PREFAZIONE
La congiura di fra Tommaso Campanella, il fatto più cospicuo della vita del filosofo calabrese ed uno de' più audaci disegni di riscossa nel Napoletano, continua pur troppo ad essere finoggi un problema. Affermata da tutti quando essa avvenne, negata poi mano mano in seguito, e più spesso per pietà verso il povero filosofo rimasto a marcire in prigione senza condanna, fu ammessa in modo vago od anche negata affatto da' biografi principali venuti posteriormente, come il Cyprianus e l'Echard, che ebbero sott'occhio le semplici enunciazioni dell'accusa e le vive denegazioni del filosofo a propria difesa. Riaffermata poi con varii particolari ed ingiuriosi commenti dal Giannone, che ebbe il vantaggio indiscutibile di poter leggere una copia manoscritta del processo, a' tempi nostri essa si è vista, variamente, negata di nuovo o al contrario ammessa con la medesima asseveranza. Si è vista negata di nuovo massime da coloro i quali se ne sono occupati di proposito, raccogliendo documenti ma dando troppa importanza a quelli della difesa, e negata perfino sdegnosamente, quasi che fosse stata un'azione ignominiosa l'aver tentato di condurre la patria a libertà; al contrario si è vista ammessa come fatto notorio, fuori controversia, massime da coloro i quali se ne sono occupati di passaggio, dietro le assertive del Giannone, quasi sempre senza alcuna ricerca di nuovi documenti, e non di rado con l'aggiunta di particolari addirittura fantastici.
In siffatta condizione si trova tuttora questo gravissimo argomento, che domina sull'intera storia del Campanella; il quale, costretto a scolparsi a ogni modo e per ogni via fino alla morte, l'ingarbugliò al maggior segno, giungendo non solo a dissimulare le proprie opinioni, ma anche a sostenerne vivacemente alcune che non può affermarsi essere state davvero le sue; ond'è che riesce delpari difficilissimo indagarne seriamente il pensiero e le convinzioni intime, se non si conosca e quando e dove e come egli scrisse ciò che scrisse. I maggiori biografi del Campanella meritamente stimati, il Baldacchini, il D'Ancona, il Berti, hanno spiegato le imputazioni di novità disegnate nel campo politico e religioso, alle quali il Campanella soggiacque, co' vaticinii astrologici e mistici d'imminenti mutazioni che egli predicò nella fine del secolo 16º (Baldacchini e Berti), inoltre con l'odio e la calunnia de' frati che non tolleravano la nuova filosofia antiaristotelica della quale egli si era fatto campione (D'Ancòna). Questo per altro aveva addotto in sua discolpa il Campanella medesimo oppresso da sì gravi imputazioni, e si conosceva perfettamente da grandissimo tempo[1]. Sarebbe stato necessario fare un'analisi minuta ed un riscontro accurato de' documenti della difesa e de' documenti dell'accusa, i quali ultimi già da un pezzo si sono rinvenuti in discreto numero, illustrandoli anche con quelli derivanti da persone indifferenti: ma, bisogna pur dirlo, non si è rinvenuto chi si sobbarcasse a questo lungo e penoso lavoro, mediante il quale solamente è possibile avere, se non la verità piena ed intera, difficilissima ad aversi ne' processi politici in ispecie, almeno ciò che è più vicino alla verità o non affatto contrario alla verità. Ed è pur singolare questa svogliatezza per lo studio minuto de' documenti circa la congiura del Campanella. Si può affermare senza timore di smentite che il Giannone medesimo, avendo sott'occhio una copia del processo, la percorse a sbalzi e del tutto superficialmente, senza andare fino in fondo. Lo attestano le parecchie notizie inesatte che da lui furono date, come quella de' «25 frati del convento di Pizzoni» che invece furono 25 voluti capi clerici e laici ivi congregati, e quella della complicità di 300 frati di diversi ordini, 200 predicatori, 1800 fuorusciti, parecchi Vescovi e Baroni, esagerazioni de' sobillatori per eccitar la gente, ripetute da' denunzianti, ridotte alle proporzioni vere nel corso del processo; così pure la notizia di un congiurato «affogato in mare», mentre invece fu soffocato da' suoi compagni, e la notizia di Maurizio de Rinaldis preso come «spensierato» e confesso «prima e dopo la tortura», mentre invece fu preso ben lungi dalla sua provincia e non confessò nulla malgrado torture inaudite; perfino le notizie della costituzione del doppio tribunaleper la congiura e per l'eresia, della condanna riportata dal Campanella etc. etc., si risentono gravemente della poca attenzione messa nello studio degli Atti processuali. In che maniera poi sieno stati a' giorni nostri studiati gli Atti pervenuti fino a noi, si vedrà più sotto.
Facciamo dapprima una rassegna di tutti i documenti che si posseggono, capaci di chiarire l'arruffata quistione della congiura. Ci atterremo ad una classificazione che ci sembra naturalissima, in tre categorie; documenti dell'accusa, documenti della difesa, notizie e relazioni degl'indifferenti.
I documenti della difesa possono dirsi quelli che hanno singolarmente richiamata l'attenzione, massime perche hanno campeggiato a lungo quasi soli, oltrechè emanavano direttamente dal Campanella e quindi apparivano degnissimi di fede. Tali sono in primo luogo le notizie sparse copiosamente nelle opere, negli opuscoli, nelle lettere del filosofo ed anche di qualche suo amico ben noto, p. es. Gabriele Naudeo: il Cyprianus e l'Echard posero uno studio particolare nel raccoglierle, senza trascurare anche le altre di diversa provenienza e di diverso genere; sono state quindi facilmente ripetute da tutti i posteriori, che hanno trovato il lavoro già fatto[2]. Una menzione particolare merita tra questi documenti laLettera proemialedell'opera intitolataAtheismus triumphatus, scritta dal Campanella nella fossa di Castel S. Elmo il 1606-1607, rinvenuta dallo Struvio col ms. dell'opera in Jena, ed ivi pubblicata il 1705: essa dà notizie tanto del processo della congiura ed eresia, quanto degli altri sofferti già prima. Ma a' tempi nostri si sono avuti diversi altri documenti di tale categoria sempre più importanti. Gaspare Orelli di Zurigo, il 1634, pubblicando in Lugano lePoesie filosofichedel Campanella con le annotazioni annesse, rimaste tanto lungamente conosciute solo pel semplice ricordo del loro titolo e per la traduzione di alcune di esse tentata dall'Herder, fornì una quantità di notizie interessantissime. Una completa esposizione poi di tutta la faccenda della congiura e sue conseguenze, dettata senza dubbio dal Campanella, venne pubblicata il 1845 in Napoli da Vito Capialbi di Monteleone: essa è intitolataNarratione della historia sopra cui fu appoggiata la favola della ribellione,ed è seguita daun'Informatione sopra la lettura delli processi fatti l'anno 1599 in Calabriaetc., mancanti entrambe di alcune carte in fine. Il Capialbi affermò di averle tratte da un autografo, ciò che è verosimile, ed inoltre affermò essere lo scritto medesimo dato dal povero filosofo, il 1626, all'avvocato Parisi e a Gio. Battista Contestabile nel momento di dover informare il Consiglio chiamato a decidere sulla sua sorte, ciò che è verosimile egualmente: ma la lettura di esso mostra fuori dubbio che fu composto il 1620, forse quando si ebbe una prima volta bisogno d'informare il Vicerè di quel tempo Card.lBorgia, e mostra pure che l'Informazione deve porsi innanzi alla Narrazione[3]. Quasi contemporaneamente, e mano mano successivamente, si sono avute le moltissime lettere del Campanella, pubblicate in ispecie dal Baldacchini, dal Centofanti, dal Berti, da noi medesimi[4]ma al Berti si deve dippiù un estratto degliArticuli prophetales, che trovò manoscritti nella Casanatense, e che sono propriamente una ricomposizione posteriore ed ampliata di quelli già scritti dal filosofo a propria difesa durante il processo; inoltre un estratto dell'Apologia ad amicum,che si trova in appendice agli Articoli anzidetti. Meritano poi di essere menzionate ancora unaDifesa pel Campanellascritta dall'avvocato de Leonardis, e due analogheDifese per Giulio Contestabile e Marcantonio Pittella,clerici involti nel processo della congiura, che si vedrà tra poco dove e da chi trovate; inoltre unaDifesa per Gio. Paolo e Muzio di Cordova, gentiluomini di Catanzaro ritenuti egualmente complici, che si conosce appena per alcuni frammenti riportati dal Capialbi nelle sue note apposte alla Narrazione del Campanella. Come si vede, questa categoria è ben fornita, ma, naturalmente, va accoltacon le più grandi riserve: non si giungerebbe mai alla scoperta del vero qualora si udisse soltanto la voce dell'imputato, ed è strano che un fatto così ovvio non sia stato mai tenuto presente da' moderni biografi del Campanella.
