[301]Notiamo di passaggio che questo Michele Cervellone, propriamente messinese, fu poi uno de' 4 principali imputati nella così detta 2acongiura del Campanella, che finì col supplizio di fra Tommaso Pignatelli il 1634.[302]Ved. la nostra Copia ms. de' proces. ecclesiast. tom. 2o, fol. 215-1/2.[303]Il decreto leggesi nel Carteggio del Nunzio, Filz. 216. Esso è stampato, e fu così trasmesso al Nunzio per farlo conoscere a tutti, con lett. del 18 10bre 1602; bensì la sua data è anteriore, e rimonta al 1601. Le ragioni del decreto sono espresse ne' considerandi: «Ut causae et negocia quovismodo spectantia ad Sanctam Inquisitionem cognoscantur et expediantur omni qua docet integritate, amotis quibusvis sordibus ac pecuniariis solutionibus» etc. Vero è che la Camera Apostolica non dava mai nulla e non compensava neanche il Ministro Generale della S.taInquisizione; si attesta infatti in una lettera a proposito della morte di Mons. Carlo Baldino predecessore del Vescovo di Caserta, che egli avea «servito 30 anni all'officio dell'Inquisitione senza mercede» (Lett. di Roma del 10 aprile 1598, Filz. 211). In che modo dunque dovea provvedersi alle spese? Ne' tribunali Diocesani vi provvedeva il Vescovo con l'entrate del Vescovado, e infatti in un'altra lettera, scritta a tempo della vacanza della Chiesa Napoletana per la morte del Card.lGesualdo, si ordina al Nunzio, amministratore temporaneo, che faccia pagare dall'entrate dell'Arcivescovado «le spese del vitto et altre necessarie occorrenti per li carcerati del S.tooffitio et speditioni delle loro cause» (Lett. di Roma del 23 maggio 1603, Filz. 218): ma nel tribunale del Ministro Generale dell'Inquisizione potevano sopperire alle spese unicamente le confische delle cauzioni degli «abilitati»; ad ogni modo non avrebbero mai dovuto sopperirvi l'elemosine raccolte in sollievo de' poveri carcerati.[304]Ved. Doc. 412, pag. 513.[305]Ved. Doc. cit.[306]Le scritture della Cappellania maggiore, dalle quali abbiamo desunto i particolari suddetti, sono rappresentate da'Processi della Cappellania maggiore, che avemmo a studiare nel far le ricerche sul chirurgo Scipione Camardella.[307]Ved. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Nap. 1654-71, vol. 2o, part. 3a, pag. 349.—Carteggio del Nunzio, Lett. di Roma 30 nov. 1601, 23 feb. 1602, 24 genn. 1603; e Lett. di Napoli 14 10bre 1601, 25 gen. 1602, 21 marzo 1603, 24 marzo 1605.[308]Ved. Reg.Sigillorumvol. 38 (an. 1601) sotto la data 24 di maggio.[309]Ved. Reg.Curiaevol. 52 (an. 1601-1603) fol. 17, ove leggesi il seguente memoriale: «Gio. Francesco de Apuczo expone a V. Ecc.tiacome sono octo mesi e più che se ritrova carcerato senza haver' fatto male sotto pretesto fosse consapevole dela morte del q.mnotar' Gio. Carlo d'Apuczo suo padre per il che fu delegato per la felicis.mamemoria dell'Ecc.tiadel Conte di lemos in detta causa il giudice Gio. Andrea Auletta, il quale come delegato procedè in detta causa et hà tormentato atrocissimamente esso supplicante mediante il quale (sic) è ridotto in tanta poca salute che si ritrova in pericolo di morte senza posser' ricorrere à persona alcuna che lo proveda per non haver' giodice...» etc. (supplica che gli si faccia giustizia, e S. E. all'ultimo di ottobre 1601 delega per la causa il giudice Tirone).[310]Ved. Doc. 413, pag. 514.[311]Ved. Doc. 414, pag. 518.[312]Ved. Doc. 416, pag. 520.[313]Ved. Doc. cit.[314]Ved. Doc. 127, pag. 73.[315]Ved. Doc. 128, pag. 74.[316]Da una lettera del Campanella del 10 agosto 1624 a Cassiano del Pozzo, lettera pubblicata dal Baldacchini, apparisce che il Campanella riteneva essere stata laMonarchiatradotta anche in ispagnuolo e che questo accresceva le sue speranze di liberazione: per lo meno se fu tradotta in ispagnuolo, non fu stampata in questa lingua, avendola noi invano cercata nella Bibl. naz. di Madrid e in quella dell'Escuriale. Il Bosoldo poi ebbe cura di tradurla o farla tradurre in tedesco, perchè la politica era uno de' suoi studii prediletti, ma non si comprende perchè non l'avrebbe pubblicata in latino, se fosse stata già tradotta in latino, e questo ci dà motivo di sospettare che le affermazioni delSyntagmasopra citate possano essere inesatte. Quanto alla pubblicazione in italiano, essa fu condotta sulla copia scorrettissima esistente in Firenze, e il D'Ancona dovè lavorarvi assai e se la cavò con molto suo onore; ma ci sia lecito ripetere il voto, che laddove abbia a rifarsene l'edizione si tengano presenti le copie napoletane che si prestano tanto bene a' confronti.[317]Ved. Doc. 524, pag. 604.[318]Ved. Doc. 497 e 498, pag. 572 e 573.[319]Ved. Doc. 494, pag. 571.[320]Ved. Doc. 488, pag. 569.[321]Ved. Doc. 504, 512, 515, 513, 517, pag. 575, 579, 580, 581.[322]Nella lett. al Card.lFarnese si legge: «un volume di sonetti e canzoni a varie repubbliche regni et amici e salmodie...» etc. Nel Memoriale al Papa, pubblicato dal Baldacchini e riprodotto dal D'Ancona, si legge: «un volume di varie rime e Salmodie... morali e politiche».[323]Ved. Doc. 502, pag. 574.[324]Ved. Doc. 507, 505, 506, 509, 510, 508; pag. 576-577.[325]Ved. Doc. 495, pag. 571; e 511, pag. 579.[326]Ved. Doc. 462, pag. 559; e 491, pag. 570.[327]Ved. Doc. 492, pag. 570.[328]Ved. Doc. 499, pag. 573.[329]Ved. Doc. 463, pag. 559.[330]Ved. leCedole di Tesoreriavol. 427, an. 1596, pagamento in data 30 giugno di D.i150 per soldo de anno uno; e leCarte diverse del Governo dei Vicerè, fasc. 2o, an. 1610, dimanda in data 10 luglio, con la quale D. Troiano chiede licenza di poter rimanere un anno fuori Napoli.[331]Ved. Doc. 467, 468, 477; pag. 560, 561, 564.[332]Ved. i RegistriPrivilegiorumvol. 104, an. 1593-95, fol. 84. Sospettiamo che la madre di D.aIppolita non sia stata Porzia Pignatelli moglie di D. Garzia, giacchè in questo documento, oltre l'assegno in moneta fattole dal padre, si ricorda anche questa promessa da lui avuta, «vita durante della madre di d.taD. Ipolita consignarli ogni anno mensatim tomola ventiquattro di grano».[333]Ved. Sarrubbo, Trattato della famiglia Cavaniglia, Nap. 1637, e De Lellis, Famiglie nobili di Napoli, ms. della Bibl. naz. nap. X, A, 3. fol. 263, e X, A, 8, fol. 175-193.—Negli stessi Reg.iPrivilegiorumvol. 86, an. 1587-88, fol. 96, trovasi la donazione della parte legittima de' suoi beni fatta da Cornelia Cavaniglia nel vestirsi monaca, e in essa si citano la madre Porzia Pignatelli e i fratelli Troiano, Scipione, Fabrizio e Mario. Ne' libri parrocchiali della Chiesa di Castel nuovo è citato più volte Fabio Magnati fino al 1585, e Troiano Magnati due volte, nel 1596 e 1598; D.aIppolita Cavaniglia poi è citata un grandissimo numero di volte, specialmente come madrina, anche in compagnia di D.aAnna e di D.aMaria de Mendozza, talora in compagnia del Principe di Bisignano quando costui era carcerato; e da ultimo l'elenco de' morti reca, «A dì 29 de xbre 1615 morì D.aPolita Cavaniglia, sepolta nel ihs vecchio» (intend.nella Chiesa del Gesù vecchio).[334]Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634, pag. 774.[335]Ved. Doc. 469, pag. 561.[336]Ved. Doc. 465, pag. 560.[337]D.aAnna de Mendozza, figlia di D. Diego e D.aClaudia de Caro fu sposa a D. Ferrante de Bernaudo (ved. Reg.iSigillorum18 7bre 1595) e ne ebbe varii figli, Claudia, Francesco, Diego, Beatrice (ved. i libri parrocchiali per gli an. 1595-98-99 etc.); era dunque figlia e non moglie al Bernaudo, che fu poi creato Duca, la Claudia di cui parla il De Lellis (Discorsi delle famiglie nobili etc. Nap. 1564 vol. 1opag. 399). Aggiungiamo che vi fu una Claudia Antonia de Mendozza, ultima figlia di D.aIsabella Marchesa della Valle e quindi nipote di D. Alonso il Castellano, la quale nel 30 8bre 1614 sposò Alessandro Ridolfi di famiglia fiorentina, generale del Papa, Ambasciatore straordinario di Mattia Re d'Ungheria al Re di Spagna, divenuto in Napoli Consigliere del Collaterale, pensionato con D.ti1000, ed anche Marchese di Baselice: costui parecchi anni più tardi fu in relazione col Campanella, il quale parlò appunto di lui in una Lettera al Papa del 9 aprile 1635, che è tra quelle pubblicate dal Berti, quando disse che co' fratelli Ludovico ed Ottavio (Ridolfi) stava «in Castel di Napoli dove era accasato il Marchese et io carcerato».[338]Ved. Doc. 466, pag. 560.[339]Ved. Doc. 473, pag. 562.[340]Ved. in Allacci Drammaturgia, Venez. 1775, pag. 522 e 779. Le Commedie sarebbero: «La memoria di Dario e Grisante» e «I trastulli d'Amore» Viterbo 1647.[341]Ved. Doc. 470, pag. 561; e 478 pag. 564.[342]Ved. Doc. 471, pag. 562; 472, ib.; e 474, pag. 563.[343]Ved. Doc. 475, pag. 563.[344]Ved. Doc. 479, pag. 564.[345]Ved. Doc. 476, pag. 563. Pel Campanella la filoprogenitura è una ingannevole tendenza naturale ad eternarsi o immortalarsi, come si può rilevare anche da un brano della lettera al Flugio, che fu da noi pubblicata; da ciò emerge chiaro quale sia il fonte consecrato all'appetito dell'immortalità.[346]Ved. Doc. 484, pag. 568.[347]Ved. Doc. 483, pag. 567: 482, ib.; 480, pag. 564; 481, pag. 566.[348]Pel Sonetto ved. Doc. 501, pag. 574. I Reg.iPartium, volume 1420, an. 1597-1599, fol. 133, nell'elenco de' possessori di rendite pagabili sull'arrendamento del vino recano, «Sore Elionora Barisana D.i14»; i libri parrocchiali del Castel nuovo, nell'elenco de' morti, fol. 93, recano, «A di ij de marzo 1620 morì Sore Dianora Barisana de Barletta sepolta a Monte Calvario». Si sa che la Dianora del dialetto vuol dire Eleonora.[349]Ved. Doc. 516, pag. 581.[350]Ved. Doc. 485, pag. 568.[351]Ved. Doc. 486, ib.[352]Ved. Doc. 460 e 461, pag. 558.[353]Nel 1ode' Libri parrocchiali si legge, «1583 12 marzo, se battezò Gioseph Horatio figlio de Ottavio Cesarano e de pulisena Camardella»; nel 3opoi l'elenco de' morti reca, «a dì 16 de marzo 1603 morse petrillo Cesarano».[354]Ved. Doc. 490, pag. 570.[355]Percorrendo infatti l'art. 3odelSyntagma, dove appunto si parla de' libri composti o ricomposti nel carcere, non è difficile scorgere che la cronologia in genere e in ispecie è stata addirittura negletta. Lasciamo da parte lePoesie, sulle quali ci siamo già spiegati nel trattarne fin da principio. Dopo le Poesie si parla degliAforismi politicietc., che siamo per vedere essere stati scritti non prima della 2ametà del 1601; poi dellaMonarchia di Spagna, che abbiamo veduta indubitatamente già ricomposta, se non composta, prima degli Aforismi; poi si parla de' 15Articoli profetali, che sicuramente furono scritti anche prima dellaMonarchia di Spagna. In sèguito si parla de' libriMedicinalie degliAstrologici, che non sono nominati ancora negli elenchi del 1606; e passando sopra a' libriAstronomicie alleQuistioni, osserviamo che dopo tutto ciò, con un notevole salto indietro, si legge, «poco di poi in Napoli scrissi unaMetafisica... e questa ricevè dalle mie mani Geronimo Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603»! In sèguito si passa a parlare de' libri diTeologia, delReminiscentur, delleOrazionialle 4 grandi nazioni con la data del 1617 e 1618, e quindi, come aggiunte a' libri anzidetti, si parla dellaMonarchia della Sapienza eternae delDritto del Re Cattolico sul nuovo mondo, libri che si trovano registrati tra quelli inviati allo Scioppio nella sua lettera del 1607! Tralasciamo laMetafisicascritta nel 1611 e laConsultazione sulle entrate del Regnoche vedremo scritta più anni prima, e notiamo che a questo punto, essendo stati già citati libri perfino con la data del 1618, si dice, «tutti i suddetti libri lo Scioppio da me ricevè nell'anno 1608, quando venne mandato da Paolo Vo... ed anche gli diedi l'Ateismo debellato»! Così mostrasi fuori ogni dubbio mal fondato tutto ciò che è stato detto in tale materia sempre con la scorta delSyntagma, il quale può servire pe' particolari della composizione, non per la data di essa, verosimilmente perchè fu redatto su note staccate. Aggiungiamo che negli elenchi annessi alle lettere del 1606 sopra menzionate si dà talvolta per compiuta qualche opera che ancora non l'era, p. es. i 18Articoli profetali(ultima composizione accresciuta), e si afferma anche essere le opere «tutte salve» ciò che per alcune non era vero, e basta citare l'opera «De rerum universitate», quella «De Philosophia Pithagoreorum», la «Tragedia della Regina di Scozia». Nella lettera allo Scioppio poi si citano le opere con l'ordine seguente: Monarchia di Spagna, Discorsi a' Principi, Dialogo contro i Luterani, Del senso delle cose, Pronostici astrologici, Compendio (epilogo) di Filosofia etc. etc.; e ben si vede che l'ordine cronologico non è serbato, e insomma unicamente con accurati confronti, e tenendo sott'occhio le opere stesse e tutto l'epistolario del Campanella dal momento in cui cominciò a scriver lettere stando in prigione, si può venire a capo di questo importantissimo lavoro.