LE FACEZIE.

LE FACEZIE.I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.

Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale, essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo, vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse: — se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò essere la verità: onde il mercantuoloebbe il suo desiderio; e così, si mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono.

Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si caricò di tale omo.

Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano, alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco, hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta sopportò.

Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi indirieto, alquanto scrucciato, disse, perchè facesse tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere così usanza, e ch’era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’avrebbe di sopra per ogni un cento.

Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete, dicendo: — ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe del bene, che mi facevi colla tua acqua santa, colla quale m’hai guasto mezzo le mie pitture. —

Uno artigiano, andando spesso a visitare uno signore, sanza altro proposito dimandareal quale[senza che nulla gli occorresse da chiedergli], il signore domandò quello, che andava facendo. Questo disse, che veniva lì per avere de’ piaceri, che lui aver non potea; perocchè volentieri vedova omini più potenti di lui, come fanno i popolani, ma che ’l signore non potea vedere, se non omini di men possa di lui: per questo i signori mancano d’esso piacere.

Uno, volendo provare colla autorità di Pitagora, come altre volte lui era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento; allor costui disse a questo tale: — e per tale segnale, che io altre volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero, che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato l’asino, che gli portava la farina.

Fu dimandato un pittore perchè, facendo lui di figure sì belle che eran cose morte, per che causa esso avesse fatti i figlioli sìbrutti. Allora il pittore rispose, che le pitture le fece di dì e i figlioli di notte.

Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perchè quello spesso li diceva male delli amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, dolendosi collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che li dicesse quale fusse la cagione, che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al quale esso rispose: — io non voglio più usare con teco per ch’io ti voglio bene, e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo amico, che altri abbiano come me a fare trista impressione di te, dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più insieme parrà che noi siamo fatti nimici, e per il dire tu male di me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi usassimo insieme. —

Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta, e domandato uno de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio,esso servo rispose esser una, che si chiamava madonna Bona. Allora l’infermo alzate le braccia ringraziò Dio con alta voce; poi disse ai servi che lasciassero venire presto questa, acciocchè potesse vedere una donna bona innanzi che esso morisse, imperocchè in sua vita mai ne vide nessuna.

Fu detto a uno che si levasse dal letto, perchè già era levato il sole, e lui rispose: — se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino, ancora non mi voglio levare. —

Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo picciol lavorante a sì gran bottega! —

Uno vede una grande spada allato a un altro, e dice: — o poverello! ell’è grantempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perchè non ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà? — Al quale costui rispose: — questa è cosa non tua, anzi è vecchia. — Questi, sentendosi mordere, rispose: — io ti conosco sapere sì poche cose in questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per nova. —

Uno disputando, e vantandosi di saper fare molti varî e belli giochi, un altro de’ circostanti disse: — io so fare uno gioco, il quale farà trarre le brache a chi a me parrà. — Il primo vantatore, trovandosi sanza brache: — che no, disse, che a me non le farai trarre! E vadane un paro di calze. — Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ’nvito, improntò[si procacciò]più para di brache, e trassele nel volto al mettitore delle calze, e vinse il pegno.

Uno disse a un suo conoscente: — tu hai tutti li occhi trasmutati in istrano colore. — Quello li rispose intervenirli spesso: — matu non ci hai posto cura. — E quando t’addivien questo? — Rispose l’altro: — ogni volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza ricevuta da sì gran dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in istrano colore. —

Uno disse a un altro: — tu hai tutti li occhi mutati in istran colore. —

Quello li rispose: — egli è perchè i mia occhi veggono il tuo viso strano. —

Uno disse, che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo. L’altro rispose: — tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la stranezza della tua brutta presenza. —

Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto accadeva, perchè ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo feceessere più prete che monaca, e, a quella accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ’n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela.

Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; i quali domandando donde veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare 10 ducati d’oro, e qui metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! —

Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande strepito col culo; e disse l’altro compagno: — or veggo io ch’i’ son da te amato. — Come? disse l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda da te. —

Dispregiando un vecchio pubblicamente un giovane, mostrando audacemente non temer quello, onde il giovane li rispose che la sua lunga età li faceva migliore scudo che la lingua o la forza.

Perchè li Ungheri tengon la croce doppia.

