Chapter 8

L'indomani 10 novembre fu ripigliato l'esame di fra Pietro di Stilo. Ed egli continuò sull'articolo delle minacce fatte in Calabria a ciascuno de' frati inquisiti, esponendo anche a lungo gli eccitamenti avuti da fra Gio. Battista di Polistina unito con fra Cornelio, poco prima di montare sulle galere in partenza per Napoli, perchè deponesse contro fra Dionisio, onde giudicò che in questa faccenda si trattasse di una vendetta particolare del Polistina. Confermò l'inimicizia del Lauriana con fra Dionisio, avendolo costui perseguitato per le pessime relazioni tra lui e fra Fabio Pizzoni: attestò di aver veduto la lettera scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio, di avere udito più di quaranta volte dal Lauriana che era stato sedotto dal Pizzoni e da fra Cornelio, esponendo tutti i particolari del modo di procedere tenuto per gli esami in Calabria, la lettura dell'esame del Pizzoni agli altri che dovevano esaminarsi, la presenza de' laici che interrogavano anche in materia di eresia perfino in Gerace, facendosi gli esami innanzi al Vescovo. Così mano mano confermò ciascuno articolo su cui venne interrogato, sempre di scienza propria: e nel parlare del mulo rubato dal Pizzoni ad un uomo di Stilo, dichiarò che egli, insieme col Campanella e col Sig.rFrancesco Petrillo, s'interpose per accomodare la faccenda; nel parlare degli eccitamenti del Visitatore perchè si deponesse contro fra Dionisio, aggiunse di essere stato eccitato a deporre anche contro il Campanella. Così pure, nel parlare della conferma dell'esame di Calabria fatta in Napoli dal Pizzoni a consiglio del Lauriana, aggiunse che egualmente il Petrolo (accusatore del Campanella) confermò l'esame a consiglio del Lauriana datogli allo stesso modo; nel parlare poi dell'inimicizia tra Dionisio e il Petrolo, dichiarò che non ne sapeva nulla, ma che sapeva bene esservi inimicizia tra il Petrolo e il Campanella, «perche si disse che una sorella di frà Dominico era innamorata di frà Thomaso, et che havevano peccatoinsiemi, et per questo si disse che frà Dominico cercò di fare ammazzare il Campanella dal Mauritio, mà Mauritio non lo volse fare; quando poi si suscitorno questi rumori di ribellione il Mauritio cercò di ammazzare il Campanella, è fra Dominico, mà non potè si ben li sequitò per alcune miglia»! Finalmente, nel parlare del motivo per cui il Pizzoni e il Petrolo dicevano aver dovuto confermare i rispettivi esami, cioè l'insistenza minacciosa del fisco, non solo dichiarò averlo udito da que' frati mentre discorrevano tra loro di notte, ma soggiunse averlo udito particolarmente dal Petrolo mentre lo diceva al Campanella per iscusarsi (e ben si vede che il povero fra Pietro si spingeva quanto più poteva, certamente un po' troppo, per giovare al suo disgraziato amico).—Dopo di lui fu esaminato il Petrolo, ma sopra un numero di articoli assai limitato. Egli attestò aver saputo direttamente dal Lauriana che avea deposto contro il Campanella, fra Dionisio e il Pizzoni, che vi era stato colto da fra Cornelio e dal Visitatore mentre non sapeva nulla di quanto depose, che voleva ritrattarsi almeno relativamente al Pizzoni suo maestro, ma non già che avesse deposto il falso ad istigazione del Pizzoni; e spiegò le confidenze fattegli, dicendo essere stato assistito dal Lauriana dopochè ebbe due ore di corda (naturalmente per la congiura). Attestò essere il Lauriana ritenuto pubblicamente falsario, persistente nel falso a consiglio di un dottore «furbo e mariolo», riluttante a dire le parole a falsis testibus nelle litanie per quanto avea saputo da fra Pietro di Stilo. Attestò aver veduto il Lauriana e fra Dionisio parlare insieme, sibbene fuori la carcere; aver udito il Soldaniero bestemmiare santo diavolo[217]e borbottare minacce contro i Polistina, ciò che il Bitonto gli spiegò col dire che i Polistina lo avevano costretto a deporre ciò che depose; inoltre aver veduto il Soldaniero visitare fra Dionisio dentro la carcere e prestargli danaro, come pure aver veduto nella carcere di fra Dionisio Valerio Bruno servitore del Soldaniero. Dichiarò di avere non solo udito il Soldaniero lamentarsi dei Polistina, ma ricevute lui stesso in Bivona raccomandazioni dirette da fra Gio. Battista di Polistina perchè non risparmiasse fra Dionisio, e nella medesima occasione veduto anche il Polistina riscaldarsi con fra Pietro di Stilo. Dichiarò di aver udito il Soldaniero dire che in Calabria avea dovuto fare il birro per salvarsi la vita; di sapere che il Pizzoni era stato in relazioni molto strette col Campanella; di avere udito dal Pizzoni che le cose dettegli da fra Dionisio erano state detterecitativee poi egli l'aveva accomodate nella sua deposizione a modo di disputa; di avere avuto preghiera dal Pizzoni, perchè raccomandasse al Lauriana di persistere nella discolpa conoscendo che l'aveva discolpato; di sapere che il Campanella non era stato a Pizzoni quando vi fu fra Dionisio, perchè il Pizzoni e il Lauriana glie l'aveano detto, ed anzi il Lauriana,preoccupato di aver detto il contrario, lo pregò di raccomandare a fra Paolo che non lo scovrisse su questo punto. Infine dichiarò di sapere che il Pizzoni e il Lauriana erano stati più mesi insieme nelle carceri civili, e di credere che si fossero là messi d'accordo a voce dopochè aveano cercato di farlo in iscritto; (così oramai il Petrolo, col contatto de' frati, si era modificato di molto, ed avea capito che la causa di ognuno rifletteva quella di tutti; ma si era troppo spinto innanzi per tornare francamente indietro).—Fu interrogato da ultimo il Bitonto, e costui dichiarò di aver saputo dal Lauriana in Gerace, che si era esaminato contro fra Dionisio e il Campanella a persuasione del Pizzoni, che non si era ritrattato per timore di Carlo Spinelli, ma che si sarebbe ritrattato in Napoli, dimandando ad esso Bitonto se si dovesse o no ritrattare. Attestò di aver veduto un giorno fra Dionisio e il Lauriana quistionare insieme ed aver poi saputo dallo stesso Lauriana che la sera era andato a cercare perdono a fra Dionisio per le falsità deposte contro di lui; aver veduto il Soldaniero visitare fra Dionisio nella carcere e portargli cose da mangiare, ed aver veduto egualmente presso fra Dionisio Valerio Bruno servitore del Soldaniero. Attestò aver udito dal Soldaniero che non gli si teneva conto del guidatico, e che i Polistina e fra Cornelio lo avevano consigliato e costretto a deporre le cose di eresie. Attestò che il Pizzoni avea fatto fuggire fra Gio. Battista di Polistina quando fra Dionisio cercava farlo carcerare, che in Calabria era reputato un cattivo soggetto, avea rubati scritti a fra Dionisio e commessi altri furti, aveva avuto il mal francese e fatto udire molte cose in materia di donne. Attestò egualmente di propria scienza la pessima condotta del Lauriana in materia di costumi, e per detto altrui le lettere che avea scritte a Ferrante Ponzio revocando le cose affermate contro fra Dionisio e il Campanella. Infine attestò l'amicizia di fra Pietro di Stilo per fra Gio. Battista di Polistina nemico di fra Dionisio (come si vede, nulla di nuovo, e d'altronde il testimone era troppo ligato a fra Dionisio per potergli accordare molta fede).

Il 16 novembre si tenne l'ultima seduta, e furono interrogati il Barone di Cropani e Geronimo di Francesco, fatti venire dal Castello dell'ovo. Il Barone di Cropani, Antonino Sersale[218], narrò come egli si fosse adoperato per far perdonare dal Provinciale fra Dionisio quando costui ebbe grave punizione per aver bastonato un frate, come inutilmente avesse in tale circostanza procurato i buoni ufficii del Vescovo di Catanzaro e dell'Auditore De Lega presso il Visitatore, con la conseguenza rincrescevole per lui di essere ritenuto a motivo di queste trattative con fra Dionisio, «sospetto come li altri calabresi carcerati». Attestò per scienza propria le ottime qualità di fra Dionisio, e per detto altrui l'ostilità del Visitatore verso questo fratedietro antichi dissensi circa le controversie de' frati Riformati, come pure l'amicizia del Visitatore per fra Gio. Battista di Polistina nemicissimo di fra Dionisio. Attestò aver saputo da due Padri Gesuiti, mentre si trovava nelle carceri di Monteleone, che il Mileri e il Crispo, quando vennero giustiziati, dicevano con alte grida aver tutto deposto in materia di ribellione per forza di tormenti avuti dallo Sciarava; e la cosa medesima essersi detta di altri tre che vennero giustiziati sulla galera in cui egli si trovava, sebbene non l'avesse udito di persona poichè soffriva il mal di mare, specialmente di Gio. Battista di Nicastro (il Bonazza), che per questo motivo non voleva nemmeno riconciliarsi con Dio ma poi si piegò. Aggiunse essere anche in materia di fede fra Dionisio «da tutti tenuto per bonissimo Catholico».—Geronimo di Francesco disse di avere appena conosciuto fra Dionisio, e di poter attestare che tutte le accuse fatte a questi frati erano falsità, come aveva in parte udito e in parte saputo dal Pizzoni, aggiungendo che i due giustiziati in Catanzaro (Mileri e Crispo) avevano confessato di aver tutto deposto per forza di tormenti e persuasione dello Sciarava; (e così entrambi i testimoni confondevano troppo la materia della ribellione e quella dell'eresia).

