I frati non cessavano d'insistere per la spedizione della loro causa, ed il 20 agosto[431]il Nunzio ne dava conto a Roma, partecipando essergli stato detto dal Vicerè, in risposta alle sue sollecitazioni, che avrebbe fatto nominare in Roma la persona che desiderava in luogo di D. Pietro de Vera.
E qui, nel Carteggio del Nunzio, cessa ogni altro documento intorno alla causa ed intorno alla persona del Campanella. Vero è che bisogna ammettere senza esitazione qualche lacuna nelle Lettere di Roma, e notare una lacuna evidente di tre registri delle Lettere di Napoli, da' primi di ottobre 1604 al 14 gennaio 1605. I soli documenti di questo periodo, che ci rimangono, son quellipervenutici con gli Atti processuali inserti nel noto Codice Strozziano: 1oil Breve Papale del 27 ottobre 1604, calcato sull'altro precedente, col quale si ricorda la concessione fatta già al Conte di Lemos, si menziona la lettera ricevuta dal Conte di Benavente circa il matrimonio di D. Pietro de Vera, che «lo stesso Nunzio pretende» aver fatto spirare la facoltà accordatagli, e si nomina D. Giovanni Ruiz de Baldevieto in luogo del De Vera, accordandogli identica facoltà[432]; 2ole note marginali, apposte nell'Elenco degl'incriminati a' nomi de' quattro frati de' quali si dovea spedire la causa, ed esprimenti le sentenze per loro emesse, cioè pel Petrolo un triennio in galera, per gli altri il rilascio[433].—Si può dunque ritenere che il Vicerè presentò direttamente a Roma il nome di colui che volea sostituito al De Vera, onde il Nunzio non ebbe ad occuparsene nel suo Carteggio, e che venuto il Breve potè il tribunale tener seduta tutt'al più a' primi di novembre, e senza discussione emettere le sentenze secondo le minute già fatte e ne' termini stabiliti fin dal luglio precedente. Aggiungiamo qui che D. Giovanni Ruiz de Baldevieto o Baldeviescio (come si trova talvolta nominato nelle scritture dell'Archivio di Napoli) era anch'egli membro del Sacro Regio Consiglio al pari di D. Pietro de Vera e di D. Giovanni Sances, ma entrato in ufficio da più fresca data, nel 1602[434]. È superfluo poi far avvertire che doveva esser clerico; ed avendo di certo funzionato coll'apporre solo il suo nome alle sentenze, possiamo dispensarci dal discorrere ulteriormente di lui. Intanto la causa del Campanella rimase tuttavia sospesa. Non sappiamo se, ad occasione delle sentenze emesse per gli altri frati, il Nunzio si sia tenuto obbligato di spendere qualche parola col Vicerè intorno a lui: la lacuna sopraindicata, esistente nel suo Carteggio, non ci permette di affermar nulla su tale proposito, ma è un fatto notevolissimo che dal 14 gennaio fino al 16 dicembre 1605, data in cui egli lasciò il suo ufficio, nessuna parola fu spesa intorno al Campanella, sicchè bisogna dire che il povero filosofo rimase e dal Nunzio e dalla Curia Romana affatto dimenticato.
Invece sappiamo che se ne ricordarono gli aderenti suoi, ai quali egli stava realmente a cuore: essi presentarono al Nunzio un memoriale che cominciava con le parole «Ill.moe Rev.moSignore, Noi amici, e parenti e discepoli di Fr. Tommaso Campanella Sacerdote della Religione di S. Domenico carcerato in S. Ermo». Questo documento citato dal Nicodemo, e così pure dal Cipriano,dietro una nota rimessa loro dal Magliabechi intorno alle opere manoscritte del Campanella a quel tempo esistenti nella Magliabechiana, può dirsi oramai irreparabilmente perduto[435]; e la perdita non sarà mai abbastanza deplorata, massime perchè le sottoscrizioni apposte al memoriale, oltre al far conoscere i nomi de' coraggiosi cittadini che soli si diedero pensiero del Campanella, avrebbero anche fatto rilevare il primo nucleo di quella scuola, che andò crescendo più tardi e rappresentò in gran parte la cultura napoletana del secolo 17o, secolo più calunniato che conosciuto. Ignorando la data del memoriale, non si saprebbe nemmeno dire se esso sia stato presentato poco dopo il luglio 1604, allo scopo di reclamare contro i pessimi trattamenti che il Campanella soffriva senza ragione, ovvero sia stato presentato nella fine di ottobre 1604 ed anche più tardi, quando il tribunale era prossimo a riunirsi o si era già riunito per la definitiva spedizione della causa de' quattro frati, allo scopo di ottenere che la causa del Campanella fosse egualmente spedita. Ma quest'ultima ipotesi è la meno plausibile, ed anzi veramente da rigettarsi. Avremo infatti occasione di vedere più in là che a questa data, e fin qualche anno dopo, il Campanella non voleva menomamente che la sua causa terminasse in Napoli, e i suoi aderenti non avrebbero mai agito in controsenso. Ad ogni modo il memoriale rimase tra le carte inutili del Nunzio, verosimilmente con esse andò poi a Firenze, di dove è in sèguito scomparso.
Adunque mentre i frati uscivano di carcere, all'infuori del Petrolo che dovè essere tradotto nello Stato ecclesiastico per servire sulle galere di S. S.tà, il Campanella rimaneva in Castel S. Elmo, indefinitamente carcerato. Nella Narrazione egli disse, che i frati «subito in Napoli et altri in Roma fur aggratiati e diventaro priori et officiali nella religione..,» mentre in quanto a lui «non volsero mai permettere che andasse alli carceri di Roma, nè che si facesse la causa sua di ribellione a Napoli, perchè non poteano condannarlo in altro, e perchè non andasse a Roma dove sapean c'havea d'esser liberato. Però con crudeltà et astutia grande lo posero in Castel Santelmo dentro a una fossa oscura 23 gradi sottoterra, sempre alla puzza oscuro et acqua, et quando piovea s'empia d'acqua, e mai ci entrava luce, stava inferrato sopra uno stramazzo bagnato con appena mezzo reale di vitto malamente». Che il Petrolo abbia dovuto essere graziato della galera in Roma, e gli altri dell'esilio in Napoli, bisogna ritenerlo senz'altro, tale essendo il costume della Curia in quel tempo, e ne abbiamo pure veduta qualche cosa in persona di Giulio Contestabile. D'altronde le anzidette deposizioni ultime del Gagliardo, in data del 12 luglio 1606, ci danno notizia che fra Pietro di Stilo nella 1ametà di quell'anno era già nel suo convento in Stilo, non sappiamo se in carica o no; ed un'Informazione presa contro fra Pietro Ponzio in Nicastro in data di dicembre 1604, ci dà notizia che fra Pietro trovavasi allora nel convento dell'Annunziata di Nicastro ed era divenuto abbastanza audace, avendo in Chiesa, ed in presenza del Vicario capitolare, del Clero e di un numerosissimo pubblico, osato d'interrompere e protestare durante la predica di un Cappuccino che sosteneva la credenza dell'Immacolata Concezione[436]. Che poiil Campanella sarebbe stato liberato in Roma non possiamo menomamente dubitare: abbiamo veduto qual'era la giurisprudenza del S.toOfficio intorno a ciò, ed abbiamo fatto avvertire che il Governo Vicereale non poteva non preoccuparsi di questa circostanza, e tanto più ricorrere ad ogni mezzo per non lasciarsi sfuggire di mano l'infelice filosofo. Ma che non sia stato permesso di far la causa della congiura, «perchè non poteano condannarlo in altro», deve ritenersi un assurdo, e nel tempo stesso una delle tante affermazioni equivoche, alle quali il Campanella fu troppo sovente obbligato a ricorrere nel resto della sua vita: la causa era stata già fatta, rimanendo solo il dover formulare la sentenza; e dopo la condanna da lui avuta per l'eresia, con la quale egli non era stato riconosciuto pazzo, dopo la condanna per la congiura avuta dagli imputati di second'ordine, dal Contestabile, dal Pittella ed in ultimo luogo dal Petrolo, il Nunzio non avrebbe potuto non condannarlo, nè occorre dire che l'altro Giudice, compagno del Nunzio, non avrebbe esitato un momento ad emettere un voto conforme. Infine quanto all'essere stato cosi duramente trattato in Castel S. Elmo, ed anche all'esservi stato tradotto con crudeltà ed astuzia grande, bisogna accettarlo pienamente. Senza dubbio si diè prova di una grande astuzia, per riuscire a tenere il Campanella nelle mani eludendo i dritti di Roma, e di altrettanta crudeltà nel farlo macerare in quella specie di carceri senza un motivo ragionevole, mentre anche il disegno di evasione era un fatto già vecchio di alcuni mesi. Nè si può dubitare delle pessime condizioni in cui egli ebbe a trovarsi, poichè qualche notizia contemporanea intorno alle carceri gravi di Castel S. Elmo ce le mostra appunto a quel modo. In sostanza quindi, menzionando i suoi patimenti, egli non esagerò di molto, così nelle poesie e nei libri, che sappiamo aver sempre continuato a comporre coll'assistenza di fra Serafino di Nocera malgrado i rigori che soffriva, come pure nelle parecchie lettere, che conosciamo avere scritte al Papa, a' Cardinali etc. dopochè si era già da qualche tempo deciso a smettere apertamente la sua pazzia: non esagerò menzionando «il Caucaso» in cui si trovava qual Prometeo novello, la fossa nella quale era sepolto, l'acqua che lo bagnava ne' giorni di pioggia, il giaciglio fradicio, il puzzo e il freddo, il vitto poco e sporco da provvedersi con 17 tornesi (40 centesimi), l'inverno e la notte continua «con tre hore sole di luce la sera et il giorno un poco a 22 hore per dire l'officio» sicchè invidiava «alle mosche et a' serpi la mirabile gratia dellaluce»[437]. Egli mostrò allora di attribuire questi crudeli trattamenti al Capitano del Castello amico de' suoi nemici, cioè Carlo Spinelli, Principe della Rocella, Barone di Gagliato, Barone di Bagnara e D. Loise Sciarava, amico de' «Satrapi» che avevano tanto guadagnato coll'ammettere la congiura. Sappiamo che Castellano di S. Elmo era D. Garzia di Toledo, già tornato in quel tempo dalla missione di Governatore di Calabria ultra, e poi, nell'aprile 1605, mandato a Porto Longone qual Commissario della fabbrica di una fortezza, onde talvolta il Campanella si dolse non più del Capitano ma del Luogotenente del Castello[438]. D. Garzia dunque, co' suoi «50 leopardi» (i soldati spagnuoli) si sarebbe permesso di trattare così male il Campanella, impedendogli anche di parlare al Vicerè, com'egli avrebbe voluto, e ciò per suggestione de' Satrapi, i quali consigliavano il Vicerè «di non darlo al Papa e non lasciare che si difendesse secondo i canoni e la ragion naturale»: ma è chiaro che D. Garzia obbediva agli ordini ricevuti, e verosimilmente li eseguiva con un eccesso di zelo, facendo egli pure, secondo la curiosa espressione del Campanella, «come quelli che son pagati a piangere i morti, che gridano più che li figli e mogli che si doglion davero»; nè c'era da fare col Vicerè nuove difese secondo i canoni e la ragion naturale, quando un Breve del Papa aveva definito il modo di trattare la sua causa e questa era stata già trattata, oltrechè una decisione egualmente del Papa avea mostrato chiaramente che non c'era da ritenerlo pazzo.
