In sostanza, sia pure che Maurizio abbia rivolto al Campanella le solite dimande sulle mutazioni e su ciò che vi era da fare, il Campanella, in presenza di fra Dionisio e del Prestinace, lodò che egli stesse in arme e l'eccitò ad avere molti compagni, poichè in tal guisa sarebbe divenuto grande, adducendo gli esempi del Caldora, del Piccinino, del Fortebracci; stigmatizzò con argomenti trattidalla Bibbia la nuova numerazione fatta dal Governo (la numerazione de' fuochi fatta nel 1596, rifatta nel 1598, contro la quale Maurizio non era in grado di conoscere gli argomenti Biblici); infine gli disse di voler fondare la repubblica, dandogli animo a concorrervi con amici, ed egli si offrì. Solamente obbiettò che senza danari non si potea far nulla, ma il Campanella gli rispose che li avrebbe presi Marcantonio Contestabile dal Castello di Arena; e gli fece anche intendere che ne avea parlato ad uomini principali, tra gli altri a D. Lelio Orsini, il quale dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e avrebbe aiutato l'impresa (supposizione del Campanella, se non artificio). Dichiarò inoltre Maurizio che non sarebbe intervenuto nè avrebbe condotto gente, se non avesse vista già cominciata la guerra (la guerra da cui avrebbero dovuto scaturire le mutazioni di Stato); e il Campanella gli disse che avrebbe cominciato dal far ribellare Catanzaro, e si convenne che fra Dionisio, presente al colloquio, sarebbe andato a trovar gente in Catanzaro per fare la ribellione, onde egli vi acconsentì. Poi un giorno, essendosi visti alcuni legni turchi, fra Dionisio e il Campanella dissero voler andare a trattare di quel negozio, facendo intendere a Maurizio che bisognava cercare l'aiuto e il favore de' turchi, e fra Dionisio, in compagnia del Petrolo ovvero senza tale compagnia, mostrò di scendere alla marina per andarvi, sotto pretesto che dovea riscattare un suo fratello preso da loro; ond'egli più tardi, all'occasione della comparsa di Amurat Rays in quelle marine, si decise ad andare lui stesso a trattare, senza esservi stato propriamente mandato dal Campanella. D'altra parte il Prestinace gli disse che nella repubblica si sarebbe vissuto in comune, e il Campanella gli confermò questo, e gli disse pure che la generazione dovea farsi dagli uomini buoni, cioè valorosi e gagliardi (ciò che fu scritto poi nella Città del Sole); e il medesimo Campanella disse che voleva aprire i sette sigilli, che al tempo della guerra avrebbe fatto miracoli, che intendeva dar libri in volgare e far bruciare i latini, forse alludendo a' libri della fede, perchè i latini imbrogliavano la gente, ed anche, parlando de' turchi, ne disse bene, e parlando di Gesù lo disse un grande uomo dabbene in guisa da far sospettare che non credesse alla divinità di lui. Maurizio dichiarò che la religione doveva esser messa da parte, e che non avrebbe mai consentito che se ne fosse trattato; ma il Campanella gli spiegò che intendeva solamente riformare gli abusi della religione. Intanto fra Dionisio interloquiva anch'egli, ma sempre in un senso irreligioso. Un giorno, e forse questa volta d'accordo col Campanella, notò che il Papa e i Cardinali non rispettavano i precetti ecclesiastici relativi al digiuno e all'astinenza dal mangiar carne; un altro giorno parlò di un fatto osceno commesso da un frate coll'ostia consacrata, e dell'annegamento di un sacerdote avvenuto in Roma insieme con le ostie che era andato a ritirare da una Chiesa durante l'inondazione del Tevere, volendo inferirne che l'Eucaristia non avesse il valoreattribuitole, non essendosi verificato alcun miracolo in tali circostanze; un altro giorno, avendo visto nella Chiesa del convento Maurizio inginocchiato, gli disse all'orecchio che voleva gli uomini appunto così, che sapessero fingere. — Dobbiamo aggiungere che quando Maurizio trovava Giulio Contestabile presso il Campanella, come accadeva quasi sempre, Giulio non dava a diveder nulla, e Maurizio seppe dal Campanella la partecipazione di lui nella congiura sol quando erano stati già da un pezzo carcerati: inoltre che durante i colloquii fra Pietro di Stilo andava e veniva, ma non vi prendeva alcuna parte.
Commentando un poco questi fatti, che rappresentano la base di tutto ciò che accadde in sèguito, possiamo farci un concetto abbastanza chiaro della congiura e de' suoi capi. Il Campanella si rivela certamente il motore unico della macchina: nessuno sarebbe stato in grado di esserlo al pari di lui; così tutti in massa, congiurati, denunzianti, persecutori, giudici, inquisiti, non lo posero mai in dubbio. Consigliere intimo del Campanella era forse Gio. Gregorio Prestinace, rimasto assolutamente nell'ombra, perchè riuscito a nascondersi nel tempo delle persecuzioni: conoscitore degli uomini e delle cose della provincia, egli dovè fornire al Campanella le notizie delle quali aveva bisogno, e difatti le rivelazioni processuali ce lo mostrano presente in tutti i colloquii, consapevole anche de' particolari della repubblica da doversi fondare; l'aver messo l'occhio su Maurizio, forse anche l'averlo fatto venire a Stilo col pretesto che bisognava controbilanciare l'influenza di Marcantonio Contestabile, dovè essere opera sua. Maurizio poi era il capo di coloro che avrebbero dovuto agire per l'insurrezione, ma prescelto dal Campanella, esecutore de' progetti del Campanella, mentre Marcantonio, pur sempre secondo i progetti del Campanella, avrebbe agito del pari ma in un'altra direzione: egli già uomo d'armi, assennato ed accorto, diede maggior consistenza a' progetti indicatigli, ne avviò anche i preparativi con molta efficacia come vedremo in sèguito, ma in somma accolse i progetti, non li creò; se si spinse a pratiche co' turchi non concertate precedentemente, ne avea pure avuto qualche cenno dal Campanella, e ad ogni modo queste sole sue pratiche non basterebbero a costituirlo capo di una congiura nella quale il Campanella si sarebbe trovato involto senza saperlo. Quanto a' frati, fra Dionisio conosceva già i progetti del Campanella, essendone verosimilmente il consigliere come vedremo del pari in persona del Pizzoni, ma non faceva che secondarli ed anche in modo tutto suo, rimescolando profondamente le coscienze di coloro i quali egli voleva spingere ne' concerti per la ribellione: non si potrebbe credere che egli ritenesse argomenti serii contro la fede cristiana quelli che svolse a Maurizio, senza far torto alla sua cultura che sappiamo essere stata non così scarsa, ma si deve piuttosto dire che ritenesse indispensabile scuotere in qualunque maniera la fede per destare gli animi e renderli audaci; così vedremo poi sempre le dette scempiagginipropalate da lui e da alcuni altri frati suoi adepti, ripetute con storpiature ed aggiunte da altri adepti insulsi ed esaltati, infine malamente attribuite al Campanella, il quale aveva senza dubbio convinzioni poco cattoliche, ma non partecipava alle dette scempiaggini, e voleva una religione anche come strumento di regno. Quanto al Petrolo, egli pure conosceva i progetti del Campanella e vi aveva aderito, come nel processo confessò, ma vi partecipava debolmente, secondo la sua umile posizione: infine quanto a fra Pietro di Stilo, egli li conosceva del pari e forse più addentro degli altri; ma vi partecipava meno di tutti, per la ragione che poco ci credeva, ed anzi quasi ne rideva, come vedremo a suo tempo. Nè lasceremo questi apprezzamenti senza fare avvertire che ciascuno di costoro mostrò in sèguito precisamente la condotta notata da Maurizio quando ebbe occasione d'incontrarsi con essi; la qual cosa aggiunge un peso sempre più grande alla credibilità delle rivelazioni di Maurizio. — Adunque non solo l'idea di un movimento insurrezionale per fondare la repubblica, ma anche il modo di procedervi, erano suggeriti dal Campanella, il quale in alcune circostanze apparve meno, perchè seppe essere un cospiratore abbastanza circospetto. Infatti talvolta condusse il suo discorso in modo che la proposta d'insorgere venisse dal suo interlocutore, e talvolta anche fece parlare ma non parlò; nella faccenda dell'accordo col Turco invogliò soltanto ed anzi fece invogliare Maurizio ad attendervi, senza esporre francamente il suo concetto; ebbe perfino cura che qualche affiliato o qualche gruppo di affiliati non conoscesse l'altro. Bisognava cominciare dal far l'insurrezione in Catanzaro, poi, alla peggio, si sarebbero ritirati su' monti segnatamente a Stilo, verso cui i passi stretti rendeano difficile l'accedere delle milizie[262]; il modo di fornirsi di danaro era preveduto, ma bisognava far coincidere il movimento con la venuta de' turchi, i quali avrebbero tenuto a bada gli spagnuoli. Questa faccenda dell'accordo del Turco fu poi sempre vivamente ripudiata dal Campanella, che disse l'accordo avvenuto con sua meraviglia e disapprovazione: ma s'intende che la cosa a que' tempi era tanto scandalosa da dover obbligare assolutamente a ripudiarla, ed egli, che avea saputo mantenersi in disparte da questo lato, potea lavarsene le mani con una certa apparenza di verità; tuttavia dobbiamo ricordare che professava dovere i turchi dividersi in due fazioni, l'una delle quali avrebbe combattuta l'altra, che pochi mesi prima avea saputo il Cicala andato in cerca di sua madre fervente cristiana e separatosi da essa non senza lagrime, che infine nel libro della Monarchia di Spagna aveva appunto insegnato come si potesse profittare di qualche capitano turco stato già cristiano, indicando il Cicala, l'Ochiali, lo Scanderbergo[263].