Abbiamo già avuta occasione di dire che in questo stesso periodo di tempo, oltre gli esami difensivi per fra Dionisio, si fecero anche quelli pel Pizzoni. Costui presentò in sua difesa 34 articoli, e poi ne diede in supplemento pure qualche altro nell'ultima ora scrivendolo di suo pugno (sicchè a quel tempo dovè la lesione della spalla dargli un po' di tregua), ma i Giudici non vi badarono nemmeno[219]. Secondo il solito volle provare che fin dal suo ingresso nella vita monastica avea vissuto religiosamente, e poi predicato ed insegnato ne' conventi principali, aggiungendo di avere strettamente digiunato ogni sabato e di non essere stato mai inquisito nè processato. Che il processo fatto da fra Marco e fra Cornelio era falso, avendo ricevuto danari e donativi da diverse persone per fare un processo tale da guadagnarsi un premio. Che que' frati eccitavano gl'inquisiti l'uno contro l'altro dicendo che l'uno avea deposto contro l'altro, leggevano in precedenza all'uno l'esame raccolto dall'altro, facevano co' tormenti dire quanto loro piaceva. Che senza precedente denunzia, inquisizione o querela, aveano fatto carcerare esso Pizzoni, dicendolo pubblicamente nemico di Cristo e del Re. Che il fisco e gli ufficiali Regii promettevano premii e diedero indulti per far deporre contro la propria coscienza. Che un testimone del fisco, il Caccia, aveva in punto di morte dichiarato di aver deposto il falso e se n'era fatta fede che esso Pizzoni riproduceva; inoltre questo Caccia era stato sottoposto alla tortura mentre aveva la febbre e in tale condizione era stato sedotto da que' frati a nominare esso Pizzoni! Che i due Polistina erano suoi nemici, essendo lui stato a Romacontro di loro quando concorrevano al Provincialato. Che Giulio Soldaniero gli era nemico capitale e l'avea più volte minacciato, pretendendo che avesse nascosto Eusebio Soldaniero; e poi era stato eccitato da' Polistina a deporre contro di lui. Che Valerio Bruno era compagno di delitti e servo stipendiato del Soldaniero, e quindi non meritava fede; e poi egli medesimo confuso per le sue falsità avea detto a' Giudici, «misericordia signore, che sono ignorante». Che esso Pizzoni non era stato mai cacciato dal convento di Soriano, ma sempre accoltovi con affetto, e vi avea pure cantata la messa in presenza del Visitatore nel giorno di S.toAgostino (vale a dire il 28 agosto). Che il Campanella e fra Dionisio non aveano mai parlato di quelle cose che esso Pizzoni avea deposte, se non separatamente e fuori la presenza di alcuno; e il libro del Campanella stampato in Napoli non era scritto contro S. Tommaso ma contro Antonio Marta napoletano, e S. Tommaso vi si trovava nominato sempre colla massima riverenza (in questo contradiceva al Lauriana, col quale oramai il disaccordo era completo). Che avea sempre letto e predicato dottrine approvate dalla Chiesa. Che fra Dionisio gli era divenuto nemico mortalissimo da che esso Pizzoni avea deposto contro di lui molte cose intorno alla congiura e alla fede; fra Domenico Petrolo era stato eccitato a deporre contro esso Pizzoni da fra Cornelio, il quale glie ne lesse pure l'esame, oltrechè non avea potuto vederlo ammalato in Pizzoni due anni prima, perchè allora esso Pizzoni si trovava in altri posti. Che mai vi era stata tra lui e il Campanella corrispondenza in cifra, che non era mai il Campanella venuto altre volte a Pizzoni, che quando ci venne fu perchè volea vedere i Vescovi di Mileto e di Nicotera i quali dovevano là venire, che dopo di averlo esso Pizzoni cacciato dal convento, non gli scrisse mai più. Che se esso Pizzoni lo vide in Stilo, ciò fu per certo danaro che dovea restituire a un fra Marcello Basile, e per certo altro danaro che doveva esigere andò a vederlo presso il Marchese di Arena. Che avvertì il P.eGenerale facendo scrivere la lettera al Lauriana e mandandola egualmente per costui alla posta di Monteleone, non appena seppe le cose delittuose del Campanella e di fra Dionisio. Che tutte le deposizioni de' frati furono fatte innanzi ad ufficiali Regii, ed anche innanzi a D. Carlo Ruffo, il quale era speciale nemico di esso Pizzoni per controversie passate tra loro. Che nel convento di Pizzoni egli non era stato se non durante tre mesi prima della sua carcerazione, mandatovi a forza da' Superiori suoi nemici, ed avea supplicato inutilmente di poter lasciare quel posto, solito ad essere frequentato da fuorusciti protetti dal Vescovo di Mileto, onde due Vicarii suoi predecessori aveano dovuto scapparne di soppiatto.

A questi articoli, redatti con un po' di disordine e con diversi errori di nomi, attestanti la poca cura dell'Avvocato e l'affievolimento del Pizzoni pur sempre infermo, venne aggiunto un elenco di testimoni rappresentati da tutti i frati inquisiti all'infuori di fra Dionisio(oltrechè del Campanella come ben s'intende), da molti frati de' conventi di Calabria, e da taluni de' conventi di Napoli, dal Contestabile e dal di Francesco carcerati per la ribellione, dallo Spinola e dal Castiglia ed anche da un D. Francesco di Genova carcerati per altre cause, da Fabio Pisano disgraziato padre di Cesare dimorante in Calabria. E con una fiacchezza di accorgimento sempre più notevole, vennero tutti i frati inquisiti indicati come testimoni su tutti gli articoli indifferentemente, sicchè p. es. il Petrolo ed il Lauriana doveano provare anche le affermazioni contenute negli articoli addotti contro di loro; e può dirsi senza esitazione, che la difesa del Pizzoni, già essenzialmente scabrosa, fu mal condotta davvero.—Il fiscale Sebastiano diede dal canto suo appena 6 interrogatorii, contenenti le solite ammonizioni e generalità rutinarie, senza brigarsi menomamente de' fatti affermati negli articoli, tanto dovea sentirsi sicuro che non ve n'era bisogno. I Giudici poi chiamarono all'esame soltanto i frati inquisiti, lo Spinola e il Castiglia, il Contestabile e il Di Francesco, e in due sedute successive, il 14 e 15 novembre, esaurirono le difese del Pizzoni[220].