[356]Avremo altrove occasione di vedere che questa copia fu involata dalla Magliabechiana, e poi tornò nelle mani del Governo con altre scritture, per le quali ebbe posto nell'Archivio. Ma vogliamo dire che dal Magliabechi in qua si trova sempre citata col titolo diConcetti methodicietc., mentre veramente il suo titolo è150 Concetti methodicietc.[357]Ved. Lett. inedite di T. Campanella e Catalogo de' suoi scritti, Roma 1878, pag. 74.[358]Ved. la nota alle Poesie Filosofiche nell'ediz.eD'Ancona pag. 100.[359]Ved. Berti, Tommaso Campanella, Nuova Antologia, luglio 1878, p. 217.[360]La cosa è di un'importanza capitale per l'argomento che trattiamo, e ci si permetterà di riprodurre qui taluni confronti già notati nella 1.anostra pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc.) esprimenti certe differenze contemplabili, nella forma e nella sostanza, tra la composizione originaria del libro fatta nel 1602 e rappresentata da' codici napoletani, la versione latina fatta nel 1613 e pubblicata dall'Adami in Frankfort, la 2aedizione della versione latina preparata dopo il 1629 e pubblicata dall'autore in Parigi; quest'ultima veramente differisce dalla penultima quasi sempre per qualche aggiunzione, e volgarizzata a cura di un editore Luganese fu poi riprodotta dal D'Ancona, sicchè possiamo citare l'edizione D'Ancona nell'esporre i confronti, anche perchè essa è più diffusa e popolare.—Circa la forma, si direbbe che con la magniloquenza latina fosse apparso necessario magnificare perfino gl'interlocutori del dialogo, i quali nella composizione originaria del libro erano «Hospitalario, Genovese marinaro», col latino furono promossi ad «Hospitalarius magnus, et Nautarum Gubernator Genuensis hospes», e col volgarizzamento divennero «Il Gran Maestro degli Ospitalieri ed un Ammiraglio Genovese di lui ospite». Oltracciò il Capo Supremo della Repubblica, che dapprima era semplicemente O (con o senza un punto nel mezzo, cioè a dire ilSole, come si mantenne nell'esemplare latino dell'Adami) divenne in sèguitoHoh. Naturalmente anche la dicitura italiana primitiva, convertita in latino e poi ritornata italiana, si vede trasformata di molto. P. es.: (cod. nap.) «S'io havesse tenuto à mente e non havesse pressa e paura, io te sfondacaria gran cose, ma perdo la nave se non mi parto»; (ediz. D'Anc.) «Oh! se mi ricordassi d'ogni cosa e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla temessi, ti direi altro e ben più sorprendente, ma perdo la nave se non mi affretto a prendere il largo». Ancora: (cod. nap.) «Nulla femina si sottopone à maschio se non arriva a' 19 anni, ne il maschio si mette à generatione innanzi il 21»; (ed. D'Anc.) «Alcuna donna prima del decimonono anno non può consacrarsi à questo ministerio, e gli uomini debbono aver passato il ventesimo primo». Così la forma venne ingentilita, ma cessò di esser caratteristica, e ciò che è peggio non sempre riuscì a serbare la precisione. P. es.: (cod. nap.) «Una fiata mangiano carne, una pesce, et una herbe, e poi tornano alla carne per circolo»; (ed. D'Anc.) «Dapprima mangiano carni, poi pesci, infine erbaggi. Ricominciano poscia con le carni,»—etc. Ma ciò che maggiormente interessa è la diversità nella sostanza in più luoghi. Da una parte le cose relative a filosofia e religione sono più spinte nella 1amaniera e più attenuate nelle posteriori. P. es. (cod. nap.) «Son nemici di Aristotile, l'appellano pedante»; (ed. D'Anc.) «Sprezzano l'opinione di Aristotile, che chiamano logico non filosofo». Ancora: (cod. nap.) «trovai Moisè, Osiri, Giove Mercurio Macometto et altri assai, et in luoco assai onorato era Giesù Christo et li 12 Apostoli, che ne tengono gran conto. Ond'io ammirato come sapeano quelle historie» etc.; (ed. D'Anc. con molto maggiori distinzioni e qualificazioni) «ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo, Pompilio, Pitagora, Zamolxi..... e moltissimi altri. Che più? Hanno dipinto lo stesso Maometto che però reputano fallace ed inonesto legislatore. Ma vidi l'immagine di Gesù Cristo essere stata collocata in un posto eminentissimo, assieme a quelle dei dodici Apostoli da essi altamente venerati e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale ed altri sommi la maggior parte cittadini romani.... Ed avendo con maraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie» etc. Inoltre: (cod. nap.) «tengono per cosa certa l'immortalità dell'anima et che s'accompagni morendo con spiriti buoni o rei secondo il merito; ma li luochi delle pene e premii non l'hanno per tanto certo (sic) ma assai ragionevole, pare che sia il cielo et i luochi sotterranei. Stanno anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne ò nò. Di più son certi che ci siano angeli buoni e tristi come avviene tra gli huomini; ma quel che sarà di loro aspettano aviso dal cielo. Stanno in dubbio, se ci siano altri mondi fuori di questo»; (ed. D'Anc.) «credono all'immortalità dell'anime, ed alla loro associazione dopo la sortita del corpo cogli angeli buoni o cattivi secondo le azioni della presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili. Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene e de' premii. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro». Come si vede, la prima composizione era ben cruda e molto più spinta, e le attenuazioni venute in sèguito non furono lievi. D'altro lato poi per un fatto risguardante la persona dell'autore troviamo tutta la riserva possibile nella prima composizione, e l'abbandono di ogni riserva in sèguito: 1o(cod. nap.) «dicono che se in 40 hore di tormento un huomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle che inclinano con modi lontani ponno sforzare» etc.; 2o(ed. D'Anc.), «dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza e con lentezza non possono costringerci» etc. Adunque scrivendo il libro nel 1602 non palesò la faccenda della sua pazzia simulata, la palesò invece nel 1613, quando diede il libro tradotto all'Adami; e per verità sarebbe stata una pazzia vera il farlo prima. V'introdusse poi varie aggiunzioni mano mano, ed anche, quando preparò l'edizione di Parigi. Così, mentre nell'esemplare primitivo si trova notata soltanto l'invenzione del volare (che nel libro deSensu rerum et Magiaè riconosciuta in un calabrese), in quello latino dato all'Adami si trova notata anche l'invenzione degli strumenti oculari per vedere le occulte stelle (riconoscimento delle cose del Galileo sulle quali egli già cominciava a riflettere), e degl'istrumenti auricolari per udire le armonie de' cieli (presagi del telefono ad un'altezza non ancora raggiunta): ma è singolare che non vi si trovi l'invenzione sua, attribuendola agli abitanti della città del Sole, del modo di navigare senza vele e senza remi, ciò che pure avea già promesso con le lettere del 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna. Invece essa si trova nella 2aed ultima edizione della versione latina, dove è registrata pure la scoperta del modo dievitare il fato sidereo, attribuita sempre agli abitanti della città del Sole, da doversi riferire al libro da lui compostoDe fato siderali vitando; ed in pari tempo è registrata la proibizione dell'Astrologia da parte del Papa, ciò che prima egli non reputava ben fatto e poi si credè in obbligo di accettare e difendere col suo opuscoloAn Bullae Sixti V.iet Urbani VIII.icontra judiciarios calumniam in aliquo patiantur. Per le quali ultime circostanze abbiamo detto che la 2aedizione del libro dovè essere preparata dopo il 1629; giacchè dalSyntagmasappiamo con certezza che il libroDe fato sideralietc. fu scritto nel S. Ufficio di Roma dopo la liberazione dal lunghissimo carcere di Napoli, vale a dire tra il 1626 e il 1629. Non è arrischiato l'ammettere che le modificazioni successive introdotte dall'autore nel modo di esprimere le sue opinioni circa Gesù, e circa i premii e le pene e l'eternità di esse, rappresentino pure e semplici attenuazionipro bono pacis: e merita di essere considerata la sua persistenza in altrettali opinioni fino agli ultimi anni della sua vita, benchè abbia contemporaneamente abbondato nella composizione di libri di assolute credenze Cristiane Cattoliche.[361]Ved. Poesie, ed. D'Ancona, p. 95.[362]Ved. Doc. 395, pag. 457.[363]Ved. Doc. 425, pag. 531.[364]Ved. Doc. 395, alla pag. 464.[365]Ved. Doc. 131, pag. 75.[366]Ved. Doc. 193, pag. 97.[367]Ved. Doc. 234 e 236, pag. 122 e 124.[368]Ved. Doc. 426, pag. 531-32.[369]Questo documento è rappresentato da un foglietto di pergamena, su cui a grossi caratteri si trovano segnati i nomi di tutti coloro le cui cause doveano spedirsi, frati ed anche secolari; ed è notevole che solamente a lato del nome di fra Dionisio si legge «aufugit», mentre a lato del nome del Bitonto non si legge nulla di simile. Tale foglietto stava insieme con le bozze e copie de' Riassunti degl'indizii presso il Vescovo di Caserta, e lo si dovè scrivere subito dopo la notizia della fuga di fra Dionisio, contemporaneamente all'ordine di cui si parla nel testo, forse nel determinarsi a rompere ogni altro indugio, fare le copie de' Riassunti ed inviarle sollecitamente a Roma; sicchè fino ad un certo punto esso confermerebbe il ritardo avvenuto nell'invio delle copie de' Riassunti oltre il 16 ottobre, e la non avvenuta copia del Riassunto contro fra Dionisio.[370]Ved. Doc. 134, pag. 75.[371]Giustifichiamo le proposizioni emesse nel testo. 1.o«Se l'heretico pendente la sua causa diverra pazzo o furioso... bisognerà tenerlo ben custodito nè condannarlo fino à tanto che egli ò risani ò muoia nel furore: perchè risanandosi potria per avventura rihaversi, e convertito, ritornare al grembo di S.taChiesa»; Masini, Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 381. art. 99.—2.o«Il rilasso legitimamente convinto dee, ò confessando, ò nò, rilasciarsi al braccio secolare»; Id. pag. 331. art. 93.—«Quantumcumque poeniteat, nihilominus relapsus est tradendus Curiae saeculari, ultimo supplicio feriendus»; Eymerici Directorium Inquisitorum, Romae 1578. p. 331.—3.oe 4.o«... à gli heretici pentiti, oltre alla publica abiuratione s'impone anco la pena di carcere perpetuo, perchè altrimenti, non potendo i Sacri Canoni con pena di morte castigar alcuno, non ci sarebbe pena alla gravità del delitto confacevole»; Masini, pag. 325. art. 76.—«Carcer perpetuus est poena haeretici reversi»; Locatus, Opus Judiciale Inquisitorum, Romae 1570. pag. 269.—Prescrizione del Concilio Tolosano: «Haeretici autem qui timore mortis vel alia quacumque causa, dummodo non sponte redierint ad catholicam unitatem, ad agendam poenitentiam per Episcopum loci in muro cum tali includantur cautela, quod facultatem non habeant alios corrumpendi»; Pegna, Scholia in Eymerici Directorio, Schol. LXV. lib. 3. pag. 185.—Rescritto di Urbano IV: «Clericus, qui est perpetuo immurandus, prius debet a suis ordinibus degradari»; Id. ibid.—«Cum illis qui vel in perpetuum carcerem vel in perpetuum ad triremes condemnantur dispensari soleat, ideo non solent condemnandi ad has poenas actualiter degradari sed solum verbaliter»; Id. ibid.—5.o«Poena perpetui carceris post lapsum triennii remitti solet»; Simancae Jacob. Enchiridion Judicum violatae religionis, Venet. 1578.—«Quaesitum scio, post quantum tempus solent in carcere perpetuo dispensari..; post lapsum triennii remitti solere scripsit Simancas. Quod si poena carceris irremissibilis fuerit imposita, elapso octavo anno solet relaxari»; Pegna, op. cit. p. 224.—Aggiungiamo a chiarimento dell'immurazione: «Eadem prorsus poena immurationis et carceris perpetui»; Pegna, op. cit. Schol. LXV. lib. 3. pag. 184.—«In aliquibus partibus.... Inquisitores habent in suis domibus carceres, quos vocant muros, quia domunculae illae adhaerent muro loci, qui est Episcopo et Inquisitori communis»; Locatus, op. cit. p. 39.[372]Ved. Doc. 137, pag. 77.[373]Ved. Doc. 427, pag. 532.[374]Ved. la nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2o, fol. 124.[375]Ved. Doc. 428 e 429, pag. 533 e 535.[376]Ved. Doc. 430, pag. 537.[377]Ved. Doc. 431, pag. 540.