Passando alla categoria de' documenti dell'accusa, non farà maraviglia se essi siano abbastanza scarsi, mentre i processi non erano pubblici, e d'altronde si sa che il processo originale della congiura o «tentata ribellione» fin dal 1620 era stato già bruciato o disperso. Per lungo tempo non si è avuta che l'esposizione del Giannone, degna di riguardo perchè risultante dalla lettura di una copia del processo, ma sempre da doversi discutere col confronto di altri documenti. A' giorni nostri poi si è avuta una serie importantissima di scritture autentiche, per la maggior parte estratte già ufficialmente dal processo e degne della più grande attenzione. Un napoletano bibliotecario della Palatina di Firenze, Francesco Palermo, le trovò nell'Archivio di Stato di quella città insieme con altre scritture di non minore interesse, e il 1846 ne fece una pubblicazione sommaria nell'Archivio Storico italiano: il Centofanti lo prevenne coll'annunziare di avere scoperto tali scritture, che del resto neanche in sèguito mostrò di avere mai studiate[5]. Il trovarsi annotate nel d.toArchivio sotto il titolo di «Processo contro il P.eTommaso Campanella e più altri inquisiti» ha fatto dire al Palermo, e ripetere da coloro i quali hanno avuto a parlarne, che trattavasi di una copia abbreviata del processo, ma questo non è del tutto esatto. Trattasi veramente, per la più gran parte, de' così dettiRiassunti degl'indizii, che il Mastrodatti compilava in più copie su ciascuno imputato, estraendo gl'indizii dalle deposizioni processuali con la maggior fedeltà, per trasmetterli a ciascun Giudice allorchè era venuto il momento di spedire le cause: ad essiva unita laRequisitoria del fiscalecontro il Campanella, oltrechè la Difesa pel Campanella e le Difese pel Contestabile e pel Pittella superiormente già indicate; va unito ancora unElenco degli ecclesiastici incriminati,con la relativa sentenza o condizione di sentenziabilità aggiunta posteriormente in margine (ciò che trovasi fatto pure quasi sempre in coda di ciascun Riassunto degl'indizii), più un doppioBreve Papalecirca la costituzione del tribunale Apostolico della congiura, ed anche unSommario dell'Informazione di Calabria, presa da due frati Domenicani. Evidentemente l'Elenco e il primo Breve rappresentano le copie di due scritture poste a capo del processo per gli ecclesiastici fatto in Napoli, e l'Informazione di Calabria rappresenta la copia di un allegato di questo processo; ma i Riassunti degl'indizii e la Requisitoria, al pari delle Difese, rappresentano Atti giudiziarii concomitanti, che solo convenzionalmente possono chiamarsi Atti processuali, non facendo parte delle scritture del processo; ond'è che gioverebbe preferire il nome di Atti giudiziarii, il quale ha un significato più largo e viene a comprendere tutte queste scritture. Nè è dubbio per noi che esse, con altre ancora delle quali si parlerà più sotto, abbiano appartenuto a Mons.rJacopo Aldobrandini fiorentino Vescovo di Troia, Nunzio in Napoli e Giudice in entrambi i processi della congiura e dell'eresia; portate da costui in Firenze vennero poi, circa il 1670, nelle mani del Senatore Carlo di Tommaso Strozzi, d'onde più tardi, insieme con tutte le altre carte Strozziane, nell'Archivio Mediceo. Il Palermo, sia per amore di brevità, sia per fretta nel vedere tenute d'occhio le sue ricerche, sia pel proposito di dare più tardi una storia delle cose del Campanella come si può bene argomentare da più circostanze, non pubblicò i documenti interi, ma invece una «Esposizione delle cose principali contenute nel processo informativo», aggiungendovi pochissime parole d'introduzione, con le quali fece rilevare esser posto fuori dubbio che il Campanella avesse concepita una rinnovazione politica e l'avesse apparecchiata; egli preferì che i lettori se ne persuadessero da loro medesimi, la qual cosa non si vede punto avvenuta, non essendo stati i documenti ricercati e discussi con la debita premura. Il D'Ancona pubblicò più tardi il doppioBreve Papalecirca la costituzione del tribunale per la congiura, ed anche l'Elenco degli ecclesiastici incriminati. In questi ultimi tempi poi il Berti ci ha dato dippiù unaDenunzia di alcuni cittadini di Catanzaroavuta dallo stesso d'Ancona e creduta inedita, ma essa era stata già pubblicata nel Rendiconto dell'Accademia Pontaniana del 1864 pag. 62, a cura del Baldacchini, il qualel'aveva ricevuta in dono dall'insigne magistrato Pirro Giovanni De Luca; costui la rinvenne in copia legalå tra le carte familiari di una Signora discendente da uno de' denunzianti (Gio. Battista Sanseverino); oggi trovasi depositata nell'Archivio di Stato in Napoli, a cura dell'Accademia suddetta. Questa Denunzia fu già oppugnata dal Campanella nella sua Narrazione, ed è superfluo dire che tanto essa, quanto la maggior parte de' documenti contemplati nella presente categoria, esigono del pari una critica condotta con molto accorgimento: l'atroce severità con la quale si difendevano i dritti dello Stato, le torture crudelissime, le speranze d'immunità come quelle di premii, le cure della propria salvezza, hanno potuto e dovuto far asserire più volte cose ben lontane dal vero.
Infine, circa la categoria delle notizie e relazioni degl'indifferenti, bisogna riconoscere che questa indifferenza è ammissibile fino ad un certo punto, giacché a fronte di un fatto così straordinario nessuno si mostrò interamente spassionato; ma in somma non si tratta di documenti venuti fuora da persone interessate a negar tutto o ad accoglier tutto; e del resto la circostanza del non trovarsi una indifferenza completa importa solo che la critica debba anche qui intervenire accuratamente. Possiamo annoverare nella presente categoria in primo luogo le notizie de' cronisti e scrittori contemporanei, le quali per verità si riducono a semplici affermazioni generiche sprovvedute di un certo corredo di particolari, eco evidente del gran rigore spiegato dallo Stato e dalla Chiesa contro il Campanella e i suoi compagni di sventura: il valore di queste affermazioni sta sopratutto nella concordanza che vi si nota, e che riesce certamente assai significante, poiché se la faccenda si fosse prestata a dubbî, qualcheduno si sarebbe spinto a manifestarlo. Ma gravissimo è l'interesse delle relazioni venute in luce a' giorni nostri per opera principalmente dello stesso Francesco Palermo, il più benemerito della storia del Campanella. Da una parte dobbiamo a lui ilCarteggio del Nunzio Aldobrandinicon la Corte di Roma, vale a dire del suddetto Jacopo Aldobrandini Vescovo di Troia, e non già Cinthio Aldobrandini come il Palermo ritenne: oltre l'ufficio di Nunzio, il Vescovo di Troia tenne pure quelli di Giudice, e non solo nel processo della congiura ma anche in quello dell'eresia, ciò che basta a fare intendere l'importanza capitale delle sue lettere e delle risposte avute da Roma. D'altra parte dobbiamo egualmente al Palermo ilCarteggio dell'Agente di Toscanain Napoli, che fu Giulio Battaglino, un napoletano da lungo tempo a' servigi del Gran Duca e in piena intimità con la Corte Vicereale. Deve poiaggiungersi ancora agli anzidetti ilCarteggio del Residente Veneto,che fu Gio. Carlo Scaramelli e dopo di lui Gio. Maria Vincenti. Questo Carteggio fa parte del vol. 2º della Storia arcana ed aneddotica d'Italia pubblicata da Fabio Mutinelli il 1856, e con sorpresa non si vede messo a profitto da alcuno di coloro che si sono occupati del Campanella, mentre pure si conosce quanto gli Agenti Veneti fossero acuti e diligenti osservatori: nel caso nostro poi l'Agente Veneto si mostra il più spassionato fra tutti, non sempre esatto per le cose avvenute in Calabria, nemmeno esattissimo per le cose avvenute in Napoli, ma sempre abbondante ne' particolari; senza dubbio la sua contribuzione di notizie non è di poco valore, quantunque abbia bisogno, come tutte le altre, di un accurato riscontro.
Dietro questa rassegna si converrà che i documenti non sono punto mancati, in ispecie circa la persona del Campanella e degli ecclesiastici incriminati di congiura, mentre diversamente è accaduto pe' laici; la quistione poi dell'eresia connessa con quella della congiura è rimasta veramente al buio. Di certo per poche o nessun'altra congiura si possiede un numero di documenti tanto grande, bensì, come dicevamo, è mancato lo studio minuto de'documenti; e ci rincresce molto, ma siamo costretti a provarlo, dovendo anche necessariamente dimostrare come e perché la congiura del Campanella sia rimasta tuttora un problema. Faremo quindi un breve commento alle cose dette su questo tema a' giorni nostri da' maggiori biografi del Campanella, e daremo anche un breve cenno delle cose dette da qualcuno de' più rispettabili scrittori; che senza essersene occupato di proposito ha avuta occasione di parlarne.
Il Baldacchini va qui posto fuori causa. Egli scrisse nel 1840, ed allora nè la Narrazione del Campanella, nè gli Atti giudiziarii e i Carteggi del Nunzio e dell'Agente di Toscana erano per anco noti; quando poi venne alla 2aedizione del suo libro, nel 1847, avrebbe dovuto rifare ogni cosa e glie ne sarebbe anche mancato il tempo. Eppure, malgrado avesse accolta l'opinione che la colpa del Campanella fosse stata l'aver palesato inconsideratamente i vaticinii astrologici e i sogni cavati da S. Brigida e dall'Apocalisse, ebbe premura di aggiungere: «nè dico interamente falsa l'accusa di meditata ribellione, perciocché troppo pubblicamente il governo punì quelli che ne potè provare colpevoli...; nè tampoco dico che il Campanella per inconsiderato desiderio di novità non vi accedesse, bene dico ed affermo ch'ei non ne fu primo autore, com'egli ebbe a replicare più volte in Francia a' suoi amici, quando poteva confessare il tutto senza pericolo». Aggiunse inoltre:«di questa congiura, qual ch'ella fosse stata, io qui non iscrivo la storia particolare; accidente della vita di un uomo di scienza, ella mi ha solo porto l'opportunità di sceverare alcune sue idee da'fatti che gli si appongono»[6]. Del Resto si scagliò contro il Giannone, e sostenne che i processi fatti in que' barbari tempi non meritavano la menoma fede. Certamente parecchie obbiezioni si possono e si debbono fare alle cose da lui dette e pocanzi riportate. La congiura non fu un accidente secondario nella vita del filosofo, mentre egli ne rimase addirittura schiacciato fino alla morte; né si potrà mai definire qual parte egli vi abbia presa, finchè non se ne sveleranno i particolari, nè sarà mai facile trovare chi abbia potuto avere tanta autorità da farlo accedere a una congiura, mentre per lo meno si conosce che l'indole sua non comportava di essere secondo a veruno; nè poi egli avrebbe potuto manifestarsi a un tratto in Francia vecchio fautore di repubblica e di nuova religione, dopo di averlo negato per tanti e tanti anni, nè avrebbe veramente potuto farlo senza pericolo, mentre si conosce che vi era oppresso dalla miseria, e costretto a mendicare soccorsi dallo Stato e dalla Chiesa. Ma è inutile insistere, quando il Baldacchini non ha voluto o non ha potuto trattare l'argomento, che senza dubbio avrebbe saputo trattare meglio di ogni altro: basta aver rilevato che egli ammise genericamente esservi stata una congiura, la qual cosa dagli altri biografi è stata nettamente negata.