Il 14 novembre fu interrogato dapprima fra Paolo della Grotteria, il quale disse di conoscere da poco tempo il Pizzoni e non poter dare testimonianze sulla vita di lui; avere udito con molti altri carcerati in Monteleone Cesare Pisano affermare, che da suo padre era stato dato danaro ed altro al Visitatore e compagno, per passarlo dalla Corte temporale all'ecclesiastica; esser vero che il Visitatore e compagno, presenti Spinelli, Sciarava e il Vescovo di Gerace, minacciarono esso testimone se non avesse deposto contro il Pizzoni intorno al mangiar carne in tempo proibito; che D. Carlo Ruffo con suoi famigli era venuto nelle carceri a sedurlo e così pure fra Cornelio; che avea veduto minacce di pugni e di consegna alla Curia secolare, la quale procedeva a modo di campagna, fatte al Petrolo e a fra Pietro di Stilo. Avere udito parlare della fede fatta dal Caccia a tempo della sua morte, ma non averla veduta; poter attestare che il Caccia fu tormentato mentre avea la febbre, ma non sapere se il Visitatore e compagno fossero stati presenti. Avere udito da un birro che i due Polistina coll'intervento di un secolare, il quale doveva essere Giulio Soldaniero, avevano fatta una lista di accuse, non sapere se il Campanella e fra Dionisio avessero parlato o no di eresia, ma poter attestare che il Pizzoni si era con lui lamentato del Visitatore e compagno, perchè con buone parole e promesse di liberazione, al pari di D. Carlo Ruffo, l'aveano indotto a deporre contro que' due frati, ed egli l'avea fatto tanto più perchè pensava di non avere a nuocere a fra Dionisio che era fuggito; potere inoltre attestare che nella Chiesa di Pizzoni fra Dionisio avea parlato al Pizzoni con sdegno. Su tutto il resto disse non saper nulla (la difesa del Pizzoni già cominciava a risultare benaltro che difesa, e se venivano a galla tutte le infamie del Visitatore e di fra Cornelio, non per questo il Pizzoni se ne giovava).—In sèguito il Petrolo disse del pari aver conosciuto poco il Pizzoni, avendolo veduto appena una volta in Stilo e poi nel carcere; sapere che era buon predicatore e letterato ma assai maledico, e che avea cominciato a digiunare il sabato da sole tre o quattro settimane! Aver udito in Gerace che il Mesuraca avea dato 100 scudi a fra Cornelio per far processare mortalmente i frati inquisiti, a fine di guadagnarsi il taglione sopra il Campanella ed esso Petrolo; aver udito in Monteleone da Cesare Pisano ed anche dal padre di costui, presenti altri frati, che erano stati dati 100 scudi e robe di tela a fra Cornelio, convenendo di far dire cose di eresie per passare al foro ecclesiastico. Essergli stato da fra Cornelio letto in gran parte l'esame del Pizzoni, ma non detto che dovesse deporre contro il Pizzoni. Essergli stato detto dal Pizzoni che fra Cornelio, presente Geronimo di Francesco, l'istruiva nella carcere su quanto avrebbe dovuto deporre; poter assicurare che esso testimone medesimo era stato visitato nella carcere da fra Cornelio, il quale voleva fargli sottoscrivere un verbale che egli non voleva sottoscrivere, «e disse con giuramento, dicendo per queste mani, monstrando le mani sue, che tu non hai da uscire da questo Castello se non in pezzi, et io mi humiliai, et esso col visitatore mi sputavano in faccia con dire non basta questo, ma volevano che io dicesse delle cose che non sapeva.., et il Sciarava mi pigliò una volta per il petto, è mi condusse alla banca sotto la corda, et voleva che confirmasse lo mio esamine quale io non voleva confirmare per le falsità che contineva». Dichiarò inoltre che tutti i frati di S. Domenico erano chiamati ribelli, che ognuno de' persecutori si aspettava un premio, e di fra Cornelio si diceva che sarebbe stato fatto Arcivescovo di Toledo! Avere udito che il Caccìa avea fatto fare una fede per ismentire le falsità deposte, e che era stato tormentato mentre avea la febbre; aver saputo da lui medesimo, in Squillace e poi in Monteleone, che era stato esaminato contro il Pizzoni e avea deposto il falso; ma i Giudici gli fecero osservare d'officio che dal processo si rilevava essersi le deposizioni del Caccìa avute senza tormento, e il Petrolo ripetè che in Gerace aveva avuta la corda (erano state confuse negli articoli le deposizioni sulla congiura e quelle sull'eresia, e i testimoni continuavano in tale confusione). Avere udito che il Pizzoni non era nemico ma amico del Polistina (confusione di due periodi diversi); aver saputo dal Pizzoni medesimo che fra Dionisio non gli avea dette tante eresie; e che glie le avea dette recitativamente; nulla poi aver saputo intorno al Campanella. Poter assicurare che il Pizzoni era stato esaminato innanzi al Visitatore e compagno, allo Spinelli e allo Sciarava, come esso medesimo era stato esaminato; che anzi lo Spinelli e lo Sciarava volevano esaminarlo soli ed egli si rifiutò di rispondere dicendo che era ecclesiastico, ma Sciarava gli disse chenon lo era più, perchè aveva allora lasciato l'abito, e finirono per interrogarlo (ma questo era accaduto in Gerace, e il Pizzoni avea già deposte tante cose propriamente in Monteleone, fuori la presenza dello Spinelli e dello Sciarava). Sugli articoli che concernevano direttamente la persona sua, confermò essergli stato da fra Cornelio letto in gran parte l'esame del Pizzoni ma non fatto eccitamento a deporre contro il Pizzoni; confermò inoltre aver veduta una lettera in cifra che il Campanella gli disse essere stata scritta dal Pizzoni. Su tutto il resto dichiarò non saper nulla.—Venne poi la volta del Lauriana, il quale disse aver conosciuto il Pizzoni da molto tempo, non essergli amico nè nemico, sapere che era buon predicatore ma non che digiunasse o no. Aver udito dal Pisano e dal padre di costui il pagamento e regalo fatto a fra Cornelio; aver saputo dal Caccia essere stato spinto a deporre contro il Pizzoni dietro assicurazione che il Pizzoni avea deposto contro di lui. Avere lui medesimo avuta dal Visitatore e compagno la minaccia di essere consegnato allo Sciarava, il quale diceva volergli dare la corda. Avere udito dal Caccia che molte cose erano state da lui deposte contro il Pizzoni e che venendo in Napoli si sarebbe ritrattato; sapere che il Caccia era stato sottoposto alla corda mentre aveva la febbre, ma non sapere se il Visitatore e compagno vi fossero intervenuti. Avere il Soldaniero scritto a Claudio Crispo lamentandosi che in Pizzoni si desse ricetto ad Eusebio suo nemico, la qual cosa non era vera. Riferirsi al suo esame circa la presenza contemporanea del Campanella e fra Dionisio in Pizzoni quando si parlò di eresia, e così pure circa la lettura del libro stampato dal Campanella. Esser vero che il Pizzoni leggeva la dottrina di S. Tommaso, che era stato Teologo del Vescovo di Nicotera, che era andato presso il Campanella per le ragioni da lui addotte. Avere scritto realmente la lettera al Generale, con cui il Pizzoni rivelava le cose del Campanella e di fra Dionisio, ed averla lui medesimo portata alla posta. Nel suo primo esame non esservi stati altri esaminatori che il Visitatore e fra Cornelio, senza intervento di persone laiche. Esser vero che il Pizzoni si lamentava sempre del Provinciale e del Polistina i quali l'avevano mandato nel convento di Pizzoni, e che in questo convento erano stati sempre ricoverati banditi, da' quali una volta il Vicario predecessore del Pizzoni aveva avuto minaccia di essere buttato dalla finestra.

Il 15 novembre si venne agli esami di tutti gli altri testimoni. E dapprima fu esaminato fra Pietro di Stilo, il quale, come sempre, ebbe di mira principalmente la difesa del Campanella, sicchè il Pizzoni non potè punto giovarsene. Egli disse aver conosciuto il Pizzoni da otto anni, averlo avuto a lettore in Briatico, essergli amico, essere rimasto con lui una volta che gli altri scolari gli si ribellarono; sapere che era buon lettore e buon predicatore, ma di vita scandalosa. Confermò di avere udito da alcuni preti in Gerace che a fra Cornelio erano stati dati danari da Misuraca, perchèaggravasse la condizione de' frati e così egli guadagnasse la taglia; si diffuse sull'argomento de' premii e quindi della falsità del processo, dicendo, «chi pretendeva per questa causa di voler essere vescovo, chi cardinale, chi conte, chi una cosa, et chi un'altra, et comunemente fra Cornelio et il visitatore si tenevano vescovi, et quelli preti dissero con pietà, la causa di questi monaci non può andare bene perchè li istessi monaci li cacciano, et altro non mi racordo per ora, Et poi si il processo sia falso, dico che frà Gio. Battista da Pizzone et frà Silvestro de Lauriana separatamente l'uno dall'altro mi hanno detto che hanno detto la falsità, et per questo bisogna che il processo sia falso, quanto poi alli Giudici ciò e, Visitatore, et compagno, facevano, è dicevano tante cose, come saria pigliavano me, è mi conducevano avanti li giudici secolari, et dicevano, ve lo consegno per tre hore, facciati quel che vi piace, è se partivano..., di più dicevano si tu confessi non morirai, è sarai libero, et haverai premio, et altre parole simili, et l'istesso anco mi è stato fatto da don Carlo Ruffo è da quello di casa guagliardo (intend.Ottavio Gagliardo) à Monteleone...; fra Cornelio si monstrava non amico, mà servitore deli giudici secolari, et l'istesso visitatore pareva che dependesse da frà Cornelio, et per tutte queste cose, et altre, hò anco sospetto che per mali modi tenuti dal visitatore, è compagno che il processo sia falso». Disse poi non sapere che si leggessero prima a' testimoni gli esami raccolti contro di loro, ma saper bene che i giudici «fingevano et dicevano parecchie cose contra il Campanella, frà Dionisio, et il Mauritio, che erano tristi, et scelerati, et heretici, è che fra thomaso Campanella havea predicato publicamente le heresie, Et io facendo instantia di vedere le cose che mi dicevano non me le volevano monstrare, è poi mi dicevano hor su tu vuoi morire...». Ed inoltre: «fra Cornelio con belle parole, è lusinghe mi voleva persuadere à dire quel che lui voleva, ciò e, che io accettasse l'esamina deli altri, dicendomi tu solo non puoi portare il carro et si tu solo sarai pertinace, tu solo morirai, monstrando certe pietà, è forfanterie con me, et ultimamente sempre mi lassava con bravarie... Facevano gran cose per fare confessare, e massime frà Cornelio, il quale mi minacciava la morte, et io risposi pacientia, più presto la morte che offendere Dio». Dichiarò non conoscere che il Caccia avesse fatta una carta di ritrattazione, ma conoscere che fu tormentato mentre avea la febbre senza essere informato se v'intervenisse o no il Visitatore ovvero fra Cornelio; poter poi attestare, avendolo udito dal Caccia medesimo, che si lamentava di fra Cornelio perchè l'avea sedotto a dire la falsità con l'assicurazione che avrebbe così evitata la corda, onde diceva aver deposto la falsità per la corda (evidente ripiego per profittare in qualche modo di un articolo scioccamente redatto). Disse di sapere che il Soldaniero si era lamentato di fra Dionisio (anche di fra Dionisio),del Pizzoni e del Lauriana, perchè ospitavano Eusebio fuoruscito suo nemico; sapere per detto di fra Paolo che il Soldaniero si era concertato col Polistina in questa faccenda, e che a lui parea vero, mentre il Polistina avea tentato di sedurre lui medesimo perchè deponesse contro fra Dionisio (ma non si pronunziò sulla inimicizia sorta tra il Pizzoni e i Polistina). Dichiarò non potere esser vero che fra Dionisio avesse dette eresie al Pizzoni, mentre nel principio di luglio, essendo in Stilo e sapendo che vi era venuto il Pizzoni, corse a prendere un candeliere dall'altar maggiore per ucciderlo, a motivo di certi scritti rubatigli da lui; ed esso testimone col Campanella doverono quietarli, promettendo il Pizzoni che avrebbe restituiti gli scritti e mandatili ad Arena (mezzo di difesa venuto in campo negli ultimi tempi). Dichiarò non sapere che il Pizzoni avesse accusato fra Dionisio a' superiori; potere invece attestare, che il Pizzoni voleva persuadere esso testimone a dire che avea veduta una lettera da lui scritta allo Sciarava e che costui glie l'avea mostrata, la qual cosa era «bugia tremendissima»; potere attestare ancora che il Lauriana avea detto ad esso testimone non esser vero che avesse portato alla posta una lettera del Pizzoni al P.eGenerale (troppe confidenze ricevute). Quanto a fra Domenico Petrolo, dichiarò non sapere che costui avesse avuto terrori da fra Cornelio perchè deponesse contro il Pizzoni, ma avere udito dal Petrolo medesimo che aveva avuto terrori per deporre contro il Campanella e fra Dionisio (sempre confidenze da tutti costoro, che pure lo conoscevano amico intimo del Campanella). Quanto al non avere più il Pizzoni trattato col Campanella dopo di averlo cacciato dal suo convento, dichiarò constargli il contrario, mentre essendo il Campanella in Pizzoni verso la fine di luglio, fu pregato di volervi rimanere ulteriormente, e vi rimase tre giorni più di quanto si era proposto; aver sempre il Pizzoni pregato il Campanella che si recasse al convento di Pizzoni, averlo anche in Arena pregato in tal senso, sicchè per queste falsità non avrebbe dovuto farlo esaminare come testimone! Esser vero che quando il Pizzoni venne a Stilo portò certi danari a M.oMarcello Basile, come «ne portò anche al speciale che li curò il mal francese»! Sapere che fra Gio. Battista di Polistina l'avea processato per i suoi delitti; sapere che in Pizzoni vi erano banditi, ma non sapere che vi fossero prima che ci andasse per Vicario il Pizzoni (altro che difesa; il Pizzoni amico infedele, doveva essere trattato come un deciso nemico, oltrechè dimostrato testimonio falso per le seduzioni e il terrore incussogli da fra Cornelio).—Venne di poi il Bitonto, il quale disse aver conosciuto il Pizzoni da dodici anni, averlo saputo di mala vita, essere stato tenuto per scandaloso e maligno. Avere udito da Fabio Pisano la faccenda de' danari e regali dati a fra Cornelio per far liberare il figlio dalla morte, e da' carcerati la faccenda de' danari pagati allo stesso fra Cornelio dal Mesuraca, per far processare mortalmente il Petrolo e il Campanella. Avere fra Cornelio detto a luimedesimo che il Pizzoni gli si era esaminato contro, eccitandolo così a deporre contro il Pizzoni; e dicendo lui che non sapeva nulla, avere avuto da fra Cornelio minaccia di consegna a' Giudici secolari. Sui cattivi modi di esame, e sulle speranze de' premii da parte de' Giudici e persecutori, disse: «usorno milli stracie verso di noi il fra Cornelio, et l'Avocato fiscale, et Carlo Spinello, acciò per le stracie dicessimo quello che volevano loro..., quello che pigliò à me pretendeva di acquistare una baronia, è don Carlo Ruffo, pretendeva essere Prencipe de Stilo, è frà Cornelio per quanto disse l'Avocato fiscale se li saria procurato un vescovato, et io udì quando che il fiscale disse questo in risposta che diceva non haveria mancato di fare tutto quello che havesse possuto in servitio del Re Catholico al quale era devoto». Intorno al Caccìa disse sapere che gli fu data la corda mentre aveva la febbre e che in particolare gli fu dimandato del Pizzoni, ma non sapere chi ci fosse presente e se vi fosse intervenuto il Commissario e compagno. Intorno alle relazioni tra il Pizzoni e il Polistina, disse sapere che il Pizzoni era andato a Roma per mostrare che l'elezione del Polistina al Provincialato non era valida. Confermò che il libro del Campanella era scritto contro un certo Marta napoletano (egli solo tra' testi si trovò in possesso di tale notizia). Confermò che il Petrolo era stato eccitato da fra Cornelio a deporre il falso contro il Pizzoni, dicendo averlo saputo dallo stesso Petrolo ed aggiungendo essere stato lui medesimo presente alle bravate di fra Cornelio verso il Petrolo. Su molti altri articoli, sulla condotta del Soldaniero messosi di accordo co' Polistina, su' fatti del convento di Soriano, sulle relazioni del Pizzoni con fra Dionisio e il Campanella disse non saper nulla; sulla presenza di banditi nel convento di Pizzoni disse aver saputo dal Lauriana che c'erano già prima che il Pizzoni ci andasse per Vicario (e ben si vede che le testimonianze del Bitonto furono pel Pizzoni assai migliori di quanto si poteva attendere).