Presi i concerti suddetti, ognuno si pose all'opera. Maurizio profittò dell'occasione per trattare l'accordo co' turchi, e si recò sulle galere che erano veramente quelle di Amurat, chiedendo di riscattare quattro persone di Guardavalle come ci dice un frammento della Difesa di due imputati, mentre il Carteggio del Residente Veneto ci dice che Amurat appunto a' primi di giugno trovavasi sulle coste di Calabria, e il giorno 7 fece anche uno sbarco alla Catona presso Reggio[264]; quindi si occupò senza dubbio di trovare amici, e disporli alla «fattione contro il Re». Marcantonio si pose anch'egli a cercare amici, e vedremo che tornò poi presso il Campanella col Caccìa ed un altro fuoruscito affiliato. Fra Dionisio andò a trovare qualche altro frate, e con lui e con un giovane che convertì per via si spinse fino a Messina; quindi tornò presso il Campanella, accompagnato anche dal Petrolo e da un terzo frate, che gli avea procurato l'acquisto di un'altro giovanotto. In questo mentre avvennero i terribili terremoti, già previsti e poi più volte ricordati dal Campanella, onde specialmente in Reggio ed anche in Messina si ebbe grave danno, essendo durati non meno di tre giorni e fino alla sera del 10 giugno[265]. Il Campanella fu poco dopo chiamato dal Marchese d'Arena e dovè andare presso di lui.
Verso il 20 giugno il Campanella ebbe questa chiamata dal Marchese d'Arena, da non doversi confondere con un'altra chiamata posteriore, della quale soltanto si ha il ricordo nella sua Dichiarazione. Sappiamo che era allora Marchese d'Arena D. Scipione Concublet de Bavaria (corrottamente «De Bavero»), successo a D. Gio. Francesco suo padre e a D. Carlo suo fratello primogenito, morti l'uno in gennaio l'altro in settembre dello stesso anno 1582[266]:egli viveva allora con la sua famiglia nel Castello d'Arena, ma nella 2.ametà di giugno, trovandosi in giro per que' paesi, era venuto a Monasterace, non lungi da Stilo, e quivi era ospite di D.aDianora Toraldo Signora della terra, come la chiamò uno degli inquisiti che depose tale fatto nel processo. Dagli scrittori in materia di nobiltà, e meglio anche da' Cedolarii, conosciamo che Signore di Monasterace in quel tempo era Giuseppe Galeota, figlio di Mario e di Eleonora Toraldo: costei, figliuola di D. Gasparre Toraldo 5.º Signore di Badolato e sposa a Mario Galeota, era rimasta vedova fin dal 1590; non a torto quindi veniva considerata Signora di quella terra[267]. Di là il Marchese fece chiamare il Campanella volendo parlare con lui; e il Campanella si recò in Monasterace, e vi si trattenne sei giorni. Quali argomenti trattasse il Campanella col Marchese non ci è noto, ma non è arrischiato l'ammettere che le vicine mutazioni da tutti aspettate fossero l'oggetto precipuo dei colloquii, bene inteso rimanendo nascosti i progetti del Campanella; poichè, quantunque il Marchese fosse poi stato nominato qual complice, sappiamo invece che egli doveva essere una delle vittime del movimento; ma interruppe i colloquii fra Dionisio, venuto con la sua comitiva a Monasterace in cerca del Campanella, che con quel sèguito fece ritorno a Stilo.
Ecco pertanto il giro che fra Dionisio finiva di compiere in quel momento. Licenziatosi in fretta dal Campanella e dagli altri congregati in Stilo, egli si recò a Condeianni, dove era Vicario del convento de' Domenicani fra Giuseppe Bitonto di S. Giorgio: abboccatosi con costui partì l'indomani per Oppido, ove risedeva in qualità di Viceconte il fratello Ferrante. Fra Giuseppe Bitonto, nello stesso giorno in cui partiva da lui fra Dionisio, si recava in S. Giorgio e quivi chiamava un suo cugino Cesare Pisano e con lui raggiungeva immediatamente[268]fra Dionisio in Oppido: di là tutti e tre l'indomani si recarono insieme a Bagnara e quindi a Messina. Questo Cesare Pisano, figlio di Fabio, era un giovane di 24 anni, clerico, ma di costumi assai tristi: una volta avea servito per testimone al Polistina in Napoli contro fra Dionisio, quando si trattava la causa dell'omicidio di P.ePietro Ponzio, e però al vederselo davanti, fra Dionisio ne rimase turbato; ma dietro assicurazioni del Bitonto presto s'acquetò. Trattavasi di uno di quelli che poteano servire nell'impresa disegnata, e non appena in viaggio, tra Oppido e Bagnara, fra Dionisio si occupò subito di catechizzarlo col metodo da lui prescelto, assistendolo pure fra Giuseppe Bitonto in tale ufficio: cominciò adire che non c'era Dio, non c'era altro Dio che la natura, inezia la confessione, inezia il temere di far peccato, fra Tommaso Campanella avrebbe fatte nuove leggi essendo quasi un Messia; gli annunciò inoltre una fazione di grande importanza che si volea fare, per la quale occorrevano uomini di valore ed alla quale volea che avesse preso parte, giacchè sarebbe stata l'esaltazione sua, ma per allora non gli spiegò di che si trattasse. Giungendo a Bagnara e fermandovisi due giorni, fra Dionisio che era stato invitato a predicare vi fece una delle sue buone prediche sull'Evangelo, poichè, come diceva al Pisano, «sapeva predicare l'uno e l'altro». A Messina si trattennero circa sei giorni, dimorando i due frati nel convento de' Domenicani, e Cesare Pisano all'osteria: ritornarono quindi per la stessa via di Bagnara, e si ridussero, fra Dionisio ad Oppido presso il fratello Ferrante, il Pisano a S. Giorgio, il Bitonto a Condeianni. Ma dopo circa dieci giorni, fra Dionisio accompagnato da un fra Giuseppe Jatrinoli e da un giovanotto a nome Giuseppe Grillo figlio naturale di Gio. Alfonso, tornò a Condeianni; quivi si unì al Bitonto ed anche al Pisano che vi era venuto da S. Giorgio, e tutt'insieme si diressero a Stilo per vedervi il Campanella[269]. In questo secondo viaggio si fermarono prima alla Motta Placanica, ove alloggiarono nel convento, l'indomani si recarono a Stignano, e là furono a pranzo in casa di Gio. Alfonso Grillo che era di Oppido ma dimorava a Stignano, coll'intervento di fra Domenico Petrolo, di un D. Marco Petrolo e di Geronimo Campanella padre di fra Tommaso, quindi passarono a Stilo menando con loro anche fra Domenico: non trovarono là fra Tommaso, ed avendo saputo che era in Monasterace vi si recarono immediatamente, rimanendo a Stilo il solo Giuseppe Grillo; in Monasterace poi si fermarono appena tre ore, e preso con loro il Campanella si ridussero tutti insieme a Stilo. Vedremo fra poco quali furono i discorsi scambiati col Campanella, ma per ora importa dire che nel pranzo di Stignano fra Dionisio fece uno de' suoi maggiori sproloquii, evidentemente per catechizzare Cesare Pisano e Giuseppe Grillo; e disse che non c'era Dio nè Trinità al modo che si crede, sibbene uno spirito che governa e move il tutto, che Dio era la natura, che non c'erano diavoli, nè inferno, nè purgatorio, nè paradiso, che Cristo non era vero figlio di Dio ma un semplice Nazareno, che il sacrificiodella Messa facevasi per bere, che nell'ostia non c'era Cristo e potea rilevarsi dal fatto che la mangiano i vermi, che fra Tommaso Campanella volea predicare e fare nuove leggi e nuovi statuti, ed egli con lui, portando gli uomini alla libertà naturale. Gli altri frati applaudivano e commentavano, e ne sembravano intesi del pari i due Petrolo, i quali del resto andavano e venivano (come probabilmente faceva anche Geronimo Campanella) per rendere servigi agli ospiti, ma pure non mancavano d'interloquire; p. es. fra Domenico Petrolo diceva al Pisano, «che ti credi, che ci sia Dio Padre quel barbuto come si dipinge?», e tutti i frati continuavano separatamente a dire qualche cosa dello stesso genere. Così si sarebbe parlato contro la verginità di Maria, contro i miracoli di Gesù ed anche de' Santi, contro le relazioni tra Gesù e S. Giovanni, contro le prescrizioni della Chiesa, contro l'istituzione monastica di ambo i sessi, contro l'autorità e la moralità del Papa, de' Cardinali e de' Vescovi; fra Dionisio vi avrebbe pure narrato il solito fatto osceno contro il Sacramento dell'altare, aggiungendovi inoltre il fatto di un Inglese che in Roma diè un pugno al Sacramento senza alcuna conseguenza miracolosa, ma fu poi bruciato vivo d'ordine del Papa; e si può dire che queste ultime proposizioni furono probabilmente enunciate, mentre sulle altre rimane qualche dubbio[270].Con ciò si sarebbe parlato ancora di progetti del Campanella in un modo esageratissimo e scempiato; che egli era il vero legislatore e il vero Messia, che con la sua predica e dottrina, e col valore de' tanti che lo seguivano, avrebbe levato la fede di Cristo e si sarebbe impadronito del mondo; ma infine segnatamente fra Dionisio e il Bitonto gli comunicarono la risoluzione di ribellare il Regno e sottrarlo al dominio del Re di Spagna, e che per questo effetto aveano concerti con molti fuorusciti, ed anche con molti gentiluomini e Signori, tra' quali il Marchese d'Arena ed altri. Finalmente poi questi frati, compreso fra Domenico Petrolo, conchiusero che bisognava far parlare il Pisano col Campanella. — Come dicevamo, non trovarono il Campanella a Stilo ed andarono a cercarlo a Monasterace. In questa traversata s'incontrarono con Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso Caccìa ed un altro fuoruscito abbastanza rinomato per molti delitti, Gio. Francesco d'Alessandria, i quali si recavano del pari a Stilo presso il Campanella, e continuarono la loro via, probabilmente dietro l'assicurazione che fra Dionisio e compagni andavano a prenderlo e tra poco sarebbero tornati con lui. Essi trovarono infatti il Campanella a Monasterace, in casa della S.raD.aEleonora insieme col Marchese d'Arena, e seppero che vi stava già da sei giorni. Il Campanella prese subito licenza da questi Signori, e poco dopo, accompagnato da tutta la comitiva venuta a rilevarlo, tornò a Stilo. Durante il viaggio gli fu presentato il Pisano come uno degli amici; stando a cavallo gli domandò se era prete di Messa, e udito che era chierico, tenne qualche discorso con lui dilucidandogli alcuni dubbi. Secondochè il Pisano potè capire e riferire col suo limitato intelletto, il Campanella gli avrebbe confermato che non ci era vita futura, dicendo che i corpi nostri erano come quelli de' bruti e che le anime nostre si convertivano in non essere; quanto poi all'essenza di Dio, gli avrebbe detto di star contento a ciò che i frati gli aveano significato, trattandosi di cose troppo elevate per la sua intelligenza; così il Pisano rimase persuaso che quanto gli era stato detto da' frati veniva approvato dal Campanella[271].