NOTE.1.De illustratione urbis Florentiæ, Parigi, 1583, pag. 27.2.Arch. Storico Italiano.Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag. 222.3.Le Vite(ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22.4.Uzielli,Ric. int. a L. d. V.Torino, Loescher, 1896, pag. 61.5.L. d. V.,The literary works(ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396.6.Pacioli,Divine proportione. Venezia, 1509, c. I v.7.Luzio,I precettori d’Isabella d’Este, Ancona, Morelli, 1887.8.Ricordi.Venezia, 1555, c. 51 v.9.Le Vite, vol. IV, pag. 18, 49.10.Anonimo,Breve vita. Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 226.11.Le Vite, vol. IV, pag. 50-51, 21.12.Libri,Histoire des sciences mathém. en Italie. Parigi, Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.13.Uzielli,Paolo dal Pozzo Toscanelli, Roma, Rac. Colomb., 1894 pag. 520.14.Le Vite, vol. IV, pag. 50-51.15.Vasari,Le Vite, vol. IV, pag. 46.16.Solmi,Studî sulla filosofia naturale di L. d. V.Modena, Vincenzi, 1898, pag. 57.17.Cfr.G, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»18.Le Vite, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed andò in Francia.»19.Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 226.20.Uzielli,Ricerche intorno a L. d. V.Roma, Salviucci, 1884, pag. 459.21.Cfr.Atti della R. Accademia dei Lincei. Roma, 1876, serie II, vol. III, pag. 13.22.Bossi,Del Cenacolo di L. d. V.Milano, Stamperia Reale, 1810, pag. 19-22.23.Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 222.24.Le Vite, vol. IV, pag. 21, 40.25.Bandello,Novelle. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria delle Grazie. Cfr.QuetifetEchard,Script. Ord. Prædicat., vol. II, pag. 155.26.Le Vite, vol. IV, pag. 28-29.27.Du Fresne,Il trattato detta pittura di L. d. V.Parigi, 1651.28.Si riscontri laTavola delle sigle.29.Si veda:Qui incomincia el Tesoro diBrunetto Latinodi Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose. Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag. 202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola.30.La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento storico, e si deve far risalire probabilmente alTractato de le piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal strenuissimo cavalieri speron doro Johanne deMandavilla. Milano, 1480. Foliog.3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota delCodice Atlantico: folio 207 rº. Per analoghe leggende si vedaPrideaux,Life of Mahomet. Pag. 82 e seg.;A. D’Ancona,La leggenda di Maometto in Occidente. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana. Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.31.Si veda:Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come si deve acquistare la virtù. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libroricordato da Leonardo nelCodice Atlantico: folio 207 rº, e che è la fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo si veda:A. Springer,Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci, inBerichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu Leipzig. Philolog.-hist. Classe. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; eGoldstaubundWendriner,Ein tosco-venezianischer Bestiarius. Halle, 1892. Pag. 240-254;Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da Vinci, che riavvicina al testo del manoscrittoHpassi di Solino, di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del Neckam.32.Fior di virtù, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23:Del vizio dell’invidia appropriato al nibbio.33.Ivi, cap. IV, pag. 26:Dell’allegrezza appropriata al gallo.34.Ivi, cap. V, pag. 29:Del vizio della tristizia appropriato al corbo.35.Ivi, cap. VII, pag. 34:Della virtù della pace appropriata al castoro.36.Ivi, cap. VIII, pag. 37-38:Del vizio dell’ira appropriato all’orso.37.Ivi, cap. IX, pag. 43:Della virtù della misericordia, ed è appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega.38.Ivi, cap. XII, pag. 58:Del vizio dell’avarizia appropriato alla botta.39.Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato di determinare.40.Fior di virtù, cap. X, pag. 47:Del vizio della crudeltà appropriato al basilisco.41.Ivi, cap. XI, pag. 50:Della virtù della liberalità appropriata all’aquila.42.Ivi, cap. XIII, pag. 62-63:Della correzione appropriata al lupo.43.Ivi, cap. XIV, pag. 66:Della lusinga appropriata alla sirena.44.Ivi, cap. XV, pag. 69-70:Della prudenza appropriata alla formica.45.Ivi, cap. XVI, pag. 76-77:Della pazzia appropriata al bue salvatico.46.Ivi, cap. XVII, pag. 79-80:Della giustizia appropriata al re delle api.47.Ivi, cap. XXI, pag. 98-99:Della verità appropriata alla pernice.48.Ivi, cap. XIX, pag. 91:Della lialtà appropriata alla grua.49.Ivi, cap. XX, pag. 95:Della falsità appropriata alla volpe.50.Ivi, cap. XXII, pag. 102:Della bugia appropriata alla topinara.51.Ivi, cap. XXIV, pag. 109:Del timore appropriato alla lepre.52.Ivi, cap. XXV, pag. 111:Della magnanimità appropriata al girifalco.53.Ivi, cap. XXVI, pag. 112-113:Della vanagloria appropriata allo pavone.54.Ivi, cap. XXVII, pag. 115-116:Della constanzia appropriata alla fenice.55.Ivi, cap. XXVIII, pag. 117-118:Della incostanzia appropriata alla rondine.56.Ivi, cap. XXIX, pag. 120-121:Della temperanza appropriata al cammello.57.Ivi, cap. XXX, pag. 125:Della intemperanza appropriata al liocorno.58.Ivi, cap. XXXI, pag. 128:Della umiltà appropriata allo agnello.59.Ivi, cap. XXXII, pag. 133:Della superbia appropriata al falcone.60.Ivi, cap. XXXIII, pag. 137:Dell’astinenza appropriata all’asino salvatico.61.Ivi, cap. XXXIV, pag. 139:Della gola appropriata all’avvoltoio.62.Ivi, cap. XXXV, pag. 141:Della castità appropriata alla tortora.63.Ivi, cap. XXXVI, pag. 146:Della lussuria appropriata al pipistrello.64.Ivi, cap. XXXVII, pag. 152-153:Della moderanza appropriata all’ermellino.65.Si veda:Cecco Asculano,Lacerba. Venezia, 1492. Lib. III, cap. III, folio 32 rº e vº:Aquila.66.Ivi, lib. III, cap. IV, folio 33 rº:De la natura de lumerpa.67.Ivi, lib. III, cap. V, folio 33 rº:De la natura de plicano.68.Ivi, lib. III, cap. VI, folio 33 vº:De quatro animali che vivono de quattro elementi et primo de salamandra.69.Ivi, lib. III, cap. VII, folio 33 vº:De cameleone.70.Ivi, lib. III, cap. VII:Alepo.71.Ivi, lib. III, cap. VIII:De la natura del struzo.72.Ivi, lib. III, cap. X, folio 34 vº:De la natura del cygno.73.Ivi, lib. III, cap. XI, folio 35 rº:De la natura de la cicogna.74.Ivi, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº:De la natura de la cichada.75.Ivi, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº:De la natura del basalisco.76.Ivi, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº:Del aspido. —Ivi, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº:Del dracone.77.Ivi, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº:De la vipera.78.Ivi, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº:Del scorpione.79.Ivi, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº:Del crocodilo.80.Ivi, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº:Del botto.81.Questa allegoria sembra originale di Leonardo.82.Questa allegoria sembra originale di Leonardo.83.Si veda laHistoria naturale diCaio Plinio Secondotradocta di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino. Venezia, 1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la parolaPlinio, nelCodice Atlantico: folio 207 rº; e nelCodice Trivulziano: folio 3 rº.84.Si vedaC. Plinii SecundiNaturalis Historia(ed. Detlefsen), vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si vedaGoldstaubundWendriner,Ein tosco-venezianischer Bestiarius, pag. 245-247.85.In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo.86.C. PliniiNat. hist., lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag. 48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53.87.Ivi, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.88.Ivi, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).89.Ivi, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).90.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).91.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).92.Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo simbolo.93.Cfr.C. PliniiNat. hist., lib. X, cap. LXXIII, pag. 1.94.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.95.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).96.Ivi, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.97.Ivi, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).98.Ivi, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.99.Ivi, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69).100.Ivi, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano di Leonardo la confusione fra le paroletigreepantera.101.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).102.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).103.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).104.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).105.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).106.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).107.Ivi, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88).108.Ivi, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.109.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.110.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.111.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.112.Ivi, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.113.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.114.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98).115.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.116.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.117.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99).118.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100).119.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101).120.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.121.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102).122.La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre. Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, concritica investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza:Höffding,Geschichte der neueren Philosophie. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; 176-227. E su Leonardo:Dühring,Kritische Geschichte der allgemeinen Prinzipien der Mechanik. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.123.Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto, e attinto alValturio,De re militari libri XII ad Sigismundum Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio. Verona, 1483. Pag. 12; opera da Leonardo ricordata nelCodice Atlantico: folio 207 rº, con la indicazione:De re militari. Non hanno quindi nessuna ragione le ricerche iniziate dal Müller Strubing inRichter,The literary works of Leonardo da Vinci. London, 1883. Vol. I, pag. 16.124.Si veda ancora:Valturio,De re militari. Pag. 12, donde questo frammento è stato tradotto parola a parola.125.Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (figuræ mundanæ) agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore matematico di questo concetto, si veda loChasles,Aperçu historique sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie, Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad essorelativi, i mieiStudî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci. Modena, 1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr.Luca Pacioli,Divina proporzione. Venezia, 1509. Pag.LV.126.Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei gravi si veda ilVenturi,Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques de Léonard de Vinci. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine delCaverni,Storia del metodo sperimentale in Italia. Firenze, 1895. Vol. IV, pag. 69-80.127.Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica aristotelica (Quæstiones mechanicæ. Opera. Venezia, 1560. Vol. XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» ManoscrittoF, folio 26 vº. — Ciò che Leonardocombatte nel frammento LXII è l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la vuota astrattezza del terminein infinitoalla natura manifestantesi nello spazio e nel tempo finito.128.Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson, per la sostituzione della parolafratealla parolafructo, che si trova realmente nel manoscritto. (Les manuscrits de Léonard de Vinci. Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut.Paris, 1889.F, folio 72 vº.)129.Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dallaProspettivadiGiovanni Pecckham(† 1292). Si veda in fatti:Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis fratris ordinum minorum. Milano, s. d., folio a, 2.130.Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco, risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose. Si vedaAristotile,De cœlo. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono la realtà esterna; come altrove (Codice Atlantico, folio 79 rº, pag. 187) aveva negato, a somiglianza delsuo contemporaneo Niccolò Cusano, la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in generale. Cfr.Lasswitz,Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis Newton. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.131.Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al centro della Terra.132.Leonardo ricorda nelCodice Atlantico, folio 207 rº, con la parolaJustino: Il libro diJustino,posto diligentemente in materna lingua da Girolamo Squarzafico. Venezia, 1477; libro che gli ispirava questo memorabile frammento. Si vedaG. d’Adda,Leonardo da Vinci e la sua libreria. Milano, 1872; eThe literary works of Leonardo da Vinci. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.133.Pag. 108.Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal Vinci (codice delBritish Museum: folio 202 vº. Cfr.Richter,The literary works, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo, se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose:Libri quattuor in Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata non paucaet acutissima; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma (1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.134.La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il Galilei dichiarava neiDialoghi delle scienze nuove(Opere, ed. Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci, conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» ManoscrittoA, folio 60 vº.135.Leonardo accetta in questo frammento il principio che la visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile o matematico. (Cfr.Vitellone,Optica edente Fred. Rixnero. Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nelCodice Atlantico, folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione dell’esistenza di una superficie sensibilealla luce e ai colori, cioè a quella che oggi si chiamala retina. Grandiosa conclusione, alla quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte nel manoscrittoD, e disperse nei manoscrittiF, K, E.136.La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, ilDe Cœlod’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si vedaZeller,Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwicklung. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399.137.Leonardo si riferisce allaSperadiGoro Dati[Firenze, 1478] e agliHymni et epigrammatadiMichele Tarcaniota (Marullo)[Firenze, 1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole:Chiaro splendore e fiamma rilucente,Sopra tutt’altre creatura bella, ec.e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate dal Vinci.NegliHymni et epigrammatadel Marullo, il secondo deiLibri hymnorum naturaliumsi apre coll’inno al sole:Quis novus hic animis furor incidit, unde repenteMens fremit horrentique sonant præcordia motu?ec.Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola volta di seconda mano, dalEl libro de la vita de philosophi e delle loro elegantissime sententie extracte daDiogene Lahertioe da altri antiquissimi auctori. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. II, pag. 223).138.Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si vedaG. Uzielli,La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli. Roma, 1890, pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina, che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). SecondoGiovanni Villani(† 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga, onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr.Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e fecondesono le conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma le puerili credenze del tempo (cfr.Francesco Patrizzi,De antiquorum rethorica. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo,Antonio Vallisnieri(Opere fisico-mediche. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle trasformazioni terrestri.139.Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua. La prima ipotesi è toccata e combattuta daAristoteleneiLibri metheorologici, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17; entrambe sono espresse qui dal Vinci.140.SecondoAnassagora, ogni cosa nel mondo è composta da una somma di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione di ogni essere inorganico e organico. Si vedaZeller,Gesch. der Philosophie der Griechen. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni del frammento di Leonardo si trovano nelDe umbris idearum, Berlino, 1868, pag. 28, delBruno, e risalgono probabilmente aLucrezio,De rerum natura, lib. I, v. 830 e segg.141.Si veda:Roberto Valturio,De re militari. Parigi, 1534. Pag. 4, donde è tratto il frammento.142.Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte dalMandavilla,Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili che si trovano in le parti del mondo. Milano, 1480, foliol4 rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li fano ingrassare.» L’opera delPlatinaqui citata è ilDe la honesta voluptate et valetudine et de li obsonij. Venezia, 1487, ricordata nelCodice Atlanticocon le parole:De onesta voluptà, folio 207 rº.143.Ilcodice, nel quale si trova questo frammento, contiene, quasi esclusivamente, note intorno al trattatoDi luce ed ombra. Ilcavallo, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre a Francesco Sforza.Jacomo Andrea, nella casa del quale Leonardo si reca a cena con il discepolo suoGiacomo, è Andrea da Ferrara, profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì, ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr.G. Uzielli,Ricerche intorno a Leonardo da Vinci. Torino, 1896. Vol. I, pag. 377-382).Marcoè Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del Vinci.Galeazzo Sanseverino, in casa del quale Leonardo dirige quella giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare.Agostino da Paviaè ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre 1490:.....Augustino et Magistro Leonardo....., cfr.Beltrami,Il Castello di Milano. Milano, 1895. Pag. 188). FinalmenteGian Antonioè l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il risarcimento de’ danni e delle spese.144.Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513al 1515.Maestro Giovanni degli Specchie gli altri, ricordati qui vagamente, sono lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il memorabile tornio ovale (si veda:Codice Atlantico, folio 121 rº:fa fare il tornio ovale al Tedesco).145.Pag. 228.Non si può negare, come fa incautamente ilRichter(The literary works of Leonardo da Vinci. Vol. II, pag. 413), la possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie, data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche. Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si riferisca, con le parole:come ancora in alcuna regione dell’India; alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine delFrazer,The golden bough — a study in comparative religion. Londra, 1890, vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’Acosta,Natural and moral history of the Indies. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.146.Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte Rosa daFlavio Biondo,Roma ristaurata ed Italia illustrata, trad. Venezia, 1542, pag. 165; e daLeandro Alberti,Descrittione di tuttaItalia. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a levante.» (Mss. di Leicester, c. 10 rº;Richter,The literary works. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi altezze, confermata più di tre secoli dopo dalDe Saussureper le Alpi, e dall’Humboldtper le Cordigliere (Kaemtz,Cours de météorologie. Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da Vinci è salito oltre i 3000 metri.147.Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di schiuma, che si trova nel manoscrittoLe la nota che lo accompagna: «fatta al mare di Piombino» (anno 1502).Leonardo da Vinci,Les manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut. Parigi, 1890, vol. V, folio 6 vº.148.La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dalRichternellaZeitschrif für bildende Kunst.Vienna, 1881, vol. XVI, e esaminata a fondo dalDouglas FreshfieldneiProceedings of the RoyalGeographical Society. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.; può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se da una parte laDivisione del Librosuggerisce l’idea di una narrazione fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi, grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può dirsi, piuttosto che una riproduzione daiLibri meteorologicidiAristotele, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi.149.Se si confronta questa specie di abbozzo delCenacolocon l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta (Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultimefigure a sinistra (Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva qualche caratteristica delle ultime linee del frammento.150.Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe espressioni delMorgante maggiore di Luigi Pulci. Venezia 1488. Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa narrazione.

