PENSIERI SULLA NATURA.

PENSIERI SULLA NATURA.I. — PROEMIO.

Vedendo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto, perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro tutti l’utili e necessari temi, farò come colui, il quale, per povertà, giugne l’ultimo alla fiera, e, non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte cose già da altri viste, e non accettate, ma rifiutate per la loro poca valetudine[valore, pregio].

Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, rimanente de’ molti compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella, non per le grosse città, ma povere ville andrò distribuendo, e pigliando tal premio, qual merita la cosa da me data.

La natura è piena d’infinite ragioni, che non furono mai in isperienza.

La necessità è maestra e tutrice della natura.

La necessità è tema e inventrice della natura, è freno e regola eterna.

Ogni corpo sperico di densa e resistente superfice, mosso da pari potenza, farà tanto movimento con sua balzi, causati da duro e solido smalto,[dal percuotere su un piano liscio e sodo]quanto a gettarlo libero per l’aria.

O mirabile giustizia di te, Primo motore, tu non hai voluto mancare a nessuna potenza l’ordine e qualità de’ sua necessari effetti! Conciò sia che una potenza deve cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei, e quella nel suo obbedire trova intoppo:hai ordinato, che la potenza del colpo ricausi novo movimento, il quale, per diversi balzi, recuperi la intera somma del suo debito viaggio. E se tu misurerai la via fatta da detti balzi, tu troverai essere di tale lunghezza, qual sarebbe a trarre, con la medesima forza, una simil cosa libera per l’aria.

Natura non rompe sua legge.

La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei infusamente vive.

Quando alcuna cosa, cagione dell’altra, induce per suo movimento alcuno effetto, e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti il movimento della cagione.

Qui le figure, qui li colori, qui tutte le spezie delle parti dell’universo son ridottein un punto, e quel punto è di tanta maraviglia!

O mirabile e stupenda necessità, tu costringi, colla tua legge, tutti li effetti, per brevissima via, a partecipare delle lor cause!

Questi sono li miracoli!

Scrivi nella tuaNotomia, come, in tanto minimo spazio, l’immagine[visiva, che si forma nell’occhio]possa rinascere e ricomporsi nella sua dilatazione.

Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente e già animato strumento dell’artifiziosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti conviene abbandonare la tranquilla vita, e obbedire alla legge, che Iddio e ’l Tempo diede alla genitrice natura!

Oh! quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’ gran tonni fuggire dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce tremor dell’ali e colla forcelluta coda, fulminando, generavi nel mare subita tempesta, con gran busse[urti]e sommersione di navili, con grande ondamento, empiendo gli scoperti liti degli impauriti e sbigottiti pesci!

Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenze: necessità e potenza. L’acqua piove, e la terra l’assorbisce per necessità d’omore; il sole la svelle[fa evaporare]non per necessità, ma per potenza.

Perche l’occhio è finestra dell’anima, ella è sempre con timore di perderlo, in modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi, che dia subito spavento all’omo, quello colle mani non soccorre il core, fonte della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore de’ sensi, nè audito, nè odorato o gusto, anzi subito lo spaventato senso: non bastando chiudere li occhi con sua coperchi[le palpebre]serrati con somma forza, che subito lo rivolge in contraria parte; non sicurando ancora, vi pone la mano, e l’altra distende, facendo antiguardia contro al sospetto suo.

Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio de l’omo per sè medesimo col coperchio (si chiuda), acciò che, non sendo daesso dormiente guardato, d’alcuna cosa non sia offeso.

La pupilla dell’occhio si muta in tante varie grandezze, quante son le varietà delle chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi se le rappresentano.

In questo caso la natura ha riparato alla virtù visiva, quando ella è offesa dalla superchia luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio, e, quando è offesa dalle diverse oscurità, d’allargare essa luce, a similitudine della bocca della borsa. E fa qui la natura, come quel che ha troppo lume alla sua abitazione, che serra una mezza finestra, e più o men, secondo la necessità; e quando viene la notte, esso apre tutta essa finestra, per vedere meglio dentro a detta abitazione. E usa qui la natura una continua equazione, col continuo temperare e ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, a proporzione delle predette oscurità o chiarezze, che dinanzi al continuo se le rappresentano.

L’atto del tagliare la narice ai cavalli è cosa meritevole di riso. E questi stolti osservan questa usanza, quasi come se credessino la natura avere mancato ne’ necessarie cose, per le quali li omini abbiano a essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi del naso, i quali, ciascuno per sè, è per la metà della larghezza della canna de’ polmoni, donde esala l’anelito, e, quando essi busi non fussino, la bocca sarebbe abbastanza a esso abbondevole anelito. E se tu mi dicessi: — perchè ha fatto questa natura le narici alli animali, se l’alitare per la bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che le narici sono fatte per essere usate, quando la bocca è in esercizio di masticare il suo cibo.

L’albero in qualche parte scorticato, la natura, che a esso provvede, vòlta a essa iscorticazione molto maggior somma di notritivo omore la linfa, che in alcuno altro loco; inmodo che, per lo primo detto mancamento, li cresce molto più grossa la scorza, che in alcun altro loco. Ed è tanto movente[impetuoso nel muoversi]ess’omore, che, giunto al soccorso loco, si leva parte in alto, a uso di balzo di palla, con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti[gorgoglio], non altrementi ch’una bollente acqua.

Li timoni, creati nelli omeri[formati dall’omero dell’ala]che han l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa natura per un comodo piegamento del retto impeto, che spesso accade nel furioso volare delli uccelli; perchè trovò esser molto più comodo, nel retto furore, a piegare una minima parte dell’ala, che il loro tutto.

Ha messo la natura la foglia degli ultimi rami di molte piante, che sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente, se la regola non è impedita.

