Intanto il tribunale non perdeva tempo. Dopo l'esame e le confronte suddette del Campanella, immediatamente dopo, si venne all'esame di fra Dionisio, come si rileva dal trovare la deposizione di costui, negli Atti conservati in Firenze, notata col fol. 12 del volume[67]: anche di essa per altro quegli Atti non dànno che la semplice menzione, e certamente perchè risultò del pari negativa. Se non c'è una lacuna, del resto poco notevole, nelle notizie dei folii del volume, dopo fra Dionisio fu esaminato fra Gio. Battista di Pizzoni. Dichiarazioni fatte più tardi nel processo di eresia massime da fra Dionisio[68], quindi ripetute dal Campanella nelle sue Difese[69]e poi ancora nella Narrazione, tenderebbero a far credere che le cose fossero passate nel modo seguente. Il Pizzoni dapprima si ritrattò, onde fu posto in una fossa, dove col carbone scrisse sul muro il suo nome aggiungendovi «positus ut dicat mendacium ad instantiam fiscalium»; ma il Lauriana dalle carceri del civile, dietro il consiglio di un dottore Domenico Monaco, che là si trovava e che aveva consigliato lui stesso a non ritrattarsi perchè sarebbe stato punito come falsario, potè con lo stesso argomento indurre il Pizzoni a revocare la ritrattazione; così uno o due giorni dopo costui dimandò di essere udito di nuovo e revocò quanto avea dapprima ritrattato. Di tutto questo non si ha veramente notizia negli Atti sopra citati; solo vi si trova l'esame del Pizzoni qualificato «deposizione ultima di fra Gio. Battista che accetta quella fatta innanzi al Vescovo di Gerace», e da ciò potrebbe desumersi che le suddette dichiarazioni esprimessero il vero. Ma dobbiamo notare che possediamo tale deposizione di fra Gio. Battista integralmente riportata nel processo di eresia, perocchè venne trasmessa in copia dall'uno all'altro tribunale, e non vi scorgiamo alcuno indizio di un esame anteriore che con essa il Pizzoni si facesse a revocare[70]. La deposizione porta la data del 29 gennaio. I Giudici dimandano dapprima, «come si ritrova esso deposante carcerato in questo Regio Castello», ed egli dichiara come e quando e da chi venne carcerato in Calabria «acciò deponesse... contra fra Thomase Campanella et fra Dionisio Ponsio de le cose, che esso deposante havea denuntiato tanto al'Avvocato fiscale di Calavria in scrittoquanto per lettre al Generale»: poi, dietro altre dimande, dice di essere stato già esaminato dal Visitatore ed anche dal Vescovo di Gerace e si rimette a questi esami, spiega come non depose già per timore ed insiste ad atteggiarsi a denunziante, rettifica la parola «complici» che fu scritta nel suo esame a proposito degli altri frati da lui nominati, nega assolutamente di aver mai consentito alla ribellione, dicendo che piuttosto vorrebbe gli «fosse stata tagliata la lingua». Vedremo or ora che ben diversamente fu redatto il processo verbale dell'esame del Petrolo, il quale davvero prima si ritrattò e poi revocò la ritrattazione: ad ogni modo, la deposizione del Pizzoni che rimase e servì nello svolgimento ulteriore del processo fu quella sopradetta.—Non appena raccolta tale deposizione, fu immantinente chiamato il Campanella per fare la confronta, e come sempre era avvenuto, il Pizzoni disse che era vero quanto avea dichiarato nelle sue deposizioni contro di lui, e il Campanella disse che egli mentiva per la gola. Si passò allora alla confronta del Pizzoni con fra Dionisio; quindi si fece la confronta del Lauriana con lo stesso fra Dionisio, e il risultamento fu sempre identico, come si rileva dagli Atti che pubblichiamo tra i Documenti[71].
Nel giorno medesimo 29 gennaio si venne anche all'esame di fra Domenico Petrolo, e costui positivamente si ritrattò, ma poi revocò la ritrattazione aggravando fuor di misura la condizione del Campanella. Possediamo egualmente questi Atti nella loro integrità, giacchè vennero inserti in copia nel processo di eresia[72]. I Giudici dimandarono, al solito, come e perchè egli si trovasse carcerato, e il Petrolo rispose che credeva essere stato carcerato per deporre contro il Campanella: poi, dietro altre dimande, rispose di aver deposto che il Campanella volea ribellare la provincia di Calabria coll'aiuto de' turchi e de' fuorusciti, di averlo deposto a suggerimento di fra Cornelio, che lo persuase di dirlo per non essere maltrattato in Calabria e venir rimesso a' proprii superiori; quindi espose tutte le circostanze della sua fuga insieme col Campanella temendo che Maurizio volesse ammazzarlo, tutte le circostanze della loro cattura e carcerazione. Ma i Giudici gli obiettarono che avea deposto spontaneamente e poi avea ratificato la deposizione innanzi al Vescovo di Gerace, ed egli rispose che non avea ratificato nulla e che quanto avea deposto non era vero; infine gli dimandarono se era vero che avesse concertato col Campanella di ribellare la Calabria e farla repubblica, ed egli rispose, «non è vero, Giesù»! Si può ritenere per certo che i Giudici fecero allora porre il Petrolo nella fossa, onde egli ben presto si raccomandò al carceriere, dicendo che volea manifestare la verità.—Così nella seduta del 31 gennaio il Petrolo fu sottoposto a un nuovo esame; e nel processoverbale trovasi consacrato che, essendo venuti i Giudici, il carceriere fece loro intendere il desiderio del Petrolo, e che costui tradotto nel luogo dell'Audienza ed interrogato se volesse manifestare la verità come avea dichiarato, disse di avere negato il primo esame per le minacce fattegli dal Campanella a nome suo ed anche a nome di fra Dionisio in più circostanze. E cominciò dal riferire i motti latini scambiati tra il Campanella e lui durante il tragitto da Squillace a Gerace, la cartolina mandatagli dal Campanella appunto in Gerace, l'ambasciata fattagli a Monteleone per mezzo del Pisano, le parole direttegli in Napoli dalla finestra del carcere; inoltre riferì le sollecitazioni avute perchè deponesse falsamente contro Mesuraca, il Principe della Roccella e Giulio Contestabile, e concluse che dubitando di poterne aver danno si era ritrattato. Lettogli quindi il primo esame, lo confermò, rettificando ed aggiungendo qualche cosa pur sempre a carico del Campanella ed a scusa propria. Così disse che solo il Campanella gli avea manifestato più liberamente doversi far ribellare Catanzaro, ma «lo dì prima della cattura»; che poi «alla Roccella» gli avea manifestato aver lui, il Campanella, questi pensieri nello stomaco da tredici anni e fin d'allora averli comunicati a fra Dionisio, avere inoltre mandato fra Dionisio alla Piana per mettere in ordine la gente e i fuorusciti, infine venire per lui trenta vascelli turchi dietro le trattative fatte da Maurizio, con altre circostanze relative a' fatti e detti di que' giorni. Interrogato aggiunse pure che il Campanella avea detto bastargli essere amico di Maurizio perchè i turchi non lo facessero schiavo; ed aggiunse inoltre spontaneamente, che una volta in Stilo essendosi il Campanella vantato di aver fatto nominare dodici Vescovi, ed avendogli lui detto «piacesse a Dio che tu fossi fatto Cardinale per fare bene a noi altri», il Campanella avea risposto, «io Cardinale? io voglio fare altri Cardinali, et non aspettare che me faccino à me». Fu questa la deposizione ultima del Petrolo, la quale, come ben si vede, riassumeva in brevissimi tratti perfino la storia de' disegni del Campanella, senza tralasciare nemmeno di far capire l'altissimo grado che egli si riserbava nel nuovo Stato da doversi fondare: e comparando i fatti accennati dal Petrolo con quanto sappiamo da tutti gli altri fonti, tenendo presente l'indole stessa del Petrolo, si può conchiudere che egli non abbia mentito, eccettochè nell'asserire di aver ben conosciuti i disegni della congiura solamente negli ultimi giorni e alla Roccella. Pertanto i Giudici fecero subito una confronta del Petrolo col Campanella, come si rileva da' soliti Atti, ne' quali la «deposizione» o «seconda deposizione» del Petrolo trovasi notata co' fol. 18 a 20, e la confronta col fol. 21[73]. Si ebbe così la nona ed ultima confronta in persona del Campanella, e non sarà strano l'ammettere che il risultamento di essa sia stato pur sempre identico a quello delle altre.
Molto probabilmente allora appunto, il 31 gennaio, essendosi mostrato negativo con tanta ostinazione, il Campanella venne rinchiuso a sua volta nella fossa, donde non fu tratto che per essere sottoposto alla tortura: e veramente, nella sua Narrazione, il Campanella ne parla come di un fatto avvenuto dopo le confronte di Maurizio non solo con lui ma anche con fra Dionisio, ciò che sappiamo essere avvenuto immediatamente dopo la confronta sua col Petrolo. Ecco in che modo egli racconta il fatto. «Per questo il Sances credendosi haver trionfato di tutta la causa, pose il Campanella dentro la fossa delniglioin Castelnovo, che và quasi sotto mare, oscurissima humidissima dicendoli e facendoli dire che senza altro havea a morire e li davan de mangiar malamente solo una volta il giorno, stava con li ferri alle gambe, dormia in terra; e li vennero flussi di sangue. E così infermo poi lo posero nel tormento». Non stentiamo a credere che la fossa in cui venne posto il Campanella sia stata la più terribile, detta del coccodrillo, ovvero anche delmiglio, nonnigliocome si legge nella Narrazione[74]. La menzione di questa fossa risale al tempo degli Aragonesi e vedesi continuata fino a' giorni nostri, senza per altro poter dire dove essa sia veramente stata, giacchè parrebbe essersi successivamente così chiamata ogni fossa molto profonda e quasi del tutto oscura; notiamo solamente esser probabile che il livello sottomarino di detta fossa sia stato asserito dietro la nozione della profondità dell'intero fossato, dove ne' primi tempi, come abbiamo accennato in altro luogo, potevasi immettere l'acqua del mare. Vedremo che il Campanella vi rimase solo per una settimana.
