— Le sue pene, poi! Non esageriamo....
— Le mie pene, le dico. Vuole che non mi sanguinasse il cuore, a vedere mio marito zimbello e preda degli antiquari e dei mercanti? A me non dava più retta; perchè io non faccio mai complimenti, e gli dicevo schietta schietta, in faccia, come era dovere di una buona moglie, che facesse il suo mestiere, dei milioni cioè, ma che non si mettesse a comperare dellecose belle, chè non ne capisce un’acca. Lui invece, diventando ricco, si era messo in capo di essere un grande conoscitore, come Nerone; e quella gente, che è furba come il diavolo, ne hanno capito subito il debole. Quando non ci sono io, gli appiccicano tutti gli scarti e gli orrori, a furia di dirgli che solo gli Americani sanno scuotere il giogo dei pregiudizi accademici dell’Europa; o di dargli ad intendere che quei tali oggetti si venderanno tra qualche anno venti volte più cari. Proprio così: me ne dispiace per lei che ha ancora delle illusioni; ma se lo tenga a mente: un banchiere è sempre un banchiere. O non mi comperò un giorno perfino un quadro di Van Gogh? Cubista addirittura mi diventava! Il quadro però non varcò la soglia di casa mia: questa volta mi ribellai: lo minacciai di....
E scoppiò in un’allegra risata, guardandomi con gli occhi scintillanti di gaia malizia.
— Di che cosa lo minacciò, signora?
Non ci fu verso di saperlo. Sviò, sempre allegra, il discorso.
— Di solito però cedevo io, perchè questo è il destino di noi povere donne. Ma disgraziata casa mia! Me ne ha fatto un bazar! Quando penso che proprio allora dei denari ne avevamo a palate e avremmo potuto comprar tanta bella roba!
«Dei denari ne avevamo a palate!» Incuriosito le chiesi allora quando fossero andati ad abitare in Madison Avenue.
— Nel 1902 — rispose. Poi ripigliando il filo del suo discorso e parlando veloce: — Per molti anni abbiamo vissuto alla buona. Mio marito non ha ereditato da suo padre che sette milioni.
Feci un gesto di meraviglia, che essa intese.
— Sette milioni sono molti in Europa. Ma in America.... Alla banca guadagnava assai, è vero: ma si figuri che alla morte di suo padre stette per un momento in pensiero di lasciar la banca e diventar professoredi economia politica alla Columbia University! E magari l’avesse fatto! Vivevamo in disparte, da buoni borghesi agiati, senza far lusso e con pochi amici.... Quasi tutti professori di Università: di Columbia, di Harward, di Princeton, di Jale. Io poi, a New-York ci stavo solamente sei mesi: da novembre ad aprile. In principio di aprile venivo in Francia con mia figlia: Federico mi raggiungeva a luglio e passava con me, in Europa, tre mesi!...
— New-York dunque non le piaceva?
Ma la risposta fu inaspettata.
— Non saprei — disse, dopo aver esitato un istante. — Che mi piacesse, proprio, proprio non lo direi. Ma neppure.... che mi spiacesse. Ogni novembre, ci ritornavo volentieri e dicevo addio alle colline dell’Havre con piacere.
— Perchè tanto era sicura di rivederle di lì a sei mesi.
— Forse. Ma insomma con le prime nebbie e i primi freddi dell’autunno mi ripigliava la voglia di New-York. Mi pareva di partire per un viaggio fantastico, alla volta di una città sconosciuta, posta fuori del mondo e del tempo. Quel signore che parla sempre, la prima sera, disse che New-York gli era sembrata una città astrale! Ebbene, per una volta tanto aveva ragione: anche a me pareva di trasmigrare in un altro pianeta, o in una di quelle fiabe in cui ero stata da bambina; e lì ci ritrovavo tutte le cose della Terra, ma fuori di posto, in un altro ordine bizzarro, vicine vicine quelle lontane, lontane lontane quelle vicine, piccole piccole le grandi e grandi grandi le piccole. Non so se mi spiego bene. E questo viaggio dalla terra a quel pianeta fantastico e dal pianeta alla terra vera, due volte all’anno, era uno dei maggiori miei svaghi! Un piacere andarci e un piacere ritornare. Perchè, voglio esser sincera, New-York mi stancava. Dopo un po’ sentivo il bisogno di ritornare nella terra e rivedere le cose aposto. — Tacque un istante; poi: — Non è curiosa! A New-York non ci sono due edifici eguali, quasi direi. Eppure, dopo due mesi che ci ritorno, New-York mi pesa come una città monotona. A Parigi invece c’è una grande uniformità; interi quartieri sono costruiti con una architettura simigliante. Perchè allora Parigi non mi stanca mai, mi pare sempre diversa?
L’osservazione zampillava dal vivo: ma al quesito non risposi, perchè volevo continuare le mie contestazioni.
— Insomma lei fu felice, almeno sinchè non andò ad abitare in quella maledetta casa di Madison Avenue. Ma allora perchè non lo voleva sposare? Lo ha confessato l’altro giorno, lei....
Arrossì leggermente, alquanto impacciata.
— Sa.... ero giovanissima allora.... Quasi una bambina, ancora.... E poi tante cose, le ragazze non le sanno.... Io non lo conoscevo. Fu condotto in casa da amici, che volevano farmelo sposare, d’accordo con mia madre. A me la prima impressione che mi fece... Le sembrerà strano, forse. Mi fece ridere.... Era così timido!
— Timido!
— Sicuro — rispose. Poi incominciò a ridere a scatti, come chi vuol frenarsi e non può. — Era tondo, grassoccio, miope, goffo.... E impacciato, impacciato! Arrossiva quando una signorina lo guardava o gli parlava. Ma mia madre mi disse che Federico era un partito straordinario, che sarebbe uno dei futuri Cresi dell’America. Mio padre me lo ripetè: mi cantarono la stessa canzone mio fratello, mio zio, le mie zie, la mia governante, la mia cameriera. Come poteva una giovinetta resistere a questa coalizione?
Un soffio di vento ci investì in quel momento, agitò nelle pesanti fibbie di ferro le corde tese dintorno a noi, sibilò sugli spigoli di ferro della nave, ci fece tacere per un istante. Mi volsi a guardarel’Oceano: sulla grigia pianura delle acque, sotto il cielo senza sole, il mare morto incominciava a rivivere, increspandosi e biancheggiando: ma il «Cordova» continuava a rullare e a beccheggiare, quasi soffermandosi un istante ogni tanto e sollevando di improvviso la prua, per poi lento e solenne ricadere quanto era lungo sull’acque e continuare il cammino nella solitudine oceanica, che dal «Cordova» ormai vuoto di uomini pareva anche più deserta e selvaggia del solito. Ma la solitudine stessa pareva incitare alle confidenze: non sentivo più nessuno scrupolo di far domande indiscrete come se ci conoscessimo da anni ed anni; la diffidenza scemava, cresceva la curiosità, perchè tra le continue contradizioni di queste confidenze, non mi raccapezzavo. Amava, detestava od era indifferente al marito? Apertamente interrogai:
— Ma insomma lei rammarica o no di averlo sposato? L’altra sera e or ora ha detto di sì: poco fa invece attribuiva le sue ripugnanze all’inesperienza.
Ma non rispose a tono.
— Io credo — disse — che i miei avrebbero dovuto impedire il matrimonio. E mio padre infatti a un certo momento ci pensò. Un paio di quei suoi accessi di collera, durante il fidanzamento, lo avevano spaventato....
— Ma se era così timido....
— Di solito sì, ma quando andava in furia!... E si infuriava per dei nonnulla! Ma mia madre tranquillò mio padre. Mia madre era un angelo, ma credeva che quando uno ha molto denaro, è felice.
— E allora, come andarono i primi anni di matrimonio? Maluccio, suppongo!
— Ma no. È un uomo fortunato, Federico: e gli capitò subito una fortuna.... Che durante il viaggio di nozze io ammalai di tifo a Venezia. Bisogna dire che fu mirabile, in quella brutta circostanza. Mi assistè con uno zelo!... Proprio non avrei creduto chene fosse capace.... — Si trattenne a tempo; e: — Che vuole? — continuò. — Quella prova di affetto mi intenerì, mi vinse: incominciai a scoprire in lui tutte le buone qualità che aveva.... e ne aveva: l’ingegno, lo spirito, la cultura, anche la gentilezza.... a intervalli. E poi era veramente innamorato di me, questo non è dubbio, — aggiunse con un fine sorriso. — Le ripeto: come marito è stato sempre un modello. Che lo eguaglino, al mondo ce ne saranno; che lo superino, no. A poco a poco divenni indulgente; dei difetti, tutti ne hanno, mio Dio; siamo al mondo per compatirci, non è vero?... Poi incominciò la vita comune, mezzo anno a New-York e mezzo in Francia; quei due mondi, gli amici, la figlia....
— Insomma anche lei si innamorò di lui — conchiusi, per provocar una risposta precisa.
— Sento in coscienza di non essere stata una cattiva moglie, e di aver fatto quanto potevo per rendere felice mio marito — rispose.