E questo ha fatto per due utilità d’esse piante: la prima è perchè nascendo il ramo e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella dell’occhio[gemma o gemmula vegetale], ch’è sopra in contatto dell’appiccatura della foglia; l’acqua, che bagna tal ramo, possa discendere a nutrire tal gemella, col fermarsi la goccia nella concavità del nascimento di essa foglia.

Ed il secondo giovamento è, che nascendo tali rami, l’anno seguente, l’uno non cuopre l’altro, perchè nascono vòlti a cinque aspetti, li cinque rami.

Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo essere.

Universalmente tutte le cose desiderano mantenersi in sua natura, onde il corso de l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo corso, secondo la potenza della sua cagione, e, se trova contrastante opposizione, finisce la lunghezza del cominciato corso per movimento circulare e retorto.

Tutti li elementi, fori del loro naturale sito, desiderano a esso sito ritornare, e massime foco, acqua e terra.

Ogni peso desidera cadere al centro per la via più breve.

Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi al suo tutto, per fuggire dalla sua imperfezione: l’anima desidera stare col suo corpo, perchè, sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire.

Muovesi l’amato per la cos’amata, come il senso colla sensibile, e con seco s’unisce, e fassi una cosa medesima.

L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore, lì séguita dilettazione e piacere e saddisfazione.

Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa; quando il peso è posato, lì si riposa.

La cosa conosciuta col nostro intelletto....

Ogni azione naturale è fatta per la via brevissima.

Ogni azione naturale è fatta da essa natura, nel più breve modo e tempo che sia possibile.

Nessuna azion naturale si può abbreviare.

Ogni azion naturale è generata dalla natura nel più brieve modo, che trovar si possa.

Ed è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra li alberi della medesima natura non si troverebbe una pianta, ch’appresso somigliassi all’altra, e non che le piante, ma li rami o foglie, o frutti di quelle, non si troverà uno, che precisamente somigli a un altro.

I bugiardi interpreti di natura affermano loargento vivoessere comune semenza a tutti i metalli, non si ricordando che la natura varia le semenze, secondo la diversità delle cose, che essa vuole produrre al mondo.

Se la natura avesse ferma[fatta, fissata]una sola regola nellaqualitàdelle membra, tutti i visi delli omini sarebbono somiglianti in tal modo, che l’uno dall’altro non si potrebbe conoscere; ma ell’ha ’n tal modo variato i cinque membri del volto, che, ben ch’ell’abbi fatto regola quasi universale alla lorograndezza, lei non l’ha osservata nellaqualità, in modo tale che l’un dall’altro chiaramente conoscere si può.

Dico: le misure universali si debbono osservare nelle lunghezze delle figure, e non nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose cose, ch’appariscono nelle operedella natura, è che nissuna opera, in qualunque spezie per sè, l’un particulare con precisione si somiglia l’un a l’altro: adunque, tu, imitatore di tal natura, guarda e attendi alla varietà de’ lineamenti.

Sommo difetto è ne’ maestri, li quali usano replicare li medesimi moti nelle medesime storie[nel medesimo insieme di figure, episodio], vicini l’uno all’altro, e similmente le bellezze de’ visi essere sempre una medesima; le quali in natura mai si trova essere replicate, in modo che, se tutte le bellezze d’eguale eccellenza ritornassin vive, esse sarebbon maggior numero di popolo, che quello, ch’al nostro secolo si trova; e, siccome in esso secolo nessuno precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe nelle dette bellezze.

Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi universale; imperocchè tutti li animali terrestri han similitudine di membra, cioè muscoli e ossa, e nulla si variano, se non inlunghezza o in grossezza, come sarà dimostro nellaNotomia; ecci poi li animali d’acqua, che son di molte varietà, de li quali non persuaderò il pictore che vi faccia regola, perchè son quasi d’infinite varietà, e così li animali insetti.

Impeto è impressione di moto trasmutato dal motore nel mobile.

Ogni impressione attende alla permanenza over desidera permanenza.

Che ogni impressione desidera permanenza provasi nella impressione fatta dal sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella impression del sôno, fatto dal martello di tal campana percussore.

Ogni impressione desidera permanenza, come ci mostra il simulacro del moto[l’impeto]impresso nel mobile.

Ogni azione bisogna che s’eserciti per moto.

Il moto è causa d’ogni vita.

Che cosa è la forza?

Forza dico essere una virtù spirituale, una potenza invisibile, la quale, per accidentale esterna violenza, è causata dal moto e collocata e infusa ne’ corpi, i quali sono dal loro naturale uso[la quiete]ritratti, dando a quelli vita attiva di maravigliosa potenza.

Che cosa è forza?

Forza dico essere una potenza spirituale, incorporea, invisibile, la quale, con breve vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale violenza si trovano fuori del loro essere e riposo naturale.

Nessuna cosa insensata[materiale, senza vita e senza sensitività]per sè si move, ma il suo moto è fatto da altri.

L’impeto è una virtù creata dal moto e trasmutata dal motore al suo mobile, ilquale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto ha di vita.

Ogni moto naturale e continuo desidera conservare suo corso per la linia del suo principio, cioè, in qualunque loco esso si varia, domando[chiamo, denomino]principio.

La forza da carestia o dovizia[cioè: disequilibrio di potenze]è generata, questa è figliola del moto materiale e nepote del moto spirituale, e madre e origine del peso. E esso peso è finito nell’elemento dell’acqua e terra, e essa forza è infinita, perchè con essa infiniti mondi si moverebbero, se strumenti far si potessero, dove essa forza generare si potesse.

La forza col moto materiale e ’l peso colla percussione son le quattro accidentali potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali hanno loro essere e lor morte.

La forza dal moto spirituale ha origine, il quale moto, scorrendo per le membra degli animali sensibili, ingrossa i muscoli di quelli, onde, ingrossati, essi muscoli si vengonoa raccortare o trarsi dirieto i nervi[nervi = tendini], che con essi son congiunti; e di qui si causa la forza per le membra umane.

