Chapter 12

«La scola inimicissima del vero»

«La scola inimicissima del vero»

e l'altro col verso

«Mentre l'aquila invola e l'orso freme»[318].

«Mentre l'aquila invola e l'orso freme»[318].

Entrambi ebbero l'onore della stampa per cura dell'Adami, ma non senza mende, come del pari l'ebbe un terzo, che mostraquanto il Campanella tornasse volentieri su questo tema, per ricordare «il fine instante delle cose umane»: esso fu dettato ad occasione di una richiesta avuta di scrivere qualche Commedia, e comincia col noto verso

«Non piaccia a Dio che di comedie vane» etc.[319].

«Non piaccia a Dio che di comedie vane» etc.[319].

Chi mai potè fare tale richiesta al Campanella? Oseremmo dire Felice Gagliardo, che si è visto avere scritti più Prologhi di Commedie. Un altro Sonetto consolatorio di genere diverso è quello poco convenientemente intitolato «Al Principe di Bisignano», che è veramente un ricordo dell'essere stato il Principe rinchiuso nella medesima prigione, e dell'esserne poi finalmente uscito, onde il poeta ha motivo di dire

«Gran forza e speme tanto essempio adduce»[320]:

«Gran forza e speme tanto essempio adduce»[320]:

vi si possono fare varie osservazioni circa il numero di anni passati dal Principe in prigione, circa i motivi della prigionia, ed anche circa i motivi del ritorno in libertà, ma a' poveri calabresi la sola «cessata ragione di Stato» dovea sembrare un motivo soddisfacente.

Passando alle Poesie politiche, ne troviamo solamente cinque, intitolate all'Italia, a Genova, a Venezia, a Roma, e «Roma a Germania»[321]. Le tre prime furono poi pubblicate, le altre due furono scartate; ma quella all'Italia fu pubblicata sotto la forma di Canzone, mentre originariamente era stata composta in forma di Sonetto con appendici, e fu anche intitolata «Agl'italiani che attendono a poetare con le favole greche», mentre originariamente non aveva titolo determinato; nè sarà superfluo far avvertire, che le prime notizie delle proprie Poesie date dal Campanella nella lettera al Card.lFarnese del 1606, seguita dalle altre al Card.lS. Giorgio e al Re di Spagna, poi anche nel Memoriale al Papa del 1611, fanno distinta e principale menzione di tali poesie politiche[322].

Quella all'Italia può dirsi un vero Inno al primato italiano, nel quale son pure notevoli diversi concetti generali e particolari: l'essere cioè «sepoltura de' lumi suoi, d'esterni candeliere», il ferir sempre di nuovi affanni «lo stilense» il quale «quella patria honora che poi lui dishonora», il non cessar mai «di servir chi la paga d'ignoranza, discordia e servitute» alludendo certamente a Spagna ed a' Principotti italiani. Non parliamo poi del Sonettoa Genova nè di quello a Venezia, permettendoci solamente di ricordare ancora una volta, che da quest'ultimo, e non da ciò che dovè scrivere in certi momenti tristissimi, conviene desumere i convincimenti del Campanella intorno a quella mirabile repubblica, fondata sul sapere e sul potere, condotta senza fiacchezze sentimentali, e perciò durata tanti anni. Circa il Sonetto a Roma, conviene notarvi quel concetto osservabile

«Deh non pianger l'Imperio, Italia mia,ch'hoggi l'hai vie più certo e venerando»,

«Deh non pianger l'Imperio, Italia mia,ch'hoggi l'hai vie più certo e venerando»,

mentre nel primissimo Sonetto all'Italia, composto in altre circostanze, il poeta si era doluto che non si vedeva già più «vergognarsi per l'onor di Dina» nè Simeone nè Levi. Ecco dunque uno spiccato ritorno indietro, e non di poco momento: ma non deve sfuggire che il Sonetto fu scartato quando si venne alla pubblicazione delle poesie, e si può anche osservare, che mentre ne' versi originarii della poesia menzionata più sopra e diretta «Agl'italiani» etc. si leggeva

«...... la gran Romadove anche ha Dio suo tribunal costrutto»,

«...... la gran Romadove anche ha Dio suo tribunal costrutto»,

ne' versi rifatti posteriormente e così dati alle stampe si lesse

«E del cielo alle chiavi alfin pervenne»;

«E del cielo alle chiavi alfin pervenne»;

cioè a dire, fu sostituito un encomio di abilità politica ad un riconoscimento di dono soprannaturale. Circa il Sonetto «Roma a Germania», esso segna il passaggio alle poesie religiose, rappresentando una tirata contro la riforma, e questo veramente non è affatto nuovo nell'ordine delle idee del Campanella, cui la dissociazione nella fede cristiana riuscì sempre assai molesta: ma è nuovo quel tuono da pergamo accompagnato da vaticinii d'immancabile rovina, e bisogna tener presente che questo Sonetto fu pure scartato, e manifestamente uno studio dello scarto fatto riescirebbe davvero istruttivo.—Citiamo qui, al sèguito degli anzidetti, il Sonetto «Sovra il monte di Stilo»[323], poesia di niun valore, ma espressione di un caro ricordo del povero prigioniero, e passiamo subito a' Sonetti religiosi. Essi sono al numero di sei, de' quali furono poi pubblicati quattro, e riflettono la morte di Cristo, il sepolcro di Cristo, la Croce, l'Ostia consacrata[324]. In tutti brilla la professione di cristianesimo senza riserve, il concetto di Cristo vero figliuolo di Dio, ciò che il processo mostrava essere stato da lui negato; intorno alla Croce, egli spiega la sua poca simpatia verso la tendenza a mettere in mostra Cristo crocifisso invece di Cristo trionfante, ed anche in ciò si trova una giustificazione riferibile alle cose emerse dalprocesso. De' due, che non furono poi pubblicati, l'uno tratta ancora del sepolcro di Cristo ma in tuono assolutamente predicatorio, l'altro rappresenta un fervorino sull'Ostia consacrata, e risulta esso pure una giustificazione. Si direbbero tutti questi Sonetti composti nella Pasqua del 1601.