Prima di andar oltre riesce necessario chiarire un poco tuttoquesto andirivieni. Vi sarebbero due maniere di spiegarlo; o che fra Dionisio, con la sua tendenza a vagare e col bisogno di una compagnia, tanto per soddisfare alla sua indole ciarliera quanto per provvedere alla sua sicurezza personale, sia andato fino a Messina per fare qualche acquisto associandosi a qualche compagno di viaggio, e poi abbia fatto lo stesso nel volersi recare a Stilo; ovvero, con l'impegno di trovare amici ed alleati per l'impresa da doversi compiere, siasi rivolto al suo germano Ferrante e ad altri individui di sua conoscenza, e tra essi a que' frati, che potevano fare al caso suo e raggranellare anche qualcuno, principalmente poi abbia adempito ad una missione segreta in Messina, e sia venuto da ultimo presso il Campanella per dar conto di questa missione e di tutti gli altri maneggi, presentando i frati amici insieme co' primi saggi della loro raccolta. Quando più tardi si dovè rendere ragione di questi viaggi ne' tribunali, si disse appunto che fra Dionisio era andato a Messina per comperar pepe, tostati e la Biblioteca Santa del Sisto, come il Bitonto per comperar materassi; del viaggio sussecutivo a Stilo non si rese ragione alcuna, e solo il Bitonto accennò all'essere andato a Stilo per pregare il Campanella che gli facesse avere l'incarico di qualche predicazione. Tutto ciò è possibile, ma è possibile anche l'altra versione, specialmente se si tengano presenti tutte le circostanze anteriori e posteriori: a noi pare molto accettevole la seconda maniera di spiegare la cosa, e giungiamo fino a credere che fra Dionisio abbia potuto andare in Messina per far arrivare cautamente al Cicala qualche sua lettera, giacchè un documento da noi trovato nell'Archivio di Spagna in Simancas ci mostra che appunto in questo tempo da Messina e dalla casa stessa del Cicala partivano le informazioni che costui desiderava, e poi, alcuni anni dopo, si vide fra Dionisio scappato dal carcere riparare appunto in casa del Cicala a Costantinopoli[272]. Il viaggio a Messina fu più tardi minutamente vagliato intorno all'eresia e non intorno alla congiura: noi non vorremmo menomamente sembrare più crudeli del crudelissimo Avvocato fiscale che tanto aggravò la causa di questi disgraziati, e però ci limitiamo ad enunciare la nostra idea e ad abbandonarla alla meditazione de' lettori, ma ricordando che nel tempo in cui fra Dionisio si recava a Messina, Maurizio non aveva ancora avuta occasione di andar lui presso i turchi. Certamente poi da tutto l'insieme de' fatti successivi, ed anche soltanto da' fatti che si verificavano in quei giorni, si ha motivo di ritenere che i suddetti viaggi si connettevano col lavoro per la congiura.
In Stilo non sappiamo veramente quali discorsi siano stati allora fatti tra il Campanella e que' frati: sappiamo solo che l'indomani parlarono a lungo tra loro senza l'intervento del Pisano e delGrillo, e poi, rimanendosi fra Dionisio, ciascuno degli altri prese la volta della sua dimora. Ma vi erano già arrivati anche Marcantonio Contestabile col Caccìa e con Gio. Francesco d'Alessandria, il quale era stato sollecitato propriamente dal Caccìa. Nemmeno sappiamo i discorsi fatti col Contestabile; c'è tuttavia ogni ragione di credere che costui abbia dovuto egualmente render conto de' suoi maneggi e de' compagni che avea trovati. Sappiamo solamente i discorsi fatti dal Campanella in presenza del Caccìa e del D'Alessandria, secondochè li rivelò poi il Caccìa nel processo della congiura, ma, come abbiamo già avuta occasione di dire, alle rivelazioni del Caccìa non si può troppo aggiustar fede, essendo state fatte fra tormenti atroci. Secondo il Caccìa, nella sua cella insieme con fra Dionisio, il Campanella manifestò loro la congiura e i preparativi che già si faceano: ripetè che in quell'anno 1599 e 1600 dovevano esservi le grandi mutazioni, affermò che ci erano molti altri congiurati per fare le Provincie di Calabria repubblica, con l'aiuto anche del Turco e d'altri Signori, manifestò che «Mauritio e un altro di Reggio di Casaspano (sic) haveano fatto una gran quantità di forusciti», e che lui, il Campanella, «voleva essere Monarca del mondo et dare nova legge»[273]. In verità non apparisce credibile che quest'ultima proposizione abbia potuto essere stata detta ad un uomo come il Caccìa, e però tutta la rivelazione sua rimane infirmata: può ammettersi solamente che Gio. Francesco d'Alessandria dovè essere catechizzato nel senso delle prossime mutazioni e rivoluzioni, e tutti doverono essere infervorati a star pronti e a cercare altri compagni. Tre giorni durò la permanenza di questi fuorusciti nel convento di Stilo: il Campanella e fra Dionisio rimasero soli, ma per brevissimo tempo; giunse in fretta il Bitonto e fu necessario che il Campanella, insieme con lui e fra Dionisio, si mettesse di nuovo in viaggio. Passiamo a dire ciò che era accaduto.
Nel partire da Stilo, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe di Jatrinoli furono accompagnati da Cesare Pisano fino alla Motta Placanica; di là, separandosi dal Pisano, proseguirono fino a Castelvetere e si fermarono nel convento del loro Ordine; e sia per accidente, sia con premeditazione, videro un Felice Gagliardo di Gerace che stava nelle carceri di Castelvetere e tennero con lui un abboccamento. Questo Felice Gagliardo ci darà molto da dire nel sèguito della nostra narrazione. Giovane a 22 anni, di molto ingegno e di nessuna coscienza, temerario e peggio, avea preso moglie in Condeianni ma dimorava in Gerace con un Pietro Veronese suo patrigno, ed entrambi menavano pessima vita: nel Grande Archivio abbiamo intorno a loro trovato un documento che mostra come fin da due anni prima si dilettassero di grassazioni e di furti[274].Vedremo più tardi che Felice, stando poi carcerato in Napoli, continuava a tenere corrispondenza con una banda di fuorusciti, alla quale non era estraneo il Veronese e della quale facea parte un suo fratello a nome Lucio, che andò a finire ucciso come bandito con taglia, e Felice medesimo, liberatosi da' travagli per la congiura e l'eresia, andò poi a finire sul patibolo per delitti comuni. Egli avea da due anni conosciuto il Bitonto che era stato in Condeianni a predicare: in sèguito, essendo sorta inimicizia tra lui e il proprio cognato a nome Felice Regitano, gli avea tirato un colpo di fucile, per la qual cosa si trovava in carcere. Secondo il Bitonto, il Gagliardo lo chiamò per raccomandarsi che avesse pregato i suoi parenti in suo favore, procurandogli la remissione da parte loro; ma ciò non toglie che il Bitonto, a quanto pare, avesse fatto assegnamento sopra di lui per la ribellione; di fatti gli avrebbe detto di voler procurare l'accomodamento in Condeianni, e frattanto stesse di buon animo, chè vedrebbe succedere cose le quali gli sarebbero di grandissima utilità. Giunto a Condeianni, non mancò di trattare co' parenti del Gagliardo, ma costoro si negarono affatto: pertanto Cesare Pisano veniva carcerato, e il Bitonto dovè occuparsi di lui. — Di ritorno dal viaggio fatto, Cesare Pisano si era appropriata una giumenta del Principe della Roccella, che era pure Marchese di Castelvetere, e però fu preso dagli ufficiali del Principe e tratto alle carceri di Castelvetere: il Bitonto gli avrebbe detto che andasse di buon animo, che troverebbe là Felice Gagliardo amico suo; frattanto cercò subito che il Campanella e fra Dionisio parlassero al Principe della Roccella in favore di Cesare, e così ebbero a mettersi di nuovo in viaggio tutt'insieme per tale scopo.
