Chapter 24

[462]Ved. gli ultimi versi, con la nota annessa, della Canzone III in Salmodia metafisicale.[463]Così nella Canzone «Della Bellezza», Madrigale 9o, egli dichiarò che«Bello è il mentir, se a far gran ben si prova».E nella nota quivi annessa citò la menzogna di Ulisse a Polifemo, e di Sifra e di Puha a Salomone. In un'altra nota annessa al Madrigale 4.odella «Canzon II al Primo Senno», parlando dello Spirito impuro, disse che esso è per natura mendace, ma aggiunse che «è segno di natura corrotta e viziosa, quando mente non per industria, bisogno e sagacità». L'essere poi stato costretto a fingere, e l'aver finto, si rileva dal Sonetto intitolato «Senno senza forza de' savii esser soggetto alla forza de' pazzi», dove il filosofo ci apparisce ritratto con la maggior fedeltà, essendo quivi citati i suoi presagi, le sue «Regie imprese» e le conseguenze di esse.[464]«Nec potest Macchiavellista dissimulare in hoc aliisque saeculis praeteritis, futurisque, quod argumenta potiora dissimulaverim: nam plura quam ipsi queant imaginari et fortiora apposui, dissolvique per coelestem et humanam philosophiam non semel neque bis, usque ad radices». Così nella lettera proemiale all'Atheismuspubblicata dallo Struvio.[465]Abbiamo detto che il Campanella fu diversamente ed assai spesso vituperosamente giudicato nella persona e nelle opere sue. Segnatamente circa le opere politiche e religiose, che appunto riguardano più da vicino l'argomento nostro, fu ammessa in lui un'astuzia con frode, un Machiavellismo combattendo il Machiavelli, un Ateismo combattendo gli Atei, la quale ultima proposizione in verità è affatto insulsa. Possono leggersi nel Cyprianus e nell'Echard le testimonianze di questo genere emesse dal Boecler, dal Conringio, dal Voël etc. etc. e non a torto l'Echard fece riflettere che in altrettali giudizii ostili dominava il dispetto de' Protestanti di Germania, i quali furono veramente, per esagerazione di zelo, trattati con molta durezza dal Campanella. Per conto nostro dobbiamo dire che nel paese, dove potè essere meglio conosciuto intimamente, oltre la caratteristica di astuto e furbo, stabilita a' tempi suoi e mantenutasi per tradizione, non mancarono le testimonianze dell'aver lui scritto ben diversamente da ciò che sentiva, e questo per verità importa di assodare. Così il Nicodemo, da potersi considerare un'eco di affermazioni d'individui che aveano trattato col Campanella, nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi disse, «Per quanto ebbe ingegno e dottrina, tanto fu ingannatore, e spesso, spesso, per compiacere altrui o per proprii fini, cose scriveva lontanissime da quello che nell'interno sentiva»: respingendo un modo di esprimersi tanto sciocco, che non tiene il menomo conto della posizione orribile del Campanella, rimane accertato il fatto della dissonanza tra i suoi pensieri e i suoi scritti. Potremmo poi riferire testimonianze e ricordi pieni di stima e di affetto, da parte di qualche suo discepolo distintissimo, che ebbe campo di conoscerlo intimamente e di valutarne al tempo medesimo le stringenti necessità: nè vi è chi ignori le testimonianze di stranieri illustri che lo conobbero, come Tobia Adami il quale ebbe a conversare con lui per più mesi al Castello dell'uovo nel 1613, e Gabriele Nandeo il quale ebbe a conversarvi del pari lungamente a Roma nel 1631, mostrandosi entrambi convinti non solo dell'ingegno e della dottrina del filosofo, ma anche del suo candore ed innocenza, mentre per lo meno il Nandeo era certamente consapevole delle sue imprese di Calabria. Ora a' tempi nostri il Sainte-Beuve (Portraits litteraires, Paris 1862, vol. 2.op. 522) ha pubblicata un'altra lettera del Nandeo, rinvenuta nella corrispondenza ms. di Mons.rPeirescio, nella quale, in data del 30 giugno 1636, invelenito contro il Campanella, che assicuravasi avere sparlato di lui e che protestava di «non aver detto nulla a suo svantaggio e voler morire suo servitore ed amico», il Nandeo vomita largamente grossolani giudizii sul conto di lui. E dice che vuole «una sodisfazione per lettera di propria mano, concepita in guisa da mostrare almeno di essere dispiaciuto di avere offeso a torto e con leggerezza», ma aggiunge che «qualunque sodisfazione gli avesse dato, non lo stimerebbe mai altrimenti che un uomo stordito più di una mosca e negli affari del mondo meno sensato di un ragazzo», e «se ha evitato i giusti risentimenti del M.odel Palazzo di Romafuggendosene a Parigi sotto pretesto di essere perseguitato dagli spagnuoli che non pensarono punto a lui, non eviterà frattanto i suoi» (giunge il Nandeo a tradire la verità fino a questo punto). E dice che il Campanella «ciarla potentemente, mentisce impudentemente, spaccia bagatelle al popolaccio, e con tutto ciò è un matto arrabbiato, un impostore, un mentitore, un superbo, un impaziente, un ingrato, un filosofo mascherato. . . », terminando col motto «ipse est catharma, carcinoma, fex, excrementum di tutti gli uomini di lettere, a' quali fa vergogna e disonore»! Il Sainte-Beuve, aggiungendovi anche una nota del Guy-Patin, che dopo di aver visitato il Campanella in Parigi scrisse di lui nel suo libro di ricordi ilbeau-mot«multa quidem scit, sed non multum», dice per conto suo bonariamente: «in un tempo in cuisi è in via di esagerare sul Campanella, ho stimato bene far conoscere questa opinione segreta del Naudè e della cerchia degli amici del Naudè; giacchè sovente è invocata la loro testimonianza esteriore..., era giusto che se ne avesse anche la testimonianza intima e confidenziale». Per conto nostro, a fronte di testimonianze provenienti da uomini di coscienza sciaguratamente doppia, siamo disposti ad accogliere le testimonianze segrete anzichè le pubbliche, ma, naturalmente, riserbandoci il dritto di apprezzarne il valore: ed essendoci noto come negl'italiani si trovi ancora tanta dabbenaggine, che mentre al di là delle Alpi si professa lochez-nousad ogni costo, essi si affaticano a professare ilfavorite-signorisenza eccezioni, stimiamo bene spendervi intorno alcune poche parole. Lasceremo da banda le testimonianze del Guy-Patin: vi sono le opere del Campanella, e chi è avvezzo a leggere deve da esse trarre i suoi convincimenti, non dalle impressioni di un uomo che studiava spirito e maldicenza per farne traffico, ricavandone un pranzo e un luigi per ogni seduta, ed era tanto competente in filosofia da maledire Descartes. Quanto alla lettera scritta nel 1636 dal Naudeo, essa per noi vale solo a mostrare due cose: 1.oche il Campanella non aveva l'abitudine del mutuo incensamento tanto diffuso tra' dotti a quell'età, onde il Naudeo, come il Peirescio, il Gassendo etc., non potevano tollerarne qualche giudizio sul conto loro, che non fosse un elogio continuo in tutto e per tutto; 2.oche il Naudeo era capace di bizze momentanee senza alcuna misura, da doversi dire francamente bestiali. Quando si avesse a ritenere la detta lettera del Naudeo non come una bizza momentanea, ma come l'espressione del suo profondo convincimento sul Campanella, allora, avendo lui scritto le note lettere latine posteriori al 1636 e la lettera dedicatoria delSyntagma, avendo inoltre pubblicato il Panegirico ad Urbano VIII con la relativa avvertenza, nel quale del resto diede veramente prova solenne di menzogna e d'impostura, andrebbe a lui rivolto quel suo motto «ipse est catharma, carcinoma», con ciò che segue.[466]Ved. Doc. 520, pag. 596.[467]Alludiamo a' «Nuovi Documenti su T. Campanella tratti dal Carteggio di Giovanni Fabri, Roma 9bre 1881». Notiamo che i documenti di tale Carteggio pubblicati nella loro integrità sono solamente cinque, rappresentati da due lettere dell'Arciduca Ferdinando e tre lettere dello Scioppio, mentre le notizie che li accompagnano ne mostrano un numero assai maggiore. Come abbiamo detto nella Prefazione di questo libro, ancora non si concede di poter vedere il Carteggio.[468]Ved. Centofanti nell'Arch. storico italiano, luglio 1866 pag. 19: «De cleri reformatione iterum dico tibi me quasi nihil sperare . . . ; ipsi orabunt nos, si Principes duos, quos quasi manibus teneo convertemus, et sapientes Germaniae per novitatem doctrinae admirabilis alliciemus»: d'onde si vede che il Campanella avea giù rinunziato a sostenere la riforma del Clero consigliata come indispensabile nella lettera del 1606 al Papa, e il suo pensiero era tutto rivolto alle imprese di Germania da doversi compiere insieme con lo Scioppio, al quale aveva pure scritto un'altra volta. Aggiungiamo che essendo ora accertato da uno de' documenti rinvenuti dal Berti essere lo Scioppio venuto in Napoli nell'aprile 1607, e cominciando la lettera del Campanella con le parole «Mirifice me angit quod adspectus denegatur tuus», saremmo tentati di assegnarle appunto la data suddetta, quando essi stavano vicini e non si permetteva che si vedessero. Aggiungiamo ancora che non può dubitarsi essere stato l'anno 1607 quello in cui lo Scioppio ebbe la missione di Germania, poichè una lettera autografa di lui a Cassiano del Pozzo, da noi pubblicata, reca: «L'anno 1607 havendo gli Catolici di Germania supplicato il Papa Paolo V che soprasedesse di mandar un Nunzio alla Dieta di Ratispona per evitar la gelosia de' Protestanti, si risolse il Papa di mandarvi la mia persona come Consegliero di casa d'Austria» etc. (ved. Il Codice delle lettere del Campanella, pag. 80 in nota).[469]Scioppii, De Antichristo, Epistola ad Ill.umquemdam Germaniae Principem Protestantem scripta, accesserunt ejusdem De Petri primatu, De adoratione summi Pontificis, de splendore et divitiis ecclesiasticorum, de Papae denique potestate in saecularibus etc. Ingolstadii 1605.[470]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 35.[471]Jul. Caesaris Capacci, Illustrium mulierum et illustrium virorum elogia, Neap. 1608-1609, t. 2, pag. 275-77. Il Capaccio dice che il Fabre gli «mostrò» la disputa mandata alla stampa contro lo Scaligero.[472]Questo errore non sarebbe il solo: probabilmente per colpa dell'amanuense la lettera si mostra erronea in più punti. Fin dall'intestazione vi si leggo «Gaspari Scioppio... qui se litteratorem exhibet» e dovea dire «liberatorem»; offre poi «politicae XV aphorismos» e dovea dire «CL»; più oltre, «rogo te sis mihi ac tibi dedecori et onori», e dovea dire «ne sis» etc. etc.[473]La data della morte del Marchese di Lavello Gio. Geronimo trovasi ne' Reg.idelleSignificatorie de' Releviivol. 39, fol. 108.—Quanto al ricupero dellaMetafisicaved. Doc. 522, pag. 603. L'intervento del Reggente della Vicaria fa ritenere che il Campanella abbia dovuto reclamare pel ricupero dell'opera sua.[474]Entrambe le lettere sono state da noi pubblicate.[475]È curioso il vedere che al Re, oltre le promesse solite di edificare una città inespugnabile etc., far che i vascelli navighino senza remi e senza vento, far che le carra camminino col vento con buoni pesi, far che i soldati a cavallo adoperino entrambe le mani senza obbligo di tener la briglia (cose più o meno già dette pure nellaCittà del Sole), aggiunse straordinariamente la promessa de' «Rimedii di rinnovar la vita ogni 7 anni». Nessuno meglio del Campanella sapeva adattarsi alle persone con le quali avea da fare.[476]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 45.[477]Così nell'Echard, Vita Campanellae, ediz. agg.taal Cyprianus, Traiecti ad Rhenum, 1741, pag. 175.[478]Ved. i Nuovi documenti pubblicati dal Berti, Doc. 1.opag. 29. Ma ci permettiamo di far avvertire che la data di esso, 17 marzo 1607, non può stare; la lettera evidentemente fu scritta dalla Germania e basta riflettere che accenna ad una lettera commendatizia già scritta dall'Arciduca Ferdinando, la qual cosa conosciamo essere avvenuta in gennaio 1608; vedremo poi, nel corso della narrazione, come essa si colleghi a qualche altra lettera pubblicata da noi.[479]Ved. Griselini, Memorie aneddote spettanti alla vita di fra Paolo Servita, Losanna 1760, pag. 142, e Oporini Grabinii, Amphotides Scioppianae, Paris. 1611, pag. 162.[480]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 50.[481]Riportiamo qui il brano suddetto perchè i lettori possano valutarlo: «Primum ab Archiduce Maximiliano, cum totos XI dies cum maxima mea molestia neque minimis impensis Oeniponti desedissem, literas ad Proregem impetravi, et quidem adnitente D. Georgio nostro. Deinde ut ipse Georgius hominem ei rei allegaret perfeci: ita tamen ut stipulanti promitterem, curaturum me ut secum prius toto anno esses quam quaquam discederes; tum etiam nullius me alterius principis auxilia imploraturum, quamdin spes aliqua sit suam tibi operam profuturam... Et tamen, bona cum ipsius pace, ut te Serenissimus Patronus meus Ferdinandus Archidux ex praescripto meo Proregi commendaret perfeci». Così nell'ultima delle tre lettere pubblicate dal Berti, che a noi pare debba mettersi in primo luogo.