E tacque guardandomi. In quel momento le lampade elettriche si accesero sul ponte, fioche nel crepuscolo: imbruniva: i soffi del vento si seguivano a intervalli più corti e più fragorosi: il «Cordova» continuava a beccheggiare e a rullare tra onde schiumeggianti e in un mare rifatto vivo. Ci avanzavamo verso la notte.
— In conclusione dunque, — dissi, per rompere il silenzio — in questi primi anni lei non è stata infelice....
— Ma no, ma no. E poi lui migliorò, non lo posso negare. Si lasciò ammansare e ingentilire da me. Ne feci quasi un uomo civile di quel barbaro! — soggiunse con un tono tra superbo e acrimonioso che fece di nuovo vacillare la mia opinione: dunque lo detestava!
— I guai — dissi, per scandagliare di nuovo — sono incominciati quando andarono ad abitare in Madison Avenue, allora?
— Pur troppo! — rispose. — Quella casa mi ha portato sfortuna. E pensare, che stavamo così bene nella vecchia casa della 56ª strada! Io non volevo sgomberare; ho pianto; lo presentivo! Ma dopo avere guadagnati tanti milioni nell’affare del Great Continental, mio marito volle una casa molto più vasta, dove ricevere e scialare. «Siamo tanto ricchi ora» diceva sempre «ci possiamo permettere questo ed altro!» Questo ragionamento, io non lo capisco: sarò una sciocca: spendere del denaro perchè fa piacere, sì: ma perchè se ne ha, no! — Ma qui si interruppe e improvvisamente: — Ma io l’annoio con le mie faccenduole private: mi perdoni: parliamo di cose che l’interessino di più....
Protestai di no: mentre incoraggito dalla facilità con cui la signora mi aveva rivelato l’ammontare della eredità paterna del marito, mi chiedevo se potessi arrischiare una domanda, la cui indiscrezione oltrepassava i termini della buona creanza. E mi decisi:
— Perdoni la mia curiosità; ma ha guadagnato molto nel «Continental», suo marito?
— Molto, molto; e non in quell’affare solo: dal 1902 al 1906 furono proprio anni d’oro.
Una nuova esitanza, a cui seguì il passo decisivo.
— E a quanto potrà ammontare, ora, la fortuna di suo marito?
Credevo che avrebbe elusa la domanda: ma no, rispose:
— Di preciso non lo so; coteste fortune, lei lo sa, sono sempre fluttuanti. Ma ho sentito mio fratello dire che Federico ora dovrebbe possedere più di un centinaio di milioni.
— Nespole! — gridai, sinceramente sbalordito. — Non han poi tutti i torti, le signore di bordo, se....
E le raccontai che essa era in gran riverenza presso i suoi compagni di viaggio come «miliardaria». Il racconto la divertì assai; e:
— Adesso capisco — disse — perchè quel signor Levi viene a offrirmi ogni giorno o delle perle o dei diamanti o degli smeraldi o degli zaffiri, chiedendomi sempre per lo meno il doppio del vero prezzo! Mi crede una sciocca o che non me ne intenda. Ma gioie, tappeti e quadri.... Chi mi imbroglia è bravo!
— Scienza ereditaria! — pensai, mentre essa incominciava a raccontarmi certi suoi sagacissimi acquisti.
Un po’ le diedi retta, per cortesia; poi, per richiamarla all’argomento:
— Dunque, dunque, — dissi — lei diceva che come andarono ad abitare in Madison Avenue....
— Sicuro! — essa sospirò. — Smettemmo la semplice vita di prima, incominciammo a ricevere, a fare grande sfoggio. Diventai anche io, non fo per dire, un personaggio nel mio piccolo; ebbi la mia corte. E addio felicità!
— Ho capito — interruppi pronto e malizioso. — Incominciarono per suo marito, come per tutti gli uomini ricchi che fanno vita mondana, le tentazioni.... E la carne è debole....
Ma non avevo invece capito affatto.
— No, no — rispose essa risolutamente. — Non gli ho fatta mai, fino ad oggi, neppure una scena di gelosia, una sola, perchè non ne ebbi mai, debbo riconoscerlo, motivo o ragione....
— Non capisco allora che guai abbiano potuto nascere. Per le famiglie tanto ricche questo è il solo scoglio pericoloso nel mare infido della vita sociale.... Non saranno stati i debiti, m’imagino....
— Avrebbe ragione se mio marito non fosse un uomo senza criterio, senza giudizio, senza un briciolo di buon senso.... Avremmo dovuto essere felici, non è vero? Se al mondo c’era una persona nata per essere felice con poco, anche nella miseria, ero io; un fiore, un paesaggio, un raggio di luce, un bambino bastano per inebriarmi di gioia; posso goderetutte le cose belle, intensamente; non capisco neppure come si possa pensare che i poveri debbono essere infelici, solo perchè sono poveri. E tutti mi invidiano infatti.... Invece.... Più fui ricca e meno godei; da quando andammo a star di casa in Madison Avenue il destino mi ha perseguitata; tutto m’è andato a rovescio; la vita è stata una lotta continua e inutile. Davvero mi han servito molto, a me, le ricchezze dell’America. La più miserabile erbivendola di New-York è stata più felice di me!
— Perchè suo marito e lei non andavano d’accordo nel giudicare dei quadri o dei mobili?
Le ultime parole, prorompendo dal fondo dell’anima, nella notte nella solitudine nel vento, affannose e rotte come singhiozzi, avevano vinta la mia diffidenza: tuttavia il lamento, se mi suonò sincero non mi parve adeguato al malanno. Ma la signora non mi diè tempo di dilungarmi.
— Sicuro, anche per questo! — ribattè, con forza, quasi aspra. — Io non so vivere in mezzo a cose brutte, a persone antipatiche, ad obblighi fastidiosi. Mio marito voleva unasocial positiona New-York: va bene: la volevo anche io; non ho mica, neppur io, i gusti di un eremita: ma che bisogno c’era di lasciare le vecchie e buone compagnie, per cercarne delle nuove, insopportabili? Io ero stata felice nei primi anni: sei mesi a New-York, sei mesi in Francia: e con tanti amici d’oro laggiù, gente modesta, se vuole, quasi tutti, ma istruita, fine, piacevole: professori di Università, scrittori, artisti. Ma non so perchè, quando fummo in Madison Avenue mio marito li prese tutti in uggia; e a poco a poco quelli dimenticarono l’indirizzo della nostra casa. Ebbero ragione: ma a me, il dispiacere non mi è ancor passato. Quando penso a quelli che ne presero il posto! Ricconi tutti, si intende: ho avuto l’onore di avere a pranzo, in una sera, non so quanti miliardi: ma così noiosi, noiosi.... quanto solo dei finanzieri sannoesserlo! Mio marito invece era beato: e se io mostravo un po’ di noia, furie e scenate! Che gusto ci provasse in quelle compagnie, proprio non lo so....
— Il piacere di trattar da pari a pari persone che, se non avesse guadagnato tanti milioni, non lo avrebbero guardato in faccia!
Fece le boccuccie e:
— Che piacere, non è vero? Divino, soprannaturale, paradisiaco!
— Ma, signora, anche il passar l’equatore non è poi una gioia divina: eppure, ha visto! L’uomo è fatto così....
— L’uomo è un solennissimo imbecille! — rispose, pronta.
— E lei — scherzai io — una anarchica pericolosa....
— Perchè non voglio annoiarmi quando voglio divertirmi? Perchè voglio che i divertimenti divertano, come i fastidi infastidiscono? Sono una donna stravagante, prepotente, lunatica, impossibile, non è vero? Lo ripeta anche lei, come mio marito! Per vendicarmi, le augurerò di annoiarsi quanto mi sono annoiata dopochè tornammo di casa in Madison Avenue.... Non sapevo mai quando avrei potuto andare in Europa: sin due anni sono stata senza rivedere Parigi e i miei: e sempre pranzi, ricevimenti, vendite di beneficenza, teatri, corse, quadri viventi, visite in campagna, che ne avessi voglia o no, mi piacesse o non mi piacesse, perchè se no la società di New-York si sarebbe dimenticata di noi. Che disgrazia, capisce! Perchè laggiù, non si scherza: anche la vita mondana è una mischia: chi lascia per un momento il suo posto, subito qualcun altro glielo occupa: bisogna essere sempre presenti e pagare di persona.... Ai pranzi, ai ricevimenti, in tutti i divertimenti gli Americani mi hanno sempre fatto l’effetto di soldati al fuoco, di gente comandata a divertirsiin quel tal modo, anche se si annoiava, per dovere, per non lasciare il suo posto, come in una battaglia....
— Signora, — osservai — anche la vita mondana, come tutta la vita, è una grande illusione....
Ma non mi diè retta; e continuando il suo pensiero:
— Se l’avessi saputo! Avrei spinto mio marito a ritornare in Europa dopo la morte di suo padre. Perchè per un momento pencolò. Piuttosto che guadagnar tanti milioni per vedermi poi spossessata dalla contessa....
— Dalla contessa? — chiesi allora sorridendo. — E quale contessa?