Era il 1º o il 2º giorno di luglio, quando il Campanella, fra Dionisio e fra Giuseppe Bitonto, partiti da Stilo giungevano in Castelvetere. Quivi dapprima visitarono Cesare Pisano nel carcere, di poi così il Campanella come fra Dionisio si recarono presso il Principe per supplicarlo che lo liberasse: e pare che il Principe lo facesse sperare, tanto che circa venti giorni dopo, ritenendo la cosa ben certa, fra Dionisio ne annunziava la liberazione ad un altro frate che era zio di Cesare, fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio; ma veramente il Principe non ne fece nulla. Intorno poi alle parolescambiate tra' frati e il prigioniero, secondo il Bitonto gli si sarebbe detto solamente di star di buon animo; secondo Felice Gagliardo si tenne un discorso lungo e segreto, ed oltracciò, finito il discorso, Cesare che già si era stretto a lui lo presentò al Campanella dicendo, «questo giovane è di Condeianni e potrà servire et mover genti», e il Campanella e fra Dionisio gli avrebbero entrambi detto di dar credito a quanto gli sarebbe stato comunicato da Cesare[275]. Avvertiamo una volta per sempre che le asserzioni di Felice Gagliardo non si possono ritenere senza le più grandi riserve: ma è verosimile che il Bitonto, nell'altro suo abboccamento con lui, gli avesse parlato della ribellione, non senza condire il discorso con le teoriche antireligiose giusta il metodo di fra Dionisio, e che Cesare gli avesse continuato a parlare sempre più efficacemente nello stesso senso; così il Gagliardo potè essere presentato al Campanella e a fra Dionisio, venendo scambiata tra loro qualche parola di complimento e forse anche qualche allusione coverta alle imprese disegnate. Certo è che fu questa la prima volta in cui Felice Gagliardo venne a contatto col Campanella e con fra Dionisio, e per pochi istanti. Certo è del pari che Cesare, infatuato pe' discorsi precedentemente avuti con fra Dionisio e con gli altri frati, si fece a catechizzare Felice Gagliardo, il quale non avea veramente molto bisogno di essere catechizzato, e così pure gli altri che stavano o vennero successivamente nello stesso carcere per imputazioni diverse, durante i tre mesi e più che là fu rinchiuso. Con l'eccitamento del neofito e con la storditaggine che gli era propria, cominciò fin dalla prima sera a trattenersi con Felice Gagliardo su' noti argomenti, esagerando quanto aveva imparato ed aggiungendovi del suo. Non esisteva Trinità, l'ostia non conteneva Cristo (dimostrandolo col solito fatto osceno, che attribuiva a sè medesimo per vanteria ed anche al Bitonto), Cristo era un povero pezzente sporco «zazzaruso», che si scelse per compagni dodici altri pezzenti ed era in relazioni pessime con Giovanni; de' miracoli di Cristo non si dovea creder nulla perchè riferiti da' suoi parenti ed amici; Lazzaro era risorto per via di erbe, e Maria era una schiava nera d'Egitto concubina di Giuseppe, e però nell'Officio si diceva «nigra sum»; nel morire le anime si convertivano in ombre fugaci e spiriti aerei e i corpi in pietre, non c'era inferno nè paradiso nè diavoli, cose inventate «ad terrorem», le vigilie co' digiuni erano state inventate per far morir presto, e poi le solite storie della mala vita de' Papi e dei Cardinali, de' conventi etc. E poi, che il Messia Campanella aveva armi e genti assai e denari, ed avrebbe conquistato più Stati e Regni che non ne conquistarono gli Apostoli, perchè «vis unita fortior»; e presto vi sarebbero rivolture e Campanella farebbe nuove leggi. Pare impossibile che questo sciagurato ciarlasse tanto co' suoi compagni di carcere; ma egli medesimo ebbe poi a dire che discorsecosì largamente di eresia con loro, perchè «credeva più facilmente indurli o confirmarli alla ribellione temporale».. «per vedere si loro erano boni per la ribellione»[276]. Avea dunque adottato pienamente il metodo di fra Dionisio, e con questo metodo egli infervorava alle cose nuove, oltre Felice Gagliardo, un Orazio Santa Croce di Gerace, un Geronimo Conia di Castelvetere, un Camillo Adimari di Altomonte paggio del Principe della Roccella, un Gio. Angelo Marrapodi di S.taAgata mastrodatti: e pare che meno quest'ultimo di età più inoltrata e repugnante propriamente alle teoriche irreligiose, gli altri, che aveano da' 19 a' 30 anni di età, consentissero più o meno ma senza scoprirsi troppo; erano giovani e non de' più pacifici, stavano in carcere e non vedevano l'ora di uscirne, aveano quindi ragione di accogliere siffatte cose molto volentieri. L'essere poi stati, all'infuori del Gagliardo, più o meno discolpati dal medesimo Pisano negli ultimi momenti di sua vita, come ci mostra un documento da noi rinvenuto nell'Archivio dei Bianchi di giustizia, deve intendersi nel senso che essi, all'infuori del Gagliardo, non si manifestarono esplicitamente con lui; e per verità non avrebbero potuto manifestarsi, vedendolo facile a ciarlare così leggermente di cose tanto delicate. Secondo le rivelazioni che più tardi fecero contro di lui gl'individui suddetti, e segnatamente il Gagliardo ed il Conia, egli avrebbe loro esposta la congiura per filo e per segno, con molti particolari di grande importanza: probabilmente costoro vi erano stati già iniziati, ed anche poterono foggiare molte cose sulle notizie che allora ne correvano; non di meno deve ritenersi per certo che egli ne abbia parlato enfaticamente, dietro ciò che glie ne aveano detto in ispecie fra Dionisio, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe Jatrinoli. Pertanto è facile vedere che lo zelo del Campanella in favore di Cesare non va spiegato unicamente co' riguardi verso i suoi amici che glie lo raccomandarono; lo zelo stesso di fra Dionisio per quest'uomo, di cui non aveva avuto punto a lodarsi in passato, non va spiegato unicamente co' riguardi verso il Bitonto; senza dubbio le premure pel Pisano mettevano capo alla sua qualità di affiliato alla congiura.
Vediamo ora le ulteriori mosse del Campanella. È accertato che egli si trattenne due soli giorni in Castelvetere, e che tornato a Stilo, insieme con fra Dionisio, continuò d'accordo con costui a sollecitare amici e far raccolta di fuorusciti. Più volte avea scritto a fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale ricoverava nel suo convento un fuoruscito molto noto, a nome Claudio figlio di Ferrante Crispo: oltracciò si trovava ricoverato nel convento di Soriano un altro fuoruscito non meno noto, Giulio Soldaniero di Borrello in compagnia di un suo servitore anche più agile di lui nelle armi, a nome Valerio Bruno di Motta Filocastro, e il Campanella pensò di far parlare egualmente a questo Soldaniero.
Fra Gio. Battista di Pizzoni risedeva appunto nel convento di Pizzoni, paesello distante poche miglia da Soriano: il convento era piccolo ed abbastanza isolato, e non conteneva più di due sacerdoti e due o tre «terzini o terzi habitelli» come solevano chiamarsi i frati inservienti; nè occorre dire che in questa specie di conventi non c'era ombra di regole monastiche. Fra Gio. Battista vi aveva titolo di Vicario; con lui stava il suo fido fra Silvestro di Lauriana, e tra' terzini stava fra Fabio Pizzoni nipote di fra Gio. Battista, le cui relazioni con fra Silvestro aveano già dato da dire anche troppo. Non erano mai mancati i fuorusciti in quel convento, e il predecessore di fra Gio. Battista, fra Ferrante da Soriano, avea passato pericolo di essere precipitato dalle finestre per mano di quelli che si trovavano là ricoverati: avendovi giurisdizione il Vescovo di Mileto, ed obbligando costui, come già conosciamo, i superiori dei conventi a ricoverare i fuorusciti sotto pena delle censure ecclesiastiche, Claudio Crispo, giovane fuoruscito per omicidio, vi stava in piena regola, e fra Gio. Battista mantenevasi con lui in buonissime relazioni, anche perchè, a quanto pare, gli serviva da braccio forte verso i suoi nemici. Aveva poi fra Gio. Battista avuta occasione di conoscere pure Giulio Soldaniero, ed ecco in che modo. Giulio, anche lui di soli 22 anni, possidente, con moglie, si era fatto capo di banditi, avendo ucciso due suoi cugini Marcello e Pietro Soldaniero, oltre una donna, Vera la Rocca, per ereditarne, come dicevasi, le sostanze; ma ne rimanea tuttora vivo un altro, Eusebio Soldaniero, e costui si era fatto bandito egualmente, per difendersi e per vendicare i suoi fratelli. Giulio risedeva ordinariamente nel convento di Soriano, convento magnifico, divenuto una delle maraviglie della Calabria, possedendo un'immagine portatavi nientemeno che da S.aCaterina e da M.aMaddalena: egli vi stava già da oltre otto mesi, avea quivi passata la quaresima assistendo a tutte le prediche fatte in tal tempo da fra Gio. Battista da Polistina (circostanza da ricordarsi), e per voto alla Madonna dell'Idria, fatto un giorno che gli toccò una ferita d'archibugio, si asteneva da' cibi di grasso il martedì; con tutto ciò i Superiori del convento affermavano esser lui uomo di mala vita, ma il Vescovo di Mileto non volea che venisse espulso. Eusebio risedeva ordinariamente in Serrata casale di Borrello; intanto un giorno corse voce che fosse venuto nel convento di Pizzoni per trovarsi più vicino a Giulio ed insidiarne la vita; Giulio scrisse allora una lettera minatoria a fra Gio. Battista, il quale si affrettò a dissipare l'equivoco, si diè premura di vederlo e rimase con lui in buoni termini. Potea dunque servire per invitare Giulio a far parte della congiura; e veramente come costui si fece poi a confidare al Priore di Soriano, più volte lo sollecitò in questo senso; tuttavia parve bene che gli si facesse udire anche la voce di fra Dionisio, e così fu convenuto, quando, dietro le insistenze del Campanella, dovendo anche aggiustare una faccenda d'interessi conun fra Marcello Basile francescano, fra Gio. Battista si risolvè di andare a Stilo.
Ma appunto in quel tempo, durante la prima settimana di luglio, il Campanella, chiamato un'altra volta dal Marchese, dovè recarsi ad Arena. Fra Gio. Battista di Pizzoni ve l'accompagnò, e così pure fra Dionisio, unitamente a Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso Caccìa e un altro fuoruscito, con molta probabilità Giovanni Morabito, che per essere di Filogasi conoscevasi col nome di Giovanni di Filogasi: vedremo infatti più tardi distintamente nominato questo Giovanni di Filogasi come uno della compagnia[277]. Fece inoltre egualmente parte della compagnia questa volta il fratello del Campanella Gio. Pietro, armato anch'egli, come i fuorusciti predetti, di fucile e pistola (scoppetta e scoppettuolo, quest'ultimo noverato tra le armi proibite). Il Campanella fu alloggiato presso il Marchese in castello, nell'altura di Arena; tutti gli altri si rimasero nella terra, certamente in compagnia di Gio. Francesco d'Alessandria che soleva stare in Arena. Ma l'indomani fra Gio. Battista di Pizzoni e fra Dionisio se n'andarono alla volta di Soriano presso Giulio Soldaniero; ed ecco due uomini, già inimicissimi, in sèguito ravvicinati, ora stretti al punto da compiere insieme una missione molto delicata: volle poi fra Dionisio addurre l'antica inimicizia per mostrare che la cosa non fosse stata possibile, ma risulta da fonti numerosi e indubitabili che egli andò veramente presso il Soldaniero insieme con fra Gio. Battista, e la sua negativa medesima mostra che quest'andata aveva uno scopo compromettente.
