sarebbe bisogno di moneta?Giorgio. — Nè di moneta, nè di altro che sostituisca la moneta. Niente altro che un registro delle cose richieste e delle cose prodotte, per cercare di tenere sempre la produzione all'altezza dei bisogni.La sola difficoltà seria sarebbe se vi fossero di molti che non volessero lavorare, ma io v'ho già detto le ragioni per cui il lavoro, che oggi è una pena tanto grave, diventerà un piacere e nello stesso tempo un obbligo morale, che solamente un pazzo potrebbe rifiutarsi di adempiere. E vi ho detto pure che, a peggio andare, se per effetto della cattiva educazione che abbiamo avuta, e per qualche privazione a cui si dovrebbe sottostare prima che la nuova società fosse organizzata per bene e la produzione accresciuta in proporzione dei nuovi bisogni, se, dico, vi fossero di quelli che non vogliono lavorare e ve ne fossero tanti da creare imbarazzi, tutto si ridurrebbe a scacciarli dalla comunanza, dando loro materia e strumenti per lavorare a conto loro. Così, se volessero mangiare, si metterebbero a lavorare. Ma voi vedrete che questi casi non si daranno.Del resto, quello che noi vogliamo fare perforza è la messa in comune del suolo, della materia prima, degli strumenti da lavoro, delle case e di tutte le ricchezze che esistono ora. In quanto poi al modo di organizzarsi e di distribuire la produzione, il popolo farà quello che vorrà, tanto più che altro è dire, altro è fare, e che solamente all'atto pratico si può vedere qual è il sistema migliore. Anzi si può prevedere quasi con certezza che in alcuni posti si stabilirà il comunismo, in altri il collettivismo, in altri qualche altra cosa: e poi, quando si sarà visto chi si trova meglio, a poco a poco, tutti quanti accetteranno lo stesso sistema.L'essenziale, ricordatelo bene, è che nessuno incominci a voler comandare sugli altri, e ad impadronirsi della terra e degli strumenti da lavoro. A questo bisogna stare attenti, per impedirlo, se avvenisse, magari a colpi di fucile: il resto camminerà da sè.Beppe. — E anche questa l'ho capita. Dimmi adesso che cosa è l'Anarchia.Giorgio. —Anarchiasignifica senza governo. Non vi ho detto io che il governo non serve ad altro che a difendere i signori, e che, quando si tratta degl'interessi nostri, il meglio è di badarci da noi senza che alcuno ci comandi? Invece di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, che poi vanno a fare e disfare leggi, alle quali ci tocca ubbidire, noi tratteremmo da noi stessi le cose nostre, decideremmo il da farsi; e, quando per mettere in esecuzione le nostre deliberazioni, ci fosse bisogno d'incaricare qualcuno, noi lo incaricheremmo di fare così e così e non altrimenti. Se si trattasse di cose che non si possono stabilire prima, allora incaricheremmo quelli che ne sono capaci, di vedere, studiare, proporre; in ogni modo niente sarebbe fatto senza la nostravolontà. Così i nostri delegati, invece di essere degli individui a cui abbiamo dato il diritto di comandarci su tutte le cose, su cui piace loro far delle leggi, sarebbero persone scelte apposta e fra le più capaci in ogni singola faccenda; che non avrebbero nessuna autorità e solamente il dovere di eseguire quello che gl'interessati vorrebbero: insomma si incaricherebbe uno di organizzare le scuole, per esempio, o di tracciare una strada, o di provvedere allo scambio dei prodotti, come s'incarica un calzolaio di fare un pajo di scarpe.Questo è l'anarchia. Del resto, se volessi spiegarvi tutto, dovrei parlare su questo solo argomento tanto quanto ho parlato su tutto il resto. Un'altra volta ne parleremo a lungo.Beppe. — Sta bene, ma dammi intanto qualche altra spiegazione. Che vuoi? oramai mi hai messo la voglia addosso!Mi devi spiegare come mai potrei intendermi io, che sono un povero ignorante, di tutte quelle cose che chiamano la politica, e fare da me quello che fanno i ministri ed i deputati.Giorgio. — O che cosa fanno di buono i ministri ed i deputati, perchè voi abbiate a lamentarvi di non saperlo fare?! Fanno le leggi ed organizzano la forza per tenere sottoposto il popolo e garentire lo sfruttamento esercitato dai proprietarii: ecco tutto. Di questa scienza noi non abbiamo bisogno.È vero che i ministri ed i deputati si occupano pure di tante cose, che sono buone e necessarie; ma mischiarsi di una cosa, per volgerla a profitto di una data classe di persone o per incepparne lo sviluppo con regolamenti inutili e vessatorii, non vuol dire farla. Per esempio, quei signori si ingeriscono nelle cose ferroviarie; ma per costruireed esercitare una ferrovia non v'è niente affatto bisogno di loro, come non v'è bisogno degli azionisti: bastano gl'ingegneri, i meccanici e gli operai ed impiegati di tutte le categorie, e questi ci resteranno sempre, anche quando ministri, deputati ed altri parassiti saranno completamente spariti.Così per la posta, per il telegrafo, per la navigazione, per l'istruzione pubblica, per gli ospedali: tutte cose che sono fatte da lavoratori di ogni sorta, come impiegati postali e telegrafici, marinai, maestri, medici, e nelle quali il governo c'entra soltanto per inceppare, guastare e sfruttare.La politica, come s'intende e si fa dalla gente di governo, è per noi un'arte difficile, perchè si occupa di tutte cose che, per noi lavoratori, non sanno nè di sale nè di pepe, e perchè non ha nulla che vedere cogl'interessi reali delle popolazioni, ch'essa si occupa soltanto d'ingannare e dominare. Se invece si trattasse di soddisfare, nel miglior modo possibile, ai bisogni del popolo, allora la cosa sarebbe ben più difficile per un deputato che per noi.Infatti, che cosa volete che sappiano i deputati, che stanno a Roma, dei bisogni di tutte le città e borgate d'Italia? Come volete mai che della gente, che in generale ha perduto il suo tempo col latino e col greco, e lo perde