Nella stessa seduta furono esaminati i rimanenti testimoni, chiamati a deporre sopra determinati articoli.—Cesare Spinola disse di conoscere un frate chiamato fra Gio. Battista di Pizzoni ma non avergli mai parlato; non sapere che il Soldaniero si fosse messo d'accordo co' Polistina contro il Pizzoni; sapere bensì che Valerio Bruno passava per servitore del Soldaniero.—Giulio Contestabile disse aver conosciuto il Pizzoni nelle carceri; poter attestare che il Caccìa avea deposto contro esso testimone e al momento dell'estremo supplizio si era ritrattato, onde egli se ne avea procurata dai confortatori una fede che aveva presentata in giudizio a sua difesa; non conoscere i Polistina e non sapere che si fossero concertati col Soldaniero a danno del Pizzoni, sapere che Valerio Bruno era da tutti tenuto per servitore del Soldaniero.—D. Francesco di Castiglia disse non conoscere il Pizzoni personalmente, non saper nulla del concerto del Soldaniero co' Polistina, sapere che Valerio Bruno era servitore del Soldaniero.—Infine Geronimo di Francesco disseaver conosciuto il Pizzoni solamente nelle carceri di Gerace, dove stava con lui in una medesima camera, ed aggiunse: «essendo priggione con frà Gio. Battista di Pizzoni, venne un frate rossetto, di bassa statura, e giovane quale lo chiamavano il compagno del visitatore, e per nome intendo si chiama frà Cornelio, et parlando con fra Gio. Battista udii che disse: Padre frà Gio. Battista mio bisogna per sutterfuger lo giudicio temporale che deponestivo in materia dal Santo Officio, et confermassi l'esamina fatta, et à questo modo si daria satisfatione à questi Signori, ciò e, al Advocato fiscale di Calabria, et saressi forzato di andare in Roma per ordine del Santo officio, Et questo detto si appartorno un poco da me che io non potesse udire et raggionorno quasi mezza hora secretamente che non udii, mà dopò frà Gio. Battista mi disse che il Compagno non havea parlato solamente come da se, mà mandato dal Padre visitatore à posta per persuaderlo à quanto hò ditto di sopra». Ed interrogato d'ufficio dichiarò ancora: «frà Gio. Battista disse così confusamente per che io non volsi sapere quel che havea deposto, che esso si era esaminato avanti don Carlo Ruffo, et che era molto attimorato, è mi giurò sopra li ordini che lui tiene, che delle cose che lui havea deposto, non ne sapeva niente, et che si Dio li faceva gratia di venire in buona sanità, che alhora havea certi discensi molto fastidiosi nelle braccia, voleva morire in una corda per mantenere la verità, essendo che quello che haveva detto non era la verità, et à questo niuno altro fù presente perche noi doi soli eravamo in quello carcere» (troppe confidenze). Intorno alle sevizie da parte del Visitatore e compagno dichiarò, che al Petrolo esaminato da fra Cornelio, «perche non disse come voleva esso, li levò il ferrarolo, et il cappello essendo alhora in habito secolare nel quale era stato preso, et lo fece tornare alla carcere che pareva un pescatore, et io lo viddi senza cappello, e senza ferrarolo, per il che mi mossi à dimandarli perche non havea il cappello, et il ferrarolo, et esso mi racontò quanto hò ditto». Intorno al Caccìa, disse che «fu tormentato à tempo che havea la febre, et l'Avocato fiscale fece venire un medico, il quale dubitando di non essere carcerato, disse per quanto si è inteso che si li poteva dare la corda». Dichiarò per altro non sapere che il Visitatore e compagno vi fossero intervenuti, ed aggiunse: «quando questo Gio. Thomaso Caccìa et Gio. Battista Vitale furono giustitiati io mi trovai presente su le galere, et questi doi publicamente dissero, havendo anco chiamato prima l'Avocato fiscale, è li padri dela Crocella, et Maestro Cesare Pergola franciscano che era passiggiero, che quanto havevano detto contra di loro nelli tormenti, poiche non voleva credere detto fiscale che fusse mentita, è falsità, e perciò si contentavano di morire; mà in quello che toccava li altri dichiaravano che quanto havevano detto tanto in materia di ribellione come del Santo officio tutto erafalsità, è fecero instantia che ne facesse fare atto publico, mà esso non volse» (dichiarazioni evidentemente troppo larghe, estese anche alla congiura, della quale lo stesso Di Francesco era stato almeno persecutore; in quanto al Pizzoni poi testimonianze di accusa, non di difesa). E così ebbero termine gli esami difensivi pel Pizzoni.