La missione presso Giulio Soldaniero, eseguita senza dubbio con l'intesa del Campanella ne' primi giorni della sua dimora in Arena, per la grande importanza che ebbe in sèguito merita di essere conosciuta ne' suoi più minuti particolari. Giunti i due frati a Soriano, Dionisio dimandò subito del Soldaniero, ed immantinente ebbe luogo uno stretto colloquio. Fra Gio. Battista, che sembra essersi allora limitato a promuovere la reciproca conoscenza tra' due interlocutori, lasciando a fra Dionisio il còmpito di trattare, l'indomani se ne partì per Pizzoni: fra Dionisio poco dopo lo seguì senza che se ne sia mai conosciuto bene il motivo, avendo taluno detto che temeva che fra Gio. Battista conducesse il Campanella a Pizzoni, ed altri invece detto che voleva appunto condurre il Campanella a Pizzoni; ma più plausibile apparisce l'aver voluto far premura a fra Gio. Battista che senza perdita di tempo conducesse Claudio Crispo presso il Campanella. Certo è che nello stesso giornopoi fra Dionisio tornò e ripigliò i colloquii col Soldaniero, rimanendo una volta anche a pranzo con lui, e il giorno seguente tornò pure fra Gio. Battista accompagnato da Claudio Crispo e diretto ad Arena, allo scopo, come egli diceva, di procurarsi la protezione del Marchese per riscuotere un legato. Fra Dionisio si fermò in Soriano tutto quel giorno ed anche il giorno dopo, nel quale, essendo domenica, ad istanza di alcuni cittadini e propriamente di un Rutilio di Pucci, fece una predica e poi se ne andò egli pure ad Arena. Questo si può raccapezzare da' racconti contradittorii ed anche iniqui intorno a siffatta visita di fra Gio. Battista e fra Dionisio al Soldaniero. Certo è che i colloquii con costui, segnatamente per parte di fra Dionisio, continuarono in modo più o meno interrotto dal giovedì alla domenica, e non è difficile intendere su quali argomenti versassero. Fra Dionisio seguì il suo solito metodo di catechizzare, accennando le profezie, magnificando la persona del Campanella, esponendo i disegni della ribellione, ma sviluppando al tempo medesimo principii irreligiosi: senza dubbio si può e si deve usare molta riserva intorno alla misura di siffatti colloquii, avendo di poi influito le più infami circostanze ad estenderla oltre ogni limite come a suo tempo vedremo; ma intorno alla natura loro non può muoversi dubbio veruno, essendo una ripetizione di discorsi analoghi tenuti già in analoghe occasioni. Fra le varie rivelazioni discordi e bugiarde, abbiamo quelle del Priore e del Lettore di Soriano (fra Giuseppe d'Amico e fra Vincenzo di Lungro) che per verità non possono menomamente ritenersi disinteressate, ma ad ogni modo sono più serie di quelle del Soldaniero e compagno, ed ecco ciò che risulta da esse. Fra Dionisio avrebbe parlato della ribellione contro il Re, dicendo pure che molti Signori erano dalla parte de' congiurati; avrebbe inoltre esternato principii irreligiosi dando un pugno ad un crocifisso dipinto nel dormitorio e dicendo che non bisognava credergli, affermando che i Sacramenti erano stati istituiti per ragione di Stato, che non si dovea credere ad un poco di farina mista coll'acqua e poi cotta, che taluno (anzi egli stesso) avea fatto dell'ostia quell'uso osceno tante volte accennato, che i miracoli erano baie, ed il Campanella potea farli e li avrebbe fatti al tempo della ribellione. Queste cose il Soldaniero comunicò al Priore ed al Lettore di Soriano vari giorni dopo che fra Dionisio era partito dal convento, ed anzi al Priore comunicò dapprima le sole cose concernenti la ribellione e molto più tardi, in agosto, comunicò pure le cose di eresia. Nè attribuì mai a fra Gio. Battista, in quel tempo, l'aver detta alcuna cosa di eresia, comunque avesse affermato che più volte egli era stato da lui tentato per la ribellione; del rimanente disse al Lettore che il Campanella, fra Dionisio, fra Gio. Battista, fra Silvestro di Lauriana, fra Pietro di Stilo e fra Domenico di Stignano «erano tutta una cosa insieme»; così per la prima volta troviamo fatta menzione di questo gruppo, che con fra Giuseppe Bitonto, fra Giuseppe Jatrinolie fra Paolo della Gretteria rappresentò tutto il gruppo de' frati promotori della ribellione[278]. Non ci fermiamo sopra altre circostanze della ribellione e dell'eresia, che il Soldaniero manifestò più tardi, quando tradì nel modo più atroce i congiurati, e che per tale motivo non possono tutte accogliersi alla leggiera; probabilmente fra Dionisio disse molto più di quanto il Soldaniero comunicò al Priore ed al Lettore, ma ciò che ci risulta dalle rivelazioni di costoro basta per fare intendere, che sollecitato dal Pizzoni, persuaso da fra Dionisio, sotto gli auspicii del Campanella, il Soldaniero col suo Valerio Bruno per lo meno era in via di entrare a far parte della congiura. Dobbiamo poi notare un'altra circostanza importantissima, che fu rivelata dal medesimo Priore fra Giuseppe d'Amico. Un giorno, nell'agosto, gli fu mostrata dal Soldaniero una lettera scritta e sottoscritta dal Campanella, il cui carattere egli conosceva molto bene, e nella fine di essa si leggeva il seguente brano, «di quel tanto che vi ha ragionato il Padre lettore fra Dionisio, del tutto mi rimetto al mio locotenente fra Gio. Battista di Pizzone». Pur troppo il Campanella si spinse fino a dar fuori sue lettere, dirigendone non solo al Soldaniero ma anche a qualche altro fuoruscito; e vedremo che questa diretta al Soldaniero fu portata da fra Pietro di Stilo, come risulta da una spontanea deposizione di fra Pietro medesimo, al quale è impossibile negar fede. Dopo tutto ciò non farà meraviglia che nella Dichiarazione, e così pure nella Difesa, il Campanella non abbia mai parlato di queste sue relazioni col Soldaniero, ed invece abbia appena citato quest'uomo nella Dichiarazione tra gli amici di Maurizio, ed abbia poi ingarbugliato le cose di questo periodo nella Narrazione così come segue: «Sapendo Fra Dionisio ch'il Polistena volea farlo uccidere com'il zio per mezzo di Giulio Saldaneri, che stava ritirato in convento di S. Domenico di Suriano per haver ucciso dui proprii fratelli per la robba, però cercò guastar quella amicizia del Polistena col Saldaneri per via di Mauritio Rinaldi amico di Saldaneri, e volea uscir con loro in campagna risolutamente per ammazzar il Polistena. Però con tutti parlava di mutatione di secolo et del Regno». È facile rilevare che queste cose furono scritte assolutamente pel bisogno di scolparsi, ma sono ben lontane dalla verità.
Abbiamo veduto il Pizzoni con Claudio Crispo andare presso il Campanella ad Arena. Fu questo evidentemente un altro acquisto per la ribellione, e Claudio, nel processo consecutivo, confessò in tortura di aver trovato ad Arena il Campanella, che nel castello medesimo del Marchese, in una camera segreta, gli comunicò la ribellione, aggiungendo pure nientemeno che erano in aiuto di essa il Principe di Bisignano e D. Lelio Orsini, ed egli promise di trovar gente, e parlò con Gio. Tommaso Caccìa e Giovanni Morabito; sicuramented'allora in poi il Crispo ed il Caccìa rimasero in molto stretta relazione tra loro. Ma secondo la Dichiarazione del Campanella, che fu poi confermata in un senso meno semplice dalla sua confessione in tortura, egli venne pregato da fra Gio. Battista di visitare Pizzoni e di parlare delle mutazioni al Crispo; e così andò a Pizzoni e là, coll'occasione di un discorso sulla fabbrica dell'Astrolabio, si fece a parlare delle mutazioni e della convenienza di trovarsi pronti e di avere molti compagni. Aggiunge ancora nella confessione, e poi nella Difesa, che fra Gio. Battista avea premura che si parlasse al Crispo, perchè costui volea passare a nozze e conveniva distoglierlo da tale idea, ad oggetto di mantenerselo disponibile come suo braccio forte. Ma evidentemente questo fatto potea bene stare insieme con l'altro, eppure deve notarsi che la faccenda delle nozze non si pose innanzi fin da principio nella Dichiarazione, sibbene più tardi, allorchè vi fu tempo di poter trovare qualche pretesto: importa poi ben poco che il colloquio siasi tenuto in Arena o invece in Pizzoni, rimanendo sempre indubitato che si sollecitò Claudio Crispo a prender parte nelle mutazioni da dover accadere, ed egli si offerse, vantandosi anche di avere amici per l'impresa; in ciò si accordano tanto il Crispo quanto il Campanella. È verosimile che in Arena sia stato cominciato isolatamente, ed in Pizzoni poi sia stato proseguito con più largo uditorio, il discorso delle mutazioni con le relative conseguenze: poichè vedremo il convegno di Pizzoni avere avuta un'importanza assai più grande, e il Campanella dovè in sèguito studiarsi di restringerne le proporzioni, limitandolo al solo discorso per Claudio Crispo.