[378]Ved. Doc. 432, pag. 543.[379]Ved. Doc. 433, pag. 544.[380]Ved. Doc. 434, pag. 546.[381]Ved. Doc. 420, pag. 526.[382]Ved. la così dettaCollectio Salernitana, vol. 171, fasc. 1.ofol.o166 t.o: «Ego Scipio Marullus Stilensis» etc.[383]Ved. Doc. 219, 220 e 221, pag. 116 e 117. Vi sarebbe anche un altro Documento, per brevità omesso, una lettera Vicereale che prescrive l'invio della persona stessa del Baldaia nelle carceri della Vicaria in Napoli, sempre per l'omicidio suddetto, senza alcun ricordo de' fatti della congiura. Ved. Reg.Curiae, vol. 55, an. 1603-1604, fol. 163 t.o.[384]Ved. Doc. 222 e 223, pag. 117.[385]Ved. Doc. 224, pag. 118.[386]Ved. Doc. 225 e 226, pag. 118 e 119.[387]Intorno a' Grassi sarà bene conoscere ancora i documenti di data anteriore che abbiamo trovati nel Grande Archivio: 1.oRegistriCuriaevol. 46, an. 1599-1601, fol. 40, t.o«All'Audientia di Calabria ultra... Semo informati come Paulo, Pompeo et Scipione Grassi del Casale de Gionadi destritto di Melito hanno commesso molti delitti, per il che fu mandato Commissario dal nostro predecessore, et se le verificorno molti homicidii et furno reputati contumaci per la Vicaria, et dall'hora in poi sempre hanno (sic) armati in cometiva di dodici et più banniti commettendo delitti, et particolarmente li dì passati introrno in lo casale de S.toConstantino et scassorno la casa de una vidua nomine Gratia, et pigliatole due sue figlie l'una zita, et l'altra vidua, et, violentemente conosciutole et stupratole, al che volendo noi provedere come conviene...» (segue l'ordine di catturarli, prendere l'informazione sul fatto e darne avviso) 27 giugno 1600.—2.oId. vol. 55, an. 1603-1604, fol. 195. «All'Aud. di Calabria ultra... Con questa v'inviamo l'alligate copie d'informationi contro Paulo Pompeo et Scipione grasso sopra il particolare della causa delle scoppettate tirate a francesco aquaro et sua cometiva, et vi dicimo et ordinamo che nella causa predetta debbiate procedere à quanto sarà de justitia che tal'è nostra voluntà. Dat. neap. die xo7bris 1604».—Al 1606 parrebbe che Pompeo fosse stato già ucciso.==Relativamente a' Baroni di Reggio, essi erano parecchi e si distinguevano da' Baroni di Tropea e da' Baroni di Annoya, egualmente fuorusciti ed anche più numerosi; intorno a loro abbiamo i seguenti documenti, contemporanei e successivi alla data de' processi: 1.oReg.Curiaevol. 46, an. 1599-1601, fol. 30. «All'Aud. di Calabria ultra... Dal Capitaneo della città de riggio ci viene scritto che havendo havuto notitia, che alcune persone di quella si erano disfidati et che la città stava in... (sic) andò in persequtione di quelli et carcerò li capi de le due partite che si erano disfidati nomine francesco pesello et domitio barone, per la quale carceratione se quietò il rumore, et forno excarcerati. dopoi li sopraditti francesco et domitio giontamente con innocentio candeloro della medesima città, per causa che il caporale di detta Corte li havea carcerati, in presentia di detto Capitaneo assaltorno detto caporale et con scoppette et spade l'ammaczorno, et fattesi per esso alcune diligentie non ha possuto averli nelle mani stando in paliczi..» (segue il fatto di un altro caporale ammazzato per la stessa ragione, avendo carcerato Paolo Melissari «contumace et uno delli predetti che si disfidorno», e quindi l'ordine di catturare i delinquenti). Ultimo di 10bre 1599.—2.oId. vol. 54, an. 1603, fol. 15. «A D. Garzía de Toledo (governatore di Calabria ultra)... Per la vostra delli 7 del presente havemo visto quel' che vi veneva havisato da riggio, che Paulo et Gio. Domenico barone fratelli haveano ammazzato Pietro Gueria per causa di una lite civile che tenevano fra loro, quali si sono andati à salvare dentro una Ecclesia di detta città, et havendoli posto le guardie attorno, il Rev.doin Christo P.eArcivescovo non li ha voluto permettere se non per quaranta passi attorno detta Ecclesia dentro la quale si stanno detti delinquenti senza nessuno timore, supplicandoci ve si ordinasse quel' che doverete exequire. Al' che respondendo ve dicimo et ordinamo, che si l'homicidio predetto è stato commesso appensatamente, poi che non deve godere dell'immunità dell'Ecclesia debbiati procurare d'haverli nelle mani in ogni meglior modo avvisandoci di quel' che exequireti acciò ne si possi ordinare quel' che convenerà per castigo di detti delinquenti. Dat. neapoli die ultima mens. februar. 1603.»==Da ultimo relativamente a Carlo Bravo, costui scorreva la campagna già prima del 1599 con un suo fratello Fabrizio, e poi, rimasto solo, fu preso nel 1603, ma per delitti comuni, secondochè risulta dai seguenti documenti: 1.oReg.Curiaevol. 45, an. 1596-1601, fol. 47 t.o«Commissione in persona del magnif.ou. j. d. Julio Cesare malatesta quale si conferisce nella terra di filogasi a pigliare informatione... A noi è stato presentato memoriale del tenor sequente videlicet: Ill.moet excell.moSig.rela povera gratia teti d'anni undici della terra de filogasi della prov. di Calabria ultra fa intendere a V. E. come li mesi passati da fabritio et carlo bravi et ferrante pisano di monte santo fu proditoriamente ammazzato Vincenzo teti patre d'essa supplicante ad instantia di Minico di tini della terra di filogasi per antiquo odio che detto Minico portava ad esso Vincenzo suo patre mediante una certa quantità di denari data a' detti tre assassini, quali fatto detto assassinio perchè poco distante veddero una certa donna nominata antonia quale haveria possuto vedere commettere detto assassinio l'ammazzorno, et dubitando detto minico di tini mandante che tale sceleragine non si scopresse fè dare subito tutore dal Capitaneo d'essa terra, come potente in quella et essendo persona facultosa, ad essa supplicante Masiello di nofrio con il quale proprio haveva trattato di farsi fare subito la remissione per potersi transigere con la corte baronale...» (segue la Commissione ad istanza del R.ofisco e con la proeminenza della Vicaria). Ult.odi ottobre 1597.—2.oId. vol. 55, an. 1603-1604, fol. 80. «Al Marchese de layno... Per la vostra delli 15 del passato havemo inteso come havete incominciato a procedere nella causa contra Carlo bravo conforme l'ordine nostro non obstante la remessione che dimandava il Prencipe de melito et Duca di Nocera, et como che tal remessione l'ha dimandata quessa città di Catanzaro, et per non farsene mentione nel predetto nostro ordine ci supplicate di posser procedervi non obstante detta remessione si dimanda per questa città con lo de piu che in cio andate significando. Alla quale respondendo ve dicimo che cossì si intende lo predetto nostro precalendato ordine ancorche non ci sia particulare expressione...» (segue la raccomandazione che si spedisca con sollecitudine, vedendo che «in questo negotio se ci procede con molta flemma») 19 decembr. 1603.—3.oId. ibid. fol. 175. «All'Audientia di Calabria ultra... Havemo visto la relacione che di ordine nostro ci havete fatta delli delitti che si ritrova inquisito Carlo bravo, per lo che considerato la gravità et moltiplicità delli delitti che hà commessi ve rispondemo et ordinamo che ci debbiate procedere all'espedicione della sua causa conforme à giustitia senza perdere un momento di tempo, et prima de publicare la sententia ci debbiate donare particolare aviso del voto che seranno quessi magn.ciAuditori in tal causa et cossì l'essequirete che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die 28 mens. julii 1604».—4.oId. vol. 64, an. 1605-1608, fol. 21. «All'Aud. di Calabria ultra... Per una nostra de li 18 del passato havemo visto per che voto è quessa Reg.aAudientia di condennare à Carlo bravo carcerato in quesse carceri per l'inquisitione di suoi delitti, mà non haveti voluto publicare la sententia per exequtione del ordine che da noi teneti, et ci supplicati siamo serviti darvi ordine di quel tanto in ciò haveti da exequire, alla quale rispondendo vi dicimo et ordinamo che nella causa di detto Carlo bravo debbiate procedere à quanto vi parirà che convenga de justitia che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die ult.amensis martii 1605».
[301]Notiamo di passaggio che questo Michele Cervellone, propriamente messinese, fu poi uno de' 4 principali imputati nella così detta 2acongiura del Campanella, che finì col supplizio di fra Tommaso Pignatelli il 1634.
[301]Notiamo di passaggio che questo Michele Cervellone, propriamente messinese, fu poi uno de' 4 principali imputati nella così detta 2acongiura del Campanella, che finì col supplizio di fra Tommaso Pignatelli il 1634.
[302]Ved. la nostra Copia ms. de' proces. ecclesiast. tom. 2o, fol. 215-1/2.
[302]Ved. la nostra Copia ms. de' proces. ecclesiast. tom. 2o, fol. 215-1/2.
[303]Il decreto leggesi nel Carteggio del Nunzio, Filz. 216. Esso è stampato, e fu così trasmesso al Nunzio per farlo conoscere a tutti, con lett. del 18 10bre 1602; bensì la sua data è anteriore, e rimonta al 1601. Le ragioni del decreto sono espresse ne' considerandi: «Ut causae et negocia quovismodo spectantia ad Sanctam Inquisitionem cognoscantur et expediantur omni qua docet integritate, amotis quibusvis sordibus ac pecuniariis solutionibus» etc. Vero è che la Camera Apostolica non dava mai nulla e non compensava neanche il Ministro Generale della S.taInquisizione; si attesta infatti in una lettera a proposito della morte di Mons. Carlo Baldino predecessore del Vescovo di Caserta, che egli avea «servito 30 anni all'officio dell'Inquisitione senza mercede» (Lett. di Roma del 10 aprile 1598, Filz. 211). In che modo dunque dovea provvedersi alle spese? Ne' tribunali Diocesani vi provvedeva il Vescovo con l'entrate del Vescovado, e infatti in un'altra lettera, scritta a tempo della vacanza della Chiesa Napoletana per la morte del Card.lGesualdo, si ordina al Nunzio, amministratore temporaneo, che faccia pagare dall'entrate dell'Arcivescovado «le spese del vitto et altre necessarie occorrenti per li carcerati del S.tooffitio et speditioni delle loro cause» (Lett. di Roma del 23 maggio 1603, Filz. 218): ma nel tribunale del Ministro Generale dell'Inquisizione potevano sopperire alle spese unicamente le confische delle cauzioni degli «abilitati»; ad ogni modo non avrebbero mai dovuto sopperirvi l'elemosine raccolte in sollievo de' poveri carcerati.
[303]Il decreto leggesi nel Carteggio del Nunzio, Filz. 216. Esso è stampato, e fu così trasmesso al Nunzio per farlo conoscere a tutti, con lett. del 18 10bre 1602; bensì la sua data è anteriore, e rimonta al 1601. Le ragioni del decreto sono espresse ne' considerandi: «Ut causae et negocia quovismodo spectantia ad Sanctam Inquisitionem cognoscantur et expediantur omni qua docet integritate, amotis quibusvis sordibus ac pecuniariis solutionibus» etc. Vero è che la Camera Apostolica non dava mai nulla e non compensava neanche il Ministro Generale della S.taInquisizione; si attesta infatti in una lettera a proposito della morte di Mons. Carlo Baldino predecessore del Vescovo di Caserta, che egli avea «servito 30 anni all'officio dell'Inquisitione senza mercede» (Lett. di Roma del 10 aprile 1598, Filz. 211). In che modo dunque dovea provvedersi alle spese? Ne' tribunali Diocesani vi provvedeva il Vescovo con l'entrate del Vescovado, e infatti in un'altra lettera, scritta a tempo della vacanza della Chiesa Napoletana per la morte del Card.lGesualdo, si ordina al Nunzio, amministratore temporaneo, che faccia pagare dall'entrate dell'Arcivescovado «le spese del vitto et altre necessarie occorrenti per li carcerati del S.tooffitio et speditioni delle loro cause» (Lett. di Roma del 23 maggio 1603, Filz. 218): ma nel tribunale del Ministro Generale dell'Inquisizione potevano sopperire alle spese unicamente le confische delle cauzioni degli «abilitati»; ad ogni modo non avrebbero mai dovuto sopperirvi l'elemosine raccolte in sollievo de' poveri carcerati.
[304]Ved. Doc. 412, pag. 513.
[304]Ved. Doc. 412, pag. 513.
[305]Ved. Doc. cit.
[305]Ved. Doc. cit.
[306]Le scritture della Cappellania maggiore, dalle quali abbiamo desunto i particolari suddetti, sono rappresentate da'Processi della Cappellania maggiore, che avemmo a studiare nel far le ricerche sul chirurgo Scipione Camardella.
[306]Le scritture della Cappellania maggiore, dalle quali abbiamo desunto i particolari suddetti, sono rappresentate da'Processi della Cappellania maggiore, che avemmo a studiare nel far le ricerche sul chirurgo Scipione Camardella.
