VI.

VI.

Fino allebaitenon mi parlò più, e giuntovi, invece di seguire il sentiero, si cacciò di corsa giù per una china erbosa, ma rapidissima, ed io rimasi a protestare dall’alto. Si voltò.

— Mi scusi, gridò, ero distratto; non scenda di qui, faccia la strada buona, io starò ad aspettarla.

Nel dir questo, si pose a sedere sopra un sasso, ed io lo lasciai alle sue meditazioni, che non potevano fargli male, dopo essermi assicurato che lì presso non scorreva alcuna acqua ciarliera, e che non tirava vento.

Precauzioni inutili. Fatto il giro tortuoso di quel sentiero di montagna, io venni alle spalle del mio giovine amico e lo trovai colle dita così conficcate negli orecchi, tanto immobile ed attento al suono della circolazione del sangue, che non mi udì se non quando gli fui addosso gridando: «Orazio!»

Egli si voltò e mi sorrise senza turbamento, con quella bontà arrendevole che accompagna le grandi cadute; press’a poco a quel modo mi aveva sorriso quando si era slogato il piede.

— A momenti — mi disse poi — entreremo nel castagneto.

Si accontentò di questo, senza annunziarmi col suo linguaggio enfatico nissuna delle voci che nel castagneto mi dovevano parlare. Entrando nel bosco, dove il sole penetrava a stento, egli andò difilato al piede di un grande albero, mi diede la fiaschetta che portava a tracolla, tolse la doppia fasciatura ad una fetta d’ottimo stracchino, e mi offrì una pagnotta. Non mi feci pregare; lo stracchino era squisito, ed io lo dissi ad Orazio, il quale si degnò di darmi pienamente ragione, protestando che non toccava a lui il dirlo, ma che la verità doveva andare innanzi a tutto.

— Bravo signor Orazio! Così mi piace!

Lo stracchino trionfò e sparve, e la sua scomparsa fu salutata da un paio di salamini casalinghipiuttosto magri, ma robusti e degni di molta considerazione.

— Segue così anche a noi altri, osservai a bocca piena; a questo mondo ci è un buon quarto d’ora per ciascuno, poi viene il quarto d’ora d’un altro, e chi ha avuto ha avuto.

Orazio mi guardò e non comprese nulla. Veramente il mio discorso non era chiaro: alludevo a Concettina.

Dopo quel breve pasto, ci avviammo un’altra volta; attraverso l’alberatura fitta giungevano limpidamente dei suoni; si alzava sopra tutte la voce sorda e misurata dell’accetta d’un boscaiolo, poi l’altra più secca e stridente della roncola d’un potatore — ma Orazio non mi disse in che tono erano, ed io non lo chiesi; anche un piccolo rigagnolo ci passò fra le gambe balbettando inutilmente non so che cosa. Eccoci all’estremità del castagneto.

Come mi aveva annunziato Orazio, eravamo già vicinissimi a casa, e affacciandoci fra due piante, ci si mostrò all’improvviso tutto il paesello di Pasturo, la chiesa, il camposanto, l’osteria...... la mia casa!.....

— E la mia! — esclamò Orazio.

— Sì, è vero, eccola!

Vi guardavamo dentro come in un libro aperto,potevamo spingere l’occhio fin nella cucina e nella dispensa.

— Attenti! — dissi. — Se passa qualcuno dinanzi alla finestra, lo vedremo.

Ma Concettina non passò, ed io mi vedeva già arrivato a casa senza aver trovato il verso di spiattellare ad Orazio tutto quello che mi ero proposto. Egli stava lì, al mio fianco, più docile assai che io non mi aspettassi; si era appoggiato ad un pioppo e non istaccava gli occhi dalle finestre di casa sua.

Perchè non perdesse la pazienza, gli proponevo dei quesiti difficili: contare quanti pulcini andavano dietro alla chioccia bianca nel cortile rustico; numerare i pomidoro spartiti e salati che Concettina aveva fatto mettere al sole sulla tettoia del pollaio...

Orazio, arrendevole e dotato di vista più acuta della mia, scioglieva il problema prontamente, ed io veniva dietro a lui con molte cautele per pigliarlo in fallo.