Giungiamo alle poesie con indirizzo o menzione di persone diverse, talora non determinate, talora più o meno determinate, delle quali, potendo, c'ingegneremo sempre di dare qualche notizia, massime allorchè si tratti di persone benefattrici del povero prigioniero. Ci liberiamo dapprima di due Sonetti, l'uno per l'entrata di un alunno incognito nell'ordine monastico de' Somaschi, l'altro per l'entrata di un'Artemisia del pari incognita in un convento[325]. Citiamo poi due Sonetti indirizzati a due persone delle quali già abbiamo fatto conoscenza[326]: l'uno al Sig.rCesare Spinola «splendor d'Italia, difensor di virtù», che l'autore encomia e ringrazia

«Del Campanella per la defensionecontro lo stuol traditoresco e rio»,

«Del Campanella per la defensionecontro lo stuol traditoresco e rio»,

e manifestamente esso deve dirsi scritto poco dopo il 15 novembre 1600, giacchè a questa data lo Spinola lo difese mentre era chiamato qual testimone dal Pizzoni; l'altro, senza dubbio di pari data e per la stessa circostanza, indirizzato a D. Francesco di Castiglia, che l'autore loda molto anche come poeta, cantore di donne sante, di cocenti amori, e perfino di Antiochia vinta. E forse egualmente al Castiglia, seguace del Tasso, deve dirsi indirizzato il Sonetto che nella Raccolta vien subito dopo[327]: esso rappresenta una gentile ammonizione al seguace del Tasso, cui addita una meta più alta e abbastanza notevole per l'argomento della nostra narrazione, quella meta per la quale, il poeta dice, gioverebbe avere a guida Dante e Petrarca, scaldarsi al «fuoco de' lor petti», sentirsi il cuore punto «da giuste ire», elevarsi ed elevare

«Al degno oggetto dell'umana mente».

«Al degno oggetto dell'umana mente».

Ricordiamo inoltre qui il Sonetto indirizzato a un Sig.rAurelio[328], un «canoro Cigno» tra' molti che si riunivano nelle Accademie napoletane, tanto più pullulanti quanto più avversate da Spagna. Non sapremmo, tra' mille Accademici di quel tempo, chi abbia potuto essere questo Sig.rAurelio: ad ogni modo egli dovè vedere il Campanella ed eccitarlo a cantare di Cesare, e il Campanella se ne scusò adducendo le sue tristi condizioni,

«Che in atra tomba piango i miei dolorisol pianto rimbombando il ferro e il sasso».

«Che in atra tomba piango i miei dolorisol pianto rimbombando il ferro e il sasso».

Ecco ora un Sonetto al Sig.rTroiano Magnati[329], un cavaliere del quale possiamo dare qualche notizia sicura. Primogenito di D.aIppolita Cavaniglia, che vedremo tra poco celebrata egualmente, egli faceva parte della Compagnia de' così detti Continui, una specie di Guardia del corpo del Re, e per esso del Vicerè, composta per metà di spagnuoli e per metà di napoletani, scelti sempre tra le persone nobili, e ne' primordii dell'istituzione tra le persone nobili di prim'ordine: una cedola di pagamento del soldo per l'anno 1596, ed una dimanda di licenza al Vicerè per l'anno 1610, che si leggono nelle scritture dell'Archivio di Stato, ci hanno fatto conoscere questa sua condizione di Continuo[330]. Il Campanella, dopo lodi enfatiche e seicentesche, gli chiede umilmente protezione per sè e pei suoi compagni:

«. . . . . . vendichi l'ontefatte a tanti virtuosi e a me meschino».

«. . . . . . vendichi l'ontefatte a tanti virtuosi e a me meschino».

Veniamo a D.aIppolita Cavaniglia, la più alta benefattrice del Campanella e de' frati; a lei sono indirizzate non meno di tre poesie[331]. Un documento, da noi rinvenuto nell'Archivio di Stato, ci mostra questa Signora esser figliuola di D. Garzia Cavaniglia Conte di Montella, ma forse figliuola naturale, già vedova fin dal 1593 di Fabio Magnati, e madre di Troiano, Flaminio, Gio. Battista e Geronimo[332]. Si sa che i Cavaniglia, gente valorosa e fida e di sangue regio, vantavano l'essersi stabiliti nel Regno col 1.oD. Garzia, venuto da Valenza in Napoli con Alfonso d'Aragona, fatto Conte di Troia nel 1445 e celebrato dal Sannazzaro (la Contea di Montella sopraggiunse più tardi, nel 1477, con D. Diego, l'amante della sorella di Ferdinando Aragonese): ne abbiamo un trattato scritto dal Sarrubbo, oltre le notizie registrate dal De Lellis nei suoi ms. che si conservano nella Bibl. nazionale di Napoli; ma le donne non figurano mai nel Sarrubbo, e il De Lellis ricorda solamente, quali figlie del 2.oD. Garzia, Cornelia e Fulvia monache; e tuttavia il documento suddetto non lascia dubbio sulla origine di D.aIppolita, mentre d'altra parte i libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo fanno spesso menzione di lei e de' suoi[333].Quanto a Fabio Magnati, il Capaccio mostra la famiglia de' Magnati proveniente da Bologna, dove essa era una delle 40, venuta in Napoli con Carlo 1.o, e dichiara Fabio «dottore di leggi, gentil' huomo virtuosissimo»[334]: non è improbabile che egli fosse Auditore del Castel nuovo, ma ad ogni modo là abitava con la sua famiglia. Nel corso di questa narrazione abbiamo visto raccomandata a D.aIppolita la lettera inviata da Sertorio del Buono a fra Dionisio, che fu poi trovata il 2 agosto 1601 dagli ufficiali del Castello. Nelle poesie, oltre la sua nobiltà affermata con le nozioni storielle suddette, oltre la maestosa bellezza e tanti altri pregi, vediamo esaltata la sua