ora con peggiori inutilità, si possa intendere degli interessi dei varii mestieri? Le cose andrebbero altrimenti se ognuno si occupasse delle cose che sa, e dei bisogni che sente e che vede.Fatta la rivoluzione, bisogna incominciare dal basso e andare all'alto. Il popolo si trova diviso in comuni ed in ciascun comune vi sono i diversi mestieri, che subito, per l'effetto dell'entusiasmoe sotto l'impulso della propaganda, si costituiranno in associazioni. Ora, degl'interessi del vostro comune e del vostro mestiere chi se ne intende meglio di voi?Quando poi si tratterà di mettere d'accordo più comuni, più mestieri, i delegati respettivi porteranno in apposite assemblee i voti dei loro mandanti e cercheranno di armonizzare i varii bisogni ed i varii desiderii. Le deliberazioni saranno sempre soggette al controllo ed all'approvazione dei mandanti, in modo che non c'è pericolo che gl'interessi del popolo sieno posti in oblio.E così, di mano in mano, si procederà fino all'accordo di tutto il genere umano.Beppe. — Ma se in un paese o in un'associazione v'è chi l'intende in un modo e chi in un altro, allora come si fa? Vincono quelli che sono di più, non è vero?Giorgio. — Per diritto no, perchè in faccia alla verità ed alla giustizia il numero non conta niente, e spesso uno solo può avere ragione contro cento e contro centomila. In pratica si fa come si può: si fa di tutto per conseguire l'unanimità, e quando questo fosse impossibile, si voterebbe e si farebbe come vuole la maggioranza, oppure si rimetterebbe la decisione a terze persone che farebbero da arbitri, salvo sempre però l'inviolabilità dei principii di uguaglianza e di giustizia su cui si regge la società.Notate però che le questioni sulle quali non si potrà mettersi d'accordo senza ricorrere al voto o all'arbitrato, saranno poche e di poca importanza, perchè non vi saranno più le divisioni di interessi che vi sono oggi, perchè ognuno potrà scegliersi il paese e l'associazione, vale a dire i compagni con cui meglio se la dice, e soprattutto perchè si tratterà sempre di decidere sopra cosechiare, che ognuno può comprendere, e che appartengono piuttosto al campo positivo della scienza che a quello mobile delle opinioni. E più si andrà innanzi e più il voto diventerà cosa inutile ed antiquata, anzi ridicola affatto, poichè quando si sarà trovato, mediante l'esperienza, qual è in un dato problema la soluzione che meglio soddisfa ai bisogni di tutti, allora bisognerà dimostrare e persuadere, non già schiacciare con una maggioranza numerica l'opinione avversaria. Per esempio, non vi farebbe ridere oggi il chiamare i contadini a votare sull'epoca in cui si deve seminare il grano, quando questa è una cosa già accertata dall'esperienza? E se non lo fosse ancora, ricorrereste al voto o all'esperienza?Così avverrà di tutte le cose che riguardano la utilità pubblica e privata.Beppe. — Ma se nullameno vi fossero di quelli, che per un capriccio qualunque volessero opporsi ad una deliberazione presa nell'interesse di tutti?Giorgio. — Allora naturalmente bisognerebbe ricorrere alla forza, poichè, se non è giusto che le maggioranze opprimano le minoranze, non è nemmeno giusto il contrario; e come le minoranze hanno il diritto d'insurrezione, le maggioranze hanno quello di difesa, o, se la parola non v'offende, di repressione.Non dimenticate però che sempre e dappertutto gli uomini hanno il diritto imprescrittibile alle materie prime ed agl'istrumenti di lavoro, sicchè possono sempre separarsi dagli altri e restare liberi e indipendenti. È vero che questa non è una soluzione soddisfacente, perchè così i dissidenti resterebbero privati di molti vantaggi sociali che l'individuo isolato o il gruppo non basta a produrre, e che domandano il concorso di tutta una grande collettività... ma che volete?gli stessi dissidenti non saprebbero pretendere che la volontà di molti fosse sacrificata a quella di pochi.Persuadetevi, al di fuori della solidarietà, al di fuori dell'amore, al di fuori della mutua assistenza, e, quando occorre, del mutuo compatirsi e sopportarsi, non v'è che la tirannia o la guerra civile; ma siate sicuro però che, siccome tirannia e guerra civile sono cose che fanno male a tutti, gli uomini, non appena saranno arbitri dei loro destini, si avvieranno verso la solidarietà, in cui soltanto possono realizzarsi i nostri ideali, e per essi la pace, il benessere e la libertà universale.Notate pure che il progresso, mentre tende a solidarizzare sempre più gli uomini tra di loro, tende anche a renderli sempre più indipendenti e capaci di bastare a loro stessi. Per esempio: oggi per viaggiare rapidamente sopra terra bisogna ricorrere alle ferrovie, le quali richiedono, per essere costruite ed esercitate, il concorso di gran numero di persone; sicchè ciascuno è obbligato, anche in anarchia, ad adattarsi al tracciato, all'orario ed alle altre regole che la maggioranza crede migliore. Se però domani s'inventa una locomotiva che un uomo solo può condurre, senza pericolo nè per lui nè per gli altri, sopra una strada qualunque, ecco che non c'è più bisogno di tener conto, in questa questione, del parere altrui, e ciascuno può viaggiare per dove gli pare ed all'ora che gli pare.E così per mille altre cose che si potrebbero fare fin da ora, o che in avvenire si troverà il mezzo di fare; sicchè si può dire che la tendenza del progresso è verso un genere di relazione tra gli uomini che si può definire colla formula:solidarietà morale ed indipendenza materiale.Beppe. — Va bene. Dunque tu seisocialistaetra i socialisti seicomunistaeanarchico. Perchè mo' ti chiamano ancheinternazionalista?Giorgio. — I socialisti sono stati chiamatiinternazionalistiperchè la prima grande manifestazione del socialismo moderno è stata l'Associazione internazionale dei Lavoratori, che per