III. Nel Castel S. Elmo si chiuse finalmente alla scoperta il periodo della pazzia del Campanella, e si chiuse col suo rivolgersi dapprima al Vicerè per mezzo di fra Serafino di Nocera, mandando ad esporgli taluni suoi concetti che costituivano promesse mirabili pel bene del Regno e quindi in favore del Re; poi col rivolgersi al Nunzio e al Vescovo di Caserta, procurandosi una visita di costoro ed esponendo in essa gli studii fatti e certi suoi concetti intorno alla fine del mondo, gl'inganni avuti dal diavolo e poi le grazie avute da Dio con le rivelazioni vere, onde potea far cose mirabili ad utile del Cristianesimo, delle quali cose presentava l'elencoin un memoriale. A queste prime mosse tenne poi dietro più tardi il suo rivolgersi al Papa, ad alcuni Cardinali ed anche all'intero Senato Cardinalizio, quindi al Re di Spagna, all'Imperatore, agli Arciduchi di Austria, segnatamente dopochè gli venne procurato l'aiuto di Gaspare Scioppio, inviando lettere che ritessevano la storia delle cose sue, giustificavano la pazzia pregressa, ripetevano le promesse delle cose mirabili in vantaggio della Chiesa e dello Stato, presentavano l'elenco delle opere fin allora scritte, conchiudevano col supplicare che fosse udito e posto alla prova. Indubitatamente ciascuna delle dette mosse del Campanella fu coordinata a certi suoi pensieri, che egli andava esprimendo in varie e successive opere di occasione, alle quali attese col maggiore impegno comunque sepolto in una fossa tanto orribile; e diciamo opere di occasione, perocchè esse furono scritte con lo scopo manifesto di procurarsi grazia presso gli arbitri della sua sorte, presso il Vicerè e gli Agenti del ramo temporale e spirituale della Curia Romana, infine anche direttamente presso la Curia e tutti i potenti capaci di aiutarlo, sforzandosi di far acquistare di sè un miglior concetto nel campo politico e nel religioso, di mostrare quali e quanti servigi egli avrebbe potuto rendere laddove fosse posto in libertà. Riuscirà quindi utilissimo vedere in precedenza le opere che compose, con tutti gli accidenti della composizione di esse, in questo periodo che comprende gli esiti de' processi e che dalla fine del 1602 può protrarsi al 1605-1606, data almeno del termine della pazzia, giacchè il termine del processo della congiura non si vide per lui mai più.
Cominciamo dunque dal ricordare che il 1602 era stato impiegato dal Campanella per una piccola parte nella composizione dellaCittà del Sole, e per la massima parte nella composizione dellaMetafisica, la quale verosimilmente fu compiuta ne' primi mesi del 1603 (ved. pag. 305). D'allora in poi egli dovè subito metter mano a'4 libri di Astronomiacontro Aristotile, Tolomeo, Copernico e Telesio, indicati anche col titoloDe motibus astrorum juxta physica nostrae forse indirizzati alla memoria di Giulio Cortese, come abbiamo detto altrove potersi desumere da un brano dell'opera «Del Senso delle cose» che ha richiamata la nostra attenzione[439]. Sulla data di composizione dell'Astronomia non cade dubbio: la troviamo infatti registrata fra le altre opere negli elenchi inviati il 1606 a' Card.liFarnese e S. Giorgio; la troviamo del pari nell'elenco inviato il 1607 al Re di Spagna coll'altro titoloDe nova astronomia libri 4etc., aggiuntovi che erano rimasti «imperfetti», la quale ultima circostanza, motivata con ogni probabilità da' nuovi travagli sopravvenuti, dovè impedirgli di mandare l'opera allo Scioppio nel 1607. D'altra parte la cosa ci è confermata abbastanza dalle deposizioni ultime del Gagliardo, per le quali abbiamo già veduto che nel 1603 il filosofo si occupava di Astrologiae certamente ancor più di Astronomia, avendo per le mani, con quel singolare ripostiglio, il Magino, l'Almanach, il Cardano, senza il quale aiuto non avrebbe in verità potuto trattare una materia simile; e secondo lo stesso Gagliardo ne avrebbe trattato così nel carcere ordinario come nel torrione, vale a dire dal febbraio o marzo al luglio o agosto 1603 ed anche da questa data in poi, fin verso il tempo dell'uscita del Gagliardo dal carcere, vale a dire fin verso il marzo 1604. È verosimile poi, che se non all'entrare nel torrione, almeno quando vide scoperto il disegno di evasione, carcerato il Marchese di Lavello e poi protratta tanto la spedizione della causa della congiura, penetratosi delle circostanze evidentemente aggravate, egli abbia interrotto la composizione della pura Astronomia, e posto mano al trattatoDe Symptomatis mundi per ignem interituri; infatti questo trattato si vede sempre menzionato come annesso a' libri di Astronomia nelle lettere del 1606-1607 e seguenti, e fu inviato esso solo allo Scioppio nel 1607, senza i libri di Astronomia, col titolo diPrognosticum astrologicum de his quae mundo imminent. Il Campanella poteva servirsene per difesa, essendo ricominciato ad apparire il bisogno di ulteriori difese, e così come già si è visto aver fatto altre volte, egli passava immediatamente a comporre opere adatte a' suoi bisogni: aggiungiamo che il trattato potrebbe ancora trovarsi in qualche Biblioteca, essendo stato mandato allo Scioppio, ma per l'autore andò certamente perduto insieme co' libri diAstronomia, che gli furono tolti dietro una perquisizione ordinata dal Nunzio il 1611, come apparisce dalSyntagma, nel quale per altro la data di composizione di questi libri si mostra esposta in una maniera impossibile. S'intende poi che il Campanella in tutto questo tempo continuò a comporre poesie, e che esse ci furono conservate solamente in parte, rimanendo eliminate le poesie confidenziali. È molto verosimile che debbano assegnarsi alla prima metà del tempo trascorso nel torrione le tre Salmodie, che vennero riportate in ultimo luogo nella scelta data alle stampe, dicendosi nelSyntagmache ve ne furono di quelle servite a rinvigorire gli amici ne' tormenti; esse sarebbero state composte a' primi del gennaio 1603, quando tre de' frati suoi compagni furono tormentati, e bisogna dire che veramente poterono servire pel solo fra Pietro di Stilo. Negli elenchi delle opere inviati a' Cardinali ed al Re si trova anche citata tra le Rime la «Salmodia della legge naturale e divina in tutte cose», ma essendo stati quegli elenchi compilati il 1606-1607, parecchie altre Salmodie poterono essere indicate sotto quella dicitura così generale; tuttavia le tre sopradette appariscono Inni suggeriti dalla speranza di un termine de' travagli, che a quella data poteva sembrare davvero imminente.