Il D'Ancona si occupò della congiura, ma attenendosi puntualmente alla Narrazione pubblicata dal Capialbi e già dettata dal Campanella, comunque di tale provenienza non si fosse mostrato persuaso: ed è facile intendere a quali conclusioni si fosse avviato, con la scorta della esposizione fatta da un uomo carcerato da oltre un ventennio, e destinata ad informare i Giudici che doveano ancora sentenziarlo. Volle seguire strettamente la massima, che «quando gli autori parlano di sé stessi, sempre alle loro attestazioni prima che alle altrui devesi ricorrere»; la quale massima per verità non avrebbe escluso un ricorso serio alle attestazioni altrui, trattandosi di un autore imputato di fatti gravissimi, in pericolo di pessima morte, e quindi in necessità di difendersi anche nascondendo e ingarbugliando il vero. Trasportato da baldanza giovanile e da affetto impetuoso, il D'Ancona emulò il Baldacchini negli sdegni contro il Giannone, pescò appena, per deriderla, qualche strana, o maligna, o insulsa testimonianza inserta negli Atti giudiziarii,abbracciò tutti in un fascio i ricordi de' processi sofferti dal Campanella in tempi e luoghi diversi, e conchiuse sommariamente essere «inventata la congiura...; mattissima accusa che per mezzo de' Turchi volesse piantar la repubblica...; impossibile ch'egli volesse farsi Re...; impossibile ch'egli volesse proclamar nuova legge e nuova religione...; ribalderia credere ch'egli macchinasse col Turco...; sciocchezza presumer un'alleanza fratesca» etc. etc.[7]. Non credè di dover porre a riscontro della Narrazione del Campanella una narrazione condotta con elementi cavati dagli Atti giudiziarii; percorse questi Atti, pubblicò anche due di essi come abbiamo già riferito più sopra, e per gli altri si limitò a ripetere l'annunzio che li avrebbe pubblicati il Centofanti; ma degli Atti medesimi da lui pubblicati, come di quelli percorsi, non mostrò di avere acquistata una conoscenza chiara. Infatti, dando l'Elenco de' 24 ecclesiastici incriminati, a capo de' quali il Campanella, mostrò di credere che fosse quella la lista di tutti i congiurati rimasti in iscena, e non vide che ci erano rimasti ancora più che cento laici, senza contare che taluni altri erano stati già puniti con l'estremo supplizio, secondochè il Carteggio dell'Agente di Toscana facea pure conoscere. Dando il doppio Breve, mercé cui Clemente VIII nominava i Giudici della congiura per gli ecclesiastici, con facoltà di amministrare le torture etc., continuò a parlare di Spagna e di spagnuoli che processarono e torturarono il Campanella, mentre ogni cosa fu veramente fatta ad istanza del Governo Vicereale, ma da Delegati Apostolici, dietro ordini formali emanati da Roma: vedesi per altro questo errore professato da tutti coloro i quali hanno più o meno trattato del Campanella, come se non vi fosse stata a que' tempi l'immunità ecclesiastica, e da ciò può bene argomentarsi quanto le nozioni sulle cose del Campanella si trovino fuori via. Citando poi la Requisitoria del fiscale, il d'Ancona l'attribuì allo Xarava, mentre una lettera annessa al Breve, pubblicata da lui egualmente, mostrava essere stato nominato fiscale D. Giovanni Sances. Parlando delle atrocissime torture sofferte dal Campanella, ripetè con gli altri che le avea sofferte senza neppure mandar fuori un lamento (fiore rettorico assai male a proposito), mentre nell'Elenco da lui pubblicato, a fianco del nome del Campanella leggevasi «confexus». Volendo riportare le conclusioni del tribunale intorno al clerico Giulio Contestabile, divenutoaccusatore del Campanella per salvarsi, scambiò le parole finali del Riassunto degl'indizii con quelle della Difesa, ed affermò essersi concluso, «ex omnibus constat notoria innocenza ipsius cl. Julii Contestabilis», mentre invece avrebbe dovuto leggere, «exulatus per quinquennium». E chiudiamo oramai queste annotazioni, le quali in verità ci procurano grandissima pena.
Venendo al Berti, dobbiamo dire che egli egualmente non ha creduto punto alla congiura, essendosi anche meno del d'Ancona occupato de' documenti raccolti, eccettuati quelli raccolti da lui medesimo. Già trattando di Giordano Bruno, nel 1868, egli avea manifestata l'opinione, «che il processo del Campanella, meglio che da' documenti insino ad ora pubblicati, si ricava da ciò che ne dice in più luoghi delle sue opere»; di poi, avendo avuta tra mani la Denunzia de' cinque di Catanzaro, e trovati gli Articoli profetali e l'Apologia che vi è annessa, su questi documenti appunto si è poggiato, per sostenere essersi il Campanella soltanto dato «ad annunziare in privati colloquii e dal pergamo, così a' laici come a' chierici che scossi dalla sua facondia gli si stringevano intorno» vaticinii astrologico-mistici di prossimi mutamenti; e però ha stabilito che «in questi vaticinii, e più ancora nelle aggiunte che a quelli altri frati facevano ripetendoli, è da cercarsi in gran parte la spiegazione del fatto cui si diè nome di congiura». Ha ammesso che arbitrariamente Maurizio de Rinaldis bandito, per mutare la sua fortuna, avesse iniziato pratiche presso i turchi, e che fra Dionisio Ponzio, esaltato per le profezie del Campanella, avesse del pari arbitrariamente iniziato pratiche presso alcuni cittadini di Catanzaro; ha ammesso che il Campanella non avesse sconsigliato i più animosi dal porsi con le armi in mano sulle montagne al fine di premunirsi contro i futuri rivolgimenti, ma in somma ha conchiuso: «le deposizioni processuali nulla palesano che accenni a congiura; lo stesso Rinaldis ed il frate Dionisio non avevano forse complici, ma operarono entrambi di loro arbitrio; nissun fatto si recò nel processo che provasse che Campanella fosse capo di congiurati e che una congiura propriamente detta fosse stata ordita in Calabria; quindi i giudici non poterono profferire, per quanto ostili, una sentenza di condanna contro esso; laonde, trascorsi pochi anni, venne il processo sospeso, e gli ufficiali regi, non sapendo come trarlo legalmente a morte, stettero contenti di ritenerlo nella terribile sepoltura del carcere»[8].In verità le deposizioni processuali si possono impugnare e ripudiare, o per lo meno valutare in un senso assai meno grave; ma sarebbe impossibile provare co' documenti raccolti che i Giudici le avessero valutate in tal guisa, e che sia stato quello indicato dal Berti l'andamento del processo, del quale per altro egli non ha fatto conoscer nulla, essendosi limitato a darne un semplice annunzio in una quindicina di versi. Il primo Breve Papale, pubblicato dal D'Ancona, mostra che avrebbero dovuto profferire la sentenza di condanna due sole persone, il Nunzio Aldobrandini, che non era già il Card.leAldobrandini ma il Vescovo di Troia, e il magistrato clerico D. Pietro de Vera, entrambi Delegati del Papa; nè dipese punto dal Nunzio, come si rileva molto bene dal suo Carteggio pubblicato dal Palermo, il non aver profferito la detta sentenza, e l'essere quindi il Campanella rimasto nelle carceri dello Stato, dove trovavasi rinchiuso appunto col consenso del Nunzio. L'Elenco degl'incriminati ecclesiastici, pubblicato egualmente dal D'Ancona, mostra che il Campanella era ritenuto da' Giudici «confexus», e il Carteggio anzidetto lo suggella, spiegando pure in termini non equivoci come «reputandosi l'uno confesso che è il «Campanella, et l'altro convinto che è il Pontio, potrà facilmente «essere la fine delle loro cause il degradarli e darli alla Curia «secolare», vale a dire mandarli al patibolo. Lungi dunque dal non aver trovato nelle deposizioni processuali fatti che provassero il Campanella essere stato capo di congiura propriamente detta in Calabria, i Giudici Apostolici vi aveano trovato questi fatti pienamente, come ve l'aveano trovato anche dal canto loro i Giudici Regii per gl'infelici laici, onde parecchi di costoro erano stati riconosciuti colpevoli di «tentata ribellione» ispirata dal Campanella, e quindi trascinati, attanagliati, impiccati, squartati. Ed accenniamo appena che furono riconosciuti numerosi complici ma non tra' frati; che nelle deposizioni processuali c'è il fatto di un importante colloquio del Campanella con taluno de' firmatarii di quella Denunzía, su cui il Berti si è fondato per provare l'opposto; che volendo stare alle sole assertive consegnate in qualche documento senza il riscontro degli altri, massime poi alle sole assertive del Campanella, si corre certo rischio di essere trasportati assai lungi dal vero. Ma basti aver mostrato che lo studio minuto de' documenti delle diverse categorie non è stato fatto.