[482]Ved. Il Codice delle lettere, pag. 46 e 68.[483]Ved. Il Codice delle lettere, pag. 42. Dobbiamo fare avvertire che in questa lettera il Campanella dice dippiù esservi disgusto fra Abacuc e il Tutore: oggi, sapendosi dall'Epistolario romano che fin dall'ottobre 1607 era stato dal Fugger mandato in Italia Daniele Stefano di Augusta, per far evadere il Campanella, potrebbe lo Stefano esser ritenuto per Abacuc, disgustatosi col Tutore ossia fra Serafino.[484]Abbiamo cercato di vedere con la maggiore attenzione se nell'Archivio di Stato in Napoli fosse rimasta qualche traccia di questo Carteggio dell'Arciduca Ferdinando ed anche dell'Arciduca Massimiliano intorno al Campanella. Ci pare che le tre seguenti Lettere Regie vi si riferiscano: ma il mistero col quale sono scritte vieta di ritenerlo in modo assoluto. E però le mettiamo qui per lasciarne giudici i lettori, pregandoli di ricordarsi che primo a scrivere fu Massimiliano, che pochi giorni dopo scrisse Ferdinando, nel gen.o1608 (lettere giunte con ritardo), e che Ferdinando scrisse ancora in sèguito, il 3 8bre 1608 e il 10 maggio 1609.—1.o«El rey. III.oConte de Venavente Primo mi Visso Rey, lugar teniente y Capitan general del Reyno de Napoles. He visto vuestras cartas de los 23 de mayo y 30 de iunio con los papeles que acusan tocante a mejorar el presidio y poblaçion de puerto Ercules, y sobre el socorro que pide el Archiduque Massimiliano Ernesto, y agradezco os mucho el cuydado que teneys de lo primero, en lo qual quedo mirando para proveer lo que convenga, y en lo que toca a lo que os escrivio el dicho Archiduque no se offrece que dezir, sino que fue açertado lo que le respondistes y lo sera que siempre vays con la misma consideracion no resolviendo nada sin avisarmelo, porque ay mucho que mirar en la forma de hazer aquellas ayudas. De Valladolid a 10 de setiembre 1608. Yo el Rey».—2.o«III.oConde etc. Las cosas de la Religion Catolica en Alemana se van poniendo en tan mal estado que obliga a atender a su reparo con summo cuydado, y haviendo entendido el en que se hallan los Ser.mosArchiduques ferdinando y leopoldo mis hermanos por lo que toca a sus estados, He acordado de engargaros y mandaros, como lo hago, les asestays y ayudeys en lo que pudieredes de esse Reyno, y demas desto procureys que por todas vias se entienda que yo de acudir a la defensa de la causa Catolica y al empaxo de la cassa (sic) de Austria en qualquier evento, como debo, para que con esto se reprima el atrevimiento de los hereges, y avisareysme de lo que hizieredes, y se os ofreçiere açerca desta materia. De Segovia a 13 de agosto 1609. Yo el Rey».—3.o«.... queda entendido lo que el Archiduque ferdinando mi Hermano os ha embiado a pedir con el Conde fu.oefforça de Porçia, y que os le aveys respondido y ya se os ha avisado lo que es mi Voluntad, se haya por agora ensto, a quen no se offreze que anadir, sino que aquellas cosas me dan el cuydado que es razon y se va mirando en lo que se deve hazer.... De Segovia a 22 de Agosto 1609. Yo el Rey». (Da' Reg.iLitterarumS. M.tizvol. 12, fol. 878, 1053, 1703).[485]Ved. Gabr. Naudaei Epistolae, Genevae 1667. Ep. 82, pag. 614.[486]Il Berti, nella Vita del Campanella stampata nella Nuova Antologia (luglio 1878, p. 615), parlando del carcere di Napoli dice che il Campanella «ricevette pure nel carcere la visita del celebre Gerolamo Vecchietti, di cui prese a difendere talune opinioni che erano state allora giudicate eretiche»; e in una nota aggiunge, «coteste opinioni si riferiscono alla cronologia sacra nella riforma del Calendario Giuliano». Ma in unAvviso di Romadella Collezione esistente nella Bibl. Corsiniana (cod. 1768) abbiamo trovato in data del 30 aprile 1633: «Il Vecchietti fiorentino dopo esser stato sett'anni prigione all'Inquisitione questa settimana n'è uscito». Era dunque prigione fin dal 1626, e quindi compagno del Campanella; e le Lettere Inedite del Campanella dateci dallo stesso Berti ci mostrano quale sia stata veramente l'opinione eretica, per la quale passò pericolo di essere dannato al fuoco da 18 Teologi d'accordo, l'aver negato che Cristo avesse mangiato l'agnello (ved. le Lett. da Aix 2 9bre 1634, da Parigi 4 10bre 1634, da Parigi 22 7bre 1636).[487]Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 131 e seguenti.[488]Ved. le Poesie, ediz. D'Ancona pag. 151.[489]Di testimonianze relative a tale notizia non conosciamo finora altra più antica di quella del Bulifon, cronista della fine del 1600 e principio del 1700; ed essa viene a luce oggi per la prima volta, comunicataci dal chiarmoScipione Volpicella. Si sa che il Bulifon, libraio, registrava notizie di ogni sorte per compilare il suo così dettoCronicamerone; ma essendo stato saccheggiato il suo negozio e il suo domicilio il 1707, i manoscritti andarono perduti con tutto il resto, e poi se n'è venuto ricuperando qualche volume più tardi. Due di essi stanno nella Biblioteca Nazionale (X, F, 51-52), altri in mano di particolari, ed uno di questi ultimi reca: «La notte che divide l'anno 1679 dal 1680 morì in Roma quasi in miseria il celebre matematico Giovanni Alfonso Borelli d'anni 72. Egli nacque spurio, come dicono, nel Castello Nuovo di Napoli da un officiale spagnolo, sebbene v'è chi dica dal Padre Tommaso Campanella ivi carcerato. Ma restò tanto odioso di quella nazione che si assunse il cognome della madre. Questo nelle sue opere stampate e ristampate in più luoghi diede saggio della profondità di sua dottrina, con la quale gareggiò con li primi ingegni dell'Europa. Non si deve tacere che la maggior parte delle esperienze fatte nell'Accademia del Cimento in Firenze sono del nostro Borelli in quella aggregato. Le opere da lui stampate sono De vi....... (sic), De motibus a gravitate pendentibus, De motionibus animalium, Dell'incendio del Vesuvio, e Euclide restituito».—Ognuno apprezzerà, come merita, la notevolissima ragione del cambiamento di nome del Borrelli addotta dal Bulifon, tanto più che da' posteriori è stata variamente e meno acconciamente interpetrata. Noi pertanto abbiamo raccolto e discusso in una speciale Illustrazione quelle poche cose che finora ci è riuscito di trovare su tale argomento ne' libri parrocchiali del Castel nuovo e nell'Archivio di Stato. Ved. Illustraz. V, pag. 646.[490]Il Conte di Lemos lo aveva dichiarato a S. M.tàfin da principio (ved. Doc. 36, pag. 42); d'altronde tale era la regola.[491]Questa iniqua proposizione del Card.lBarberini trovasi riportata in una delle lettere del Campanella pubblicata dal Baldacchini, quella del 10 agosto 1624, ed era perciò nota fin dal 1840; ce l'ha poi confermata un'altra lettera pubblicata nel 1878 dal Berti, quella del 13 agosto 1624 (non 13 aprile come il Berti lesse, avendolo noi personalmente verificato nella Barberiniana). E tuttavia si è continuato sempre a parlare della gloriosa protezione del Campanella spiegata da Roma, dove è noto che il Card.lBarberini, Card.lNipote, spadroneggiava.[492]Anche oggi di questo favore di Papa Urbano pel Campanella si ha una notizia molto confusa, perfino riguardo al tempo in cui avvenne. P. es. il Berti parla della «pensione mensile che gli fu accordata quando venne di Napoli in Roma»: ma evidentemente una pensione, o meglio uno stipendio per la carica di cameriere intimo, non si potè accordare allora al Campanella, se fu rinchiuso nel carcere di S.toUfficio per tre anni. E circa questo fatto della prigionia parimente il Berti dice, che il Campanella «passò tre anni sotto la mentovata custodia senza muoverne lagnanza»; ma non poteva muoverne lagnanza se aveva avuta una condanna al carcere irremissibile; del resto, dovè pure trovare chi l'aiutasse ad uscirne, disobbligandosi col fargli la natività, e in una lettera scritta al Papa, quando stava nel S.toOfficio, usò le espressioni medesime usate con lo Scioppio quando stava nella fossa di S. Elmo, «Adiutor meus et liberator meus es tu Domine, ne tardaveris». Queste notizie risultano dagli stessi preziosi documenti datici appunto dal Berti (ved. Nuova Antologia luglio 1878 p. 400 e 392, e Lettere inedite, let. 12.ap. 40, e let. 4.ap. 21). Chiunque si faccia a leggere i documenti e a considerare le cose senza idee preconcette, troverà che la Curia Romana non ebbe mai alcun riguardo pel Campanella eccetto quello finale dell'averlo tenuto nel carcere di Roma per soli 3 anni, invece degli 8 anni soliti a farsi scontare, trattandosi di condanna al carcere perpetuo ed anche irremissibile. Ma si deve tener presente che dopo la condanna egli avea sofferto oltre ventitrè anni di carcere, che varii Cardinali e Prelati aveano molta considerazione della sua dottrina, massime poi che sopraggiunsero circostanze straordinarie e del tutto estrinseche, per le quali Papa Urbano, personalmente, mostrò di proteggerlo ed amarlo, e pure fino ad un certo punto. Si può ben dire che quella volta il Campanella non vide chiaro, e ad ogni modo, circa la protezione trovata da lui in Papa Urbano, si sarebbe dovuto accuratamente distinguere più periodi successivi, ne' quali le cose andarono ben diversamente.[493]Da buon teologo, lo Spagnolio «reverentemente abolì» ciò che avea detto del Campanella e de' congiunti e familiari di lui; pel resto scrisse, «de coeteris, jure, an fraude et calumnia circumventi, saevis sint affecti suppliciis aut morte puniti, nullo modo contendo». Gli riusciva quindi anche indifferente il determinare se ci fosse stata o non ci fosse stata una congiura.[494]Così nel libro intitolato «Considerations politiques sur les coups d'Etat, Hollande 1679» p. 262 e 277. Il libro era stato stampato anche nel 1667 e 1671 sempre assai dopo la morte dell'autore, e come abbiamo dimostrato nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella, esso fu certamente stampato per la prima volta in piccolo numero di esemplari, dovendo rimaner segreto, dopo il 1638; poichè nella dedica al Card.ldi Bagno, il quale avea data al Naudeo la commissione di scriverlo, si parla del riposo e degli onori che il Cardinale godeva in Roma dopo sette governi di provincie, una Vicelegazione e due Nunziature, e si sa che tutto questo accadeva dopo il 1638, avendo in tale anno il Cardinale rinunziato il Vescovato di Rieti e preso stanza in Roma.—Quanto al «Panegyricus dictus Urbano VIII Pontif. max. ob beneficia ab ipso in Thom. Campanellam collata, Paris ap. Sebast. Cramoisy 1644», esso reca in fine la data del 1632, e sebbene nel titolo ed anche nella dedica si affermi essere stato «recitato» ad Urbano VIII, e l'Echard aggiunga che appunto nel 1632 questo sia accaduto «coram percelebri omnium ordinum consessu», gioverà conoscere un brano di lettera autografa inedita dello stesso Naudeo, che riportiamo tra i Documenti (ved. Doc. 527 b, p. 607). Vi si rileverà che il Panegirico non fu mai recitato, e che nel 1635 l'autore dolevasi di non poterlo dare alle stampe, del quale ultimo fatto ognuno naturalmente intenderà la ragione. Nulla diciamo poi del trovare affermato nel Panegirico, che Papa Urbano beneficò il Campanella «judicium non modo suum..., sed Clementis VIII, et Pauli V mentem, in aestimandis Campanellae dotibus mirificis, sequutus»; perfino Clemente VIII avea stimato le qualità del Campanella![495]Tutte le suddette particolarità emergono da' Carteggi e dagli Avvisi del tempo; l'ultima poi, la più scellerata, è venuta fuori co' documenti raccolti dal Bazzoni pel suo bel lavoro intitolato «Un Nunzio straordinario alla Corte di Francia nel secolo 17o», pubblicato nella Rivista Europea 2.osemestre 1880. Notevole riesce l'industria del Mazarini per adempiere alla commissione ricevuta; si serve del noto P.eGiuseppe e vuol servirsi anche del Card.lDella Valletta, ma attesta che il Campanella parla molto bene del Card.lBarberini non che del Papa (ecco una difficoltà). Più tardi fa sapere che ha parlato risentitamente al Campanella perchè vuole stampare alcune opere avendone ottenuta la permissione dalla Sorbona; vuole stampare l'Ateismo e vi si riscalda, «per qualche profitto che ne caverà»; e malvolentieri si lascia persuadere che non stampi, «parendogli che l'opporvisi sia togliergli la gloria» (cose da nulla). Con ciò fa anche sapere che il Richelieu lo stima un chiacchierone, e che veramente il giudizio suo non corrisponde all'ingegno. Senza dubbio in quelle condizioni l'avrebbe perduto ognuno il giudizio; ma che dire poi del giudizio di chi ha cantato inni di gloria a Papa Urbano ed a' Barberini a proposito del Campanella? Ed oggi c'è da temere per soprappiù, che debba il filosofo scontare il risentimento di coloro i quali non sono riusciti a capirlo.

