II.
Toniotto era il fratello minore di Orazio. Aveva diciasette anni, e, per quel che mi pareva, un gran desiderio di averne almeno venti; perciò corrugava il sopracciglio e non si permetteva di ridere alla presenza del prossimo: perciò aveva rinunziato spontaneamente a tutti i privilegi dell’età sua; perciò non mangiava palesemente, se non in comune all’ora dei pasti, non giocava mai, e si pigliava una pena veramente straordinaria per camminare ritto e grave come un fantasma. Aveva ottenuto da suo padre, dopo gli esami, un cavallino sauro e un paio di stivali cogli speroni, e da quel giorno, e in qualsiasi ora della giornata, mi era stato impossibile pigliarlo allasprovveduta, cioè a dire senza gli stivali. Così egli sosteneva in faccia alla popolazione di Pasturo, la sua dignità d’uomo incipiente.
Ma ahi! gli stivali e gli speroni non sono tutto nella vita dell’uomo, e Toniotto non era felice. Che mancava a Toniotto? Gli mancavano quattro peli di barba, almeno quattro, tanto più che egli possedeva un magnifico rasoio inglese, capace di far la barba ad un cappuccino; gli mancava il sigaro, gli mancava l’innamorata. Per riuscire a fumare impunemente, Toniotto aveva fatto prodigi di eroismo; si era provvisto d’una scatola di tabacco turco, ed aveva imparato a fare le sigarette con due dita: ma egli preparava le sigarette con gravità, e gli altri le fumavano allegramente, e se il disgraziato ne metteva una fra i denti, subito si faceva bianco come un cencio, e si sentiva mancare la terra sotto i piedi.
Il destino, che si pigliava il gusto di strappargli di bocca il sigaro incominciato, il destino che non gli lasciava spuntare i baffi, mentre a parecchi suoi compagni di scuola aveva già largito anche la mosca, l’avverso destino non gli aveva ancora fatto trovare la donna dei suoi pensieri. Una volta, a Toniotto era sembrato di riconoscerla, a Lecco, in una bella bruna sulla trentina, alta come una matrona: ma non aveva tardato a sapere che quellaera la moglie del suo professore di matematica. Pensando che il meno che possa fare un professore, a cui uno scolaro rapisca il cuore di sua moglie, è dibocciarloagli esami, Toniotto rinunziò vilmente alla matrona. Venendo a Pasturo in vacanza, egli dovette sentire peggio che mai il gran vuoto del suo cuore e la nessuna speranza di colmarlo prima del nuovo anno scolastico.
Io queste cose un po’ le indovinai, un po’ le seppi da lui stesso, perchè, piacendo a me la compagnia dei giovinetti, e non frequentando Toniotto altro che la gente matura, non mi era mai difficile, concedendogli una millanteria, strappargli una confidenza.
Quando Toniotto, che era giunto fino alla camera attigua in punta di piedi, si vide tradito dagli speroni, pigliò bravamente il suo partito, cioè ripiombò sui tacchi, e fece il suo ingresso solenne. Era accigliato anche più del solito: stringeva fra le labbra una sigaretta spenta, e ci salutò virilmente con un cenno del capo.
— Come la va? — disse con maschio accento a suo fratello. — Buon giorno, dottore — soggiunse senza aspettare la risposta del convalescente, e mi strinse la mano con una forza che raramente s’incontra anche in chi ha raggiunto la massima virilità.
Solamente dopo tutte queste prove d’uno sviluppo precoce, si degnò di alzare gli occhi verso Concettina, la quale guardava nascostamente Orazio. Mi parve che Toniotto sospirasse, ma non lo potrei assicurare; a volte, quando un sigaro non tira od è spento, i fumatori fanno delle inspirazioni inutili che paiono sospiri.
— Le posso offrire una sigaretta? si affrettò a dirmi il mio giovinetto, vedendo che io lo guardava.
Accettai, ed egli, nel cavare di tasca la scatola del tabacco, ne fece cadere inavvertitamente una mezza pagnotta, che lo gettò in una gran confusione. Nondimeno, fece la mia sigaretta con due dita, ostinandosi a voler dar fiato alla sua, che era spenta, poi mi offrì un fiammifero, ed io accettai ogni cosa colla massima serietà.
— Concettina, tu permetti, non è vero? domandò Toniotto.
Concettina permetteva: Orazio, a cui il fumo del sigaro non poteva far male, permetteva anch’egli — ma il severo destino no. Toniotto aveva riacceso appena la sua sigaretta alla mia, aveva mandato all’aria forse due boccate di fumo, forse tre, non aveva fatto uscire il fumo dal naso che una volta sola, quando impallidì e si appoggiò al letto di suo fratello per non cadere.