[307]Ved. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Nap. 1654-71, vol. 2o, part. 3a, pag. 349.—Carteggio del Nunzio, Lett. di Roma 30 nov. 1601, 23 feb. 1602, 24 genn. 1603; e Lett. di Napoli 14 10bre 1601, 25 gen. 1602, 21 marzo 1603, 24 marzo 1605.
[307]Ved. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Nap. 1654-71, vol. 2o, part. 3a, pag. 349.—Carteggio del Nunzio, Lett. di Roma 30 nov. 1601, 23 feb. 1602, 24 genn. 1603; e Lett. di Napoli 14 10bre 1601, 25 gen. 1602, 21 marzo 1603, 24 marzo 1605.
[308]Ved. Reg.Sigillorumvol. 38 (an. 1601) sotto la data 24 di maggio.
[308]Ved. Reg.Sigillorumvol. 38 (an. 1601) sotto la data 24 di maggio.
[309]Ved. Reg.Curiaevol. 52 (an. 1601-1603) fol. 17, ove leggesi il seguente memoriale: «Gio. Francesco de Apuczo expone a V. Ecc.tiacome sono octo mesi e più che se ritrova carcerato senza haver' fatto male sotto pretesto fosse consapevole dela morte del q.mnotar' Gio. Carlo d'Apuczo suo padre per il che fu delegato per la felicis.mamemoria dell'Ecc.tiadel Conte di lemos in detta causa il giudice Gio. Andrea Auletta, il quale come delegato procedè in detta causa et hà tormentato atrocissimamente esso supplicante mediante il quale (sic) è ridotto in tanta poca salute che si ritrova in pericolo di morte senza posser' ricorrere à persona alcuna che lo proveda per non haver' giodice...» etc. (supplica che gli si faccia giustizia, e S. E. all'ultimo di ottobre 1601 delega per la causa il giudice Tirone).
[309]Ved. Reg.Curiaevol. 52 (an. 1601-1603) fol. 17, ove leggesi il seguente memoriale: «Gio. Francesco de Apuczo expone a V. Ecc.tiacome sono octo mesi e più che se ritrova carcerato senza haver' fatto male sotto pretesto fosse consapevole dela morte del q.mnotar' Gio. Carlo d'Apuczo suo padre per il che fu delegato per la felicis.mamemoria dell'Ecc.tiadel Conte di lemos in detta causa il giudice Gio. Andrea Auletta, il quale come delegato procedè in detta causa et hà tormentato atrocissimamente esso supplicante mediante il quale (sic) è ridotto in tanta poca salute che si ritrova in pericolo di morte senza posser' ricorrere à persona alcuna che lo proveda per non haver' giodice...» etc. (supplica che gli si faccia giustizia, e S. E. all'ultimo di ottobre 1601 delega per la causa il giudice Tirone).
[310]Ved. Doc. 413, pag. 514.
[310]Ved. Doc. 413, pag. 514.
[311]Ved. Doc. 414, pag. 518.
[311]Ved. Doc. 414, pag. 518.
[312]Ved. Doc. 416, pag. 520.
[312]Ved. Doc. 416, pag. 520.
[313]Ved. Doc. cit.
[313]Ved. Doc. cit.
[314]Ved. Doc. 127, pag. 73.
[314]Ved. Doc. 127, pag. 73.
[315]Ved. Doc. 128, pag. 74.
[315]Ved. Doc. 128, pag. 74.
[316]Da una lettera del Campanella del 10 agosto 1624 a Cassiano del Pozzo, lettera pubblicata dal Baldacchini, apparisce che il Campanella riteneva essere stata laMonarchiatradotta anche in ispagnuolo e che questo accresceva le sue speranze di liberazione: per lo meno se fu tradotta in ispagnuolo, non fu stampata in questa lingua, avendola noi invano cercata nella Bibl. naz. di Madrid e in quella dell'Escuriale. Il Bosoldo poi ebbe cura di tradurla o farla tradurre in tedesco, perchè la politica era uno de' suoi studii prediletti, ma non si comprende perchè non l'avrebbe pubblicata in latino, se fosse stata già tradotta in latino, e questo ci dà motivo di sospettare che le affermazioni delSyntagmasopra citate possano essere inesatte. Quanto alla pubblicazione in italiano, essa fu condotta sulla copia scorrettissima esistente in Firenze, e il D'Ancona dovè lavorarvi assai e se la cavò con molto suo onore; ma ci sia lecito ripetere il voto, che laddove abbia a rifarsene l'edizione si tengano presenti le copie napoletane che si prestano tanto bene a' confronti.
[316]Da una lettera del Campanella del 10 agosto 1624 a Cassiano del Pozzo, lettera pubblicata dal Baldacchini, apparisce che il Campanella riteneva essere stata laMonarchiatradotta anche in ispagnuolo e che questo accresceva le sue speranze di liberazione: per lo meno se fu tradotta in ispagnuolo, non fu stampata in questa lingua, avendola noi invano cercata nella Bibl. naz. di Madrid e in quella dell'Escuriale. Il Bosoldo poi ebbe cura di tradurla o farla tradurre in tedesco, perchè la politica era uno de' suoi studii prediletti, ma non si comprende perchè non l'avrebbe pubblicata in latino, se fosse stata già tradotta in latino, e questo ci dà motivo di sospettare che le affermazioni delSyntagmasopra citate possano essere inesatte. Quanto alla pubblicazione in italiano, essa fu condotta sulla copia scorrettissima esistente in Firenze, e il D'Ancona dovè lavorarvi assai e se la cavò con molto suo onore; ma ci sia lecito ripetere il voto, che laddove abbia a rifarsene l'edizione si tengano presenti le copie napoletane che si prestano tanto bene a' confronti.
[317]Ved. Doc. 524, pag. 604.
[317]Ved. Doc. 524, pag. 604.
[318]Ved. Doc. 497 e 498, pag. 572 e 573.
[318]Ved. Doc. 497 e 498, pag. 572 e 573.
[319]Ved. Doc. 494, pag. 571.
[319]Ved. Doc. 494, pag. 571.
[320]Ved. Doc. 488, pag. 569.
[320]Ved. Doc. 488, pag. 569.
[321]Ved. Doc. 504, 512, 515, 513, 517, pag. 575, 579, 580, 581.
[321]Ved. Doc. 504, 512, 515, 513, 517, pag. 575, 579, 580, 581.
[322]Nella lett. al Card.lFarnese si legge: «un volume di sonetti e canzoni a varie repubbliche regni et amici e salmodie...» etc. Nel Memoriale al Papa, pubblicato dal Baldacchini e riprodotto dal D'Ancona, si legge: «un volume di varie rime e Salmodie... morali e politiche».
[322]Nella lett. al Card.lFarnese si legge: «un volume di sonetti e canzoni a varie repubbliche regni et amici e salmodie...» etc. Nel Memoriale al Papa, pubblicato dal Baldacchini e riprodotto dal D'Ancona, si legge: «un volume di varie rime e Salmodie... morali e politiche».
[323]Ved. Doc. 502, pag. 574.
[323]Ved. Doc. 502, pag. 574.
[324]Ved. Doc. 507, 505, 506, 509, 510, 508; pag. 576-577.
[324]Ved. Doc. 507, 505, 506, 509, 510, 508; pag. 576-577.
[325]Ved. Doc. 495, pag. 571; e 511, pag. 579.
[325]Ved. Doc. 495, pag. 571; e 511, pag. 579.
[326]Ved. Doc. 462, pag. 559; e 491, pag. 570.
[326]Ved. Doc. 462, pag. 559; e 491, pag. 570.
[327]Ved. Doc. 492, pag. 570.
[327]Ved. Doc. 492, pag. 570.
[328]Ved. Doc. 499, pag. 573.
[328]Ved. Doc. 499, pag. 573.
[329]Ved. Doc. 463, pag. 559.
[329]Ved. Doc. 463, pag. 559.
[330]Ved. leCedole di Tesoreriavol. 427, an. 1596, pagamento in data 30 giugno di D.i150 per soldo de anno uno; e leCarte diverse del Governo dei Vicerè, fasc. 2o, an. 1610, dimanda in data 10 luglio, con la quale D. Troiano chiede licenza di poter rimanere un anno fuori Napoli.
[330]Ved. leCedole di Tesoreriavol. 427, an. 1596, pagamento in data 30 giugno di D.i150 per soldo de anno uno; e leCarte diverse del Governo dei Vicerè, fasc. 2o, an. 1610, dimanda in data 10 luglio, con la quale D. Troiano chiede licenza di poter rimanere un anno fuori Napoli.
[331]Ved. Doc. 467, 468, 477; pag. 560, 561, 564.
[331]Ved. Doc. 467, 468, 477; pag. 560, 561, 564.
[332]Ved. i RegistriPrivilegiorumvol. 104, an. 1593-95, fol. 84. Sospettiamo che la madre di D.aIppolita non sia stata Porzia Pignatelli moglie di D. Garzia, giacchè in questo documento, oltre l'assegno in moneta fattole dal padre, si ricorda anche questa promessa da lui avuta, «vita durante della madre di d.taD. Ipolita consignarli ogni anno mensatim tomola ventiquattro di grano».
[332]Ved. i RegistriPrivilegiorumvol. 104, an. 1593-95, fol. 84. Sospettiamo che la madre di D.aIppolita non sia stata Porzia Pignatelli moglie di D. Garzia, giacchè in questo documento, oltre l'assegno in moneta fattole dal padre, si ricorda anche questa promessa da lui avuta, «vita durante della madre di d.taD. Ipolita consignarli ogni anno mensatim tomola ventiquattro di grano».
[333]Ved. Sarrubbo, Trattato della famiglia Cavaniglia, Nap. 1637, e De Lellis, Famiglie nobili di Napoli, ms. della Bibl. naz. nap. X, A, 3. fol. 263, e X, A, 8, fol. 175-193.—Negli stessi Reg.iPrivilegiorumvol. 86, an. 1587-88, fol. 96, trovasi la donazione della parte legittima de' suoi beni fatta da Cornelia Cavaniglia nel vestirsi monaca, e in essa si citano la madre Porzia Pignatelli e i fratelli Troiano, Scipione, Fabrizio e Mario. Ne' libri parrocchiali della Chiesa di Castel nuovo è citato più volte Fabio Magnati fino al 1585, e Troiano Magnati due volte, nel 1596 e 1598; D.aIppolita Cavaniglia poi è citata un grandissimo numero di volte, specialmente come madrina, anche in compagnia di D.aAnna e di D.aMaria de Mendozza, talora in compagnia del Principe di Bisignano quando costui era carcerato; e da ultimo l'elenco de' morti reca, «A dì 29 de xbre 1615 morì D.aPolita Cavaniglia, sepolta nel ihs vecchio» (intend.nella Chiesa del Gesù vecchio).
[333]Ved. Sarrubbo, Trattato della famiglia Cavaniglia, Nap. 1637, e De Lellis, Famiglie nobili di Napoli, ms. della Bibl. naz. nap. X, A, 3. fol. 263, e X, A, 8, fol. 175-193.—Negli stessi Reg.iPrivilegiorumvol. 86, an. 1587-88, fol. 96, trovasi la donazione della parte legittima de' suoi beni fatta da Cornelia Cavaniglia nel vestirsi monaca, e in essa si citano la madre Porzia Pignatelli e i fratelli Troiano, Scipione, Fabrizio e Mario. Ne' libri parrocchiali della Chiesa di Castel nuovo è citato più volte Fabio Magnati fino al 1585, e Troiano Magnati due volte, nel 1596 e 1598; D.aIppolita Cavaniglia poi è citata un grandissimo numero di volte, specialmente come madrina, anche in compagnia di D.aAnna e di D.aMaria de Mendozza, talora in compagnia del Principe di Bisignano quando costui era carcerato; e da ultimo l'elenco de' morti reca, «A dì 29 de xbre 1615 morì D.aPolita Cavaniglia, sepolta nel ihs vecchio» (intend.nella Chiesa del Gesù vecchio).
[334]Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634, pag. 774.
[334]Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634, pag. 774.
[335]Ved. Doc. 469, pag. 561.
[335]Ved. Doc. 469, pag. 561.
[336]Ved. Doc. 465, pag. 560.
[336]Ved. Doc. 465, pag. 560.
[337]D.aAnna de Mendozza, figlia di D. Diego e D.aClaudia de Caro fu sposa a D. Ferrante de Bernaudo (ved. Reg.iSigillorum18 7bre 1595) e ne ebbe varii figli, Claudia, Francesco, Diego, Beatrice (ved. i libri parrocchiali per gli an. 1595-98-99 etc.); era dunque figlia e non moglie al Bernaudo, che fu poi creato Duca, la Claudia di cui parla il De Lellis (Discorsi delle famiglie nobili etc. Nap. 1564 vol. 1opag. 399). Aggiungiamo che vi fu una Claudia Antonia de Mendozza, ultima figlia di D.aIsabella Marchesa della Valle e quindi nipote di D. Alonso il Castellano, la quale nel 30 8bre 1614 sposò Alessandro Ridolfi di famiglia fiorentina, generale del Papa, Ambasciatore straordinario di Mattia Re d'Ungheria al Re di Spagna, divenuto in Napoli Consigliere del Collaterale, pensionato con D.ti1000, ed anche Marchese di Baselice: costui parecchi anni più tardi fu in relazione col Campanella, il quale parlò appunto di lui in una Lettera al Papa del 9 aprile 1635, che è tra quelle pubblicate dal Berti, quando disse che co' fratelli Ludovico ed Ottavio (Ridolfi) stava «in Castel di Napoli dove era accasato il Marchese et io carcerato».