abbreviazione si chiamavaL'Internazionale. Quest'associazione, surta nel 1864, collo scopo di unire gli operai di tutte le nazioni nella lotta per l'emancipazione economica, aveva al principio un programma molto indeterminato. Poscia nel determinarsi si divise in varie frazioni, e la sua parte più avanzata giunse fino a formulare e propugnare i principii del socialismo anarchico, che io ho cercato di spiegarvi.Ora quest'associazione è morta, in parte perchè perseguitata e proscritta, in parte per le divisioni intestine e per le varie opinioni che se ne contrastavano il campo. Da essa però sono nati e il grande movimento operajo che ora agita il mondo, e i varii partiti socialisti dei diversi paesi, e ilpartito internazionale socialista-anarchico-rivoluzionarioche ora si va organando per dare il colpo mortale al mondo borghese.Questo partito ha per iscopo di propagare con tutti i mezzi possibili i principii del socialismo anarchico; di combattere ogni speranza nelle concessioni volontarie dei padroni o del governo e nelle riforme graduali e pacifiche; di risvegliare nel popolo la coscienza dei suoi diritti e lo spirito di rivolta, e spingerlo ed ajutarlo a fare la rivoluzione sociale, vale a dire a distruggere il potere politico, cioè il governo, e a mettere in comune tutte le ricchezze esistenti.Fa parte di questo partito chi ne accetta il programma e vuol combattere, insieme agli altri, per la sua attuazione. Il partito non avendo capied autorità di nessuna specie ed essendo tutto fondato sull'accordo spontaneo e volontario tra combattenti per la stessa causa, ciascuno conserva piena libertà di unirsi più intimamente con chi meglio crede, di praticare quei mezzi che crede preferibili, e di propagare le sue idee particolari, purchè non si metta per nulla in contraddizione col programma e colla tattica generale del partito; nel qual caso non potrebbe più essere considerato quale membro del partito stesso.Beppe. — Perciò tutti quelli che accettano i principii socialisti-anarchici-rivoluzionarii sono membri di questo partito?Giorgio. — No, perchè uno può essere perfettamente d'accordo col nostro programma, ma può, per una ragione o per l'altra, preferire di lottare da solo o d'accordo con pochi, senza contrarre vincoli di solidarietà e di cooperazione effettiva con la massa di quelli che accettano il programma. Questo può anche essere un metodo buono per certi individui e per certi fini immediati che uno può proporsi; ma non può accettarsi come metodo generale, perchè l'isolamento è causa di debolezza e crea antipatie e rivalità là dove si ha bisogno di affratellamento e di concordia. In ogni modo noi consideriamo sempre come amici e compagni tutti quelli che in qualunque modo combattono per le idee per le quali combattiamo noi.Vi possono essere poi quelli che sono convinti della verità dell'idea, e nullameno se ne stanno a casa loro, senza occuparsi di propagare quello che credono giusto. A costoro non si può dire che non sieno socialisti e anarchici d'idea, poichè pensano come noi; ma è certo che debbono avere una convinzione molto debole o un animomolto fiacco; perchè quando uno vede i mali terribili che affliggono sè stesso ed i suoi simili e crede di conoscere il rimedio per metter fine a questi mali, come può fare, se ha un po' di cuore, a starsene tranquillo?Colui che non conosce la verità non è colpevole: ma lo è grandemente chi la conosce e fa come se l'ignorasse.Beppe. — Hai ragione, ed io appena avrò un po' riflettuto su quello che mi hai detto e mi sarò persuaso per bene, voglio entrare anche io nel partito e mettermi a propagare queste sante verità — e se poi i signori chiameranno anche me birbante e malfattore, dirò loro che vengano a lavorare e a soffrire come faccio io, e poi avranno diritto di parlare.
Giorgio. — Io non so fino a che punto di felicità potrà giungere l'umanità; ma son convinto che si starà tutti il meglio possibile, e che si cercherà sempre di migliorare e di progredire: e i miglioramenti non saranno più come oggi a vantaggio di pochi e a danno di molti, ma saranno a benefizio di tutti.
Beppe. — Magari! ma quando sarà questo? Io son vecchio, e ora che so che il mondo non andrà sempre così, mi dispiacerebbe di morire senza avere visto almeno un giorno di giustizia.
Giorgio. — Quando sarà? che ne so io. Dipende da noi: più ci daremo da fare per aprire gli occhi alla gente, e più presto si farà.
Un bel passo già si è fatto. Mentre anni or sono pochissimi predicavano il socialismo ed erano trattati da ignoranti, da matti, o da arruffoni, oggi l'idea è conosciuta da molti; ed i poveri, che prima soffrivano in pace, o si rivoltavano spinti dalla fame ma senza coscienza delle cause e dei rimedii dei loro mali, e si facevano ammazzare o si ammazzavano tra di loro per conto dei signori, oggi in tutto il mondo si agitano, s'intendono tra di loro, si rivoltano con l'idea di sbarazzarsi dei padroni e dei governi, e non contano più che sulle proprie forze, avendo finalmente incominciato a capire che tutti i partiti, in cui si dividono i signori, sono tutti egualmente loro nemici.
Attiviamo la propaganda, ora che il momento è buono; stringiamoci tra di noi, che abbiamo capito la questione; soffiamo nel fuoco che cova in mezzo alle masse; profittiamo di tutti i malcontenti, di tutti i movimenti, di tutte le rivolte; diamo un colpo vigoroso, non abbiamo paura, e presto presto la baracca borghese andrà all'aria ed il regno della libertà e del benessere sarà incominciato.
Beppe. — Sta bene, ma badiamo a non fare i conti senza l'oste. Levare la roba ai signori, è presto detto, ma ci sono i carabinieri, le guardie di P. S., i soldati; e, adesso che ci penso, ho paura che le loro manette, i lorovetterli, i loro cannoni sieno fatti, più che per altro, proprio per questo: per difendere i signori.