Ecco ora gli esami informativi sulla pazzia del Campanella, che si fecero contemporaneamente agli anzidetti, in due sedute, il 6 e il 15 novembre, ad istanza del suo procuratore. Senza dubbio vi erano state da parte de' Giudici sollecitazioni per procedere alle difese del Campanella, poichè il Dello Grugno era entrato in funzione non prima del 31 ottobre, e ben presto fu presentata una comparsa scritta chiedendo un'informazione sulla pazzia; onde con appena sei giorni d'intervallo le si diè principio[221]. La comparsa, che trovasi inserta nel processo, non reca il nome di chi la scrisse, ed è redatta in latino ne' seguenti termini che diamo tradotti: «Innanzi agl'Ill.mie Rev.miSignori giudici delegati dal Santiss.moS.rN.onella causa di fra Tommaso Campanella dell'ordine dei predicatori carcerato nelle carceri del Castel nuovo, comparisce il procuratore dello stesso e dice, che il detto frate, da alcuni mesi in quà, è stato ed è in manifesta demenza, è stato ed è privo totalmente d'intelletto, siccome è apparso ed evidentemente apparisce dalle sue parole e da' suoi gesti, poichè a modo dei matti sempre ha detto e continuamente dice parole risibili, non a proposito, stravaganti; e però che non si possono fare per lui difese intorno alle cose delle quali trovasi inquisito, mentre a volerle fare bisognerebbe cavarle dalla bocca sua. Laonde chiede gli si conceda un termine conveniente per provare la predetta demenza, e frattanto si sospenda ogni cosa, premessa la protesta di non decorrenza del termine concesso per le difese...» etc. I Giudici diedero immediatamente corso alla dimanda, e cominciando dal carceriere esaminarono dieci testimoni, de' quali poterono aver notizia da' primi esaminati. Dobbiamo anche dire che nella prima seduta intervennero il Vescovo di Termoli, il Vicario Arcivescovile di Napoli e l'Auditore Antonio Peri (il Nunzio era pur sempre occupato in altre faccende), e nella seconda seduta raccolse gli esami il solo Notaro e Mastrodatti Prezioso per mandato dei Giudici. Daremo con tutta la larghezza possibile le cose raccolte, poichè esse non solo addimostrano la vita, almeno la vita apparente, del povero filosofo, ma anche rivelano le sue vedute e le sue tendenze in questo periodo molto importante della sua prigionia.

Il 6 novembre Alonso Martinez, carceriere, esaminato disse avere più volte parlato al Campanella, che gli avea risposto sempre «spropositatamente», e narrò come l'avea trovato la prima volta pazzo nel giorno di Pasqua, col letto bruciato e la prigionepiena di fumo, giacente a terra e poco dopo furioso al punto da esserglisi avventato contro per morderlo; tutte le circostanze già da noi dette altrove (ved. pag. 86). Interrogato se credesse che simulava la pazzia per isfuggire le pene forse dovutegli, rispose, «à giudicio mio il Campanella è pazzo». Indicò lo Spinola, il Castiglia, il Contestabile, il Grillo, tra coloro che potevano essere esaminati sull'incidente.—Giuseppe Grillo disse non avere parlato al Campanella, ma averlo visto quando il carceriere andava a dargli da mangiare; narrò che «diceva parole spropositate, è che voleva faro la bibbia, è la Cruciata, et pigliava le scarpe, è quando altra cosa, et faceva cose da pazzo». Indicò come contesti il Salerno, il Ricciuto, il Marrapodi, lo Stanganella, il Tirotta: interrogato se credesse che era finto pazzo, rispose crederlo «pazzo vero, perche la fintione in tanto tempo saria scoperta».—Cesare Spinola disse: «io hò visto et parlato col Campanella molte volte, secondo l'occasioni, et sempre hà parlato spropositatissimamente, et io alle volte ci hò posto pensiero particolare per vedere si era cosa finta ò reale questa sua pazzia, et in somma à mio giudicio è pazzo per le cose che l'hò sentito à dire, è dice che aspetta il Papa, et l'indulgentia per la cruciata, che bisogna che il Papa sia Monarcha, et à me diceva che mi voleva fare Confaloniero della Cruciata, mà con patto che io dovesse digiunare quaranta giorni, et quaranta notti»! (non poteva riuscire più esplicito).—Giulio Contestabile disse: «dicono che frà Thomaso Campanella sia pazzo, è così quando il carceriero li porta da mangiare sono andato à vederlo et sentire li spropositi che lui diceva, non che io l'habbia parlato in secreto ne di cose particolari»; inoltre, «dalle cose che lui ha ditto è fatto io lo giudico per pazzo, e potrebbe essere che lui simulasse, mà però dagli effetti lo giudico pazzo» (sempre riservato e cinto di cautele; era compatriotta del Campanella e clerico).—Marcello Salerno disse: «sempre dice parole al sproposito, et hier sera cercando del pane da noi altri carcerati, et non havendo, esso Campanella disse, questi diavoli di soldati che hò mandato alla Cruciata tutto se lo mangiano...; subito cominciato una cosa passa in un'altra...; io per quello che hò visto lo giudico pazzo».—D. Francesco di Castiglia disse: «io hò udito frà Thomaso Campanella parlare dalla porta della priggione, quando si li dava da mangiare, et anco dala finestra, è li raggionamenti suoi sono stati sempre mai spropositati, et io hò posto particolar cura per farlo parlare alcuna cosa à proposito in materia di filosofia, ò in altra cosa curiosa, et esso sempre risponde, di fare la Cruciata, et che spetta (intend.aspetta) sua Santità, è dalla fenestra cominciò à dimandare il populo che andava à vedere ad impiccar uno, è diceva che li voleva dare il confalone dela cruciata che faceva, è milli altri spropositi...; l'animo suo non lo posso giudicare, ma dico bene che le parole sue, et atti sono da pazzo, ne mai l'hò potutocavare da bocca cosa al proposito, et quando ultimamente li fù data la corda si lamentava che li forausciti l'havevano robbato trenta carlini, et l'havevano battuto assai in milli modi, senza dir parola che li fosse stata data la corda per ordine delle Signorie Vostre».

Il 15 novembre furono dal Prezioso esaminati i rimanenti testimoni. Gio. Angelo Marrapodi disse: «molte volte io hò udito à parlare fra thomase Campanella dentro le carceri dove stà, et il parlare suo è al sproposito dicendo delle parole spropositate, et parla pazzescamente, perche comincia a dire una cosa, et lassa quel parlare, et entra in altre parole...; lo tengo per pazzo come è tenuto dali altri...»—Gio. Battista Ricciuto disse: «da che si è ditto che frà thomaso Campanella sia pazzo, io con curiosità più volte lhò parlato, et anco inteso quando altri li hanno parlato, à tempo che il carceriero hà aperto la porta dela carcere dove stà per darli da mangiare, et ogni volta che hà parlato con altri hà parlato molto spropositatamente come soleno parlare li pazzi, et quando io, ò altri lhavemo dimandato qualche cosa non ha risposto à proposito, uscendo à diversi raggionamenti, che non ci era proposito, et hò visto che quando parla fà atti di pazzo, non stà fermo in un loco dela carcere, mà passeggia, è si hà soluto affacciare alla fenestra dela sua carcere, è chiamare dicendo ò Jaconi del convento, che si fà, venete quà che ci mancano cavalli, è dice che vole fare lo confaloniero, et che vole fare la cruciata, et chi vole fare capitano, è chi alfieri, è sargente maggiore, et che il Papa lhave scritto che metta in ordine li cavalli, e li soldati, tal che sempre lhò inteso parlare al sproposito, e fuori di raggione come soleno parlare li pazzi, et dicontinuo dice di simili cose, et quando parla fa molti segni con la bocca, è con li occhi, et con le mani, et alle volte piglia lo terreno dall'astraco dela carcere, è la butta in faccia di quelli che li parlano, et quando piglia li suoi scarponi che porta in piedi, è con quelli dà, et sequita quelli che sono ne la sua carcere...; da tutti quà in castello è tenuto per pazzo... et à giudicio mio dico che è pazzo, che si non fusse tale qualche volta parlaria al proposito».—Marco Antonio Stanganella, oltre le solite cose, disse: «alle volte salta, alle volte gioca di mano ad alcuno, e con li suoi scarpuni dà à quelli che li parlano, e li tira mò ad uno, et mò ad un altro, et alle volte hà detto che aspetta il Papa, e che voleva far confaloniero il Sig.rCesare, et alle volte si accosta ala fenestra dela sua carcere, è gridando, dice ò Jaconi Jaconi del convento mettetivi in ordine che viene il Papa, e così sempre io lhò visto fare atti al sproposito, è parlare al sproposito...; è tenuto da tutti li carcerati per pazzo, ed anco da altri che vengono in castello che lo sentono parlare, et io lo tengo per pazzo».—Da ultimo Tommaso Tirotta disse: «sempre vole parlar esso, et hà udito che ha detto parole al sproposito,et dice che vole fare la Cruciata, et che aspetta il Papa, et diceva ò là scopati bene, acconciati le stantie per il Papa, et che have tanta migliara di cavalli, et vole fare soldati, et che vole fare confaloniero il Sig.rCesare Spinola che stà quà carcerato, et à me disse una volta che mi voleva fare artiglieri, che havesse cura dell'artegliarie, et chiama li Jaconi del convento, et per nome sole chiamare frà Giovannello, e fra luca, e fra nicodemo, e sole chiamare Scannaribecco[222], e così di continuo hà parlato, e sole menare à quelli che li parlano terreno in faccia, li scarpuni che porta in piedi, et và saltando per le carceri, e fà altri atti al sproposito, et parla spropositatamente, giusto come li pazzi, et quando ebbe la corda quà ultimamente, non si lamentava dela corda, ma diceva solo che li forasciti lhavevano tirato delle archabusciate, e dato delle bastonate, e che ne voleva scrivere al Papa, et mai hà parlato ne risposto à proposito, et hieri per ultimo lo viddi e fece il medesimo...; a giudicio mio lo tengo per pazzo, et così è tenuto dalli altri, et in quanto à me non lo posso passare per sapio, mentre parla al sproposito e risponde al sproposito, e fatti atti (sic) spropositatamente, come ho ditto».—Adunque tutti e dieci i testimoni affermarono che il Campanella era realmente pazzo; quasi tutti poi affermarono la sua mira verso il Papa, che doveva essere Monarca secondo la testimonianza dello Spinola, che doveva fare la Crociata secondo la testimonianza della massima parte; e si conosce che questo disegno della Crociata era una delle idee fisse di Clemente VIII, e si comprende che essa conveniva molto al Campanella accusato di connivenza col Turco. I carcerati accorrevano presso di lui quando il carceriere ne apriva la prigione, e così pure coloro i quali solevano venire a visitare i carcerati, per la curiosità di vedere il pazzo.