— È il sigaro, disse Concettina; anche l’altra sera ti ha fatto male.
Ah! donna crudele, perchè dirlo? Perchè, così pronta a vedere i danni che fa una sigaretta semispenta, e tanto insensibile alla luce ed al calore del grande incendio scoppiato nel cuore d’unuomo? Un’occhiata di Toniotto alla cugina disse chiaramente tutto questo.
Quel giorno stesso, avendo incontrato babbo Brighi che ritornava dalla cascina coll’enorme cappellaccio calato sugli occhi, dopo essere uscito illeso da una stretta di mano, gli dissi:
— Babbo Brighi, se non sono il più asino dei dottori, la cosa si avvia bene.
— Cioè?... chiese, piantandosi sulla strada come un monumento e dando una manata al cappello per mettere allo scoperto l’ampia fronte, contornata da due ciocche ancora nere.
Gli manifestai la mia speranza che Orazio non tarderebbe ad innamorarsi di Concettina: egli mi ascoltò incredulo e mi chiese, mordendo l’estremità del suo bastone, da quali indizii lo argomentassi. Erano indizii che non reggevano ad una critica attenta, indizii tenui, che non avrebbero convinto neppure me se non gli avessi avvalorati col desiderio. Babbo Brighi, il quale di certe sfumature del sentimento non capiva gran che, crollò il capo e ai tirò un’altra volta il cappellaccio sugli occhi.
— Non posso dire nè si nè no, perchè non men’intendo: quello che posso dire è che conosco mio figlio, e che non lo credo capace di fare nulla di buono ancora per un pezzo. È come se lo vedessi; appena guarito gratterà il suo strumento indemoniato peggio di prima, se n’andrà di monte in monte col naso in aria, e si slogherà qualche altra cosa. È tutto mio nonno, buon’anima.
Pareva afflitto, dicendo questo, ed io, per consolarlo, provai a dirgli che il tempo...
— Le ragazze da marito, mi disse, sono come gli stracchini: non bisogna che maturino troppo! E poi, Concettina è un uccelletto di passaggio; alla prima rinfrescata se ne va, e buona notte. Se non ci riesce di metterla in gabbia prima di settembre, possiamo forbirci la bocca. Crede lei, dottore, che prima di settembre quei due si possano innamorare?
— Quanto a Concettina — risposi — ne sono sicuro.
— Non dica questo: mi fa male sentirlo parlare così! Vuole che quella ragazza faccia la corte a mio figlio?
— Io non voglio nulla, babbo Brighi, ma il destino può volere quello che non vogliamo noi.
Egli stette un poco a pensare, poi mi disse con vigoria:
— Peggio per lui! Concettina ha portato un po’di luce nella mia vedovanza, non potrei più vivere senza di lei. Una donnina giovine e bella in casa mia è necessaria; non ne ho mai sentito tanto il bisogno come ora che ho rifatto l’esperimento — per l’invernata poi, sarà una benedizione. Mio figlio ci pensi ed abbia giudizio, se no ne avrà suo padre. È il mio dovere d’averne per tutti; dico bene?
Aggiunse a queste parole una risatina che non mi parve innocente.
— Che significa? — dissi.
— Significa che se non la sposa lui, la sposo io.
Era preparato a vedermi ridere molto, ma io sorrisi appena, e in un certo modo scettico che non gli piacque, domandando:
— Non ha mai detto nulla ad Orazio?
— Sì — mi rispose gravemente, dopo aver tossito due volte per ricomporsi — una volta ho provato a condurlo sul discorso del matrimonio in genere; mi ha risposto che prima deve pensare all’arte, che l’arte è gelosa e non ammette rivali, che chi non si fa un nome prima di prender moglie, non se lo fa più. Unnome, capisce, dottore? Egli vuol farsi un nome, come se non ne avesse tre che empiono la bocca: Orazio, Stanislao, Giovanni! E che cosa ne vuol fare d’un nome? Vede bene che c’è poco da sperare.
Vedendo che io non ero pronto a rispondere,babbo Brighi mi presentò la mano aperta, una vera mostra da guantaio.
Mentre arrischiavo in quella morsa una delle mie estremità, piegandola in modo che potesse avere maggiore resistenza, pensai alla bizzarra minaccia del colosso e alla povera Concettina.
Ah! povera Concettina, piccina, piccina!