Al tempo trascorso nella fossa di Castel S. Elmo appartengono di certo molte opere e la massima parte delle poesie che furono pubblicate; nè si può dubitare che fin dal primo momento il Campanellaabbia dovuto porre mano alla composizione delle opere, giacchè il numero di esse riferibile a' primi anni della dimora in S. Elmo è davvero sorprendente; e però crediamo che egli abbia dovuto ben presto trovar modo di ottenere da' «leopardi» un maggior numero di ore di luce, alla qual cosa provvidero verosimilmente gli aiuti di fra Serafino di Nocera ed anche le risorse sue proprie, essendo stato sempre stimato tale da comandare al diavolo. Una delle poesie, che apparisce la prima di questo periodo, ce lo mostra rassegnato, come d'altronde era naturale, dovendosi stare a vedere dove la cosa andrebbe a riuscire: alludiamo al «Sonetto nel Caucaso», in cui il Campanella professa inutile il credere la morte un rimedio a' guai, giacchè «per tutto è senso», e conchiude:
«Filippo in peggior carcere mi serraor che l'altr'ieri: e senza Dio no 'l face,stiamci come Dio vuol, poichè non erra»[440].
«Filippo in peggior carcere mi serraor che l'altr'ieri: e senza Dio no 'l face,stiamci come Dio vuol, poichè non erra»[440].
Non abbiamo bisogno di dire che il carcere dell'«altr'ieri» sarebbe il torrione del Castel nuovo. Ma la fossa non consentiva una calma rassegnazione: ben presto egli dovè comporre ancora la «Lamentevole orazione profetale» e un po' più tardi le «Quattro Canzoni in dispregio della morte», così indicate nell'edizione Adami. Infatti la Lamentevole orazione tra gli altri dolori esprime quello per la separazione dagli amici tuttora in carcere, ciò che può riferirsi solamente a' frati lasciati nel Castel nuovo, ed ancora esprime l'apparizione di mostri e di draghi, ciò che fino ad un certo punto accenna all'apparizione de' diavoli, da' quali in più luoghi il Campanella affermò di aver ricevuto travagli nella fossa:
«Qui un mar di guai confusopien di mostri e di draghisopra di me si aduna,e 'l tuo furor spirando aspra fortuna».. . . . . . . . . . . . . .«Da gli amici disgiuntosono, e obbrobrio al mio sangue».. . . . . . . . . . . . . .«La gente del mio semem'allontanasti, e premeduro carcer gli amici,altri raminghi vanno ed infelici»[441].
«Qui un mar di guai confusopien di mostri e di draghisopra di me si aduna,e 'l tuo furor spirando aspra fortuna».. . . . . . . . . . . . . .«Da gli amici disgiuntosono, e obbrobrio al mio sangue».. . . . . . . . . . . . . .«La gente del mio semem'allontanasti, e premeduro carcer gli amici,altri raminghi vanno ed infelici»[441].
Nelle Canzoni poi in dispregio della morte c'è l'affermazione esplicita di aver visto il diavolo, di gustare già la dottrina di Cristo, di essersi fatto certo dell'immortalità dell'anima, de' futuri premii e pene etc., e nelle note si dice che allora l'autore compose questa Canzone (la 4a) e «scrisse l'Antimachiavellismo», la qual cosavedremo avvenuta in una data non molto lontana da quella dell'entrata nella fossa:
«Or ch'han visto i miei sensinon più opinante son ma testimonio,nè sciocche pruove ho di secreti immensi,già gusto quel che sia di Cristo il pane.Deh sien da noi lontanequelle dottrine che 'l celeste conionon ha segnato; ch'io vidi il Demonio.Credendosi i Demon malvagi e fieriindiavolarmi con l'inganni loro,benchè con mio martoro,m'han fatto certo ch'io sono immortale,che sia invisibil più d'un concistoro,che l'alme uscendo van co' bianchi e neri» etc.[442].
«Or ch'han visto i miei sensinon più opinante son ma testimonio,nè sciocche pruove ho di secreti immensi,già gusto quel che sia di Cristo il pane.Deh sien da noi lontanequelle dottrine che 'l celeste conionon ha segnato; ch'io vidi il Demonio.Credendosi i Demon malvagi e fieriindiavolarmi con l'inganni loro,benchè con mio martoro,m'han fatto certo ch'io sono immortale,che sia invisibil più d'un concistoro,che l'alme uscendo van co' bianchi e neri» etc.[442].
Ben si rileva che il Campanella s'infervorava assai nelle dottrine della Chiesa, e come nelle poesie così vedremo pure nelle prose; ma il lato singolare del fatto è che questo venne determinato propriamente dal diavolo, e potrebbero anche dirsi abbastanza singolari i modi usati da lui nell'esprimere i concetti nuovamente acquistati; vale la pena di farvi attenzione. Non apparisce intanto che egli abbia scritte altre Salmodie nel periodo in esame. La Salmodia metafisicale è assai posteriore, giacchè vi si parla di «sei e sei anni» di pena, di «dodici anni d'ingiurie e di stenti»[443]; e per verità le prose l'occupavano anche troppo.
Nel tenersi rassegnato ed in aspettativa, egli non rimase certamente in ozio, e ben presto dovè attendere alla ricomposizione dell'operaDel Senso delle cose, che questa volta scrisse in italiano, come ci mostrano i Codici della Nazionale di Napoli e della Casanatense, la lettera del 1607 allo Scioppio da noi pubblicata, nella quale disse voler tradurre in latino ilSenso delle cosee laMetafisica[444], da ultimo anche un brano dell'opera medesima, riprodotto del pari nella traduzione fattane, che venne poi stampata il 1620[445]. È verosimile che il Campanella siasi deciso a questo lavoro, perchè era di semplice reminiscenza, avendolo già una prima volta fatto in Napoli il 1590, nè esigeva essenzialmente l'aiuto di altri libri. Ad ogni modo non dubitiamo di assegnargli la data dell'ultimo quadrimestre 1604, poichè vedremo or ora il Campanella nel gennaio 1605 occupato in un lavoro di altro genere, poi lo vedremo ancora occupato in altri lavori, ed intanto troviamo ilSenso delle cosegià inserto negli elenchi delle opere compilati il 1606, quindi lo troviamo pure inviato allo Scioppio il 1607; d'altro lato, percorrendo l'opera, vi troviamo citata principalmente laMetafisicae ilibri Astrologici, le ultime opere composte dall'autore, ma non l'Antimachiavellismo e del pari i Machiavellisti, citati in due brani dell'opera che fu poi stampata, d'onde si rileva che l'Antimachiavellismo fu composto veramente più tardi. Così un confronto tra i manoscritti e l'opera stampata, mentre ci conduce a determinare la data di questa ricomposizione in un modo abbastanza esatto, ci mostra pure che i manoscritti debbono dirsi realmente la ricomposizione originaria dell'opera, non una traduzione dal latino fatta per conto di qualcuno poco versato nelle lingue antiche. Abbiamo detto che ci son due manoscritti di quest'opera, in Napoli e in Roma; aggiungiamo che del 4olibro di essa, costituito dalla «Magia naturale», vi sono inoltre più copie, una in Firenze nella Magliabechiana, due ancora in Parigi, nella Bibl. dell'Arsenale n.o14 e in quella di S.taGenoveffa n.o15. La dicitura italiana vi si mostra oltremodo rozza; alcune parole esprimenti gli organi sessuali e gli atti generativi non si potrebbero ripetere, e si direbbe aver l'autore sentita l'influenza del linguaggio dell'ergastolo nel torrione e in S. Elmo. Il Berti, ispiratosi senza dubbio alla lettura della Monarchia di Spagna, degli Aforismi etc., ha giudicato che «questeversioni italiane... fatte per lo più con correzioni e purgatezza si potrebbero raccogliere e pubblicare»[446]; ma si tratta in realtà dicomposizioni originarie, ed alcune tra esse, in particolare quellaDel Senso delle cose, sono tutt'altro che purgate. Notiamo poi nell'opera, sotto il punto di luce del nostro argomento, il ricordo di fra Pietro di Stilo più volte e quasi sempre in termini affettuosi; il ricordo analogo di D. Lelio Orsini due volte; fino ad un certo punto il ricordo anche de' Ponzii, là dove, recando un esempio, dice, «et così nel senso che quando vedo Pietro mi pare vedere Dionisio perchè simigliano». Notiamo ancora il ricordo indiretto del trovarsi carcerato, là dove, parlando della calamita, dice, «non sò se miri al polo antartico, che non mi lice parlare a' naviganti» (nella trad. lat. «non licet misero navigantes interrogare»); dippiù il ricordo dell'essere a lui pure riuscito, come all'Orsini, di atterrire con lo sguardo e con la voce coloro i quali lo teneano preso, alludendo con ogni probabilità ai momenti più acuti della sua pazzia; e da ultimo il ricordo che «li profeti hoggi si chiamano brabanti (leg.birbanti) et sciagurati dall'empio volgo», alludendo in modo chiarissimo alle condizioni proprie. Ma sopratutto crediamo notevoli varie affermazioni che si direbbero ostentati ripudii delle accuse mossegli nel processo di eresia, e in ispecie le ripetute affermazioni dell'esservi angeli e diavoli indubitatamente, dell'essere «empia» l'opinione che non esistano demonii ma solo esorbitanze d'umore melanconico, dell'essere «una sfacciataggine» negare che l'uomo comunichi con gli angeli e demonii e con Dio; alle quali affermazioni si trovanoassociate le altre, che «per esperienza propria» avea conosciuto solamente diavoli, i quali gli erano apparsi e si erano sforzati di fargli credere la trasmigrazione delle anime e la mancanza di libero arbitrio, oltrechè gli avevano predette cose vere e false, ed egli avea pregato Dio che gli facesse vedere angeli buoni e non l'avea «mai impetrato», ma era diventato per la malignità del diavolo «più huomo da bene». Taluna di queste proposizioni, così spinte, fu poi alquanto smussata nella traduzione, e così «la sfacciataggine» fu detta «imprudentia»: ma l'essere «divenuto più huomo da bene» si elevò a «sanctior evasus»; e in tutti i conti il Campanella aggiunse con asseveranza, «nè questa è esperienza de sciocco nè di bugiardo, che dell'uno et dell'altro sempre mi guardai più che del diavolo stesso», ciò che fu tradotto «nec experientiam narro imperiti, timidi, vel mendacis hominis, utrumque enim vitavi semper sicut pestem diram». Intanto nell'ultimo libro dell'opera si trova notata un'altra circostanza, ma in modo assai oscuro: «Porfirio e Plotino aggiungono che vi siano gli Angeli buoni et perversi, come ogni dì si vede esperienza et io ne ho visto manifesta prova, non quando la cercai, ma quando pensava ad altro (lat.non quando investigatione avida id tentavi sed quando aliud intendebam); però non è meraviglia se al curioso Nerone non sono comparsi»: ignoriamo a quale momento il Campanella alluda, ma parlandosi della curiosità di Nerone non soddisfatta, e sapendosi che Nerone volle vedere i diavoli senza potervi riuscire, è certo che finqui il Campanella, ripetendo quanto cantava nelle Poesie, non aveva ancora progredito al punto da essergli comparsi angeli, come poi gli comparvero più tardi, essendosi sempre più ingolfato nelle dottrine de' Santi. Da ciò rimane anche chiarita la data di questa ricomposizione in italiano dell'operaDel Senso delle cose[447].