Intanto si fece ancora qualche confronta e segnatamente quella di Maurizio con fra Dionisio: subito dopo si esaminò pure il Bitonto, e non può esser dubbio che risultò parimente negativo; quindi si passò a fra Paolo della Grotteria, intorno al quale sappiamo di certo che negò ogni cosa[75]. Non apparisce poi che siano stati esaminati nè fra Pietro di Stilo nè fra Pietro Ponzio: ne' Riassunti degl'indizii compilati contro di essi, come contro diversi altri, non è ricordata una loro deposizione in qualunque senso, a differenza di quanto si vede per quelli sopra nominati e per qualche altro ancora. Apparisce invece essere stato esaminato fra Scipione Politi, il quale disse che avea conosciuto il Campanella, e che nel gennaio 99 lo andò a visitare per averne una lettera in favore di un suo parente, e poi, essendo l'ora molto tarda, rimase a dormirecon lui; che più volte andò a visitarlo di nuovo per parlargli di cose letterarie, ma non gli riuscì possibile per le molte persone che si trattenevano con lui, «et precise quando stava con Gio. Gregorio Prestinaci, et Gio. Jacovo Sabinis, si ponea à ragionare con quelli et lasciava tutti». Aggiunse che dopo la venuta di Carlo Spinelli si era detto «che lo fra Tomase, fra Dionisio, Mauritio et altri forasciti trattavano di dare, primo si disse, in poter del Papa questo Regno, et poi si disse che lo volevano dare in mano deli Turchi, et l'hà inteso generalmente, ma dopò che fu carcerato frà Tomase, l'intese dire questo dal Capitan Francesco Plotino, et si dicea, che Mauritio havea trattato con li Turchi et fra Dionisio ancora, et frà Tomase con altre persune et forasciti seu delinquenti»[76]. Così questo fra Scipione, già intimo del Campanella, se la cavò felicemente, e non può dirsi che il tribunale sia stato severo con lui.
Ma dobbiamo tornare a Maurizio, il quale aveva esaurito il còmpito per cui era stato fin allora serbato in vita, onde non si tardò a farne l'esecuzione. La confronta con fra Dionisio fu l'ultimo atto giudiziario certo della sua vita. Il Campanella, nella Narrazione, scrisse pure che «lo portaro... a conurtar F. Pietro di Stilo prelato del Campanella che confessasse per salvarsi come lui havea fatto, e poi fatto questo officio iniquo, mandò il carcerere Alonso de Martinez, et Onofrio a dir al Gesuino, che l'osservasse la parola: el Gesuino rispose, che non si osservapalabra con ladrones, e fu appiccato con perdita del corpo et dell'anima». Lasciamo da parte queste ultime asserzioni, che vedremo bilanciate da altre diametralmente opposte, e che ad ogni modo rappresentano la continuazione del disgustoso atteggiamento preso dal Campanella verso Maurizio. Quanto all'incarico che gli avrebbero dato di esortare fra Pietro di Stilo, il fatto non può recare sorpresa, visto lo zelo religioso eccitato in Maurizio, che era anche parente di fra Pietro; ma è singolare che non se ne trovi qualche traccia nel processo di eresia, dove gl'incidenti della causa sogliono trovarsi menzionati in gran numero. Vedremo per altro che qualche poesia del Campanella si spiegherebbe ottimamente con questo fatto, e del pari con esso può spiegarsi in gran parte il non essere stato poi fra Pietro nemmeno chiamato all'esame: conoscevano che sarebbe risultato ostinatamente negativo, e gli esami negativi non tornavano convenienti, poichè gl'indizii raccolti a carico degl'inquisiti principali ne rimanevano sempre alquanto vulnerati.
Il 3 febbraio era già avvenuto il passaggio di Maurizio dalle carceri del Castello a quelle della Vicaria, e le scritture di S.toOfficio ce lo mostrano appunto a quella data, come già il Pisano, innanzi a' Delegati della Curia Arcivescovile, che questa volta furono i Rev.diOrazio Venezia e Curzio Palumbo Consultori e Marco AntonioGenovese Avvocato fiscale, riuniti nell'Audienza criminale della Vicaria. Non bisogna credere che simiglianti ricorsi al S.toOfficio, in punto di morte, si fossero verificati soltanto in persona dei condannati per la causa presente: era un uso molto comune a quei tempi, spesso verificatosi senz'altro motivo che quello di ritardare per qualche giorno l'esecuzione. Tra le carte venute nelle nostre mani abbiamo p. es. due lettere del Card.ldi S.taSeverina, che trattano delle deposizioni di uno Scipione Prestinace egualmente di Stilo, celebre bandito menzionato in qualche documento del Grande Archivio[77]e decapitato il 17 febbraio 1597, il quale avea dimandato ed ottenuto di confessare al S.toOfficio: e vedremo pure Felice Gagliardo, sul punto di essere giustiziato più tardi per delitto comune, fare una lunga deposizione innanzi a quel tribunale. Relativamente a Maurizio non si potrebbe supporre il motivo sopra indicato, giacchè l'esecuzione sua era stata già differita anche troppo; oltracciò non lo troviamo a rivelare in S.toOfficio il giorno medesimo dell'esecuzione, come abbiamo visto in persona di Cesare Pisano, ma mentre l'esecuzione era stabilita pel 4 febbraio, egli il giorno precedente trovavasi innanzi agli ufficiali della Curia Arcivescovile da lui richiesti pur sempre con la clausola «a scarico della mia conscientia secondo me hà imposto il mio padre spirituale»[78]. Ed ecco in breve quanto, giusta lo stile del S.toOfficio, egli «denunziò» contro il Campanella e fra Dionisio: gioverà conoscere il complesso delle sue rivelazioni, anche a costo di annoiarsi trovando una ripetizione di cose già narrate. In primo luogo depose che presso D. Gio. Jacobo Sabinis il Campanella avea detto essere stato Cristo un grande uomo da bene, ed aveva anche detto bene de' turchi (allora era di obbligo dirne male), ond'egli poi in Castello ebbe ad avvertirlo che stava scandalizzato di quelle parole, e fra Tommaso gli rispose che lui non conosceva bene li negozii. Dippiù, che pure nella stessa data, «con occasione della guerra che voleva cominciare, ò fattione che voleva fare contra il Re», fra Tommaso disse che voleva «fare brusciare tutti li libri latini perche era un inbrogliare le gente», senza precisare quali libri e senza scovrirsi molto con lui per cose di religione, giacchè egli era stato sempre saldo nelle cose della fede, «anzi chiarivi al detto frà Thomaso che di queste cose di religione non bisognava trattarne, perche non ci haveria mai consentito», e fra Tommaso rispose che egli voleva solamente riformare gli abusi della religione. Inoltre che avea saputo da Gio. Gregorio Prestinace volere il Campanella «fare una republica dove si havesse da vivere in commune», ciò che fra Tommaso medesimo gli confermò, dicendogli «che la generatione humana si dovea fare dagli huomini buoni» cioè gagliardie valorosi, e che «con la medesima occasione della guerra... voleva aprire li sette sigilli», ricordando che in Calabria dicevasi pubblicamente «che la scientia di detto frà thomaso sia del demonio ò di Iddio, perche ogn'uno che parla con esso lo ritira dove vole esso con la scientia e con la persuasione sua». Aggiunse pure infine, che intese da fra Tommaso «come quando voleva fare le guerre haveria fatto deli miracoli, et mostrato con la scientia è raggione che quello che mostrava esso era ben fatto». Relativamente poi a fra Dionisio, dichiarò che costui aveva una volta raccontato il solito fatto osceno in dispregio dell'ostia consacrata, ed anche l'annegamento di quel sacerdote che a tempo dell'inondazione del Tevere volea salvare il SS. Sacramento; che un'altra volta, stando lui, Maurizio, inginocchiato nella chiesa del convento, fra Dionisio gli disse che così voleva gli uomini, che sapessero fingere; e un'altra volta, stando a desinare, fra Dionisio, ovvero fra Tommaso, avea detto che i Cardinali non digiunavano, e le riforme si facevano per tutti ma non per loro. Aggiunse, dietro domanda di rivelare i complici, che ricordava solo di avere inteso dal Vitale suo cognato, giustiziato in mare, che fra Dionisio, avendo celebrato la messa in Nardò dentro la sua cella, gittò a terra l'ostia, nè credeva a Cristo, nè alla verginità di Maria. Da ultimo, interrogato se avesse deposto per odio, per inimicizia o per passione, egli appunto allora ricordò che non avea mai rivelato nulla contro quei frati, malgrado ripetute torture, e malgrado sapesse che fra Tommaso si era esaminato contro di lui, nè aveva poi detta la verità per altro, se non perchè il suo confessore della Compagnia de' Bianchi lo aveva consigliato a farlo per obbligo di coscienza.—Così, in fondo, non si ebbero rivelazioni nuove o numerose di Maurizio, il quale non potea nemmeno ignorare che vi erano state anche troppe rivelazioni di eresia, o per debolezza, o per artificio, allo scopo di passare alla Curia ecclesiastica: nè vi fu bisogno per lui di assoluzione e di abiura, poichè egli non era imputabile in siffatta materia. Ma l'importanza delle dette rivelazioni per noi sta in questo, che esse dànno una notevole impronta di autenticità a' tratti principali dei disegni del Campanella e delle riforme politiche e religiose da lui progettate, come anche alla via seguita da fra Dionisio in questa faccenda; poichè, quasi non occorre dirlo, noi crediamo pienamente sincere quelle rivelazioni, senza alcuna riserva, e però siamo stati anche solleciti di riferirle con le parole testuali. In un momento supremo, quando ogni speranza di salvar la vita, se mai ve n'era stata, avea dovuto rimanere del tutto spenta, vedere Maurizio non già ritrattare le confessioni fatte nel tribunale, ma aggiungere rivelazioni in termini tali da suggellarle, è certamente un fatto di suprema importanza; nè cesseremo dal dire egualmente da questo lato, che la condotta di Maurizio si può giudicare inaccettabile ma non mai indegna di rispetto, e chi volesse ad ogni modo biasimarla dovrebbe rivolgere i suoi biasimi piuttosto a coloro i quali abusaronodi quell'anima tutta imbevuta della fede in cui era stata educata. Ci rimane intanto una somma di notizie in tal guisa raccolte, che non ammettono dubbio.