«Generosa pietà, man liberale»

«Generosa pietà, man liberale»

e sempre col maggior rispetto, e con una impronta di serietà sovente lasciata da parte nelle altre poesie dirette al bel sesso; onde si vede che effettivamente il Campanella sentiva per lei quanto le esprimeva nel verso

«L'altre femine son, tu donna sei».

«L'altre femine son, tu donna sei».

Ma nella terza delle poesie, che è un Madrigale, il Campanella rivela tutta l'intensità della sua gratitudine:

«. . mille grazie e benefizii farmivolesti ancor; felici ferri e sassi,che stringete i miei passi,ringraziar non poss'ionè gioir del sol mio,ringrazio voi e di voi più non mi doglio» etc.

«. . mille grazie e benefizii farmivolesti ancor; felici ferri e sassi,che stringete i miei passi,ringraziar non poss'ionè gioir del sol mio,ringrazio voi e di voi più non mi doglio» etc.

Abbastanza analoga a codeste poesie, comunque meno fervorosa, è l'altra seguente, indirizzata a una Sig.raOlimpia[335]: non ci è riuscito interpetrare chi abbia potuto esser questa Signora e parrebbe che non abitasse nel Castello, poichè i libri parrocchiali non fanno alcuna menzione di un nome simile; il Campanella ne loda essenzialmente «l'umanità». Lo stesso dobbiamo dire della Sig.raMaria, della quale il Campanella esalta la grande bellezza ed invoca la cortesia e la pietà, mostrando pure che glie ne avessedato prova una volta e poi si fosse posta in contegno[336]: tali circostanze ci hanno fatto per un momento pensare che potesse trattarsi della Castellana medesima, cugina e moglie di D. Alonso, che varii documenti e perfino il Carteggio dell'Agente Toscano attestano sovranamente bella, e che per la sua posizione sarebbe stata veramente in grado di giovare il Campanella con la pietà; ma non può ritenersi punto consentaneo all'indole de' tempi veder chiamata la Castellana di casa Mendozza col nome di «Sig.raMaria», e difatti «D.aMaria» o semplicemente «Maria» si trova sempre chiamata ne' libri parrocchiali del Castello. Potrebbe essere stata una Maria Gentile o una Maria Spinola, e piuttosto quest'ultima, poichè le si vede anche indirizzato ad istanza del Sig.rFrancesco Gentile un Madrigale tutto smancerie e peggio secondo il gusto de' tempi; e vi sarebbe una Maria Spinola Centurione da potersi supporre quella di cui qui si tratta, ma non vale la pena di sciupare il tempo in supposizioni troppo vaghe. Giungiamo alla Sig.ra«D.aAnna». Qui il titolo è tale da dover fare ammettere senz'altro una Signora di casa Mendozza, ma, secondochè insegnano i libri di materie nobiliari e i libri parrocchiali del Castello, vi furono non meno di tre Signore di questo nome; 1.oD.aAnna di Toledo figlia di D. Pietro il Vicerè, maritata a D. Alvaro di Mendozza già Castellano e madre di D.aMaria la Castellana moglie di D. Alonso, rimaritata a D. Lope di Moscoso Osorio 4.oConte di Altamura, onde ne' libri parrocchiali trovasi anche detta «Anna Moscosa»; 2.oD.aAnna sorella del predetto D. Alvaro, quindi zia di D.aMaria ed anche dello sposo di lei D. Alonso il Castellano che le era cugino, maritata a Lelio Carafa e rimaritata al Conte di S. Angelo, lungamente vedova e fondatrice della Chiesa di Pizzofalcone, spesso detta ne' libri parrocchiali Contessa di S. Angelo; 3.oD.aAnna ultima sorella di D. Alonso il Castellano, malamente detta Claudia dal De Lellis, maritata nel 1594 a D. Ferrante de Bernaudo e dimorante senza dubbio nel Castello, detta sempre «D.aAnna» ne' libri parrocchiali[337]. Forse a quest'ultima, forse anche meglio alla primaD.aAnna, la quale era tuttavia una delle belle, fu indirizzato il Sonetto dal filosofo; ma a qualunque delle dette Signore sia stato esso indirizzato, si tratterebbe sempre di persone in parentela stretta col Castellano, ed in ciò precisamente risiede la singolarità del fatto, mentre il filosofo mostravasi a quel tempo nel colmo della sua pazzia. Quanto ai concetti espressi nel Sonetto, vi si trova lodata la bellezza e nobiltà di D.aAnna, se ne vede invocato l'amore, con quegli spasimi a freddo che è maraviglioso come abbiano potuto regnare in poesia tanti e tanti anni senza nauseare[338]: lo stesso si trova egualmente in più composizioni del Campanella, delle quali dobbiamo ancora discorrere, onde si rileva che pure da questo lato egli abbia sacrificato al gusto e alla necessità de' tempi senza esitazione.