[337]D.aAnna de Mendozza, figlia di D. Diego e D.aClaudia de Caro fu sposa a D. Ferrante de Bernaudo (ved. Reg.iSigillorum18 7bre 1595) e ne ebbe varii figli, Claudia, Francesco, Diego, Beatrice (ved. i libri parrocchiali per gli an. 1595-98-99 etc.); era dunque figlia e non moglie al Bernaudo, che fu poi creato Duca, la Claudia di cui parla il De Lellis (Discorsi delle famiglie nobili etc. Nap. 1564 vol. 1opag. 399). Aggiungiamo che vi fu una Claudia Antonia de Mendozza, ultima figlia di D.aIsabella Marchesa della Valle e quindi nipote di D. Alonso il Castellano, la quale nel 30 8bre 1614 sposò Alessandro Ridolfi di famiglia fiorentina, generale del Papa, Ambasciatore straordinario di Mattia Re d'Ungheria al Re di Spagna, divenuto in Napoli Consigliere del Collaterale, pensionato con D.ti1000, ed anche Marchese di Baselice: costui parecchi anni più tardi fu in relazione col Campanella, il quale parlò appunto di lui in una Lettera al Papa del 9 aprile 1635, che è tra quelle pubblicate dal Berti, quando disse che co' fratelli Ludovico ed Ottavio (Ridolfi) stava «in Castel di Napoli dove era accasato il Marchese et io carcerato».
[338]Ved. Doc. 466, pag. 560.
[338]Ved. Doc. 466, pag. 560.
[339]Ved. Doc. 473, pag. 562.
[339]Ved. Doc. 473, pag. 562.
[340]Ved. in Allacci Drammaturgia, Venez. 1775, pag. 522 e 779. Le Commedie sarebbero: «La memoria di Dario e Grisante» e «I trastulli d'Amore» Viterbo 1647.
[340]Ved. in Allacci Drammaturgia, Venez. 1775, pag. 522 e 779. Le Commedie sarebbero: «La memoria di Dario e Grisante» e «I trastulli d'Amore» Viterbo 1647.
[341]Ved. Doc. 470, pag. 561; e 478 pag. 564.
[341]Ved. Doc. 470, pag. 561; e 478 pag. 564.
[342]Ved. Doc. 471, pag. 562; 472, ib.; e 474, pag. 563.
[342]Ved. Doc. 471, pag. 562; 472, ib.; e 474, pag. 563.
[343]Ved. Doc. 475, pag. 563.
[343]Ved. Doc. 475, pag. 563.
[344]Ved. Doc. 479, pag. 564.
[344]Ved. Doc. 479, pag. 564.
[345]Ved. Doc. 476, pag. 563. Pel Campanella la filoprogenitura è una ingannevole tendenza naturale ad eternarsi o immortalarsi, come si può rilevare anche da un brano della lettera al Flugio, che fu da noi pubblicata; da ciò emerge chiaro quale sia il fonte consecrato all'appetito dell'immortalità.
[345]Ved. Doc. 476, pag. 563. Pel Campanella la filoprogenitura è una ingannevole tendenza naturale ad eternarsi o immortalarsi, come si può rilevare anche da un brano della lettera al Flugio, che fu da noi pubblicata; da ciò emerge chiaro quale sia il fonte consecrato all'appetito dell'immortalità.
[346]Ved. Doc. 484, pag. 568.
[346]Ved. Doc. 484, pag. 568.
[347]Ved. Doc. 483, pag. 567: 482, ib.; 480, pag. 564; 481, pag. 566.
[347]Ved. Doc. 483, pag. 567: 482, ib.; 480, pag. 564; 481, pag. 566.
[348]Pel Sonetto ved. Doc. 501, pag. 574. I Reg.iPartium, volume 1420, an. 1597-1599, fol. 133, nell'elenco de' possessori di rendite pagabili sull'arrendamento del vino recano, «Sore Elionora Barisana D.i14»; i libri parrocchiali del Castel nuovo, nell'elenco de' morti, fol. 93, recano, «A di ij de marzo 1620 morì Sore Dianora Barisana de Barletta sepolta a Monte Calvario». Si sa che la Dianora del dialetto vuol dire Eleonora.
[348]Pel Sonetto ved. Doc. 501, pag. 574. I Reg.iPartium, volume 1420, an. 1597-1599, fol. 133, nell'elenco de' possessori di rendite pagabili sull'arrendamento del vino recano, «Sore Elionora Barisana D.i14»; i libri parrocchiali del Castel nuovo, nell'elenco de' morti, fol. 93, recano, «A di ij de marzo 1620 morì Sore Dianora Barisana de Barletta sepolta a Monte Calvario». Si sa che la Dianora del dialetto vuol dire Eleonora.
[349]Ved. Doc. 516, pag. 581.
[349]Ved. Doc. 516, pag. 581.
[350]Ved. Doc. 485, pag. 568.
[350]Ved. Doc. 485, pag. 568.
[351]Ved. Doc. 486, ib.
[351]Ved. Doc. 486, ib.
[352]Ved. Doc. 460 e 461, pag. 558.
[352]Ved. Doc. 460 e 461, pag. 558.
[353]Nel 1ode' Libri parrocchiali si legge, «1583 12 marzo, se battezò Gioseph Horatio figlio de Ottavio Cesarano e de pulisena Camardella»; nel 3opoi l'elenco de' morti reca, «a dì 16 de marzo 1603 morse petrillo Cesarano».
[353]Nel 1ode' Libri parrocchiali si legge, «1583 12 marzo, se battezò Gioseph Horatio figlio de Ottavio Cesarano e de pulisena Camardella»; nel 3opoi l'elenco de' morti reca, «a dì 16 de marzo 1603 morse petrillo Cesarano».
[354]Ved. Doc. 490, pag. 570.
[354]Ved. Doc. 490, pag. 570.
[355]Percorrendo infatti l'art. 3odelSyntagma, dove appunto si parla de' libri composti o ricomposti nel carcere, non è difficile scorgere che la cronologia in genere e in ispecie è stata addirittura negletta. Lasciamo da parte lePoesie, sulle quali ci siamo già spiegati nel trattarne fin da principio. Dopo le Poesie si parla degliAforismi politicietc., che siamo per vedere essere stati scritti non prima della 2ametà del 1601; poi dellaMonarchia di Spagna, che abbiamo veduta indubitatamente già ricomposta, se non composta, prima degli Aforismi; poi si parla de' 15Articoli profetali, che sicuramente furono scritti anche prima dellaMonarchia di Spagna. In sèguito si parla de' libriMedicinalie degliAstrologici, che non sono nominati ancora negli elenchi del 1606; e passando sopra a' libriAstronomicie alleQuistioni, osserviamo che dopo tutto ciò, con un notevole salto indietro, si legge, «poco di poi in Napoli scrissi unaMetafisica... e questa ricevè dalle mie mani Geronimo Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603»! In sèguito si passa a parlare de' libri diTeologia, delReminiscentur, delleOrazionialle 4 grandi nazioni con la data del 1617 e 1618, e quindi, come aggiunte a' libri anzidetti, si parla dellaMonarchia della Sapienza eternae delDritto del Re Cattolico sul nuovo mondo, libri che si trovano registrati tra quelli inviati allo Scioppio nella sua lettera del 1607! Tralasciamo laMetafisicascritta nel 1611 e laConsultazione sulle entrate del Regnoche vedremo scritta più anni prima, e notiamo che a questo punto, essendo stati già citati libri perfino con la data del 1618, si dice, «tutti i suddetti libri lo Scioppio da me ricevè nell'anno 1608, quando venne mandato da Paolo Vo... ed anche gli diedi l'Ateismo debellato»! Così mostrasi fuori ogni dubbio mal fondato tutto ciò che è stato detto in tale materia sempre con la scorta delSyntagma, il quale può servire pe' particolari della composizione, non per la data di essa, verosimilmente perchè fu redatto su note staccate. Aggiungiamo che negli elenchi annessi alle lettere del 1606 sopra menzionate si dà talvolta per compiuta qualche opera che ancora non l'era, p. es. i 18Articoli profetali(ultima composizione accresciuta), e si afferma anche essere le opere «tutte salve» ciò che per alcune non era vero, e basta citare l'opera «De rerum universitate», quella «De Philosophia Pithagoreorum», la «Tragedia della Regina di Scozia». Nella lettera allo Scioppio poi si citano le opere con l'ordine seguente: Monarchia di Spagna, Discorsi a' Principi, Dialogo contro i Luterani, Del senso delle cose, Pronostici astrologici, Compendio (epilogo) di Filosofia etc. etc.; e ben si vede che l'ordine cronologico non è serbato, e insomma unicamente con accurati confronti, e tenendo sott'occhio le opere stesse e tutto l'epistolario del Campanella dal momento in cui cominciò a scriver lettere stando in prigione, si può venire a capo di questo importantissimo lavoro.
[355]Percorrendo infatti l'art. 3odelSyntagma, dove appunto si parla de' libri composti o ricomposti nel carcere, non è difficile scorgere che la cronologia in genere e in ispecie è stata addirittura negletta. Lasciamo da parte lePoesie, sulle quali ci siamo già spiegati nel trattarne fin da principio. Dopo le Poesie si parla degliAforismi politicietc., che siamo per vedere essere stati scritti non prima della 2ametà del 1601; poi dellaMonarchia di Spagna, che abbiamo veduta indubitatamente già ricomposta, se non composta, prima degli Aforismi; poi si parla de' 15Articoli profetali, che sicuramente furono scritti anche prima dellaMonarchia di Spagna. In sèguito si parla de' libriMedicinalie degliAstrologici, che non sono nominati ancora negli elenchi del 1606; e passando sopra a' libriAstronomicie alleQuistioni, osserviamo che dopo tutto ciò, con un notevole salto indietro, si legge, «poco di poi in Napoli scrissi unaMetafisica... e questa ricevè dalle mie mani Geronimo Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603»! In sèguito si passa a parlare de' libri diTeologia, delReminiscentur, delleOrazionialle 4 grandi nazioni con la data del 1617 e 1618, e quindi, come aggiunte a' libri anzidetti, si parla dellaMonarchia della Sapienza eternae delDritto del Re Cattolico sul nuovo mondo, libri che si trovano registrati tra quelli inviati allo Scioppio nella sua lettera del 1607! Tralasciamo laMetafisicascritta nel 1611 e laConsultazione sulle entrate del Regnoche vedremo scritta più anni prima, e notiamo che a questo punto, essendo stati già citati libri perfino con la data del 1618, si dice, «tutti i suddetti libri lo Scioppio da me ricevè nell'anno 1608, quando venne mandato da Paolo Vo... ed anche gli diedi l'Ateismo debellato»! Così mostrasi fuori ogni dubbio mal fondato tutto ciò che è stato detto in tale materia sempre con la scorta delSyntagma, il quale può servire pe' particolari della composizione, non per la data di essa, verosimilmente perchè fu redatto su note staccate. Aggiungiamo che negli elenchi annessi alle lettere del 1606 sopra menzionate si dà talvolta per compiuta qualche opera che ancora non l'era, p. es. i 18Articoli profetali(ultima composizione accresciuta), e si afferma anche essere le opere «tutte salve» ciò che per alcune non era vero, e basta citare l'opera «De rerum universitate», quella «De Philosophia Pithagoreorum», la «Tragedia della Regina di Scozia». Nella lettera allo Scioppio poi si citano le opere con l'ordine seguente: Monarchia di Spagna, Discorsi a' Principi, Dialogo contro i Luterani, Del senso delle cose, Pronostici astrologici, Compendio (epilogo) di Filosofia etc. etc.; e ben si vede che l'ordine cronologico non è serbato, e insomma unicamente con accurati confronti, e tenendo sott'occhio le opere stesse e tutto l'epistolario del Campanella dal momento in cui cominciò a scriver lettere stando in prigione, si può venire a capo di questo importantissimo lavoro.
[356]Avremo altrove occasione di vedere che questa copia fu involata dalla Magliabechiana, e poi tornò nelle mani del Governo con altre scritture, per le quali ebbe posto nell'Archivio. Ma vogliamo dire che dal Magliabechi in qua si trova sempre citata col titolo diConcetti methodicietc., mentre veramente il suo titolo è150 Concetti methodicietc.
[356]Avremo altrove occasione di vedere che questa copia fu involata dalla Magliabechiana, e poi tornò nelle mani del Governo con altre scritture, per le quali ebbe posto nell'Archivio. Ma vogliamo dire che dal Magliabechi in qua si trova sempre citata col titolo diConcetti methodicietc., mentre veramente il suo titolo è150 Concetti methodicietc.
[357]Ved. Lett. inedite di T. Campanella e Catalogo de' suoi scritti, Roma 1878, pag. 74.
[357]Ved. Lett. inedite di T. Campanella e Catalogo de' suoi scritti, Roma 1878, pag. 74.
[358]Ved. la nota alle Poesie Filosofiche nell'ediz.eD'Ancona pag. 100.
[358]Ved. la nota alle Poesie Filosofiche nell'ediz.eD'Ancona pag. 100.
[359]Ved. Berti, Tommaso Campanella, Nuova Antologia, luglio 1878, p. 217.
[359]Ved. Berti, Tommaso Campanella, Nuova Antologia, luglio 1878, p. 217.