La qualità e quantità delle forze d’uno uomo potrà partorire altra forza, la quale sarà proporzionevolmente tanto maggiore, quanto essa sarà di più lungo moto l’una che l’altra.

La gravità, la forza, e ’l moto accidentale, insieme colla percussione, son le quattro accidentali potenze colle quali tutte l’evidenti opere de’ mortali hanno loro essere e loro morte.

Ogni moto attende al suo mantenimento, overo: ogni corpo mosso sempre si move, in mentre che la impressione de la potenzia del suo motore in lui si riserva.

Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E se possibile fussi dare un diametro d’aria a questa spera della terra, a similitudined’un pozzo, che dall’una all’altra superfizie si mostrassi, e per esso pozzo si lasciassi cadere un corpo grave; ancora che esso corpo si volessi al centro fermare, l’impeto sarebbe quello, che per molti anni glielo vieterebbe.

Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno o no.

Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa in corpo denso e, s’ella sarà fatta da due corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria, che li circonda, e questa tal confregazione consuma li corpi confregati: adunque seguiterebbe, che li cieli, nella lor confregazione, per non avere aria infra loro, non generassino sôno. E se tale confregazione pure avesse verità, essi, in tanti seculi che tali cieli son rivoltati, si sarebbon consumati da tanta immensa velocità fatta in ogni giornata; e se pur facessin sôno esso non si può spandere, perchè il sôno della percussione fatta sotto l’acqua poco si sente, e meno o niente si sentirebbe ne’ corpi densi; ancora: ne’ corpi politi la lor confregazione fa non sôno, il che similmente accadrebbenon farsi sôno nel contatto over confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non sono politi nel contatto delle lor confregazioni, sèguita essere globulosi e ruvidi, adunque il lor contatto non è continuo, essendo così e’ si genera il vacuo; il quale è concluso non darsi in natura.

Adunque è concluso che confregazione avrebbe consumati li termini di ciascun cielo, e tanto quanto più esso è più veloce in mezzo che inverso i poli, più si consumerebbe in mezzo che da’ poli; e poi più non si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i ballerini si fermerebbono, salvo se i cieli l’un girassi a oriente e l’altro a settentrione.

La terra è grave nella sua spera, ma tanto più, quanto essa sarà in elemento più lieve.

Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto più, quanto esso sarà in elemento più grave.

Nessuno elemento semplice ha gravità o levità nella sua propria spera.

Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun centro, non è per desiderio che essocorpo abbia in sè di trovare tal centro, nè non è per attrazione, ch’esso centro faccia, come calamita, del tirare a sè tal peso.

— Il peso perchè non resta nel suo sito?

— Non resta perchè non ha resistenza.

— E donde si moverà?

— Moverassi inverso il centro.

— E perchè non per altre linee?

— Perchè il peso, che non ha resistenzia, discenderà in basso per la via più breve, e ’l più basso sito è il centro del mondo.

— E perchè lo sa così tal peso trovarlo con tanta brevità?

— Perchè non va — come insensibile[come cosa, che non ha vita, nè moto proprio]— prima vagando per diverse linee.

Se guarderai le stelle, sanza razzi[senza quelle false irradiazioni, che provengon dall’occhio](come si fa a vederle per un piccolo foro fatto colla strema punta da la sottile agucchia, e quel posto quasi a toccare l’occhio), tu vedrai esse stelle essere tanto minime, che nulla cosa pare essere minore: e veramentela lunga distanza dà loro ragionevole diminuzione, ancora che molte vi sono, che son moltissime volte maggiori che la stella, ciò è la terra coll’acqua.

Ora pensa quel che parrebbe essa nostra stella in tanta distanza, e considera poi quante stelle si metterebbe e per longitudine e latitudine infra esse stelle, le quali sono seminate per esso spazio tenebroso.

Mai non posso fare ch’io non biasimi molti di quelli antichi, li quali dissono, che il sole non avea altra grandezza che quella, che mostra; fra’ quali fu Epicuro, e credo che cavasse tale ragione da un lume posto in questa nostra aria, equidistante al centro: chi lo vede, no ’l vede mai diminuito di grandezza in nessuna distanza.

E le ragioni della sua grandezza e virtù le riservo nel quarto libro. Ma ben mi meraviglio, che Socrate biasimassi questo tal corpo, e che dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata; e certo chi lo punì di tal errore poco peccò.

Ma io vorrei avere vocaboli, che mi servissino a biasimare quelli, che voglion laudare più lo adorare gli omini, che talsole, non vedendo nell’universo corpo di maggiore magnitudine e virtù di quello. E ’l suo lume allumina tutti li corpi celesti, che per l’universo si compartono. Tutte l’anime discendan da lui, perchè il caldo, ch’è nelli animali vivi, vien dall’anime, e nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo, come mostrerò nel quarto libro. — E certo costoro, che han voluto adorare li omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte e simili han fatto grandissimo errore, vedendo, che, ancora che l’omo fossi grande quanto il nostro mondo, che parrebbe simile a una minima stella, la qual pare un punto nell’universo; e ancora vedendo essi omini mortali e putridi e corruttibili nelle loro sepolture.

LaSperae Marullo laudan con molti altri esso sole.[137]

Forse Epicuro vide le ombre delle colonne ripercosse nelli antiposti muri essere eguali al diametro della colonna, donde si partìa tale ombra; essendo adunque il concorso dell’ombre parallelo dal suo nascimento al suo fine, li parve da giudicare che il sole ancora lui fosse fronte di tal parallelo,e per conseguenza non essere più grosso il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione d’ombra era insensibile per la lunga distanza del sole.

Se ’l sole fussi minore della terra le stelle di gran parte del nostro emisperio sarebbon sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice: tanto è grande il sole quanto e’ pare.)