Dobbiamo ora notare un altro fatto che il Campanella affermò avvenuto durante la sua permanenza in Arena, l'avere cioè saputo per lettera di Giulio Contestabile che Maurizio era andato sulle galere d'Amurat Rais. Nella Dichiarazione egli disse che questa lettera era venuta a lui medesimo; nella confessione disse invece che era venuta a fra Gio. Battista di Pizzoni e a Claudio Crispo. La prima versione è certamente più probabile, come è più probabile che la lettera gli sia stata diretta da Maurizio in persona[279]. Con questa lettera ci sembra chiaro che doveva essergli partecipata non già l'andata sulle galere di Amurat, a lui certamente già nota, ma la risposta di Costantinopoli, la notizia della sicura venuta del Cicala in settembre e dell'adesione sua a' loro progetti: una galera distaccata del medesimo Amurat, di quelle che si dicevano «lingue» perchè prendevano e davano informazioni sulle coste, potè servire a tale scopo, sicchè Maurizio dovè recarvisi di nuovo e conoscerel'esito della trattativa. I particolari poi di ciò che si era convenuto furono da Maurizio spiegati al Campanella più tardi, quando potè abboccarsi con lui: ne parleremo dunque anche noi a suo tempo, e qui notiamo, che al punto cui siamo pervenuti il Campanella potè esser certo che le trattative col Turco erano state conchiuse. Aggiungiamo poi che la lettera la quale annunziava le trattative conchiuse fu con ogni probabilità recata da fra Pietro di Stilo, poichè troviamo fra Pietro venuto allora in Arena, a quanto pare accompagnato da Fabrizio Campanella parimente armato come Gio. Pietro Campanella: questa venuta di fra Pietro, il quale «era un poco parente di Maurizio» come ebbe poi a dire nel processo di eresia, dà motivo a credere che la lettera di annunzio delle trattative conchiuse dovè essere stata scritta dallo stesso Maurizio, e che fra Pietro, compreso della gravità di essa, non volle affidarla ad altre mani. Così accadde pure che lo stesso fra Pietro, dopo alcuni giorni, si fece latore di un'altra lettera scritta dal Campanella a Giulio Soldaniero, e si recò in sèguito a Davoli, appunto in quella terra in cui soleva risedere Maurizio presso il sacerdote D. Marcantonio Pittella. Aggiungiamo inoltre che poco dopo, in data del 25 luglio, Maurizio si fece a scrivere al Crispo che egli era «l'istessa persona con fra Tomase», per eccitarlo senza dubbio a seguirne i ragionamenti col mettergli innanzi la propria partecipazione all'impresa. Del pari in data del 25 luglio, da Davoli, Maurizio scrisse ad un Gio. Francesco Ferraima «che venesse a trovarlo senza dire nè dove va nè a chi va, e vada cautelatamente, e quando entra sia con honestà, et che Donno Marco Antonio Pittella li darà nova dove me ritrovo, et che entrii di notte, et che haveano da raggionare negotio importantissimo, il quale non patisce dilatione, e tardando sgarraremo (intend. sbaglieremo) negotio, che spero arrivaremo hoggi, et che desiderando haver contento dele cose ch'hà desiderate si ne venghi subito». Vedremo che queste lettere furono disgraziatamente trovate ed inserte nel processo che ne seguì: esse intanto mostrano che a quella data Maurizio, avuta l'assicurazione della non lontana venuta dell'armata turca e del poter procedere d'accordo con essa, si dava grandissima premura di affrettare i preparativi, e dopo aver cercato d'infondere la premura medesima nel Campanella e socii, cercava di eccitare personalmente gli amici a lui noti ed anche di raccoglierne de' nuovi. Le sue sollecitazioni non riuscirono inutili; ma già il solo annunzio dell'accordo co' turchi avea destato in tutti un gran movimento. Fra Gio. Battista, nella data medesima del 25 luglio, scriveva a un fra Pietro Musso da Monteleone una lettera, nella quale «trattava di congregatione di forasciti et arme», come già fra Dionisio gli avea pure scritto precedentemente in data del 10 giugno. E sembra che del pari al 25 luglio debba riferirsi una lettera di Claudio Crispo a un Geronimo Camarda, nella quale «li tratta della congiura et de la sicura vittorianel mese di settembre, nomina fra Gio. Battista,fra Dionisio et il Campanella, saluta Donno Gio. Battista Cortese et Donno Gio. Andrea Milano, advertendo pur vengano con V. S. conferme semo stati a Filogasi con fra Gio. Battista de Pizzoni, et finisce venga in effetto quel che noi speramo». Anche queste lettere vedremo che caddero in mano degli ufficiali Regii e furono come le precedenti inserte nel processo, dal quale ebbe a rilevarle il Mastrodatti facendone il sunto che abbiamo fedelmente riportato: e bisogna aggiungere inoltre ciò che il Campanella manifestò nella sua confessione. Fra Gio. Battista e Claudio Crispo mandarono a chiamare perfino Eusebio Soldaniero; a tale scopo fra Silvestro di Lauriana si portò a Serrata, ma Eusebio non ci volle andare. Evidentemente si riteneva che questa impresa dovesse segnare il termine di tutti gli odii anche più implacabili, dovesse apportare il bacio della pace generale, come del resto si è preteso sempre in altrettali momenti; se non che Eusebio forse dubitò di qualche tranello da parte d'individui i quali erano in istretta relazione col suo nemico Giulio, e ad ogni modo non ne volle sapere. Intanto fra Dionisio se n'era in tutta fretta andato a Nicastro, per passare immediatamente a Taverna, dove era stato assegnato come lettore fin dal maggio senza aver mai curato di recarvisi, e quindi, messa in regola la sua posizione, ripigliare le sue escursioni per raccogliere amici, segnatamente in Catanzaro, dove era convenuto che avesse a spiegare la sua azione. Il Campanella poi, non appena potè lasciare il Marchese, se ne andò a Pizzoni, per infervorare gli amici già raccolti ed assicurarsi anche di Giulio Soldaniero, il quale avrebbe dovuto egualmente là convenire. Dobbiamo del resto rammentare che, oltre la sollecitazione di Maurizio, raddoppiò il fervore del Campanella la comparsa di quella tale cometa marziale e mercuriale, che appunto in luglio fu vista correre presso la terra da ponente a levante, e che egli interpretò per la venuta di gente dal di fuori contro i Reggitori della Provincia.
Erano già quindici giorni da che il Campanella si trovava in Arena, e di là potè finalmente recarsi in Pizzoni. Secondo fra Gio. Battista ciò accadde il 25 luglio; ma dovrebb'essere accaduto non così tardi, avendo lo stesso fra Gio. Battista dichiarato che due giorni prima fra Dionisio, di passaggio per Pizzoni, si era trattenuto un poco con lui, e sappiamo di certo per un documento inserto nel processo, che fra Dionisio il giorno 21 era già in Nicastro. O dunque il Campanella partì prima del 25, o fra Dionisio non si fermò punto in Pizzoni: questa seconda ipotesi è più probabile, giacchè da una parte fra Dionisio avea molta fretta, e d'altra parte fra Gio. Battista dichiarò che in questa sua fermata fra Dionisio gli avea tenuto discorsi di eresia, la qual cosa, come vedremo in sèguito, non si può accettare senza riserva. Il Campanella fu accompagnato a Pizzoni dagl'individui medesimi che l'avevano prima accompagnato in Arena, con queste poche varianti. Mancava fra Dionisio, già partito; vi era invece fra Pietro di Stilo, e con lui probabilmente,come abbiamo detto, Fabrizio Campanella armato. Quest'ultima circostanza risulterebbe dalla deposizione di fra Gio. Battista, che confusamente parlò di «parenti armati» i quali accompagnavano il Campanella in Arena; oltracciò dal fatto, che lo stesso Fabrizio Campanella lo accompagnò più tardi a Davoli presso Maurizio. E su tale proposito bisogna notare che il Campanella, nella sua Dichiarazione, cercò quasi di giustificare la compagnia di gente armata, col dire che un Colella e un Giovannello di Gioia l'aspettavano per ammazzare suo fratello che era con lui; la qual cosa in realtà non sarebbe per que' tempi inverosimile[280]. Fra Gio. Battista medesimo, certamente insieme con Claudio Crispo, volle pur egli accompagnare il Campanella, e difatti si portò ad Arena, non senza rivedere il Soldaniero nel suo passaggio per Soriano; giunto quindi presso il Campanella entrò a far parte della comitiva. Si ebbe così una comitiva piuttosto numerosa, certamente più numerosa di quanto poteva comportare il piccolo convento destinato ad accoglierla, e però dovè fare una certa impressione; giacchè troviamo essersi detto più tardi che v'era stato in Pizzoni un gran convegno di congiurati e un gran banchetto, in cui si era stretto il fascio e si erano spinti innanzi gli accordi. Giulio Soldaniero, il quale avrebbe dovuto andarvi e non vi andò, giunse a dire che «se ricolsero in Pizzoni più di trenta cinque capi»[281]de' quali non sapeva il nome, citando però tra coloro che conosceva Eusebio Soldaniero nemico suo per comprometterlo; forse anche l'aver creduto che vi si dovesse trovare Eusebio lo decise a non andarvi. E poichè si riteneva aver proceduto di pari passo la trasgressione nelle cose dello Stato e quella nelle cose della Chiesa, venne poi facilmente accolta pure la voce che nel banchetto, tenutosi di venerdì, si era mangiato carne e segnatamente si era mangiata la porchetta. Fra Paolo della Grotteria, il quale da Vallelonga convenne pure a Pizzoni ma vi giunse la sera sul tardi, depose che la riunione accadde realmente di venerdì, e potè dare soltanto la lista del desinare dell'indomani concepita in termini più che magri, quali si leggono ne' documenti annessi a questa narrazione: relativamente poi alle persone riunite, egli nominò, oltre il Campanella, fra Gio. Battista di Pizzoni, fra Silvestro di Lauriana che co' «due terzi habitelli faceva la