[360]La cosa è di un'importanza capitale per l'argomento che trattiamo, e ci si permetterà di riprodurre qui taluni confronti già notati nella 1.anostra pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc.) esprimenti certe differenze contemplabili, nella forma e nella sostanza, tra la composizione originaria del libro fatta nel 1602 e rappresentata da' codici napoletani, la versione latina fatta nel 1613 e pubblicata dall'Adami in Frankfort, la 2aedizione della versione latina preparata dopo il 1629 e pubblicata dall'autore in Parigi; quest'ultima veramente differisce dalla penultima quasi sempre per qualche aggiunzione, e volgarizzata a cura di un editore Luganese fu poi riprodotta dal D'Ancona, sicchè possiamo citare l'edizione D'Ancona nell'esporre i confronti, anche perchè essa è più diffusa e popolare.—Circa la forma, si direbbe che con la magniloquenza latina fosse apparso necessario magnificare perfino gl'interlocutori del dialogo, i quali nella composizione originaria del libro erano «Hospitalario, Genovese marinaro», col latino furono promossi ad «Hospitalarius magnus, et Nautarum Gubernator Genuensis hospes», e col volgarizzamento divennero «Il Gran Maestro degli Ospitalieri ed un Ammiraglio Genovese di lui ospite». Oltracciò il Capo Supremo della Repubblica, che dapprima era semplicemente O (con o senza un punto nel mezzo, cioè a dire ilSole, come si mantenne nell'esemplare latino dell'Adami) divenne in sèguitoHoh. Naturalmente anche la dicitura italiana primitiva, convertita in latino e poi ritornata italiana, si vede trasformata di molto. P. es.: (cod. nap.) «S'io havesse tenuto à mente e non havesse pressa e paura, io te sfondacaria gran cose, ma perdo la nave se non mi parto»; (ediz. D'Anc.) «Oh! se mi ricordassi d'ogni cosa e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla temessi, ti direi altro e ben più sorprendente, ma perdo la nave se non mi affretto a prendere il largo». Ancora: (cod. nap.) «Nulla femina si sottopone à maschio se non arriva a' 19 anni, ne il maschio si mette à generatione innanzi il 21»; (ed. D'Anc.) «Alcuna donna prima del decimonono anno non può consacrarsi à questo ministerio, e gli uomini debbono aver passato il ventesimo primo». Così la forma venne ingentilita, ma cessò di esser caratteristica, e ciò che è peggio non sempre riuscì a serbare la precisione. P. es.: (cod. nap.) «Una fiata mangiano carne, una pesce, et una herbe, e poi tornano alla carne per circolo»; (ed. D'Anc.) «Dapprima mangiano carni, poi pesci, infine erbaggi. Ricominciano poscia con le carni,»—etc. Ma ciò che maggiormente interessa è la diversità nella sostanza in più luoghi. Da una parte le cose relative a filosofia e religione sono più spinte nella 1amaniera e più attenuate nelle posteriori. P. es. (cod. nap.) «Son nemici di Aristotile, l'appellano pedante»; (ed. D'Anc.) «Sprezzano l'opinione di Aristotile, che chiamano logico non filosofo». Ancora: (cod. nap.) «trovai Moisè, Osiri, Giove Mercurio Macometto et altri assai, et in luoco assai onorato era Giesù Christo et li 12 Apostoli, che ne tengono gran conto. Ond'io ammirato come sapeano quelle historie» etc.; (ed. D'Anc. con molto maggiori distinzioni e qualificazioni) «ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo, Pompilio, Pitagora, Zamolxi..... e moltissimi altri. Che più? Hanno dipinto lo stesso Maometto che però reputano fallace ed inonesto legislatore. Ma vidi l'immagine di Gesù Cristo essere stata collocata in un posto eminentissimo, assieme a quelle dei dodici Apostoli da essi altamente venerati e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale ed altri sommi la maggior parte cittadini romani.... Ed avendo con maraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie» etc. Inoltre: (cod. nap.) «tengono per cosa certa l'immortalità dell'anima et che s'accompagni morendo con spiriti buoni o rei secondo il merito; ma li luochi delle pene e premii non l'hanno per tanto certo (sic) ma assai ragionevole, pare che sia il cielo et i luochi sotterranei. Stanno anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne ò nò. Di più son certi che ci siano angeli buoni e tristi come avviene tra gli huomini; ma quel che sarà di loro aspettano aviso dal cielo. Stanno in dubbio, se ci siano altri mondi fuori di questo»; (ed. D'Anc.) «credono all'immortalità dell'anime, ed alla loro associazione dopo la sortita del corpo cogli angeli buoni o cattivi secondo le azioni della presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili. Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene e de' premii. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro». Come si vede, la prima composizione era ben cruda e molto più spinta, e le attenuazioni venute in sèguito non furono lievi. D'altro lato poi per un fatto risguardante la persona dell'autore troviamo tutta la riserva possibile nella prima composizione, e l'abbandono di ogni riserva in sèguito: 1o(cod. nap.) «dicono che se in 40 hore di tormento un huomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle che inclinano con modi lontani ponno sforzare» etc.; 2o(ed. D'Anc.), «dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza e con lentezza non possono costringerci» etc. Adunque scrivendo il libro nel 1602 non palesò la faccenda della sua pazzia simulata, la palesò invece nel 1613, quando diede il libro tradotto all'Adami; e per verità sarebbe stata una pazzia vera il farlo prima. V'introdusse poi varie aggiunzioni mano mano, ed anche, quando preparò l'edizione di Parigi. Così, mentre nell'esemplare primitivo si trova notata soltanto l'invenzione del volare (che nel libro deSensu rerum et Magiaè riconosciuta in un calabrese), in quello latino dato all'Adami si trova notata anche l'invenzione degli strumenti oculari per vedere le occulte stelle (riconoscimento delle cose del Galileo sulle quali egli già cominciava a riflettere), e degl'istrumenti auricolari per udire le armonie de' cieli (presagi del telefono ad un'altezza non ancora raggiunta): ma è singolare che non vi si trovi l'invenzione sua, attribuendola agli abitanti della città del Sole, del modo di navigare senza vele e senza remi, ciò che pure avea già promesso con le lettere del 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna. Invece essa si trova nella 2aed ultima edizione della versione latina, dove è registrata pure la scoperta del modo dievitare il fato sidereo, attribuita sempre agli abitanti della città del Sole, da doversi riferire al libro da lui compostoDe fato siderali vitando; ed in pari tempo è registrata la proibizione dell'Astrologia da parte del Papa, ciò che prima egli non reputava ben fatto e poi si credè in obbligo di accettare e difendere col suo opuscoloAn Bullae Sixti V.iet Urbani VIII.icontra judiciarios calumniam in aliquo patiantur. Per le quali ultime circostanze abbiamo detto che la 2aedizione del libro dovè essere preparata dopo il 1629; giacchè dalSyntagmasappiamo con certezza che il libroDe fato sideralietc. fu scritto nel S. Ufficio di Roma dopo la liberazione dal lunghissimo carcere di Napoli, vale a dire tra il 1626 e il 1629. Non è arrischiato l'ammettere che le modificazioni successive introdotte dall'autore nel modo di esprimere le sue opinioni circa Gesù, e circa i premii e le pene e l'eternità di esse, rappresentino pure e semplici attenuazionipro bono pacis: e merita di essere considerata la sua persistenza in altrettali opinioni fino agli ultimi anni della sua vita, benchè abbia contemporaneamente abbondato nella composizione di libri di assolute credenze Cristiane Cattoliche.
[360]La cosa è di un'importanza capitale per l'argomento che trattiamo, e ci si permetterà di riprodurre qui taluni confronti già notati nella 1.anostra pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc.) esprimenti certe differenze contemplabili, nella forma e nella sostanza, tra la composizione originaria del libro fatta nel 1602 e rappresentata da' codici napoletani, la versione latina fatta nel 1613 e pubblicata dall'Adami in Frankfort, la 2aedizione della versione latina preparata dopo il 1629 e pubblicata dall'autore in Parigi; quest'ultima veramente differisce dalla penultima quasi sempre per qualche aggiunzione, e volgarizzata a cura di un editore Luganese fu poi riprodotta dal D'Ancona, sicchè possiamo citare l'edizione D'Ancona nell'esporre i confronti, anche perchè essa è più diffusa e popolare.—Circa la forma, si direbbe che con la magniloquenza latina fosse apparso necessario magnificare perfino gl'interlocutori del dialogo, i quali nella composizione originaria del libro erano «Hospitalario, Genovese marinaro», col latino furono promossi ad «Hospitalarius magnus, et Nautarum Gubernator Genuensis hospes», e col volgarizzamento divennero «Il Gran Maestro degli Ospitalieri ed un Ammiraglio Genovese di lui ospite». Oltracciò il Capo Supremo della Repubblica, che dapprima era semplicemente O (con o senza un punto nel mezzo, cioè a dire ilSole, come si mantenne nell'esemplare latino dell'Adami) divenne in sèguitoHoh. Naturalmente anche la dicitura italiana primitiva, convertita in latino e poi ritornata italiana, si vede trasformata di molto. P. es.: (cod. nap.) «S'io havesse tenuto à mente e non havesse pressa e paura, io te sfondacaria gran cose, ma perdo la nave se non mi parto»; (ediz. D'Anc.) «Oh! se mi ricordassi d'ogni cosa e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla temessi, ti direi altro e ben più sorprendente, ma perdo la nave se non mi affretto a prendere il largo». Ancora: (cod. nap.) «Nulla femina si sottopone à maschio se non arriva a' 19 anni, ne il maschio si mette à generatione innanzi il 21»; (ed. D'Anc.) «Alcuna donna prima del decimonono anno non può consacrarsi à questo ministerio, e gli uomini debbono aver passato il ventesimo primo». Così la forma venne ingentilita, ma cessò di esser caratteristica, e ciò che è peggio non sempre riuscì a serbare la precisione. P. es.: (cod. nap.) «Una fiata mangiano carne, una pesce, et una herbe, e poi tornano alla carne per circolo»; (ed. D'Anc.) «Dapprima mangiano carni, poi pesci, infine erbaggi. Ricominciano poscia con le carni,»—etc. Ma ciò che maggiormente interessa è la diversità nella sostanza in più luoghi. Da una parte le cose relative a filosofia e religione sono più spinte nella 1amaniera e più attenuate nelle posteriori. P. es. (cod. nap.) «Son nemici di Aristotile, l'appellano pedante»; (ed. D'Anc.) «Sprezzano l'opinione di Aristotile, che chiamano logico non filosofo». Ancora: (cod. nap.) «trovai Moisè, Osiri, Giove Mercurio Macometto et altri assai, et in luoco assai onorato era Giesù Christo et li 12 Apostoli, che ne tengono gran conto. Ond'io ammirato come sapeano quelle historie» etc.; (ed. D'Anc. con molto maggiori distinzioni e qualificazioni) «ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo, Pompilio, Pitagora, Zamolxi..... e moltissimi altri. Che più? Hanno dipinto lo stesso Maometto che però reputano fallace ed inonesto legislatore. Ma vidi l'immagine di Gesù Cristo essere stata collocata in un posto eminentissimo, assieme a quelle dei dodici Apostoli da essi altamente venerati e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale ed altri sommi la maggior parte cittadini romani.... Ed avendo con maraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie» etc. Inoltre: (cod. nap.) «tengono per cosa certa l'immortalità dell'anima et che s'accompagni morendo con spiriti buoni o rei secondo il merito; ma li luochi delle pene e premii non l'hanno per tanto certo (sic) ma assai ragionevole, pare che sia il cielo et i luochi sotterranei. Stanno anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne ò nò. Di più son certi che ci siano angeli buoni e tristi come avviene tra gli huomini; ma quel che sarà di loro aspettano aviso dal cielo. Stanno in dubbio, se ci siano altri mondi fuori di questo»; (ed. D'Anc.) «credono all'immortalità dell'anime, ed alla loro associazione dopo la sortita del corpo cogli angeli buoni o cattivi secondo le azioni della presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili. Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene e de' premii. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro». Come si vede, la prima composizione era ben cruda e molto più spinta, e le attenuazioni venute in sèguito non furono lievi. D'altro lato poi per un fatto risguardante la persona dell'autore troviamo tutta la riserva possibile nella prima composizione, e l'abbandono di ogni riserva in sèguito: 1o(cod. nap.) «dicono che se in 40 hore di tormento un huomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle che inclinano con modi lontani ponno sforzare» etc.; 2o(ed. D'Anc.), «dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza e con lentezza non possono costringerci» etc. Adunque scrivendo il libro nel 1602 non palesò la faccenda della sua pazzia simulata, la palesò invece nel 1613, quando diede il libro tradotto all'Adami; e per verità sarebbe stata una pazzia vera il farlo prima. V'introdusse poi varie aggiunzioni mano mano, ed anche, quando preparò l'edizione di Parigi. Così, mentre nell'esemplare primitivo si trova notata soltanto l'invenzione del volare (che nel libro deSensu rerum et Magiaè riconosciuta in un calabrese), in quello latino dato all'Adami si trova notata anche l'invenzione degli strumenti oculari per vedere le occulte stelle (riconoscimento delle cose del Galileo sulle quali egli già cominciava a riflettere), e degl'istrumenti auricolari per udire le armonie de' cieli (presagi del telefono ad un'altezza non ancora raggiunta): ma è singolare che non vi si trovi l'invenzione sua, attribuendola agli abitanti della città del Sole, del modo di navigare senza vele e senza remi, ciò che pure avea già promesso con le lettere del 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna. Invece essa si trova nella 2aed ultima edizione della versione latina, dove è registrata pure la scoperta del modo dievitare il fato sidereo, attribuita sempre agli abitanti della città del Sole, da doversi riferire al libro da lui compostoDe fato siderali vitando; ed in pari tempo è registrata la proibizione dell'Astrologia da parte del Papa, ciò che prima egli non reputava ben fatto e poi si credè in obbligo di accettare e difendere col suo opuscoloAn Bullae Sixti V.iet Urbani VIII.icontra judiciarios calumniam in aliquo patiantur. Per le quali ultime circostanze abbiamo detto che la 2aedizione del libro dovè essere preparata dopo il 1629; giacchè dalSyntagmasappiamo con certezza che il libroDe fato sideralietc. fu scritto nel S. Ufficio di Roma dopo la liberazione dal lunghissimo carcere di Napoli, vale a dire tra il 1626 e il 1629. Non è arrischiato l'ammettere che le modificazioni successive introdotte dall'autore nel modo di esprimere le sue opinioni circa Gesù, e circa i premii e le pene e l'eternità di esse, rappresentino pure e semplici attenuazionipro bono pacis: e merita di essere considerata la sua persistenza in altrettali opinioni fino agli ultimi anni della sua vita, benchè abbia contemporaneamente abbondato nella composizione di libri di assolute credenze Cristiane Cattoliche.