Ed eccoci all'ultimo gruppetto di poesie, nelle quali generalmente il pessimo gusto signoreggia sovrano. Le facciamo cominciare dal Sonetto che fra Pietro Ponzio trascrisse senza titolo, ma che mostrasi indirizzato ad un Gentile[339]. Non è dubbio che si tratti qui del Sig.rFrancesco Gentile, per conto del quale fra Pietro raccoglieva le poesie del Campanella nel libretto che gli fu poi trovato dagli ufficiali; e possiamo affermare di non aver risparmiato assolutamente nulla per sapere chi fosse questo Sig.rFrancesco Gentile, ma pur troppo senza esservi riusciti. Dalle poesie egli apparisce parente di una Sig.raGiulia Gentile, alla quale il Campanella non manca di scrivere un Sonetto e un Madrigale, innamorato di una Flerida, alla quale il Campanella scrive poesie per conto di lui e poi anche per conto proprio, e spesso e vivacemente: ad istanza di lui ancora il Campanella scrive il Madrigale alla Sig.raMaria già ricordato qui sopra, e crediamo che per conto egualmente di lui sieno state composte molte poesie di amore anche lascivo, mentre alcune altre dello stesso genere appariscono pure indubitatamente scritte dall'autore per conto proprio. Avevamo dapprima pensato che potesse essere Francesco Gentile da Barletta, nipote della Sig.raGiulia Gentile, presso la quale stava ritirata D.aIlaria Sifola sposata a D. Andrea de Mendozza figlio di D.aIsabella Marchesa della Valle con grandissimo sdegno di costei (confr. pag. 258): questo D. Francesco, nobile di prim'ordine ed amico delle buone lettere come lo provano due Commedie che di lui ci rimangono[340], avea potuto venire con la sua zia in Napoli, per placare la Marchesa e cercare un accomodamento nella lite di nullità intentata da lei a proposito del matrimonio di suo figlio. Ma al tempo del quale trattiamo egli doveva essere molto giovane, e la Marchesa trovavasi nel maggior colmo de' suoi furori: abbiamo infatti visto che il povero Nicolò Napolella ne soffrì le conseguenze fino ad unaparte del 1602, e i libri parrocchiali del Castel nuovo ci mostrano D.aIlaria riunita a D. Andrea non prima del 1618. D'altronde fra Pietro Ponzio nel principio di dedica della Raccolta delle poesie lo dice Patrizio Genovese, e il processo dell'eresia ci mostra nel 14 novembre 1600 dato per testimone dal Pizzoni nelle sue difese un D. Francesco di Genova che verosimilmente è il Gentile, inoltre ci mostra dopo il 2 agosto 1601 dato per testimone da fra Pietro nella denunzia contro gli offensori de' frati il Sig.rFrancesco Gentile, di cui il Mastrodatti dice, «è stato carcerato e liberato...» etc. (ved. pag. 241). Dovè dunque essere compagno di carcere de' frati, forse uno della famiglia de' Gentili che tenevano Banco in Napoli, del quale Banco esistono tuttora nel Grande Archivio tre libri che vanno dal 1592 al 1599; e ne' libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo egli figura qual padrino in un Battesimo del 18 aprile 1601. Ad ogni modo egli non era persona volgare, e nel Sonetto già citato, dicendosi pazzo, il Campanella gli chiede aiuto per sè e pe' suoi in nome dell'amore che egli porta a Flerida,

«Ond'io m'inchino a lei e per lei ti priegoch'a lei, et a te, et a noi Gentil ti mostriil fatal pazzo Campanella aitando».

«Ond'io m'inchino a lei e per lei ti priegoch'a lei, et a te, et a noi Gentil ti mostriil fatal pazzo Campanella aitando».

Ma alla Sig.raGiulia il poeta chiede nè più nè meno che amore e in un Sonetto la dice

«Gioia, idea, vita, luce, idolo, amore»,

«Gioia, idea, vita, luce, idolo, amore»,

e in un Madrigale ne loda la bellezza al punto, che dichiarandola superiore a Lia e Rachele egli si compiacerebbe di essere schiavo per sette e sette anni[341]. Intanto ad istanza del Sig.rFrancesco Gentile scrive un Madrigale per Flerida, forse anche il Sonetto che segue, più probabilmente ancora un altro Sonetto posto nella Raccolta dopo quello indirizzato a lui[342]; e scrive inoltre il Madrigale alla Sig.raMaria, dal quale si vede che il Gentile si compiaceva di fare il cascante a dritta ed a manca[343]. Vogliamo credere che egualmente per lui egli indirizzi a Flerida un Madrigale, da cui si rileverebbe essere stati ammalati entrambi ed essere ciò accaduto alla fine dell'anno, naturalmente alla fine del 1600[344]; dippiù il Sonetto col quale ne loda i nèi sul labbro e sul ginocchio, da' quali il poeta si lascia trasportare perfino

«. . . . . sul consecrato fontedell'immortalitate all'appetito»[345],

«. . . . . sul consecrato fontedell'immortalitate all'appetito»[345],

onde poi riesce di comprendere quel Madrigale, in cui si accenna a un certo fiasco fatto e spiegato non senza sufficiente industria[346]; finalmente anche il Sonetto in cui ringrazia Amore, l'altro sull'inestricabile laberinto d'Amore, e poi le Ottave e il Sonetto di sdegno, che dinotano una rottura completa e perfino villana[347].