1.De illustratione urbis Florentiæ, Parigi, 1583, pag. 27.

1.De illustratione urbis Florentiæ, Parigi, 1583, pag. 27.

2.Arch. Storico Italiano.Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag. 222.

2.Arch. Storico Italiano.Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag. 222.

3.Le Vite(ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22.

3.Le Vite(ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22.

4.Uzielli,Ric. int. a L. d. V.Torino, Loescher, 1896, pag. 61.

4.Uzielli,Ric. int. a L. d. V.Torino, Loescher, 1896, pag. 61.

5.L. d. V.,The literary works(ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396.

5.L. d. V.,The literary works(ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396.

6.Pacioli,Divine proportione. Venezia, 1509, c. I v.

6.Pacioli,Divine proportione. Venezia, 1509, c. I v.

7.Luzio,I precettori d’Isabella d’Este, Ancona, Morelli, 1887.

7.Luzio,I precettori d’Isabella d’Este, Ancona, Morelli, 1887.

8.Ricordi.Venezia, 1555, c. 51 v.

8.Ricordi.Venezia, 1555, c. 51 v.

9.Le Vite, vol. IV, pag. 18, 49.

9.Le Vite, vol. IV, pag. 18, 49.

10.Anonimo,Breve vita. Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 226.

10.Anonimo,Breve vita. Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 226.

11.Le Vite, vol. IV, pag. 50-51, 21.

11.Le Vite, vol. IV, pag. 50-51, 21.

12.Libri,Histoire des sciences mathém. en Italie. Parigi, Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.

12.Libri,Histoire des sciences mathém. en Italie. Parigi, Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.

13.Uzielli,Paolo dal Pozzo Toscanelli, Roma, Rac. Colomb., 1894 pag. 520.

13.Uzielli,Paolo dal Pozzo Toscanelli, Roma, Rac. Colomb., 1894 pag. 520.

14.Le Vite, vol. IV, pag. 50-51.

14.Le Vite, vol. IV, pag. 50-51.

15.Vasari,Le Vite, vol. IV, pag. 46.

15.Vasari,Le Vite, vol. IV, pag. 46.

16.Solmi,Studî sulla filosofia naturale di L. d. V.Modena, Vincenzi, 1898, pag. 57.

16.Solmi,Studî sulla filosofia naturale di L. d. V.Modena, Vincenzi, 1898, pag. 57.

17.Cfr.G, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»

17.Cfr.G, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»

18.Le Vite, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed andò in Francia.»

18.Le Vite, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed andò in Francia.»

19.Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 226.

19.Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 226.

20.Uzielli,Ricerche intorno a L. d. V.Roma, Salviucci, 1884, pag. 459.

20.Uzielli,Ricerche intorno a L. d. V.Roma, Salviucci, 1884, pag. 459.

21.Cfr.Atti della R. Accademia dei Lincei. Roma, 1876, serie II, vol. III, pag. 13.

21.Cfr.Atti della R. Accademia dei Lincei. Roma, 1876, serie II, vol. III, pag. 13.

22.Bossi,Del Cenacolo di L. d. V.Milano, Stamperia Reale, 1810, pag. 19-22.

22.Bossi,Del Cenacolo di L. d. V.Milano, Stamperia Reale, 1810, pag. 19-22.

23.Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 222.

23.Arch. Storico Italiano, serie III, vol. XVI, pag. 222.

24.Le Vite, vol. IV, pag. 21, 40.

24.Le Vite, vol. IV, pag. 21, 40.

25.Bandello,Novelle. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria delle Grazie. Cfr.QuetifetEchard,Script. Ord. Prædicat., vol. II, pag. 155.

25.Bandello,Novelle. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria delle Grazie. Cfr.QuetifetEchard,Script. Ord. Prædicat., vol. II, pag. 155.

26.Le Vite, vol. IV, pag. 28-29.

26.Le Vite, vol. IV, pag. 28-29.

27.Du Fresne,Il trattato detta pittura di L. d. V.Parigi, 1651.

27.Du Fresne,Il trattato detta pittura di L. d. V.Parigi, 1651.

28.Si riscontri laTavola delle sigle.

28.Si riscontri laTavola delle sigle.

29.Si veda:Qui incomincia el Tesoro diBrunetto Latinodi Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose. Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag. 202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola.

29.Si veda:Qui incomincia el Tesoro diBrunetto Latinodi Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose. Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag. 202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola.

30.La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento storico, e si deve far risalire probabilmente alTractato de le piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal strenuissimo cavalieri speron doro Johanne deMandavilla. Milano, 1480. Foliog.3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota delCodice Atlantico: folio 207 rº. Per analoghe leggende si vedaPrideaux,Life of Mahomet. Pag. 82 e seg.;A. D’Ancona,La leggenda di Maometto in Occidente. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana. Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.

30.La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento storico, e si deve far risalire probabilmente alTractato de le piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal strenuissimo cavalieri speron doro Johanne deMandavilla. Milano, 1480. Foliog.3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota delCodice Atlantico: folio 207 rº. Per analoghe leggende si vedaPrideaux,Life of Mahomet. Pag. 82 e seg.;A. D’Ancona,La leggenda di Maometto in Occidente. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana. Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.

31.Si veda:Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come si deve acquistare la virtù. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libroricordato da Leonardo nelCodice Atlantico: folio 207 rº, e che è la fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo si veda:A. Springer,Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci, inBerichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu Leipzig. Philolog.-hist. Classe. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; eGoldstaubundWendriner,Ein tosco-venezianischer Bestiarius. Halle, 1892. Pag. 240-254;Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da Vinci, che riavvicina al testo del manoscrittoHpassi di Solino, di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del Neckam.

31.Si veda:Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come si deve acquistare la virtù. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libroricordato da Leonardo nelCodice Atlantico: folio 207 rº, e che è la fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo si veda:A. Springer,Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci, inBerichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu Leipzig. Philolog.-hist. Classe. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; eGoldstaubundWendriner,Ein tosco-venezianischer Bestiarius. Halle, 1892. Pag. 240-254;Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da Vinci, che riavvicina al testo del manoscrittoHpassi di Solino, di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del Neckam.

32.Fior di virtù, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23:Del vizio dell’invidia appropriato al nibbio.

32.Fior di virtù, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23:Del vizio dell’invidia appropriato al nibbio.

33.Ivi, cap. IV, pag. 26:Dell’allegrezza appropriata al gallo.

33.Ivi, cap. IV, pag. 26:Dell’allegrezza appropriata al gallo.

34.Ivi, cap. V, pag. 29:Del vizio della tristizia appropriato al corbo.

34.Ivi, cap. V, pag. 29:Del vizio della tristizia appropriato al corbo.

35.Ivi, cap. VII, pag. 34:Della virtù della pace appropriata al castoro.

35.Ivi, cap. VII, pag. 34:Della virtù della pace appropriata al castoro.

36.Ivi, cap. VIII, pag. 37-38:Del vizio dell’ira appropriato all’orso.