Dice Epicuro il sole essere tanto quanto esso si dimostra: adunque e’ pare essere un piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe che la luna, quand’ella fa oscurare il sole, il sole non l’avanzerebbe di grandezza come e’ fa; onde, sendo la luna minor del sole, essa luna sarebbe men d’un piede, e per conseguenza, quando il nostro mondo fa oscurare la luna, sarebbe minore d’un dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è un piede e la nostra terra fa ombra piramidale inverso la luna, egli è necessario che sia maggiore il luminoso causa della piramide ombrosa, che l’opaco causa d’essa piramide.

Misura quanti soli si metterebbe nel corso suo di ventiquattro ore!... E qui sipotrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole era tanto grande quanto esso parea, che, — parendo il diametro del sole una misura pedale, e che esso sole entrassi mille volte nel suo corso di ventiquattro ore, — egli avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento braccia, che è un sesto di miglio.

Ora è che ’l corso del sole, infra dì e notte, sarebbe camminato la sesta parte d’un miglio, e questa venerabile lumaca del sole avrebbe camminato venticinque braccia per ora!

Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo, perchè non è di colore di foco, ma è molto più bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere, che, quando il bronzo liquefatto è più caldo, elli e più simile al color del sole, e, quand’è men caldo, ha più color di foco.

Provasi il sole, in sua natura, essere caldo — e non freddo, come già s’è detto. —

Lo specchio concavo, essendo freddo, nel ricevere li razzi del foco, li rifrette più caldi, che esso foco.

La palla di vetro, piena d’acqua fredda, manda fori di sè li razzi, presi dal foco, ancora più caldi d’esso foco.

Di queste due dette esperienze sèguita, che tal calore delli razzi, avuti dello specchio o della palla d’acqua fredda, sien caldi per virtù, e non perchè tale specchio o palla sia calda; e ’l simile in questo caso accade del sole passato per essi corpi, che scalda per virtù. E per questo hanno concluso il solo non esser caldo. — Il che per le medesime allegate isperienze si prova esso sole essere caldissimo, per la sperienza detta dello specchio e palla, che, essendo freddi, pigliando i razzi della caldezza del foco, li rendan razzi caldi, perchè la prima causa è calda: e il simile accade del sole, che essendo lui caldo, passando per tali specchi freddi, refrette gran calore.

Non lo splendore del sole scalda, ma il suo natural calore.

Passano li razzi solari per la fredda regione dell’aria e non mutan natura, passan per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano di lor natura, e, per qualunque locotransparente essi passassino, è come s’elli penetrassino altrettanta aria.

Dicano[Sott.: gli scrittori, gli autori]di avere il lume da sè, allegando, che se Venere e Mercurio non n’avessi il lume da sè, quando esso s’interpone infra l’occhio nostro e ’l sole, esse oscurerebbon tanto d’esso sole, quanto esse ne coprano all’occhio nostro. — E quest’è falso, perch’è provato come l’ombroso, posto nel luminoso, è cinto e coperto tutto da’ razzi laterali del rimanente di tal luminoso e così resta invisibile. Come si dimostra, quando il sole è veduto per la ramificazione delle piante sanza foglie in lunga distanzia, essi rami non occupano parte alcuna d’esso sole alli occhi nostri.

Il simile accade a’ predetti pianeti, li quali, ancora che da sè e’ sieno sanza luce, eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna del sole all’occhio nostro.

Seconda pruova. Dicano le stelle nella notte parere lucidissime quanto più ci son superiori; e che s’elle non avessin lume dasè che l’ombra, che fa la terra, che s’interpone infra loro e ’l sole, le verrebbe a scurare, non vedendo esse, nè sendo vedute dal corpo solare. — Ma questi non n’han considerato, che l’ombra piramidale della luna non n’aggiugne[raggiunge, arriva]infra troppe stelle, quello ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita che poco occupa del corpo della stella, e ’l rimanente è alluminato dal sole.

Tu nel tuo discorso hai a concludere la terra essere una stella quasi simile alla luna, e così proverai la nobiltà del nostro mondo!

E così farai un discorso delle grandezze di molte stelle, secondo li autori.

Come la terra è una stella. La terra mediante la spera dell’acqua, che in gran parte la veste, — la qual piglia il simulacro del sole e risplende all’universo, sì come fan tutte l’altre stelle, — si dimostra ancora lei essere stella.

In prima diffinisci l’occhio.

Poi mostra come il battere[il tremolio della luce, del fulgore escitizio delle stelle]d’alcuna stella viene dall’occhio; e perchè il batter d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra; e come li razzi delle stelle nascan dall’occhio. E di’ che, se ’l battere delle stelle fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento mostra d’essere di tanta dilatazione, quant’è il corpo di tale stella; essendo adunque maggior della terra, che tal moto fatto in istante sare’ trovo veloce a raddoppiare la grandezza di tale stella; di poi prova come la superfizie dell’aria, ne’ confini del foco, e la superfizie del foco, nel suo termine, è quella, nella qual penetrando, li razzi solari portan tal similitudine di corpi celesti grandi nel lor levare e porre[tramontare], e piccole essendo essi nel mezzo del cielo.

Il libro mio s’astende a mostrare come l’Ocean, colli altri mari, fa, mediante ilsole, splendere il nostro mondo a modo di luna, e a’ più remoti pare stella; e quest’è provo.

Come la terra non è nel mezzo del cerchio del sole, nè nel mezzo del mondo, ma è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni e uniti con lei; e chi stesse nella luna, quand’ella insieme col sole è sotto a noi, questa nostra terra, coll’elemento dell’acqua, parrebbe e farebbe offizio, tal qual fa la luna a noi.

Come la terra, facendo offizio di luna, ha perduto assai del lume antico nel nostro emisperio pel calare delle acque, com’è provato in libro quarto:De mundo e acque.