[361]Ved. Poesie, ed. D'Ancona, p. 95.
[361]Ved. Poesie, ed. D'Ancona, p. 95.
[362]Ved. Doc. 395, pag. 457.
[362]Ved. Doc. 395, pag. 457.
[363]Ved. Doc. 425, pag. 531.
[363]Ved. Doc. 425, pag. 531.
[364]Ved. Doc. 395, alla pag. 464.
[364]Ved. Doc. 395, alla pag. 464.
[365]Ved. Doc. 131, pag. 75.
[365]Ved. Doc. 131, pag. 75.
[366]Ved. Doc. 193, pag. 97.
[366]Ved. Doc. 193, pag. 97.
[367]Ved. Doc. 234 e 236, pag. 122 e 124.
[367]Ved. Doc. 234 e 236, pag. 122 e 124.
[368]Ved. Doc. 426, pag. 531-32.
[368]Ved. Doc. 426, pag. 531-32.
[369]Questo documento è rappresentato da un foglietto di pergamena, su cui a grossi caratteri si trovano segnati i nomi di tutti coloro le cui cause doveano spedirsi, frati ed anche secolari; ed è notevole che solamente a lato del nome di fra Dionisio si legge «aufugit», mentre a lato del nome del Bitonto non si legge nulla di simile. Tale foglietto stava insieme con le bozze e copie de' Riassunti degl'indizii presso il Vescovo di Caserta, e lo si dovè scrivere subito dopo la notizia della fuga di fra Dionisio, contemporaneamente all'ordine di cui si parla nel testo, forse nel determinarsi a rompere ogni altro indugio, fare le copie de' Riassunti ed inviarle sollecitamente a Roma; sicchè fino ad un certo punto esso confermerebbe il ritardo avvenuto nell'invio delle copie de' Riassunti oltre il 16 ottobre, e la non avvenuta copia del Riassunto contro fra Dionisio.
[369]Questo documento è rappresentato da un foglietto di pergamena, su cui a grossi caratteri si trovano segnati i nomi di tutti coloro le cui cause doveano spedirsi, frati ed anche secolari; ed è notevole che solamente a lato del nome di fra Dionisio si legge «aufugit», mentre a lato del nome del Bitonto non si legge nulla di simile. Tale foglietto stava insieme con le bozze e copie de' Riassunti degl'indizii presso il Vescovo di Caserta, e lo si dovè scrivere subito dopo la notizia della fuga di fra Dionisio, contemporaneamente all'ordine di cui si parla nel testo, forse nel determinarsi a rompere ogni altro indugio, fare le copie de' Riassunti ed inviarle sollecitamente a Roma; sicchè fino ad un certo punto esso confermerebbe il ritardo avvenuto nell'invio delle copie de' Riassunti oltre il 16 ottobre, e la non avvenuta copia del Riassunto contro fra Dionisio.
[370]Ved. Doc. 134, pag. 75.
[370]Ved. Doc. 134, pag. 75.
[371]Giustifichiamo le proposizioni emesse nel testo. 1.o«Se l'heretico pendente la sua causa diverra pazzo o furioso... bisognerà tenerlo ben custodito nè condannarlo fino à tanto che egli ò risani ò muoia nel furore: perchè risanandosi potria per avventura rihaversi, e convertito, ritornare al grembo di S.taChiesa»; Masini, Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 381. art. 99.—2.o«Il rilasso legitimamente convinto dee, ò confessando, ò nò, rilasciarsi al braccio secolare»; Id. pag. 331. art. 93.—«Quantumcumque poeniteat, nihilominus relapsus est tradendus Curiae saeculari, ultimo supplicio feriendus»; Eymerici Directorium Inquisitorum, Romae 1578. p. 331.—3.oe 4.o«... à gli heretici pentiti, oltre alla publica abiuratione s'impone anco la pena di carcere perpetuo, perchè altrimenti, non potendo i Sacri Canoni con pena di morte castigar alcuno, non ci sarebbe pena alla gravità del delitto confacevole»; Masini, pag. 325. art. 76.—«Carcer perpetuus est poena haeretici reversi»; Locatus, Opus Judiciale Inquisitorum, Romae 1570. pag. 269.—Prescrizione del Concilio Tolosano: «Haeretici autem qui timore mortis vel alia quacumque causa, dummodo non sponte redierint ad catholicam unitatem, ad agendam poenitentiam per Episcopum loci in muro cum tali includantur cautela, quod facultatem non habeant alios corrumpendi»; Pegna, Scholia in Eymerici Directorio, Schol. LXV. lib. 3. pag. 185.—Rescritto di Urbano IV: «Clericus, qui est perpetuo immurandus, prius debet a suis ordinibus degradari»; Id. ibid.—«Cum illis qui vel in perpetuum carcerem vel in perpetuum ad triremes condemnantur dispensari soleat, ideo non solent condemnandi ad has poenas actualiter degradari sed solum verbaliter»; Id. ibid.—5.o«Poena perpetui carceris post lapsum triennii remitti solet»; Simancae Jacob. Enchiridion Judicum violatae religionis, Venet. 1578.—«Quaesitum scio, post quantum tempus solent in carcere perpetuo dispensari..; post lapsum triennii remitti solere scripsit Simancas. Quod si poena carceris irremissibilis fuerit imposita, elapso octavo anno solet relaxari»; Pegna, op. cit. p. 224.—Aggiungiamo a chiarimento dell'immurazione: «Eadem prorsus poena immurationis et carceris perpetui»; Pegna, op. cit. Schol. LXV. lib. 3. pag. 184.—«In aliquibus partibus.... Inquisitores habent in suis domibus carceres, quos vocant muros, quia domunculae illae adhaerent muro loci, qui est Episcopo et Inquisitori communis»; Locatus, op. cit. p. 39.
[371]Giustifichiamo le proposizioni emesse nel testo. 1.o«Se l'heretico pendente la sua causa diverra pazzo o furioso... bisognerà tenerlo ben custodito nè condannarlo fino à tanto che egli ò risani ò muoia nel furore: perchè risanandosi potria per avventura rihaversi, e convertito, ritornare al grembo di S.taChiesa»; Masini, Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 381. art. 99.—2.o«Il rilasso legitimamente convinto dee, ò confessando, ò nò, rilasciarsi al braccio secolare»; Id. pag. 331. art. 93.—«Quantumcumque poeniteat, nihilominus relapsus est tradendus Curiae saeculari, ultimo supplicio feriendus»; Eymerici Directorium Inquisitorum, Romae 1578. p. 331.—3.oe 4.o«... à gli heretici pentiti, oltre alla publica abiuratione s'impone anco la pena di carcere perpetuo, perchè altrimenti, non potendo i Sacri Canoni con pena di morte castigar alcuno, non ci sarebbe pena alla gravità del delitto confacevole»; Masini, pag. 325. art. 76.—«Carcer perpetuus est poena haeretici reversi»; Locatus, Opus Judiciale Inquisitorum, Romae 1570. pag. 269.—Prescrizione del Concilio Tolosano: «Haeretici autem qui timore mortis vel alia quacumque causa, dummodo non sponte redierint ad catholicam unitatem, ad agendam poenitentiam per Episcopum loci in muro cum tali includantur cautela, quod facultatem non habeant alios corrumpendi»; Pegna, Scholia in Eymerici Directorio, Schol. LXV. lib. 3. pag. 185.—Rescritto di Urbano IV: «Clericus, qui est perpetuo immurandus, prius debet a suis ordinibus degradari»; Id. ibid.—«Cum illis qui vel in perpetuum carcerem vel in perpetuum ad triremes condemnantur dispensari soleat, ideo non solent condemnandi ad has poenas actualiter degradari sed solum verbaliter»; Id. ibid.—5.o«Poena perpetui carceris post lapsum triennii remitti solet»; Simancae Jacob. Enchiridion Judicum violatae religionis, Venet. 1578.—«Quaesitum scio, post quantum tempus solent in carcere perpetuo dispensari..; post lapsum triennii remitti solere scripsit Simancas. Quod si poena carceris irremissibilis fuerit imposita, elapso octavo anno solet relaxari»; Pegna, op. cit. p. 224.—Aggiungiamo a chiarimento dell'immurazione: «Eadem prorsus poena immurationis et carceris perpetui»; Pegna, op. cit. Schol. LXV. lib. 3. pag. 184.—«In aliquibus partibus.... Inquisitores habent in suis domibus carceres, quos vocant muros, quia domunculae illae adhaerent muro loci, qui est Episcopo et Inquisitori communis»; Locatus, op. cit. p. 39.
[372]Ved. Doc. 137, pag. 77.
[372]Ved. Doc. 137, pag. 77.
[373]Ved. Doc. 427, pag. 532.
[373]Ved. Doc. 427, pag. 532.
[374]Ved. la nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2o, fol. 124.
[374]Ved. la nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2o, fol. 124.
[375]Ved. Doc. 428 e 429, pag. 533 e 535.
[375]Ved. Doc. 428 e 429, pag. 533 e 535.
[376]Ved. Doc. 430, pag. 537.
[376]Ved. Doc. 430, pag. 537.
[377]Ved. Doc. 431, pag. 540.
[377]Ved. Doc. 431, pag. 540.
[378]Ved. Doc. 432, pag. 543.
[378]Ved. Doc. 432, pag. 543.
[379]Ved. Doc. 433, pag. 544.
[379]Ved. Doc. 433, pag. 544.
[380]Ved. Doc. 434, pag. 546.
[380]Ved. Doc. 434, pag. 546.
[381]Ved. Doc. 420, pag. 526.
[381]Ved. Doc. 420, pag. 526.
[382]Ved. la così dettaCollectio Salernitana, vol. 171, fasc. 1.ofol.o166 t.o: «Ego Scipio Marullus Stilensis» etc.
[382]Ved. la così dettaCollectio Salernitana, vol. 171, fasc. 1.ofol.o166 t.o: «Ego Scipio Marullus Stilensis» etc.
[383]Ved. Doc. 219, 220 e 221, pag. 116 e 117. Vi sarebbe anche un altro Documento, per brevità omesso, una lettera Vicereale che prescrive l'invio della persona stessa del Baldaia nelle carceri della Vicaria in Napoli, sempre per l'omicidio suddetto, senza alcun ricordo de' fatti della congiura. Ved. Reg.Curiae, vol. 55, an. 1603-1604, fol. 163 t.o.
[383]Ved. Doc. 219, 220 e 221, pag. 116 e 117. Vi sarebbe anche un altro Documento, per brevità omesso, una lettera Vicereale che prescrive l'invio della persona stessa del Baldaia nelle carceri della Vicaria in Napoli, sempre per l'omicidio suddetto, senza alcun ricordo de' fatti della congiura. Ved. Reg.Curiae, vol. 55, an. 1603-1604, fol. 163 t.o.
[384]Ved. Doc. 222 e 223, pag. 117.
[384]Ved. Doc. 222 e 223, pag. 117.
[385]Ved. Doc. 224, pag. 118.
[385]Ved. Doc. 224, pag. 118.
[386]Ved. Doc. 225 e 226, pag. 118 e 119.
[386]Ved. Doc. 225 e 226, pag. 118 e 119.