36.Ivi, cap. VIII, pag. 37-38:Del vizio dell’ira appropriato all’orso.

37.Ivi, cap. IX, pag. 43:Della virtù della misericordia, ed è appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega.

37.Ivi, cap. IX, pag. 43:Della virtù della misericordia, ed è appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega.

38.Ivi, cap. XII, pag. 58:Del vizio dell’avarizia appropriato alla botta.

38.Ivi, cap. XII, pag. 58:Del vizio dell’avarizia appropriato alla botta.

39.Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato di determinare.

39.Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato di determinare.

40.Fior di virtù, cap. X, pag. 47:Del vizio della crudeltà appropriato al basilisco.

40.Fior di virtù, cap. X, pag. 47:Del vizio della crudeltà appropriato al basilisco.

41.Ivi, cap. XI, pag. 50:Della virtù della liberalità appropriata all’aquila.

41.Ivi, cap. XI, pag. 50:Della virtù della liberalità appropriata all’aquila.

42.Ivi, cap. XIII, pag. 62-63:Della correzione appropriata al lupo.

42.Ivi, cap. XIII, pag. 62-63:Della correzione appropriata al lupo.

43.Ivi, cap. XIV, pag. 66:Della lusinga appropriata alla sirena.

43.Ivi, cap. XIV, pag. 66:Della lusinga appropriata alla sirena.

44.Ivi, cap. XV, pag. 69-70:Della prudenza appropriata alla formica.

44.Ivi, cap. XV, pag. 69-70:Della prudenza appropriata alla formica.

45.Ivi, cap. XVI, pag. 76-77:Della pazzia appropriata al bue salvatico.

45.Ivi, cap. XVI, pag. 76-77:Della pazzia appropriata al bue salvatico.

46.Ivi, cap. XVII, pag. 79-80:Della giustizia appropriata al re delle api.

46.Ivi, cap. XVII, pag. 79-80:Della giustizia appropriata al re delle api.

47.Ivi, cap. XXI, pag. 98-99:Della verità appropriata alla pernice.

47.Ivi, cap. XXI, pag. 98-99:Della verità appropriata alla pernice.

48.Ivi, cap. XIX, pag. 91:Della lialtà appropriata alla grua.

48.Ivi, cap. XIX, pag. 91:Della lialtà appropriata alla grua.

49.Ivi, cap. XX, pag. 95:Della falsità appropriata alla volpe.

49.Ivi, cap. XX, pag. 95:Della falsità appropriata alla volpe.

50.Ivi, cap. XXII, pag. 102:Della bugia appropriata alla topinara.

50.Ivi, cap. XXII, pag. 102:Della bugia appropriata alla topinara.

51.Ivi, cap. XXIV, pag. 109:Del timore appropriato alla lepre.

51.Ivi, cap. XXIV, pag. 109:Del timore appropriato alla lepre.

52.Ivi, cap. XXV, pag. 111:Della magnanimità appropriata al girifalco.

52.Ivi, cap. XXV, pag. 111:Della magnanimità appropriata al girifalco.

53.Ivi, cap. XXVI, pag. 112-113:Della vanagloria appropriata allo pavone.

53.Ivi, cap. XXVI, pag. 112-113:Della vanagloria appropriata allo pavone.

54.Ivi, cap. XXVII, pag. 115-116:Della constanzia appropriata alla fenice.

54.Ivi, cap. XXVII, pag. 115-116:Della constanzia appropriata alla fenice.

55.Ivi, cap. XXVIII, pag. 117-118:Della incostanzia appropriata alla rondine.

55.Ivi, cap. XXVIII, pag. 117-118:Della incostanzia appropriata alla rondine.

56.Ivi, cap. XXIX, pag. 120-121:Della temperanza appropriata al cammello.

56.Ivi, cap. XXIX, pag. 120-121:Della temperanza appropriata al cammello.

57.Ivi, cap. XXX, pag. 125:Della intemperanza appropriata al liocorno.

57.Ivi, cap. XXX, pag. 125:Della intemperanza appropriata al liocorno.

58.Ivi, cap. XXXI, pag. 128:Della umiltà appropriata allo agnello.

58.Ivi, cap. XXXI, pag. 128:Della umiltà appropriata allo agnello.

59.Ivi, cap. XXXII, pag. 133:Della superbia appropriata al falcone.

59.Ivi, cap. XXXII, pag. 133:Della superbia appropriata al falcone.

60.Ivi, cap. XXXIII, pag. 137:Dell’astinenza appropriata all’asino salvatico.

60.Ivi, cap. XXXIII, pag. 137:Dell’astinenza appropriata all’asino salvatico.

61.Ivi, cap. XXXIV, pag. 139:Della gola appropriata all’avvoltoio.

61.Ivi, cap. XXXIV, pag. 139:Della gola appropriata all’avvoltoio.

62.Ivi, cap. XXXV, pag. 141:Della castità appropriata alla tortora.

62.Ivi, cap. XXXV, pag. 141:Della castità appropriata alla tortora.

63.Ivi, cap. XXXVI, pag. 146:Della lussuria appropriata al pipistrello.

63.Ivi, cap. XXXVI, pag. 146:Della lussuria appropriata al pipistrello.

64.Ivi, cap. XXXVII, pag. 152-153:Della moderanza appropriata all’ermellino.

64.Ivi, cap. XXXVII, pag. 152-153:Della moderanza appropriata all’ermellino.

65.Si veda:Cecco Asculano,Lacerba. Venezia, 1492. Lib. III, cap. III, folio 32 rº e vº:Aquila.

65.Si veda:Cecco Asculano,Lacerba. Venezia, 1492. Lib. III, cap. III, folio 32 rº e vº:Aquila.

66.Ivi, lib. III, cap. IV, folio 33 rº:De la natura de lumerpa.

66.Ivi, lib. III, cap. IV, folio 33 rº:De la natura de lumerpa.

67.Ivi, lib. III, cap. V, folio 33 rº:De la natura de plicano.

67.Ivi, lib. III, cap. V, folio 33 rº:De la natura de plicano.

68.Ivi, lib. III, cap. VI, folio 33 vº:De quatro animali che vivono de quattro elementi et primo de salamandra.

68.Ivi, lib. III, cap. VI, folio 33 vº:De quatro animali che vivono de quattro elementi et primo de salamandra.

69.Ivi, lib. III, cap. VII, folio 33 vº:De cameleone.

69.Ivi, lib. III, cap. VII, folio 33 vº:De cameleone.

70.Ivi, lib. III, cap. VII:Alepo.

70.Ivi, lib. III, cap. VII:Alepo.

71.Ivi, lib. III, cap. VIII:De la natura del struzo.

71.Ivi, lib. III, cap. VIII:De la natura del struzo.

72.Ivi, lib. III, cap. X, folio 34 vº:De la natura del cygno.

72.Ivi, lib. III, cap. X, folio 34 vº:De la natura del cygno.

73.Ivi, lib. III, cap. XI, folio 35 rº:De la natura de la cicogna.