cucina», fra Pietro di Stilo, un giovanetto che chiamavano Gio. Pietro (Gio.Pietro Campanella) «et con questo dui altri, uno basciotto et un altro alto negro» (Fabrizio Campanella e Marcantonio Contestabile); dippiù «v'erano dui figlioli di ferrante Chrispo, c'era anco uno di Squillace chiamato Gio. thomase caccia che diceano ch'era preite, c'era anco un altro giovane di Filogaso chiamato Gioanne, et non mi recordo il cognome... tutti questi sopra nominati stavano armati di scopette et scopettolo, eccetto uno dilli figli di Chrispo»[282]. Troppo furono ingrandite in sèguito le proporzioni di questo convegno: ma, tolte di mezzo le esagerazioni, rimane sempre che i principali fuorusciti[283]di quelle parti facevano corona al Campanella e a fra Gio. Battista, meno Gio. Francesco d'Alessandria che forse accompagnò fra Dionisio, e Giulio Soldaniero che mancò all'appello. La riunione durò quattro o cinque giorni secondo il Pizzoni, sette giorni secondo fra Silvestro di Lauriana. Stando alle dichiarazioni di fra Paolo della Grotteria, «il Campanella e fra Gio. Battista di Pizzoni tutto il giorno parlavano con li banditi in secreto et a longo»; ma certamente non v'erano altri estranei co' quali potessero parlare. Stando alle dichiarazioni di fra Gio. Battista, precisamente il 28 luglio, nel passeggiare con lui in Chiesa, il Campanella gli avrebbe parlato in particolare delle sue previsioni e profezie, de' futuri rumori, ribellioni e mutazioni di Stati, dimandandogli se avesse aderenza con fuorusciti, ed invitandolo a volergli dare costoro a sua devozione e collegarsi con lui: ma non occorre far avvertire che tali discorsi erano passati tra loro molto tempo prima. Inoltre avrebbe detto che gli pareva di essere stato proprio eletto da Dio per insegnare la verità e levare molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa e massime ne' Prelati, che i Sacramenti erano solo per ragione di Stato, che il canto usato dalla Chiesa era una cosa frivola e pareva quasi che con esso si burlasse Iddio: e poi che il Sacramento dell'altare era una semplice commemorazione e tutti gli altri Sacramenti non erano stati ordinati da Gesù, la Trinità era una chimera, e molte e molte altre eresie, le quali del rimanente gli sarebbero state già prima comunicate una per una da fra Dionisio Ponzio, allorchè, due giorni innanzi, era passato per Pizzoni. Ma vedremo a suo tempo quali e quante ragioni influissero a far parlare fra Gio. Battista in tal modo, senza per altro escludere che il Campanella alle volte esternasse tra gli amici da lui stimati più fidi (e fra Gio. Battista era del numero) qualcuna delle sue intime credenze, non che qualcuna delle riforme le quali avrebbe avuto in animo d'introdurre: intorno a ciò ci riserbiamo di esporre più in là, una volta per sempre, quanto ci risulterebbe più vero tra le tante cose che gli vennero attribuite. Vediamo intanto ciò che sarebbe avvenuto in Pizzoni secondo lo stesso Campanella: ecco come egli ne fece il racconto nella sua Dichiarazione. «Me venne a visitare (in Arena) fra Giovan Battista Cortese dePiczoni con Claudio Crispo, et pregato ch'io andase a Piczoni che l'haveriano havuto in favore grande, et cossì ci andai, mosso da paura che certi nemici della casa mia, Colella e Giovanello de Gioia, m'aspettavano per amazzare mio fratello che era con me, et do poi in Piczoni ragionai con loro, et havendo visto che fra Gio. Battista tenea un libro della fabrica dell'Astrolabia, et che parlava de cose future, richiesto da loro disse della mutatione che si aspettava secondo fra Gio. Battista havea detto a loro; et Claudio vantandosi d'havere amici se fosse bisogno de fare guerra, io le disse che sarebbe bene haverne assai, per che sempre giova, et che li Principi et Re tengono conto di coloro i quali han più amici, et sempre vi servirano, et cossì le disse quel che havea detto a Mauritio, il qual'ancora era amico di Claudio, et conobbi con ogn'un che parlavo, che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni Villano sentiva lamentarsi; per questo io più andava credendo questo havere da essere». Quasi non occorre dire che tali cose furono certamente dette non al solo Claudio Crispo, ma anche a tutti gli altri là presenti, i quali il Campanella ebbe cura di non nominare; nè a tali cose soltanto dovè limitarsi il discorso. Se si potesse accogliere pienamente quanto si fece poi a deporre fra Gio. Battista, il Campanella già si vantava di avere l'aiuto del Turco, essendosi negoziato col Bassà Cicala, e diceva che in principio gli bastavano la lingua a persuadere i popoli e le armi de' banditi, e poi avrebbe quelle di altri più potenti, che voleva predicare contro la tirannide di Re Filippo e de' suoi Principi, ed anche contro il Papa, i Cardinali e i Vescovi, che prima si doveva ammazzare il Vicerè di Catanzaro e poi gli ufficiali, ed allora alzar voce di ribellione e far repubblica. Non si potrebbe menomamente affermare che tutto ciò sia stato palesato a' convenuti in Pizzoni, ma è credibilissimo che qualche cosa di simile sia stata annunziata. Intanto il Campanella pensò pure ad assicurarsi del Soldaniero, e non avendolo visto, prese la grave determinazione di scrivergli una lettera, la quale fu consegnata da fra Pietro di Stilo, che si partì un giorno prima degli altri da Pizzoni per recarsi a Davoli, e passò a tale scopo per Soriano. Quando più tardi fu conosciuto l'iniquo voltafaccia del Soldaniero, fra Pietro, ritenendo senza dubbio che la cosa fosse stata già palesata, si diè premura di non nasconderla, e non solo attestò di aver consegnata al Soldaniero questa lettera, ma ancora di avergli detto per imbasciata che il Campanella «l'era molto servitore et che desiderava molto di vederlo», lodandogli grandemente fra Tommaso e pregandolo che volesse andare da lui; parrebbe pure che il Soldaniero gli avesse detto di essergli stati comunicati da fra Dionisio i progetti del Campanella con tutto il corredo delle eresie, e che fra Pietro gli avesse raccomandato di non palesar nulla di tali cose essendo fra Dionisio uno scapato. Da parte sua il Soldaniero negò sempre di aver ricevuta una lettera del Campanella, e ciò si spiega considerando che tale fatto l'avrebbe dato adivedere complice nell'impresa: ma abbiamo già avuta occasione di dire che il Priore di Soriano assicurò di aver letto egli medesimo una lettera del Campanella mostratagli dal Soldaniero, in fine della quale il Campanella diceva di rimettersi al suo locotenente fra Gio. Battista; v'è quindi ogni motivo di ritenere non solo che la lettera sia stata realmente inviata, ma anche che con essa il Campanella, non avendo potuto di persona trattare col Soldaniero, abbia accreditato fra Gio. Battista presso di lui.
Come si vede, quando le cose stringevano, fra Pietro di Stilo non rifuggì dall'impegnarsi personalmente nella faccenda della congiura. Amava moltissimo il Campanella, di cui non cessava di lodare la grande dottrina; si occupava pure di un matrimonio tra un suo fratello e una sorella (cugina) di fra Tommaso «pur sua parente», matrimonio che poi non ebbe effetto pe' dolorosi incidenti sopravvenuti; oltracciò era «un poco parente di Maurizio». Tali circostanze, emerse nel processo di eresia, spiegano il suo impegno diretto in questo momento assai delicato delle trattative: del resto possiamo dire che egli dubitò sempre della serietà dell'impresa, e sovente si permise di scherzare intorno ad essa: difatti, mentre ognuno se ne imprometteva onori e grandezze, egli soleva dire tra i frati che avrebbero preso una moglie per uno, e da parte sua moriva della voglia di prenderla, delle quali proposizioni dovè poi render conto al S.toOfficio. Vedremo che il Campanella nella sua confessione in tortura, rivelando coloro i quali doveano con lui predicare per la repubblica, nominò il Pizzoni, il Petrolo, il Lauriana, fra Dionisio, e soggiunse che fra Pietro di Stilo avea saputo la cosa all'ultima ora, e nemmeno interamente, poichè non ispirava fiducia, essendo un pazzo! Evidentemente il Campanella volle nascondere qualche cosa, ma la definizione che diè del suo amico, messa in raffronto con gli scherzi di lui intorno a' beneficii della grande impresa, conferma che fra Pietro ci credeva poco, e vi si trovò impigliato per compiacenza più che per convincimento. Secondo le sue deposizioni, allorchè s'incontrarono in Arena, il Campanella gli avrebbe parlato delle profezie, delle mutazioni prossime e dell'esser bene per chi si trovasse armato, e presolo per la mano gli avrebbe detto, «fra Pietro, è stato scritto contro di me da quelli di Stilo al Nuntio et al Papa, ch'io ho amicitia di banniti, per questo io me spagnio, (int.mi spavento) un poco». Ma forse accadde appunto il contrario, e dovè fra Pietro spaventarsi un poco ed avvertire ancora una volta il Campanella, che qualcuno di Stilo avrebbe potuto rivelare la sua amicizia co' banditi: circa poi le profezie e tutto il resto, fra Pietro dovea aver conosciuto da lungo tempo ogni cosa, e forse anche per esse egli ebbe tanto meno la forza di contraddire al Campanella, mentre tutti vi credevano e a tutti una mutazione pareva inevitabile. Così non poche furono le ragioni che l'indussero ad uscire dalla sua riserva e farsi latore di lettere, le quali, se fossero cadute nelle mani degli ufficiali Regii, l'avrebbero compromessonel peggior modo. Al momento cui siamo giunti, egli si recava a Davoli, alla residenza abituale di Maurizio; non sappiamo cosa vi andasse a fare, ma si può ben ritenere che andasse a consegnare a Maurizio qualche lettera del Campanella.