Giorgio. — Questa è cosa che si sa, mio caro Beppe, che la polizia e l'esercito ci stanno per tenere a freno il popolo ed assicurare la tranquillità dei signori; ma se essi hanno i fucili ed i cannoni, non è mica detto che noi dobbiamo far la guerra con le mani in mano. I fucili sappiamo spararli anche noi e con l'astuzia, o con l'audacia possiamo procurarceli; poi vi sono la polvere, la dinamite e tutte le materie esplosive, le materie incendiarie e mille arnesi che, se in mano al governo servono per tenere schiava la gente, in mano al popolo servono per conquistare la libertà. Le barricate, le mine, le bombe, gl'incendii sono i mezzi con cui si resiste agli eserciti, e noi non ci faremo pregare per servircene. Si sa bene; la rivoluzione non si fa mica con l'acqua santa e con le litanie.
D'altra parte, considerate che i poveri sono l'immensa maggioranza, e che se arrivano a capire e gustare i vantaggi del socialismo, non vi è forza al mondo che possa costringerli a restare come stanno. Considerate che i poveri sono quelli che lavorano e producono tutto, e che, se solo una parte importante di loro sospendesse il lavoro, ne avverrebbe tale uno sfacelo, tale un panico che la rivoluzione s'imporrebbe subito come unica soluzione possibile. Considerate pure che i soldati, in generale, sono essi stessi dei poveri, obbligati per forza a far da sbirri e da carnefici ai loro fratelli, e che non appena avran visto e capito di che si tratta simpatizzeranno, prima in segreto e poi apertamente, per il popolo — e vi persuaderete che la rivoluzione non è poi tanto difficile quanto può parere a prima giunta.
L'essenziale è di tener sempre presente l'idea che la rivoluzione è necessaria, di esser sempre disposti a farla, di prepararcisi continuamente...e non dubitate che l'occasione, spontanea o provocata, non mancherà di presentarsi.
Beppe. — Tu dici così ed io credo che tu abbi ragione. Ma vi sono anche quelli che dicono che la rivoluzione non serve, e che le cose si maturano da loro. Che te ne pare?
Giorgio. — Dovete sapere che da che il socialismo si è fatto potente, ed iborghesi, vale a dire i signori, hanno incominciato ad aver paura sul serio, si stanno tentando tutte le vie per stornare la tempesta ed ingannare il popolo. Tutti hanno incominciato a dire che sono socialisti, financo gl'imperatori... e vi lascio pensare che specie di socialismo hanno messo insieme. Di mezzo ai nostri stessi compagni sono anche usciti, purtroppo, dei traditori che, allettati dall'importanza che i borghesi davan loro per attirarli, e dai vantaggi che potevano ottenere abbandonando la causa rivoluzionaria, si sono messi a predicare le vie legali, le elezioni, le alleanze coi partiti, che essi dicono affini, e così si sono fatti un posto in mezzo alla borghesia e trattano da matti o peggio quelli che vogliono far la rivoluzione. Parecchi continuano a dire che la rivoluzione vogliono farla essi pure, ma intanto... vogliono essere nominati deputati.
Quando qualcuno vi dice che la rivoluzione non è necessaria, o vi parla di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, o di far causa comune con una frazione qualsiasi della borghesia, se è un compagno vostro, che lavora come voi, cercate di persuaderlo del suo errore; se invece è un borghese o uno che vuol trovar modo di diventar borghese, consideratelo come nemico e tirate innanzi per la vostra strada.
Basta; un'altra volta parleremo più a lungo di queste questioni. A rivederci.
Beppe. — A rivederci; e son contento che mi hai fatto capire molte cose che, adesso che me le hai dette, mi pare impossibile come non le avessi pensate prima. A rivederci.
Beppe. — Aspetta; giacchè ci siamo, tanto per non lasciarci a becco asciutto, andiamo a bere un gotto, ed intanto ti domanderò qualche altra cosa.
Tutto quello che hai detto, io l'ho capito... e poi ci penserò sopra e cercherò da me stesso di persuadermi meglio. Ma tu non mi hai detto quasi nessuna di quelle parole difficili, che sento dire sempre quando si parla di queste cose, e che m'imbrogliano il capo perchè non ci capisco nulla. Per esempio, ho inteso dire che voialtri sietecomunisti,socialisti,internazionalisti,collettivisti,anarchici, e che so io. Si può sapere precisamente che significano queste parole e che cosa siete davvero?
Giorgio. — Ah! giusto, avete fatto bene a domandarmi questo, perchè le parole sono necessarie per intendersi e distinguersi, ma quando non si capiscono bene, generano una grande confusione.
Dunque dovete sapere che isocialistisono quelli i quali credono che la miseria è la causa prima di tutti quanti i mali sociali, e che fino a quando non si sarà distrutta la miseria, non vi sarà modo di distruggere nè l'ignoranza, nè la schiavitù, nè l'ineguaglianza politica, nè la prostituzione, nè alcuno di tutti quei mali, che mantengono il popolo in così orribile stato, e che pure sono un nulla di fronte alle sofferenze che vengono direttamente dalla miseria stessa. Isocialisticredono che la miseria dipende dal fattoche la terra e tutte le materie prime, le macchine e tutti gli strumenti di lavoro appartengono a pochi individui, i quali dispongono perciò della vita e della morte di tutta la classe lavoratrice, e si trovano in continuo stato di lotta e di concorrenza non solo contro iproletarii, cioè quelli che non tengono niente, ma anche tra di loro stessi per strapparsi l'un l'altro la proprietà. Isocialisticredono che abolendo la proprietà individuale, cioè la causa, si abolirà nello stesso tempo anche la miseria che ne è l'effetto. E questa proprietà si può e si deve abolire, perchè la produzione e la distribuzione della ricchezza debbono esser fatte secondo l'interesse attuale degli uomini, senza nessun rispetto per i cosiddetti diritti acquisiti, cioè i privilegi che i signori d'adesso si arrogano, colla scusa che i loro antenati furono più forti, o più fortunati, o più birbanti, o, sia pure, più laboriosi e più virtuosi degli altri.
Dunque, intendete bene, spetta il nome disocialistaa tutti coloro che vogliono che la ricchezza sociale serva a tutti gli uomini, e vogliono che non vi sieno più proprietarii e proletarii, ricchi e poveri, padroni e sottoposti.