[462]Ved. gli ultimi versi, con la nota annessa, della Canzone III in Salmodia metafisicale.

[462]Ved. gli ultimi versi, con la nota annessa, della Canzone III in Salmodia metafisicale.

[463]Così nella Canzone «Della Bellezza», Madrigale 9o, egli dichiarò che«Bello è il mentir, se a far gran ben si prova».E nella nota quivi annessa citò la menzogna di Ulisse a Polifemo, e di Sifra e di Puha a Salomone. In un'altra nota annessa al Madrigale 4.odella «Canzon II al Primo Senno», parlando dello Spirito impuro, disse che esso è per natura mendace, ma aggiunse che «è segno di natura corrotta e viziosa, quando mente non per industria, bisogno e sagacità». L'essere poi stato costretto a fingere, e l'aver finto, si rileva dal Sonetto intitolato «Senno senza forza de' savii esser soggetto alla forza de' pazzi», dove il filosofo ci apparisce ritratto con la maggior fedeltà, essendo quivi citati i suoi presagi, le sue «Regie imprese» e le conseguenze di esse.

[463]Così nella Canzone «Della Bellezza», Madrigale 9o, egli dichiarò che

«Bello è il mentir, se a far gran ben si prova».

«Bello è il mentir, se a far gran ben si prova».

E nella nota quivi annessa citò la menzogna di Ulisse a Polifemo, e di Sifra e di Puha a Salomone. In un'altra nota annessa al Madrigale 4.odella «Canzon II al Primo Senno», parlando dello Spirito impuro, disse che esso è per natura mendace, ma aggiunse che «è segno di natura corrotta e viziosa, quando mente non per industria, bisogno e sagacità». L'essere poi stato costretto a fingere, e l'aver finto, si rileva dal Sonetto intitolato «Senno senza forza de' savii esser soggetto alla forza de' pazzi», dove il filosofo ci apparisce ritratto con la maggior fedeltà, essendo quivi citati i suoi presagi, le sue «Regie imprese» e le conseguenze di esse.

[464]«Nec potest Macchiavellista dissimulare in hoc aliisque saeculis praeteritis, futurisque, quod argumenta potiora dissimulaverim: nam plura quam ipsi queant imaginari et fortiora apposui, dissolvique per coelestem et humanam philosophiam non semel neque bis, usque ad radices». Così nella lettera proemiale all'Atheismuspubblicata dallo Struvio.

[464]«Nec potest Macchiavellista dissimulare in hoc aliisque saeculis praeteritis, futurisque, quod argumenta potiora dissimulaverim: nam plura quam ipsi queant imaginari et fortiora apposui, dissolvique per coelestem et humanam philosophiam non semel neque bis, usque ad radices». Così nella lettera proemiale all'Atheismuspubblicata dallo Struvio.