Ma non siamo sicuri che tutte le poesie amorose dirette a Flerida siano state scritte per conto del Gentile, e una parte di esse ha potuto essere stata scritta per conto dell'autore, massime dopo la rottura anzidetta: è certo d'altro lato che l'autore credè egli pure dilettevoli o piuttosto comodi simiglianti passatempi, onde abbiamo almeno sei Sonetti di relazioni amorose indubbiamente sue, non mancando nemmeno nel titolo di alcuni fra essi indicato specificatamente «l'Autore». Forse presso Flerida ed anche qualche altra fanciulla egli trovò distrazioni, come di sicuro ne trovò presso una Dianora, al cui indirizzo la Raccolta ci offre un Sonetto; vedremo poi, nel sèguito della nostra narrazione, attestato da lui medesimo in una sua lettera il ricordo di scherzi a' quali certe donzelle lo invitavano dalle finestre, ed attestato dal Gagliardo in alcune sue deposizioni il ricordo di una certa Oriana, o secondo l'uso del paese D. Oriana, nome ingarbugliato che risponde bene a quello di Dianora, la quale abitava sotto la prigione e gli conservava libri e scritti, fornendoli ad ogni sua richiesta mediante una cordicina. La Dianora parrebbe una suora francescana, a giudicarne da' versi co' quali comincia il Sonetto

«Donna che in terra fai vita celestesotto la guida di colui che in Cristoamando trasformossi»:

«Donna che in terra fai vita celestesotto la guida di colui che in Cristoamando trasformossi»:

a lei il Campanella fa ringraziamenti, ma si dichiara nel tempo stesso devoto abbastanza intimo co' versi

«StellaDian, Oraal mio fragil legnoche solca un mar d'affanni, onde non partel'occhio del mio desire e della mente»;

«StellaDian, Oraal mio fragil legnoche solca un mar d'affanni, onde non partel'occhio del mio desire e della mente»;

nè ci manca ne' Reg.iPartiumla notizia di una «Sore Elionora Barisana», e, ciò che vale dippiù, ne' libri parrocchiali del Castel nuovo la notizia di una «Sore Dianora Barisciana di Barletta»[348]. Per questa donna, che potrebbe supporsi appartenente alla famiglia del «torriero» come allora si diceva il guardiano della torre, o per Flerida e altre fanciulle che potrebbero supporsi appartenentialla bassa famiglia de' Mendozza, egli dovè scrivere i rimanenti cinque Sonetti ne' quali canta il suo intrigo amoroso, un laccio di capelli da lui dimandato ed avuto, un presente di pere inviatogli, un bagno fornitogli in sollievo de' suoi dolori, ed anche una scena erotica abbastanza vivace accaduta a traverso il muro della prigione[349]. Mettendo da parte siffatta scena che i lettori potranno rilevare col loro comodo, notiamo quella singolare dichiarazione che il Campanella fa nel Sonetto sul presente di pere

«Che solo Amor può darci il sommo benelo qual filosofando io non trovai»[350];

«Che solo Amor può darci il sommo benelo qual filosofando io non trovai»[350];

notiamo poi con tanto maggiore interesse la circostanza, che l'avvenimento del bagno fornitogli dalla sua donna si deve riferire al tempo che scorse dopo il tormento della veglia, onde il povero filosofo si sentì ristorato ed anzi poeticamente risanato,

«Tolsi l'acqua, applicaila al corpo miogià fracassato dopo lunga guerraper gran tormento ch'ogni forte atterra,del medesmo liquor bivendo anch'io»[351].

«Tolsi l'acqua, applicaila al corpo miogià fracassato dopo lunga guerraper gran tormento ch'ogni forte atterra,del medesmo liquor bivendo anch'io»[351].

Abbiamo dunque un Sonetto composto certamente dopo la veglia, a tempo de' bagni, vale a dire in luglio secondo il costume del paese: ma esso non fu il solo, e possiamo con ogni probabilità aggiungervi anche con precedenza due altri Sonetti indirizzati a un «Sig.rPetrillo»; nè ci trattiene il rinvenirli a capo di tutto il gruppo delle poesie appartenenti al periodo di cui discorriamo, giacchè questo potrebbe significare solamente una speciale distinzione[352]. Dal primo de' due Sonetti questo Sig.rPetrillo apparisce un fanciullo, o più verosimilmente un giovanetto, leggiadro e riservato, che consola il povero filosofo con la sua presenza, e l'eccita a scrivere nuovamente qualche poesia,

«Il vecchio canto a ripigliar m'invita»;

«Il vecchio canto a ripigliar m'invita»;

e il filosofo dicendosi pazzo ed incapace di poetare con gusto, apparisce addolorato e affranto addirittura,

«Carme ti rendo d'ogni gusto parco,ch'esce da bocca di dolcezza lungi,ch'agli ultimi sospiri è fatta varco»;

«Carme ti rendo d'ogni gusto parco,ch'esce da bocca di dolcezza lungi,ch'agli ultimi sospiri è fatta varco»;

ci parrebbe impossibile riferire simiglianti espressioni, e tutto il resto, ad un tempo diverso da quello che seguì immediatamente la veglia. Con l'altro Sonetto il filosofo loda la bellezza del fanciullo e gli comunica eccellenti riflessioni morali, ma continua sempre ad apparire profondamente mesto, ed anche oppresso dal pensiero deitradimenti che nella vita si patiscono; e chi era dunque questo Sig.rPetrillo? I libri parrocchiali del Castel nuovo ci dànno un po' di luce anche in questa come ce l'hanno data in altre circostanze: vi era un «Petrillo» figlio dello speziale del Castello Ottavio Cesarano e di Polissena Cammardella; nato nel 1583, egli morì nel 1603, ed avea quindi poco più di 17 anni allorchè comparve al filosofo, e doveva essere leggiadro come uno di que' fiorellini i quali, al vederli, fanno temere che ben presto piegheranno il capo[353]. Grande meraviglia ci avea recato il non trovare qualche poesia diretta dal filosofo al suo migliore aiuto, al chirurgo Scipione Cammardella; ma ecco che lo vediamo onorato in persona del nipote, il quale verosimilmente l'accompagnò in taluna delle prime visite e poi più tardi, quando il filosofo era sempre assai sofferente, e in principio tuttora non fiducioso al punto da fargli comprendere la simulazione della pazzia, in sèguito divenuto fiducioso in modo da mostrarglisi un vero e buono sapiente.