In gennaio 1605 abbiamo ragione di credere che il Campanella siasi occupato de' due opuscoli intitolatiDel Governo del RegnoeConsultazione per aumentare le entrate del Regno. Lo argomentiamo dal fatto che in questo tempo appunto, dopo di avere aspettato invano qualche provvedimento intorno alla sua persona, dovè uscire dal raccoglimento, non far più un mistero delle sue buone facoltà intellettuali, e sotto gli auspicii di fra Serafino di Nocera trasmettere proposte e promesse mirabili al Vicerè, naturalmente per conquistarne la grazia ed essere chiamato innanzi a lui. Certamente le proposte doverono essere analoghe a quelle espresse negli opuscoli, e naturalmente questi non si potevano ancora presentare, senza svelare e compromettere la comodità di scrivere di cui il prigioniero godeva; mentre poi era pure necessario che fra Serafino, il quale dovea presentare tali proposte, ne avesse avuto un cenno scritto, vale a dire avesse avuto gli opuscoli, i quali ne trattavano. D'altronde sappiamo che almeno laConsultazionefu poi data allo Scioppio separatamente dalle altre opere, ma nello stesso periodo di tempo, un poco prima o un poco dopo della data in cui le opere furono inviate, come apparisce da una delle lettere del Campanella pubblicate da noi[448]; sicchè laddove sia corso un qualche intervallo tra l'aver ventilate le proposte e l'averle scritte, esso sicuramente non fu molto lungo. L'opuscoloDel Governo del Regnonon è pervenuto sino a noi; laConsultazionecol titolo diArbitrio o Discorso primo sopra l'aumento dell'entrate del Regno di Napoli, fu scoperta dal Dragonetti nella Casanatense e poi con accurato lavoro pubblicata dal D'Ancona. Quantunque relativa ad un tema niente affatto biblico, il Campanella, pur facendo proposte non indegne di considerazione, vi fa campeggiare la Bibbia largamente e vi si mostra un fervido religioso: e dev'essere notato che malamente nelSyntagmafu scritto essere stata diretta «al Contedi Lemos», ciò che rimanderebbe la cosa al 1610. Fin dalle prime parole dell'opuscolo si vede che l'autore si dirige ad un Vicerè tenerissimo dell'annona, e sappiamo che il Conte di Benavente se ne occupò davvero con un'attività e severità straordinarie: nell'ultima pagina poi, evidentemente aggiunta con alcune altre dopo che si riuscì a far accogliere l'opuscolo dal Vicerè, è detto che il Torres Segretario di S. E. lesse l'opuscolo; e sappiamo dal Capaccio, come dal Parrino, che D. Baldassare Torres fu Segretario del Conte di Benavente con autorità eccessiva, tanto che le popolazioni assai se ne dolsero, ma assai più si dolsero poi di averlo perduto.—Lo stesso dobbiamo dire di due altriDiscorsi, qualificatisecondo e terzo, che abbiamo trovato nella Casanatense al sèguito del precedente e che diamo oggi alla luce, essendo parte integrante dellaConsultazione, siccome mostra anche il cenno fattone dallo Scioppio in una delle sue lettere pubblicate non ha guari dal Berti[449]. Mentre ilprimotratta propriamente dell'annona, ilsecondotratta della moneta scadente o falsa, e ilterzodella pena di morte. Da ognuno di questi articoli il Campanella intende trarre un utile di 100 mila ducati pel Governo, 300 mila in tutto, mercè provvedimenti benefici in pari tempo alle popolazioni; ma l'aumento dell'entrateè il suo scopo principale, sicchè le sue proposte riescono vere proposte di occasione, fatte per rendersi propizii i potenti, come già abbiamo annunziato fin da principio verificarsi ampiamente nelle opere del periodo attuale. Il Dragonetti non pose mente a questo fatto nel giudicare il Discorso primo relativo all'annona, e però tanto più crediamo necessario farlo rilevare.
In sèguito, dal febbraio al luglio 1605, rivolgendo i suoi sguardi al Papa, dopo di averli inutilmente rivolti al Vicerè, il Campanella dovè porre mano allaMonarchia del Messiacoll'annesso capitoloDe' dritti del Re di Spagna sul nuovo mondo, ed ancora allaRicognizione della Religione secondo tutte le scienze contra l'anticristianesimo machiavellistico, cui lo Scioppio volle poi dare invece il titolo diAtheismus triumphatus. Lo argomentiamo dal fatto che appunto nel luglio 1605 o qualche mese più tardi secondo i nostri còmputi che più sotto esporremo, il Campanella si procurò la visita del Nunzio e del Vescovo di Caserta dicendo di volersi accusare, e manifestò in essa i principii che andava svolgendo nelle dette opere, essere sicuramente venuto il tempo di «far una greggia et un Pastore», avere «esaminato la fede con la filosofia Pitagorica, Stoica, Peripatetica, Platonica, Telesiana e di tutte sette antiche e moderne» etc. etc., ed avere «con tutte le scienze finalmente humane e divine assicurato se stesso et gli altri che la pura legge della natura è quella di Christo a cui solo li Sacramentison aggiunti» etc.; con singolari affermazioni di aver ottenuto da Dio rivelazioni e potestà di difendere il Cristianesimo dopo di essere stato con altri ingannato dal diavolo, potestà perfino di far miracoli etc.La Monarchia del Messiafu scritta in italiano, messa da parte una volta e ripigliata tra mano più tardi; molto più tardi poi fu tradotta in latino. Ne esistono ancora in italiano una copia in Lucca, nel codice 2618 più volte citato, due in Parigi, nella Bibl. nazionale n.o985, e nella Bibl. di S.taGenoveffa n.o3, inoltre una in Londra, nel Brith. Mus. n.o2255. Il non trovarsene alcuna nelle Bibl.edi Napoli ci ha tolto di poter vedere se e quali differenze vi siano tra il manoscritto in italiano e il libro che fu poi stampato in latino a Jesi nel 1633; ma crediamo bene che non vi siano differenze contemplabili, sapendo per prova che il Campanella nelle traduzioni è stato sempre fedele alle composizioni originarie (salvo il caso in cui qualche brano fosse riuscito troppo spinto in un senso o in un altro), forse perchè le composizioni originarie si trovavano sempre già diffuse nel pubblico ed egli non volea mostrare di aversi a correggere. Naturalmente nellaMonarchia del Messiala Bibbia campeggia in modo quasi esclusivo. Allorchè la diede alle stampe, disse in una prefazione che il libro si connetteva agli altri anteriori della Monarchia del Messia; e così dicendo ci pare che abbia alluso alla «Monarchia de' Cristiani» e al «Governo della Chiesa», mentre quando cita la prima di queste due opere nell'elenco mandato il 1606 al Card.lS. Giorgio, dice che essa offre i soli primi fondamenti, poichè egli «anchora non haveva proceduto nelle leggi e profezie, ma solo per historia politica e natura», e quando la cita nella lettera latina al Papa, la chiama addirittura «Monarchia del Messia». Ma laMonarchia del Messiadi cui qui parliamo non si trova registrata negli elenchi mandati il 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna, e si trova poi nell'elenco mandato in giugno o luglio 1606 allo Scioppio: ciò vuol dire che essa fu condotta a termine solamente verso quest'ultima data, nè deve sorprendere che non si trovi nell'elenco mandato al Re, che è quasi contemporaneo, poichè conveniva poco nominarla al Re, al quale si vede anche la «Monarchia universale de' Cristiani» annunziata col titolo di «Monarchia universale alli Principi Christiani».—Quanto all'Ateismo debellato(lo chiamiamo fin d'ora così pel vantaggio della brevità), esso dovè essere scritto fin dall'origine in latino, ovvero, se fu cominciato in italiano, dovè essere presto tradotto e poi compiuto in latino acciò potesse meglio servire allo Scioppio, per cui fu compiuto ed a cui fu dedicato; e può dirsi che precisamente al tempo nel quale fu menato a termine, il Campanella abbia abbandonato il costume di comporre dapprima in italiano per poi tradurre in latino. Sicuramente fu menato a termine del pari verso la metà del 1607, essendo rimasto interrotto per qualche tempo: difatti esso si trova già chiaramente indicato nelle lettere del 1606 a' Cardinali,ma quasi in un poscritto, non figurando negli elenchi delle opere ad essi mandati, ed invece figura nell'elenco del 1607 mandato al Re, col titolo «La esamina di tutte le sette del mondo a paragon del Vangelio con la ragion comune e di tutte scole» etc.; la qual cosa contribuisce a dimostrare quanto abbiamo sostenuto nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella circa la data della lettera al Re, assegnandole probabilmente quella del giugno 1607, mentre appunto verso tale data l'Ateismofu certamente compiuto e mandato allo Scioppio con tutte le altre opere disponibili. Dovrebbe anzi dirsi che il Campanella vi abbia lavorato fino all'ultima ora, se si trovasse realmente esatto quanto affermò lo Struvio, che cioè nella copia mandata allo Scioppio tutta la materia dal cap. 7oall'11ofu scritta