[465]Abbiamo detto che il Campanella fu diversamente ed assai spesso vituperosamente giudicato nella persona e nelle opere sue. Segnatamente circa le opere politiche e religiose, che appunto riguardano più da vicino l'argomento nostro, fu ammessa in lui un'astuzia con frode, un Machiavellismo combattendo il Machiavelli, un Ateismo combattendo gli Atei, la quale ultima proposizione in verità è affatto insulsa. Possono leggersi nel Cyprianus e nell'Echard le testimonianze di questo genere emesse dal Boecler, dal Conringio, dal Voël etc. etc. e non a torto l'Echard fece riflettere che in altrettali giudizii ostili dominava il dispetto de' Protestanti di Germania, i quali furono veramente, per esagerazione di zelo, trattati con molta durezza dal Campanella. Per conto nostro dobbiamo dire che nel paese, dove potè essere meglio conosciuto intimamente, oltre la caratteristica di astuto e furbo, stabilita a' tempi suoi e mantenutasi per tradizione, non mancarono le testimonianze dell'aver lui scritto ben diversamente da ciò che sentiva, e questo per verità importa di assodare. Così il Nicodemo, da potersi considerare un'eco di affermazioni d'individui che aveano trattato col Campanella, nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi disse, «Per quanto ebbe ingegno e dottrina, tanto fu ingannatore, e spesso, spesso, per compiacere altrui o per proprii fini, cose scriveva lontanissime da quello che nell'interno sentiva»: respingendo un modo di esprimersi tanto sciocco, che non tiene il menomo conto della posizione orribile del Campanella, rimane accertato il fatto della dissonanza tra i suoi pensieri e i suoi scritti. Potremmo poi riferire testimonianze e ricordi pieni di stima e di affetto, da parte di qualche suo discepolo distintissimo, che ebbe campo di conoscerlo intimamente e di valutarne al tempo medesimo le stringenti necessità: nè vi è chi ignori le testimonianze di stranieri illustri che lo conobbero, come Tobia Adami il quale ebbe a conversare con lui per più mesi al Castello dell'uovo nel 1613, e Gabriele Nandeo il quale ebbe a conversarvi del pari lungamente a Roma nel 1631, mostrandosi entrambi convinti non solo dell'ingegno e della dottrina del filosofo, ma anche del suo candore ed innocenza, mentre per lo meno il Nandeo era certamente consapevole delle sue imprese di Calabria. Ora a' tempi nostri il Sainte-Beuve (Portraits litteraires, Paris 1862, vol. 2.op. 522) ha pubblicata un'altra lettera del Nandeo, rinvenuta nella corrispondenza ms. di Mons.rPeirescio, nella quale, in data del 30 giugno 1636, invelenito contro il Campanella, che assicuravasi avere sparlato di lui e che protestava di «non aver detto nulla a suo svantaggio e voler morire suo servitore ed amico», il Nandeo vomita largamente grossolani giudizii sul conto di lui. E dice che vuole «una sodisfazione per lettera di propria mano, concepita in guisa da mostrare almeno di essere dispiaciuto di avere offeso a torto e con leggerezza», ma aggiunge che «qualunque sodisfazione gli avesse dato, non lo stimerebbe mai altrimenti che un uomo stordito più di una mosca e negli affari del mondo meno sensato di un ragazzo», e «se ha evitato i giusti risentimenti del M.odel Palazzo di Romafuggendosene a Parigi sotto pretesto di essere perseguitato dagli spagnuoli che non pensarono punto a lui, non eviterà frattanto i suoi» (giunge il Nandeo a tradire la verità fino a questo punto). E dice che il Campanella «ciarla potentemente, mentisce impudentemente, spaccia bagatelle al popolaccio, e con tutto ciò è un matto arrabbiato, un impostore, un mentitore, un superbo, un impaziente, un ingrato, un filosofo mascherato. . . », terminando col motto «ipse est catharma, carcinoma, fex, excrementum di tutti gli uomini di lettere, a' quali fa vergogna e disonore»! Il Sainte-Beuve, aggiungendovi anche una nota del Guy-Patin, che dopo di aver visitato il Campanella in Parigi scrisse di lui nel suo libro di ricordi ilbeau-mot«multa quidem scit, sed non multum», dice per conto suo bonariamente: «in un tempo in cuisi è in via di esagerare sul Campanella, ho stimato bene far conoscere questa opinione segreta del Naudè e della cerchia degli amici del Naudè; giacchè sovente è invocata la loro testimonianza esteriore..., era giusto che se ne avesse anche la testimonianza intima e confidenziale». Per conto nostro, a fronte di testimonianze provenienti da uomini di coscienza sciaguratamente doppia, siamo disposti ad accogliere le testimonianze segrete anzichè le pubbliche, ma, naturalmente, riserbandoci il dritto di apprezzarne il valore: ed essendoci noto come negl'italiani si trovi ancora tanta dabbenaggine, che mentre al di là delle Alpi si professa lochez-nousad ogni costo, essi si affaticano a professare ilfavorite-signorisenza eccezioni, stimiamo bene spendervi intorno alcune poche parole. Lasceremo da banda le testimonianze del Guy-Patin: vi sono le opere del Campanella, e chi è avvezzo a leggere deve da esse trarre i suoi convincimenti, non dalle impressioni di un uomo che studiava spirito e maldicenza per farne traffico, ricavandone un pranzo e un luigi per ogni seduta, ed era tanto competente in filosofia da maledire Descartes. Quanto alla lettera scritta nel 1636 dal Naudeo, essa per noi vale solo a mostrare due cose: 1.oche il Campanella non aveva l'abitudine del mutuo incensamento tanto diffuso tra' dotti a quell'età, onde il Naudeo, come il Peirescio, il Gassendo etc., non potevano tollerarne qualche giudizio sul conto loro, che non fosse un elogio continuo in tutto e per tutto; 2.oche il Naudeo era capace di bizze momentanee senza alcuna misura, da doversi dire francamente bestiali. Quando si avesse a ritenere la detta lettera del Naudeo non come una bizza momentanea, ma come l'espressione del suo profondo convincimento sul Campanella, allora, avendo lui scritto le note lettere latine posteriori al 1636 e la lettera dedicatoria delSyntagma, avendo inoltre pubblicato il Panegirico ad Urbano VIII con la relativa avvertenza, nel quale del resto diede veramente prova solenne di menzogna e d'impostura, andrebbe a lui rivolto quel suo motto «ipse est catharma, carcinoma», con ciò che segue.

[465]Abbiamo detto che il Campanella fu diversamente ed assai spesso vituperosamente giudicato nella persona e nelle opere sue. Segnatamente circa le opere politiche e religiose, che appunto riguardano più da vicino l'argomento nostro, fu ammessa in lui un'astuzia con frode, un Machiavellismo combattendo il Machiavelli, un Ateismo combattendo gli Atei, la quale ultima proposizione in verità è affatto insulsa. Possono leggersi nel Cyprianus e nell'Echard le testimonianze di questo genere emesse dal Boecler, dal Conringio, dal Voël etc. etc. e non a torto l'Echard fece riflettere che in altrettali giudizii ostili dominava il dispetto de' Protestanti di Germania, i quali furono veramente, per esagerazione di zelo, trattati con molta durezza dal Campanella. Per conto nostro dobbiamo dire che nel paese, dove potè essere meglio conosciuto intimamente, oltre la caratteristica di astuto e furbo, stabilita a' tempi suoi e mantenutasi per tradizione, non mancarono le testimonianze dell'aver lui scritto ben diversamente da ciò che sentiva, e questo per verità importa di assodare. Così il Nicodemo, da potersi considerare un'eco di affermazioni d'individui che aveano trattato col Campanella, nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi disse, «Per quanto ebbe ingegno e dottrina, tanto fu ingannatore, e spesso, spesso, per compiacere altrui o per proprii fini, cose scriveva lontanissime da quello che nell'interno sentiva»: respingendo un modo di esprimersi tanto sciocco, che non tiene il menomo conto della posizione orribile del Campanella, rimane accertato il fatto della dissonanza tra i suoi pensieri e i suoi scritti. Potremmo poi riferire testimonianze e ricordi pieni di stima e di affetto, da parte di qualche suo discepolo distintissimo, che ebbe campo di conoscerlo intimamente e di valutarne al tempo medesimo le stringenti necessità: nè vi è chi ignori le testimonianze di stranieri illustri che lo conobbero, come Tobia Adami il quale ebbe a conversare con lui per più mesi al Castello dell'uovo nel 1613, e Gabriele Nandeo il quale ebbe a conversarvi del pari lungamente a Roma nel 1631, mostrandosi entrambi convinti non solo dell'ingegno e della dottrina del filosofo, ma anche del suo candore ed innocenza, mentre per lo meno il Nandeo era certamente consapevole delle sue imprese di Calabria. Ora a' tempi nostri il Sainte-Beuve (Portraits litteraires, Paris 1862, vol. 2.op. 522) ha pubblicata un'altra lettera del Nandeo, rinvenuta nella corrispondenza ms. di Mons.rPeirescio, nella quale, in data del 30 giugno 1636, invelenito contro il Campanella, che assicuravasi avere sparlato di lui e che protestava di «non aver detto nulla a suo svantaggio e voler morire suo servitore ed amico», il Nandeo vomita largamente grossolani giudizii sul conto di lui. E dice che vuole «una sodisfazione per lettera di propria mano, concepita in guisa da mostrare almeno di essere dispiaciuto di avere offeso a torto e con leggerezza», ma aggiunge che «qualunque sodisfazione gli avesse dato, non lo stimerebbe mai altrimenti che un uomo stordito più di una mosca e negli affari del mondo meno sensato di un ragazzo», e «se ha evitato i giusti risentimenti del M.odel Palazzo di Romafuggendosene a Parigi sotto pretesto di essere perseguitato dagli spagnuoli che non pensarono punto a lui, non eviterà frattanto i suoi» (giunge il Nandeo a tradire la verità fino a questo punto). E dice che il Campanella «ciarla potentemente, mentisce impudentemente, spaccia bagatelle al popolaccio, e con tutto ciò è un matto arrabbiato, un impostore, un mentitore, un superbo, un impaziente, un ingrato, un filosofo mascherato. . . », terminando col motto «ipse est catharma, carcinoma, fex, excrementum di tutti gli uomini di lettere, a' quali fa vergogna e disonore»! Il Sainte-Beuve, aggiungendovi anche una nota del Guy-Patin, che dopo di aver visitato il Campanella in Parigi scrisse di lui nel suo libro di ricordi ilbeau-mot«multa quidem scit, sed non multum», dice per conto suo bonariamente: «in un tempo in cuisi è in via di esagerare sul Campanella, ho stimato bene far conoscere questa opinione segreta del Naudè e della cerchia degli amici del Naudè; giacchè sovente è invocata la loro testimonianza esteriore..., era giusto che se ne avesse anche la testimonianza intima e confidenziale». Per conto nostro, a fronte di testimonianze provenienti da uomini di coscienza sciaguratamente doppia, siamo disposti ad accogliere le testimonianze segrete anzichè le pubbliche, ma, naturalmente, riserbandoci il dritto di apprezzarne il valore: ed essendoci noto come negl'italiani si trovi ancora tanta dabbenaggine, che mentre al di là delle Alpi si professa lochez-nousad ogni costo, essi si affaticano a professare ilfavorite-signorisenza eccezioni, stimiamo bene spendervi intorno alcune poche parole. Lasceremo da banda le testimonianze del Guy-Patin: vi sono le opere del Campanella, e chi è avvezzo a leggere deve da esse trarre i suoi convincimenti, non dalle impressioni di un uomo che studiava spirito e maldicenza per farne traffico, ricavandone un pranzo e un luigi per ogni seduta, ed era tanto competente in filosofia da maledire Descartes. Quanto alla lettera scritta nel 1636 dal Naudeo, essa per noi vale solo a mostrare due cose: 1.oche il Campanella non aveva l'abitudine del mutuo incensamento tanto diffuso tra' dotti a quell'età, onde il Naudeo, come il Peirescio, il Gassendo etc., non potevano tollerarne qualche giudizio sul conto loro, che non fosse un elogio continuo in tutto e per tutto; 2.oche il Naudeo era capace di bizze momentanee senza alcuna misura, da doversi dire francamente bestiali. Quando si avesse a ritenere la detta lettera del Naudeo non come una bizza momentanea, ma come l'espressione del suo profondo convincimento sul Campanella, allora, avendo lui scritto le note lettere latine posteriori al 1636 e la lettera dedicatoria delSyntagma, avendo inoltre pubblicato il Panegirico ad Urbano VIII con la relativa avvertenza, nel quale del resto diede veramente prova solenne di menzogna e d'impostura, andrebbe a lui rivolto quel suo motto «ipse est catharma, carcinoma», con ciò che segue.