Poco ci tratterremo su coloro i quali non si sono occupati di proposito della congiura del Campanella. Citeremo in primo luogo il prof.reBertrando Spaventa, che ne' suoi Saggi di Critica filosoficariprodusse una carica a fondo sul lavoro del D'Ancona, già da lui pubblicata poco dopo la comparsa di tale lavoro[9]. Ma la natura medesima della critica dello Spaventa lo condusse a discettare in modo speculativo sul lavoro del D'Ancona, anzichè a studiare i documenti, mediante i quali avrebbe confermato non essere stato reso bene il carattere del Campanella, e avrebbe avuto modo di renderlo egli stesso con maggiore esattezza. Del resto lo scopo suo principale fu manifestamente quello di aprirsi la via alla esposizione e alla critica delle dottrine filosofiche del Campanella, sul quale tema egli si mostrò, come ognuno lo conosce, profondamente versato.
Citeremo in secondo luogo il prof.reFrancesco Fiorentino, che nel suo magnifico libro sul Telesio, discorrendo de' casi del Campanella, si spinse un poco piú addentro nelle cose della congiura, ma dando molta importanza al Bassà Cicala, che ritenne essere stato un calabrese cosentino, nominato Pietro Cicala, già compagno di Marco Berardi divenuto poi popolare col nome di Re dei monti, essendo entrambi sfuggiti al carcere e al rogo inquisitoriale. Il Campanella avrebbe volto l'occhio a lui, conoscendolo odiatore degli spagnuoli per amore della Calabria[10]. Pertanto la storia veramente ci mostra il detto Bassà essere stato un messinese, oriundo genovese, a nome Scipione Cicala, preso da' turchi nella sua adolescenza, e non amico ma devastatore di Reggio e di molti altri paesi della Calabria nel 1594, sotto gli occhi del medesimo Carlo Spinelli che fu poi il persecutore del Campanella. Del resto il Fiorentino riconobbe appieno nel Campanella il merito del «sublime ardimento, che non può annidare in animi volgari, e che perciò o fu discreduto o parve follia»; ma non entrava nel disegno del suo libro il discutere i particolari di tale ardimento.
Citeremo inoltre l'insigne patriota e prof.reLuigi Settembrini, che in fatto di cospirazioni nel Napoletano non si potè mai dire davvero poco informato. In un Elogio di Michele Baldacchini egli ebbe occasione di parlare della congiura del Campanella, e diede un'importanza incomparabilmente maggiore al Cicala, ritenendolo del pari calabrese ma qualificandolo diversamente. Secondo lui, tutti coloro i quali scrissero la vita del Campanella non tennero molto conto di quell'uomo straordinario che fu il Bassà Cicala: costui «fece nascere e fu occasione» alla congiura, cui «preseroparte alcuni Vescovi, alcuni baroni, molti ecclesiastici e molti banditi, e per dilargarsi fra tanti avea dovuto essere meditata da lungo tempo, e se aveva un capo non fu il Campanella, il quale era tornato da poco a Stilo e non poteva muovere tutta quella macchina, nè dal processo che si fece apparisce esserne stato egli l'autore, ma vi entrò tardi e vi operò a suo modo». In somma, con quella sua vivissima fantasia che lo rendeva tanto caro a chiunque ebbe la fortuna di avvicinarlo, egli voleva che fosse attribuita la più gran parte in questa congiura a «Dionisio Cicala», secondo lui già povero contadino calabrese di Castelli, paesello non molto lontano da Stilo, fatto schiavo mentre tagliava erbe in campagna, e divenuto poi conquistatore di Tunisi cacciandone gli spagnuoli, parente del Sultano, Vicerè in Tunisi, Tripoli ed Algieri, famoso capitano a Lepanto, col nome di Ulucci-Alì[11]. Ma certamente egli confondeva con Scipione Cicala, divenuto Bassà Cicala o Sinan-Bassà che fu veramente in rapporto co' congiurati mossi dal Campanella, un altro capitano di mare antecessore del Cicala, che fu propriamente Ucciali-Alì, detto anche Ucchiali-Alì da' suoi conterranei, Uluge e Chilige-Alì da' turchi, Uluzzi-Alì da' veneziani, fatto schiavo da Dragut nel modo suddetto, e divenuto celeberrimo nell'impero ottomano, come l'attestano le Relazioni di molti Baili Veneti pubblicate dall'Albèri, oltre alle Memorie del Sagredo[12]; riesce poi superfluo dire che gli Atti processuali, citati dal Settembrini, mostrano le cose in modo ben diverso. — Non taceremo nemmeno che il racconto del Settembrini, insieme con la Denunzia dal Berti creduta inedita, ispirò al dotto magistrato Francesco Sav.º Arabia le sue Scene sul Campanella, e in una prefazione, con quella competenza che lo distingue, egli fece una giustissima critica della Narrazione del Campanella tanto apprezzata dal Capialbi e dal D'Ancona come fondamento di storia, senza entrare per altro nella disamina degli Atti processuali, che gli avrebbero fatto ripudiare anche Ulucci-Alì e la Denunzia[13].
E qui ci fermiamo, aggiungendo solamente essere stato dimandato in questi ultimi mesi, non ricordiamo più da chi ma non in Napoli, se il Campanella non dovesse dirsi «una specie di Lazzarettiabortito sul nascere». Per conto nostro non esitiamo a rispondere, che siffatta rassomiglianza non è solo irriverente, ma addirittura sciagurata. Il carrettiere di Arcidosso, che iniziò la sua missione profetica con le truffe, e la continuò in buono accordo coi clericali di Francia e gli arrabbiati della Curia Romana contro la patria divenuta libera ed una, non ha proprio nulla di comune col filosofo di Stilo, che tutto sacrificò pel grandioso concetto di liberare la sua patria dal doppio giogo di Spagna e di Roma; l'impresa del carrettiere di Arcidosso è stata veramente una macchia per la Toscana, mentre l'impresa del filosofo di Stilo fu una gloria per la Calabria. Ma in somma riesce evidente che si è pur sempre lontani, molto lontani, dall'avere studiato i documenti atti a chiarire le cose del Campanella.
Da alcuni anni, ricercando in Italia ed anche nell'estero notizie e documenti intorno a' vecchi medici e naturalisti napoletani, ci siamo imbattuti in gravi scritture finoggi ignorate intorno al Campanella; e quantunque sapessimo che non ce ne sarebbe venuto plauso da un grosso numero di persone, che nulla ama, nulla venera e nulla sa, incapace di comprendere altro che l'arte proficua alimento unico degli spiriti volgari, ci siamo sobbarcati a dure fatiche per trarne le copie. Basta citare il Processo di eresia, che giustamente il Berti dice essere «rimasto del tutto ignoto», e che, passato in tre diverse collezioni private con altre scritture di S. Officio riferibili più o meno direttamente al Campanella, è stato da noi raccolto e trascritto, risultandoci una copia di due grossi tomi in folio, complessivamente di 1412 pagine. Un'altra raccolta, assai meno voluminosa ma non meno importante, è stata quella del Carteggio ufficiale del Viceré di Napoli con la Corte di Madrid sulla faccenda del Campanella, rinvenuto nel vecchio Archivio di Spagna in Simancas, dove ci eravamo recati per le nostre primitive ricerche. Decisi a partecipare al pubblico le cose che possedevamo, ci siamo successivamente tenuti in obbligo di occuparci di proposito anche del Campanella in quanti Archivii e Biblioteche ci è stato possibile visitare, per arricchire sempre più la nostra raccolta, rivedendo in pari tempo ciò che era già noto, per acquistarne nozioni complete ed estenderle maggiormente all'occorrenza. Così in Madrid, in Dublino (dove sapevamo trovarsi non meno di 66volumi di carte di S. Officio tolte nel 1848 all'Archivio dell'Inquisizione Romana), in Londra, in Parigi, in Montpellier, e poi nelle Biblioteche e negli Archivii di Stato di Torino, di Venezia, di Modena, di Firenze ed Urbino, di Roma, di Napoli, abbiamo cercato ciò che poteva esservi di manoscritti, di lettere, di documenti e notizie di ogni specie tanto sul Campanella, quanto sulle molte e diverse persone che da' documenti raccolti risultava aver figurato intorno a lui, come amici, nemici, fautori, persecutori, giudici etc.; e dobbiamo dire che le nostre fatiche sono riuscite tutt'altro che vane. Anche nel Grande Archivio di Napoli, di dove erano venute fuori, l'una dopo l'altra, due lettere di Soprintendenti che attestavano non trovarvisi nulla intorno al Campanella, abbiamo trovato varie cose intorno a lui, oltrechè moltissime intorno a coloro i quali furono più o meno in relazione con le cose sue[14]. Nè abbiamo poi mancato di procurarci l'ingresso nell'Archivio della Compagnia dei Bianchi di giustizia, per cavarne i particolari delle esecuzioni e delle discolpe de' calabresi che si conosceva essere stati giustiziati in Napoli; nè abbiamo mancato di rovistare i Libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo, per cavarne notizie su varii nomi, che in ispecie i nuovi documenti ci aveano fatto conoscere.