Furono queste le poesie che il Campanella compose dal maggio 1600 al 2 agosto 1601, e tutt'al più una sola di esse potrebbe dirsi apocrifa nella Raccolta fattane da fra Pietro, quella intitolata «Sonetto di Horatio di G.» etc.[354]. Sicuramente dopo il detto periodo egli non cessò dal poetare, ed anzi allora appunto compose le maggiori sue poesie, che si leggono nella Scelta pubblicatane più tardi dall'Adami: cercheremo a tempo e luogo di determinare, se sarà possibile, la data almeno di taluna di esse.

Veniamo alle opere alle quali il Campanella attese consecutivamente, e per ora a quelle composte dall'agosto 1601 fin verso la fine del 1602, cioè fino a che si compì il processo dell'eresia. Gioverà qui avvertire una volta per sempre che i fonti migliori, per determinare in un modo meno fallace le date di quanto egli compose negli anni più difficili della prigionia, saranno sempre le sue Lettere del 1606-1607 a' Card.liFarnese e S. Giorgio e al Re di Spagna, alle quali egli annesse l'elenco delle opere fin allora composte; meglio ancora la lettera allo Scioppio, egualmente del 1607, posta come proemio all'«Ateismo» e pubblicata dallo Struvio, nella quale citò ad una ad una con un certo ordine, ma nemmeno con un ordine cronologico esatto, le opere che realmente teneva a sua disposizione e che infatti gli mandò, avendole rivedute, ritoccate, ovvero composte di pianta, e facendo menzione anche di taluna che avea composta e perduta o stava componendo e non potea mandare ancora; inoltre il Memoriale del 1611 al Papa pubblicato dal Baldacchini, al quale fu pure annesso un elenco delle opere, e in generale tutte le lettere del Campanella scritte durante laprigionia. Ma ad un grado limitatissimo potrà servire ilSyntagma de libris propriis, pubblicato tanti anni dopo su note confusamente raccolte dal Naudeo, e manifestamente disordinato intorno alle opere scritte nel carcere, come si può rilevare dalle notizie che fornisce il processo dell'eresia, da quelle che forniscono i documenti anzidetti, non che dalla lettura medesima del libro[355]. Pel momento il processo dell'eresia è ancora il fonte certo, su cui si può contare senza riserva, e da esso sappiamo che il 2 agosto 1601 il Campanella già metteva mano a compiere l'Epilogo di Filosofia, o laFilosofia epilogistica.

Rammentino i lettori il manoscritto buttato giù dalla finestra del carcere del Campanella il 2 agosto, mentre venivano a visitarlo gli ufficiali del Castello. Oggi ancora vi sono in Italia due Manoscritti col titolo di «Epilogo...» o «Epilogo magno di quelloche della natura delle cose ha filosofato e disputato fra Thomaso Campanella servo di Dio»: analogamente al manoscritto buttato giù dalla finestra del carcere, l'uno, della Magliabechiana, comincia con le parole, «Perchè teco menar la vita non posso Signore, come il desideriosuogrande della virtù vorrebbe», l'altro, della Casanatense comincia con le parole, «Perchè menar teco la vita non posso Signore» etc.; entrambi finiscono con le parole, «quel che ne fece poi voi lo sapete», alle quali parole nell'esemplare della Magliabechiana succede un epigramma latino in lode del Campanella, e nell'esemplare della Casanatense succede un piccolo numero di brevissime note e postille. L'opera poi in latino, stampata a cura dell'Adami nel 1623 col titolo di «Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor», comincia con le parole, «Quoniam tecum vitam ducere, charissime, non datur, ut avidissime cupis» etc., e nella sua 2aparte, che rappresenta l'Etica, finisce con le parole tradotte alquanto liberamente, «quid autem subinde fecerit, historia docet». Come si vede, trattasi qui dell'opera che sappiamo cominciata in Roma verso la fine del 1594 col titolo di «Compendio di Fisiologia», quando il Campanella non potea «menar la vita» con Mario del Tufo cui la mandò, continuata poi in Napoli nel 1598 con l'aggiunta anche dell'Etica. Dopo due mesi dal tormento della veglia, stando sempre a letto, il Campanella già attendeva a rivedere quest'opera e ne meditava il compimento: perduta la copia che ne aveva avuta senza dubbio da Mario del Tufo, è naturale ammettere che se n'abbia procurata un'altra, ma intanto, senza sospendere il suo lavoro, compose gliAforismi politicie l'Economica, poi ritoccò l'Eticae compose ancora laCittà del Solemenando così a termine tutta l'opera. Questi particolari del modo in cui il lavoro fu condotto si rilevano dalSyntagma, e fino ad un certo punto riescono confermati da ciò che mostrano intorno all'opera gli elenchi annessi alle lettere del 1606-1607 ed anche del 1611, come ancora da ciò che mostra il confronto dei Manoscritti in italiano con la parte corrispondente dell'opera stampata in latino. Gli elenchi del 1606-1607 mostrano l'opera col titolo di «Epilogo magno di ciò che ha filosofato» etc., e quello del 1611 la mostra col titolo di «Epilogismo delle scienze naturali e morali e politiche» etc., citando poi separatamente i libri degliAforismie dellaCittà del Soleo «De propria Republica»; il confronto degli esemplari manoscritti in italiano coll'opera stampata in latino mostra nell'Eticamolte varianti, sebbene vi si serbino interi lunghi tratti della composizione originaria non che la chiusura; e potremmo dare molti altri ragguagli, ma per lo scopo nostro ci pare che queste poche cose bastino. Così l'«Epilogo» o «Epilogo magno», come sono intitolati i Manoscritti della Magliabechiana e della Casanatense, sebbene con titolo rinnovato, rappresentano sempre l'opera quale fu continuata il 1598 in Napoli, e ci manca un manoscritto in italiano con l'Etica nel modo in cui fu ritoccataverso la fine del 1601 nel carcere; abbiamo bensi gli Aforismi e laCittà del Solein italiano separatamente, quali furono composti nel detto tempo ma con precedenza, mancandovi ancora l'Economica. Tutte queste circostanze mostrano in pari tempo che veramente alSyntagmasi può aggiustar fede in quanto a' particolari della composizione, se non in quanto alle date, mentre vi si legge: «Scrissi inoltre gliAforismi politici, che poi distinsi in capitoli, e così composi la scienza politica; e vi aggiunsi l'Economica, utilissima; ed instaurai nuovamente l'Eticasecondo la dottrina delle Primalità, e vi posi in ultimo un'idea di Repubblica che chiamoCittà del Sole, molto più eccellente della Platonica e di qualunque altra» etc.