Esauriti gli Atti pe' tre inquisiti principali, si sarebbe dovuto passare a quelli per gli altri frati; ma per essi non si fece nulla. Probabilmente i Giudici ritennero che le difese di costoro si trovavano incluse in quelle de' principali; tuttavia non ne abbiamo veramente alcuno indizio. Abbiamo soltanto una comparsa di fra Pietro di Stilo, il quale, col suo squisito buon senso, esponeva «che li giorni passati essendoli stati à bocca dichiarati dal Sig.rAvvocato Scipione Stinca alcuni capi sopra li quali li fu da quello, come anco dalle SS.rieV.redetto che si volesse difendere.... hà risoluto, conoscendo penitus la sua innocentia sensa niuna culpa, renuntiar dette sue defese... havendo per rato, fermo, et valido quanto faranno le ss.rieloro». Ciò in data 17 novembre, vale a dire immediatamente dopo terminati gli Atti pe' principali.

Nello stesso giorno 17 novembre una copia degli Atti, formata a misura che essi si compivano, fu inviata con una lettera del Vescovo di Termoli al S.toOfficio di Roma, secondochè rilevasi da un'annotazione inserta nel processo originale ed anche da una lettera del Nunzio al S.taSeverina in pari data[223]. Certamente insieme con la copia degli Atti dovè essere inviata anche una copia de' documenti che fra Dionisio avea presentati, e così pure de' documenti che aveva indicati e che il Vescovo di Termoli si era dato a raccogliere con la più viva premura. Il Vescovo avea raccolto dall'altro tribunale la copia dell'indulto concesso al Soldaniero e a Valerio Bruno da Carlo Spinelli per opera di fra Cornelio, le copie dell'esame del Pizzoni, delle confronte del medesimo Pizzoni col Campanella e con fra Dionisio, del primo e secondo esame del Petrolo, delle cartoline trovate sulla persona del Campanella quando ebbe il tormento del polledro; e così ci sono pervenuti questi preziosi documenti inserti nel processo dell'eresia[224]. Egli aveva chiesto pure una copia delle lettere inviate dal Lauriana a fra Dionisio, che avrebbero dovuto trovarsi egualmente nel processo fatto dall'altro tribunale; ma, come si rileva da quanto ne scrisse a Roma e fu rammentato ne' Sommarii de' processi, le lettere non vi si trovavano ed erano state forse perdute. Aveva inoltre chiesto il Breviario del Pizzoni, che recava la corrispondenza scritta tra esso Pizzoni e il Campanella, ed ebbe a sapere che questo Breviario nemmeno si trovava ed era stato sicuramente perduto. Non potendo rassegnarsi a questa perdita, il buon Vescovo pensò allora di rivolgersi a fra Dionisio medesimo, dimandandogli a nome del tribunale una relazione particolareggiata sulla faccenda del Breviario; e la relazione, trascritta da fra Pietro Ponzio, venne anch'essa inserta nel processo tra' documenti a difesa di fra Dionisio[225]. Diciamo qui di passaggio che molto più tardi a questa massa di documenti fu aggiunta anche una fede di alcuni frati carcerati, compreso il Lauriana, e di alcuni laici, attestanti che il Pizzoni più volte, e segnatamente tre giorni prima della sua morte, avea dichiarato di essere debitore di fra Dionisio degli scritti dell'Apocalisse da lui presi (confessione del furto fatto) del valore di D.i10, come pure di D.i4 avuti in prestito, commettendo al Lauriana di notificare a fra Dionisio dove si trovavano le sue robe in Calabria acciò sopra quelle fosse soddisfatto; inoltre, sempre più tardi, una fede del clero di Fiumefreddo, attestante le ottime qualità di fra Dionisio dimostrate due volte in quel paese con la predicazione cattolica, la bontà della vita e il fervore di carità, e questa fede potè essere inserta solamente nel 4ovolume del processo. Aggiungiamo pure cheil Vescovo di Termoli provvide che fosse interrogato di ufficio fra Pietro Ponzio sulla asserta domanda di perdono fattagli dal Lauriana in Gerace, ed egualmente che fosse istituita una perizia calligrafica sulla lettera che era stata presentata come scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio; e furono questi gli ultimi Atti processuali complementari, che si fecero durante la commissione tenuta da quel rispettabile Prelato.

Il 21 novembre, d'ordine de' Signori Giudici, il Prezioso riceveva in Castel nuovo la deposizione di fra Pietro Ponzio[226], il quale, con molte particolarità e citando i testimoni, espose la comunicazione fattagli dal Lauriana in Gerace nella carcere detta la Marchisa; l'inquietudine da lui mostrata perchè si trovava «in mano del diavolo» avendo deposto molte falsità in materia di S.toOfficio contro fra Dionisio e il Campanella, ad istanza del Pizzoni e parimente del Visitatore e compagno dietro minacce e promesse; la determinazione del Lauriana di volersi ritrattare con la dimanda del come dovesse procedere, e il rifiuto fattogli da esso fra Pietro di volersene occupare, per non trovarsi intrigato in queste faccende dubitando di commettere errore; la consegna di una lettera scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio per dimandare a costui il consiglio rifiutatogli da esso fra Pietro, e l'invio di detta lettera al suo destino; la non avvenuta ritrattazione del Lauriana in Gerace per paura dello Spinelli e dello Sciarava, e la dimanda di perdono avuta da lui in tale occasione; la nuova comunicazione fattagli in Napoli di volersi ritrattare, con l'invio di un'altra lettera a Ferrante Ponzio, la quale ultima lettera era stata presentata nella causa della congiura, mentre la prima, passata nelle mani di fra Dionisio, era stata presentata nella causa dell'eresia.

Il 3 e 4 dicembre furono raccolte le deposizioni di due periti calligrafi su questa lettera dal Vicario napoletano Ercole Vaccari «congiudice» nella Curia Arcivescovile. Gio. Antonio Trentacapilli «scrittore» disse che «essendo prattico, et versato nel scrivere diverse sorte di lettere cossi cancellaresche, come tonde, et corsive, potria conoscere per qualche similitudine di tratti, e di sillabe et di ligature di sillabe, et conietturare si fussero scritte da una mano istessa»; e mostratagli la lettera del Lauriana in data di Gerace 10 ottobre 1599 ed alcune sottoscrizioni del Lauriana medesimo agli Atti processuali, disse: «fatta la comparatione da lettera à lettera, da sillaba à sillaba, da tratto à tratto, e da carattere à carattere della lettera, et sottoscrittioni di fra Silvestro da Lauriana, dico che la sudetta lettera è stata scritta con inchiostro bianco, et con penna accomodata sottile, et le sottoscrittioni... sono state scritte con inchiostro più negro, et con penna accomodata più grossa, et per tale differentia non si può conoscere chiaramente che siano scritte di una istessa mano, peròcome esperto et al mio giudicio giudico et dico che alcune lettere delle sottoscrittioni... hanno similitudine in parte colle lettere della sottoscrittione della lettera sudetta».—Di poi Alfonso Peres esercitato in tenere la scola di scrivere et di abbaco», interrogato, egualmente, col formulario medesimo conchiuse: «dico et confermo come esperto et prattico di diverse sorte di lettere scritte à mano, che tanto la sottoscrittione che stà in piedi di dette lettere... come anco le sottoscrittioni che dicono lo frà Silvestro de lauriana hò deposto ut supra sono state et sono scritte da una stessa mano». Così mentre uno de' periti rimaneva in dubbio, l'altro affermava che la lettera in quistione era veramente del Lauriana.