[466]Ved. Doc. 520, pag. 596.

[466]Ved. Doc. 520, pag. 596.

[467]Alludiamo a' «Nuovi Documenti su T. Campanella tratti dal Carteggio di Giovanni Fabri, Roma 9bre 1881». Notiamo che i documenti di tale Carteggio pubblicati nella loro integrità sono solamente cinque, rappresentati da due lettere dell'Arciduca Ferdinando e tre lettere dello Scioppio, mentre le notizie che li accompagnano ne mostrano un numero assai maggiore. Come abbiamo detto nella Prefazione di questo libro, ancora non si concede di poter vedere il Carteggio.

[467]Alludiamo a' «Nuovi Documenti su T. Campanella tratti dal Carteggio di Giovanni Fabri, Roma 9bre 1881». Notiamo che i documenti di tale Carteggio pubblicati nella loro integrità sono solamente cinque, rappresentati da due lettere dell'Arciduca Ferdinando e tre lettere dello Scioppio, mentre le notizie che li accompagnano ne mostrano un numero assai maggiore. Come abbiamo detto nella Prefazione di questo libro, ancora non si concede di poter vedere il Carteggio.

[468]Ved. Centofanti nell'Arch. storico italiano, luglio 1866 pag. 19: «De cleri reformatione iterum dico tibi me quasi nihil sperare . . . ; ipsi orabunt nos, si Principes duos, quos quasi manibus teneo convertemus, et sapientes Germaniae per novitatem doctrinae admirabilis alliciemus»: d'onde si vede che il Campanella avea giù rinunziato a sostenere la riforma del Clero consigliata come indispensabile nella lettera del 1606 al Papa, e il suo pensiero era tutto rivolto alle imprese di Germania da doversi compiere insieme con lo Scioppio, al quale aveva pure scritto un'altra volta. Aggiungiamo che essendo ora accertato da uno de' documenti rinvenuti dal Berti essere lo Scioppio venuto in Napoli nell'aprile 1607, e cominciando la lettera del Campanella con le parole «Mirifice me angit quod adspectus denegatur tuus», saremmo tentati di assegnarle appunto la data suddetta, quando essi stavano vicini e non si permetteva che si vedessero. Aggiungiamo ancora che non può dubitarsi essere stato l'anno 1607 quello in cui lo Scioppio ebbe la missione di Germania, poichè una lettera autografa di lui a Cassiano del Pozzo, da noi pubblicata, reca: «L'anno 1607 havendo gli Catolici di Germania supplicato il Papa Paolo V che soprasedesse di mandar un Nunzio alla Dieta di Ratispona per evitar la gelosia de' Protestanti, si risolse il Papa di mandarvi la mia persona come Consegliero di casa d'Austria» etc. (ved. Il Codice delle lettere del Campanella, pag. 80 in nota).

[468]Ved. Centofanti nell'Arch. storico italiano, luglio 1866 pag. 19: «De cleri reformatione iterum dico tibi me quasi nihil sperare . . . ; ipsi orabunt nos, si Principes duos, quos quasi manibus teneo convertemus, et sapientes Germaniae per novitatem doctrinae admirabilis alliciemus»: d'onde si vede che il Campanella avea giù rinunziato a sostenere la riforma del Clero consigliata come indispensabile nella lettera del 1606 al Papa, e il suo pensiero era tutto rivolto alle imprese di Germania da doversi compiere insieme con lo Scioppio, al quale aveva pure scritto un'altra volta. Aggiungiamo che essendo ora accertato da uno de' documenti rinvenuti dal Berti essere lo Scioppio venuto in Napoli nell'aprile 1607, e cominciando la lettera del Campanella con le parole «Mirifice me angit quod adspectus denegatur tuus», saremmo tentati di assegnarle appunto la data suddetta, quando essi stavano vicini e non si permetteva che si vedessero. Aggiungiamo ancora che non può dubitarsi essere stato l'anno 1607 quello in cui lo Scioppio ebbe la missione di Germania, poichè una lettera autografa di lui a Cassiano del Pozzo, da noi pubblicata, reca: «L'anno 1607 havendo gli Catolici di Germania supplicato il Papa Paolo V che soprasedesse di mandar un Nunzio alla Dieta di Ratispona per evitar la gelosia de' Protestanti, si risolse il Papa di mandarvi la mia persona come Consegliero di casa d'Austria» etc. (ved. Il Codice delle lettere del Campanella, pag. 80 in nota).

[469]Scioppii, De Antichristo, Epistola ad Ill.umquemdam Germaniae Principem Protestantem scripta, accesserunt ejusdem De Petri primatu, De adoratione summi Pontificis, de splendore et divitiis ecclesiasticorum, de Papae denique potestate in saecularibus etc. Ingolstadii 1605.

[469]Scioppii, De Antichristo, Epistola ad Ill.umquemdam Germaniae Principem Protestantem scripta, accesserunt ejusdem De Petri primatu, De adoratione summi Pontificis, de splendore et divitiis ecclesiasticorum, de Papae denique potestate in saecularibus etc. Ingolstadii 1605.

[470]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 35.

[470]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 35.

[471]Jul. Caesaris Capacci, Illustrium mulierum et illustrium virorum elogia, Neap. 1608-1609, t. 2, pag. 275-77. Il Capaccio dice che il Fabre gli «mostrò» la disputa mandata alla stampa contro lo Scaligero.

[471]Jul. Caesaris Capacci, Illustrium mulierum et illustrium virorum elogia, Neap. 1608-1609, t. 2, pag. 275-77. Il Capaccio dice che il Fabre gli «mostrò» la disputa mandata alla stampa contro lo Scaligero.

[472]Questo errore non sarebbe il solo: probabilmente per colpa dell'amanuense la lettera si mostra erronea in più punti. Fin dall'intestazione vi si leggo «Gaspari Scioppio... qui se litteratorem exhibet» e dovea dire «liberatorem»; offre poi «politicae XV aphorismos» e dovea dire «CL»; più oltre, «rogo te sis mihi ac tibi dedecori et onori», e dovea dire «ne sis» etc. etc.

[472]Questo errore non sarebbe il solo: probabilmente per colpa dell'amanuense la lettera si mostra erronea in più punti. Fin dall'intestazione vi si leggo «Gaspari Scioppio... qui se litteratorem exhibet» e dovea dire «liberatorem»; offre poi «politicae XV aphorismos» e dovea dire «CL»; più oltre, «rogo te sis mihi ac tibi dedecori et onori», e dovea dire «ne sis» etc. etc.

[473]La data della morte del Marchese di Lavello Gio. Geronimo trovasi ne' Reg.idelleSignificatorie de' Releviivol. 39, fol. 108.—Quanto al ricupero dellaMetafisicaved. Doc. 522, pag. 603. L'intervento del Reggente della Vicaria fa ritenere che il Campanella abbia dovuto reclamare pel ricupero dell'opera sua.

[473]La data della morte del Marchese di Lavello Gio. Geronimo trovasi ne' Reg.idelleSignificatorie de' Releviivol. 39, fol. 108.—Quanto al ricupero dellaMetafisicaved. Doc. 522, pag. 603. L'intervento del Reggente della Vicaria fa ritenere che il Campanella abbia dovuto reclamare pel ricupero dell'opera sua.

[474]Entrambe le lettere sono state da noi pubblicate.

[474]Entrambe le lettere sono state da noi pubblicate.

[475]È curioso il vedere che al Re, oltre le promesse solite di edificare una città inespugnabile etc., far che i vascelli navighino senza remi e senza vento, far che le carra camminino col vento con buoni pesi, far che i soldati a cavallo adoperino entrambe le mani senza obbligo di tener la briglia (cose più o meno già dette pure nellaCittà del Sole), aggiunse straordinariamente la promessa de' «Rimedii di rinnovar la vita ogni 7 anni». Nessuno meglio del Campanella sapeva adattarsi alle persone con le quali avea da fare.

[475]È curioso il vedere che al Re, oltre le promesse solite di edificare una città inespugnabile etc., far che i vascelli navighino senza remi e senza vento, far che le carra camminino col vento con buoni pesi, far che i soldati a cavallo adoperino entrambe le mani senza obbligo di tener la briglia (cose più o meno già dette pure nellaCittà del Sole), aggiunse straordinariamente la promessa de' «Rimedii di rinnovar la vita ogni 7 anni». Nessuno meglio del Campanella sapeva adattarsi alle persone con le quali avea da fare.

[476]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 45.

[476]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 45.

[477]Così nell'Echard, Vita Campanellae, ediz. agg.taal Cyprianus, Traiecti ad Rhenum, 1741, pag. 175.