— No, no — rispose vivacemente, decifrando a volo il mio sorriso. — Non si tratta di quello che lei suppone: ma di peggio. La contessa.... — e pronunciò un nome tedesco. — Non la conosce? È la dama di onore di.... — e nominò una principessa reale del vecchio mondo, morta da qualche tempo. — È una orribile vecchia, brutta come il peccato!
Suonò in quel momento la prima campana del pranzo: la signora si interruppe: mi disse che non voleva trattenermi di più con quei suoi inutili discorsi. Ma le confidenze sgorgavano ormai con vena troppo copiosa: protestai quindi di no; e le chiesi come avesse conosciuta la contessa. Mi rispose che la contessa aveva conosciuta e presentato in Parigi, alla principessa reale presso cui serviva, una delle famiglie americane, il cui nome è più conosciuto in Europa: che questa famiglia, gratissima di tanto onore, aveva invitata la contessa in America, dove dopo la morte della principessa essa andava tutti gli anni, restandoci cinque o sei mesi. I Feldmann l’avevano conosciuta a New-York; e suo marito aveva concepita una sconfinata ammirazione per lei.
— Quella, perchè apparteneva al servidorame di una corte europea, era un oracolo! Dettava legge incasa mia: di maniere e di eleganze. Io, quando l’illustrissima signora contessa parlava, dovevo ascoltare, tacere e imparare! E sa che cosa mi fece un bel giorno? Da un pezzo cercavo di persuadere mio marito a comperare in Francia qualche antico castello storico. Mi sarebbe piaciuto tanto di restaurarlo splendidamente! Io sono nata architetto: se fossi stata un uomo sarei diventata un grande architetto: ma anche essendo donna, l’avrei restaurato bene, creda pure. Mio marito un po’ tentennò, spaventato dalla spesa: poi pareva convincersi: quando un bel giorno, lì per lì, muta parere e vuol comperare un grandeyachta vapore. Si imagini! Proprio lui che perfino in barca soffre il mal di mare! Quando si mise in mente di avere una scuderia di cavalli da corsa, gli potei almeno insegnare a tenersi in sella, che ci si reggeva a stento, tanto aveva paura: perchè io sono invece un’amazzone gagliarda, le assicuro: ma non gli potevo mica prestar il mio stomaco! Glielo dissi e ridissi: ma non ci fu verso. E sa perchè? Perchè l’esecranda contessa aveva sentenziato che non si può essere un perfetto uomo di mondo, in America, senza avere unoyachta vapore. Voleva correre i mari a nostre spese, quella vecchiaccia: come a nostre spese giocava in Borsa. Essa perdeva e lui pagava! Lei non crederà forse che un finanziere possa essere così stupido....
Di nuovo si rifece aspra contro il marito: troppo aspra a mio giudizio. E lo dissi.
— Lei prende, signora, le cose troppo sul tragico. Unasocial position, uno straniero, anche ricchissimo, non se la può fare, a New-York come dappertutto, che spiando le occasioni, conformandosi alle abitudini, sopportando con pazienza qualche delusione e anche qualche umiliazioncella; e sopratutto poi spendendo e spandendo. Il mondo è così fatto....
— Ma pagarla, no! — mi interruppe essa quasi con violenza.
— Pagarla! La parola è un po’ brutale. Ma anche lei sia ragionevole.... Qualche sacrificio....
— Ma lei sa quel che la contessa faceva, quando la sua principessa era viva? La principessa spendeva il doppio dei suoi appannaggi e non poteva darle un soldo di stipendio. E allora acconsentiva a ricevere tutte le persone che la contessa le presenterebbe, senza guardare troppo per il sottile. E la brava contessa naturalmente aveva avviato un piccolo commercio di presentazioni, secondo una regolare tariffa.
Mi misi a ridere.
— Che sia una bella cosa, non dico.... Ma oggi l’Europa è afflitta anche da un proletariato di duchi, arciduchi e principi del sangue. Si ingegnano, poveracci! E lei, che è cento volte milionaria, ne abbia un po’ compassione.
— No, no — rispose spietata. — Ci sono delle cose che non si possono pagare. Anche io desideravo di avere unasocial positiona New-York, ma comprarla a contanti, no....
— Chi è ricco, deve oggi pagare tutto; anche ciò che secondo ragione dovrebbe esser gratuito e che per i più è gratuito: la amicizia, l’ammirazione, la gloria.... l’amore.
— Ma le par giusto?
— È uno dei tanti compensi che i nostri tempi offrono ai poveri. Se no, i ricchi avrebbero tutto: ciò che non si può avere che a peso d’oro e ciò che si deve avere gratuitamente.
— Ma allora, è meglio esser poveri.
— Se sia meglio non so, — risposi, stringendomi nelle spalle. — So che è molto ma molto più facile. — E soggiunsi: — È un sentimento assai nobile, il suo. Solamente.... solamente.... Farlo in generale, sa, non se l’abbia a male: ma in molte persone questo sentimento fa alleanza e un po’ anche si confonde con un altro sentimento meno nobile, questo: l’avarizia.Gli uomini, per esempio, i quali protestano di non voler pagare l’amore, perchè quando è pagato sfiorisce, qualche volta sono dei poeti, ma qualche volta sono semplicemente degli avari.
Mi guardò, sorrise di sottecchi, e:
— Un po’ avara lo sono, lo confesso — disse. Poi, con un salto improvviso, il suo pensiero ritornò allo yacht. — Ma quello yacht — disse ridendo, — fece le mie vendette. La prima volta che uscimmo, che tempesta! Rischiammo di andare a fondo; lui soffrì atrocemente; si credè perduto; implorò aiuto da tutti i santi!... Quando ci penso! Rido ancora oggi. Ritornati a New-York, non lo volle più vedere: irrugginì sei mesi nel porto; poi un bel giorno la vendè in ventiquattro ore per la metà di quel che l’aveva pagato. Ci costò caruccio, quel viaggio!
Brillava in quegli occhi a questo racconto una così spietata allegria, che di nuovo mi domandai se proprio non detestasse il marito e mi sentii spinto a difenderlo.
— Ma infine, — dissi — quel che lei mi racconta non è poi una tragedia. Lei si lagna di essere stata condannata a morire di fame; perchè il destino l’ha nutrita con biscottini troppo dolci. Infine, mi permetta di parlar franco, con un po’ di pazienza....
— Se crede che non ne ho avuta! Perchè alla fine ho sempre ceduto io.
— Ma dopo aver resistito, protestato, combattuto....
— È naturale: perchè avevo sempre ragione!
— E le pare un piccolo torto aver sempre ragione? — le chiesi sorridendo. Poi aggiunsi: — In questo mondo, un po’ di filosofia è necessaria, signora: bisogna o vincere o cedere di buona grazia.
— Anche quando si tratta dell’educazione e dell’avvenire della propria figlia? — mi chiese a un tratto, risolutamente, guardandomi in faccia. — Ma lei vuole andare a pranzo: l’ora è tarda: questi discorsi non l’interessano — aggiunse poi.
Di nuovo protestai; e dopo qualche esitanza e un lungo sospiro, essa riprese:
— Lei che sa tante cose, crede che una malattia possa alterare l’indole di una persona? Mia figlia era un angelo. A dodici anni ammalò di tifo; stette due mesi tra la vita e la morte.... Che mesi! Quante volte ho pregato Dio di far il cambio delle nostre esistenze! L’ho supplicato di prendere me, che avevo già vissuto e di salvar lei... Dio la risparmiò e risparmiò me pure, pur troppo! Dopo quella malattia Giuditta diventò un diavolo. Aveva bisogno sempre e in ogni occasiono di far l’opposto di quanto le si diceva. Si figuri quel che successe quando andammo a stare in Madison Avenue; ed io ebbi tanto da fare; ed essa fu relegata al secondo piano, nelle mani delle istitutrici; e io la vedevo, sì e no, una volta al giorno! Suo padre poi, invece di aiutarmi, la incoraggiava, per debolezza, per non aver noie. «Lascia correre; le nuove generazioni sono fatte così; l’America è il paese della libertà; lasciami godere in pace la casa: ho tante preoccupazioni, io, fuori!» Vede che padre era quell’uomo? E i frutti di questa educazione.... — Tacque un istante, come cercando un esempio; poi a un tratto: — Noi siamo una famiglia di banchieri, è vero: ma ignoranti, no. L’istruzione, l’abbiamo sempre curata. Tanto mio marito come io abbiamo tutti e due dei parenti che sono professori di Università. Ora crederebbe lei che, non dico che mi sia riuscito di infondere in Giuditta un po’ di gusto per la letteratura o per l’arte; ma che.... mi vergogno a dirglielo.... — e abbassò la voce. — Non ho letta ancora una lettera sua in inglese o in francese.... che non fosse zeppa di errori di ortografia.
Sorrisi a vedere la faccia nel tempo stesso costernata e confusa con cui la signora mi confidò questo orrendo segreto della sua misera stirpe; e per consolarla le dissi che non in America solo ma anche inEuropa non sono rare le famiglie colte da parecchie generazioni, in cui le generazioni nuove sembrano prese da un misterioso ribrezzo per l’inchiostro, la penna ed i libri.