Dopo tutto ciò non sapremmo dire quale fosse stata, intorno a' meriti della causa, l'opinione formatasi dal Vicario Arcivescovile e dall'Auditore del Nunzio, mentre della persona stessa del Nunzio, tenutasi così a lungo lontana, non accade dover parlare per ora; ma in quanto al Vescovo di Termoli sappiamo benissimo che rimase sempre più perplesso e dubbioso, nè soltanto sull'eresia, ma di rimbalzo anche, e maggiormente, sulla congiura; lo sappiamo da' cenni della sua corrispondenza con Roma, inserti negli ultimi Sommarii del processo compilati in Napoli, e parimente da un brano di lettera del Nunzio scritta più tardi. Il Nunzio, in una circostanza in cui ebbe a parlare di fra Marco Visitatore, disse di sapere che costui «era mal sodisfatto del Vescovo di Termoli... per l'opinione che teneva, et se ne lasciava intendere, che l'essamine fatte da lui et da fra Cornelio in Calabria fussero state fatte più per sodisfattione de Ministri Regii che per la verità»[227]; e realmente anche più di questo troviamo ne' cenni delle lettere scritte dal Vescovo a Roma, de' quali è tempo oramai di tener parola. Abbiamo già avuta altrove (vedi pag. 126) occasione di dire che il Vescovo diede continuamente ragguagli al Card.ldi S.taSeverina di ciò che veniva rilevando negli esami de' frati, e di ciò che gli riusciva di sapere anche per vie estragiudiziarie: così il 19 maggio, due giorni dopo che il Campanella erasi nell'esame mostrato pazzo, diè ragguagli su questa pazzia, sulle ragioni che l'aveano fatta nascere, su' motivi che c'erano per crederla simulata, sulla necessità di adoperare la tortura. Egualmente intorno al Pizzoni, mostratosi con la spalla lesa, fece conoscere che era rimasto storpio per la tortura avuta nell'altro tribunale; intorno a fra Dionisio, mostratosi anche impossibilitato a sottoscrivere i processi verbali, fece sapere in qual modo atroce fosse stato tormentato. Nè mancò poi di scrivere, «non sembra verosimile che fra Dionisio, senza grande familiarità col Soldaniero giovane a 22 anni, avesse voluto comunicargli tante eresie»; e d'altra parte, «Aloisi spagnolo già Fiscale in Calabria (lo Sciarava) mi hà detto, che fra Gio. Battista da Pizzone non voleva confessare contro ilCampanella avanti il visitatore, ma che esso li disse non hai tu detto la tale, è tale cosa d'heresia? et che all'hora testificò». Ancora non mancò di far sapere che «quando Cesare Pisano fu esaminato, il 19 ottobre 1599, già il Campanella era carcerato». E circa il processo di Calabria scrisse senza esitazione: «questo mi pare malissimamente fondato, et primo per quel che spetta à tutto il processo non si vede fondamento alcuno, et quella scrittura, che è stata posta inanzi al processo (l'elenco delle 36 proposizioni ereticali), è un compendio fatto di tutto il processo dopo che è stato finito, come mi hà detto à bocca frà Cornelio e dalla scrittura istessa appare». Circa poi la congiura fece sapere avergli fra Cornelio detto «che Fabio di Lauro di anni 20 fu il primo che gli rivelò il capitolo della ribellione, il quale Fabio riferì ad esso Vescovo medesimo avergli fra Dionisio manifestato che il Papa voleva il Regno di Napoli e molte altre cose inverosimili, dalle quali si desume essere il primo fondamento di tale Ribellione molto tenue anzi falso». Non mancò nemmeno di far rilevare la nessuna delicatezza de' primi Giudici scrivendo: «si fecero dar molti denari per provedere à questi carcerati et non gli è stato provisto, mà frà Cornelio li ha spesi in venir à Roma, et si come intendo ne diede conto alli superiori in Calabria»[228]. Passando al processo di Napoli e toccando i fatti accaduti prima del suo arrivo, fece conoscere che le due lettere scritte dal Lauriana a fra Dionisio circa l'esame fatto in Calabria, e sorprese da' carcerieri, non si trovavano nel processo della congiura, e che «D. Pietro De Vera gli riferì che erano state forse perdute giacchè erano state portate al Vicerè»; e così pure che il Breviario in cui si conteneva la corrispondenza del Pizzoni col Campanella nemmeno si trovava, come «gli riferì il notaro della causa», aggiungendo che del pari «D. Pietro De Vera gli disse che il detto Breviario era stato perduto, giacchè dato al Vicerè ed all'Arcivescovo di Taranto» (fratello confidente del Vicerè); le quali ultime notizie su' danari di Calabria, sulle lettere e sul Breviario, in fondo venivano a mostrare tutta l'incuria del Nunzio, al quale, e come Nunzio e come Giudice della causa della congiura, incombeva l'obbligo di guardare alle cose de' frati con ogni diligenza. La conclusione del Vescovo presso il Card.ldi S.taSeverina fu questa: «i frati carcerati debbono essere tradotti alle carceri del S. Officio in Roma per cavarne la verità»; e su tale conclusione insistè anche con altre lettere, scrivendo: «questi rei non furono ben difesi, perchè furono perdute due lettere e il Breviario di cui diè notizia fra Dionisio Ponzio, e perchè non fu trovato un Dottore che avesse voluto scrivere in dritto a favor loro, e credoche in questa causa i testimoni habbiano deposto per isfuggire il foro secolare, per li essempi quotidiani che havevano avanti all'occhi, il qual timore si vede che persevera in essi mentre sono nelle forze de i ministri Regii, ma tengo per cosa certa che se fussero fatti venire à Roma si scopriria la pura verità dei negocii passati, et parmi apunto che questo negocio sia simile a quello di bitonto»[229]. Aggiungiamo che il Vescovo trasmise pure a Roma un memoriale di fra Dionisio intorno alla causa della congiura, concepito negli stessi sensi. Il memoriale, di cui ci dànno notizia egualmente i Sommarii de' processi, era diretto a S. S.tà, e fra Dionisio vi diceva essere innocentissimo tanto per l'eresia quanto per la ribellione, credere di averlo abbastanza provato per l'eresia, ma dubitare di poterlo pienamente provare per la ribellione,allegando le molte ingiustizie patite da parte de' Ministri Regii, a' quali importava grandemente che non si scovrisse la sua innocenza, e il non aver potuto trovare un procuratore che non gli fosse sospetto. Faceva conoscere che molti condannati all'ultimo supplizio aveano disdette le cose deposte contro gli altri tanto in materia di ribellione che di fede, ma i Ministri Regii aveano proibito che si mettesse in iscritto qualche cosa intorno a ciò; esponeva la crudelissima tortura avuta e le inumanità sofferte in sèguito; conchiudeva supplicando il SS.mosi degnasse comandare che gli fosse data opportuna facoltà di potersi legittimamente difendere, che fosse rimosso dalle carceri secolari e tradotto nelle ecclesiastiche poichè in tal modo avrebbe potuto difendersi, che la causa della ribellione non fosse spedita sul processo sin'allora fatto come nullo ed invalido, appellandosi al SS.moe protestando della nullità di tutta la causa e di qualsivoglia Atto di essa.

Senza alcun dubbio i frati non avrebbero potuto avere un Giudice più del Vescovo di Termoli benigno verso di loro, pur essendo ad un tempo severo applicatore della giurisprudenza inquisitoriale. La sua benignità emerge da tutti gli esami fatti e rifatti con tanta diligenza, e massime dalle diverse sue dimande d'ufficio rivolte agl'inquisiti; ma rifulge straordinariamente nel giudizio che si permise di enunciare intorno alla congiura, e nella conclusione alla quale si dichiarò pervenuto intorno a tutta la causa. Egli giudicò il primo fondamento, su cui era stata poggiata la faccenda della congiura, «molto tenue, anzi falso», ciò che per altro disse unicamente a riguardo delle ciarle che Fabio di Lauro riferiva essergli state manifestate da fra Dionisio, e ci preme assai che non rimangano equivoci su tale punto; ma il vedere quel fatto messo in rilievo da lui, che non aveva l'obbligo di occuparsene, mostra bene qual fosse l'animo suo verso gl'inquisiti. E sempre meglio ancora lo mostra la conclusione da lui palesata, che cioè i rei dovessero essere tradotti nelle carceri di Roma, sottratti al terrore delle forze de' Ministri Regii, «che se fossero fatti venire a Roma si scopriria la pura verità de i negocii passati»; con la quale conclusione egli non disse già que' frati innocenti, degni di essere liberati, ed anche qui ci preme che non rimangano equivoci, ma accolse appieno i desiderii loro, i desiderii adombrati da fra Dionisio nel suo memoriale e abbastanza apertamente espressi anche dal Campanella, che nella sua pazzia e durante la tortura gridava «al Papa al Papa, quà bisogna che venga il Papa». Senza dubbio il Vescovo di Termoli, ignaro de' riguardi e delle transazioni abituali tra le due Corti, onde talora giungevasi fino a conculcare la giustizia e a sacrificare gl'innocenti, non teneva conto delle difficoltà che si opponevano all'adempimento della sua conclusione; dovea quindi di necessità trovarsi in un ordine d'idee ben diverso da quello del Nunzio, che già abbiamo visto esclusivamente tenero della buona amicizia tra il Papae il Vicerè, condiscendente alle richieste Vicereali purchè si salvasse l'apparenza, incurante non solo degl'interessi degl'imputati ma perfino del buono andamento della giustizia verso di loro, e, come vedremo in sèguito, censore singolarissimo dell'opera del suo collega, ciò che per certo rappresenta il migliore elogio di costui. Animato dal puro e semplice amore per la verità, il Vescovo di Termoli dovea sentirsi imbarazzato vedendo quante circostanze aveano concorso ad ottenebrarla, la prepotenza ed immanità de' Giudici Regii, la nequizia de' primi Giudici ecclesiastici, la ferocia degli odii frateschi, lo spirito di profitto da una parte, la sete di vendetta dall'altra, il terrore incusso agl'inquisiti da tutti i lati; e dovea soffrirne pure non poco, amiamo crederlo, per quel sentimento di affetto che il Campanella avea saputo da lungo tempo ispirargli, e che se non giunse mai a farlo deviare un solo momento da' suoi doveri d'Inquisitore, lo rese certamente sempre più caldo nella ricerca della verità. Ma la morte venne a toglierlo da tanta inquietudine, e venne anche a togliere a' frati inquisiti l'unico sostegno, su cui potevano contare nella loro infelice condizione.