In tal guisa siamo pervenuti a raccogliere una quantità di documenti abbastanza notevole, alcuni pochi de' tempi anteriori alla congiura ed a' relativi processi, altri ben numerosi de' tempi della congiura e de' processi, altri pochi de' tempi posteriori: e sotto questa triplice categoria li pubblichiamo in un volume aggiunto alla nostra narrazione, ma riportandovi le sole scritture riferibili strettamente a' fatti e persone della congiura ed eresia, mentre le molte altre scritture riferibili a' tanti fatti e persone che vi hanno un'attinenza meno stretta o semplicemente relativa, son riportati a piè di pagina là dove nella narrazione accade di doverne discorrere. Né abbiamo esitato ad includervi anche parecchi documenti editi, non tacendo mai siffatta loro qualità, semprechè ci sieno apparsi di molto interesse per la piena intelligenza dell'argomento, ovvero ci sia occorso di farvi correzioni ed aggiunte nel rivederne gli originali, la qual cosa possiamo dire esserci occorsa piuttosto sovente.
Ma in ispecie per la categoria, de' documenti de' tempi della congiura e de' processi, gioverà qui fare una rassegna che ne dia qualche notizia determinata, contemplandone i diversi capi o gruppi.
I.Carteggio Vicereale con la Corte di Madrid.— Son 40 documenti rinvenuti ne' fasci di carte che in Simancas si trovano sotto la rubrica «Secretaria de Estado, Negociacion de Napoles»; fanno parte del «Legazo 1096, Leg. 1097, Leg. 1099» (anni 1598-99, 1600-01, 1603), e qualcuno trovasi nel Leg. 1095 (an. 1596-97) per una di quelle lievi anomalie inevitabili negli Archivii; principalmente per siffatto motivo estendemmo le ricerche fino al Leg. 1106 (an. 1610-11), ma senza frutto. Vi figurano oltre venti lettere originali del Vicerè, quasi sempre dirette a S.M.tàCattolica, ed una in minuta della medesima M.tàdiretta al Vicerè, otto copie di lettere di Carlo Spinelli, il crudele repressore della congiura, ed una di D. Luise Xarava, il feroce Avvocato Fiscale, dirette al Vicerè, inoltre diverse relazioni appartenenti ad un Commissario, ad un Capitano, ad un Agente in Roma, una copia della prima Informazione presa da fra Marco il Visitatore e fra Cornelio di Nizza ed un'altra del Breve Papale che istituì il Tribunale per gli ecclesiastici ribelli (questi ultimi due documenti analoghi a quelli che già si conosce trovarsi in Firenze; del resto il primo di essi più importante, perchè mostra in appendice essere stata comunicata a Giudici laici la copia di un'Informazione di S.toOfficio). Ma vi brillano massimamente l'importante Denunzia testuale di Lauro e Biblia, e l'importantissima Dichiarazione scritta dal Campanella, da lui rilasciata all'Avvocato Fiscale poco dopo la sua cattura. Tuttiquesti documenti non rappresentano il Carteggio intero, poichè vi sono indizi di diverse lacune, e d'altronde vedremo tra' documenti rinvenuti nell'Archivio di Napoli qualche altra lettera di S.M.tàla cui minuta non si trova in Simancas: ma costituiscono ciò che n'è rimasto in que' fasci di scritture, e riferendosi quasi per intero all'ultimo quadrimestre del 1599, illuminano abbastanza lo svolgimento delle cose di Calabria, la qualità e quantità de' congiurati, le vedute del Governo e de' suoi ufficiali, le vedute di Roma, la parte attribuita al Turco, i severissimi provvedimenti adottati. Sono scritti quasi sempre in lingua spagnuola e così saranno riportati, potendosi lo spagnuolo intendere senza difficoltà dalla gente latina. Bisogna solo avvertire che la lingua vi è abbastanza impura, l'ortografia consentanea al tempo, la punteggiatura poi deficientissima e molto irregolare, non trovandosi nell'originale che pochissime virgole e sovente gittate a caso: questa punteggiatura soltanto ci è parso necessario di migliorare, per rendere sempre più agevole l'intelligenza del testo; nel rimanente si è cercato di serbare la più scrupolosa fedeltà. Queste stesse avvertenze vanno fatte pe' pochi documenti in italiano ed in latino che vi si trovano compresi: essi sono stati copiati da ufficiali spagnuoli del tempo, e naturalmente questa circostanza vi si fa sentire non poco[15].
II.Carteggio del Nunzio Pontificio in Napoli con la Corte di Roma.— Questo Carteggio, contenuto nelle Scritture Strozziane dell'Archivio di Firenze, va dal 1592 al 1605 ed occupa 31 grossi volumi, i quali recano le lettere di Roma in originale e quelle di Napoli in minute, comunque il Catalogo dell'Archivio, sotto il nome di «Aldobrandini Mons. Jacopo» segni solamente «Lettere da esso scritte a varî...». Sono le Filze 205 a 236 num.nenuova, e propriamente le 205-221 recano le lettere di Roma, e le 222-236 recano le lettere o meglio le minute di Napoli non autografe come il Palermo ha creduto. Volendo circoscriversi nel periodo strettamente riferibile al Campanella, si tratterebbe delle Filze 212 e seg.tie 229 e seg.ti. Il Palermo, che scoprì questo Carteggio, ne estrasse sole 32 lettere, delle quali 16 integralmente, e le altre, per amore di brevità e forse anche pel proposito di non trattare lo svolgimento de' processi, mancanti sempre di qualche brano; tutte poi mancanti d'indirizzo quando partono dal Nunzio e di firme quando vengono al Nunzio, essendo solamente notato in massa che sono dirette a' Card.liAldobrandini, S. Severina e Borghese. Noi abbiamo voluto averle nella loro integrità, come pure nella loro lezione precisa, non che munite degli indirizzi e provenienze rispettive; e con l'aggiunta di parecchie altre che erano state omesse, e di poche altre scritte dal Nunzio al Vicerè, al Castellano di Castel nuovo, a diversi Vescovi etc. sempre in rapporto all'argomento in esame, abbiamo potuto aumentarne il numero per modo che ascendono a non meno di 114 lettere. Queste vengono pubblicate tutte insieme nell'apposito gruppo, comprendendovi anche le edite senza tralasciar mai di dichiararlo, e con varie correzioni specialmente nelle date, alcune volte abbastanza importanti. Dobbiamo aggiungere che nel Carteggio esistono pure diverse lacune, mancando evidentemente molte lettere di Roma, alcune delle quali sono citate in quelle che si hanno, e mancando qua e là interi fascicoli o «Registri» delle lettere di Napoli, come risulta dalla numerazione ad essi apposta e da' salti sensibili nelle date. Ci è parso necessario notare queste lacune là dove sono risultate manifeste, perchè ne sieno prevenuti i futuri ricercatori, e perchè non si credano, per que' periodi, sopite le trattative del negozio, mentre invece ci mancano le notizie delle trattative. Riesce poi quasi superfluo avvertire, che percorrendo tutti i 31 volumi, come noi li abbiamo percorsi, vi si trovano tante altre notizie e documenti sulle persone e sulle cose di que' tempi, capaci di chiarire non solo gli umori di Napoli e di Roma, che naturalmente ebbero la più grande influenza sull'andamento de' guai del Campanella, ma anche capaci di chiarire i fatti medesimi nella loro essenza: basta accennare le precedenti guerre fratesche de' Ponzii co' Polistina per l'assassinio del P.eProvinciale fra Pietro Ponzio, le gravi quistioni giurisdizionali nelle Diocesi di Nicastro e di Mileto, le cresciute ricezioni de' fuorusciti in asilo ne' conventi, perfino le discordie di famiglia tra' Contestabili e Carnevali, circostanze tutte che il Campanella continuamente allegò come basi degli odî suscitati contro la sua persona. Queste altre notizie e documenti troveranno il loro posto nel corso della narrazione.
III.Carteggio dell'Agente Toscano in Napoli col suo Governo.— Questo Carteggio, diretto a Lorenzo Usimbardi Segretario delGran Duca da Giulio Battaglino, e in sèguito, morto costui, dal lettore di dritto Alessandro Turaminis sienese, trovasi nell'Archivio Mediceo, e va dal 1592 in poi, occupando le Filze 4084 e seguenti. Il Palermo, intorno alla congiura ed a' processi, vi raccolse solamente 5 brani di lettere dell'ultimo quadrimestre del 1599; noi vi abbiamo proseguito le indagini, e abbiamo portato ad 11 il numero di questi brani, taluno de' quali, se fosse stato ricercato sin da che fu nota l'esistenza di questo Carteggio, avrebbe fatto evitare qualche solenne abbaglio circa le torture del Campanella. Naturalmente nelle Filze suddette si trovano anche altre notizie illustrative di que' tempi, ma vi abbiamo trovato inoltre molte lettere di particolari, taluni de' quali figurarono nelle faccende in questione: basta citare p. es. da un lato lettere autografe di Mario del Tufo notissimo amico del filosofo, e d'altro lato lettere autografe nientemeno che di D. Loise Xarava suo implacabile persecutore, e poi lettere del Principe di Bisignano, di D. Lelio Orsini, del Duca di Vietri, nominati quali complici della congiura etc.; e ne abbiamo trovate egualmente in altre Filze intitolate appunto «Lettere di Napoli di particolari», sicchè ce n'è risultato un mucchio di notizie che serviranno nella narrazione. Aggiungiamo che, pei tempi anteriori alla congiura, abbiamo trovato una lettera del Battaglino illustrativa della vita del Campanella, e pe' tempi della congiura abbiamo trovato nello stesso Archivio Gazzettini ed Avvisi, dei quali si parlerà più sotto. — Avvertiamo infine che non abbiamo mancato di rovistare in Firenze l'Archivio d'Urbino, oggi posto accanto al Mediceo, ma ci è accaduto trovarvi soltanto notizie di particolari; e la cosa medesima diciamo qui di passaggio relativamente all'Archivio di Torino.