— Si direbbe — conchiusi — che oggi le famiglie ignoranti vogliono istruirsi e le istruite ricascare nell’ignoranza. E naturalmente quel che interessava la sua figliola erano vestiti, balli, cavalli, «lawn tennis», sport.
Accennò di sì; e aggiunse sorridendo:
— Nonchè i bei giovinotti. Anche in questo proprio non era mia figlia. Aveva appena diciassette anni, e già protestava che essa non voleva invecchiare ragazza, ed accusava me di impedirle il matrimonio, per cattiveria. Si figuri! Un giorno sdegnata le dissi che ai miei tempi una ragazza della sua età simili cose non le avrebbe neppure pensate. Sa che cosa mi ha risposto? «Que vous êtes vieux jeu, maman!» Quasi quasi.... — fece una pausa; negli occhi le brillò un vago riso di compiacenza; abbassò la voce: — Quasi non sono aliena dal pensare che fosse un po’ gelosa. Una volta mi disse, stizzosa, che quando eravamo insieme gli uomini non badavano che a me! Alla fine l’abbiamo maritata, che non aveva ancora diciannove anni, non troppo male: speravo di aver un po’ di pace, dopo: ma non so che stella maligna mi perseguita: e Giuditta era appena partita per l’Europa, che scoppiò lo scandalo del Great Continental. Che mesi furon quelli! Quando ci ripenso. Se ne ricorda lei, di quello scandalo? Ne parlarono molto anche in Europa!
Le risposi di sì. Essa allora mi chiese se sapevo spiegarle chiaramente la ragione di quello scandalo, che essa non aveva mai capita, pur essendosi trovata nel mezzo del vortice. Le raccontai che Underhill a un certo momento aveva vendute in gran numero obbligazioni del Great Continental; e con quel denaro aveva fatta incetta delle azioni di una ferroviaconcorrente del Nord, per toglierla di tra le mani del Morgan o di altri potentissimi finanzieri che allora la governavano: questi si erano a loro volta precipitati nella Borsa strappando di mano al gruppo concorrente le azioni: sinchè, spartitisi a mezzo le azioni, i due gruppi rivali avevano inteso che conveniva venire ad accordi e si erano infatti accordati, stringendo tra loro quel che gli Americani chiamano un «pool». Ma la suprema Corte, giudicando che quelle due ferrovie erano concorrenti, aveva dichiarato illegale il «pool»: Underhill allora aveva vendute le azioni della ferrovia concorrente: e con tanta destrezza, in un momento così favorevole, che aveva incassati sessanta milioni di dollari — trecento milioni di franchi — più della somma spesa per comperarle. Trovandosi a disporre di poco meno di un miliardo, lo aveva speso comperando azioni di molte altre ferrovie, che non fossero «competing», bensì «connected», con la sua, a guisa di affluenti. Ma un giorno i nemici di Underhill riuscirono a indurre la «Interstate Commerce Commission» a fare una inchiesta sul Great Continental: la commissione svelò queste compere; e allora senza distinguere troppo sottilmente le ferrovie «connected» dalle «competing» l’America si infuriò in modo indicibile. Underhill fu accusato di voler costituire nel cuore dell’America una nuova e orrenda tirannide; fu minacciato di processi e di persecuzioni; fu coperto di ingiurie e di calunnie. Ma poi la collera pubblica sbollì: perchè insomma la legge distingueva proprio le ferrovie «competing» e le «connected».
La signora mi ascoltò attentamente; poi:
— Mi pare — disse — di aver capito questa volta. Cosicchè il punto dubbio era se le ferrovie comprate da Underhill fossero parallele o perpendicolari al Great Continental....
Accennai di sì.
— Ed ora capisco anche — continuò — le discussioniche avvenivano tra mio marito e Underhill. Una sera, mi ricordo, Underhill era venuto a pranzo da noi; un pranzo intimo: non c’eravamo che noi. Lo vedo ancora, magro e pallido; vedo quella sua faccia di «clergyman»; vedo quegli occhi dolci e vivi dietro gli occhiali. «Quel che io voglio fare è utile, è giusto, è necessario» — diceva. «Le ferrovie sono le arterie dell’America: e l’America sarà tanto più ricca, potente, felice, quanto più le sue ferrovie saranno veloci, a buon mercato, bene organizzate. Dicono che ci sono delle leggi che sembrano proibirmelo, perchè gli uomini non sono perfetti nè quando fanno le leggi nè quando fanno le ferrovie: ma io voglio essere persuaso da ragioni inconfutabili che la legge mi impedisce di fare il bene: se c’è un dubbio.... Ebbene, se c’è un dubbio assumo il rischio di violare la legge, per provare al popolo che la legge è ingiusta ed improvvida». E vedo pure mio marito, grasso, molle, elegantissimo.... Lo ascoltava perplesso e pensoso: e sa che cosa gli rispose? «Underhill, Underhill: rispettar le leggi non basta e forse non è la cosa che più importa: importa invece e quanto! che il pubblico creda che noi le rispettiamo. Le leggi sono fatte per dare alla moltitudine l’illusione che lo Stato le difende contro i potenti e i prepotenti, veri o immaginari. Oggi le masse si sono fitte in capo che noi, i ricchi, siamo i loro tiranni e nemici; e dubito assai, anche se quel che lei vuol fare è legale, che il pubblico lo crederà. Che ci gioverà allora aver rispettate le leggi, se la plebe griderà che le abbiamo violate? I giornali e i tribunali avranno paura della plebe. Meglio sarebbe violarle davvero e far credere che le abbiamo rispettate....» Perchè così ragionava mio marito, capisce?
Non potei trattenermi dal dirle che suo marito aveva ragionato, almeno quella volta, con profonda saggezza ed acume. Ma l’osservazione le spiacque.
— Gli uomini — disse un po’ stizzita — si sostengonosempre fra di loro.... Ma avesse visto, quando lo scandalo scoppiò! Mio marito, come al solito, perdè la testa. Non dormiva, non mangiava più: ogni giornale, ogni telegramma, ogni lettera che arrivava, quasi sveniva; era proprio buffo!
— Buffo, poi, signora! — non potei trattenermi dal dire, con accento di rimprovero.
— Sì, buffo. E se la pigliava con Underhill, quando non c’era; diceva che era uno scellerato, un colosso dai piedi di creta, e perfino Nabuccodonosor. Del resto in quel momento avevano perduta la testa tutti: tutti, fuori che Underhill naturalmente: quello era un uomo, un grande uomo, un eroe! Vorrei che lo avesse visto, per scriverne la storia. Sarebbe un soggetto degno di lei. Lo mandavano a chiamare, lo andavano a trovare, gli scrivevano, gli telefonavano: lo supplicavano di pigliare un congedo, di partire per l’Europa, di dare le dimissioni; gli offrivano dei grandi compensi: gridavano che si difendesse, parlasse, scrivesse. Non ci fu verso. Non partì, non disse una parola, continuò ad attendere alle sue faccende, come se non succedesse nulla. «Se ho violato le leggi, mi processino: alla giustizia risponderò: ai giornali non rispondo: il pubblico si occupi degli affari suoi e non dei miei». Gli dimostravano che avrebbe potuto confutare vittoriosamente tante calunnie: e lui rispondeva che il pubblico era una grande bestia. «Gridi: quando si sarà, sfiatato, si cheterà». Fu un eroe, le dico: e salvò tutti, perchè difatti dopo essersi sfiatati si chetarono: e non successe nulla. Ma noi.... Non so quel che sarebbe successo di noi, povera gente, se non c’era miss Robbins. Fu la nostra provvidenza!
E mi raccontò allora che questa miss Robbins era una giovane inglese, appartenente ad una buona famiglia, rovinata dalle prodigalità della madre e che era entrata in una specie di ordine protestante di infermiere.
— Se vedesse che bella creatura! Alta, con dei capelli biondi e degli occhi azzurri meravigliosi, un corpo stupendo, una pelle.... E poi così svelta, intelligente, fina.... Fu l’infermiera di Giuditta nella sua malattia: e si seppe affezionare tanto lei e tutti noi, che quando fu guarita, le proponemmo di restare come sua istitutrice. Ma diventò come una mia dama di compagnia e segretaria: e la provvidenza della casa. Non c’era che lei che tenesse a freno Giuditta! E anche, devo dirlo, incuteva una certa soggezione a mio marito.... Quando proprio le cose si guastavano troppo, interveniva lei, e con il suo tatto, con la sua dolcezza sapeva rimediare. È stata proprio una disgrazia — conchiuse sospirando — che non si sia decisa a venir con noi a Rio de Janeiro.
Le chiesi allora perchè avessero abbandonato New-York. Mi disse che dopo lo scandalo del Continental il marito si era sentito un po’ a disagio a New-York: onde aveva accettata quella missione nell’America meridionale, per assentarsi un po’ di tempo e non inutilmente. Le chiesi come fossero passati i tre anni di Rio.