Il giorno seguente, 4 febbraio, con lo stesso corteggio della prima volta, Maurizio venne condotto al patibolo, e di rimpetto al torrione del Castel nuovo, dal quale i suoi compagni di sventura poteano vederlo, lasciò miseramente la vita col capestro a soli 28 anni. Il Registro de' Bianchi lo ricorda in questi termini: «A dì 4 di febraro Venerdì 1600, per ordine di S. Ecc.afù giustitia di Mauritio Rinaldi de Guardavalle appresso Stilo, lascia una figliuola d'anni tre, nomine Costanza in potere de sua matre nomine Giulia Vitale; et una sorella d'anni 30 vidua nomine Costanza. Ve intervennero» etc. Il Campanella, nell'Informazione, scrisse che «li fecero perder l'anima e 'l corpo, e non li donaro tempo di ritrattarsi se non alli confrati»: bisogna dire che egli non abbia conosciuto nulla delle rivelazioni fatte in S.toOfficio, e poi sappiamo oggi ciò che avvenne presso i confrati; se mai vi fossero state discolpe, nel Registro de' confrati si leggerebbero come si leggono quelle del Pisano.—Dobbiamo aggiungere che il Residente Veneto, l'8 febbraio, riferiva l'avvenimento al suo Governo con qualche altra circostanza degna di nota e ne' termini più lusinghieri per Maurizio; non possiamo dispensarci dall'esporre qui il suo dispaccio e tutto intero, senza rimandare i lettori a' Documenti. «Quel Mauritio Rinaldi doppo haver ratificato alla presentia de i frati autori della ribellione tutte le cose fra loro accordate in Calavria, propose da sè stesso di lasciarle comprobate senza più dilatione con la sua morte perche non habbia loro à restar più speranza di poterle negar nei tormenti; con che finì la vita nel luogo et modo istesso dove anco la prima volta era stato condotto pubblicamente. Le attioni fatte da costui, et vivendo, et morendo sono generalmente stimate di tanto momento che da esse si possa far giudicio qual fossero stati i suoi progressi se fosse riuscito l'effetto della congiura. Et havendo colla volontaria revellatione, per solo zelo dell'anima sua, mosso l'animo del V. Re, non parendo a S. Ecc.zain caso di M.tàlesa di dover permutargli la pena della vita, hà fatto, con atto magnanimo, che la facoltà sua, già per la sententia confiscata, sia hora divisa in tre parti, una delle quali sia data per Dio, et una alla madre, et l'altra ad una figliuola nubile di esso infelice, con la qual gratia gli è parso morendo rinascere al mantenimento di persone a lui tanto congiunte». Una testimonianza del tutto disinteressata, come questa del Residente Veneto, su fatti avvenuti in Napoli, regge assai bene a fronte delle molte, delle troppe affermazioni vituperose del Campanella verso Maurizio. Forse, come tanto spesso, non tutte le circostanze da lui riferite debbono ritenersi esatte. Verosimilmente non sarà esatto che Maurizio abbia proposto di voler comprovare con la sua morte le cose da lui rivelate a carico de' frati, giacchè perlo meno questo non era punto necessario; del pari non sarà forse esatto che egli abbia saputo in precedenza, con sua letizia, la revoca almeno parziale della confisca de' suoi beni, non essendo facilmente ammessibile un così pronto senso di pietà Vicereale verso un ribelle. Possiamo ritenere che la confisca non abbia avuto effetto, e forse per questo motivo son riuscite vane finora tutte le nostre ricerche nell'Archivio di Stato su tale argomento: vi era l'interesse di «Dio», cioè de' monasteri, a' quali con siffatto titolo tanto indegnamente adoperato si prodigava la roba altrui, e vi era anche il gusto Vicereale di mostrarsi in gara di commozione ne' casi di coscienza commossa. Ma ci basta sapere che i contemporanei giudicarono Maurizio ben diversamente da quanto il Campanella ci lasciò scritto, e crediamo che oramai il nome di Maurizio debba registrarsi nel martirologio italiano, dandogli lo splendido posto che gli compete.
Continuava intanto nel tribunale lo svolgimento delle prove a carico di fra Dionisio. Furono esaminati Mario Flaccavento e Gio. Battista Sanseverino, i quali confermarono di essere stati da lui sollecitati a prender parte nella congiura. Anche Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia fecero la confronta con fra Dionisio; e forse si udì pure qualche altro contro di lui, giacchè si nota a questo punto una piccola lacuna nella numerazione de' folii del volume[79].—Ma giunse finalmente da Roma la lettera che dava licenza di amministrare la tortura al Campanella e agli altri indiziati. Il Nunzio si affrettò a comunicarla al Vicerè, e dovè pure esser subito emanato dal tribunale il decreto per l'esecuzione. Questa lettera è menzionata in un'altra posteriore del Nunzio[80], e non si trova nel Carteggio, sicuramente perchè venne inserta nel processo, come allora solevasi fare.
Il 7 febbraio 1600 venne amministrata la tortura al povero Campanella, e la specie prescelta fu quella così detta del polledro. Ciò rilevasi da un documento trasmesso dall'uno all'altro tribunale ed inserto nel processo di eresia, il quale comincia così: «à tempo si dede lo polletro à fra thomase campanella ali 7 di febraro» etc.[81]. Di questa specie di tortura, tutta napoletana, non ci è costato poco il rinvenire i particolari; e li abbiamo finalmente rinvenuti in un trattato di Medicina legale intitolatoIl Medico fiscaledi Orazio Greco fisico della Gran Corte della Vicaria, trattato totalmente ignoto agli Storici dell'arte, essendo stato annesso ad un'opera legale[82]. Ilconcetto del polledro apparisce preso da quel chiuso fatto con barre di legno che adoperavasi per fermare i polledri indomiti, attaccandone gli arti alle barre mediante funicelle. Non era un tormento comune: usavasi in casi d'importanza, ed il Greco, che scriveva oltre un secolo dopo il tempo di cui trattiamo, accertò che «sin dalle popolari revolutioni (int. quelle di Masaniello) non si era più pratticato». Il paziente veniva situato come in una cornice di legno a modo di scala piramidale, munita di traverse tagliate ad angolo acuto per cruciare tutta la parte posteriore del corpo, dalla nuca a' talloni: il capo era incassato come in una cuffia di legno nella quale la scala terminava; un foro si trovava nella parte posterior-superiore della cuffia, e fori analoghi si trovavano lungo gli assi della scala, per far passare gli estremi di tante funicelle che doveano stringere il capo e gli arti in più punti. Oltre due funicelle fortemente applicate a' polsi per tenerli uniti insieme, un'altra ne era applicata alla fronte, due alle braccia, otto alle cosce e gambe; in tutto 13 funicelle, i cui estremi passati pe' fori suddetti erano ritorti mediante bastoncelli di legno, così che le carni venivano strette sulle ossa; e perchè gli arti inferiori non si allontanassero tra loro, una funicella supplementare era passata intorno agli alluci. Del resto il Greco ebbe cura di darcene un disegno, e noi abbiamo creduto che valesse la pena di riprodurlo, per avere una nozione più chiara di tale tormento, e così intendere ciò che il disgraziato filosofo ne disse nella sua Narrazione[83]. Il Campanella dovè essere tratto dalla fossa del miglio per avere questa tortura, e però può contarsi che venne a dimorare nella fossa sette giorni. Un primo fatto da essere notato nella sua tortura fu questo, che mentre veniva spogliato gli cadde una carta contenente la relazione dell'esame del Lauriana, che costui gli avea scritta, e D. Giovanni Sances la lesse, e il Campanella gli disse che quella carta volea presentarla; D. Giovanni affermò che l'avrebbe presentata egli medesimo, ed allora il Campanella gli consegnò pure una o due cartoline scrittegli dal Pizzoni, dicendo che le presentasse egualmente. Queste cose furono poi da fra Dionisio riferite al Vescovo di Termoli, Giudice nel tribunale dell'eresia, il quale volle da lui una relazione su' documenti attestanti la corrispondenza passata tra il Pizzoni e il Campanella; ed il Vescovo, avutane notizia, fece richiesta de' detti documenti al tribunale della congiura, ed in tal guisa se ne trova una copia nel processo di eresia. Ma notiamo che si ebbe la copia di una sola delle cartoline che sarebbero state scritte dal Pizzoni, oltre la carta che sarebbe stata scritta dal Lauriana: e la cartolina reca la semplice assicurazione che egli non avea detto nè direbbe mai essere que' tali Signori (certamente i Del Tufo, Orsini, Sangro etc.) fautori del preteso delitto, ma amicidella persona e delle opere di lui; la carta poi reca veramente l'esame del Lauriana innanzi al Visitatore e a fra Cornelio, scritto abbastanza fedelmente, e con ogni probabilità secondo la vera maniera d'interrogare tenuta dagl'Inquisitori[84].