1. Nessun lievissimo è opaco.

2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve.

3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi o no.

E s’ella non ha sito particulare, come la terra, nelli sua elementi, perchè non cade al centro de’ nostri elementi?

E se la luna non è in mezzo alli sua elementi, e non discende, adunque ella è più lieve che altro elemento.

E se la luna è più lieve che altro elemento, perchè è solida e non traspare?

Nessun denso è più lieve che l’aria.

Avendo noi provato come la parte della luna, che risplende è acqua, che specchia il corpo del sole, la quale ci riflette lo splendore da lui ricevuto, e come, se tale acqua fusse sanza onde, ch’ella picciola si dimostrerebbe, ma di splendore quasi simile al sole; al presente bisogna provare, se essa luna è corpo grave o lieve; imperocchè se fusse grave, confessando che dalla terra in su in ogni grado d’altezza s’acquista gradi di levità, — conciò sia che l’acqua è più lieve che la terra; e l’aria che l’acqua, e ’l foco che l’aria e così seguitando successivamente, — e’ parrebbe che, se la luna avesse densità, com’ella ha, ch’ella avesse gravità e, avendo gravità, che lo spazio, ove essa si trova, non la potesse sostenere, e per conseguenzaavessea discendere inverso il centro dell’universo e congiugnersi colla terra, e se non lei almanco le sue acque avessino a cadere, e spogliarla di sè, e cadere inverso il centro, e lasciar di sè la luna spogliata e sanza lustro; onde, non seguitando quel che di lei la ragione ci promette, egli è manifesto segno, che tal luna è vestita de’ sua elementi, cioè acqua, aria e foco, e così in sè per sè si sostenga in quello spazio, come fa la nostra terra coi sua elementi in quest’altro spazio, e che tale offizio facciano le cose gravi ne’ sua elementi, qual fanno l’altre cose gravi nelli elementi nostri.

La luna densa e grave come sta, la luna?

Il rossume ovver tuorlo dell’ovo sta in mezzo al suo albume sanza discendere d’alcuna parte, ed è più lieve o più grave o eguale d’esso albume; e, s’egli è più lieve, egli dovrebbe sorgere sopra tutto l’albume e fermarsi in contatto della scorza d’esso uovo e, s’elli è più grave dovrebbe discender,e, s’elli è eguale, così potrebbe stare nell’un delli stremi come in mezzo o di sotto.

Il caldo è cagione del movimento dell’umido, e ’l freddo lo ferma, come si vede la region fredda, che ferma i nuvoli nell’aria.

Dov’è vita è calore; dov’è calore vitale è movimento d’omore.

Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia vita sensitiva, vegetativa o razionale: nascono le penne sopra li uccelli, e si mutano ogni anno; nascono li peli sopra li animali e ogni anno si mutano, salvo alcuna parte, come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e simili; nascono l’erbe sopra li prati e le foglie sopra li alberi, e ogni anno in gran parte si rinnovano; adunque potremo dire, la terra avere anima vegetativa, e che la sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li ordini delle collegazioni[aggregazioni]de’ sassi, di che si compongono le montagne, il suo tenerumesono li tufi, il suo sangue sono le vene delle acque, il lago del sangue, che sta dintorno al core, è il mare oceano, il suo alitare e ’l crescere e discrescere del sangue per li polsi, e così nella terra è il flusso e riflusso del mare, e ’l caldo dell’anima del mondo è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la residenza dell’anima vegetativa sono li fochi, che per diversi lochi della terra spirano in bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a Mon Gibello di Sicilia e altri lochi assai.

L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione d’esso nome è bene collocata imperò che, sì come l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante. Se l’omo ha in sè ossa, sostenitori e armadura della carne, il mondo ha i sassi sostenitori della terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue, dove cresce e discresce il polmone, nello alitare, il corpo della terra ha il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue dirivan vene, chesi vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca al corpo della terra i nervi, i quali non vi sono, perchè i nervi sono fatti al proposito del movimento, e, il mondo sondo di perpetua stabilità, non v’accade movimento, e, non v’accadendo movimento, i nervi non vi sono necessari. Ma in tutte l’altre cose sono molto simili.

Il corpo della terra, a similitudine dei corpi delli animali, è tessuto di ramificazione di vene, le quali son tutte insieme congiunte, e son costituite a nutrimento e vivificazione d’essa terra e de’ sua creati.

L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue, che tien viva essa montagna, o, forata in essa o per traverso essa vena, la natura, aiutatrice de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento di volere riparare il mancamento del versato umore, quivi con curioso[sollecito]soccorsoabbonda; a similitudine del loco percosso nell’omo, e’ si vede, per lo soccorso fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle, in modo di sgonfiamento, per sopperire al loco infecto[contuso, per la percussione]; similmente la vite, sendo tagliata nell’alta stremità, manda la natura dall’infime radice all’altezza somma del loco tagliato il suo umore, e quello, essendo versato, essa non l’abbandona di vitale umore, insino al fine della sua vita.

L’acqua è proprio quella, che per vitale umore di questa arida terra è dedicata: e quella causa, che la move per le sue ramificate vene, contro al natural corso delle cose gravi, è proprio quella, che move li umori in tutte le spezie de’ corpi animali.

L’acqua, vitale omore della terrestre macchina, mediante il suo natural calore si move.

L’acqua è ’l vetturale della natura.

Li corsi subterranei delle acque, sì come quelli, che son fatti in fra l’aria e la terra, son quelli, che al continuo consumano e profondano li letti delli lor corsi.

La terra, levata dalli fiumi, si scarica nelle ultime parti delli lor corsi, ovvero la terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica nell’ultime bassezze delli lor moti.

Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice del mare, è manifesto prodigio della creazione d’una isola, la qual si scoprirà tanto più tardi o più presto, quanto la quantità dell’acqua, che surge, sarà di minore o maggior quantità.