— Abbastanza bene — rispose. — Lui era molto nervoso, triste, irritabile, preoccupato.... Ma non è stato mai allegro: e questo esilio volontario doveva infastidirlo. A ogni modo, a paragone di New-York, era il paradiso.
Tacqui un istante riflettendo.
— Insomma, — dissi — lei è sicura che in tutti questi dissidi una donna non c’entra?
— Sicurissima.
— Ebbene, allora — conchiusi e conchiusi sinceramente, — il caso non mi pare grave, signora. Lo definirei così, se permette: una famiglia già ricca diventa in pochi anni ricchissima: il marito è preso da un accesso di snobismo, malattia epidemica; vuol mutar vita con più fretta e meno ordine che non piaccia alla signora, donna più fina, più aristocraticae più orgogliosa del marito, in cui più che l’orgoglio può la vanità delparvenu. Di qui continui litigi. Ma con un po’ di pazienza reciproca tutto dovrebbe aggiustarsi, specialmente ora che non c’è più l’inciampo della figliola. Una sola cosa rimprovererei alla signora: di ammirare tanto Underhill che è stato la cagione di tutti i suoi guai. Se Underhill non avesse fatto guadagnare tanti milioni al signor Federico Feldmann, il signor Federico Feldmann non sarebbe tornato di casa in Madison Avenue; avrebbe continuato, come era suo dovere, ad ascoltare l’oracolo della bellezza parlar per bocca della sua signora; non avrebbe conosciuta la contessa, nè comprato loyacht, nè mutati gli amici....
La signora sorrise: non rispose nulla: ma mi chiese, come a confermarsi nella sua idea:
— Dunque lei non crede che voglia fare divorzio?
— Ne sono quasi sicuro.
— Ma come spiega allora il telegramma dello zio?
La obiezione era alquanto spinosa, per un critico desideroso di spianare tutte le difficoltà. Tuttavia risposi: che a New-York come in tutte le città del mondo si fanno molti pettegolezzi. Mi guardò; sospirò con un fare tranquillo; e:
— Speriamo! — disse. — Del resto che giorno è oggi?
— Venerdì.
— Il capitano mi ha detto che alle Canarie arriveremo martedì mattina. Tre giorni ancora, e saprò. — Trasse l’orologio, gettò un grido di terrore: — Ma sono le otto e mezzo.... — esclamò. — Io la faccio morir di fame. Vado a vestirmi e in un momento sono pronta.
Avevo fame e tentai persuaderla a scendere nel refettorio così come era.
— Non ci perde nulla, signora. E non ci sarò che io....
Ma invano: il rito del mutar veste era sacro: e dovettiaspettare che le nove fossero suonate da un quarto d’ora prima di pranzare nella sala deserta, nella solitaria compagnia della bella confidente, però, e a mo’ di compenso.
Ruminai a lungo, quella sera, nella mia cabina, e la mattina del sabato, svegliandomi, le confidenze della signora. No: una delle tante mogli che detestano e tormentano il marito pur volendo far credere al mondo di svisceratamente amarlo, essa non era: era stata sincera, non dubitavo più: ma la sincerità sua non mi ingarbugliava meno che la sospettata dissimulazione di prima. Strana indole e curioso ingegno, davvero! Non era sciocca, tutt’altro: ragionava spesso con acume superiore al suo sesso: e se non adorava il marito, desiderava almeno di vivere d’accordo con lui. Eppure aveva perseverato deliberatamente, di proposito, a ragione veduta — e candidamente lo confessava — per ventidue anni, in errori che una ragazza di venti anni avrebbe saputo schivare sin da principio ad occhi chiusi, per virtù d’istinto! Quante sono al mondo le donne così stolte e così buone, alle quali una breve esperienza non insegni che a far che un uomo stia soggetto alla propria volontà occorre lusingarne la vanità, non voler correggerne i vizi inveterati e profondi, e nel resto tiranneggiarlo? Tre regole eterne e sicure: ma la signora Feldmann aveva invece tenuti proprio i tre modi opposti, offendendo di continuo la vanità e disturbando l’egoismo del marito, senza imporgli mai la sua volontà, neppur quando essa aveva ragione, come nell’educazione della figlia. Eppure non mi parevadonna di debole volontà.... Come spiegare la contradizione? Nasceva essa in parte almeno da un particolare difetto dell’intelligenza? Allegra, schietta, buona, ma provvista di un intelletto alquanto rigido ed atto più a ragionar bene sulle cose che a capirle penetrandoci, tale mi appariva la signora, dopo la nostra lunga conversazione.
— Se fosse stata un uomo — pensai — diventava un teologo, un matematico o un giurista....
Sorrisi un istante, pensando che un’arida intelligenza di matematico potesse albergare in quel grazioso corpo di donna: ma riflettendoci mi parve di poter spiegare a questo modo che invece di prevalersi abilmente delle debolezze del marito, le avesse giudicate con sincerità e a fil di logica, credendo far bene, quando invece tormentava il marito senza profitto nè suo nè di lui. Senonchè dopo un po’, a ripensarci meglio, questa sola causa mi parve inadeguata a spiegare l’acerbità della discordia, poichè acerba era e assai. Poi una nuova difficoltà mi nacque nella mente: per qual ragione essa ripetesse con tanta ostinazione che suo marito era un modello di tenerezza. Al modo con cui l’aveva dipinto, nessuno proprio l’avrebbe detto. E alla fine mi chiesi se tutte quelle contradizioni e discordie non fossero anche effetto di quel misterioso turbamento e disquilibrio, di quella specie di anima doppia e discorde che tormenta tanti europei passati a vivere di là dell’Oceano. «L’europeo arricchito in America non può più vivere nè in Europa nè in America: quando è in America, smania di andare in Europa; in Europa si trova a disagio e vuol ritornare in America», mi aveva detto un ricco italiano che ci aveva cortesemente ospitati a Paranà. E mi rammentai della frase del dottor Montanari: che l’uomo non può vivere tra i due mondi, con un piede in America e l’altro in Europa. Ripensai a tanti altri europei d’America nella cui anima agitata avevo potuto guardare perqualche spiraglio: ad Antonio.... Quell’egoismo feroce e quella astuzia calcolatrice non erano forse risaliti dal fondo di un’anima non più trista di tante altre, ma rimescolata dallo scuotimento delle ripetute emigrazioni? Per la prima volta mi parve di intravedere, adombrata in quelle strane parole del dottore, una verità; e di vedermela vicina e viva dattorno, non lontana e confusa nella folla indistinta della terza classe. Anime tutte con sè stesse in discordia, questi Europei d’America: e l’Alverighi, che nell’ardente ammirazione del nuovo mondo sfogava forse il rammarico di non poter rientrare più, se non come un lontano, sconosciuto e straniero viandante carico d’oro, in quella vecchia Europa onde era partito in un’ora di sconforto: e la signora Feldmann, che rimproverava così acerbamente all’America le sue troppo greggie ricchezze, e poi ammirava sino a offuscarne il marito il più americano degli americani, Riccardo Underhill, anima ardita, pronta, ma semplice e ignara di raffinamenti, volta solo alla conquista di quelle ricchezze greggie che le incutevano orrore. Contradizione non rara negli Europei, del resto, che spesso odiano l’America e poi ammirano i Cresi americani assai più degli Americani: ma singolarissima nella signora, la quale insomma voleva che il marito fosse nel tempo stesso il più vecchio degli Europei e il più giovane degli Americani.
La mattina del sabato ragionai a lungo di questa storia con la mia signora. Ma essa vide il caso da un’altra specola, alla luce delle idee che aveva svolte in un suo bel discorso tenuto a Buenos-Aires sulla concorrenza tra uomini e donne.
— La signora — disse — soffre del male che affligge oggi tutte le signore ricche: la noia. Una volta, prima che si inventassero le macchine, la donna, anche la più ricca, doveva accudire a molte faccende nella casa. Oggi, grazie alle macchine, gli uominifanno quasi tutto quel che una volta la donna faceva, o faceva fare nella casa: e allora che cosa è successo? Nella condizione media e nel popolo, le donne, per vivere, cercano di imparar qualche mestiere degli uomini, anche a rischio di sciuparsi la salute.... Come è capitato a Maddalena. Nelle classi alte, non sapendo che fare si annoiano; e quindi spesso litigano con il marito, tanto per aver una distrazione. Intanto gli uomini che hanno rubato alla donna quasi tutti i suoi antichi mestieri, a cominciare dalla tessitura, si lagnano che le donne fanno loro una concorrenza rovinosa!