Questa prima tortura data al Campanella non durò molto. Egli non resse allo strazio, dichiarò di voler confessare e fece una lunga confessione, tanto lunga da occupare due sedute in due giorni diversi:dovè quindi esser posto due volte nel tormento del polledro con la solita formola «continuando et non iterando» per mantenere gli effetti legali di una confessione «in tormentis»; così possiamo spiegarci il trovarsi in una Lettera del Campanella al Papa il 1607, da noi pubblicata, la menzione di «dui polledri», e in uno de' brani della sua confessione pervenuti fino a noi la circostanza espressa con le parole «come disse l'altro dì»[85]. In fondo nella sua confessione il Campanella ammise che aveva avuto il progetto di fare la repubblica e che doveva con altri suoi compagni predicarla, ma solo nel caso in cui fossero accadute le mutazioni da lui previste, al quale proposito espose quanto avea raccolto ne' suoi profetali; inoltre sostenne che avea consigliato di ricorrere alle armi ma per difendersi, e rigettò poi sempre su Maurizio le trattative fatte col Turco. Ma un momento di tanta importanza merita bene di essere esposto con tutta la possibile larghezza. Vediamo dapprima ciò che ne disse egli medesimo nella sua Narrazione, avvertendo che egli pone in molto rilievo l'infermità contratta nella fossa del miglio e qualche altro suo incomodo, certamente perchè dovea sentirsi umiliato dal fatto dell'avere lui solo confessato, mentre tutti gli altri ecclesiastici, che vennero dopo di lui egualmente tormentati, non confessarono nulla, o non aggiunsero nulla a quanto aveano già detto. «E così infermo lo posero nel tormento del polledro senza lasciar che andasse prima del corpo... Il Campanella antevidendo, che era forzato morire, tanto più che il Sances disse al boja che lo tormentasse a morte e fù stretto con le funi al polledro con tanta strittura, che si rompevano tutte, e subito le raddoppiava: et il dolor cresceva tanto horrendamente che lo fecero spasmare, et uscir di cervello: per questo, secondo havea previsto, conoscendo che di certo moria se non diceva; però per dar tempo disse, che volea confessare. E perchè il Sances e li giudici non sapeano di Theologia et Astrologia li levò dalla legge a queste altre scienze con arte; dicendo ch'era vero, che lui predicò che si dovea mutar il mondo, el regno, et che s'havea a far una repubblica nova universale secondo molte revelationi di Santi e d'Astrologi, e che quando questo fosse succeduto, lui voleva predicarla e farla, e che sendo dimandato da molti disse a quelli, che attendessero all'armi, perchè occorrendo mutatione fatale da qualsivoglia banda si difendessero, e facessero la repubblica antevista nell'Apocalissi di S. Giovanni e nominò molti che consentiano a questo parere. Ma però non confessò heresia alcuna nè ribellione nè voluntà di ribellare. Anzi dice nella sua confessione, ch'interrogato da Mauritio come potea far questo, li rispose, che essi non havean d'assaltar il regno; ma con questa conditionalese venia mutatione, volean far la repubblica nelle montagne difendendosi come li Spagnoli nelle montagne quandoentraro li Mori. E parlava in tal modo che li giudici si credeano che confessava, e che solo negava la prattica con Turchi, la quale nega espressamente, e dice haver ripreso Mauritio perche era andato su le galere d'Amurat. E perche essi giudici non sanno quel che dice Arquàto Astrologo, et Scaligero, et Cardàno, e Ticòne e Gemma Frisio et altri Astrologi della mutatione instante al secol nostro: nè quel che dicon li Santi Caterina, Brigida, Vincenzo, Dionisio Cartusiano... pensare che queste profezie fossero finte dal Campanella per tirar la gente a ribellare, e ch'erano false; e si contentare di tal confessione, sperando anche che poi nel tribunal del S. Officio confessasse che quella republica che dicea voler fare havea d'esser heretica: e così saria stato brugiato». In verità i Giudici della tentata ribellione non aveano alcun motivo di preoccuparsi della qualità eretica della repubblica voluta dal Campanella, qualità che si sarebbe dimostrata più tardi in un altro tribunale. Bastava loro che venisse da lui confessato iltrattato di far repubblica, per ritenerlo un reo confesso con tutte le terribili conseguenze legali; e non importava neanche troppo se per tale repubblica avessero dovuto aversi o no certe condizioni, se avessero dovuto usarsi le armi in difesa ovvero in offesa, se avessero dovuto esservi gli aiuti de' potentati esterni e segnatamente del Turco, da qualunque de' complici invocato. Le conseguenze legali non variavano punto per tutto ciò, e tale fu infatti l'opinione che ne portarono i Giudici; lo rileviamo benissimo da una lettera del Nunzio, in data 11 febbraio. «Nella causa della ribellione finalmente con poco tormento, per vigor della facoltà venuta et per la sua (int. la lettera del Card.lS. Giorgio) de' 24 del passato, che comunicai subito con S. E., si cavò da quel Campanella tutto il fatto come era passato, se bene non hà mai voluto chiamarlo ribellione ma detto che voleva far Repubblica la provincia di Calabria per mezo delle Armi e delle Prediche, quando però seguissino i garbugli in Italia, che lui si era presupposto, et intanto andava disponendo gli animi et procurando seguito; il trattar col Turco dice che fù concetto di quel Mauritio di Rinaldo, che poi hanno fatto appiccare, non di menoil negotio resta di maniera scoperto che non par che possa haver difesa, alla qual cosa se gli è di già dato il termine, e la commodità, et intanto si seguirà contra complici ch'egli hà nominato, con i quali si terrà il medesimo modo che si è tenuto con seco, poichèè riuscito bene». Vedesi qui manifestamente che neppure il Nunzio diede alcuna importanza a' Profetali esposti dal Campanella in rapporto al disegno della repubblica da lui concepito e promosso, e ritenne puramente e semplicemente essersi avuta la confessione di una congiura o trattato di ribellione, per lo quale il Campanella era andato disponendo gli animi e procurando sèguito, nè deve sfuggire che egli mostrò chiaro qual fosse l'animo suo, ed anche l'animo della Curia alla quale scriveva e doveva ingegnarsidi dar buone notizie, dicendo che il modo tenuto erariuscito bene, mentre il povero filosofo si era avviato all'estrema rovina. Da un lato solo l'esposizione de' Profetali dovè colpirlo ed incutergli anche un certo timore, dal lato della profonda erudizione e dottrina che il Campanella palesava; poichè nella stessa data egli si diè subito a chiedere al Card.lS. Giorgio ed anche al Card.ldi S.taSeverina, per la prossima causa dell'eresia, l'intervento di «persone pratiche e buoni Theologhi per disputare con quel Campanella, cheper haver abiurato altra volta,com'egli stesso dice, vorrà forse in questo dar che fare dinuovo», notando che aveva «umore in difendere le sue opinioni»[86]. Da queste parole del Nunzio rimangono appieno giustificate quelle della Narrazione riferibili più direttamente a lui, che cioè «li giudici non sapeano di Theologia et Astrologia»: e ci sembra conveniente aggiungere, che da quanto sappiamo dell'andamento della confessione potrebbero risultare giustificate anche certe parole del Giannone intorno alla medesima. Il Campanella ci lasciò scritto, e non stentiamo a crederlo, che gli orrendi spasimi lo fecero «uscir di cervello»; da parte sua, almeno nel 1ogiorno, chi sa in qual modo il Mastrodatti potè seguirlo nelle considerazioni apocalittiche dettate con una inevitabile confusione; non può quindi sorprendere l'impressione avuta dal Giannone quando ebbe a leggere nella copia del processo «la sua lunga deposizione fatta nel mese di febbraio... nella quale (egli dice) a guisa di fanatico e di forsennato, sia per malizia, sia per lo terrore, ora affermando, ora negando, tutto s'intriga e s'inviluppa».