III. L'anno 1601 s'iniziava con tristi auspicii pe' poveri frati. Il 1ogennaio il Vescovo di Termoli moriva nel convento di S.taCaterina a Formello, presso la porta Capuana, convento del suo ordine, in cui si era negli ultimi mesi recato, abbandonando quello di S. Luigi, e il 2 gennaio era sepolto nell'attigua Chiesa di S.taCaterina. Nessuna memoria speciale ricorda il buon Prelato, ma in una lapide posta non lungi dalla sacristia, rilevata dall'Engenio[230]e poi, a quanto pare, dispersa, si leggevano i «Nomi e Cognomi dell'IllmiCardinali, e Rev.miArcivescovi et Vescovi che sono sepolti in questa venerabil Chiesa, come quivi di sotto sono scritti, e la maggior parte sono sepolti con li Padri sacerdoti», e l'ultimo dell'elenco, l'11o, era «il Rev.moMaestro Alberto di Firenzuola del medem' ordine Vescovo di Termoli, morì à 3 di Gennaio 1601» (sic). Le circostanze della sua morte ci sono interamente ignote finora. Nel Carteggio del Nunzio una lettera del 3 gennaio, dopo notizie di tutt'altro genere, reca anche questa: «hieri si diede sepoltura al Vescovo di Termoli in S.taCaterina à Formello, dove si era ritirato come frate di quella Religione di S. Domenico»[231]; nè si trova una parola sola di chiarimento e anche meno di compianto per la perdita del collega Giudice in una causa di tanto rilievo! La Narrazione del Campanella poi, a proposito di questa morte, reca qualche parola che ha tutto l'aspetto di una insinuazione, oltre le solite affermazioni spinto che il Campanella sapeva ben trovare a sua difesa: «Sendo per la causa del S. Officio venuto dal Papa per Commissario il Vescovo diTermoli M. Alberto Tragagliola, e si scoperse la falsità del processo di ribellione per le molte ritrattation che fur fatte dalli testimoni vivi e morendo; e per le contradittioni, e sconvenienze, e manifeste scolpationi dell'heresie trovate per schifar la pena della finta ribellione, el detto Vescovo si fè intendere, che volea liberar tutti, anche che il Vicerè e Fiscali con promesse e minacce lo voleano levar di questo proposito, e venne a morte, Dio sà perchè, e disse morendo «mi dispiace ch'io moro, e non ho liberato questi frati» e lo scrisse al Papa». Adunque la morte del Vescovo sarebbe stata forse procurata nientemeno che dal Vicerè e da' fiscali: ma nulla veramente autorizza ad accogliere un sospetto si grave, nè quel Vescovo avea propriamente scoperta la falsità del processo della congiura, il quale trovavasi fuori la sua ingerenza, nè volea propriamente liberare tutti i frati; e se avesse scritto al Papa in questo senso, i Sommarii de' processi ecclesiastici non avrebbero mancato di riferirlo. Ben potè rincrescergli che morendo rimanevano i frati senza alcuno appoggio; e dal complesso delle affermazioni del Campanella deve anche conchiudersi che il Vescovo effettivamente non faceva un mistero assoluto delle opinioni che su que' negozii si avea formate, e «se ne lasciava intendere», come il Nunzio scrisse più tardi a Roma.

Naturalmente un'interruzione si verificò nel corso del processo, non solo perchè dovè sostituirsi un nuovo Giudice al Vescovo di Termoli, ma anche perchè doverono in Roma studiarsi gli Atti processuali fin allora compiuti per mandare a Napoli istruzioni su quanto rimanesse a farsi ulteriormente. E frattanto il Governo Vicereale raddoppiò le sue insistenze, perchè si terminasse una volta la causa dell'eresia, e si potesse così spedire quella della congiura. Già abbiamo visto che fin dall'8 settembre, nel mandare a Roma la copia del processo offensivo e ripetitivo, il Nunzio avea partecipato le premure fattegli dal Vicerè e da' suoi Ministri; ma dopo di aver mandata la copia anche del processo difensivo, non cessò mai di sollecitare una risoluzione, e di far conoscere le vive istanze dei Ministri Regii e de' «Deputati insieme seco nella causa della ribellione», vale a dire anche di D. Pietro de Vera certamente dietro doglianze del Vicerè. Così nella lettera stessa di annunzio della morte del Vescovo di Termoli, e in molte altre successive, del 19 e 26 gennaio, del 2, 16 e 23 febbraio e del 15 marzo, non si trova altro che una serie di comunicazioni nello stesso senso, leggendosi: sono stato sollecitato «nè solo hora ma infinite altre volte per il passato, si che hò havuto et hò che disputare»...; «vengo di nuovo sollecitato molto per la speditione della causa de' frati»...; «son di continuo molestato da questi Ministri Regii per la speditione della causa della ribellione» etc.[232]. Queste lettere, non pubblicate dal Palermo, son rimaste ignorate; ma vede ognuno quantaimportanza esse abbiano per raddrizzare certi giudizii molto inesatti, che sono stati proferiti sulla condotta del Governo spagnuolo nella faccenda del Campanella.

Il 24 marzo (non maggio come fu letto dal Palermo) il Card.ldi S.taSeverina partecipava finalmente al Nunzio la risoluzione di S. S.tà, che Mons.rVescovo di Caserta intervenisse nella causa del Campanella e complici «nell'istesso modo che faceva Mons.rVescovo di Termoli»; oltracciò l'ordine dato, dopo aver visti i processi, di far nuove diligenze col ripetere alcuni testimoni ed esaminarne altri, come pure di far «diligenze sopra la simulatione della pazzia di esso Campanella» secondo che scriveva a lungo a Mons.rdi Caserta, il quale glie l'avrebbe comunicato[233]. E nel processo dell'eresia abbiamo appunto la lettera del Card.ldi S.taSeverina al Vescovo di Caserta; ma crediamo bene dar prima qualche notizia sulla persona del Giudice, cui doveva oramai deferirsi ogni cosa, come già al suo predecessore.—Vescovo di Caserta era D. Benedetto Mandina, nato in Melfi di nobile famiglia. Aveva già prima esercitato in Napoli l'avvocatura con un certo credito, e poi, illuminato da un grave calcio di cavallo ricevuto ad una gamba mentre cavalcava con gran sèguito di suoi clienti, era entrato nella Congregazione de' Chierici regolari al convento di S. Paolo nel 1583. Successivamente trasferitosi a Roma, perchè pure in S. Paolo era sempre consultato per faccende legali, gli accadde la cosa medesima da parte delle diverse Congregazioni, onde venne in credito tanto maggiore, e da Clemente VIII fu creato Vescovo di Caserta nell'ultimo di gennaio 1594[234]; poco dopo, nel 1595, fu inviato come Nunzio in Germania, in Boemia, in Polonia, presso Massimiliano, Rodolfo, Sigismondo ed altri Principi, a' quali fece un'orazione nel convegno di Varsavia, determinandoli alla lega contro i turchi e a quella guerra in cui si ebbe la famosa rotta di Agria che abbiamo già avuta occasione di ricordare a proposito del Bassà Cicala. Al suo ritorno, dopo la morte di Mons.rCarlo Baldino Arcivescovo di Sorrento avvenuta nel 1598, gli fu affidata anche la carica di Ministro della S.taed Universale Inquisizione Romana nel Regno, e però, naturalmente, avrebbe dovuto a lui esser commessa la causa del Campanella se fin da principio si fosse trovato presente in Napoli. Tutti questi elevati ufficii da lui tenuti, a' quali venne poi ad aggiungersi anche la sopraintendenza della Chiesa Arcivescovile di Napoli dopo la morte del Card.lGesualdo, fanno intendere l'opportunità della sua vocazione a Chierico Regolare, e fanno anche intendere la profusione di lodi cantategli da' suoi biografi[235].Era caritatevolissimo, generosissimo, giustissimo; lo si disse perfino morto in concetto di santità come il P.eBeccaria (solo pel Vescovo di Termoli non ci fu alcuno che sentisse il menomo odore di santità). Erasi fin dal tempo del suo laicato «esercitato in tutte le opere di carità nel sodalizio della SS.maTrinità de' Pellegrini al quale avea dato il suo nome»; la generosità ed umiltà sua l'aveano ridotto al punto che si rappezzava le vesti da sè medesimo etc. etc. Inoltre «nell'amministrar la giustizia era innocentissimo», ma severo co' delinquenti, ed una volta, in Caserta, gli fu dato il veleno nel vino con cui celebrava la Messa, ed egli se ne avvide, e perdonando chiunque glie l'avesse dato, se ne venne immediatamente a Napoli per curarsi. Da parte nostra non ci saremmo permesso il menomo dubbio su così splendide virtù, se non avessimo trovato fatti assolutamente opposti nella trattazione della causa del Campanella e socii.

Ecco ora in breve quanto il Card.ldi S.taSeverina scriveva al Vescovo di Caserta nella stessa data 24 marzo; la lettera fu inserta nel processo, iniziando con essa la serie degli atti compresi nel 4ovolume[236]. Per ordine di S. S.tàegli doveva intervenire nella causa del Campanella «con l'istesso modo, et autorità che faceva il Vescovo di Termole», e però gli si mandava una copia del Sommario del processo. Dovevano farsi alcune nuove diligenze «co' testimonii tra' quali può essere contestura, à fine di convincere il detto Campanella, poichè degl'inditii ve ne sono assai», ma ciò nella diocesi di Squillace, dal Vescovo di quella diocesi che allora trovavasi in Roma e presto se ne sarebbe tornato; si erano quindi redatti in Roma alcuni articoli addizionali per la ripetizione de' testimoni, e se ne mandava la copia a Napoli per farli presentare in processo e darne comunicazione legale al procuratore del Campanella, il quale avrebbe redatti gl'interrogatorii da doversi fare sopra i detti articoli e da doversi mandare a Squillace. Trovandosi carcerati in Napoli due di que' testimoni, cioè Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco (e ben si vede che il S.taSeverina non conosceva la condanna all'esilio già in corso pel Contestabile), dovevano essere egualmente esaminati, ed anche ripetuti su' medesimi interrogatorii ed articoli laddove avessero deposto cose rilevanti. Infine dovevano pure per ordine di S. S.tàfarsi le diligenze necessarie per scoprire la simulazione della pazzia del Campanella a questo modo: «che si faccia visitare da Medici più volte, et poi si habbia il loro parere in scritti, et anco se gli dia il tormento della veglia con quella circonspettione che parerà conveniente per scoprire, et ritrovare questa simulatione di pazzia». Tutte queste cose egli dovea comunicare a' suoi colleghi, al Nunzio ed al Vicario Arcivescovile.


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