A mezzogiorno giungemmo a 13 gradi e 34 minuti di latitudine, a 23 gradi precisi di longitudine; e nel pomeriggio il mare incominciò finalmente a tranquillarsi e i passeggeri a ricomparire. La sera, a pranzo, l’Alverighi e il Cavalcanti furono tra i commensali: non il Rosetti. Nella notte l’Oceano si placò e la domenica a colazione eravamo presenti tutti: ma non si ragionò che di cose frivole e con poco ardore. Si risentivano tutti ancora della prova subìta. Giungemmo a mezzodì a 18 gradi e 43 minuti di latitudine e a 20 gradi e 4 minuti di longitudine. Nel pomeriggio, chiaro e fresco — camminavamo rapidi verso l’autunno — oziammo in vari discorsi, sopratutto delle Canarie, distanti ormai non più che un giorno e mezzo, e incominciando pure a ragionar dell’arrivo. Eravamo giunti a mezzo del viaggio; tra una settimana, la domenica prossima, se nulla succedeva, noi passeggeremmo nelle vie di Genova. E una settimana è un così breve volger di tempo, che neppure si avverte! Dolci pensieri questi, davvero; che ci sembrava a momenti, indugiando in quelli, di essere quasi arrivati. Ma poi voltandoci a guardare indietro, come pareva lontano il giorno in cui avevamo, in un bel tramonto primaverile, levata l’àncora nella baia di Rio! Eppure non erano passati che otto giorni: uno solo di più diquanti dovevano ancora trascorrere prima di giungere in vista della desiderata lanterna di San Benigno. Quanto è lunga, dunque, una settimana! Nè ad affrettare il trotto degli stanchi cavalli del Sole in mezzo al mare, intervenne la dialettica. Due giorni di tempesta e di sofferenze erano passati, ondata immane, sugli animati discorsi dell’equatore; e tutti avevano dimenticato il progresso, la scienza e gli altri argomenti. Meditai alquanto, in quel giorno, sulla impotenza dialettica dei nostri tempi. Sì; per un momento, in mezzo al mare, l’ozio ci aveva incuriositi a verificare il significato di alcune parole — quali scienza e progresso — che tutti adoperano e nessuno sa che vogliano dire.... Ma con qualche suo piccolo movimento il mare aveva disturbato e interrotto questo gioco: chè non è che un passatempo di oziosi, oramai, il cercar di conoscere con precisione gli oggetti di cui tuttodì si discorre.
Si arrivò insomma quetamente all’ora di pranzo. Durante il quale accadde un incidente bizzarro davvero. Tra la seconda e la terza portata il dottor Montanari sopraggiunse, si sedè, spiegò il tovagliolo con mosse e faccia anche più stizzose del consueto: e subito, senza badare all’ammiraglio e al Cavalcanti:
— Stiano a sentire! — disse. — Proprio con questi Americani non si sa mai quel che vi capita! Cose da pazzi!
La novella pazzia che aveva da raccontarci era questa. Già da due giorni i servitori lo avevano avvisato che il giovane di Tucuman era in letto ammalato. Meravigliandosi di non essere chiamato al suo capezzale, aveva voluto recarsi quella sera spontaneamente a visitarlo: ma la signora gli aveva impedito di entrar nella cabina, facendogli sulla porta un lungo discorso di cui egli non aveva capita sillaba.
— Ha abbaiato in inglese un quarto d’ora: m’è parso di capire che essa dicesse di non aver bisognodi medici! C’è qualcuno di loro che sappia l’inglese e che potrebbe andarle a dire di smetterla con cotesti grilli? Se non apre la porta, la sfonderò. Ma io debbo sapere che malattia ha il suo signor marito....
E difatti, terminato il pranzo, il Cavalcanti ed io, che tra tutti parlavamo meno peggio l’inglese, scendemmo, preceduti da una cameriera, sotto il ponte di passeggiata, alle cabine di prima classe più basse: infilammo, sopra il tappeto cupo, soffice e silenzioso, lo stretto andito delle cabine, tra il luccicar delle bianche pareti di ferro, delle porte rossiccie, delle lucide maniglie di bronzo, percosse dalla luce elettrica che pioveva dall’alto. La cameriera battè ad una porta; la signora Yriondo — così si chiamava l’americana — ne uscì, con un libro nella sinistra; la cameriera aprì una cabina vicina, che era vuota, ed entrati tutti e tre ci sedemmo su due lettucci, io e il Cavalcanti accanto, la signora di rimpetto a noi.... In mezzo e in alto stava il finestrino tondo, per il quale entrava l’aria della notte e il romore del mare vicino. Dritta e succinta la alta persona, le braccia conserte, il libro in grembo, la faccia volta alquanto a sinistra verso di me, la signora Yriondo aspettava impassibile. Il Cavalcanti incominciò il suo discorso con un esordio cerimoniale, rammaricando di dover disturbarla, quando essa era angustiata dalla malattia di suo marito; e già si accingeva a trapassare dall’esordio alla trattazione, quando:
— Ma mio marito non è malato! — interruppe la signora, con alquanto ritardo, ma recisa.
Io temetti di aver capito male: sconcertato il Cavalcanti sospese il discorso, per balbettare che il dottore ci aveva assicurati....
— Credere nelle malattie e farci credere è il mestiere dei medici — rispose la signora.. — Ma le malattie non esistono.
— Non esistono! — esclamammo quasi a un tempo.
Tacemmo tutti e tre per un istante, noi guardando lei e lei guardando noi, diritta e impassibile.
— Eppure chi vada in giro per il mondo.... — disse dopo un momento il Cavalcanti, con un sorriso incerto.
— Oh! — rispose la signora, anche questa volta con un certo ritardo, come se le occorresse un po’ di tempo prima di afferrare il pensiero dell’interlocutore. — Sinchè gli uomini crederanno che il freddo può generare il reumatismo o la tisi, si ammaleranno al freddo. Ma per quella opinione. Non per il freddo....
Di nuovo tacemmo tutti; noi tra impacciati e vogliosi di ridere: essa, ritta e ferma.
— Eppure la scienza.... — dissi io, alla fine, tanto per dir qualche cosa.
— Nell’Eden — mi rispose essa risoluta — cresceva l’albero della vita e l’albero della conoscenza. Per quale ragione il serpente incitò l’uomo a gustare i frutti dell’albero della conoscenza e non quelli dell’albero della vita? Perchè la scienza che pretende classificare le malattie, è una rozza scolastica della materia. La materia non esiste.
— E che cosa è, che esiste, allora? — si affrettò questa volta a chiedere, semi-serio, il Cavalcanti.
— Lo spirito, simboleggiato dall’albero della vita. Che cosa è una malattia? Una sofferenza che il presunto malato crede di sentire in un organo del corpo. Ma quando lo spirito è uscito dal corpo, dopo la morte, si sente forse il dolore? C’è droga, empiastro o scienza che curi un cadavere? E pure, vivo o morto, quello che voi chiamate il corpo è sempre il corpo. Dunque quel che vive, soffre, e si crede malato, è lo spirito.
— Ma il corpo, che cosa è allora? — chiese, seriamente questa volta, il Cavalcanti.
— Una illusione dello spirito mortale, che prestal’intelligenza alla materia. Questa illusione genera il dolore, le malattie, il peccato, la morte. È il serpente della Genesi; il gran dragone dell’Apocalisse....
Anche il dragone dell’Apocalisse! Era pazza, dunque. Perdetti la pazienza; e poichè il Cavalcanti, vago di curiosare anche in quella follia, non lo faceva, ricondussi io, un po’ bruscamente, il discorso alla nostra ambasciata, dicendo che il medico doveva visitar suo marito, per giudicare se la malattia fosse infettiva o no. Essa ascoltò: esclamò: «Oh bad, bad»; poi tacque, come pensando, senza rispondere, rigida e immota.
— Non capisci o fai lo gnorri? — dissi tra me.
Stavo per rincalzare, quando il Cavalcanti intervenne, ma con maggiore dolcezza:
— Lo lasci venire, il dottore — disse. — Suo marito non è mica obbligato a seguire le sue prescrizioni. Ma il dottore ha il dovere di visitarlo, signora. Se fosse una malattia infettiva.... Che vuole? Gli altri passeggeri ci credono, alle malattie!
Ma l’americana non vacillò.
— Se il dottore viene — essa disse — gli domanderà dove si sente male, se è stato altre volte malato. E dopo, mi sarà più difficile di curarlo.
— Lo cura dunque! — esclamò il Cavalcanti.
— Le malattie che non esistono? — chiesi io.
— E con che mezzi? — soggiunse il Cavalcanti.
— Con la scienza cristiana, — rispose la signora.
A queste parole un raggio di luce brillò alla fine, in quella metafisica confusione. La signora Yriondo apparteneva dunque a quella setta che la signora Eddy ha fondata negli Stati Uniti sotto il nome di «Cristian Science» e che proibisce di credere nella medicina e di servirsi di medici. Ne avevo inteso a parlare molto in America; ma non ne avevo conosciuto nessun proselito. Ed ecco il caso mi faceva incontrare una «scienziata cristiana» a bordo del «Cordova»! Non risi più, quando il Cavalcanti chiese checosa fosse la scienza cristiana, sperando di approfittare anche io delle sue spiegazioni.
— È Cristo — rispose la signora — che ritorna nel mondo a scacciare il dragone: cioè il peccato, la malattia, la morte, l’odio. Cristo, cioè la Verità, l’Idea spirituale!
Si cominciava male: con parole di senso non facile e piano. Il Cavalcanti chiese chiaro e tondo come essa curava una polmonite.