[477]Così nell'Echard, Vita Campanellae, ediz. agg.taal Cyprianus, Traiecti ad Rhenum, 1741, pag. 175.

[478]Ved. i Nuovi documenti pubblicati dal Berti, Doc. 1.opag. 29. Ma ci permettiamo di far avvertire che la data di esso, 17 marzo 1607, non può stare; la lettera evidentemente fu scritta dalla Germania e basta riflettere che accenna ad una lettera commendatizia già scritta dall'Arciduca Ferdinando, la qual cosa conosciamo essere avvenuta in gennaio 1608; vedremo poi, nel corso della narrazione, come essa si colleghi a qualche altra lettera pubblicata da noi.

[478]Ved. i Nuovi documenti pubblicati dal Berti, Doc. 1.opag. 29. Ma ci permettiamo di far avvertire che la data di esso, 17 marzo 1607, non può stare; la lettera evidentemente fu scritta dalla Germania e basta riflettere che accenna ad una lettera commendatizia già scritta dall'Arciduca Ferdinando, la qual cosa conosciamo essere avvenuta in gennaio 1608; vedremo poi, nel corso della narrazione, come essa si colleghi a qualche altra lettera pubblicata da noi.

[479]Ved. Griselini, Memorie aneddote spettanti alla vita di fra Paolo Servita, Losanna 1760, pag. 142, e Oporini Grabinii, Amphotides Scioppianae, Paris. 1611, pag. 162.

[479]Ved. Griselini, Memorie aneddote spettanti alla vita di fra Paolo Servita, Losanna 1760, pag. 142, e Oporini Grabinii, Amphotides Scioppianae, Paris. 1611, pag. 162.

[480]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 50.

[480]Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 50.

[481]Riportiamo qui il brano suddetto perchè i lettori possano valutarlo: «Primum ab Archiduce Maximiliano, cum totos XI dies cum maxima mea molestia neque minimis impensis Oeniponti desedissem, literas ad Proregem impetravi, et quidem adnitente D. Georgio nostro. Deinde ut ipse Georgius hominem ei rei allegaret perfeci: ita tamen ut stipulanti promitterem, curaturum me ut secum prius toto anno esses quam quaquam discederes; tum etiam nullius me alterius principis auxilia imploraturum, quamdin spes aliqua sit suam tibi operam profuturam... Et tamen, bona cum ipsius pace, ut te Serenissimus Patronus meus Ferdinandus Archidux ex praescripto meo Proregi commendaret perfeci». Così nell'ultima delle tre lettere pubblicate dal Berti, che a noi pare debba mettersi in primo luogo.

[481]Riportiamo qui il brano suddetto perchè i lettori possano valutarlo: «Primum ab Archiduce Maximiliano, cum totos XI dies cum maxima mea molestia neque minimis impensis Oeniponti desedissem, literas ad Proregem impetravi, et quidem adnitente D. Georgio nostro. Deinde ut ipse Georgius hominem ei rei allegaret perfeci: ita tamen ut stipulanti promitterem, curaturum me ut secum prius toto anno esses quam quaquam discederes; tum etiam nullius me alterius principis auxilia imploraturum, quamdin spes aliqua sit suam tibi operam profuturam... Et tamen, bona cum ipsius pace, ut te Serenissimus Patronus meus Ferdinandus Archidux ex praescripto meo Proregi commendaret perfeci». Così nell'ultima delle tre lettere pubblicate dal Berti, che a noi pare debba mettersi in primo luogo.

[482]Ved. Il Codice delle lettere, pag. 46 e 68.

[482]Ved. Il Codice delle lettere, pag. 46 e 68.

[483]Ved. Il Codice delle lettere, pag. 42. Dobbiamo fare avvertire che in questa lettera il Campanella dice dippiù esservi disgusto fra Abacuc e il Tutore: oggi, sapendosi dall'Epistolario romano che fin dall'ottobre 1607 era stato dal Fugger mandato in Italia Daniele Stefano di Augusta, per far evadere il Campanella, potrebbe lo Stefano esser ritenuto per Abacuc, disgustatosi col Tutore ossia fra Serafino.

[483]Ved. Il Codice delle lettere, pag. 42. Dobbiamo fare avvertire che in questa lettera il Campanella dice dippiù esservi disgusto fra Abacuc e il Tutore: oggi, sapendosi dall'Epistolario romano che fin dall'ottobre 1607 era stato dal Fugger mandato in Italia Daniele Stefano di Augusta, per far evadere il Campanella, potrebbe lo Stefano esser ritenuto per Abacuc, disgustatosi col Tutore ossia fra Serafino.

[484]Abbiamo cercato di vedere con la maggiore attenzione se nell'Archivio di Stato in Napoli fosse rimasta qualche traccia di questo Carteggio dell'Arciduca Ferdinando ed anche dell'Arciduca Massimiliano intorno al Campanella. Ci pare che le tre seguenti Lettere Regie vi si riferiscano: ma il mistero col quale sono scritte vieta di ritenerlo in modo assoluto. E però le mettiamo qui per lasciarne giudici i lettori, pregandoli di ricordarsi che primo a scrivere fu Massimiliano, che pochi giorni dopo scrisse Ferdinando, nel gen.o1608 (lettere giunte con ritardo), e che Ferdinando scrisse ancora in sèguito, il 3 8bre 1608 e il 10 maggio 1609.—1.o«El rey. III.oConte de Venavente Primo mi Visso Rey, lugar teniente y Capitan general del Reyno de Napoles. He visto vuestras cartas de los 23 de mayo y 30 de iunio con los papeles que acusan tocante a mejorar el presidio y poblaçion de puerto Ercules, y sobre el socorro que pide el Archiduque Massimiliano Ernesto, y agradezco os mucho el cuydado que teneys de lo primero, en lo qual quedo mirando para proveer lo que convenga, y en lo que toca a lo que os escrivio el dicho Archiduque no se offrece que dezir, sino que fue açertado lo que le respondistes y lo sera que siempre vays con la misma consideracion no resolviendo nada sin avisarmelo, porque ay mucho que mirar en la forma de hazer aquellas ayudas. De Valladolid a 10 de setiembre 1608. Yo el Rey».—2.o«III.oConde etc. Las cosas de la Religion Catolica en Alemana se van poniendo en tan mal estado que obliga a atender a su reparo con summo cuydado, y haviendo entendido el en que se hallan los Ser.mosArchiduques ferdinando y leopoldo mis hermanos por lo que toca a sus estados, He acordado de engargaros y mandaros, como lo hago, les asestays y ayudeys en lo que pudieredes de esse Reyno, y demas desto procureys que por todas vias se entienda que yo de acudir a la defensa de la causa Catolica y al empaxo de la cassa (sic) de Austria en qualquier evento, como debo, para que con esto se reprima el atrevimiento de los hereges, y avisareysme de lo que hizieredes, y se os ofreçiere açerca desta materia. De Segovia a 13 de agosto 1609. Yo el Rey».—3.o«.... queda entendido lo que el Archiduque ferdinando mi Hermano os ha embiado a pedir con el Conde fu.oefforça de Porçia, y que os le aveys respondido y ya se os ha avisado lo que es mi Voluntad, se haya por agora ensto, a quen no se offreze que anadir, sino que aquellas cosas me dan el cuydado que es razon y se va mirando en lo que se deve hazer.... De Segovia a 22 de Agosto 1609. Yo el Rey». (Da' Reg.iLitterarumS. M.tizvol. 12, fol. 878, 1053, 1703).

[484]Abbiamo cercato di vedere con la maggiore attenzione se nell'Archivio di Stato in Napoli fosse rimasta qualche traccia di questo Carteggio dell'Arciduca Ferdinando ed anche dell'Arciduca Massimiliano intorno al Campanella. Ci pare che le tre seguenti Lettere Regie vi si riferiscano: ma il mistero col quale sono scritte vieta di ritenerlo in modo assoluto. E però le mettiamo qui per lasciarne giudici i lettori, pregandoli di ricordarsi che primo a scrivere fu Massimiliano, che pochi giorni dopo scrisse Ferdinando, nel gen.o1608 (lettere giunte con ritardo), e che Ferdinando scrisse ancora in sèguito, il 3 8bre 1608 e il 10 maggio 1609.—1.o«El rey. III.oConte de Venavente Primo mi Visso Rey, lugar teniente y Capitan general del Reyno de Napoles. He visto vuestras cartas de los 23 de mayo y 30 de iunio con los papeles que acusan tocante a mejorar el presidio y poblaçion de puerto Ercules, y sobre el socorro que pide el Archiduque Massimiliano Ernesto, y agradezco os mucho el cuydado que teneys de lo primero, en lo qual quedo mirando para proveer lo que convenga, y en lo que toca a lo que os escrivio el dicho Archiduque no se offrece que dezir, sino que fue açertado lo que le respondistes y lo sera que siempre vays con la misma consideracion no resolviendo nada sin avisarmelo, porque ay mucho que mirar en la forma de hazer aquellas ayudas. De Valladolid a 10 de setiembre 1608. Yo el Rey».—2.o«III.oConde etc. Las cosas de la Religion Catolica en Alemana se van poniendo en tan mal estado que obliga a atender a su reparo con summo cuydado, y haviendo entendido el en que se hallan los Ser.mosArchiduques ferdinando y leopoldo mis hermanos por lo que toca a sus estados, He acordado de engargaros y mandaros, como lo hago, les asestays y ayudeys en lo que pudieredes de esse Reyno, y demas desto procureys que por todas vias se entienda que yo de acudir a la defensa de la causa Catolica y al empaxo de la cassa (sic) de Austria en qualquier evento, como debo, para que con esto se reprima el atrevimiento de los hereges, y avisareysme de lo que hizieredes, y se os ofreçiere açerca desta materia. De Segovia a 13 de agosto 1609. Yo el Rey».—3.o«.... queda entendido lo que el Archiduque ferdinando mi Hermano os ha embiado a pedir con el Conde fu.oefforça de Porçia, y que os le aveys respondido y ya se os ha avisado lo que es mi Voluntad, se haya por agora ensto, a quen no se offreze que anadir, sino que aquellas cosas me dan el cuydado que es razon y se va mirando en lo que se deve hazer.... De Segovia a 22 de Agosto 1609. Yo el Rey». (Da' Reg.iLitterarumS. M.tizvol. 12, fol. 878, 1053, 1703).