C'incombe pertanto l'obbligo di vedere più da vicino ed anche commentare sobriamente la confessione del Campanella, adunando i brani a noi pervenuti con gli Atti esistenti in Firenze, e riportandoli secondo il testo del sunto fattone dal Mastrodatti[87]. Non si avrà l'intera confessione e tanto meno la precisa fisonomia di essa, ma se ne avranno i punti di maggior rilievo, pe' quali risulterà sempre più chiara la posizione derivatane a lui medesimo ed a' compagni suoi propriamente ecclesiastici. Notiamo innanzi tutto che ci mancano i brani relativi alle Profezie ed a' pronostici, i quali doveano verosimilmente occupare i fol. 28 e 29 del processo, ed abbiamo solamente alcuni di quelli compresi tra il fol. 30 e 34; essi cominciano dalla esposizione del partito che il Campanella intendeva trarre dagli avvenimenti previsti, e furono riferiti dal suo Avvocato nella Difesa. «Che soccedendono detti romori, et revolutioni, che lui per Profetie et altri segni prevedea, con detta occasione si volea forzare fare detta Provincia di Calabria Republica, checon pigliare li monti si hariano mantenuti, et con questo il Papa et Rè di Spagna li hariano lasciati vivere in Repubblica, Che dicendoli Mauritio che detta Republica non si possea fare senza aiuto di Potentati esterni, Lui rispose che non havevano d'assaltare il Regno, et per questo non haveano bisogno di potenza esterna; mà che con la mutatione del Regno, che havea da soccedere secondo havea trovato per Profetie, loro soli bastavano con l'eloquenza et con gl'amici. Che l'Imperio Torchesco s'havea da dividere in due parti, Et una saria stata da parte de Christiani, Et un'altra dalla parte Maumettana, et che di quella parte di Christiani se n'haveriano visto dove per fato inclinavano. Che havendoli ditto Mauritio, che lui era andato sopra le Galere Torchesche à parlare con Morat Rais, che l'havesse voluto dare aiuto in fare detta Republica, esso fra Thomaso lo riprese di questo, che non havea fatto bene, per che li turchi sempre sogliono essere infedeli et inimici. Che lui dicea che succedendono detti romori, et mutationi nel Regno, si seriano fatti grandi, ò della parte del papa, ò della parte del Rè. Che in detto anno del 600 havea da essere unum ovile et unus Pastor, et che lui con li compagni suoi Monaci con detta occasione haveriano predicato in favore di detta Republica profetizata in benefitio del Papa». Ma dovè nominare quelli co' quali egli avea fatti tali discorsi, in ispecie poi i frati compagni suoi che avrebbero predicato con lui, giacchè il tribunale doveva occuparsi appunto degli ecclesiastici; ed ecco nominati parecchi, e s'intende che a noi sono propriamente pervenuti i nomi degli ecclesiastici già carcerati. Forse si era al secondo giorno, ed egli avea dovuto riflettere a' casi suoi; ad ogni modo troviamo qui pure l'animo suo, come sempre, soggetto all'impeto de' risentimenti, malgrado la confusione suscitata dall'atrocità de' dolori. Scorgesi infatti senza riguardi verso il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo, che si erano da poco tempo confrontati con lui a suo danno, abbastanza riguardoso verso fra Dionisio e naturalmente anche più verso fra Pietro di Stilo, abbastanza riguardoso perfino verso Giulio Contestabile, al quale già prima in Calabria, per lo stesso motivo de' risentimenti, aveva usato tutt'altro che riguardi. «In interrogatione chi sono questi altri religiosi, che volevano agiutare col predicare et eloquentia in detta Republica et Novità? dice che era esso deposante, Fra Gio. Battista de Pizzoni, frà Dominico Petrolo, frà Silvestro de Lauriana, frà Dionisio Pontio, et frà Pietro de Stilo lo seppe all'ultimo quando stavamo per fugire, et non seppe manco tutto lo negotio, et non ci confidiamo comunicarli questo, per che era un pazzo»! Con questo titolo di pazzo, dato al più giudizioso della compagnia, evidentemente egli quasi venne a porre fra Pietro di Stilo fuori causa. Rispetto a fra Dionisio non potea fare altrettanto, e si limitò a dire che «era consapevole di quanto si trattava, et esso fra Dionisio havea trattato, et parlato di questonegotio di fare republica la provintia in genere con fra Gioseppo Yatrinoli et fra Gioseppo Bitonti, et con Cesare Pisano, li quali vennero una sera à Stilo, et la matina per tempo si partero et non li parlò». Rispetto al Pizzoni fu più largo ed anche molto ostile, a differenza di quanto avea fatto nella Dichiarazione scritta in Calabria. «La prima volta che esso frà Thomaso ne parlò con detto frà Gio. Battista fù l'anno passato del mese di Settembre 98 in Stilo, conferendo certe conclusioni che esso frà Gio. Battista havea da tenere nel capitolo». In dette conclusioni «trattò... de statu optimae Reipublicae, et dicendoci Io le legge di quella, Lui disse, volesse Dio, che si trovasse, ma è quella di Platone, che non si trovò mai, et Io le risposi che s'haverà da trovare questa republica innanzi la fine del mondo per compire li desiderij humani del secolo d'oro, et che così era profetato, et non se ne parlò più, et dopò à Giugnetto 99. venne fra Gio. Battista à Stilo, et per strada ragionammo, et li disse io tengo per fermo che l'anno 600 facendosi mutationi, ne haveriamo fatti grandi ò da la parte del Papa, ò da la parte del Rè, et lo frà Gio. Battista cominciò à dire venesse presto questa mutatione, finalmente disse che io volesse andare à Pizzoni à parlare con Claudio Crispo et animarlo con questa novità, che non pigliasse moglie. Et in conformità di questo quando frà Gio. Battista me disse che volea portare Claudio Crispo in Arena li persuadesse che non si maritasse, per che volea che ll'agiutasse à fare le sue vendette, et finalmente dopò d'essere andato à Pizzoni rechiesto da frà Gio. Battista, mi parlò Claudio, et ragionammo un giorno sopra l'astrolabio, acciò che con questa occasione havesse possuto subintrare a trattare con detto Claudio de la mutatione del mondo, et persuaderlo à volersi trovare pronto à la novità predetta, et à fare la Provintia di Calabria Republica, et in quella occasione havendosi aboccato esso deposante con Claudio Crispo presente fra Gio. Battista Pizzoni li dissi, che la fine del mondo era presta, et che innanzi à questo havea da essere una Republica la più mirabile del mondo, et che li monaci di san Domenico l'haveano da preparare secondo l'apocalissi, et che havea da cominciare dall'anno 600, et esso Claudio s'offerse stare in ordine, et se ricorda ancora esso deposante che in Arena li mostrò una lettra, à Claudio Crispo, et à fra Gio. Battista Pizzoni di Giulio Condestabile, dove l'avisava che Mauritio era andato sopra le galere in Costantinopoli (sic). Et dice de più che frà Gio. Battista Pizzoni, et Claudio Crispo mandorno à chiamare Eusebio Soldaniero da Serrata per frà Silvestro Lauriana, et non ci volse venire. A frà Silvestro Lauriana esso deposante non hà parlato di questo negotio, se non genericamente, dicendo, volesse Dio, che fusse tutto quello, che aspettamo, presupponendo, che lo sapesse per quanto frà Gio. Battista m'havea referito». Citò pertanto (e questo forse era un po' troppo) anche il Lauriana tra quelli «che volevanoagiutare col predicare et eloquenza... con li quali da Pasqua di resurrettione dell'anno passato 99 in quà havea trattato di fare detta Republica, et mutatione». Rispetto al Petrolo dichiarò avergli «parlato à Stilo dicendoli che nell'anno 1600 havea da cominciare ad essere Unum ovile, et Unus Pastor, et che noi haveriamo predicato in favore di questa republica profetizata in beneficio del Papa, et che il Papa l'haveria esaltati perchè loro si voleano pigliare alcuna parte della Provintia, et esso fra Domenico si ne contentava, et di questo ne hà parlato più volte, et esso fra Domenico era tutto cosa di esso deposante, et sempre lo hà sequitato, et cossì se offerse sequitarlo in questo». Onde lo citò egualmente tra' futuri predicatori, ed aggiunse che «con fra Domenico petruolo et fabritio Campanella andammo a Davoli, et trovò Mauritio che stava in casa di donno Marco antonio pittella, et per lettre Mauritio mandò a chiamare da Catanzaro Gio. thomase franza, et Gioan paulo de Cordoa». Infine rispetto a Giulio Contestabile confermò che era intervenuto al trattato, «quale si contentava trovarsici et era uno delli capi», aggiungendo «ch'un giorno del mese di Maggio il detto Giulio steva in camera d'esso fra Tomaso, et dicea male del Capitano di Stilo ch'era spagnolo, et in questo il vento fe cascare in terra il ritratto del Rè nostro Sig.re, et detto Clerico Giulio uscendo la porta l'incontrò innanti, et lo calpestrò, dicendo, mira à che stamo soggetti, à uno sbarbato, Re dell'uccelli». Fu dunque il vento che fece cadere il ritratto del Re, e Giulio l'incontrò innanti e così ebbe a calpestarlo, non già che lo prese e se lo pose sotto i piedi, secondochè il Campanella medesimo avea dichiarato in Calabria: non è dubbio qui che il risentimento con Giulio Contestabile si era calmato, e il fatto di lui veniva attenuato; invece col Pizzoni, col Lauriana e col Petrolo, il risentimento era vivissimo, e i fatti occorsi con loro venivano aspramente asserti.