Anni or sono, questa era una cosa intesa, e bastava dirsisocialistaper essere perseguitato ed odiato dai signori, i quali avrebbero voluto piuttosto che ci fosse un milione di assassini che un sol socialista. Ma, come già vi ho detto, quando i signori e quelli che lo vogliono diventare, videro che, malgrado tutte le loro persecuzioni e le loro calunnie, ilsocialismocamminava e il popolo incominciava ad aprire gli occhi, allora pensarono che bisognava cercare d'imbrogliare la questione per poter meglio ingannare; e molti tra di loro incominciarono a dire che essi pureerano socialisti, perchè essi pure volevano il bene del popolo, essi pure capivano che bisognava distruggere odiminuirela miseria. Prima dicevano che la questione sociale, cioè la questione della miseria e di tutti gli altri mali che ne derivano, non esisteva; oggi poi, che il socialismo fa loro paura, dicono che è socialista chiunque studia detta questione sociale, quasichè si potesse chiamare medico colui il quale studia una malattia, non coll'intenzione di guarirla, ma con quella di farla durare.
Così oggi voi trovate persone, che si dicono socialisti, in mezzo ai repubblicani, ai realisti, ai clericali, in mezzo agli usurai, ai magistrati, ai poliziotti, dappertutto insomma; ed il loro socialismo poi consiste nel tenere a bada il popolo, o nel farsi nominar deputati, promettendo cose che, anche a volerlo, non potrebbero mantenere.
Vi sono certamente, in mezzo a questi falsi socialisti, di quelli che sono in buona fede e credono davvero di far bene; — ma che v'importa? Se uno, credendo di farvi del bene, vi ammazza di bastonate, voi dovete innanzi tutto pensare a levargli il bastone di mano, e le sue buone intenzioni potranno servire, tutto al più, a non fargli rompere il capo, quando il bastone gli sarà stato tolto.
Perciò, quando uno vi dice che èsocialista, domandategli se vuole abolire la proprietà individuale, o, a farla breve, se vuole levare, si o no, la roba a chi ce l'ha per metterla in comune a tutti. Se si, e voi abbracciatelo come fratello; se no, e voi mettetevi in guardia, perchè avete da fare con un nemico.
Beppe. — Dunque tu seisocialista; questa l'ho capita. Ma che vuol dire poicomunistaecollettivista?
Giorgio. — Icomunistied icollettivistisono socialisti gli uni e gli altri, ma hanno idee diverse su quello che si deve fare dopo che la proprietà sarà messa in comune, e io, se ve ne ricordate, ve ne ho già detto qualche cosa. Icollettivistidicono che ogni lavorante o, anche meglio, ogni associazione di lavoranti deve avere la materia prima e gli strumenti per lavorare, e che ognuno deve essere padrone del prodotto del proprio lavoro. Fino a che uno è vivo, se lo spende, o lo conserva, ne fa insomma quello che vuole, meno che servirsene per far lavorare gli altri per suo conto: quando poi muore, se ha messo da parte qualche cosa, questa ritorna alla comunità. I suoi figli hanno naturalmente anche essi i mezzi per poter lavorare e godere del frutto del lavoro; e lasciarli ereditare sarebbe un primo passo per tornare alla disuguaglianza ed al privilegio. Per ciò che riguarda l'istruzione, il mantenimento dei fanciulli, dei vecchi e degli impotenti, per le strade, per l'acqua, per l'illuminazione e la nettezza pubblica, per tutte quelle cose insomma che si debbono fare per conto di tutti, ogni associazione di lavoranti darebbe un tanto per compensare coloro che disimpegnano questi ufficii.
Icomunistipoi vanno più per le spiccie. Essi dicono: poichè, per andare innanzi bene, bisogna che gli uomini si amino e si considerino come membri di una sola famiglia; poichè la proprietà deve stare in comune; poichè il lavoro per essere molto produttivo e per potere giovarsi delle macchine deve essere fatto da grandi collettività operaie; poichè, per profittare di tutte le varietà di suolo e di condizioni atmosferiche, e far sì che ogni luogo produca le cose a cui è meglio adatto, e per evitare d'altra parte la concorrenza e gliodii tra i diversi paesi e l'accorrere della gente nei luoghi più ricchi, è necessario stabilire una solidarietà perfetta tra tutti gli uomini del mondo, e poichè sarebbe un lavoro del diavolo il distinguere in un prodotto la parte che spetta ai suoi diversi fattori — facciamo una cosa, invece di starci a confondere con quello che hai fatto tu e quello che ho fatto io, lavoriamo tutti o mettiamo ogni cosa in comune. Cosìognuno darà alla società tutto quello che le sue forze gli permettono di dare fino a che non vi sieno prodotti sufficienti per tutti; ed ognuno piglierà tutto quello che gli bisogna, limitandosi, s'intende, in quelle cose per le quali non si sarà ancora potuta raggiungere l'abbondanza.
Beppe. — Piano: prima mi devi spiegare che significa la parolasolidarietà, perchè hai detto che vi deve esseresolidarietàperfetta tra tutti gli uomini, ed io, bene bene, a dirti la verità, non l'ho capita.
Giorgio. — Ecco: nella vostra famiglia, per esempio, tutto quello che guadagnate voi, i vostri fratelli, vostra moglie, i vostri figli, lo mettete tutto in comune: poi fate la minestra e mangiate tutti, e se non ce n'è abbastanza, vuol dire che vi stringete la pancia un poco tutti. Ora, se uno di voi ha una fortuna, o trova a guadagnare di più, è bene per tutti; se invece uno resta senza lavoro o cade malato, è male per tutti, perchè certamente tra di voi quegli che non lavora mangia lo stesso alla tavola comune, e quegli che sta malato è causa anche di spese maggiori. Così avviene che nella vostra famiglia, invece di cercare di levarvi il lavoro e il pane l'un l'altro, voi cercate di ajutarvi, perchè il bene di uno è il bene di tutti, come il male di uno è il male di tutti. Così si allontanano l'odio e l'invidiae si sviluppa quell'affetto reciproco, che invece non esiste mai in una famiglia in cui gl'interessi sieno divisi.