— La malattia — disse allora la signora, schivando il caso particolare — non è che un sogno. È necessario quindi svegliare il paziente. E noi lo svegliamo, persuadendolo a poco a poco, con dolcezza, che la materia non sente, non soffre, non gode, perchè non esiste. Persuadendolo che lo spirito immortale è la sola causa efficiente nell’universo. Che la malattia non può essere nè causa nè effetto. Che chi non crede che il piacere e il dolore abbiano esistenza reale e intende che lo spirito è onnipotente, debella la malattia. Sviando l’attenzione dell’imaginario malato dal suo corpo e drizzandola a Dio. Sgombrando la mente dall’alito del serpente: dall’odio, dalla sensualità, dalla vanità, da tutte le passionaccie.... Perchè da questo alito nascono quegli orribili fantasmi dello spirito mortale, che noi chiamiamo poi febbri, cancri, ulceri, deformità.... — Fece una pausa; poi alzando il libro che teneva in grembo aggiunse: — Ecco, per me, la migliore delle medicine. Sono le conferenze che Svamo Vivekananda, il missionario vedantista, fece nell’America pochi anni fa. Quando uno dei miei cade nella illusione mortale della malattia, gliene leggo qualche pagina. È potente quasi quanto la Bibbia e il libro della signora Eddy....
— E anche una gamba rotta potrebbe aggiustarla, la filosofia del Vedanta? — non potei trattenermi dal domandare, brutalmente.
Ma un puritano anglo-sassone non capisce nonchèl’ironia neppure lo scherno: dopo essersi accertata, con precisa domanda, che le chiedevo se la scienza, cristiana fosse capace di fare operazioni chirurgiche:
— Sì — rispose tranquilla, tranquilla. — La fondatrice della Scienza Cristiana è riuscita anche nella chirurgia mentale. Ma occorre una straordinaria forza di pensiero, una incomparabile purezza di anima; e pochi ne sono forniti. Perciò la nostra santa fondatrice ha permesso ai suoi fedeli di servirsi di chirurghi per questi malanni.... — Tacque un istante; poi: — Vogliono conoscere a fondo la nostra dottrina?... Io potrei prestare loro il libro annunciato dall’angelo dell’Apocalisse, il libro della signora Eddy, il più grande libro, che sia stato scritto dopo la Bibbia.
Si levò ed uscì.
— È pazza da legare, — dissi beffardo, appena fu uscita.
Ma il Cavalcanti tacque un istante, pensoso; poi:
— Eppure — disse — una certa grandezza e nobiltà di pensiero....
— Cavalcanti, Cavalcanti! — gridai interrompendolo. — A furia di voler gustare, toccare, curiosare dappertutto, io non so che cosa lei non finirà di ammirare....
In quella la signora entrò con il libro annunciato dall’angelo: lo porse al Cavalcanti: gli diede anche una copia di Vivekananda, dicendogli che ne aveva due: e mentre il Cavalcanti sfogliava i due volumi, feci io in vece sua ufficio di diplomatico, per venire con la signora a conclusione. Incominciò tra noi una discussione, alla fine della quale la signora si dichiarò disposta ad ammettere il dottore nella cabina, a patto che non muovesse nessuna domanda al malato intorno al suo male; perchè questi discorsi avrebbero ravvivata nel cosidetto malato la falsa idea della malattia. Se aveva domande da fare, le facesse a lei, fuori della cabina. Dissi che avrei trasmesso aldottore questa proposta e speravo che l’avrebbe accettata.
Risalimmo nella sala da pranzo. Intorno alle tavole sparecchiate, il Rosetti, il dottore, l’ammiraglio, la Gina ci aspettavano chiacchierando e bevendo il gelato domenicale. Immaginarsi il dottore!
— Cose da pazzissimi! — sbuffò, adoperando per la prima volta, da quando lo conoscevo, il superlativo. — Non abbia paura, quella signora: visiterò il suo malato senza aprir bocca, come fossi un veterinario. Perchè proprio in questo momento mi sento veterinario.
Il Cavalcanti lo accompagnò come interprete: noi ridemmo un po’ di questa esplosione: scherzammo alquanto intorno alla scienza cristiana e alla «chirurgia mentale» della signora Eddy; sinchè, volgendomi all’Alverighi che non aveva detto parola sino ad allora:
— In America però — dissi con tono un po’ pungente — se ne vedono delle belle: non c’è che dire!
— Pochi pazzi ignoranti! — borbottò l’Alverighi, scrollando le spalle. — Chi li piglia sul serio?
— Quanto a questo, adagio! — risposi. — La «Cristian Science» ha moltissimi proseliti, e nelle classi alte e ricche. A Boston l’ho visitata anche io: hanno costruita una chiesa grande, direi ad occhio, poco meno di San Pietro; e una immensa sala; e degli scaloni; e pareti di marmo istoriate con i detti della signora Eddy e i detti di Gesù Cristo: accanto!
L’Alverighi si strinse nelle spalle.
— Il paese è così grande! C’è tanta gente! E tutti vogliono pensare con la propria testa, anche quelli che non l’hanno!
— Effetto della libertà — sentenziò l’ammiraglio.
— Inconveniente inevitabile — corresse l’Alverighi. Tacque un momento come esitando; poi: — Si fa presto, del resto, a ridere! — soggiunse.
— E che cosa dovremmo fare? — chiesi io sarcasticamente. — Convertirci alla scienza cristiana? Ricorrere all’Apocalisse come rimedio?
— Non dico questo, non dico — rispose un po’ infastidito e brusco l’Alverighi. — Dico che quando un uomo ammala, oggi, come ieri, come ai tempi dei Romani, se non muore guarisce: e allora la medicina dice che è merito suo. Ma anche i seguaci della signora Eddy sono persuasi, quelli che stanno bene, di dover ringraziare la dottrina che professano; quelli che sono malati, non dubitano che la scienza cristiana li risanerà; e quelli che sono morti, non sono più a tempo di provare la medicina scientifica, se avrebbe avuto miglior fortuna.
Ma allora tutti, tranne il Rosetti che tacque, insorgemmo vivacemente. Per giustificare anche le più pazze pazzie dell’America, l’Alverighi trascendeva sino a difendere la medicina sacra dei selvaggi e degli antichi, rifiorita per una incredibile aberrazione nel nuovo mondo. Ma a queste proteste l’Alverighi si stizzì.
— Ma non dimentichiamo — gridò — che l’America è il paese della libertà.... Se ci sono delle persone che preferiscono affidare a Dio la loro salute, piuttosto che alla medicina.... facciano il comodo loro. Cascherà il mondo, per questo? Che cosa ne dice lei, ingegnere?
L’Alverighi cercava l’aiuto del Rosetti, che dal silenzio egli poteva presumere pendesse più alla sua parte che alla nostra. Ma il Rosetti non rispose subito: lo guardò un momento, con un fare tra scherzoso e canzonatorio, e strappandosi la rada barbetta dal mento; poi:
— Io penso — disse — che l’uomo è un curioso animale.... Tutti i giorni una nuova, ha bisogno di almanaccarne!
E tacque. Tacemmo noi pure, un istante, guardandolo. Nessuno aveva capita questa vaga allusione.E il Cavalcanti lo sospinse a spiegarla, con un conciso: E cioè?
— L’uomo pretendeva una volta — ripigliò il Rosetti — che Dio non avesse di meglio da fare, che l’infermiere del genere umano. Adesso si è messo in capo che i suoi malanni li debba curare la scienza. Perchè poi e come, proprio non lo capisco....
Di nuovo tacemmo tutti, alquanto sorpresi. Parlò l’ammiraglio, ma solo dopochè si fu accorto che nessun altro parlava.
— Ma il perchè non mi pare che sia poi tanto difficile a trovarlo. La scienza studia il corpo umano, scopre le leggi che ne governano la vita, e quindi i mezzi per combattere la malattia e allontanare la morte....
Il Rosetti lo guardò e pizzicandosi la barbetta:
— Lei crede dunque — disse — che la natura obbedisca a quelle che noi chiamiamo le sue leggi e che le leggi della natura esistano? Ma è vero: me ne dimenticavo. Ne abbiamo già parlato. Lei è un comtista. Lei crede che la scienza sia vera....
— Confesso che ho sempre avuto questo volgare pregiudizio. Poichè tale sembra che sia....
— Precisamente — replicò il Rosetti. — E glielo dimostro. Che fa uno scienziato quando cerca la così detta legge o spiegazione di un fenomeno naturale? Semplifica ed ordina quanto più può. «Caeteris paribus», sceglierà la spiegazione e la legge più semplici. Ma perchè la spiegazione e la legge più semplici dovrebbero essere le vere? La realtà, si guardi attorno, le par forse che sia semplice, e che abbia sempre voglia di semplificarsi per farci piacere? La legge vuole che i fenomeni della natura siano costanti e uniformi: e la natura invece non è mai nè costante nè uniforme. Si potrebbe anzi dire, ed è stato detto, che a quelle che noi chiamiamo le sue leggi la natura non obbedisce mai, che anzi le viola sempre. C’è forse un solo fenomeno a cui una leggecalzi a pennello? Gli scienziati stessi riconoscono di no. Dunque....