Adunque gliAforismi politici, al numero di 150, furono composti con molta probabilità nel medesimo mese di agosto, sicuramente non più tardi del mese di settembre o ottobre 1601, mentre il povero filosofo stava ancora a letto col corpo lacerato dal tormento della veglia! Di poi fu scritta l'Economica, ed avuta forse un'altra copia dell'«Epilogo» fu rimaneggiata l'Etica. Degli Aforismi intanto molte copie si diffusero, prima che venissero ricomposti in capitoli e tradotti in latino. Se ne hanno tuttora in Napoli, nella Biblioteca nazionale, due copie, una delle quali è la copia già inviata allo Scioppio che ha note e postille autografe del Campanella, con citazioni di altre opere sue posteriori, come la Monarchia del Messia e i libri Astronomici; ce n'è una in Lucca nella Bibl. pubblica (cod. 2618), una in Firenze già nella Magliabechiana ed ora nell'Archivio di Stato tra le scritture Medicee miscellanee[356], una in Torino nella Bibl. dell'Università; ed anche a Parigi ne pervenne una copia nella Bibl. dell'Arsenale. Le due copie napoletane, al pari della fiorentina, hanno qua e là piccole aggiunte e specchietti in latino per taluni aforismi; ed offrono poi un piccolo garbuglio di distribuzione della materia, onde apparisce un numero di Aforismi un po' minore de' 150, mentre la materia c'è tutta. Si conosce che siamo debitori al D'Ancona della stampa degli Aforismi in italiano, così come furono composti originariamente dal Campanella: egli si potè servire solamente di una copia tratta da due Manoscritti parigini entrambi scorrettissimi, e dovè lavorare di molto a ridurla; le copie napoletane potrebbero ottimamente servire per qualche altra edizione.