[485]Ved. Gabr. Naudaei Epistolae, Genevae 1667. Ep. 82, pag. 614.

[485]Ved. Gabr. Naudaei Epistolae, Genevae 1667. Ep. 82, pag. 614.

[486]Il Berti, nella Vita del Campanella stampata nella Nuova Antologia (luglio 1878, p. 615), parlando del carcere di Napoli dice che il Campanella «ricevette pure nel carcere la visita del celebre Gerolamo Vecchietti, di cui prese a difendere talune opinioni che erano state allora giudicate eretiche»; e in una nota aggiunge, «coteste opinioni si riferiscono alla cronologia sacra nella riforma del Calendario Giuliano». Ma in unAvviso di Romadella Collezione esistente nella Bibl. Corsiniana (cod. 1768) abbiamo trovato in data del 30 aprile 1633: «Il Vecchietti fiorentino dopo esser stato sett'anni prigione all'Inquisitione questa settimana n'è uscito». Era dunque prigione fin dal 1626, e quindi compagno del Campanella; e le Lettere Inedite del Campanella dateci dallo stesso Berti ci mostrano quale sia stata veramente l'opinione eretica, per la quale passò pericolo di essere dannato al fuoco da 18 Teologi d'accordo, l'aver negato che Cristo avesse mangiato l'agnello (ved. le Lett. da Aix 2 9bre 1634, da Parigi 4 10bre 1634, da Parigi 22 7bre 1636).

[486]Il Berti, nella Vita del Campanella stampata nella Nuova Antologia (luglio 1878, p. 615), parlando del carcere di Napoli dice che il Campanella «ricevette pure nel carcere la visita del celebre Gerolamo Vecchietti, di cui prese a difendere talune opinioni che erano state allora giudicate eretiche»; e in una nota aggiunge, «coteste opinioni si riferiscono alla cronologia sacra nella riforma del Calendario Giuliano». Ma in unAvviso di Romadella Collezione esistente nella Bibl. Corsiniana (cod. 1768) abbiamo trovato in data del 30 aprile 1633: «Il Vecchietti fiorentino dopo esser stato sett'anni prigione all'Inquisitione questa settimana n'è uscito». Era dunque prigione fin dal 1626, e quindi compagno del Campanella; e le Lettere Inedite del Campanella dateci dallo stesso Berti ci mostrano quale sia stata veramente l'opinione eretica, per la quale passò pericolo di essere dannato al fuoco da 18 Teologi d'accordo, l'aver negato che Cristo avesse mangiato l'agnello (ved. le Lett. da Aix 2 9bre 1634, da Parigi 4 10bre 1634, da Parigi 22 7bre 1636).

[487]Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 131 e seguenti.

[487]Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 131 e seguenti.

[488]Ved. le Poesie, ediz. D'Ancona pag. 151.

[488]Ved. le Poesie, ediz. D'Ancona pag. 151.

[489]Di testimonianze relative a tale notizia non conosciamo finora altra più antica di quella del Bulifon, cronista della fine del 1600 e principio del 1700; ed essa viene a luce oggi per la prima volta, comunicataci dal chiarmoScipione Volpicella. Si sa che il Bulifon, libraio, registrava notizie di ogni sorte per compilare il suo così dettoCronicamerone; ma essendo stato saccheggiato il suo negozio e il suo domicilio il 1707, i manoscritti andarono perduti con tutto il resto, e poi se n'è venuto ricuperando qualche volume più tardi. Due di essi stanno nella Biblioteca Nazionale (X, F, 51-52), altri in mano di particolari, ed uno di questi ultimi reca: «La notte che divide l'anno 1679 dal 1680 morì in Roma quasi in miseria il celebre matematico Giovanni Alfonso Borelli d'anni 72. Egli nacque spurio, come dicono, nel Castello Nuovo di Napoli da un officiale spagnolo, sebbene v'è chi dica dal Padre Tommaso Campanella ivi carcerato. Ma restò tanto odioso di quella nazione che si assunse il cognome della madre. Questo nelle sue opere stampate e ristampate in più luoghi diede saggio della profondità di sua dottrina, con la quale gareggiò con li primi ingegni dell'Europa. Non si deve tacere che la maggior parte delle esperienze fatte nell'Accademia del Cimento in Firenze sono del nostro Borelli in quella aggregato. Le opere da lui stampate sono De vi....... (sic), De motibus a gravitate pendentibus, De motionibus animalium, Dell'incendio del Vesuvio, e Euclide restituito».—Ognuno apprezzerà, come merita, la notevolissima ragione del cambiamento di nome del Borrelli addotta dal Bulifon, tanto più che da' posteriori è stata variamente e meno acconciamente interpetrata. Noi pertanto abbiamo raccolto e discusso in una speciale Illustrazione quelle poche cose che finora ci è riuscito di trovare su tale argomento ne' libri parrocchiali del Castel nuovo e nell'Archivio di Stato. Ved. Illustraz. V, pag. 646.

[489]Di testimonianze relative a tale notizia non conosciamo finora altra più antica di quella del Bulifon, cronista della fine del 1600 e principio del 1700; ed essa viene a luce oggi per la prima volta, comunicataci dal chiarmoScipione Volpicella. Si sa che il Bulifon, libraio, registrava notizie di ogni sorte per compilare il suo così dettoCronicamerone; ma essendo stato saccheggiato il suo negozio e il suo domicilio il 1707, i manoscritti andarono perduti con tutto il resto, e poi se n'è venuto ricuperando qualche volume più tardi. Due di essi stanno nella Biblioteca Nazionale (X, F, 51-52), altri in mano di particolari, ed uno di questi ultimi reca: «La notte che divide l'anno 1679 dal 1680 morì in Roma quasi in miseria il celebre matematico Giovanni Alfonso Borelli d'anni 72. Egli nacque spurio, come dicono, nel Castello Nuovo di Napoli da un officiale spagnolo, sebbene v'è chi dica dal Padre Tommaso Campanella ivi carcerato. Ma restò tanto odioso di quella nazione che si assunse il cognome della madre. Questo nelle sue opere stampate e ristampate in più luoghi diede saggio della profondità di sua dottrina, con la quale gareggiò con li primi ingegni dell'Europa. Non si deve tacere che la maggior parte delle esperienze fatte nell'Accademia del Cimento in Firenze sono del nostro Borelli in quella aggregato. Le opere da lui stampate sono De vi....... (sic), De motibus a gravitate pendentibus, De motionibus animalium, Dell'incendio del Vesuvio, e Euclide restituito».—Ognuno apprezzerà, come merita, la notevolissima ragione del cambiamento di nome del Borrelli addotta dal Bulifon, tanto più che da' posteriori è stata variamente e meno acconciamente interpetrata. Noi pertanto abbiamo raccolto e discusso in una speciale Illustrazione quelle poche cose che finora ci è riuscito di trovare su tale argomento ne' libri parrocchiali del Castel nuovo e nell'Archivio di Stato. Ved. Illustraz. V, pag. 646.

[490]Il Conte di Lemos lo aveva dichiarato a S. M.tàfin da principio (ved. Doc. 36, pag. 42); d'altronde tale era la regola.

[490]Il Conte di Lemos lo aveva dichiarato a S. M.tàfin da principio (ved. Doc. 36, pag. 42); d'altronde tale era la regola.

[491]Questa iniqua proposizione del Card.lBarberini trovasi riportata in una delle lettere del Campanella pubblicata dal Baldacchini, quella del 10 agosto 1624, ed era perciò nota fin dal 1840; ce l'ha poi confermata un'altra lettera pubblicata nel 1878 dal Berti, quella del 13 agosto 1624 (non 13 aprile come il Berti lesse, avendolo noi personalmente verificato nella Barberiniana). E tuttavia si è continuato sempre a parlare della gloriosa protezione del Campanella spiegata da Roma, dove è noto che il Card.lBarberini, Card.lNipote, spadroneggiava.

[491]Questa iniqua proposizione del Card.lBarberini trovasi riportata in una delle lettere del Campanella pubblicata dal Baldacchini, quella del 10 agosto 1624, ed era perciò nota fin dal 1840; ce l'ha poi confermata un'altra lettera pubblicata nel 1878 dal Berti, quella del 13 agosto 1624 (non 13 aprile come il Berti lesse, avendolo noi personalmente verificato nella Barberiniana). E tuttavia si è continuato sempre a parlare della gloriosa protezione del Campanella spiegata da Roma, dove è noto che il Card.lBarberini, Card.lNipote, spadroneggiava.

[492]Anche oggi di questo favore di Papa Urbano pel Campanella si ha una notizia molto confusa, perfino riguardo al tempo in cui avvenne. P. es. il Berti parla della «pensione mensile che gli fu accordata quando venne di Napoli in Roma»: ma evidentemente una pensione, o meglio uno stipendio per la carica di cameriere intimo, non si potè accordare allora al Campanella, se fu rinchiuso nel carcere di S.toUfficio per tre anni. E circa questo fatto della prigionia parimente il Berti dice, che il Campanella «passò tre anni sotto la mentovata custodia senza muoverne lagnanza»; ma non poteva muoverne lagnanza se aveva avuta una condanna al carcere irremissibile; del resto, dovè pure trovare chi l'aiutasse ad uscirne, disobbligandosi col fargli la natività, e in una lettera scritta al Papa, quando stava nel S.toOfficio, usò le espressioni medesime usate con lo Scioppio quando stava nella fossa di S. Elmo, «Adiutor meus et liberator meus es tu Domine, ne tardaveris». Queste notizie risultano dagli stessi preziosi documenti datici appunto dal Berti (ved. Nuova Antologia luglio 1878 p. 400 e 392, e Lettere inedite, let. 12.ap. 40, e let. 4.ap. 21). Chiunque si faccia a leggere i documenti e a considerare le cose senza idee preconcette, troverà che la Curia Romana non ebbe mai alcun riguardo pel Campanella eccetto quello finale dell'averlo tenuto nel carcere di Roma per soli 3 anni, invece degli 8 anni soliti a farsi scontare, trattandosi di condanna al carcere perpetuo ed anche irremissibile. Ma si deve tener presente che dopo la condanna egli avea sofferto oltre ventitrè anni di carcere, che varii Cardinali e Prelati aveano molta considerazione della sua dottrina, massime poi che sopraggiunsero circostanze straordinarie e del tutto estrinseche, per le quali Papa Urbano, personalmente, mostrò di proteggerlo ed amarlo, e pure fino ad un certo punto. Si può ben dire che quella volta il Campanella non vide chiaro, e ad ogni modo, circa la protezione trovata da lui in Papa Urbano, si sarebbe dovuto accuratamente distinguere più periodi successivi, ne' quali le cose andarono ben diversamente.