Questa si chiamasolidarietà. Si tratta dunque di stabilire, fra gli uomini tutti, gli stessi rapporti che esistono in una famiglia, i cui membri si vogliano bene davvero.
Beppe. — Ho capito. Ora tornando alla questione di prima, dimmi se tu seicomunistaocollettivista.
Giorgio. — Io, per me, sonocomunista, perchè mi pare che quando s'ha da essere amici, torni poco conto di esserlo a mezzo. Ilcollettivismolascia ancora i germi della rivalità e dell'odio. Ma v'è di più. Se ognuno potesse vivere con quello che produce egli stesso, ilcollettivismosarebbe sempre inferiore alcomunismo, perchè tenderebbe a tener gli uomini isolati e quindi diminuirebbe le loro forze ed il loro affetto, ma, tanto quanto, potrebbe andare. Però siccome, per esempio, il calzolaio non può mangiare scarpe, nè il fabbro può nutrirsi di ferro, e l'agricoltore non può far da sè tutto quello che gli occorre e non può nemmeno coltivare la terra senza gli operai che scavano il ferro e quelli che fabbricano gli strumenti, e via discorrendo, così sarebbe necessario organizzare lo scambio fra i diversi produttori, tenendo conto a ciascuno di quello che ha fatto. Allora avverrebbe necessariamente che il calzolaio, per esempio, cercherebbe di dare gran valore alle sue scarpe, cioè pretenderebbe per un paio di scarpe avere quanta più roba vorrebbe, ed il contadino, da parte sua, potrebbe dargliene il meno possibile. Chi diavolo potrebbe raccapezzarcisi!? Ilcollettivismo, mi pare, darebbe luogo ad una quantità di questioni, e si presterebbe sempre a molti imbrogli,che a lungo andare potrebbero farci tornare al punto di prima: perchè dovete sapere che l'uomo non ismetterà d'imbrogliare, fino a quando egli non avrà più interesse a farlo.
Ilcomunismoinvece non dà luogo a nessuna difficoltà: tutti lavorano e tutti usufruiscono del lavoro di tutti. Bisogna soltanto vedere quali sono le cose che bisognano perchè tutti sieno soddisfatti, e fare in modo che tutte queste cose sieno abbondantemente prodotte.
Beppe. — Sicchè incomunismonon ci sarebbe bisogno di moneta?
Giorgio. — Nè di moneta, nè di altro che sostituisca la moneta. Niente altro che un registro delle cose richieste e delle cose prodotte, per cercare di tenere sempre la produzione all'altezza dei bisogni.
La sola difficoltà seria sarebbe se vi fossero di molti che non volessero lavorare, ma io v'ho già detto le ragioni per cui il lavoro, che oggi è una pena tanto grave, diventerà un piacere e nello stesso tempo un obbligo morale, che solamente un pazzo potrebbe rifiutarsi di adempiere. E vi ho detto pure che, a peggio andare, se per effetto della cattiva educazione che abbiamo avuta, e per qualche privazione a cui si dovrebbe sottostare prima che la nuova società fosse organizzata per bene e la produzione accresciuta in proporzione dei nuovi bisogni, se, dico, vi fossero di quelli che non vogliono lavorare e ve ne fossero tanti da creare imbarazzi, tutto si ridurrebbe a scacciarli dalla comunanza, dando loro materia e strumenti per lavorare a conto loro. Così, se volessero mangiare, si metterebbero a lavorare. Ma voi vedrete che questi casi non si daranno.
Del resto, quello che noi vogliamo fare perforza è la messa in comune del suolo, della materia prima, degli strumenti da lavoro, delle case e di tutte le ricchezze che esistono ora. In quanto poi al modo di organizzarsi e di distribuire la produzione, il popolo farà quello che vorrà, tanto più che altro è dire, altro è fare, e che solamente all'atto pratico si può vedere qual è il sistema migliore. Anzi si può prevedere quasi con certezza che in alcuni posti si stabilirà il comunismo, in altri il collettivismo, in altri qualche altra cosa: e poi, quando si sarà visto chi si trova meglio, a poco a poco, tutti quanti accetteranno lo stesso sistema.
L'essenziale, ricordatelo bene, è che nessuno incominci a voler comandare sugli altri, e ad impadronirsi della terra e degli strumenti da lavoro. A questo bisogna stare attenti, per impedirlo, se avvenisse, magari a colpi di fucile: il resto camminerà da sè.
Beppe. — E anche questa l'ho capita. Dimmi adesso che cosa è l'Anarchia.
Giorgio. —Anarchiasignifica senza governo. Non vi ho detto io che il governo non serve ad altro che a difendere i signori, e che, quando si tratta degl'interessi nostri, il meglio è di badarci da noi senza che alcuno ci comandi? Invece di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, che poi vanno a fare e disfare leggi, alle quali ci tocca ubbidire, noi tratteremmo da noi stessi le cose nostre, decideremmo il da farsi; e, quando per mettere in esecuzione le nostre deliberazioni, ci fosse bisogno d'incaricare qualcuno, noi lo incaricheremmo di fare così e così e non altrimenti. Se si trattasse di cose che non si possono stabilire prima, allora incaricheremmo quelli che ne sono capaci, di vedere, studiare, proporre; in ogni modo niente sarebbe fatto senza la nostravolontà. Così i nostri delegati, invece di essere degli individui a cui abbiamo dato il diritto di comandarci su tutte le cose, su cui piace loro far delle leggi, sarebbero persone scelte apposta e fra le più capaci in ogni singola faccenda; che non avrebbero nessuna autorità e solamente il dovere di eseguire quello che gl'interessati vorrebbero: insomma si incaricherebbe uno di organizzare le scuole, per esempio, o di tracciare una strada, o di provvedere allo scambio dei prodotti, come s'incarica un calzolaio di fare un pajo di scarpe.
Questo è l'anarchia. Del resto, se volessi spiegarvi tutto, dovrei parlare su questo solo argomento tanto quanto ho parlato su tutto il resto. Un'altra volta ne parleremo a lungo.