73.Ivi, lib. III, cap. XI, folio 35 rº:De la natura de la cicogna.

74.Ivi, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº:De la natura de la cichada.

74.Ivi, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº:De la natura de la cichada.

75.Ivi, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº:De la natura del basalisco.

75.Ivi, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº:De la natura del basalisco.

76.Ivi, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº:Del aspido. —Ivi, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº:Del dracone.

76.Ivi, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº:Del aspido. —Ivi, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº:Del dracone.

77.Ivi, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº:De la vipera.

77.Ivi, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº:De la vipera.

78.Ivi, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº:Del scorpione.

78.Ivi, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº:Del scorpione.

79.Ivi, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº:Del crocodilo.

79.Ivi, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº:Del crocodilo.

80.Ivi, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº:Del botto.

80.Ivi, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº:Del botto.

81.Questa allegoria sembra originale di Leonardo.

81.Questa allegoria sembra originale di Leonardo.

82.Questa allegoria sembra originale di Leonardo.

82.Questa allegoria sembra originale di Leonardo.

83.Si veda laHistoria naturale diCaio Plinio Secondotradocta di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino. Venezia, 1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la parolaPlinio, nelCodice Atlantico: folio 207 rº; e nelCodice Trivulziano: folio 3 rº.

83.Si veda laHistoria naturale diCaio Plinio Secondotradocta di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino. Venezia, 1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la parolaPlinio, nelCodice Atlantico: folio 207 rº; e nelCodice Trivulziano: folio 3 rº.

84.Si vedaC. Plinii SecundiNaturalis Historia(ed. Detlefsen), vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si vedaGoldstaubundWendriner,Ein tosco-venezianischer Bestiarius, pag. 245-247.

84.Si vedaC. Plinii SecundiNaturalis Historia(ed. Detlefsen), vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si vedaGoldstaubundWendriner,Ein tosco-venezianischer Bestiarius, pag. 245-247.

85.In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo.

85.In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo.

86.C. PliniiNat. hist., lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag. 48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53.

86.C. PliniiNat. hist., lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag. 48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53.

87.Ivi, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.

87.Ivi, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.

88.Ivi, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).

88.Ivi, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).

89.Ivi, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).

89.Ivi, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).

90.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).

90.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).

91.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).

91.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).

92.Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo simbolo.

92.Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo simbolo.

93.Cfr.C. PliniiNat. hist., lib. X, cap. LXXIII, pag. 1.

93.Cfr.C. PliniiNat. hist., lib. X, cap. LXXIII, pag. 1.

94.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

94.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

95.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).

95.Ivi, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).

96.Ivi, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.

96.Ivi, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.

97.Ivi, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).

97.Ivi, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).

98.Ivi, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.

98.Ivi, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.

99.Ivi, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69).

99.Ivi, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69).

100.Ivi, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano di Leonardo la confusione fra le paroletigreepantera.

100.Ivi, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano di Leonardo la confusione fra le paroletigreepantera.

101.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).

101.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).

102.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).

102.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).

103.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).

103.Ivi, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).

104.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).

104.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).

105.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).

105.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).

106.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).

106.Ivi, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).

107.Ivi, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88).

107.Ivi, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88).

108.Ivi, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.

108.Ivi, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.

109.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.

109.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.

110.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.

110.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.

111.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.

111.Ivi, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.

112.Ivi, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.

112.Ivi, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.

113.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

113.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

114.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98).

114.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98).

115.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

115.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

116.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

116.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.

117.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99).

117.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99).

118.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100).

118.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100).

119.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101).

119.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101).

120.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.

120.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.

121.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102).

121.Ivi, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102).

122.La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre. Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, concritica investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza:Höffding,Geschichte der neueren Philosophie. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; 176-227. E su Leonardo:Dühring,Kritische Geschichte der allgemeinen Prinzipien der Mechanik. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.

122.La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre. Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, concritica investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza:Höffding,Geschichte der neueren Philosophie. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; 176-227. E su Leonardo:Dühring,Kritische Geschichte der allgemeinen Prinzipien der Mechanik. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.

123.Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto, e attinto alValturio,De re militari libri XII ad Sigismundum Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio. Verona, 1483. Pag. 12; opera da Leonardo ricordata nelCodice Atlantico: folio 207 rº, con la indicazione:De re militari. Non hanno quindi nessuna ragione le ricerche iniziate dal Müller Strubing inRichter,The literary works of Leonardo da Vinci. London, 1883. Vol. I, pag. 16.

123.Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto, e attinto alValturio,De re militari libri XII ad Sigismundum Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio. Verona, 1483. Pag. 12; opera da Leonardo ricordata nelCodice Atlantico: folio 207 rº, con la indicazione:De re militari. Non hanno quindi nessuna ragione le ricerche iniziate dal Müller Strubing inRichter,The literary works of Leonardo da Vinci. London, 1883. Vol. I, pag. 16.

124.Si veda ancora:Valturio,De re militari. Pag. 12, donde questo frammento è stato tradotto parola a parola.

124.Si veda ancora:Valturio,De re militari. Pag. 12, donde questo frammento è stato tradotto parola a parola.

125.Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (figuræ mundanæ) agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore matematico di questo concetto, si veda loChasles,Aperçu historique sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie, Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad essorelativi, i mieiStudî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci. Modena, 1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr.Luca Pacioli,Divina proporzione. Venezia, 1509. Pag.LV.

125.Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (figuræ mundanæ) agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore matematico di questo concetto, si veda loChasles,Aperçu historique sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie, Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad essorelativi, i mieiStudî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci. Modena, 1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr.Luca Pacioli,Divina proporzione. Venezia, 1509. Pag.LV.

126.Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei gravi si veda ilVenturi,Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques de Léonard de Vinci. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine delCaverni,Storia del metodo sperimentale in Italia. Firenze, 1895. Vol. IV, pag. 69-80.

126.Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei gravi si veda ilVenturi,Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques de Léonard de Vinci. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine delCaverni,Storia del metodo sperimentale in Italia. Firenze, 1895. Vol. IV, pag. 69-80.

127.Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica aristotelica (Quæstiones mechanicæ. Opera. Venezia, 1560. Vol. XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» ManoscrittoF, folio 26 vº. — Ciò che Leonardocombatte nel frammento LXII è l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la vuota astrattezza del terminein infinitoalla natura manifestantesi nello spazio e nel tempo finito.

127.Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica aristotelica (Quæstiones mechanicæ. Opera. Venezia, 1560. Vol. XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» ManoscrittoF, folio 26 vº. — Ciò che Leonardocombatte nel frammento LXII è l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la vuota astrattezza del terminein infinitoalla natura manifestantesi nello spazio e nel tempo finito.

128.Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson, per la sostituzione della parolafratealla parolafructo, che si trova realmente nel manoscritto. (Les manuscrits de Léonard de Vinci. Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut.Paris, 1889.F, folio 72 vº.)

128.Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson, per la sostituzione della parolafratealla parolafructo, che si trova realmente nel manoscritto. (Les manuscrits de Léonard de Vinci. Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut.Paris, 1889.F, folio 72 vº.)