— I pulcini sono nove; i pomidoro sono sessanta, diceva lui...

— Vediamo... quattro... sette... nove...

— E i pomidoro sessanta — insisteva.

— Sì, i pulcini sono nove... e i pomidoro... sette e sette, quattordici... e sette...

— Dottore! — mi disse Orazio all’improvviso — guardi...

— Dove?

— Nel viale del giardino... quei due...

— Concettina...

— E un altro... Chi è quell’altro?

— Aspetti che lo veda bene...

Lo vedevo benone; eralui, non poteva esser altri.

— Ho capito, dissi con molta lentezza, staccando ad una ad una le parole, è Ambrogio Nespoli; infatti, babbo Brighi era stato avvertito che doveva venire da un giorno all’altro...... dev’essere un uomo d’idee spicciative, un uomo che non perde tempo...

— Chi è quest’Ambrogio Nespoli? mi chiese Orazio con una curiosità insolita.

— È un sensale; fa il mediatore di sete tutto l’anno, non so altro; visto di qua pare un uomo un po’ piccolo, un po’ tozzo, ma lo scorcio inganna...

— È piccolo, è tozzo — asserì Orazio. — E che cosa viene a fare in casa nostra?

— Viene, risposi coll’aria di fargli una gran confidenza, viene a vedere Concettina ed a sposarsela, se gli piace. È un buon partito, e il babbo di Concettina sarà contento di accasare la sua ragazza.

La faccia d’Orazio si era scolorita, ma non mibastava. Chi non ha provato dai venti ai venticinque anni un po’ di gelosia inutile quando una bella ragazza cessava d’appartenere alla comunità dei giovinotti, legandosi con una promessa di matrimonio ad un giovinetto solo, o magari ad un vecchio?

— E Concettina? mi chiese l’amico mio.

— Concettina è in età da marito, e non può rimanere zitella; un giorno o l’altro bisogna pure che si risolva.

Non era questo che egli voleva sapere, ma solamente se Concettina.....

— Concettina non sa nulla, non ha mai visto il signor Ambrogio Nespoli, ma lo sposerà prima, e l’amerà poi.

Istintivamente, egli accostò le mani alla bocca, e con quanto fiato aveva in corpo, cominciò a gridare: «Concettinaaa! Concettinaaa!»

Concettina, arrivata all’estremità del viale, voltava in quel mentre.

— Concettina... a!...

La ragazza non udì nulla; ma il signore che le stava accanto alzò il capo, cercando di qua e di là.

— Concettina... a! gridò un’ultima volta Orazio, e si chinò reggendosi con una mano al pioppo per sventolare la pezzuola.

Un’altra pezzuola sventolò dal basso, ed ahi! era la pezzuola di Ambrogio Nespoli! Cattivo segno!

Scendemmo — Orazio avanti, io dietro, senza dir parola. A un mezzo chilometro da Pasturo, trovammo Toniotto che ci aspettava.

— Che fai qui? — gli domandò Orazio.

— Avevo bisogno di parlare al dottore, rispose quell’uomo infelice.

— Si sente male? — domandai.

— Sto benissimo.

Era pallido, e le sue labbra tremanti stentavano a reggere la sigaretta.

— Il sigaro ti ha fatto male, gli disse Orazio frettolosamente e passò innanzi.

L’occhiata con cui Toniotto lo accompagnò mettendomisi al fianco, disse chiaro: «fratello ingrato!»

Il resto lo disse con voce rotta, ma senza singhiozzi nè lagrime; era un piccolo dramma, antico come il mondo: Toniotto amava, amava come un fanciullo (lo diceva lui stesso, e gli si poteva credere), amava sua cugina; ma sua cugina era innamorata d’Orazio, e Orazio non badava alla cugina, e Ambrogio Nespoli era venuto da Milano per sposare la cugina, e Toniotto voleva che Concettina fosse felice, che Orazio fosse felice, che tutti fossero felici, fuorchè lui solo...

— Ebbene?

— Dottore, conchiuse, bisogna dire ad Orazio chefaccia presto, che se la sposi lui, che non la lasci portar via da quell’altro!

Caro fanciullo! pensai — ma non lo dissi; gli diedi invece una stretta di mano che poteva significare, volendo: uomo generoso!


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