E questa tale isola si genera dalla quantità della terra o consumazion de’ sassi, che fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi, dond’ella discorre.

Come le rive del mare al continuo acquistano terreno inverso il mezzo del mare.

Come li scogli o promontori de’ mari al continuo ruinano, e si consumano.

Come i mediterranei scopriranno i lorfondi all’aria, e sol riserberanno il canale al maggior fiume, che dentro vi metta, il quale correrà all’Oceano, e ivi verserà le sue acque, insieme con quelle di tutti i fiumi, che con esso s’accompagnano.

In fra le potenti cagioni de’ terrestri danni a me pare, che i fiumi, colle ruinose innondazioni, tengano il principato; e non è il foco, come alcuni han voluto, imperocchè il foco termina sua voragine, dove manca il nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è mantenuto dalle inclinate valli, ancora lui termina e more insieme coll’ultima bassezza della valle; ma il foco è causato dal nutrimento e ’l moto dell’acqua dalla bassezza. Il nutrimento del foco è disunito, e disunito e separato fia il danno, e il foco more, dove manca il nutrimento. La declinazione delle valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso corso del fiume, finchè, in compagnia delle sue valli, finirà nel mare, universale bassezza e unico riposo delle peregrinanti acque dei fiumi.

Ma con quale lingua o con quale vocaboli potrò io esprimere e dire le nefande ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabilirapacità, fatte da’ diluvî de’ superbi fiumi? Come potrò io dire? — Certo io non mi sento bastevole a tanta dimostrazione; ma pure con quell’aiuto, che mi dà la sperienza, m’ingegnerò riferire il modo del dannificare, contro ai quali diripanti fiumi non vale alcuno umano riparo.

O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e varî casi sono seguìti, dopochè la maravigliosa forma di questo pesce qui morì per le cavernose o ritorte interiora[Sott.: del monte].... Ora, disfatto dal tempo, paziente giaci in questo chiuso loco; colle spolpate e ignude ossa hai fatto armadura e sostegno al soprapposto monte!

Perchè molto son più antiche le cose che le lettere, non è maraviglia se alli nostri giorni non apparisce scrittura delli predetti mari essere occupatori di tanti paesi; e se pure alcuna scrittura apparìa le guerre, l’incendi, li diluvi dell’acque, le mutazioni dellelingue e delle leggi hanno consumato ogni antichità: ma a noi bastano le testimonianze delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi nelli alti monti, lontani dalli mari d’allora.

Se tu dirai che li nicchi, che per li confini d’Italia lontano dalli mari, in tanta altezza si veggono alli nostri tempi, siano stati per causa del Diluvio, che lì li lasciò; io ti rispondo che, credendo tu che tal Diluvio superasse il più alto monte 7 cubiti, — come scrisse chi li misurò, — tali nicchi, che sempre stanno vicini ai liti del mare, e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non sì poco sopra le radici de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli[a strati, a strati].

E se tu dirai, che, essendo tali nicchi vaghi di stare vicini alli liti marini, e che, crescendo in tanta altezza, che li nicchi si partirono da esso lor primo sito, e seguitarono l’accrescimento delle acque insino alla lor somma altezza; qui si risponde che, sendo il nicchio animale di non più veloce moto che si sia la lumaca, fori dell’acqua, — e qualchecosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un solco ove s’appoggia, — camminerà il dì dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo, con tale moto, non sarà camminato dal mare Adriano insino in Monferrato di Lombardia, chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come disse chi tenne conto d’esso tempo.

E se tu dici che l’onde ve li portarono, essi per la lor grossezza, non si reggono, se non sopra il suo fondo; e se questo non mi concedi, confessami almeno ch’elli aveano a rimanere nelle cime de’ più alti monti e ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come lago di Lario o di Como e ’l Maggiore e di Fiesole e di Perugia e simili.

E se tu dirai che li nicchi son portati dall’onde, essendo voti e morti, io dico che, dove andavano li morti, poco si rimovevano da’ vivi, e in queste montagne sono trovati tutti i vivi, che si cognoscono, che sono colli gusci appaiati, e sono in un filo dove non è nessun de’ morti, e poco più alto è trovato, dove eran gettati dall’onde tutti li morti colle loro scorze separate, appresso a dove li fiumi cascavano in mare in gran profondità. E se li nicchi fussero stati portati dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti separatamente l’un dall’altro, infra ’l fangoe non con ordinati gradi a suoli, come alli nostri tempi si vede.

A costor si risponderà che s’è tale influenza[influsso degli astri, atto a crear animali fossili]d’animali, non potrebbero accadere in una sola linea se non animali di medesima sorte e età, e non il vecchio col giovane, e non alcun col coperchio e l’altro essere sanza sua copritura, e non l’uno esser rotto e l’altro intero, e non l’uno ripieno di rena marina, e rottame minuto e grosso d’altri nicchi dentro alli nicchi interi, che lì son rimasti aperti, e non le bocche de’ granchi sanza il rimanente del suo tutto, e non li nicchi d’altre specie appiccati con loro in forma d’animale, che sopra di quelli si movesse, perchè ancora resta il vestigio del suo andamento sopra la scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il legname andò consumando; non si troverebbero infra loro ossa e denti di pesce, liquali alcuni dimandano saette e altri lingue di serpenti, e non si troverebbero tanti membri di diversi animali insieme uniti, se lì da’ liti marini gittati non fussino.

E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè le cose gravi più dell’acqua, non stanno a galla sopra l’acqua, e le cose predette non sarìano in tanta altezza, se già a nuoto ivi sopra dell’acque portate non furono, la qual cosa è impossibile per la lor gravezza.