[387]Intorno a' Grassi sarà bene conoscere ancora i documenti di data anteriore che abbiamo trovati nel Grande Archivio: 1.oRegistriCuriaevol. 46, an. 1599-1601, fol. 40, t.o«All'Audientia di Calabria ultra... Semo informati come Paulo, Pompeo et Scipione Grassi del Casale de Gionadi destritto di Melito hanno commesso molti delitti, per il che fu mandato Commissario dal nostro predecessore, et se le verificorno molti homicidii et furno reputati contumaci per la Vicaria, et dall'hora in poi sempre hanno (sic) armati in cometiva di dodici et più banniti commettendo delitti, et particolarmente li dì passati introrno in lo casale de S.toConstantino et scassorno la casa de una vidua nomine Gratia, et pigliatole due sue figlie l'una zita, et l'altra vidua, et, violentemente conosciutole et stupratole, al che volendo noi provedere come conviene...» (segue l'ordine di catturarli, prendere l'informazione sul fatto e darne avviso) 27 giugno 1600.—2.oId. vol. 55, an. 1603-1604, fol. 195. «All'Aud. di Calabria ultra... Con questa v'inviamo l'alligate copie d'informationi contro Paulo Pompeo et Scipione grasso sopra il particolare della causa delle scoppettate tirate a francesco aquaro et sua cometiva, et vi dicimo et ordinamo che nella causa predetta debbiate procedere à quanto sarà de justitia che tal'è nostra voluntà. Dat. neap. die xo7bris 1604».—Al 1606 parrebbe che Pompeo fosse stato già ucciso.==Relativamente a' Baroni di Reggio, essi erano parecchi e si distinguevano da' Baroni di Tropea e da' Baroni di Annoya, egualmente fuorusciti ed anche più numerosi; intorno a loro abbiamo i seguenti documenti, contemporanei e successivi alla data de' processi: 1.oReg.Curiaevol. 46, an. 1599-1601, fol. 30. «All'Aud. di Calabria ultra... Dal Capitaneo della città de riggio ci viene scritto che havendo havuto notitia, che alcune persone di quella si erano disfidati et che la città stava in... (sic) andò in persequtione di quelli et carcerò li capi de le due partite che si erano disfidati nomine francesco pesello et domitio barone, per la quale carceratione se quietò il rumore, et forno excarcerati. dopoi li sopraditti francesco et domitio giontamente con innocentio candeloro della medesima città, per causa che il caporale di detta Corte li havea carcerati, in presentia di detto Capitaneo assaltorno detto caporale et con scoppette et spade l'ammaczorno, et fattesi per esso alcune diligentie non ha possuto averli nelle mani stando in paliczi..» (segue il fatto di un altro caporale ammazzato per la stessa ragione, avendo carcerato Paolo Melissari «contumace et uno delli predetti che si disfidorno», e quindi l'ordine di catturare i delinquenti). Ultimo di 10bre 1599.—2.oId. vol. 54, an. 1603, fol. 15. «A D. Garzía de Toledo (governatore di Calabria ultra)... Per la vostra delli 7 del presente havemo visto quel' che vi veneva havisato da riggio, che Paulo et Gio. Domenico barone fratelli haveano ammazzato Pietro Gueria per causa di una lite civile che tenevano fra loro, quali si sono andati à salvare dentro una Ecclesia di detta città, et havendoli posto le guardie attorno, il Rev.doin Christo P.eArcivescovo non li ha voluto permettere se non per quaranta passi attorno detta Ecclesia dentro la quale si stanno detti delinquenti senza nessuno timore, supplicandoci ve si ordinasse quel' che doverete exequire. Al' che respondendo ve dicimo et ordinamo, che si l'homicidio predetto è stato commesso appensatamente, poi che non deve godere dell'immunità dell'Ecclesia debbiati procurare d'haverli nelle mani in ogni meglior modo avvisandoci di quel' che exequireti acciò ne si possi ordinare quel' che convenerà per castigo di detti delinquenti. Dat. neapoli die ultima mens. februar. 1603.»==Da ultimo relativamente a Carlo Bravo, costui scorreva la campagna già prima del 1599 con un suo fratello Fabrizio, e poi, rimasto solo, fu preso nel 1603, ma per delitti comuni, secondochè risulta dai seguenti documenti: 1.oReg.Curiaevol. 45, an. 1596-1601, fol. 47 t.o«Commissione in persona del magnif.ou. j. d. Julio Cesare malatesta quale si conferisce nella terra di filogasi a pigliare informatione... A noi è stato presentato memoriale del tenor sequente videlicet: Ill.moet excell.moSig.rela povera gratia teti d'anni undici della terra de filogasi della prov. di Calabria ultra fa intendere a V. E. come li mesi passati da fabritio et carlo bravi et ferrante pisano di monte santo fu proditoriamente ammazzato Vincenzo teti patre d'essa supplicante ad instantia di Minico di tini della terra di filogasi per antiquo odio che detto Minico portava ad esso Vincenzo suo patre mediante una certa quantità di denari data a' detti tre assassini, quali fatto detto assassinio perchè poco distante veddero una certa donna nominata antonia quale haveria possuto vedere commettere detto assassinio l'ammazzorno, et dubitando detto minico di tini mandante che tale sceleragine non si scopresse fè dare subito tutore dal Capitaneo d'essa terra, come potente in quella et essendo persona facultosa, ad essa supplicante Masiello di nofrio con il quale proprio haveva trattato di farsi fare subito la remissione per potersi transigere con la corte baronale...» (segue la Commissione ad istanza del R.ofisco e con la proeminenza della Vicaria). Ult.odi ottobre 1597.—2.oId. vol. 55, an. 1603-1604, fol. 80. «Al Marchese de layno... Per la vostra delli 15 del passato havemo inteso come havete incominciato a procedere nella causa contra Carlo bravo conforme l'ordine nostro non obstante la remessione che dimandava il Prencipe de melito et Duca di Nocera, et como che tal remessione l'ha dimandata quessa città di Catanzaro, et per non farsene mentione nel predetto nostro ordine ci supplicate di posser procedervi non obstante detta remessione si dimanda per questa città con lo de piu che in cio andate significando. Alla quale respondendo ve dicimo che cossì si intende lo predetto nostro precalendato ordine ancorche non ci sia particulare expressione...» (segue la raccomandazione che si spedisca con sollecitudine, vedendo che «in questo negotio se ci procede con molta flemma») 19 decembr. 1603.—3.oId. ibid. fol. 175. «All'Audientia di Calabria ultra... Havemo visto la relacione che di ordine nostro ci havete fatta delli delitti che si ritrova inquisito Carlo bravo, per lo che considerato la gravità et moltiplicità delli delitti che hà commessi ve rispondemo et ordinamo che ci debbiate procedere all'espedicione della sua causa conforme à giustitia senza perdere un momento di tempo, et prima de publicare la sententia ci debbiate donare particolare aviso del voto che seranno quessi magn.ciAuditori in tal causa et cossì l'essequirete che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die 28 mens. julii 1604».—4.oId. vol. 64, an. 1605-1608, fol. 21. «All'Aud. di Calabria ultra... Per una nostra de li 18 del passato havemo visto per che voto è quessa Reg.aAudientia di condennare à Carlo bravo carcerato in quesse carceri per l'inquisitione di suoi delitti, mà non haveti voluto publicare la sententia per exequtione del ordine che da noi teneti, et ci supplicati siamo serviti darvi ordine di quel tanto in ciò haveti da exequire, alla quale rispondendo vi dicimo et ordinamo che nella causa di detto Carlo bravo debbiate procedere à quanto vi parirà che convenga de justitia che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die ult.amensis martii 1605».
[387]Intorno a' Grassi sarà bene conoscere ancora i documenti di data anteriore che abbiamo trovati nel Grande Archivio: 1.oRegistriCuriaevol. 46, an. 1599-1601, fol. 40, t.o«All'Audientia di Calabria ultra... Semo informati come Paulo, Pompeo et Scipione Grassi del Casale de Gionadi destritto di Melito hanno commesso molti delitti, per il che fu mandato Commissario dal nostro predecessore, et se le verificorno molti homicidii et furno reputati contumaci per la Vicaria, et dall'hora in poi sempre hanno (sic) armati in cometiva di dodici et più banniti commettendo delitti, et particolarmente li dì passati introrno in lo casale de S.toConstantino et scassorno la casa de una vidua nomine Gratia, et pigliatole due sue figlie l'una zita, et l'altra vidua, et, violentemente conosciutole et stupratole, al che volendo noi provedere come conviene...» (segue l'ordine di catturarli, prendere l'informazione sul fatto e darne avviso) 27 giugno 1600.—2.oId. vol. 55, an. 1603-1604, fol. 195. «All'Aud. di Calabria ultra... Con questa v'inviamo l'alligate copie d'informationi contro Paulo Pompeo et Scipione grasso sopra il particolare della causa delle scoppettate tirate a francesco aquaro et sua cometiva, et vi dicimo et ordinamo che nella causa predetta debbiate procedere à quanto sarà de justitia che tal'è nostra voluntà. Dat. neap. die xo7bris 1604».—Al 1606 parrebbe che Pompeo fosse stato già ucciso.==Relativamente a' Baroni di Reggio, essi erano parecchi e si distinguevano da' Baroni di Tropea e da' Baroni di Annoya, egualmente fuorusciti ed anche più numerosi; intorno a loro abbiamo i seguenti documenti, contemporanei e successivi alla data de' processi: 1.oReg.Curiaevol. 46, an. 1599-1601, fol. 30. «All'Aud. di Calabria ultra... Dal Capitaneo della città de riggio ci viene scritto che havendo havuto notitia, che alcune persone di quella si erano disfidati et che la città stava in... (sic) andò in persequtione di quelli et carcerò li capi de le due partite che si erano disfidati nomine francesco pesello et domitio barone, per la quale carceratione se quietò il rumore, et forno excarcerati. dopoi li sopraditti francesco et domitio giontamente con innocentio candeloro della medesima città, per causa che il caporale di detta Corte li havea carcerati, in presentia di detto Capitaneo assaltorno detto caporale et con scoppette et spade l'ammaczorno, et fattesi per esso alcune diligentie non ha possuto averli nelle mani stando in paliczi..» (segue il fatto di un altro caporale ammazzato per la stessa ragione, avendo carcerato Paolo Melissari «contumace et uno delli predetti che si disfidorno», e quindi l'ordine di catturare i delinquenti). Ultimo di 10bre 1599.—2.oId. vol. 54, an. 1603, fol. 15. «A D. Garzía de Toledo (governatore di Calabria ultra)... Per la vostra delli 7 del presente havemo visto quel' che vi veneva havisato da riggio, che Paulo et Gio. Domenico barone fratelli haveano ammazzato Pietro Gueria per causa di una lite civile che tenevano fra loro, quali si sono andati à salvare dentro una Ecclesia di detta città, et havendoli posto le guardie attorno, il Rev.doin Christo P.eArcivescovo non li ha voluto permettere se non per quaranta passi attorno detta Ecclesia dentro la quale si stanno detti delinquenti senza nessuno timore, supplicandoci ve si ordinasse quel' che doverete exequire. Al' che respondendo ve dicimo et ordinamo, che si l'homicidio predetto è stato commesso appensatamente, poi che non deve godere dell'immunità dell'Ecclesia debbiati procurare d'haverli nelle mani in ogni meglior modo avvisandoci di quel' che exequireti acciò ne si possi ordinare quel' che convenerà per castigo di detti delinquenti. Dat. neapoli die ultima mens. februar. 1603.»==Da ultimo relativamente a Carlo Bravo, costui scorreva la campagna già prima del 1599 con un suo fratello Fabrizio, e poi, rimasto solo, fu preso nel 1603, ma per delitti comuni, secondochè risulta dai seguenti documenti: 1.oReg.Curiaevol. 45, an. 1596-1601, fol. 47 t.o«Commissione in persona del magnif.ou. j. d. Julio Cesare malatesta quale si conferisce nella terra di filogasi a pigliare informatione... A noi è stato presentato memoriale del tenor sequente videlicet: Ill.moet excell.moSig.rela povera gratia teti d'anni undici della terra de filogasi della prov. di Calabria ultra fa intendere a V. E. come li mesi passati da fabritio et carlo bravi et ferrante pisano di monte santo fu proditoriamente ammazzato Vincenzo teti patre d'essa supplicante ad instantia di Minico di tini della terra di filogasi per antiquo odio che detto Minico portava ad esso Vincenzo suo patre mediante una certa quantità di denari data a' detti tre assassini, quali fatto detto assassinio perchè poco distante veddero una certa donna nominata antonia quale haveria possuto vedere commettere detto assassinio l'ammazzorno, et dubitando detto minico di tini mandante che tale sceleragine non si scopresse fè dare subito tutore dal Capitaneo d'essa terra, come potente in quella et essendo persona facultosa, ad essa supplicante Masiello di nofrio con il quale proprio haveva trattato di farsi fare subito la remissione per potersi transigere con la corte baronale...» (segue la Commissione ad istanza del R.ofisco e con la proeminenza della Vicaria). Ult.odi ottobre 1597.—2.oId. vol. 55, an. 1603-1604, fol. 80. «Al Marchese de layno... Per la vostra delli 15 del passato havemo inteso come havete incominciato a procedere nella causa contra Carlo bravo conforme l'ordine nostro non obstante la remessione che dimandava il Prencipe de melito et Duca di Nocera, et como che tal remessione l'ha dimandata quessa città di Catanzaro, et per non farsene mentione nel predetto nostro ordine ci supplicate di posser procedervi non obstante detta remessione si dimanda per questa città con lo de piu che in cio andate significando. Alla quale respondendo ve dicimo che cossì si intende lo predetto nostro precalendato ordine ancorche non ci sia particulare expressione...» (segue la raccomandazione che si spedisca con sollecitudine, vedendo che «in questo negotio se ci procede con molta flemma») 19 decembr. 1603.—3.oId. ibid. fol. 175. «All'Audientia di Calabria ultra... Havemo visto la relacione che di ordine nostro ci havete fatta delli delitti che si ritrova inquisito Carlo bravo, per lo che considerato la gravità et moltiplicità delli delitti che hà commessi ve rispondemo et ordinamo che ci debbiate procedere all'espedicione della sua causa conforme à giustitia senza perdere un momento di tempo, et prima de publicare la sententia ci debbiate donare particolare aviso del voto che seranno quessi magn.ciAuditori in tal causa et cossì l'essequirete che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die 28 mens. julii 1604».—4.oId. vol. 64, an. 1605-1608, fol. 21. «All'Aud. di Calabria ultra... Per una nostra de li 18 del passato havemo visto per che voto è quessa Reg.aAudientia di condennare à Carlo bravo carcerato in quesse carceri per l'inquisitione di suoi delitti, mà non haveti voluto publicare la sententia per exequtione del ordine che da noi teneti, et ci supplicati siamo serviti darvi ordine di quel tanto in ciò haveti da exequire, alla quale rispondendo vi dicimo et ordinamo che nella causa di detto Carlo bravo debbiate procedere à quanto vi parirà che convenga de justitia che tale è nostra voluntà. Dat. neap. die ult.amensis martii 1605».