di mano dell'autore. Senza pretendere menomamente di dare un cenno qualunque di tale opera, meravigliosa per essere stata scritta in una fossa e lungi dal corredo opportuno di libri che ad ogni altro sarebbero stati indispensabili, ci limiteremo a far avvertire che essa era destinata a mostrare come l'autore oramai, perfino co' soli lumi della filosofia e della critica, fosse giunto a convincersi profondamente della verità della fede di Cristo, e si sentisse tutto fuoco e fiamme contro gli Atei, contro gli Anticristiani, contro i Machiavellisti e il Machiavelli; che al tempo medesimo essa era destinata a rappresentare la confutazione e la condanna delle tante accuse mosse all'autore col processo di eresia, la sua professione di fede ardente, in modo da farlo stimare capacissimo d'imprendere e conseguire cose grandi, qualora, s'intende, fosse stato posto in libertà. Dedicata poi allo Scioppio, che appariva l'unico aiuto possibile e che era noto per la rabbia fanatica ed insolente contro i suoi antichi correligionarii, l'opera riuscì forse anche per questo assai piccante, e però venne a procurare giudizii molto ostili all'autore da parte degli Acattolici, senza nemmeno conciliargli la benevolenza del Capo del Cattolicismo. Per noi riescono notevoli sopratutto alcune parti di essa, che offrono la confutazione di cose particolarmente addotte nel processo di eresia e contemplate con molta puntualità: così accade p. es. a proposito dell'Eucaristia, ove si parla della «contumelia vermium, muscarum et murium», e si muove la quistione «cur irrisa Eucharistia miracula non facit semper»; egualmente a proposito della «religio colendi imagines», del «colere Crucem in qua repraesentatur crucifixus», del «peccatum Adae», del «transitus maris rubri», etc. etc. Notevoli riescono inoltre le narrazioni circostanziate, ma pur sempre oscure, di quel tale astrologo che istruì un giovane incolto ad invocare gli angeli de' pianeti, d'onde si ebbe la comparsa di diavoli e una quantità di rivelazioni, con la conclusione che essi separarono poi il giovane dall'astrologo e lo trassero a morte violenta: non può qui non colpire che il Campanella parli di un astrologo, e taccia delle posteriori comparse di angeli con le rivelazioni e facoltà ottenute, mentre, al tempo in cui il libro fu compiuto,già con le sue lettere del 1606 al Papa e a' due Cardinali aveva affermato essere stato quel giovane istrutto da lui medesimo, ed avere poi lui medesimo visto altri diavoli e da ultimo angeli; si direbbe che nell'opera egli avesse avuto ritegno di esprimere apertamente quanto si era permesso di esprimere nelle lettere confidenziali[450]. E si sa che lo Scioppio non tradusse in tedesco l'opera nè la pubblicò, come l'autore desiderava, e dovè l'autore medesimo pensare a pubblicarla quando divenne affatto libero, nel 1630, ma fu obbligato ad aggiungervi in alcuni punti le autorità de' S.tiPadri, mutando lo stile filosofico in teologico; che più tardi, perfino dopochè l'opera era stata ampiamente approvata e pubblicata, vi si trovarono altri appicchi nè si consentì che fosse ripubblicata, e in somma Roma finì per non rimanerne contenta. Si sa d'altro lato che presso gli Acattolici l'avere spiattellato tutti gli argomenti degl'increduli, come pure l'averla tirata troppo contro il Machiavelli, diè motivo di far dubitare della sincerità dell'autore. Ma basta aver chiarita l'occasione nella quale l'opera fu scritta, meritando senza dubbio tale occasione di essere molto bene considerata.
Diremo ora in breve delle altre opere appartenenti a questo stesso periodo, scritte fra le interruzioni delle precedenti, secondochè le circostanze le facevano apparire all'autore più o meno atte a procurargli la libertà. Dopo l'agosto 1605 egli ebbe verosimilmente ad occuparsi de' due trattati, de' quali si trova fatta menzione negli elenchi delle opere mandati a' Cardinali Farnese e S. Giorgio, col titolo «Cur sapientes et prophetae Nationum omnium in magnis temporum articulis fere omnes rebellionis et heresis tamquam proprio simul crimine notentur ac morti violentae subjaceant, et postmodum cultu et religione reviviscant»: l'esito del suo colloquio col Nunzio e col Vescovo di Caserta spiega ad un tempo l'interruzione dell'Ateismoe la convenienza de' detti trattati; pertanto è notevole che essi non si trovino registrati nell'elenco mandato in sèguito al Re. Forse l'autore stimò più conveniente metterli da parte dirigendosi all'Autorità civile, mentre vi si parlava della «morte violenta de' filosofi» come di un affare ordinario e consueto; forse anche egli li fece presentare appunto al Nunzio e al Vescovo di Caserta non appena li compose, e così potrebbe pure spiegarsi che siano andati perduti; infatti non li troviamo nemmeno nell'elenco delle opere mandate allo Scioppio.—Il titolo medesimo de' detti trattati ci mena a ritenere che subito dopo egli abbia posto mano alla ricomposizione degliArticoli profetalicon una maggiore ampiezza, quali son pervenuti, tuttora manoscritti, fino a noi: essi figurano negli elenchi mandaticosì a' Cardinali come al Re con la nuova intestazione,De eventibus praesentis saeculi Articuli prophetales 18. La nuova intestazione e il numero degli Articoli mostrano bene che non si tratta qui degli Articoli primitivi; il numero medesimo mostra che al tempo in cui l'autore redigeva i detti elenchi, gli Articoli non erano compiuti ancora, poichè egli credeva che dovessero raggiungere il n.odi 18, ed invece non oltrepassarono il n.odi 16, come si trovano in più Biblioteche[451]. D'altronde sappiamo che nel giugno o luglio 1607 il Campanella non potè o non volle ancora mandarli allo Scioppio, il quale vivamente li desiderava trovandosi impegnato in una quistione circa l'Anticristo, provocata da una sua opera su tale argomento; e una lettera posteriore del Campanella, da noi pubblicata, mostra che in novembre 1608 erano già pronti, sicchè per essi bisogna contare un anno iniziale 1605-1606 e un anno finale 1608.—Ma ecco ancora un'altra opera, per la cui composizione dovè rimanere interrotta egualmente quella degli Articoli, vogliamo dire i tre libri intitolatiAntiveneti, a' quali è del tutto naturale assegnare la data della fine di agosto e mesi seguenti 1606, non appena l'autore ebbe notizia dell'interdetto lanciato dal Papa Paolo V contro Venezia, come si desume dalla 1ae 2alettera al detto Papa pubblicate dal Centofanti: a questa data il Campanella diè fuori febbrilmente le rivelazioni del diavolo e quelle dell'angelo, alle quali i fatti di Venezia si prestavano in un modo magnifico; gliAntivenetidoverono essere composti con ottima vena in un tempo relativamente breve, e si trovano registrati nell'elenco delle opere mandate allo Scioppio.—Inoltre, un po' più tardi, egli dovè senza dubbio ricomporre ed ampliare iDiscorsi a' Principi d'Italia, che dapprima verosimilmente erano in una forma più ristretta; lo si può argomentare anche vedendo che gli elenchi inviati a' Cardinali recano «Un discorso a' Principi» etc., mentre le copie manoscritte che tuttora ci rimangono in gran numero sono abbastanza voluminose recando 11 o 12 discorsi, e, ciò che più monta, citano tutte assai spesso non solo laMonarchia di Spagna, ma anche laMonarchia del Messia, ilDiscorso de' dritti del Re Cattolico sul nuovo mondo, gliArticoli profetali; nè vi manca (alla fine del disc. 7ood 8osecondo le diverse copie) una menzione dell' «empio Machiavello» che ricorda troppo l'Ateismo debellatoappena compiuto e forse non ancora compiuto[452]. La data di siffatto lavoro può dirsiquella de' primi mesi del 1607, quando Cristoforo Pflugh fece acquistare al Campanella la conoscenza dello Scioppio, che appunto allora fu nominato Consigliere Austriaco e designato dal Papa ad andare invece del Nunzio al Congresso di Ratisbona. Tutte queste circostanze di tempo di luogo e di persone, che si vedranno giustificate più in là, fanno intendere le opinioni manifestate dal Campanella ne'Discorsi, i quali doveano servire a rendergli propizii il Re di Spagna, l'Imperatore e gli Arciduchi di Austria. Aggiungiamo che specialmente dopo di avere acquistata la conoscenza di Gaspare Scioppio, ed anche del medico Gio. Fabre di Bamberga residente in Roma, nel corso del 1607 e in parte nel 1608, il Campanella ebbe a scrivere diversi opuscoli epistolari, come quelloSul modo di evitare il freddo, quelloSulla sordità e l'ernia, e gli altri tutti da noi pubblicati, cioèSulla peste di Colonia,Sul modo di evitare il calore estivo,Sul Peripateticismo,Sul tempo successivo alla morte dell'Anticristo,Sul Pieno e sul Vacuo; avremo occasione di parlarne nel corso della nostra narrazione[453].