IV.Carteggio del Residente Veneto in Napoli col suo Governo.— Questo Carteggio costituito da' dispacci che erano spediti al Ser.moPrincipe dal Residente Veneto, il quale fu Gio. Carlo Scaramelli a tempo della congiura e de' processi, e poi Anton Maria Vincenti per alcuni anni successivi, trovasi nell'Archivio a' Frari tra le scritture dette «Senato-Secreta» sotto la rubrica «Napoli», e per l'anno 1599 e seguenti reca i n.i15 e seguenti. Il Mutinelli, nella sua Storia arcana ed aneddotica, pubblicò solamente 10 lettere o brani di lettere concernenti la congiura e i congiurati, tratte da questo Carteggio pel periodo compreso tra il 14 settembre 1599 e 7 febbraio 1600: noi abbiamo cominciato lo spoglio del Carteggio da alcuni anni prima e l'abbiamo continuato per varii anni dopo, badando pure alle notizie sull'armata turca, che essendo stataritenuta un elemento essenziale della congiura meritava tutta l'attenzione; e così abbiamo più che raddoppiato il numero de' documenti, oltre all'aver restituito alla loro integrità quelli già noti. È superfluo poi dire che molte importanti notizie relative a quei tempi si cavano dal Carteggio, studiato non pe' soli anni 1599-1600, anche circa le cose che non parrebbe aver dovuto richiamare gli sguardi del Residente, p. es. circa le lotte giurisdizionali in Calabria: ma nulla sfuggiva a' Residenti, bensì, pel troppo entrare ne' particolari, essi non di rado riuscivano inesatti, salvo il caso in cui gl'interessi di Venezia fossero direttamente impegnati. Notiamo di aver fatto anche ricerche nel Carteggio de' Residenti co' Capi del Consiglio de' Dieci e con gl'Inquisitori di Stato, ma senza frutto.
V.Carteggio dell'Ambasciatore Veneto in Roma col suo Governo.— Essendo corse trattative in Roma per la faccenda del Campanella, da parte del Vicerè mediante l'Ambasciatore di Spagna, abbiamo reputato conveniente percorrere anche i dispacci dell'Ambasciatore Veneto in Roma, che pel 1599-1600 fu Giovanni Mocenigo, dispacci conservati egualmente tra' «Senato-Secreta» sotto la rubrica «Roma» co' n.i43-45. Ed abbiamo trovato due brevi notizie, non inutili per la nostra narrazione.
VI.Carteggio del Bailo da Costantinopoli ed Avvisi di Levante.— L'importanza delle notizie sull'armata turca per ciò che si volea tentare in Calabria, e il fatto della fuga a Costantinopoli di uno de' capi dell'impresa, fra Dionisio Ponzio con un altro frate ritenuto complice, ci hanno deciso a rovistare anche i dispacci dei Baili, che furono a que' tempi il Capello ed il Gradenigo, e poi il Nani e il Contarini, ma prendendo note su varii anni, anche per acquistare nozioni precise intorno al Bassà Cicala. Abbiamo scorsi i bellissimi Rubricarii e poi anche i Dispacci originali conservati nei soliti «Senato-Secreta»; ma abbiamo veduti inoltre i così detti Codici Brera, che si conosce esser passati da Milano a Venezia dietro ordine del Governo austriaco, per gli Avvisi che Venezia comunicava a varii Governi e tra gli altri a quello Vicereale di Napoli. L'aspettativa non è stata delusa: abbiamo raccolto un importante dispaccio e varie notizie tanto pel volume de' documenti quanto per le note su' fatti della narrazione.
VII.Gazzettini ed Avvisi di Roma.— Il valore che altrettali documenti vanno acquistando, sebbene troppo spesso riescano utili per la buona intelligenza dello stato della pubblica opinione a tempo di un fatto notabile più che per la precisa conoscenza del vero, ci ha spinti alle più attive ricerche di essi. Ne abbiamo trovati dovunque,ma di quelli dell'anno 1599 e seguenti, con notizie sulla faccenda del Campanella, solo in tre luoghi e sotto questi titoli: Lettere di Fr.coMaria Vialardo dirette al Sig.rGiovanni Galletti (pseudonimo ovvero ufficiale del Gran Duca) conservate nell'Archivio Mediceo; Avvisi di Roma della Cancelleria Estense, mandati in servigio di casa d'Este, conservati nell'Archivio di Modena; ed ancora Avvisi di Roma della collezione Urbinate, in servigio de' Duchi di Urbino, oggi esistenti nella Biblioteca Vaticana. Le lettere del Vialardo, un cavaliere torinese male andato, che scriveva anche pel Duca di Savoia, come si rileva da alcuni frammenti de' suoi Avvisi che abbiamo trovati nell'Archivio di Torino, son veri «Gazzettini» di Avvisi, e con tal nome si trovano qualificate nello Spoglio dell'Archivio Mediceo; dànno le notizie più stravaganti, e riescono assai curiose per questo. Gli Avvisi della Cancelleria Estense sono più pochi e sobrii, mentre quelli della collezione Urbinate sono più numerosi e pieni; gli uni e gli altri recano nomi di congiurati da doversi notare, ma del resto contengono sempre grosse sciocchezze, e basta dire che si chiudono con la notizia che il Campanella venne finalmente appiccato! Non sarà per altro inutile conoscere anche questo.
VIII.Atti Amministrativi e giudiziarii esistenti nel Grande Archivio di Napoli.— Abbiamo raccolti in questo gruppo non meno di 32 documenti inediti, costituiti da ordini del Governo venuti fuori per la congiura e pe' congiurati, sia allo scopo della repressione e gastigo degl'incriminati, sia per la premiazione de' persecutori. Alcuni possono dirsi veramente Atti processuali, giacchè senza dubbio gli originali di essi furono inserti nel processo: tali sono gli ordini circa la costituzione del tribunale pe' laici, e circa la forgiudicazione di varii contumaci. Uno poi deve dirsi essenzialmente Atto processuale, ma fu già edito, la Denunzia de' 5 di Catanzaro, che ora trovasi nell'Archivio e che riproduciamo, dovendosi correggere in più punti e massime riguardo ad alcuni nomi. I documenti inediti sono stati rinvenuti ne' più svariati generi di scritture e Registri, in quelli così dettiCuriae,in quelliNotamentorum, Sigillorum, Privilegiorum, Litterarumetc. Cinque di essi son costituiti da Lettere Regie, delle quali si sarebbe dovuto trovare le minute in Simancas, e non ci è occorso di trovarle, come non ci è occorso di trovare in Napoli la Lettera della quale in Simancas esiste la minuta. Adunque non solamente in Napoli si deplorano le lacune continue, ma bisogna dire che in Napoli le lacune sieno state procurate fin da' tempi del Vicerè. Questo fatto, chespiega come pe' negozii politici di maggior rilievo l'Archivio riesca sempre quasi muto, può bene dimostrarsi con uno de' documenti che pubblichiamo (Doc. 234); esso, al pari di varii altri dello stesso genere, è in copia evidentemente mutilata, coll'attestazione del Segretario del Vicerè che la copia concorda con l'originale. Da ciò si vede esservi stato un altro luogo, l'Archivio particolare de' Vicerè non pervenuto fino a noi, nel quale erano sepolti i documenti più importanti, senza trasmetterli, o trasmettendoli in copie mutilate nell'Archivio di Stato. — Anche qui poi s'intende che non è mancata una grande quantità di documenti e notizie, che troveranno luogo nel corso della narrazione, avendocene fornito i detti generi di scritture e diversi altri, a cominciare dalleNumerazioni de' fuochie da' RegistriPartium, senza contare i documenti riferibili alle cose del Campanella ne' tempi anteriori e posteriori a quelli della congiura e de' processi. Veramente anche da quest'ultimo lato avrebbe dovuto trovarsi qualche cosa di più, e sebbene dalle scritture viste ci sia noto esservi stati RegistriSecretorumnon giunti fino a noi, questo solo motivo non riesce a soddisfarci. La nostra impressione nello studiare le scritture dell'Archivio è stata sempre questa, che oltre alle tante rincrescevoli lacune, originarie per l'esistenza dell'Archivio segreto e fortuite pe' molti incendii e le varie devastazioni accadute durante i tumulti popolari, ve ne sieno state anche altre procurate posteriormente, quando si credè buon sistema di governo sopprimere perfino la storia di questo paese tanto disgraziato. Difatti, non appena si giunge al periodo di qualche avvenimento storico un poco importante, si può esser certi che s'incontrerà una lacuna e non nelle sole scritture essenziali; tuttavia son rimaste sempre notizie svariatissime sulle persone e sulle cose di ciascun periodo, da farne acquistare una nozione spesse volte considerevole. Così nelle faccende del Campanella, da' più elevati personaggi a' più bassi malfattori e fuorusciti che vi si trovano nominati, dalle più alte quistioni giurisdizionali alle più umili pratiche di amministrazione verificatesi nel tempo della congiura e de' processi, tutto vi riesce, più o meno, convenientemente illustrato.
IX.Atti delle esecuzioni registrate nell'Archivio de' Bianchi di giustizia.— Due documenti abbiamo rinvenuti in questo bellissimo Archivio, che non è aperto al pubblico, per le indiscrezioni rincrescevoli alle quali le ricerche su' giustiziati potrebbero dar luogo. Esso fu ricercato dall'Abate Cuomo pe' giustiziati de' tempi di Masaniello, e i relativi documenti si leggono manoscritti nella Biblioteca che l'Abate generosamente donò al Municipio di Napoli;ma non sappiamo che alcuno abbia mai pensato a farvi ricerche pe' giustiziati del tempo del Campanella. I documenti non sono che due, perchè due soli furono i calabresi giustiziati in Napoli coll'assistenza della Confraternita de' Bianchi, mentre sei altri furono giustiziati coll'assistenza de' PP.iMinistri degl'infermi, come risulta da notizie autentiche. Nel primo de' detti documenti si leggeranno con interesse le «escolpazioni», nel secondo i nomi degli assistenti a ben morire, oltre qualche circostanza speciale dell'esecuzione. Non abbiamo poi mancato di raccogliere un terzo documento, relativo al supplizio di un altro individuo, già processato per la congiura e l'eresia, carcerato col Campanella e in istrette relazioni con lui, liberato e poi di nuovo processato e condannato per altra causa; ma tale documento, escluso dal presente gruppo, è stato incidentalmente registrato a parte nella narrazione.