— Ma questo è il mondo alla rovescia! — gridò un po’ impazientito l’ammiraglio: mentre io pensavo tra me che il Rosetti passava davvero di rovesciamento in rovesciamento.
— Ma no — rispose il Rosetti tranquillamente. — Sono le ultime verità scoperte dalla filosofia moderna. Non ha letto lei un articolo pubblicato tanti anni fa, dal Le Roy nella «Revue de metaphysique et de morale»? Lo legga, e vedrà che la natura non è, come lei diceva, un grande ordine; questo è il suo errore: la natura è un caos eternamente mobile di imagini che vanno, vengono, ritornano, si sovrappongono, trapassano per gradi e sfumature dall’una all’altra, si mescolano, scompaiono, riappaiono, senza interrompere mai la loro infinita continuità che riempie l’eternità. Ed ecco sopraggiunge la scienza armata di un gran paio di forbici, e le caccia in questa continuità mobile e densa, e la ritaglia in pezzetti, la fissa, la assottiglia: discrimina, isola, semplifica, sopratutto ordina i fenomeni che nella natura tumultuano scapigliatamente in un meraviglioso disordine. È chiaro dunque che la scienza non solo non ci svela la realtà, ma ce la nasconde, dipingendola semplice ed ordinata: perchè quell’ordine meraviglioso che lei ammira nell’universo, non è nell’universo ma nel nostro spirito, come la semplicità: ce ne dipinge dunque una imagine falsa.... Quindi la scienza è falsa non solo, ma non esiste e non opera, se non quando e nella misura in cui la natura gentilmente si presta a lasciarsi semplificare, falsificare e imbrigliare dalle nostre leggi e spiegazioni e teorie. Lo so: gli uomini hanno fatto della scienza il factotum dei tempi nostri, come una volta Domeneddio; e le affidano tutti i còmpiti: come sarebbe curare le malattie, educare i giovani, vincere le guerre, arricchire i popoli, scriverela storia, provare che Romolo non ha esistito, governare gli Stati, volare e nuotare sott’acqua, fotografare quello che non si vede, spiegare, domare e falsificare la natura, coltivare i campi, e perfino far le rivoluzioni.... Non c’è forse anche un socialismo scientifico? Ma son tutte fisime e storie dei nostri tempi. La natura non si presta mica sempre e con eguale condiscendenza a tutti i nostri capricci. Il Bergson ha ragione: la scienza ha per suo vero e proprio dominio la natura inanimata; non la natura vivente, che non si lascia nè semplificare nè mettere la museruola delle nostre leggi senza rivoltarsi....
L’ammiraglio disorientato esitò un momento; poi:
— Ma allora — disse — perchè, se la semplicità e l’ordine non esistono nella natura, noi vogliamo a tutti i costi introdurceli?
— Perchè ci fa comodo — rispose il Rosetti. — Semplificandola noi risparmiamo fatica al nostro cervello che è piuttosto pigro: uniformandone la varietà e fissandone la mobilità, noi ci mettiamo quasi direi degli occhiali che ci impediscono di vederne il gran disordine. Quel disordine che ci scoraggirebbe, se lo vedessimo quale è, dal proposito di dominarlo....
— Ma allora — replicò l’ammiraglio con una certa concitazione — la verità non sarebbe più che un’illusione. Noi chiameremmo vero quel che ci fa comodo; e mutando il nostro interesse anche la verità muterebbe....
— Sicuro.
— Ma non è possibile — esclamò con veemenza l’ammiraglio. — È assurdo. È....
— Si bisticciano? — mi chiesi.
Ma il Rosetti a questo punto, mutando tono d’improvviso, rise e con fare scherzoso:
— Su via, — disse — ammiraglio; non si inquieti! Queste cose che le vo dicendo hanno soltanto la faccia del paradosso. Ci pensi un momento: ma le parragionevole che la natura abbia inventate le sue eterne e immutabili leggi e poi le abbia nascoste ben bene, perchè l’uomo e la scienza giuochino a rimpiattello con lei? Ricordi che l’altro giorno — cioè non può ricordarlo perchè lei non era presente, glielo abbiamo raccontato poi — il signor Alverighi, il signor Ferrero e il sottoscritto conchiusero dopo una lunga discussione che l’interesse è il motore segreto di tutte le nostre ammirazioni artistiche. Noi giudichiamo bello quel che ci è utile di giudicare tale. Orbene: l’interesse è anche la ragione del vero. Le leggi scientifiche, non son io che le dico queste cose, ma una autorità più alta, il pragmatismo, che è la vera filosofia americana, le leggi scientifiche sono nel nostro pensiero, e non nella natura; non esistono mica fuori o prima di noi, ma noi stessi le inventiamo per sfruttare la natura: e non per capirla e spiegarla, che non ce ne importa nulla: sono insomma strumenti per operare; macchine ideali, quasi direi, e servono infatti a fabbricare quelle macchine di legno e di ferro che sono in tanto odio alla signora Ferrero. Non mi venga dunque a dire che una legge scientifica è vera, perchè in sè è piuttosto falsa: è vera quando è utile perchè ci serve: è dunque l’interesse che ci fa vera la scienza, proprio come l’interesse ci fa bella l’opera d’arte. La scienza è istrumentale, dice il Bergson e dice bene: quindi una scienza è tanto più vera quanto più fedelmente ci serve. E quindi la medicina non si può dire scienza che per cortesia o per tolleranza: ma in verità è una mezza scienza. Ci sono nella natura delle sostanze che posseggono la strana e misteriosa virtù di alterare in qualche modo lo stato dell’uno o dell’altro dei nostri organi. L’alcool inebria. La cicuta e la stricnina uccidono. Il cloroformio e la morfina addormentano. La china spegne la febbre. La digitale eccita il cuore. Il mercurio.... Sapete tutti quel che può il mercurio. Benissimo. Delle sostanzecon cui noi possiamo aiutarci nei nostri malanni, dunque ce n’è. Ma quanti sono i casi e le volte che il medico possa dire al malato, senza esitare, e senza forse: ingoia questa droga e sanai sano?
Ma l’ammiraglio non voleva cedere le armi.
— Ma no, ma no: — replicò ostinato — non c’è nessuna proporzione tra i servigi che una scienza può renderci e la somma di verità sicure che contiene. La medicina ci rende grandi servigi; eppure è una scienza incerta e malsicura, perchè deve studiare dei fenomeni troppo oscuri e complessi. La astronomia è una scienza inutile o quasi, praticamente: eppure quanto è più sicura nelle sue affermazioni della medicina! Non negherà che sia una scienza, e una scienza vera, anche se essa non ci serve a far quattrini....
— Lei crede dunque che la terra giri proprio intorno al sole? — chiese all’improvviso il Rosetti.
Trasecolammo tutti, per davvero, a questa uscita.
— Ma come! — gridò addirittura questa volta l’ammiraglio. — Il sistema copernicano non è dunque più vero, adesso? E da quando in qua, se le piace?
— Il sistema copernicano non è stato mai vero, — rispose il Rosetti con un fare così candido che anch’io, se non l’avessi conosciuto da un pezzo, avrei creduto parlasse sul serio. — Quando noi diciamo «la terra gira».... Ma anche questa volta non voglio essere io a parlare; voglio che parli in vece mia un grande matematico, il Poincaré.... Dunque, quando noi diciamo: la terra gira, intendiamo di dire solamente che per noi è più comodo di supporre che la terra gira e il sole sta: perchè se gira davvero, l’una o l’altro, non lo possiamo sapere: e non lo possiamo sapere perchè non possiamo conoscere lo spazio assoluto. Ci pensi un momento e se ne persuade subito.... Quando dall’alto di un campanile io guardo un uomo che attraversa una piazza, io posso dire che l’uomo si muove, perchèso di sicuro che il campanile e su quello il soggetto vedente stanno fermi. Ma l’universo, quando lo contemplo dalla specola del mio pensiero, è una piazza troppo ampia; e dove lo trovo in quella il campanile assolutamente immobile su cui salire? un punto a cui riferire il moto della terra, del quale io non possa supporre che esso invece si muova intorno alla terra? E allora? Allora ecco dopo il Poincaré, la Sorbona annunciare, per bocca del Tannery, a questi fanciulloni di contemporanei, che il sistema copernicano e il tolemaico non sono nè veri nè falsi, nessuno dei due, perchè noi possiamo riferire il movimento degli astri così alla terra come al sole, far girare il sole intorno alla terra o viceversa, senza che le loro posizioni rispettive mutino e quel che noi possiamo conoscere sono le posizioni rispettive. I due sistemi si possono dunque capovolgere a piacere l’uno nell’altro.... Capovolgere, rovesciare: sa, avvocato, quando lei incominciò a capovolgere il giudizio universale su «Amleto», perchè io capii subito? Perchè avevo già meditato sulla facilità di capovolgere l’universo di Aristotele in quello di Copernico. Come il sistema del mondo! pensai.