Possiamo oramai venire al racconto de' particolari di ciò che il Campanella imprese per uscire dalla fossa di Castel S. Elmo e riacquistare la libertà: egli medesimo ne parlò segnatamente nelle lettere che scrisse più tardi, in agosto 1606, al Papa Paolo V e al Card.lFarnese; e da questi fonti possiamo attingere le principali notizie ed anche argomentare le date approssimative degli avvenimenti, alle quali siamo sempre usi di annettere molta importanza[454]. «Dopo 5 mesi di stento» (così egli si espresse) propose al Vicerè di fare in servizio del Re cose mirabili, che importavano più che tre regni con aver parole del cielo, ma il Principe non volle ascoltarlo nè cavarlo da quella fossa orrenda, nè dargli agio di scrivere quelle cose nè di difendersi; «dopo 6 mesi» ottenne con arte di parlare al Nunzio e al Vescovo di Caserta, dicendo che si voleva accusare (vedremo tra poco in qual maniera si accusò e quali risposte ne ebbe), ed erano scorsi già «10 mesi» senza che potesse trovar credito (tale è il significato della espressione volgare da lui adoperata, «aver udienza»). Fermandoci dapprima alle date, ammesso il trasporto del Campanella a S. Elmo nel luglio 1604,abbiamo che egli si sarebbe rivolto al Vicerè nel gennaio 1605, e poi avrebbe ottenuto di poter parlare al Nunzio e al Vescovo di Caserta nel luglio dello stesso anno; così il 13 agosto 1606 erano scorsi all'incirca dieci mesi, e diciamo «all'incirca» perchè vi sarebbe una differenza di poco oltre due mesi, i quali del resto avrebbero potuto essere scorsi dalla data dell'assentimento ad una visita alla data della visita fatta; tenuto conto della stagione la cosa riuscirebbe naturalissima, ed allora il colloquio dovrebbe dirsi avvenuto in settembre od ottobre 1605. D'altronde non deve sfuggire che se si ammettesse il trasporto a S. Elmo avanti il luglio 1604, il conto non potrebbe tornare in alcun modo, e però le date anzidette sono le approssimative unicamente possibili. In qual modo il Campanella abbia fatte le sue proposte al Vicerè, emerge precipuamente da ciò che sappiamo intorno a' suoi opuscoliDel Governo del Regno, eConsultazione sopra l'aumento delle entrate. Dovè presentarsi fra Serafino di Nocera, esporre principalmente i rimedii escogitati intorno all'annona, che tanto teneva occupato il Conte di Benavente, poi anche quelli intorno alla moneta scadente e alla pena di morte nel senso di far guadagnare altri 200 mila ducati, ed indicare la provenienza di ciò che aveva esposto mettendo fuori il nome del Campanella, capace di queste e di molte altre cose mirabili; ma non dovè trovare buona accoglienza, e così il Campanella potè poi dire che il Principe non volle ascoltarlo. Parrebbe che fra Serafino avesse anche sollecitato pel Campanella, ed inutilmente, il permesso di porre in iscritto le sue idee; ma se così passarono realmente le cose, non potrebbe trarsene la conseguenza che il Campanella non avesse già scritti questi rimedii intorno alle entrate, ed anche altri libri, poichè conveniva tenere tale fatto nascosto. Le sue «cose mirabili» furono ricordate egualmente nelle lettere del 1606 ai Cardinali, nella lettera del 1607 al Re, e tanto più tardi ancora nel Memoriale del 1611 al Papa che pubblicò il Baldacchini, non senza un qualche miglioramento ed accrescimento ulteriore: a capo di esse nel 1606-1607 troviamo sempre, e sotto pena della mutilazione di una mano nel caso di menzogna, il far aumentare le rendite nel Regno di 100 mila scudi oltre l'ordinario, appunto ciò che si legge ne' primi versi dellaConsultazione; poi vengono altre promesse, far guadagnare per una volta 500 mila scudi per una impresa importantissima a tutti i negozii d'Europa, fare un libro ove si mostri venuto il tempo di riunire tutte le genti sotto una sola legge ed un principato felicissimo etc., fare un altro libro segreto al Re ove si mostri il modo di arrivare a questa monarchia, e così tante altre cose atte ad eccitare l'estro del soprannaturale e l'ingordigia terrena[455]. Molte di queste cose erano evidentemente«parole di cielo», e del resto laConsultazionemedesima si vede saper tanto di cielo che è un piacere. Malgrado ciò, non fu possibile piegare l'animo del Vicerè, come non fu possibile nemmeno di piegar l'animo del Papa in sèguito. Intanto il Campanella mostrava che la sua pazzia era finita; e siamo in grado di esporre l'esito finale delle dette pratiche, poichè dagli ultimi brani di ciascun Discorso dellaConsultazione, aggiunti come poscritti più tardi, se ne può rilevare qualche notizia. Solamente dopo alcuni anni l'opuscolo venne accolto in Palazzo, ove fu portato dal P.ePegna (un P.eGaspare Pegna forse Domenicano, del quale non ci è riuscito finora saper altro), e il Segretario Torres, che lo lesse, approvò taluni mezzi in esso suggeriti, contro altri fece varie obiezioni alle quali il Campanella rispose. In particolare circa l'annona il Torres comandò che l'autore scrivesse sopra un altro punto: ma il Campanella fece sapere che ne avea scritto nellaMonarchiagià mandata al Re, appellandosi al Vescovo di Monopoli il quale l'avea letta, e si rifiutò di scriverne ancora volendo essere «inteso a bocca» da S. E., costante desiderio che non fu mai esaudito. L'appello al Vescovo di Monopoli ci mostra che tutto ciò dovè accadere non prima del 1608, quando già al Campanella erano state procurate molte commendatizie presso il Vicerè, come sappiamo da altri fonti, e il Vescovo di Monopoli P.eGio. Lopez Domenicano, rinunziata la sua Chiesa per grave età, e giunto in Napoli, vi era trattenuto dal Vicerè qual suo Consigliere intimo, sino a che gli fu concesso di ritirarsi a Valladolid sua patria[456].