129.Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dallaProspettivadiGiovanni Pecckham(† 1292). Si veda in fatti:Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis fratris ordinum minorum. Milano, s. d., folio a, 2.

129.Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dallaProspettivadiGiovanni Pecckham(† 1292). Si veda in fatti:Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis fratris ordinum minorum. Milano, s. d., folio a, 2.

130.Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco, risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose. Si vedaAristotile,De cœlo. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono la realtà esterna; come altrove (Codice Atlantico, folio 79 rº, pag. 187) aveva negato, a somiglianza delsuo contemporaneo Niccolò Cusano, la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in generale. Cfr.Lasswitz,Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis Newton. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.

130.Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco, risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose. Si vedaAristotile,De cœlo. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono la realtà esterna; come altrove (Codice Atlantico, folio 79 rº, pag. 187) aveva negato, a somiglianza delsuo contemporaneo Niccolò Cusano, la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in generale. Cfr.Lasswitz,Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis Newton. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.

131.Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al centro della Terra.

131.Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al centro della Terra.

132.Leonardo ricorda nelCodice Atlantico, folio 207 rº, con la parolaJustino: Il libro diJustino,posto diligentemente in materna lingua da Girolamo Squarzafico. Venezia, 1477; libro che gli ispirava questo memorabile frammento. Si vedaG. d’Adda,Leonardo da Vinci e la sua libreria. Milano, 1872; eThe literary works of Leonardo da Vinci. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.

132.Leonardo ricorda nelCodice Atlantico, folio 207 rº, con la parolaJustino: Il libro diJustino,posto diligentemente in materna lingua da Girolamo Squarzafico. Venezia, 1477; libro che gli ispirava questo memorabile frammento. Si vedaG. d’Adda,Leonardo da Vinci e la sua libreria. Milano, 1872; eThe literary works of Leonardo da Vinci. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.

133.Pag. 108.Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal Vinci (codice delBritish Museum: folio 202 vº. Cfr.Richter,The literary works, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo, se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose:Libri quattuor in Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata non paucaet acutissima; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma (1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.

133.Pag. 108.Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal Vinci (codice delBritish Museum: folio 202 vº. Cfr.Richter,The literary works, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo, se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose:Libri quattuor in Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata non paucaet acutissima; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma (1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.

134.La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il Galilei dichiarava neiDialoghi delle scienze nuove(Opere, ed. Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci, conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» ManoscrittoA, folio 60 vº.

134.La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il Galilei dichiarava neiDialoghi delle scienze nuove(Opere, ed. Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci, conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» ManoscrittoA, folio 60 vº.

135.Leonardo accetta in questo frammento il principio che la visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile o matematico. (Cfr.Vitellone,Optica edente Fred. Rixnero. Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nelCodice Atlantico, folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione dell’esistenza di una superficie sensibilealla luce e ai colori, cioè a quella che oggi si chiamala retina. Grandiosa conclusione, alla quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte nel manoscrittoD, e disperse nei manoscrittiF, K, E.

135.Leonardo accetta in questo frammento il principio che la visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile o matematico. (Cfr.Vitellone,Optica edente Fred. Rixnero. Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nelCodice Atlantico, folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione dell’esistenza di una superficie sensibilealla luce e ai colori, cioè a quella che oggi si chiamala retina. Grandiosa conclusione, alla quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte nel manoscrittoD, e disperse nei manoscrittiF, K, E.

136.La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, ilDe Cœlod’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si vedaZeller,Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwicklung. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399.

136.La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, ilDe Cœlod’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si vedaZeller,Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwicklung. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399.

137.Leonardo si riferisce allaSperadiGoro Dati[Firenze, 1478] e agliHymni et epigrammatadiMichele Tarcaniota (Marullo)[Firenze, 1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole:Chiaro splendore e fiamma rilucente,Sopra tutt’altre creatura bella, ec.e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate dal Vinci.NegliHymni et epigrammatadel Marullo, il secondo deiLibri hymnorum naturaliumsi apre coll’inno al sole:Quis novus hic animis furor incidit, unde repenteMens fremit horrentique sonant præcordia motu?ec.Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola volta di seconda mano, dalEl libro de la vita de philosophi e delle loro elegantissime sententie extracte daDiogene Lahertioe da altri antiquissimi auctori. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. II, pag. 223).

137.Leonardo si riferisce allaSperadiGoro Dati[Firenze, 1478] e agliHymni et epigrammatadiMichele Tarcaniota (Marullo)[Firenze, 1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole:

Chiaro splendore e fiamma rilucente,Sopra tutt’altre creatura bella, ec.

Chiaro splendore e fiamma rilucente,Sopra tutt’altre creatura bella, ec.

Chiaro splendore e fiamma rilucente,

Sopra tutt’altre creatura bella, ec.

e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate dal Vinci.

NegliHymni et epigrammatadel Marullo, il secondo deiLibri hymnorum naturaliumsi apre coll’inno al sole:

Quis novus hic animis furor incidit, unde repenteMens fremit horrentique sonant præcordia motu?ec.

Quis novus hic animis furor incidit, unde repenteMens fremit horrentique sonant præcordia motu?ec.

Quis novus hic animis furor incidit, unde repente

Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?ec.

Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola volta di seconda mano, dalEl libro de la vita de philosophi e delle loro elegantissime sententie extracte daDiogene Lahertioe da altri antiquissimi auctori. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. II, pag. 223).

138.Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si vedaG. Uzielli,La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli. Roma, 1890, pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina, che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). SecondoGiovanni Villani(† 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga, onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr.Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e fecondesono le conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma le puerili credenze del tempo (cfr.Francesco Patrizzi,De antiquorum rethorica. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo,Antonio Vallisnieri(Opere fisico-mediche. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle trasformazioni terrestri.

138.Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si vedaG. Uzielli,La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli. Roma, 1890, pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina, che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). SecondoGiovanni Villani(† 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga, onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr.Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e fecondesono le conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma le puerili credenze del tempo (cfr.Francesco Patrizzi,De antiquorum rethorica. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo,Antonio Vallisnieri(Opere fisico-mediche. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle trasformazioni terrestri.

139.Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua. La prima ipotesi è toccata e combattuta daAristoteleneiLibri metheorologici, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17; entrambe sono espresse qui dal Vinci.

139.Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua. La prima ipotesi è toccata e combattuta daAristoteleneiLibri metheorologici, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17; entrambe sono espresse qui dal Vinci.

140.SecondoAnassagora, ogni cosa nel mondo è composta da una somma di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione di ogni essere inorganico e organico. Si vedaZeller,Gesch. der Philosophie der Griechen. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni del frammento di Leonardo si trovano nelDe umbris idearum, Berlino, 1868, pag. 28, delBruno, e risalgono probabilmente aLucrezio,De rerum natura, lib. I, v. 830 e segg.