X.La difesa di due incriminati laici, Gio. Paolo e Muzio di Cordova.— È la sola difesa di laici che si possegga, ed appena in frammenti, che furono posti nelle note alla Narrazione del Campanella aggiunte dal Capialbi. Essendo state tali note omesse dal Palermo nel riprodurre la Narrazione, son rimaste poco o nulla conosciute, ed intanto esse recano più notizie delle deposizioni raccolte nel processo pe' laici. Avremmo voluto pubblicare il documento tutto intero, giacchè si possiede dagli eredi Capialbi; ma le continue nostre insistenze, durate più anni, non sono state esaudite.
XI.Atti giudiziarii circa gli ecclesiastici incriminati di congiura, esistenti nelle Scritture Strozziane di Firenze.— Abbiamo già avuta occasione di menzionare questi documenti, e di dire che per la maggior parte di essi il Palermo pubblicò soltanto una «esposizione delle cose principali», ond'è che si può considerarli veramente quasi tutti inediti. Furono rinvenuti nel Codice Strozziano n. nuov. 330, intitolato «Casi strani», dove si trovano alla rinfusa: l'importanza grandissima di essi ci ha decisi a riordinarli e pubblicarli integralmente, anche a costo d'incorrere nelle ripetizioni che vi si trovano con una certa frequenza; come pure a non trascurare nemmeno gli editi, per alcuno de' quali non manca la necessità delle correzioni. Nel riordinarli abbiamo posto in primo luogo l'Elenco degl'incriminati e il primo Breve del Papa, poi il Sommario dell'Informazione di Calabria (atti veramente processuali), in seguito i Riassunti degl'indizii per ciascun incriminato giusta la sua importanza e qualità, con le Requisitorie e le Difese che per alcuni di essi ci vennero conservate (atti puramente giudiziarii). Aggiungiamo che uno studio delle citazioni de' folii del processo, registratesopratutto in questi documenti ed anche in taluni altri, ci ha fatto ricavare uno «Schema del processo della congiura» che ne dà un'idea sicuramente non disprezzabile. Abbiamo così potuto scoprire che l'intero processo, o meglio l'intera serie de' processi, col titolo di «tentata ribellione» componevasi di 4 volumi, de' quali i due primi comprendevano i processi di Calabria, essendo Giudice Commissario Carlo Spinelli e Fiscale D. Luise Xarava; gli altri due comprendevano i processi di Napoli, l'uno pe' laici, condotto certamente da Marc'Antonio de Ponte con D. Giovanni Sances fiscale assistito dallo Xarava, e l'altro per gli ecclesiastici, condotto dal Nunzio Aldobrandini e da D. Pietro De Vera, Commissarii Apostolici, col medesimo D. Giovanni Sances fiscale; le numerose citazioni di folii, poste nel loro ordine progressivo, rendono discretamente bene la fisonomia di ciascun processo, e tutto ciò servirà anche a facilitare la ricognizione de' documenti che potranno venir fuora nell'avvenire. Dippiù uno studio de' nomi, registrati del pari in questi documenti ed in altri ancora, ci ha fatto ricavare un «Elenco degl'incriminati laici», che fa riscontro a quello degl'incriminati ecclesiastici e dà un'idea notevole dell'estensione della congiura, o forse meglio delle conseguenze della congiura. Questi due lavori figureranno tra alcune Illustrazioni poste al sèguito dei Documenti.
XII.Apologia del Campanella.— Quest'Apologia, trovata dal Berti nella Casanatense annessa agli Articoli profetali già scritti dal filosofo in sua difesa e poi rifatti, non è stata pubblicata che in sunto, essendo l'esemplare, per colpa dell'amanuense, troppo scorretto. Avendone noi trovato un esemplare egualmente nella Nazionale di Napoli, oltrechè in quella di Madrid, ma pure scorretti, diamo nella loro integrità il testo dell'esemplare Casanatense e di quello napoletano, perchè si possono correggere abbastanza bene l'uno con l'altro.
XIII.Processo di eresia con gli allegati e le poesie del Campanella, ed altre scritture d'inquisizione.— Questo processo è costituito egualmente da una serie di processi, a' quali può anche darsi la denominazione di «processi ecclesiastici», sia perchè ecclesiastici per eccellenza, sia perchè in tal guisa vedonsi più volte menzionati dal Campanella. Esso è stato fornito, come abbiamo già detto, da tre collezioni private, e si compone essenzialmente di quattro volumi, con la giunta di un quinto di allegati; ma a ciascuno de' volumi si possono unire altre scritture staccate, che illuminano molto i fatti del Campanella e socii ne' tempi de' processi e ne' tempidi poco posteriori. Così ci troviamo di aver redatta la nostra Copia in sei volumi, che danno materia a due tomi: e poichè tutte queste scritture son rimaste affatto ignorate, tanto che il Berti si è lasciato perfino dire sembrargli «dubbio che il tribunale ecclesiastico abbia potuto trovare eresie nelle predicazioni del Campanella», crediamo opportuno darne conto con una certa larghezza. La serie de' processi fu cominciata in Calabria, primitivamente in Monteleone da fra Marco da Marcianise Visitatore e da fra Cornelio di Nizza suo compagno, poco dopo in Gerace dal Vescovo di Gerace unitamente con questi stessi frati, e fu da ultimo menata innanzi e condotta a termine in Napoli dal Nunzio, dal Vicario Arcivescovile e dal Vescovo di Termoli, il quale poi, essendo disgraziatamente morto durante il processo, fu sostituito dal Vescovo di Caserta. Si ebbero quindi, essenzialmente, due processi di Calabria ed uno di Napoli, ma per un'altra commissione data da Roma al Vescovo di Squillace, se n'ebbe anche un altro detto di Squillace, condotto indipendentemente dagli altri: il processo di Napoli, che fu l'ultimo, venne compiuto in tutte le sue parti, cioè a dire, secondo il costume del tempo, distinto in offensivo, ripetitivo, e difensivo. Aggiungiamo che sulla coperta de' volumi, che compongono tutta la serie de' processi, non si legge alcun titolo relativo alla qualità dell'imputazione, come per solito si ha ne' processi di S.toOfficio; ma questa trovasi notata segnatamente ne' Capitoli del fiscale napoletano con le parole «De haeretica pravitate et atheismo», aggiuntovi inoltre «et relapsu». Dobbiamo anche dire che in qualche vecchia carta di S.toOfficio tutto il complesso di questi Atti processuali trovasi talvolta indicato con la denominazione generica di «Acta fratrum», rappresentando, anche per la sola parte svolta in Napoli, un processo contro frati straordinario, condotto da tre Curie riunite, quelle del Nunzio, dell'Arcivescovo Diocesano e del Ministro dell'Inquisizione Romana; ma eccone specificati i diversi volumi, col loro titolo nell'ortografia originale.
I.«Processus formatus in provintia Calabriae contra fratrem Thomam Campanellam, et alios fratres predictae provintiae ordinis predicatorum, super non nullis ad Sanctum Officium pertinentibus». Questo volume comprende l'inquisizione fatta dal Marcianise e dal Nizza in Monteleone (dal 1º al 9 7bre 99), e l'altra dal Vescovo di Gerace in Gerace unitamente con gli anzidetti (dal 13 al 19 8bre), entrambe condotte e scritte da fra Cornelio di Nizza; inoltre un'informazione presa da un delegato del Vescovo di Gerace contro il Clerico Cesare Pisano (13 7bre), la quale trovasi cucitain fine del volume, e la ricognizione de' carcerati ecclesiastici venuti in Napoli, fatta dal Rev. Antonio Peri fiorentino, Uditore del Nunzio Jacopo Aldobrandini Vescovo di Troia, per parte di costui nel Castel nuovo di Napoli (23 9bre). In questa ricognizione per la prima volta figura un breve esame di fra Tommaso, il solo fornito di firma autografa, perocchè gli esami successivi coincidono col tempo della sua pazzia. — A questo volume si possono unire due altre scritture importantissime, di poco posteriori per tempo, esistenti in un volumetto separato col titolo che segue:
«In hoc volumine sunt Denuntia Cesaris Pisani terrae Montis leonis (sic) qui denuntiavit tam de se, et abiuravit tanquam hereticus formalis, quam de infrascriptis fratribus videlicet, Fratre Thoma Campanella, Fr. Dionisio Pontio, Fr. Josepho de bitonto, Fr. Dominico de Stignano, et Denuntia Mauritii Rinaldi de Stilo (sic) qui denuntiavit contra predictos Campanellam et fr. Dionisium Pontium in rebus ad S. Officium pertinentibus». — Trattasi di due dichiarazioniad exonerationem conscientiae, fatte da questi due infelici poco prima di essere giustiziati (15 gen. e 3 feb. 1600). Sono scritte, come i volumi seguenti e tutto il complesso delle altre carte, da Gio. Camillo Prezioso, Notario e Mastrodatti ecclesiastico, che s'incontra tanto sovente ne' processi di S. Officio di que' tempi.