Fermandoci alle mosse del Campanella nel 1605, riuscita inutile quella fatta in gennaio presso il Vicerè, dicevamo che in luglio ne fece un'altra presso il Nunzio e il Vescovo di Caserta: e qui innanzi tutto dobbiamo avvertire che Nunzio era ancora l'Aldobrandini, ma Vescovo di Caserta era fra Diodato Gentile, successo già al Tragagliolo nel Commissariato generale del S.toOfficio in Roma, e poi successo al Mandina defunto nel Vescovato di Caserta, conexequaturdel 24 luglio 1604, occupando del pari la carica di Ministro della S.taInquisizione nel Regno. Senza dubbio per far uscire il Nunzio dalla sua apatia verso di lui, il Campanella disse di volersi accusare, onde il Vescovo di Caserta fu chiamato ad intervenire egli pure; e così il Campanella potè anche dire di averlichiamati «con arte». Naturalmente, più o meno presto, essi doverono recarsi a S. Elmo, ed ivi in qualche sala ascoltare il Campanella, ma non videro la sua prigione: questo leggesi in un altro brano della lettera a Paolo V, ove il Campanella racconta che Mons.rNunzio vide il carcere di fuori, e per non avere a contradire al Vicerè non entrò nè mandò a vederlo, e disse che era buono, «nel modo ch'ogni sepoltura par buona di fuori». Ecco ora il discorso del Campanella e le osservazioni de' due Vescovi; sarà meglio far parlare il Campanella medesimo: «M'accusai come, per mancanza dello spirito, che trovai tra' Cristiani molto difformi dell'antichità e profession nostra, mi risolsi ad esaminar la fede con la filosofia Pitagorica, Stoica, Epicurea, Peripatetica, Platonica, Telesiana e di tutte sètte antiche e moderne, et con la legge delle genti antiche e d'Ebrei, Turchi, Persiani, Mori, Chinesi, Cataini, Giaponesi, Bracmani, Peruani, Messicani, Abissini, Tartari, et com'ho con tutte le scienze finalmente humane e divine assicurato me stesso et gli altri che la pura legge della natura è quella di Christo, a cui solo li Sacramenti son aggiunti per aiutar la natura a ben operare con la gratia di chi l'ha dati; et che son pur simboli naturali et credibili: et vidi come Dio lasciò tante sètte caminare, e la mancanza dello spirito in noi, e lo scompiglio della natura e suo fine. Onde son fatto possente a difensar con tutto il mondo il Christianesmo; che fui sentinella fin mò dell'opere di Dio. E come la divina Maestà disegna in questo tempo far una greggia et un Pastore, e 'l giudicio dell'errore di tante nationi, e quel che soprastà al Christianesmo: e li sintomi celesti et terrestri del mondo morituro per fuoco, contra li filosofi con S. Pietro et Heraclito. La difficoltà del mondo nuovo, e dell'incarnatione et altri articuli difficultosi, l'esamina delle profetie e miracoli veri e falsi d'ogni setta. Et com'io et altri fummo ingannati dal diavolo aspettando scienza e libertà da lui, credendoci che fosse Angelo, e poi Dio, secondo si fingeva; e come, dopo lunga dieta, Dio benigno condescese al mio desiderio, che mai non fu maligno, se fu erroneo: e presentai memoriale di questa, e molti capi di cose faciende ad utile del Christianesmo. Nondimeno Monsignore Nuntio rispose ch'io era poco humile. Non so se l'ha fatto per provarmi: perchè ben so ch'è scritto nella Sapienza:Qui intuetur illam permanebit confidens: et che l'humiltà è magnanima et non vile, et io certo so che mai non ho bramato dignità nè honori, et a tutti vilissimi servitii ho posto mani.Sed neque me ipsum judico. Monsignor di Caserta fece conseguenza, ch'havendo io vagato per tante sètte, e cercato li miracoli veri e falsi, e le profetie e la novità del secolo, com'egli lesse nel mio processo in Roma, non havevo cattivatome ad ossequium Christi: e che mò voglio far miracoli falsi per scampare o allungar la vita. Ben fanno a non creder subbito; ma negarmi l'esperienza, o scriver a V. B. che«non la voglia vedere, è un negar lo spirito di Dio, cheubi vult spirat, et seguir lo spirito degli huomini:Venite cogitemus adversus Jeremiam» etc. Così il Campanella mostrava anche da questo lato che la sua pazzia era finita e già da qualche tempo, tanto che avea visto anche con altri il diavolo, e poi, dopo lungo aspettare in penitenza, Dio l'aveva esaudito ed oramai si sentiva in grado di far cose mirabili ad utile del Cristianesimo. Quali abbiano dovuto essere queste cose, delle quali diè «molti capi», si può comprenderlo dagli elenchi più volte indicati, estraendo da essi i capi relativi appunto all'utile del Cristianesimo: dovè quindi promettere di far il libro in dimostrazione della prossima fine del mondo coll'unione di tutte le genti costituendo una gregge ed un solo pastore, far il libro contro i politici e Machiavellisti, un libro per convertire i Gentili delle Indie orientali, un libro contro i Luterani, ed andare in Germania ottenendovi la conversione di due Principi protestanti e il discredito completo di Calvino, fare al ritorno 50 discepoli contro gli eretici etc. etc. Di certo egli dovè promettere anche di far miracoli, come non cessò poi di prometterli più o meno esplicitamente fino al 1611; ed anche nella sua prima lettera al Papa e in una lettera posteriore allo Scioppio, pubblicate entrambe dal Centofanti, si dolse che il Nunzio e il Vescovo di Caserta avessero chiamato finzioni, delirii od astuzie, per uscire dal carcere, i suoi presagi, i suoi segni nel sole, luna e stelle, e i miracoli che avrebbe fatto per costringere ogni anima a riconoscere il Vangelo. Questo d'altronde emerge dalle osservazioni medesime fatte da costoro, quali il Campanella le narrò al Papa, da doversi dire in verità rispondenti a quanto sappiamo del carattere dell'Aldobrandini, che ci è abbastanza noto, e del Gentile, che parecchi documenti ci mostrano spietato ed esorbitante non meno del Mandina[457]. Secondo il nuovo Vescovo di Caserta, il Campanella voleva «far miracoli falsi per scampare od allungar la vita»; sicchè, nel concetto di questo Vescovo, pel disgraziato filosofo si trattava sempre di avere a perdere la vita più o meno presto. Dobbiamo intanto dire che il Vescovo di Caserta, per parte sua, ebbe a scrivere qualche cosa a Roma intorno a tale colloquio, ma il Nunzio non scrisse certamente nulla, come ci mostra il suo Carteggio del 1605, ultimo anno di ufficio per lui: che anzi in una sua lettera del 24 agosto 1605 al Card.lValenti, tenuto allora provvisoriamente da PapaPaolo «nel luogo che si sogliono adoperare i proprii nipoti», passando a rassegna, per sua giustificazione, i casi di torto giurisdizionale da lui trattati, egli non citò punto il caso del Campanella, e quindi dalla parte del Nunzio, non meno che dalla parte di Roma, rimaneva non curato il torto ricevuto in persona del povero filosofo, contentandosi che la sua causa non fosse spedita. Dalla parte del Campanella poi ognuno avrà notato come, tanto presso il Vicerè, quanto presso il Nunzio, egli non fece la menoma richiesta che la sua causa fosse spedita; nè veramente espresse mai più un desiderio simile per lungo tempo, se non sotto certe condizioni.
Scorsero non meno di 10 mesi dal detto colloquio, e il 13 agosto 1606 il Campanella si spinse a rivolgersi direttamente al Papa, moltiplicando anche questa volta i reclami e le lettere in più sensi e non trovando requie per molto tempo. Sicuramente tanto ritardo non provenne dall'essersi rassegnato, e lo dimostrano i gridi di dolore che sovente erompono nelle dette lettere; ma bisogna dire che egli non nutriva alcuna speranza di essere ascoltato, e però non si mosse di nuovo se non quando avvenne un fatto tale da tenere in agitazione vivissima l'animo del Papa; fu questo l'interdetto scagliato a Venezia, seguito dalla superba resistenza del Governo Veneto, e dall'abbandono del Papa in una pessima condizione da parte di coloro medesimi che gli aveano offerto aiuto. Allora appunto il Campanella tentò di profittare dell'occasione e scrisse la sua lettera, nella quale comincia col giustificarsi degli stratagemmi usati durante la causa (e certamente del principale tra essi che era stato la pazzia, come risulta dal veder citata l'autorità di S. Geronimo), si appella mostrando la necessità di venir tradotto a Roma e l'impossibilità di consentire che il giudizio della congiura ed anche dell'eresia termini in Napoli, fa un racconto delle cose di Calabria e degli avvenimenti posteriori come può farlo un giudicabile, riconosce commessa da lui la colpevole imprudenza di aver servito alla «revelation presente» ed esservi stato un «voluto, non fatto, eccesso», chiede per giudici il Bellarmino e il Baronio ma non in Napoli, coll'affermare che ha cose grandi, parole di cielo, da dire al Papa e alla Chiesa, ed aggiunge un poscritto in cui dichiara avere avuto nuova delle cose di Venezia, occorrere una guerra spirituale e la chiamata di tutte le persone sante a Roma, per parte sua obbligarsi a mostrare con miracoli stupendi la verità del Vangelo ed allungare le profezie laddove sia necessario. Questo poscritto apparisce l'occasione vera della lettera, la quale è seguita poi da un'altra, o, se piace meglio, da un allegato, in cui pel fatto di Venezia insiste sempre più sulla necessità di venir tradotto a Roma, narra le rivelazioni avute dal diavolo fintosi angelo tre anni prima, e per esse la caduta di Venezia nel 1607 con la perdita di gran parte dell'autorità del Papa, la caduta della dignità Pontificale e del Senato Cardinalizio dietro uno scisma dopo il 1625; narra poi la comparsa successiva di altri diavoli che l'afflissero,e in sèguito, dietro preghiere a Dio, le rivelazioni vere che ebbe con gli avvertimenti da dover dare a S. S.tà, e suggerisce consigli, e cita profezie, e dichiara di voler parlare a S. S.tàe poi morire etc. etc.