140.SecondoAnassagora, ogni cosa nel mondo è composta da una somma di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione di ogni essere inorganico e organico. Si vedaZeller,Gesch. der Philosophie der Griechen. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni del frammento di Leonardo si trovano nelDe umbris idearum, Berlino, 1868, pag. 28, delBruno, e risalgono probabilmente aLucrezio,De rerum natura, lib. I, v. 830 e segg.

141.Si veda:Roberto Valturio,De re militari. Parigi, 1534. Pag. 4, donde è tratto il frammento.

141.Si veda:Roberto Valturio,De re militari. Parigi, 1534. Pag. 4, donde è tratto il frammento.

142.Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte dalMandavilla,Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili che si trovano in le parti del mondo. Milano, 1480, foliol4 rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li fano ingrassare.» L’opera delPlatinaqui citata è ilDe la honesta voluptate et valetudine et de li obsonij. Venezia, 1487, ricordata nelCodice Atlanticocon le parole:De onesta voluptà, folio 207 rº.

142.Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte dalMandavilla,Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili che si trovano in le parti del mondo. Milano, 1480, foliol4 rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li fano ingrassare.» L’opera delPlatinaqui citata è ilDe la honesta voluptate et valetudine et de li obsonij. Venezia, 1487, ricordata nelCodice Atlanticocon le parole:De onesta voluptà, folio 207 rº.

143.Ilcodice, nel quale si trova questo frammento, contiene, quasi esclusivamente, note intorno al trattatoDi luce ed ombra. Ilcavallo, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre a Francesco Sforza.Jacomo Andrea, nella casa del quale Leonardo si reca a cena con il discepolo suoGiacomo, è Andrea da Ferrara, profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì, ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr.G. Uzielli,Ricerche intorno a Leonardo da Vinci. Torino, 1896. Vol. I, pag. 377-382).Marcoè Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del Vinci.Galeazzo Sanseverino, in casa del quale Leonardo dirige quella giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare.Agostino da Paviaè ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre 1490:.....Augustino et Magistro Leonardo....., cfr.Beltrami,Il Castello di Milano. Milano, 1895. Pag. 188). FinalmenteGian Antonioè l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il risarcimento de’ danni e delle spese.

143.Ilcodice, nel quale si trova questo frammento, contiene, quasi esclusivamente, note intorno al trattatoDi luce ed ombra. Ilcavallo, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre a Francesco Sforza.Jacomo Andrea, nella casa del quale Leonardo si reca a cena con il discepolo suoGiacomo, è Andrea da Ferrara, profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì, ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr.G. Uzielli,Ricerche intorno a Leonardo da Vinci. Torino, 1896. Vol. I, pag. 377-382).Marcoè Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del Vinci.Galeazzo Sanseverino, in casa del quale Leonardo dirige quella giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare.Agostino da Paviaè ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre 1490:.....Augustino et Magistro Leonardo....., cfr.Beltrami,Il Castello di Milano. Milano, 1895. Pag. 188). FinalmenteGian Antonioè l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il risarcimento de’ danni e delle spese.

144.Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513al 1515.Maestro Giovanni degli Specchie gli altri, ricordati qui vagamente, sono lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il memorabile tornio ovale (si veda:Codice Atlantico, folio 121 rº:fa fare il tornio ovale al Tedesco).

144.Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513al 1515.Maestro Giovanni degli Specchie gli altri, ricordati qui vagamente, sono lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il memorabile tornio ovale (si veda:Codice Atlantico, folio 121 rº:fa fare il tornio ovale al Tedesco).

145.Pag. 228.Non si può negare, come fa incautamente ilRichter(The literary works of Leonardo da Vinci. Vol. II, pag. 413), la possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie, data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche. Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si riferisca, con le parole:come ancora in alcuna regione dell’India; alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine delFrazer,The golden bough — a study in comparative religion. Londra, 1890, vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’Acosta,Natural and moral history of the Indies. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.

145.Pag. 228.Non si può negare, come fa incautamente ilRichter(The literary works of Leonardo da Vinci. Vol. II, pag. 413), la possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie, data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche. Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si riferisca, con le parole:come ancora in alcuna regione dell’India; alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine delFrazer,The golden bough — a study in comparative religion. Londra, 1890, vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’Acosta,Natural and moral history of the Indies. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.

146.Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte Rosa daFlavio Biondo,Roma ristaurata ed Italia illustrata, trad. Venezia, 1542, pag. 165; e daLeandro Alberti,Descrittione di tuttaItalia. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a levante.» (Mss. di Leicester, c. 10 rº;Richter,The literary works. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi altezze, confermata più di tre secoli dopo dalDe Saussureper le Alpi, e dall’Humboldtper le Cordigliere (Kaemtz,Cours de météorologie. Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da Vinci è salito oltre i 3000 metri.

146.Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte Rosa daFlavio Biondo,Roma ristaurata ed Italia illustrata, trad. Venezia, 1542, pag. 165; e daLeandro Alberti,Descrittione di tuttaItalia. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a levante.» (Mss. di Leicester, c. 10 rº;Richter,The literary works. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi altezze, confermata più di tre secoli dopo dalDe Saussureper le Alpi, e dall’Humboldtper le Cordigliere (Kaemtz,Cours de météorologie. Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da Vinci è salito oltre i 3000 metri.

147.Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di schiuma, che si trova nel manoscrittoLe la nota che lo accompagna: «fatta al mare di Piombino» (anno 1502).Leonardo da Vinci,Les manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut. Parigi, 1890, vol. V, folio 6 vº.

147.Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di schiuma, che si trova nel manoscrittoLe la nota che lo accompagna: «fatta al mare di Piombino» (anno 1502).Leonardo da Vinci,Les manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut. Parigi, 1890, vol. V, folio 6 vº.

148.La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dalRichternellaZeitschrif für bildende Kunst.Vienna, 1881, vol. XVI, e esaminata a fondo dalDouglas FreshfieldneiProceedings of the RoyalGeographical Society. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.; può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se da una parte laDivisione del Librosuggerisce l’idea di una narrazione fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi, grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può dirsi, piuttosto che una riproduzione daiLibri meteorologicidiAristotele, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi.

148.La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dalRichternellaZeitschrif für bildende Kunst.Vienna, 1881, vol. XVI, e esaminata a fondo dalDouglas FreshfieldneiProceedings of the RoyalGeographical Society. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.; può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se da una parte laDivisione del Librosuggerisce l’idea di una narrazione fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi, grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può dirsi, piuttosto che una riproduzione daiLibri meteorologicidiAristotele, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi.

149.Se si confronta questa specie di abbozzo delCenacolocon l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta (Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultimefigure a sinistra (Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva qualche caratteristica delle ultime linee del frammento.

149.Se si confronta questa specie di abbozzo delCenacolocon l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta (Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultimefigure a sinistra (Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva qualche caratteristica delle ultime linee del frammento.

150.Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe espressioni delMorgante maggiore di Luigi Pulci. Venezia 1488. Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa narrazione.

150.Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe espressioni delMorgante maggiore di Luigi Pulci. Venezia 1488. Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa narrazione.


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