Dove le vallate non ricevono le acque salse del mare, quivi i nicchi mai non si vedono, come manifesto si vede nella gran valle d’Arno di sopra alla Gonfolina, sasso per antico unito con Monte Albano in forma d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato tal fiume in modo che, prima che versasse nel mare, il quale era dopo ai piedi di tal sasso, componea due grandi laghi, de’ quali il primo è, dove oggi si vede fiorire la città di Fiorenze insieme con Prato e Pistoia, e Monte Albano seguiva il resto dell’argine insin dove oggi è posto Serravalle. Dal Val d’Arno di sopra insino Arezzo si creava un secondo lago, il quale nell’antidetto lago versava le sue acque, chiuso circa dove oggi si vede Girone, e occupava tutta la detta valle di sopra perispazio di quaranta miglia di lunghezza. Questa valle riceve sopra il suo fondo tutta la terra portata dall’acqua da quella intorbidata, la quale ancora si vede a’ piedi di Prato Magno restare altissima, dove li fiumi non l’hanno consumata, e infra essa terra si vedono le profonde segature de’ fiumi, che quivi son passati, li quali discendono dal gran monte di Prato Magno, nelle quali segature non si vede vestigio alcuno di nicchi o di terra marina. Questo lago si congiugnea col lago di Perugia.

Gran somma di nicchi si vede, dove li fiumi versano in mare, benchè in tali siti l’acque non sono tanto salse per la mistion dell’acque dolci, che con quelle s’uniscono. E ’l segno di ciò si vede dove per antico li Monti Appennini versavano li lor fiumi nel mare Adriano, li quali in gran parte mostrano infra li monti gran somma di nicchi, insieme coll’azzurrigno terreno di mare, e tutti li sassi, che di tal loco si cavano, son pieni di nicchi.

Il medesimo si conosce avere fatto Arno, quando cadea dal sasso della Gonfolina nel mare, che dopo quella non troppo basso si trovava, perchè a quelli tempi superava l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchènelle somme altezze di quello si vedono le ripe piene di nicchi e ostriche dentro alle sue mura; non si distesero li nicchi inverso Val di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno in là non si astendeano.

Come li nicchi non si partirono dal mare per Diluvio, perchè l’acque, che diverso la terra venivano, ancora che essi tirassino il mare inverso la terra, esse eran quelle, che percuoteano il suo fondo, perchè l’acqua, che viene di verso la terra, ha più corso che quella del mare, e per conseguenza è più potente, entra sotto l’altra acqua del mare, e rimove il fondo, e accompagna con seco tutte le cose mobili, che in quella trova, come son i predetti nicchi e altre simili cose, e quanto l’acqua, che vien di terra, è più torbida che quella del mare, tanto più si fa potente e grave che quella.

Adunque io non ci vedo modo di tirare i predetti nicchi tanto infra terra, se quivi nati non fussino!

Se tu mi dicessi il fiume Era[Loira], che passa per la Francia, nell’accrescimento del mare[nel flusso o alta marea], si copre più di ottanta miglia di paese, perchè è loco di gran pianura, e ’l mares’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono a trovare in tal pianura, discosta dal mare esse ottanta miglia; qui si risponde che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei mari non fanno tanta varietà, perchè in Genovese non varia nulla, a Venezia poco, in Africa poco, e dove poco varia poco occupa di paese.

Dico, che il Diluvio non potè portare le cose nate dal mare alli monti, se già il mare gonfiando non creasse innondazione insino alli lochi sopradetti, la qual gonfiazione accadere non può, perchè si darebbe vacuo.

E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi abbiamo concluso il grave non si sostenere sopra il lieve, onde per necessità si conclude, esso diluvio essere causato dall’acque piovane; e, se così è, tutte esse acque corrono al mare, e non corre il mare alle montagne; e se elle corrono al mare esse spingono li nicchi dal lito del mare, e non li tirano a sè.

E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per l’acque piovane, portò essi nicchi a tale altezza; — già abbiamo detto, che le cose più gravi dell’acqua non notan sopra di lei, ma stanno ne’ fondi, dalli quali non si rimovono, se non per causa di percussion d’onda.

E se tu dirai, che l’onde le portassino in tali lochi alti, noi abbiamo provato, che l’onde nella gran profondità tornano in contrario, nel fondo, al moto di sopra, la qual cosa si manifesta per lo intorbidare del mare dal terreno tolto vicino alli liti.

Muovesi la cosa più lieve che l’acqua insieme colla sua onda, ed è lasciata nel più alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi la cosa più grave che l’acqua sospinta dalla sua onda nella superfizie ed al fondo suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi sua saran provati a pieno, noi concludiamo, che l’onda superfiziale non può portare nicchi, per essere più grevi che l’acqua.

Quando il diluvio avesse avuto a portare li nicchi trecento e quattrocento miglia distanti dalli mari, esso li avrebbe portati misti con diverse nature, insieme ammontati: e noi vediamo in tal distanza l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e li pesci calamai, e tutti li altri nicchi, chestanno insieme a congregazione, essere trovati tutti insieme morti; e li nicchi solitari trovarsi distanti l’uno dall’altro, come nei liti marittimi tutto il giorno vediamo!

E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate grandissime, infra le quali assai vedi quelle, che hanno ancora il coperchio congiunto, a significare che qui furono lasciate dal mare che ancor viveano, quando fu tagliato lo stretto di Gibilterra.

Vedesi in nelle montagne di Parma e Piacenza le moltitudini di nicchi e coralli intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei quali, quand’io facevo il gran cavallo di Milano[la statua equestre a Francesco Sforza], me ne fu portato un gran sacco nella mia fabbrica da certi villani, che in tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era assai delli conservati nella prima bontà....