Da' suddetti brani, i soli che ne rimangono e così trivialmente redatti, possiamo rilevare che la confessione orale in tortura non suggellava soltanto la dichiarazione scritta, ma faceva anche emergere manifesto il disegno del Campanella di rendere il paese indipendente da Spagna e costituirlo in repubblica, essendone autore non altri che lui, ed avendolo ad istanza di lui accettato diversi frati che doveano d'accordo predicarlo, come pure diversi laici, specialmente fuorusciti, che doveano con le armi per lo meno sostenerlo. Vero è che tale disegno presentavasi subordinato alla condizione di future rivolte e mutazioni; ma questo importava poco, non potendosi ammettere nemmeno con riserva l'apostolato per una forma di Governo diversa da quella costituita, e tanto meno il preparativo dell'azione rappresentato dalle ricerche e concerti di persone che doveano promuovere quella forma di Governo con la parola e con le armi. D'altronde non appariva decifrabile per opera di chi sarebbero avvenute le rivolte e le mutazioni antivedute con le Profeziee co' segni astronomici, nè in qual modo la detta repubblica dovesse riuscire tollerata dal Papa e dal Re, essendo stata profetizzata in beneficio del Papa; egualmente non appariva decifrabile che il Campanella, mentre non voleva l'aiuto de' turchi per la detta repubblica ed avea rimproverato Maurizio che si era spinto a chiederlo, ammettesse doversi una parte de' turchi porre dal lato dei Cristiani, ed avesse continuato a trattare con Maurizio il quale avea concordato l'aiuto de' turchi, e a confabulare con persone disposte o chiamate a fare delle armi un uso più spinto e più pronto. Con ciò manifestamente veniva confermato quanto il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo, oltrechè molti laici, aveano deposto contro di lui, quanto aveano denunziato Biblia e Lauro, potendo solo ammettersi che l'avessero denunziato con la più grande ed iniqua esagerazione. E veniva in pari tempo giustificato quanto il Governo avea detto e fatto sin allora, potendo solo ammettersi che avesse tollerato negli ufficiali suoi lo sfogo della loro ambizione e rapacità sulla povera Calabria, considerandola già ribellata, e però «macchiandola di falsa ribellione», come ebbe a scrivere il Campanella, e come si trova anche scritto, con le medesime parole, dal Residente Veneto, benchè, al pari di altri Agenti accreditati in Napoli, non avesse mai posto in dubbio la congiura o il tentativo di ribellione[88].—Al Campanella potè sembrare, come nella Narrazione ci lasciò scritto, che non avesse confessato «nè ribellione nè voluntà di ribellare» e che i Giudici «accortisi che la confessione era erronea, perchè li altri non pigliassero la medesima fuga, non fecero ch'esso Campanella facesse la confronta a F. Dionisio, et a gli altri, come la facean fare da tutti l'altri che confessavano». Ma naturalmente i Giudici, per quanto videro chiara e limpida, e niente affatto erronea, la confessione di aver voluto ribellare, altrettanto videro oscura e misteriosa, ed al postutto indifferente, la condizione alla quale si diceva subordinata: nè ebbero a temere che fra Dionisio e gli altri, con la confronta avrebbero pigliato «la medesima fuga», poichè non accordavano alcun valore a questa fuga, la quale, per essere stata così denominata dal nostro filosofo, dovrebbe tradursi sotterfugio, onde le profezie e le vedute astrologiche risulterebbero, se non finte, certamente evocate «per tirar la gente a ribellare». E conviene aggiungere che fu una buona fortuna pel Campanella il non essere stata ordinata dai Giudici la sua confronta con fra Dionisio e compagni, poichè null'altro poteva seguirne, se non che costoro sarebbero risultaticonvinti per opera sua; e fra Dionisio principalmente, che dovè senza dubbio irritarsi per la confessione del Campanella e ne vedremo una prova più in là, avrebbe ben a ragione finito con odiarlo a morte dopo una confronta. In conclusione non può recare maraviglia che i Commissarii Apostolici si fossero trovati d'accordo nel giudicareil Campanella «confesso»; in tal guisa egli trovasi qualificato negli Atti due volte, ed è superfluo dirne le conseguenze[89].
Secondo la procedura del tempo, in questi giudizii celeri, non appena esauriti per ciascuno inquisito tutti gli Atti informativi ed offensivi, fatta anche ratificare la confessione nel giorno seguente a quello della tortura allorchè essa era stata amministrata, i Giudici emanavano un decreto che ordinava la consegna di una copia degli Atti all'inquisito con la conclusione del Fiscale, assegnando un termine di pochi giorni per la difesa, ed all'occorrenza deputando anche un Avvocato di ufficio. Il Mastrodatti allora, che avea già preparato ogni cosa, trasmetteva in via legale la copia degli Atti, l'assegnazione del termine etc. all'inquisito, ed anche un Riassunto degl'indizii a' Giudici. L'Avvocato quindi ponevasi in relazione col giudicabile, scriveva l'Atto di difesa, che comunicava al tribunale nel termine stabilito, e poi attendeva la notificazione di un altro decreto ad dicendum per la trattazione della difesa, ciò che del resto importava solo la dimanda se avesse altro da aggiungere alla Difesa scritta. Debbono dunque riferirsi al tempo cui siamo giunti, alla 2ametà del mese di febbraio 1600 il Riassunto degl'indizii, alle prime settimane di marzo la Difesa scritta dall'Avvocato pel Campanella, ed anche la Replica scritta dal Fiscale, i quali Atti, come quelli analoghi successivamente compilati per gli altri incriminati ecclesiastici, rimasero nelle mani del Nunzio, e pervennero quindi con altre carte di lui nell'Archivio di Firenze[90]. Riserbandoci di esporre a suo tempo gli Atti sopra menzionati, qui dobbiamo notare che al Campanella fu assegnato per difensore il dott.rGio. Battista de Leonardis Regio Avvocato de' poveri, e da una poesia di fra Tommaso a lui diretta vedremo che costui ebbe l'incarico di difendere anche gli altri frati inquisiti. Allorchè il Vescovo di Termoli, uno de' Giudici dell'eresia, scrisse a Roma la sua opinione su questa causa della congiura, tra le altre cose fece conoscere che «non si trovò un dottore il quale avesse voluto scrivere in jure a loro favore»[91]. Ciò deve intendersi nel senso che si cercò e non si trovò un Avvocato particolare, e con ogni probabilità il Vescovo intese parlare segnatamente di fra Dionisio, poichè il Campanella e gli altri non ne avrebbero avuto i mezzi; ad ogni modo poi l'Avvocato de' poveri non era una persona da nulla. Nato in Cicciano presso Nola, da umili origini, Gio. Battista de Leonardis si era dapprima mostrato uomo di lettere tale da venir chiamato ad insegnarle pubblicamente in Cosenza, dove cominciò anchel'esercizio dell'avvocatura; ridottosi poi in Napoli e studiato accuratamente il diritto, era già un dottore ben conosciuto, quando con Privilegio del 30 settembre 1599, visto e promulgato il 26 gennaio 1600, fu chiamato all'ufficio di Avvocato de' poveri della Vicaria in luogo di Antonio Catalano[92].—Ma nel medesimo tempo avvenne pure un altro fatto, che il Campanella ci fece conoscere nella sua Narrazione e che finora non ci risulta da verun altro fonte; sicchè gioverà tanto più esporlo qui con le parole medesime della Narrazione. «Però dandoli le difese poi al Campanella e l'Avvocato de' poveri...[93]il Sances Fiscale finse che per curiosità desiderava sapere in che profetie fondava questi suoi detti, e li fece scriver dal suo notario dettando il Campanella molti articoli profetali: li quali esso Sances portò a' Gesuini, et ad altri, e molti di quelli dissero, che Campanella havea ragione e che non eran finte per ribellare. Però li mandò molti Gesuini, e Theologi Spagnoli a disputare. Li quali si divisero, altri dicendo che diceva bene, altri che no. El Campanella allegò li predetti Santi, et Astrologi et il Cardinale anche Bellarmino. E poi disse, che quando pur fosser false le profezie sue, questa non era confessione di ribellare, ma di falsificar la Theologia, et appartiene al S. Officio, non a loro». Ci fermiamo a questo punto, non senza raccomandare a' lettori di percorrere tutto il resto che il Campanella narrò a tale proposito. E ripetiamo che non vi sono altre notizie capaci d'illustrare il fatto, ma dobbiamo ad ogni modo avvertire che questi Articoli profetali di cui qui si parla, dettati al notaro della causa della ribellione ad istanza del Sances, nondebbono confondersi con quelli che il Campanella scrisse egli medesimo come una delle sue difese: noi li abbiamo trovati nel processo di eresia, presentati in giugno dell'anno seguente, e dovremo parlarne più in là.