Relativamente allaCittà del Sole, la più importante per noi, di certo essa non fu composta dal suo autore «avanti che entrasse nel carcere» come è sembrato al Berti[357]: era bensì nella mentee nel cuore di lui in quel tempo, ed anche sulle sue labbra a sprazzi, ma fu posta in iscritto solamente nel carcere, durante il 1602. Con ogni probabilità fu cominciata a' principii del 1602, scorsi i 6 mesi di cura che sappiamo essergli stati necessarii dopo la veglia, quando il suo corpo era tornato florido e il suo spirito trovavasi grandemente confortato; giacchè sostenuta bene la veglia, provata giuridicamente la sua pazzia, egli poteva reputarsi salvo, in forza di quel principio che registrò di poi in una delle note annesse alle sue poesie, cioè che «de jure gentiumi pazzi son salvi»[358]; ed oltracciò, vedendo condotto così in lungo il processo dell'eresia, donde un ritardo sempre maggiore nella conchiusione del processo della congiura, dovea trarne la conseguenza che la ragion di Stato, della quale egli ritenevasi vittima, si sarebbe trovata verso di lui già calmata. E per verità, senza ammettere queste rosee speranze, non si potrebbe comprendere il suo ritorno a' cari sogni di un tempo, nel quale doveva allora sentirsi rivivere; non si potrebbe spiegare la sua audacia nel dar fuori, anche nascostamente e in mano di fidi amici, l'idea «della propria Repubblica» come egli l'intitolò di poi nelle sue Lettere a' Cardinali e al Re ed egualmente nel suo Memoriale al Papa; imperocchè grande davvero fu l'audacia sua nello scrivere un libro simile, mentre era in carcere e la sua sorte pendeva tuttora indecisa. Anche i biografi Campanelliani restii ad ammettere che il Campanella si fosse mai spinto a cospirare, segnatamente il Berti, hanno riconosciuto che nellaCittà del Solesia stata da lui adombrata la Repubblica che si sarebbe fatta in Calabria, «nella quale esso si riprometteva non poca autorità»[359]; il Nunzio, che tenea sott'occhio al tempo medesimo i processi puramente ecclesiastici come p. es. quello di Squillace, ove erano registrate tante particolarità ammesse poi nellaCittà del Sole, potea formarsi un criterio gravissimo della colpabilità del Campanella intorno alla congiura e intorno all'eresia, nè occorre dire come dovesse ad ogni modo formarselo il Governo Vicereale, nel caso in cui gli fosse rimasto qualche dubbio intorno alla congiura. Ma l'indole del Campanella era appunto tale, da offrire una pieghevolezza eccessiva ed una temerità a tutta prova.—Il libro, come tutti gli altri finquì detti che vennero a costituire la «Filosofia epilogistica», fu scritto in italiano secondo il costume adottato dal Campanella già da qualche tempo, e fu da lui tradotto in latino più tardi, verso il 1613, quale si vede nella pubblicazione fattane dall'Adami il 1623; più tardi ancora fu ripubblicato egualmente in latino a cura dell'autore ormai libero in Parigi il 1636. Ma si comprende che esso dovè eccitare la curiosità al più alto grado, onde ne furono sin da principio fatte molte copie, delle quali ne rimangono tuttora alcune, sovente annesse agli Aforismi. In Napoli vene sono due, una delle quali è la stessa già data allo Scioppio, non corretta dall'autore ma abbastanza buona, e l'altra è d'altra mano e molto buona; una copia ve n'è pure in Roma nella Casanatense, un'altra in Firenze, parte di un codice Riccardiano, un'altra in Lucca parte del codice sud.todella Bibl. pubblica; ed anche in Madrid rammentiamo di aver preso nota di un'altra copia là esistente senza il nome dell'autore. Le copie di Napoli, che abbiamo avuto tutto l'agio di esaminare, ci hanno mostrato due fatti importanti, non ancora avvertiti per quanto sappiamo: 1o, che esse rappresentano la composizione originaria del libro in una forma molto rozza, ma robusta e ad ogni modo caratteristica; 2o, che varii ritocchi successivi furono fatti al libro quando venne tradotto in latino nel 1613, e perfino quando ne fu preparata la ristampa, ciò che deve riferirsi a dopo il 1629. E poichè questo libro offre un saggio notevolissimo delle opinioni politico-religiose riposte dell'autore, meritano di essere ponderate le modificazioni successive introdottevi in tre date diverse, corrispondenti agli anni 1602, 1613, 1629; l'esame di tali modificazioni, mentre rivela l'animo dell'autore nelle dette date, rivela in pari tempo che le opinioni espresse in quel libro non furono da lui abbandonate giammai non ostante tutte le apparenze in contrario, come del resto si desume egualmente dalleQuistioni sull'ottima repubblicascritte in difesa dellaCittà del Soletanto più tardi, e fino ad un certo punto anche dalla dedica della 2aedizione del libroDe Sensu Rerumfatta nel 1637 al Card.lRichelieu, dal quale, niente meno, l'autore disse di attendersi l'edificazione della Città del Sole[360]. Facciamo voti che questo libro, di cui si sonoeseguite diverse traduzioni e edizioni, sia pubblicato anche con le varianti delle diverse date suddette. Più edizioni sono totalmente esaurite: l'ultima del Daelli (Bibl. rara, Milano 1863), che abbiamo non ha guari potuto avere, è stata condotta sulla 2aediz. di Lugano 1850, analogamente a quella più diffusa del D'Ancona, il quale non potè servirsi del codice Riccardiano perchè scorrettissimo. Entrambe quindi rappresentano un volgarizzamento dal latino, e per verità non ritraggono nel miglior modo la fisonomia del Campanella, de' suoi tempi e de' suoi luoghi, come lo farebbe l'italiano originale; basterebbe avere di esso almeno alcuni tratti, e possono sotto tutti i rispetti servire molto bene per una nuova edizione i codici napoletani.

Dopo laCittà del Soleil Campanella attese certamente a comporre la suaMetafisica; e conoscendo essere stata questa un'operavoluminosa possiamo ritenere che ebbe a lavorarvi per tutto il resto del 1602. Essa andò poi perduta, almeno per un certo tempo come vedremo, e non avendo altro fonte dal quale trarne maggiori notizie, dobbiamo ricorrere alSyntagma, il quale per fortuna apparisce esatto in tale circostanza. Ecco quanto vi si legge: «Poco di poi a Napoli scrissi unaMetafisicain italiano, distinta in tre parti e quindici libri, ove trattai de' principii dell'essere, del conoscere e dell'operare, e posi allora le cause, i principii e le primalità dell'ente, sopra la Necessità, il Fato e l'Armonia escogitati prima da me: e questa ricevè dalle mie mani Geronimo Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603, nè me la restituì più mai». Adunque il Marchese di Lavello ebbe a fargli una visita in Castel nuovo il 1603, ed è verosimile che glie l'abbia fatta ai principii dell'anno, quando il processo dell'eresia era finito, ed anche la sentenza era stata comunicata al Campanella, ciò che vedremoaccaduto in gennaio 1603; non sarebbe quindi arrischiato l'ammettere che a tale data laMetafisicafosse stata già menata a termine. Circa il non essergli stata restituita la detta opera, vedremo che egualmente nella lettera del 1607 allo Scioppio il Campanella si dolse di «un Marchese discepolo ingrato» che se la riteneva, e quindi non a Gio. Geronimo, ma al figliuolo di lui che avea dovuto essergli discepolo, il Campanella credevasi in dritto di muover rimprovero; difatti nelSyntagmamedesimo si trovano registrate le peripezie sofferte dal libro «essendo morto il Marchese», peripezie le quali con ogni probabilità il Campanella non conosceva ancora allorchè scriveva la lettera allo Scioppio.

Ci fermiamo qui per contenerci nel periodo che ci siamo prefisso. Aggiungiamo solamente che di tempo in tempo il Campanella dovè scrivere ancora altre poesie dopo quelle già menzionate, e fuori ogni dubbio una gran parte di esse, di natura intima, dovè essere eliminata quando si fece la scelta che fu poi pubblicata a cura dell'Adami: intanto, con un poco di buona volontà, si può pervenire a riconoscere qualcuna delle rimaste appartenente al periodo attuale. Ne indichiamo p. es. una che si rivela del tempo in cui l'autore scriveva laCittà del Sole; è il Sonetto annoverato tra' Profetali che ha quella chiusa:


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