Beppe. — Sta bene, ma dammi intanto qualche altra spiegazione. Che vuoi? oramai mi hai messo la voglia addosso!
Mi devi spiegare come mai potrei intendermi io, che sono un povero ignorante, di tutte quelle cose che chiamano la politica, e fare da me quello che fanno i ministri ed i deputati.
Giorgio. — O che cosa fanno di buono i ministri ed i deputati, perchè voi abbiate a lamentarvi di non saperlo fare?! Fanno le leggi ed organizzano la forza per tenere sottoposto il popolo e garentire lo sfruttamento esercitato dai proprietarii: ecco tutto. Di questa scienza noi non abbiamo bisogno.
È vero che i ministri ed i deputati si occupano pure di tante cose, che sono buone e necessarie; ma mischiarsi di una cosa, per volgerla a profitto di una data classe di persone o per incepparne lo sviluppo con regolamenti inutili e vessatorii, non vuol dire farla. Per esempio, quei signori si ingeriscono nelle cose ferroviarie; ma per costruireed esercitare una ferrovia non v'è niente affatto bisogno di loro, come non v'è bisogno degli azionisti: bastano gl'ingegneri, i meccanici e gli operai ed impiegati di tutte le categorie, e questi ci resteranno sempre, anche quando ministri, deputati ed altri parassiti saranno completamente spariti.
Così per la posta, per il telegrafo, per la navigazione, per l'istruzione pubblica, per gli ospedali: tutte cose che sono fatte da lavoratori di ogni sorta, come impiegati postali e telegrafici, marinai, maestri, medici, e nelle quali il governo c'entra soltanto per inceppare, guastare e sfruttare.
La politica, come s'intende e si fa dalla gente di governo, è per noi un'arte difficile, perchè si occupa di tutte cose che, per noi lavoratori, non sanno nè di sale nè di pepe, e perchè non ha nulla che vedere cogl'interessi reali delle popolazioni, ch'essa si occupa soltanto d'ingannare e dominare. Se invece si trattasse di soddisfare, nel miglior modo possibile, ai bisogni del popolo, allora la cosa sarebbe ben più difficile per un deputato che per noi.
Infatti, che cosa volete che sappiano i deputati, che stanno a Roma, dei bisogni di tutte le città e borgate d'Italia? Come volete mai che della gente, che in generale ha perduto il suo tempo col latino e col greco, e lo perde ora con peggiori inutilità, si possa intendere degli interessi dei varii mestieri? Le cose andrebbero altrimenti se ognuno si occupasse delle cose che sa, e dei bisogni che sente e che vede.
Fatta la rivoluzione, bisogna incominciare dal basso e andare all'alto. Il popolo si trova diviso in comuni ed in ciascun comune vi sono i diversi mestieri, che subito, per l'effetto dell'entusiasmoe sotto l'impulso della propaganda, si costituiranno in associazioni. Ora, degl'interessi del vostro comune e del vostro mestiere chi se ne intende meglio di voi?
Quando poi si tratterà di mettere d'accordo più comuni, più mestieri, i delegati respettivi porteranno in apposite assemblee i voti dei loro mandanti e cercheranno di armonizzare i varii bisogni ed i varii desiderii. Le deliberazioni saranno sempre soggette al controllo ed all'approvazione dei mandanti, in modo che non c'è pericolo che gl'interessi del popolo sieno posti in oblio.
E così, di mano in mano, si procederà fino all'accordo di tutto il genere umano.
Beppe. — Ma se in un paese o in un'associazione v'è chi l'intende in un modo e chi in un altro, allora come si fa? Vincono quelli che sono di più, non è vero?
Giorgio. — Per diritto no, perchè in faccia alla verità ed alla giustizia il numero non conta niente, e spesso uno solo può avere ragione contro cento e contro centomila. In pratica si fa come si può: si fa di tutto per conseguire l'unanimità, e quando questo fosse impossibile, si voterebbe e si farebbe come vuole la maggioranza, oppure si rimetterebbe la decisione a terze persone che farebbero da arbitri, salvo sempre però l'inviolabilità dei principii di uguaglianza e di giustizia su cui si regge la società.
Notate però che le questioni sulle quali non si potrà mettersi d'accordo senza ricorrere al voto o all'arbitrato, saranno poche e di poca importanza, perchè non vi saranno più le divisioni di interessi che vi sono oggi, perchè ognuno potrà scegliersi il paese e l'associazione, vale a dire i compagni con cui meglio se la dice, e soprattutto perchè si tratterà sempre di decidere sopra cosechiare, che ognuno può comprendere, e che appartengono piuttosto al campo positivo della scienza che a quello mobile delle opinioni. E più si andrà innanzi e più il voto diventerà cosa inutile ed antiquata, anzi ridicola affatto, poichè quando si sarà trovato, mediante l'esperienza, qual è in un dato problema la soluzione che meglio soddisfa ai bisogni di tutti, allora bisognerà dimostrare e persuadere, non già schiacciare con una maggioranza numerica l'opinione avversaria. Per esempio, non vi farebbe ridere oggi il chiamare i contadini a votare sull'epoca in cui si deve seminare il grano, quando questa è una cosa già accertata dall'esperienza? E se non lo fosse ancora, ricorrereste al voto o all'esperienza?
Così avverrà di tutte le cose che riguardano la utilità pubblica e privata.
Beppe. — Ma se nullameno vi fossero di quelli, che per un capriccio qualunque volessero opporsi ad una deliberazione presa nell'interesse di tutti?
Giorgio. — Allora naturalmente bisognerebbe ricorrere alla forza, poichè, se non è giusto che le maggioranze opprimano le minoranze, non è nemmeno giusto il contrario; e come le minoranze hanno il diritto d'insurrezione, le maggioranze hanno quello di difesa, o, se la parola non v'offende, di repressione.