Come abbiamo visto dalla lettera del Nunzio sopra riportata, l'11 febbraio già si era dato al Campanella «il termine e la commodità» per la difesa, e si era deciso di seguire con gli altri lo stesso metodo, cioè quello delle torture acri. Infatti può ritenersi con sicurezza che i fol. 35 e 36 del volume siano stati occupati dalla ratificazione della confessione del Campanella e dal decreto per l'assegno del termine e deputazione dell'Avvocato; ed ecco il fol. 37 occupato dall'Atto della tortura data a fra Dionisio[94]. Il Riassunto degl'indizii contro costui ci dice che gli fu dato egualmente il polledro e non confessò nulla, e un brano di lettera del Vescovo di Termoli, inserto ne' Sommarii del processo di eresia, ci fa conoscere che «fu tormentato con 'l tormento del polledro, et delle 19 funicelle (sic) con le quali era tormentato 7 se ne ruppero nell'atto della tortura datali per ribellione»[95]; vedremo nel medesimo processo che fino a tutto giugno egli non potè firmare gli Atti che lo riguardavano, e dovè segnarli portando la penna stretta tra' denti, giacchè i polsi torturati non si prestavano. Dopo fra Dionisio venne la volta del Pizzoni, il quale ebbe la corda aggravata da' funicelli per quasi due ore, e nemmeno confessò[96]: come riferì lo stesso Vescovo di Termoli, «fù ligato con li funicelli e posto alla corda per la causa della ribellione et è restato stroppiato d'un brazzo»; infatti vedremo che una delle sue spalle non guarì mai più, e questa lesione l'avviò alla morte durante il processo di eresia. Nella stessa seduta, o in una seduta successiva, furono interrogati il Clerico Gio. Battista Cortese e il Sacerdote D. Andrea Milano, che si ricorderà essersi trovati nominati in una lettera di Claudio Crispo a Geronimo Camarda, la quale parlava della congiura e futura vittoria nel mese di settembre: non sappiamo ciò che essi risposero, ma possiamo ritenere per certo che non si passò oltre contro di loro. E si ripigliarono subito le torture col Petrolo, che ebbe la corda per due ore ed egualmente non confessò: sappiamo da lui medesimo la specie di tortura avuta, poichè quando l'ebbe di nuovo nel 1603 per l'eresia, rivolto al Nunzio esclamava, «hoggi fanno tre anni, e fù pur Sabbato comehoggi che hebbi un'altra volta la corda». Poi si venne a Giulio Contestabile che non era stato interrogato ancora, onde si raccolse la sua deposizione che riuscì negativa; e si passò al Bitonto e gli si diede la tortura «ad sciendum complices et fautores citra prejudicium probatorum», ed egli come tutti gli altri, ad eccezione del Campanella, non confessò, sicchè il metodo vantato dal Nunzio non riuscì. Possiamo affermare che non vi furono altre torture di frati, e però in conclusione l'ebbero solamente il Campanella e fra Dionisio mercè il polledro, il Pizzoni, il Petrolo e il Bitonto mercè la corda forse in tutti aggravata da' funicelli per due ore: questo risulta dal cenno fattone in coda a' rispettivi Riassunti degl'indizii che si conservano in Firenze; e dietro la scorta del medesimo fonte dobbiamo dire che per fra Paolo della Grotteria si procedè al solo interrogatorio, mentre pel Lauriana, per fra Pietro di Stilo e fra Pietro Ponzio non vi furono nemmeno altri interrogatorii, e si ritennero sufficienti quelli fatti da fra Marco e fra Cornelio e dal Vescovo di Gerace.—Immediatamente dopo il Bitonto ebbe la tortura anche Giulio Contestabile, per quasi due orecum funiculiscome dice il Riassunto degl'indizii compilato contro di lui, ed egli nemmeno confessò: naturalmente così a lui come a tutti gli altri, mano mano che si esaurivano gli Atti offensivi, era decretata la consegna della copia del processo, l'assegno del termine per le difese, la deputazione dell'Avvocato ufficioso qualora non avessero un Avvocato particolare; e vedremo tra poco che il Contestabile si provvide di un Avvocato particolare.
Tutto ciò fu compìto nella 2.ametà di febbraio e 1.ametà di marzo, con molta sollecitudine, poichè intendevasi finir presto ogni cosa, per liberare i parecchi prigioni poco o punto indiziati e quindi passare alla causa dell'eresia, come il Nunzio facea sapere a Roma. Difatti nello stesso periodo or ora indicato furono liberati dapprima otto, poi altri quattro, in tutto dodici incriminati ecclesiastici, come si rileva da due lettere del Nunzio, l'una del 3 e l'altra del 10 marzo, che gioverà riportare testualmente. «La causa della ribellione si tira avanti con ogni diligenza, et di già si è ordinato la liberatione di 8 fra Frati et Clerici che si trovavono presi per diversi sospetti senza fondamento et 4 altri spero ne liberaremo domani, poichè i principali sono tutti essaminati, et di già si vede in che il negotio potrà principalmente parare, et per che la medesima Ecc.zami hà richiesto che i Calabresi che dovranno come hò detto liberarsi non si lascino così subito ritornare in Calabria, gli hò detto che si farà con un Precetto che non partino di Napoli senza licenza, parendomi cosa che come propone possa esser di qualche consideratione, che tornino là persone avanti che il negotio si finisca che sieno informati come gira, et ne suscitino qualche nuovo bisbiglio; procurerò che si risolva quanto prima per manco incommodo di quei poveri huomini» (3 marzo). «La causa della ribellione si tira avanti con la solita diligenza,et di già se ne sono liberati 12 fra regolari et Clerici, et la prohibitione del partirsi che le scrissi con altra si è ristretta à due frati Domenicani, che non tornino in Calabria senza licenza, et altrove vadino dove vogliono» (10 marzo). Non si potea veramente procedere con maggior sollecitudine: il tribunale teneva sedute quasi ogni giorno, come si rileva da un'altra lettera del Nunzio della stessa data (10 marzo) che dice, «dal Venerdì in poi che l'occupo in dettar lettere, et le feste, gli altri tutti si va in Castello»[97]. Trattandosi d'individui non trovati delinquenti, ai termini del Breve i Giudici aveano facoltà di pronunciare senz'altro la sentenza; per essi non c'era la limitazione di procedereusquead sententiam exclusive, ed è poi facile conoscerne i nomi guardando l'Elenco degl'incriminati ecclesiastici[98]. I primi otto furono: D. Gio. Battista Cortese, D. Gio. Andrea Milano, fra Scipione Politi, fra Francesco di Tiriolo, D. Marco Petrolo, fra Pietro Musso, D. Domenico Pulerà, fra Vittorio d'Aquaro; gli altri quattro furono D. Colafrancesco Santaguida, fra Giuseppe Perrone di Polistina, Giovanni Ursetta e Valentino Samà. Di tutti costoro vennero esaminati solamente il Cortese e il Milano; e i due Domenicani, a' quali si vietò di tornare in Calabria, doverono essere il Tiriolo ed il Musso, mentre contro fra Giuseppe di Polistina, come contro qualche altro, non si potè neanche compilare un Riassunto d'indizii, non essendosi trovata in processo cosa alcuna. Rimasero dunque in carcere nove frati Domenicani compreso il Campanella, e dippiù il clerico Giulio Contestabile; vi pervenne poi molto più tardi, come vedremo a suo tempo, il clerico D. Marco Antonio Pittella, il quale era scappato di mano alle guardie in Calabria, ma fu ripigliato nel 1601. E non è dubbio che gli Atti difensivi ebbero immediatamente corso pel Campanella, per fra Dionisio e per gli altri frati; così pure per Giulio Contestabile, e vi è motivo di ritenere che co' suoi mezzi costui abbia potuto far precedere la difesa della sua causa, essendo stato in grado di presentare in suo favore, senza ritardo, documenti, testimoni ed un Avvocato proprio.
La Difesa scritta per Giulio Contestabile ci fa intendere le accuse formolate dal Fiscale contro di lui, e ci dà notizia de' documenti e testimoni da lui presentati[99]. Secondo il Fiscale, Giulio Contestabile dovea dirsi uno de' capi della congiura dietro la Dichiarazione del Campanella, la cui amicizia con Giulio era confermata da sei testimoni uditi in Calabria, come pure dietro le deposizioni del Caccia, del Vitale e dello stesso Maurizio nell'ultima sua confessione; inoltre dovea dirsi reo di fatti e detti in dispregio di S. M.tàdietro le rivelazioni del Campanella e del Petrolo, e indirettamente anche di fra Pietro di Stilo. I documenti prodotti daGiulio furono: un certificato di buona vita e fama, rilasciato dall'Università, clero e particolari di Stilo; l'istrumento pubblico di pace tra' Contestabili e Carnevali, stipulato mercè l'opera del Campanella e non ratificato; le fedi di tre Confessori che aiutarono a ben morire il Caccìa, attestanti la revoca della sua confessione fatta per forza di tormenti. I testimoni furono quattro: essi affermarono principalmente (con poca verità) che Giulio e il Campanella erano nemici prima del maggio 1599, fin dal gennaio di quell'anno, ma dal maggio «nè si parlavano, nè si cavavano la berretta». E l'Avvocato si appoggiò moltissimo a questa circostanza dell'inimicizia anteriore, e cercò di confermarla anche col fatto, che appena venuto lo Spinelli in Calabria, Giulio avea dato accuse scritte contro il Campanella, e procurata presso D. Carlo Ruffo commissionato dello Spinelli una commissione pel cognato Di Francesco in persecuzione del Campanella e complici, come pure il Campanella avea date egualmente accuse scritte contro Giulio ed avea sedotto il Petrolo a far lo stesso, mentre poi le sue affermazioni non poteano far fede, essendo lui «notato d'infamia per avere abiuratode vehementi»[100]. Invalidò inoltre le deposizioni del Caccìa, notando che costui non avea determinato il genere di discorsi passati tra Giulio e il Campanella, che era stato esaminato da un tribunale incompetente, e poi in ultimo avea revocato i suoi esami presso i Confessori. Invalidò la deposizione del Vitale, notando che non era stata fatta la ripetizione di lui innanzi a' Commissarii Apostolici, nè egli avea potuto conoscere da Maurizio la partecipazione di Giulio nella congiura, mentre Maurizio medesimo avea rivelato che la cosa gli era stata detta dal Campanella nelle carceri di Napoli, ed allora il Vitale era stato già giustiziato. Invalidò ancora la rivelazione di Maurizio, notando sempre che non era stata fatta la ripetizione di lui innanzi a' Commissarii Apostolici, ed aggiungendo che egli non avea potuto parlare col Campanella trovandosi rinchiusinon solo in carceri separate ma anche in torrioni separati (fatto non vero), nè poteva credersi che Giulio fosse entrato in un concerto nel quale erano capi il Campanella e Maurizio, entrambi notorii nemici suoi. Infine, quanto all'avere Giulio oltraggiato il ritratto del Re, gli bastò mettere in rilievo le contraddizioni tra le rivelazioni del Campanella e quelle del Petrolo, e tra le prime ed ultime rivelazioni del Campanella medesimo.—Con siffatti argomenti l'Avvocato potè far ritenere Giulio Contestabile qual semplice sospetto di complicità, e così poi, allorchè molto più tardi si venne alla sentenza, il Contestabile, aiutato forse anche dalle potenti raccomandazioni delle quali vedremo che disponeva, riuscì a cavarsela con la condanna ad una pena relativamente mite.