III. Oramai il lavoro ferveva da tutti i lati, e non giunse ad interromperlo nemmeno un avvenimento verificatosi in que' giorni appunto, avvenimento che contribuì in modo gravissimo alla rovina de' frati e di tutta l'impresa. Per commissione del P.eGenerale una Visita si dovea fare ne' conventi delle Calabrie, essendo stato mandato qual Visitatore il P.eMarco da Marcianise, di cui abbiamo già avuta occasione di dire qualche cosa nel parlare de' tumulti di S. Domenico di Napoli. Fu questo il motivo per lo quale fra Dionisio ebbe fretta di portarsi a Nicastro e quindi a Taverna, volendo mettersi in regola e poi continuare la sua propaganda. Egli si sentiva minacciato di una sostituzione nel lettorato di Taverna e forse anche di qualche maggiore gastigo, per la protratta noncuranza dell'assegnazione avuta dal Capitolo. Ciò risulta da una sua lettera in data del 21 luglio da Nicastro, diretta a fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, nella quale, mentre gli annunzia la liberazione del Pisano per opera sua e del Campanella, credendola in realtà avvenuta, dice ancora, «molte altre cose passano che non le può sopportar penna»; partecipa inoltre l'arrivo del Visitatore nella Provincia, e mostra di credere che tale visita sia una conseguenza de' suoi memoriali al Papa contro l'ex-Provinciale fra Giuseppe Dattilo, denominato nel gergo fratesco il Cepolla; infine soggiunge che si sarebbe portato l'indomani a Taverna lettore, «per non dar sodisfatione ad alcuni che han cercato andarci». Evidentemente a quella data fra Dionisio non conosceva ancora chi fosse il Visitatore, in caso opposto non avrebbe mai potuto crederlo favorevole alla fazione sua. Ad ogni modo andò al suo posto in Taverna; se non che quivi, coll'indole sua irrequieta ed impetuosa, finì per aggravare moltissimo la sua condizione. Facea parte di quel convento un giovane frate, piccolo, rossetto (così ci viene descritto da più fonti), nativo di Nizza del Monferrato, a nome fra Cornelio: il Campanella nelle sue Difese lo disse lombardo, e nell'Informazione ci fece sapere che non era nemmeno regolarmente professo, sibbene un intruso; questa circostanza non potrebbe far maraviglia, visto il procedere scompigliato di que' tempi, ed è superfluo poi ricordare che la presenza de' napoletani e de' lombardi era allora un fatto ordinario ne' conventi Domenicani delle due regioni. Fra Dionisio, trovato questo frate alla mensa in un posto che invece spettava a lui, lo fece levare di là bruscamente; in questo si accorda ciò che disse il Campanella nell'Informazione e ciò che fu scritto negli Articoli difensivi dati da fra Dionisio nel consecutivo processo di eresia; ma quivi si aggiunse ancora, che innanzi a più e diversi frati lo avea confuso dicendogli che non intendeva la materiade censurise la scomunica. Fra Corneliovendicativo più dello stesso fra Dionisio, ed inoltre ambizioso e maligno all'eccesso, fu preso quale compagno dal Visitatore, dietro consiglio de' Polistina, del Dattilo e di tutta la fazione avversa a fra Dionisio: vedremo subito con quale spirito egli entrasse in ufficio, e sarà noto una volta di più come gravissimi fatti possano nascere dalle più lievi cause. Una rissa accaduta poco tempo dopo, nella quale fra Dionisio venne a ferire un frate, diè l'occasione alle prime avvisaglie. Questo è accennato anche dal Campanella nell'Informazione; ma nel processo di eresia è narrato in tutti i suoi particolari ed in un modo abbastanza comico dal Barone di Cropani, il quale fu uno de' carcerati come complice nella congiura, e disse di aver trattato con fra Dionisio solamente per siffatto motivo. «Havendo fra Dionisio una cagnola quale mangiò la piatanza ad un frate, quello frate venne in rissa con fra Dionisio, di maniera che fra Dionisio bastoniò quel frate, et per questo mi pregò andare dal Provintiale di Calabria che io lo facesse venire da lui, che con una correggia in canna se li voleva buttare alli piedi e dimandare l'assolutione de la scomunica incorsa». Veramente fra Dionisio non era soltanto incorso nella scomunica, sibbene, come ci fece sapere il Campanella nella Dichiarazione e poi nell'Informazione, sempre con qualche variante atta ad aiutare la sua causa, era stato dal Visitatore condannato al confine in Celico, casale di Cosenza, sotto pena della galera con la privazione del lettorato e dell'abito per tre anni: ma anche prima di conoscere tale condanna, egli si pose in giro, con la ragione o col pretesto di trovare amici che lo facessero assolvere, e al tempo stesso col proposito sempre più acuto di trovare amici per la ribellione. Vedremo più in là i particolari di quest'altro periodo della sua propaganda; per ora c'importa non lasciare troppo indietro il Campanella.
Dopo quattro o cinque giorni o poco più di permanenza in Pizzoni, il Campanella si ridusse a Stilo, e poi passò anche qualche giorno in seno alla famiglia in Stignano. Intanto, come risulta da ciò che scrisse nella sua Dichiarazione, Maurizio venne a Stilo, e non avendolo trovato, perchè egli era già andato a Stignano, gli lasciò una lettera con la quale lo pregava di venire a trovarlo a Davoli per cose d'importanza: dopo qualche esitazione egli vi andò, accompagnato dal Petrolo e da Fabrizio Campanella, e trovato presso il Pittella Maurizio, costui gli fece conoscere ciò che avea trattato col Turco e gli mostrò anche una scrittura turchesca, la quale il Campanella non seppe leggere. Fermandoci dapprima su questa scrittura turchesca, dobbiamo dire che essa era senza dubbio un salvacondotto, come risultò dalla confessione medesima di Maurizio. Dobbiamo aggiungere che parecchi tra' più vicini a Maurizio la qualificarono egualmente: così il suo servitore Tommaso Tirotta dichiarò, che quando Maurizio mostrò al Campanella in presenza d'altri «lo scritto che ebbe da' turchi», lo disse un salvacondotto, e che un Pietro Jacovo Garzia diceva, «ora potremo andaresicuri che abbiamo il salvocondotto». Ma questo si ebbe dopo che si era «trattato et concluso con Morat Rays» della ribellione, come risultò dalle parole di Maurizio, e meglio ancora dalle parole del Campanella nella Dichiarazione, dove egli appunto espose ciò che Maurizio «havea capitulato con li turchi», riferendolo per dichiarare che se n'era mostrato dispiaciuto ed allarmato. Maurizio gli avrebbe detto che «esso havea trattato con Amurat sopra le galere che venisse l'armata del turco, che esso volea pigliare Catanzaro et la Provintia»: il Campanella non l'avrebbe approvato affatto, per la semplice ragione che i turchi erano nemici da non potervisi fidare e sempre giuravano il falso; Maurizio rispose «ch'havea capitulato con li turchi che non havessero assai a tener dominio in Calabria, ma solum assistere nel mare per fare paura a chi lo contrastasse, et che li turchi voleano solo il trafico in questo Regno et non altro», e gli mostrò la carta turchesca, ma il Campanella continuando a lamentarsi di lui avrebbe deciso di lasciare la sua amicizia. Questo espose il Campanella; dal canto suo Maurizio espose, che avendo comunicato ciò che avea trattato e concluso, «tutti (meno il Pittella che rimase indifferente) mostrorno haverne gran contento, et ne giubilorno, laudando et dicendo ch'havea fatto assai di quello che loro desideravano», bensì confermò aver fatto ogni cosa «da per se solo et non per conseglio ne per ordine et consenso di detto fra Thomase»[284]. Passando oltre per ora alla dispiacenza o al giubilo del Campanella, cominciamo dal rilevare che vi furono patti abbastanza chiari: l'armata del Turco avrebbe dovuto venire in Calabria (senza dubbio in un tempo determinato e in un numero di galere determinato) per far paura nel mare a chi contrastasse da questa via, facendo anche sbarchi ed occupando temporaneamente terre di Calabria; Maurizio, lui personalmente, avrebbe dovuto pigliare Catanzaro ed estendere la sua azione a tutta la Provincia, obbligandosi ad accordare a' turchi per l'avvenire vantaggi commerciali. Con ogni probabilità vi furono anche altri patti, e per lo meno i patti precedenti, p. es. quello dell'occupazione delle terre di Calabria da parte dei turchi, doverono essere meglio determinati. Dal processo consecutivo non emerse nulla intorno a ciò, ma bisogna ricordarsi che noi possediamo solamente i brani del processo concernenti le accuse contro gli ecclesiastici, e il Campanella, e tanto più il Pittella, dietro la leale confessione di Maurizio risultarono scagionati dall'accusa della convenzione col Turco. Questo non vuol dire che veramente il Campanella non ne avesse dirette le fila con molta astuzia, per mezzo di Maurizio dalla via di Amurat, e forse anche per mezzo di fra Dionisio dalla via di Messina, ma quest'ultima via rimase coperta,e l'altra riuscì tutta a carico di Maurizio, ond'è che non conosciamo il fatto in tutta la sua estensione. Nondimeno quel poco che ne conosciamo riesce di molta importanza. Era capitolato che i turchi «non havessero assai a tener dominio in Calabria», ma doveano dunque tenervi dominio, benchè temporaneo e di breve durata: così non fu una invenzione degli ufficiali Regii che si volea far occupare la Calabria da' turchi, e le rivelazioni di taluni complici (Claudio Crispo, Cesare Mileri), che dissero essersi convenuto di dare molte fortezze e terre in mano de' turchi, non furono propriamente effetto d'insinuazioni e di tormenti. E come potremmo credere che il Campanella fosse stato davvero interamente estraneo alle trattative e dispiaciuto per esse? Tutti i fatti precedenti e così pure i sussecutivi ci autorizzano a credere l'opposto. Concediamo pure che forse egli non avrebbe voluto l'occupazione turca, comunque limitata e temporanea, e che tale patto convenuto da Maurizio gli abbia recato sorpresa e dispiacere; ma è facile comprendere che non si poteva fare in modo diverso, e se veramente così avvenne per parte del Campanella, Maurizio, il quale rimane sempre il capo responsabile dell'azione con le armi, dovè a sua volta provare sorpresa e dispiacere, vedendo che volea farsi una guerra con idee alquanto fantastiche e punto consentanee alla realtà delle cose. Ad ogni modo non per questo il Campanella si pose in disparte, e se si decise a lasciare l'amicizia di Maurizio, tale sua decisione non ebbe effetto, come si rileva da ciò che avvenne ulteriormente in Davoli.