II.«Secundus Processus offensivus compilatus in civitate Neapolis contra fr. Thomam Campanellam et alios fratres ordinis predicatorum et etiam Repetitivus contra eosdem». Questo titolo dispensa da altre spiegazioni. Gli esami sono condotti segnatamente dal Vescovo di Termoli fra Alberto Tragagliolo da Firenzuola. L'offensivo va dal maggio all'agosto 1600: vi si notano, tra gli altri, gli esami del padre e del fratello del Campanella che vennero egualmente carcerati, gli esami del Campanella che mostrasi pazzo, con l'atto del 1º tormento di un'ora di corda permesso dal Papa per conto dell'eresia; inoltre una nuova denunzia intorno ai rapporti, molto confusamente noti, fra lui ed un Ebreo astrologo nella sua prima gioventù, e naturalmente rifulgono molte circostanze della sua vita passata, fra le altre quella di un processo precedente avuto nel 1591, del tutto ignorato finoggi e tale da aggravare estremamente la sua condizione giuridica. Il ripetitivo, dietro i Capitoli di accusa del fiscale, e gl'Interrogatori dati dagli Avvocati, va dall'agosto all'8bre, e comprende le Ripetizioni de' testimoni contro il Campanella, contro fra Gio. Battista di Pizzoni e contro fra Dionisio Ponzio, terminando co' giuramenti de' rispettiviavvocati difensori. Uno de' più curiosi documenti vi è alligato, la relazione di due dialoghi passati di notte tra il Campanella, già dichiaratosi pazzo, e fra Pietro Ponzio suo amicissimo, raccolti da scrivani mandati a spiarli; questa relazione è inviata in copia dall'altro tribunale, e fa quindi parte del processo della congiura. Vi è alligato inoltre uno specchietto di appunti critici fatti dal Vescovo di Termoli alle diverse deposizioni fin allora raccolte.
III.«In hoc volumine sunt: Tertius: Defensiones fratris Dionisii Pontii, Defensiones fratris Jo. Baptistae de Pizzone, Comparitio fratris Petri de Stilo declarantis nolle facere defensiones et expediri, Informatio capta de furore Campanellae. Copia informationis captae per Ill.met Rev.mepiscopum Squillacensem etc., Summarium factum in S.toOfficio de Urbe... in causa fratris Thomae Campanellae et aliorum fratrum ordinis predicatorum pro causa ad S.mOfficium spectante». Anche qui il titolo dispensa dalle spiegazioni. Il processo difensivo va dal 7bre al 9bre 1600, e vi si fanno notare gli esami a difesa di fra Dionisio, accompagnati da parecchie copie di documenti provenienti dall'altro tribunale; gli esami a difesa di fra Gio. Battista di Pizzoni, seguìti da altri fatti più tardi per accertarne la morte avvenuta nel carcere; gli esami di 10 testimoni che affermano la pazzia del Campanella, onde per lui non si può più procedere agli esami difensivi. Nel Sommario di tutta la causa redatto in Roma (giacchè sempre si mandavano a Roma tutte le carte de' processi di S. Officio che non erano addirittura lievissimi, e di là se ne dirigevano le fila e s'inviavano le condanne o le assoluzioni deliberate in Congregazione) si fanno notare diversi appunti sul processo, un cenno di diverse irregolarità, contradizioni e dubbi, e da per tutto il più grande interesse per la verità. — A questo volume si può anche riferire un altro fascio di scritture analoghe ed importantissime, che non fanno propriamente parte del processo e sono di altra provenienza, essendo state trovate fra le carte rimaste presso il Vescovo di Caserta, che sostituì come giudice il Vescovo di Termoli morto durante lo svolgimento della causa. Eccone il titolo: «Summaria facta in urbe, et neapoli per Dom. Benedictum Mandina Episcopum Casertanum bonae memoriae. — Reassumptum inditiorum et aliorum quae videntur constare... contra subscriptos Fratres carceratos tanquam complices Fratris Thomae campanellae, et quae in eorum defensione ponderantur». — Sono i Sommarî completi de' processi non solo offensivi ma anche difensivi; e in essi gli appunti non si limitano agli andamenti de' processi, ma si estendonoalle persone de' primi processanti Marcianise e Nizza, e vi si citano inoltre i giudizî del fu Vescovo di Termoli desunti dalle lettere da lui scritte a Roma. Dippiù sono i Riassunti degli indizî co' voti dei Giudici, riferendosi il voto di ciascuno, contro fra Pietro Ponzio, fra Paolo della Grotteria, fra Giuseppe Bitonto, fra Pietro di Stilo, fra Domenico di Stignano, fra Silvestro di Lauriana e fra Dionisio Ponzio, i soli frati rimasti giudicabili, mentre il Campanella con la sua pazzia si sottraeva al giudizio. Evidentemente questi Riassunti co' voti dei Giudici si mandarono a Roma e servirono di base alla deliberazione della Sacra Congregazione: e vi è annessa la Lettera del Card.lBorghese che partecipa tale deliberazione mandata in copia al Mandina, la quale presenta qualche leggiera variante a fronte di quella già conosciuta e ripetuta anche nel volume seguente.
IV.«Quartus processus compilatus in causa fratris Thomae Campanellae et aliorum fratrum ordinis predicatorum inquisitorum et carceratorum pro causis ad Sanctum Officium spectantibus, post commissionem admodum Illustris et Rev.midomini episcopi Casertani». — Questo volume importantissimo, rinvenuto più tardi in un'altra collezione, rappresenta l'ultimo periodo della causa, che pel Campanella corre dal marzo 1601 al gennaio 1603. Oltre alcuni nuovi articoli addizionali contro di lui, esso reca le sue difese scritte, presentate da fra Pietro di Stilo come già composte prima della pazzia, ricopiate da altri e fornite di aggiunte e correzioni di mano di fra Tommaso: queste consistono in una elaborata arringa e negli Articoli profetali, e riguardano propriamente il fatto della congiura. Reca inoltre il terribile atto del tormento della veglia, durato 36 ore, che fu ordinato dal Papa in Congregazione per scovrire la simulazione della pazzia, e non già dato dall'altro tribunale per la ribellione come finora si è creduto. Reca i certificati de' medici intorno alla pazzia scritti dopo il tormento. Reca l'incidente di una rissa accaduta tra frati e laici nelle carceri, dopo la quale si fece una ricerca e si rinvennero molte scritture di diverso genere, carte di sortilegio, corrispondenze, poesie, e tra queste le poesie del Campanella raccolte da fra Pietro Ponzio. Reca ancora nuovi esami in difesa di fra Dionisio, che presenta sempre nuovi articoli prima di fuggirsene dalle carceri; tra questi esami quelli relativi ad una voluta ritrattazione del Pizzoni prima che morisse. Reca infine l'informazione sulle scritture trovate, la deliberazione venuta da Roma intorno al Campanella e agli altri frati, e le sentenze pronunziate. — A questo volume vanno uniti i conti della spesa delle ultime somme di danaro, le quali si facevano venireda' conventi di Calabria per sussidio de' frati, essendo i compagni del Campanella rimasti in carcere fino al giugno 1604.
V.«Scripture(sic)seu secreta manu scripta prohibita inventa in archa fratris Dionisii Pontii in Castro novo cum relationibus Rev.diTheologi de illorum qualitatibus». — È questo un volume di allegati al processo, che comprende tutte le scritture trovate presso i carcerati, e non solamente quelle che stavano nella cassa di fra Dionisio; ve ne sono perfino alcune trovate già in Castello dell'ovo presso Felice Gagliardo, uno de' complici nella congiura. Specialmente a questo giovane di vivacissimo ingegno, ma di animo guasto, appartengono diverse scritture di sortilegi, corrispondenze con fuorusciti di Calabria, e certe curiose produzioni letterarie, poesie in italiano ed in dialetto calabrese. Ma la parte cospicua del volume è rappresentata da 82 poesie del Campanella, delle quali soltanto 14 o 15 sono conosciute ed anche con varianti. Esse riescono di un'importanza grandissima specialmente per la storia, avendo d'altra parte quasi tutte ben poco valore letterario.
— Dànno poi materia per un VI. volume le scritture seguenti, anche di S.toOfficio, che non fanno parte de' processi del Campanella, ma vi stanno bene come appendice, illustrando la vita di lui, de' frati e di alcuni laici implicati nella congiura.
a. — «Contra Horatium Santa Croce de Civ. hieracensi Prov. Calabriae, Felicem Gagliardum predictae Civ.ishieracensis carceratum in Castro novo, qui scripsit, et transcripsit secreta et alia scripta, descripta et contenta in actis fratrum, et que fuerunt reperta in archa fratris Dionisii Pontii». — È un processo intorno alla rissa e alle suddette scritture trovate in Castello; vi sono uditi diversi frati, e finisce coll'abilitazione del S.taCroce, e col tormento, coll'abiura e coll'abilitazione anche del Gagliardo. Va dal 13 gen.º 1602 al 2 marzo 1604.
b. — «Denuntia magna facta in magna Curia Vicariae de quam pluribus heresibus de se et aliis, tempore quo erat condennatus ad ultimum supplicium, per Felicem Gagliardum de Civitate hieracensi». — Questa scrittura contiene particolari curiosissimi e gravi intorno al Campanella, pel tempo nel quale trovavasi con lui carcerato il Gagliardo, essendo costui tornato in potere della giustizia per un omicidio commesso dopo la sua liberazione. È del 5 luglio 1606.
c. — «Informatio capta per Rev. Vicarium Civ. Neocastri prov. Calabriae ulterioris contra fratrem Petrum Pontium ordinis predicatorum ejusdem civitatis». — Riguarda uno scandalodato da fra Pietro dopo la sua liberazione, avendo in Chiesa pubblicamente protestato contro un Cappuccino che predicava l'Immacolata Concezione. Caratterizza fra Pietro, chiarisce il credito di questi frati dopo il processo, dà qualche notizia di fra Dionisio fuggito in Turchia. Va dal dic.e1604 al gen.º 1605.