Poco dopo, o tutt'al più contemporaneamente, venne fuori la Difesa del Campanella scritta dal De Leonardis: e in sèguito di essa una Replica di D. Gio. Sances. Ad entrambi questi Atti possiamo facilmente assegnare la data delle prime settimane di marzo, poichè certamente durante il marzo le difese doverono essere discusse: vedremo infatti esservi state negli ultimi giorni di marzo e primi di aprile le feste di Pasqua, e poco dopo, il 12 aprile, la richiesta del Sances a' Giudici di venire alla spedizione della causa. La Difesa scritta dal De Leonardis mostra che pel Campanella non ci furono nè documenti nè testimoni a discarico: nulla di simile vi si trova citato, e chiaramente vi si scorge che l'Avvocato sentiva di scrivere per una causa persa, giacchè il Campanella non poteva non dirsi convinto e confesso qual capo della congiura o tentata ribellione[101]. Fin dall'esordio della Difesa l'Avvocato non potè fare a meno di riconoscere una criminosa cospirazione contro la Real M.tà; se non che goffamente magnificò la clemenza e la bontà di Filippo III, per avere ordinata questa Difesa, ed affermò che da parte sua avrebbe voluto dilaniare e fare a brani con Neronica voluttà «simili facinorosi delinquenti», e dichiarò che per obbedienza agli ordini del Vicerè presentava al Nunzio e al De Vera «dottissimi e religiosi Giudici Apostolici» le ragioni che gli parevano favorevoli alla causa. Due questioni egli vide nella causa: la 1a, se il Campanella, dato che fosse reo di tale delitto di lesa Maestà,potesseconsegnarsi alla Curia secolare, e siffatta questione egli dovè riconoscere già sciolta col Breve Papale, che ne avea dato larga facoltà a' Giudici Apostolici; la 2a, se il Campanella avesse commesso tale delitto di lesa Maestà, chedovesseconsegnarsi alla Curia secolare, ciò che equivaleva a condannarlo alla morte, e sopra tale questione egli stimò aversi a considerare le circostanze del fatto e la qualità della persona. Notò quindi che il Campanella non gli pareva «legittimamente convinto» giusta i termini del Breve, poichè tutti i testimoni erano socii del delitto, i quali bastavano a provare la congiura, ma non bastavano a far condannare alla penadi morte, massime in persona di un Clericoin sacris, contro il quale occorreva sempre una forma più privilegiata che nel Laico; oltracciò tutti i testimoni lo aveano detto capo della congiura, e per esservi congiura avrebbe dovuto esservi concerto di molti a fine di sovvertire lo Stato, ma i testimoni medesimi aveano detto che doveano fatalmente avvenire rumori e rivoluzioni nel Regno, ed allora egli avrebbe sottratta la Provincia alla potestà Regia, ma allora si era già verificata la sovversione dello Stato. Non gli pareva poi nemmeno confesso di congiura e per questo legittimamente convinto, mentre dalla sua confessione non risultava «una così grande ed acerba cospirazione quale era stata asserta da' testimoni», perchè appunto egli voleva far la repubblica quando fatalmente succedessero rumori e rivoluzioni, e non aveva mai approvato l'aiuto de' turchi. Aggiunse inoltre che la congiura non doveva avere una esecuzione prossima ed immediata, e poteva anche non verificarsi o poteva verificarsi in un senso buono, essendo preferibile nel caso di grossi trambusti, che si costituisse la repubblica dall'inquisito con la volontà del Papa e del Re, rimanendo impedita la conquista a' nemici invasori. In somma trattavasi della preparazione ad un mutamento in caso di un futuro evento dubbio, e l'inquisito non era suddito del Re e non avrebbe quindi dovuto mandarsi a morte come se il delitto fosse stato consumato o vi fosse stato disegno di uccidere il Re; non era poi l'inquisito nemmeno tale da poter sovvertire uno Stato, e quindi la pietà e l'equità de' Giudici Apostolici poteva fargli scansare la morte, «salvo sempre il più sano giudizio e l'autorità della Sede Apostolica», in servizio della quale e del Re Filippo egli, l'Avvocato, avrebbe voluto volentieri morire se fosse stato necessario!—Messe da parte le goffe ampollosità del tempo, rimane che il De Leonardis cercò, per quanto potè, di salvare il Campanella dalla morte: tutti i suoi sforzi furono concentrati su questo punto, riuscendo impossibile negare ciò che fra Tommaso avea confessato, e parecchie osservazioni dell'Avvocato, che i lettori vorranno senza dubbio più minutamente conoscere percorrendo la Difesa da lui scritta, offrono tutti gli elementi di una critica di quel Breve Papale che avea tanto largamente concesso di rilasciare alla Curia secolare gli ecclesiastici legittimamente convinti o confessi «di ribellione o prodizione, o altri delitti di lesa Maestà», senza tener conto di alcuna delle circostanze restrittive ammesse dalla giurisprudenza del tempo. Una sola cosa a noi profani in giurisprudenza apparisce imputabile al De Leonardis, la mancanza dell'argomento che i testimoni nella più gran parte non erano stati esaminati o ripetuti nel foro competente, e però non potevano dirsi capaci di legittimamente convincere: ma bisogna pur riconoscere che si era fatta una inestricabile confusione di fori, mentre da' «Giudici Apostolici», e segnatamente dal Nunzio, si era tollerato che figurassero nel processo, e quindi ne' Riassunti, come elementi del giudizio, perfino le deposizioni raccolte da fra Marco e fra Cornelio, ed anchedal Vescovo di Gerace, nel foro di S.toOfficio; così la mancanza del detto argomento non potè davvero influire in nulla. Avremo poi a vedere che il Campanella medesimo, nella Difesa sua propria, venuta in luce più tardi ed inserta nel processo di eresia, non trovò argomenti migliori di quelli del De Leonardis, e distinguendo ilcrimen volitume ilcrimen patratum(distinzione che ne' delitti di lesa Maestà non giovava) concluse doverglisi dare piuttosto la pena del carcere perpetuo e non la pena di morte. Assai più tardi poi, nella sua Narrazione, scrisse che il suo Avvocato «più presto avvocò contra per diventar Consigliero»: ma anche questa volta bisogna riconoscere, che le necessità sue l'abbiano spinto a scrivere senza alcun ritegno tutto ciò che potè sembrargli utile a farlo uscire da una tristissima posizione.
Venendo all'Allegazione del Sances in risposta a quella del De Leonardis, abbiamo poco da dire[102]. Egli, rivolgendosi allo Ill.moPresidente e al dottissimo Magistrato, stimò del tutto naturale che il Campanella, «legittimamente convinto e confesso» del delitto di lesa Maestà, dovesse «essere attualmente degradato e consegnato alla Curia secolare, tanto per disposizione del dritto, quanto in forza del rescritto di commissione del SS.moPadre». E confutando le ragioni dell'Avvocato, fece notare che, circa la qualità della persona, trattavasi di un frate di mancata vita monastica, assiduo co' malfattori, già condannato ad abiurare, cospiratore contro gli Stati del Re Cattolico per menare vita lussuriosa e seminare eresie, autore e capo di tutto, convinto da testimoni come il Franza, il Cordova e due altri già carcerati col Pisano (sicuramente il Gagliardo e il Conia), i quali, sebbene socii nel delitto, in questo di lesa Maestà per una speciale disposizione del dritto provavano; che inoltre era confesso, come essi medesimi i «Padri» lo avevano udito, di avere eccitato a prendere le armi e procurare amici, confesso di formata macchinazione, soggetto ad essere degradato e consegnato alla Curia secolare anche per un rescritto espresso del Papa, il quale volle mostrare quanto difendesse e proteggesse gli Stati di S. M.tà. Nè egli faceva istanza che fosse condannato perchè avea già cacciato il Re e fatta la Repubblica, ma per avere macchinato e sedotto a farla le persone che si erano mostrate pronte, dovendosi nel delitto di lesa Maestà, per dritto, punire con la stessa pena così la volontà come l'effetto; la macchinazione era seguìta, e i Giudici poteano degradare questo clerico ribelle alla Maestà Divina ed umana, causa della perdita della vita, de' beni e dell'onore, per tanti infelici, e de' beni e della patria permolti contumaci, costituiti anche in pericolo di vita, essendo stato lui di ogni cosa duce, autore e capo.