Non dimenticate però che sempre e dappertutto gli uomini hanno il diritto imprescrittibile alle materie prime ed agl'istrumenti di lavoro, sicchè possono sempre separarsi dagli altri e restare liberi e indipendenti. È vero che questa non è una soluzione soddisfacente, perchè così i dissidenti resterebbero privati di molti vantaggi sociali che l'individuo isolato o il gruppo non basta a produrre, e che domandano il concorso di tutta una grande collettività... ma che volete?gli stessi dissidenti non saprebbero pretendere che la volontà di molti fosse sacrificata a quella di pochi.
Persuadetevi, al di fuori della solidarietà, al di fuori dell'amore, al di fuori della mutua assistenza, e, quando occorre, del mutuo compatirsi e sopportarsi, non v'è che la tirannia o la guerra civile; ma siate sicuro però che, siccome tirannia e guerra civile sono cose che fanno male a tutti, gli uomini, non appena saranno arbitri dei loro destini, si avvieranno verso la solidarietà, in cui soltanto possono realizzarsi i nostri ideali, e per essi la pace, il benessere e la libertà universale.
Notate pure che il progresso, mentre tende a solidarizzare sempre più gli uomini tra di loro, tende anche a renderli sempre più indipendenti e capaci di bastare a loro stessi. Per esempio: oggi per viaggiare rapidamente sopra terra bisogna ricorrere alle ferrovie, le quali richiedono, per essere costruite ed esercitate, il concorso di gran numero di persone; sicchè ciascuno è obbligato, anche in anarchia, ad adattarsi al tracciato, all'orario ed alle altre regole che la maggioranza crede migliore. Se però domani s'inventa una locomotiva che un uomo solo può condurre, senza pericolo nè per lui nè per gli altri, sopra una strada qualunque, ecco che non c'è più bisogno di tener conto, in questa questione, del parere altrui, e ciascuno può viaggiare per dove gli pare ed all'ora che gli pare.
E così per mille altre cose che si potrebbero fare fin da ora, o che in avvenire si troverà il mezzo di fare; sicchè si può dire che la tendenza del progresso è verso un genere di relazione tra gli uomini che si può definire colla formula:solidarietà morale ed indipendenza materiale.
Beppe. — Va bene. Dunque tu seisocialistaetra i socialisti seicomunistaeanarchico. Perchè mo' ti chiamano ancheinternazionalista?
Giorgio. — I socialisti sono stati chiamatiinternazionalistiperchè la prima grande manifestazione del socialismo moderno è stata l'Associazione internazionale dei Lavoratori, che per abbreviazione si chiamavaL'Internazionale. Quest'associazione, surta nel 1864, collo scopo di unire gli operai di tutte le nazioni nella lotta per l'emancipazione economica, aveva al principio un programma molto indeterminato. Poscia nel determinarsi si divise in varie frazioni, e la sua parte più avanzata giunse fino a formulare e propugnare i principii del socialismo anarchico, che io ho cercato di spiegarvi.
Ora quest'associazione è morta, in parte perchè perseguitata e proscritta, in parte per le divisioni intestine e per le varie opinioni che se ne contrastavano il campo. Da essa però sono nati e il grande movimento operajo che ora agita il mondo, e i varii partiti socialisti dei diversi paesi, e ilpartito internazionale socialista-anarchico-rivoluzionarioche ora si va organando per dare il colpo mortale al mondo borghese.
Questo partito ha per iscopo di propagare con tutti i mezzi possibili i principii del socialismo anarchico; di combattere ogni speranza nelle concessioni volontarie dei padroni o del governo e nelle riforme graduali e pacifiche; di risvegliare nel popolo la coscienza dei suoi diritti e lo spirito di rivolta, e spingerlo ed ajutarlo a fare la rivoluzione sociale, vale a dire a distruggere il potere politico, cioè il governo, e a mettere in comune tutte le ricchezze esistenti.
Fa parte di questo partito chi ne accetta il programma e vuol combattere, insieme agli altri, per la sua attuazione. Il partito non avendo capied autorità di nessuna specie ed essendo tutto fondato sull'accordo spontaneo e volontario tra combattenti per la stessa causa, ciascuno conserva piena libertà di unirsi più intimamente con chi meglio crede, di praticare quei mezzi che crede preferibili, e di propagare le sue idee particolari, purchè non si metta per nulla in contraddizione col programma e colla tattica generale del partito; nel qual caso non potrebbe più essere considerato quale membro del partito stesso.
Beppe. — Perciò tutti quelli che accettano i principii socialisti-anarchici-rivoluzionarii sono membri di questo partito?
Giorgio. — No, perchè uno può essere perfettamente d'accordo col nostro programma, ma può, per una ragione o per l'altra, preferire di lottare da solo o d'accordo con pochi, senza contrarre vincoli di solidarietà e di cooperazione effettiva con la massa di quelli che accettano il programma. Questo può anche essere un metodo buono per certi individui e per certi fini immediati che uno può proporsi; ma non può accettarsi come metodo generale, perchè l'isolamento è causa di debolezza e crea antipatie e rivalità là dove si ha bisogno di affratellamento e di concordia. In ogni modo noi consideriamo sempre come amici e compagni tutti quelli che in qualunque modo combattono per le idee per le quali combattiamo noi.
Vi possono essere poi quelli che sono convinti della verità dell'idea, e nullameno se ne stanno a casa loro, senza occuparsi di propagare quello che credono giusto. A costoro non si può dire che non sieno socialisti e anarchici d'idea, poichè pensano come noi; ma è certo che debbono avere una convinzione molto debole o un animomolto fiacco; perchè quando uno vede i mali terribili che affliggono sè stesso ed i suoi simili e crede di conoscere il rimedio per metter fine a questi mali, come può fare, se ha un po' di cuore, a starsene tranquillo?
Colui che non conosce la verità non è colpevole: ma lo è grandemente chi la conosce e fa come se l'ignorasse.
Beppe. — Hai ragione, ed io appena avrò un po' riflettuto su quello che mi hai detto e mi sarò persuaso per bene, voglio entrare anche io nel partito e mettermi a propagare queste sante verità — e se poi i signori chiameranno anche me birbante e malfattore, dirò loro che vengano a lavorare e a soffrire come faccio io, e poi avranno diritto di parlare.