Importa commentare quest'altra mossa del Campanella, sempre più degna di attenzione comunque rimasta senza il menomo effetto. Non a torto dovè sembrargli molto opportuna l'occasione per rivolgersi al Papa. Fin da' primordii del suo Pontificato Paolo V si era mostrato assolutamente deciso a far rispettare ad ogni costo l'immunità ecclesiastica, e dopo di aver fatta e facilmente vinta una quistione con Lucca e poi con Genova in condizioni davvero esorbitanti, avea voluto farne un'altra anche con Venezia, che non si era mai adattata a riconoscere l'immunità ecclesiastica negli Stati suoi[458]. Annunziato dapprima con un Breve fin dal dicembre dell'anno precedente, emanato dappoi nel solenne Concistoro del 17 aprile 1606 il gran Monitorio, che dichiarava incorsi nelle scomuniche il Doge e il Senato Veneto per essersi rifiutati a consegnare al Nunzio due scellerati malfattori, il Canonico Saracino e il Conte Brandolino Abate di Narvese, Venezia si era mostrata inflessibile, si che il Papa avea stimato opportuno radunare un grosso esercito, e Venezia avea dovuto fare altrettanto. Napoli, così vicina, non poteva rimanersi indifferente, e dal Carteggio del Residente Veneto Agostin Dolce si rilevano, con le rispettive date, i fatti avvenuti allora nella città. I Gesuiti, irritati anche per essere stati espulsi da Venezia i frati del loro ordine insieme co' Teatini e Cappuccini ossequenti al Papa, gridavano nelle scuole contro Venezia e diffondevano per la città alcuni presagi tratti specialmente dal libro di M.oAntonio Arquato medico (in ciò i Gesuiti s'incontravano col Campanella). Il Nunzio Mons.rGuglielmo Bastoni Vescovo di Pavia, successo all'Aldobrandini fin dal dicembre passato, benediceva pubblicamente la capitana delle galere che partivano sotto il comando del Marchese di S.taCroce per fare una dimostrazione ostile a Venezia, mentre un inviato, Ugo de Moncada, andava a Roma per dichiarare il Vicerè pronto a vendicare con la persona e col Regno le offese che fossero fatte a S.taChiesa, emulando le offerte del Conte di Fuentes Governatore di Milano e de' Duchi di Modena e di Urbino. Ma appunto a' primi di agosto si venne a sapere che il Marchese di S.taCroce si era limitato a veleggiarenelle acque di Brindisi, ciò che in realtà non era tollerato da' Veneziani, ma avea finito poi col rivolgersi contro i pirati di Durazzo ed espugnare questa città; che per armare le galere si era preso il danaro de' privati dal Banco di S. Eligio; che bisognava pensare a provvedersi di grano poichè quello promesso, da doversi estrarre dalla Marca d'Ancona, non sarebbe più venuto; che mancando il danaro, ed essendo le gabelle divenute insopportabili, già si pensava di sospendere il pagamento degli interessi agli assegnatarii (creditori dello Stato) come poi si verificò; che per tutte queste ragioni non si sarebbe passato alle armi, e in ultima analisi da Spagna erano venuti anche ordini di non passare alle armi[459]. Naturalmente il Campanella dovè giudicare che oramai poteva provarsi presso un Papa tanto attaccato all'immunità da pretenderla anche là dove non c'era mai stata, e tanto poco avveduto da compromettere a quel modo l'autorità Pontificia, riducendosi poi a supplicare almeno l'invio da Napoli di un'Ambasciata a Venezia per trattare la pace, ciò che fu commesso a D. Francesco de Castro accompagnato dal Duca di Vietri, due nostre vecchie conoscenze.
Egli credè pertanto necessario rannodare la sua mossa alle precedenti, dare alla sua lettera l'impronta di un «appello», che secondo lui dovea render nullo il giudizio compiuto, siccome disse tanti anni dopo nella sua Narrazione, e credè anche necessario rifare la storia delle cose di Calabria, spingendosi ad affermazioni che crediamo inutile dimostrare insussistenti dopo tutto ciò che abbiamo visto nel corso della narrazione nostra. Basterà citar quelle, che l'eresia fu trovata da' frati, che il negozio de' turchi fu inventato da lui per non morire, che furono appiccati sul molo uomini per altra causa, che fecero confessare a Mauriziosub verbo regiomille bugie, che tutti morendo si ritrattarono. Ma gioverà notare due cose: l'una, il bisogno che sentì sempre di non essere messo a fascio con fra Dionisio divenuto maomettano, «di cane fatto lupo pe' gridi di mali pastori»; l'altra il nessun desiderio ed anzi il rifiuto di vedere spedita la sua causa in Napoli. Su quest'ultimo punto egli si espresse recisamente: non consentirebbe inNapoli a giudizio alcuno, perchè era odiatissimo, perchè non vi eranoaequa jura, perchè avrebbero detto al Nunzio che era finita la causa e lo condannasse senza ascoltarlo (così difatti avrebbe dovuto accadere). Nè si trattenne dallo scrivere: «questi giudici anche ecclesiastici più tosto mi vorrebber trovar nocente che innocente, perchè... non si fidano nè ponno difensarmi la innocenza, se in me la trovano, come Nicodemo non difese Christo; ma sendo colpevole senza briga ponno starsi e gratificarsi con questi Signori», mentre «non hanno alcuna autorità se non di farmi male, perchè son ligati al farmi bene». In somma la sua causa era straordinaria e dovea trattarsi in Roma, annullando, s'intende, ciò che si era fatto sin allora, ed egli volea che si dimandasse la persona sua, anche con l'obbligo di restituirla a Napoli qualora fosse trovata in falso. Più tardi poi disse che non aveano potuto conchiudere la causa della congiura in Napoli, perchè non aveano in che condannarlo: questa contradizione non ha bisogno di commento.
Ma un po' di commento occorre al fatto della comparsa del diavolo tre anni prima, invocato da una persona che egli aveva istrutta a pigliar l'influsso divino (sicuramente il Gagliardo), delle rivelazioni avutene anche circa Venezia e il Papato, e poi della comparsa di altri diavoli nella fossa, col sèguito delle grazie ottenute per via di flagelli e di studii, dell'avere avute altre rivelazioni, dell'esser divenuto capace di far miracoli, o, secondochè disse poco dopo, dell'aver visto angeli ed avuto autorità come quella di S. Giovanni a' farisei e potestà di far miracoli più stupendi che quelli di Mosè[460]. La frequenza ed asseveranza, con le quali il Campanella parlò in prosa ed in versi della comparsa del diavolo, delle rivelazioni avute e delle conseguenze di esse, non possono non fare un certo peso; e la cosa riesce di tanto maggiore interesse, in quanto che segna il punto di partenza del suo passaggio definitivo, reale o simulato, nel campo delle credenze cattoliche pure, e quindi riflette il vero problema difficilissimo della vita del Campanella, cioè l'essenza delle sue intime convinzioni religiose. Potrebbe ammettersi un'allucinazione, ma non mai la «lunga aberrazione mentale», che il Centofanti ha invocata e che si vede ricordata ancora da altri, mentre il Campanella medesimo non fece poi un mistero che la sua pazzia era stata simulata, e lo ripetè egualmente in prosa ed in versi troppe volte, sebbene in qualche determinata circostanza siasi contraddetto[461]. Ci sembra pertanto che invecedell'allucinazione riesca più verosimile trattarsi di un fatto molto semplice, dell'evocazione de' diavoli esercitata dal Gagliardo, amplificata e messa innanzi dal Campanella così per premunirsi contro qualche nuova denunzia al S.toOfficio specialmente da parte del Gagliardo, come per procacciarsi qualche via di uscita nelle sue tristissime condizioni, giustificando il suo ritorno nel retto sentiero con un evento straordinario, ed eccitando la curiosità e l'interesse del Papa, mentre poi, alla peggio, avrebbe potuto tutt'al più acquistarsi una riputazione di stravagante, che sarebbe sempre riuscita giovevole alla conclusione della sua causa. Benchè si possa dire aver lui veramente professata l'esistenza di spiriti buoni e rei, o «più o meno buoni», custodi de' pianeti e delle stelle ed anche vaganti pel mondo, dal processo di eresia conosciamo che con gli amici suoi avea sempre riso del diavolo nelle condizioni e forme comunemente ammesse; e conosciamo che il Gagliardo si era occupatorealmente di diavolerie, con ogni probabilità sotto gli occhi del Campanella, ma nemmeno possiamo dire che l'avesse fatto con quella larghezza e serietà che dalle affermazioni del Campanella emergerebbero, poichè egli non si sarebbe trattenuto dal farne parola nelle sue ultime deposizioni in S.toOfficio, almeno per tentare di allungar la vita; forse egli attese alle scene di comparsa del diavolo, secondo il suo solito, per profitto, non che per acquistarsi la considerazione e l'ossequio de' carcerieri, e fu in questo agevolato dal Campanella che ne avea bisogno egualmente, laonde non dovè poi dare a quelle scene tanta importanza, e riesce un po' duro ad accettare che invece abbia dovuto darcela sul serio il Campanella. Conosciamo poi che non appena pose mano a comporre poesie ed opere nella fossa di S. Elmo, il Campanella attestò dapprima il fatto puro e semplice dell'apparizioneevidentedi diavoli a lui occorsa, ma con la circostanza un po' singolare nel fondo e nella forma, che per quel fatto era divenuto più uomo da bene (come abbiamo visto in qualche poesia e nell'operaDel Senso delle cose); più tardi, nell'Ateismo, tornò sul fatto corredandolo di molti particolari misteriosi già più volte menzionati, nè si trattenne dall'affermare nelle lettere che gli era stata con inganno promessa dal diavolo scienza e libertà, e dall'affermare nelle poesie che gli era stato pure promesso che «sarebbe esaudito», che «si canterebbe Viva Campanella nel fine del suo carcere»[462]; d'altronde in un brano dello stessoAteismo debellato, lasciando chiaramente intendere essere stato lui medesimo in relazione co' diavoli per mezzo del Gagliardo, reca un'altra delle risposte avute là dove dice, «Astrologo per juvenem interroganti de multis dixerunt, quod ipse scripsisset de libero arbitrio, sed rectius Calvinum». Dopo tutto ciò si ammetta pure che tra le bizzarrie del Gagliardo, durante l'evocazione de' diavoli, vi sia stata quella di far pronostici su Roma e su Venezia; ma nessuno vorrà credere che il Campanella abbia prese sul serio altrettali visioni, e non le abbia rivedute e corrette, aggiungendovi del suo tante singolari particolarità oltrechè una coda non indifferente, in vista de' suoi gravi bisogni. Nè ci sembra punto temerario il ritenere che le visioni consecutive degli angeli, e le facoltà ottenute da Dio, siano del medesimo stampo; e tutto il garbuglio ci apparisce consentaneo all'indole del Campanella, perpetuamente motteggiatrice anche nelle circostanze più terribili, rimanendo vero soltanto che Dio gli avea concesse facoltà intellettive ed operative straordinarie, atte a costituirlo, secondo il suo concetto, condottiero della umanità con un migliore indirizzo.