[492]Anche oggi di questo favore di Papa Urbano pel Campanella si ha una notizia molto confusa, perfino riguardo al tempo in cui avvenne. P. es. il Berti parla della «pensione mensile che gli fu accordata quando venne di Napoli in Roma»: ma evidentemente una pensione, o meglio uno stipendio per la carica di cameriere intimo, non si potè accordare allora al Campanella, se fu rinchiuso nel carcere di S.toUfficio per tre anni. E circa questo fatto della prigionia parimente il Berti dice, che il Campanella «passò tre anni sotto la mentovata custodia senza muoverne lagnanza»; ma non poteva muoverne lagnanza se aveva avuta una condanna al carcere irremissibile; del resto, dovè pure trovare chi l'aiutasse ad uscirne, disobbligandosi col fargli la natività, e in una lettera scritta al Papa, quando stava nel S.toOfficio, usò le espressioni medesime usate con lo Scioppio quando stava nella fossa di S. Elmo, «Adiutor meus et liberator meus es tu Domine, ne tardaveris». Queste notizie risultano dagli stessi preziosi documenti datici appunto dal Berti (ved. Nuova Antologia luglio 1878 p. 400 e 392, e Lettere inedite, let. 12.ap. 40, e let. 4.ap. 21). Chiunque si faccia a leggere i documenti e a considerare le cose senza idee preconcette, troverà che la Curia Romana non ebbe mai alcun riguardo pel Campanella eccetto quello finale dell'averlo tenuto nel carcere di Roma per soli 3 anni, invece degli 8 anni soliti a farsi scontare, trattandosi di condanna al carcere perpetuo ed anche irremissibile. Ma si deve tener presente che dopo la condanna egli avea sofferto oltre ventitrè anni di carcere, che varii Cardinali e Prelati aveano molta considerazione della sua dottrina, massime poi che sopraggiunsero circostanze straordinarie e del tutto estrinseche, per le quali Papa Urbano, personalmente, mostrò di proteggerlo ed amarlo, e pure fino ad un certo punto. Si può ben dire che quella volta il Campanella non vide chiaro, e ad ogni modo, circa la protezione trovata da lui in Papa Urbano, si sarebbe dovuto accuratamente distinguere più periodi successivi, ne' quali le cose andarono ben diversamente.

[493]Da buon teologo, lo Spagnolio «reverentemente abolì» ciò che avea detto del Campanella e de' congiunti e familiari di lui; pel resto scrisse, «de coeteris, jure, an fraude et calumnia circumventi, saevis sint affecti suppliciis aut morte puniti, nullo modo contendo». Gli riusciva quindi anche indifferente il determinare se ci fosse stata o non ci fosse stata una congiura.

[493]Da buon teologo, lo Spagnolio «reverentemente abolì» ciò che avea detto del Campanella e de' congiunti e familiari di lui; pel resto scrisse, «de coeteris, jure, an fraude et calumnia circumventi, saevis sint affecti suppliciis aut morte puniti, nullo modo contendo». Gli riusciva quindi anche indifferente il determinare se ci fosse stata o non ci fosse stata una congiura.

[494]Così nel libro intitolato «Considerations politiques sur les coups d'Etat, Hollande 1679» p. 262 e 277. Il libro era stato stampato anche nel 1667 e 1671 sempre assai dopo la morte dell'autore, e come abbiamo dimostrato nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella, esso fu certamente stampato per la prima volta in piccolo numero di esemplari, dovendo rimaner segreto, dopo il 1638; poichè nella dedica al Card.ldi Bagno, il quale avea data al Naudeo la commissione di scriverlo, si parla del riposo e degli onori che il Cardinale godeva in Roma dopo sette governi di provincie, una Vicelegazione e due Nunziature, e si sa che tutto questo accadeva dopo il 1638, avendo in tale anno il Cardinale rinunziato il Vescovato di Rieti e preso stanza in Roma.—Quanto al «Panegyricus dictus Urbano VIII Pontif. max. ob beneficia ab ipso in Thom. Campanellam collata, Paris ap. Sebast. Cramoisy 1644», esso reca in fine la data del 1632, e sebbene nel titolo ed anche nella dedica si affermi essere stato «recitato» ad Urbano VIII, e l'Echard aggiunga che appunto nel 1632 questo sia accaduto «coram percelebri omnium ordinum consessu», gioverà conoscere un brano di lettera autografa inedita dello stesso Naudeo, che riportiamo tra i Documenti (ved. Doc. 527 b, p. 607). Vi si rileverà che il Panegirico non fu mai recitato, e che nel 1635 l'autore dolevasi di non poterlo dare alle stampe, del quale ultimo fatto ognuno naturalmente intenderà la ragione. Nulla diciamo poi del trovare affermato nel Panegirico, che Papa Urbano beneficò il Campanella «judicium non modo suum..., sed Clementis VIII, et Pauli V mentem, in aestimandis Campanellae dotibus mirificis, sequutus»; perfino Clemente VIII avea stimato le qualità del Campanella!

[494]Così nel libro intitolato «Considerations politiques sur les coups d'Etat, Hollande 1679» p. 262 e 277. Il libro era stato stampato anche nel 1667 e 1671 sempre assai dopo la morte dell'autore, e come abbiamo dimostrato nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella, esso fu certamente stampato per la prima volta in piccolo numero di esemplari, dovendo rimaner segreto, dopo il 1638; poichè nella dedica al Card.ldi Bagno, il quale avea data al Naudeo la commissione di scriverlo, si parla del riposo e degli onori che il Cardinale godeva in Roma dopo sette governi di provincie, una Vicelegazione e due Nunziature, e si sa che tutto questo accadeva dopo il 1638, avendo in tale anno il Cardinale rinunziato il Vescovato di Rieti e preso stanza in Roma.—Quanto al «Panegyricus dictus Urbano VIII Pontif. max. ob beneficia ab ipso in Thom. Campanellam collata, Paris ap. Sebast. Cramoisy 1644», esso reca in fine la data del 1632, e sebbene nel titolo ed anche nella dedica si affermi essere stato «recitato» ad Urbano VIII, e l'Echard aggiunga che appunto nel 1632 questo sia accaduto «coram percelebri omnium ordinum consessu», gioverà conoscere un brano di lettera autografa inedita dello stesso Naudeo, che riportiamo tra i Documenti (ved. Doc. 527 b, p. 607). Vi si rileverà che il Panegirico non fu mai recitato, e che nel 1635 l'autore dolevasi di non poterlo dare alle stampe, del quale ultimo fatto ognuno naturalmente intenderà la ragione. Nulla diciamo poi del trovare affermato nel Panegirico, che Papa Urbano beneficò il Campanella «judicium non modo suum..., sed Clementis VIII, et Pauli V mentem, in aestimandis Campanellae dotibus mirificis, sequutus»; perfino Clemente VIII avea stimato le qualità del Campanella!

[495]Tutte le suddette particolarità emergono da' Carteggi e dagli Avvisi del tempo; l'ultima poi, la più scellerata, è venuta fuori co' documenti raccolti dal Bazzoni pel suo bel lavoro intitolato «Un Nunzio straordinario alla Corte di Francia nel secolo 17o», pubblicato nella Rivista Europea 2.osemestre 1880. Notevole riesce l'industria del Mazarini per adempiere alla commissione ricevuta; si serve del noto P.eGiuseppe e vuol servirsi anche del Card.lDella Valletta, ma attesta che il Campanella parla molto bene del Card.lBarberini non che del Papa (ecco una difficoltà). Più tardi fa sapere che ha parlato risentitamente al Campanella perchè vuole stampare alcune opere avendone ottenuta la permissione dalla Sorbona; vuole stampare l'Ateismo e vi si riscalda, «per qualche profitto che ne caverà»; e malvolentieri si lascia persuadere che non stampi, «parendogli che l'opporvisi sia togliergli la gloria» (cose da nulla). Con ciò fa anche sapere che il Richelieu lo stima un chiacchierone, e che veramente il giudizio suo non corrisponde all'ingegno. Senza dubbio in quelle condizioni l'avrebbe perduto ognuno il giudizio; ma che dire poi del giudizio di chi ha cantato inni di gloria a Papa Urbano ed a' Barberini a proposito del Campanella? Ed oggi c'è da temere per soprappiù, che debba il filosofo scontare il risentimento di coloro i quali non sono riusciti a capirlo.

[495]Tutte le suddette particolarità emergono da' Carteggi e dagli Avvisi del tempo; l'ultima poi, la più scellerata, è venuta fuori co' documenti raccolti dal Bazzoni pel suo bel lavoro intitolato «Un Nunzio straordinario alla Corte di Francia nel secolo 17o», pubblicato nella Rivista Europea 2.osemestre 1880. Notevole riesce l'industria del Mazarini per adempiere alla commissione ricevuta; si serve del noto P.eGiuseppe e vuol servirsi anche del Card.lDella Valletta, ma attesta che il Campanella parla molto bene del Card.lBarberini non che del Papa (ecco una difficoltà). Più tardi fa sapere che ha parlato risentitamente al Campanella perchè vuole stampare alcune opere avendone ottenuta la permissione dalla Sorbona; vuole stampare l'Ateismo e vi si riscalda, «per qualche profitto che ne caverà»; e malvolentieri si lascia persuadere che non stampi, «parendogli che l'opporvisi sia togliergli la gloria» (cose da nulla). Con ciò fa anche sapere che il Richelieu lo stima un chiacchierone, e che veramente il giudizio suo non corrisponde all'ingegno. Senza dubbio in quelle condizioni l'avrebbe perduto ognuno il giudizio; ma che dire poi del giudizio di chi ha cantato inni di gloria a Papa Urbano ed a' Barberini a proposito del Campanella? Ed oggi c'è da temere per soprappiù, che debba il filosofo scontare il risentimento di coloro i quali non sono riusciti a capirlo.


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