Trovansi sotto terra e sotto li profondi cavamenti de’ lastroni[le profonde cave di macigno], li legnami delle travi lavorati, fatti già neri, li quali furon trovati a mio tempo in quel di Castel Fiorentino, e questi, in tal loco profondo, v’erano prima che la litta[fango di fiume], gittata dall’Arno nel mare, che quivi copriva, fusse abbandonatain tant’altezza, e che le pianure del Casentino fussin tanto abbassate dal terren, che hanno al continuo di lì sgomberato.

E se tu dicessi tali nicchi essere creati e creano a continuo in simili lochi per la natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce; questa tale opinione non sta in cervelli di troppo discorso, perchè quivi s’enumeran li anni del loro accrescimento sulla loro scorza, e se ne vedono piccoli e grandi, i quali sanza cibo non crescerebbero, e non si cibarebbero sanza moto, e quivi movere non si poteano.

Come nelle falde, infra l’una e l’altra, si trovano ancora li andamenti delli lombrichi, che camminavano infra esse, quando non erano ancora asciutte.

Come tutti li fanghi marini ritengono ancora de’ nicchi, ed è petrificato il nicchio insieme col fango.

Della stoltizia e semplicità di quelli, che vogliono che tali animali fussino, alli lochi distanti dai mari, portati dal Diluvio.

Come altra setta d’ignoranti affermanola natura o i cieli averli in tali lochi creati per influssi celesti, come in quelli non si trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza di tempo, come nelle scorze de’ nicchi e lumache non si potesse annumerare li anni o i mesi della lor vita, come[allo stesso modo che]nelle corna de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione delle piante, che non furono mai tagliate in alcuna parte!

E avendo con tali segni dimostrato la lunghezza della lor vita essere manifesta, ecco bisogna confessare, che tali animali non vivino sanza moto, per cercare il loro cibo, e in loro non si vede strumenti da penetrare la terra e ’l sasso, ove si trovano rinchiusi.

Ma in che modo si potrebbe trovare in una gran lumaca i rottami e parte di molt’altre sorte di nicchi di varia natura, se ad essa, sopra de’ liti marini già morta, non li fussino state gettate dalle onde del mare, come dell’altre cose lievi, che esso getta a terra?

Perchè si trova tanti rottami e nicchi interi fra falda e falda di pietra, se già quella sopra del lido non fusse stata ricopertada una terra rigettata dal mare, la qual poi si venne petrificando?

E se ’l diluvio predetto li avesse in tali siti dal mare portato, tu troveresti essi nicchi in sul termine d’una sola falda e non al termine di molte.

Devonsi poi annumerare le annate delli anni, che ’l mare multiplicava le falde dell’arena e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e ch’elli scaricava in sui liti sua; e se tu volessi dire, che più diluvi fussino stati a produrre tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe, che ancora tu affermassi ogni anno essere un tal diluvio accaduto.

E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu quello, che portò tali nicchi fuor de’ mari centinaia di miglia, questo non può accadere, essendo stato esso diluvio per causa di pioggie: — perchè naturalmente le pioggie spingono i fiumi, insieme colle cose da loro portate, inverso il mare, e non tirano inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti marittimi.

E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò colle sue acque sopra de’ monti, il moto del mare fu sì tardo, col cammino suo contro al corso de’ fiumi, che non avrebbe sopra di sè tenute a noto le cose più gravi di lui, e,se pur l’avesse sostenute, esso nel calare l’avrebbe lasciate in diversi lochi seminate.

Ma come accomoderemo noi li coralli, li quali inverso Monteferrato in Lombardia essersi tutto dì trovati intarlati[corrosi dal tempo e dalle varie vicende], appiccati alli scogli, scoperti dalla corrente de’ fiumi?

E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi e famiglie d’ostriche, le quali noi sappiamo che non si movono, ma stan sempre appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro aprono per cibarsi d’animaluzzi, che notan per l’acque, li quali, credendo trovar bona pastura, diventano cibo del predetto nicchio.

Non si trova l’arena mista coll’aliga marina[l’alga marina]essersi petrificata, poichè l’aliga, che la tramezzava, venne meno. E di questa scopre tutto il giorno il Po nelle mine delle sue ripe.

E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti dalla natura in essi monti mediante le costellazioni, per qual via mostrerai tal costellazione fare li nicchi di varie grandezze e di diverse età e di varie spezie ’n un medesimo sito?

E come mi mostrerai la ghiara congelata a gradi[stratificata e cementata in roccie]in diverse altezze delli monti, perchè quivi è di diverse ragioni, ghiare portate di diversi paesi dal corso de’ fiumi in tal sito; e la ghiara non è altro che pezzi di pietra, che han persi li angoli per la lunga rivoluzione e le diverse percussioni e cadute, ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque, che in tal loco le condusse?

Come proverai il grandissimo numero di varie spezie di foglie congelate[fossilizzate e improntate]nelli alti sassi di tal monte, e l’aliga, erba di mare, stante a diacere mista con nicchi e rena? E così vedrai ogni cosa petrificata insieme con granchi marini, rotti in pezzi, separati e tramezzati da essi nicchi.

Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che la terra per sdegno s’attuffasse sotto il mare a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece il secondo!

LXXXVI. — DUBITAZIONE.

Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l diluvio venuto al tempo di Noè fu universaleo no, e qui parrà di no per le ragioni, che si assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam che il predetto diluvio fu composto di 40 dì e 40 nocte di continua e universa pioggia, e che tal pioggia alzò di sei gomiti sopra al più alto monte dell’universo; e se così fu, che la pioggia fussi universale, ella vestì di sè la nostra terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte egualmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell’acqua trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che l’acqua sopra di lei si mova, perche l’acqua in sè non si move, s’ella non discende; adunque l’acqua di tanto diluvio come si partì, se qui è provato non aver moto? E s’ella si partì, come si mosse, se ella non andava allo in su? E qui mancano le ragioni naturali, onde bisogna per soccorso di tal dubitazione, chiamare il miracolo per aiuto, o dire che tale acqua fu vaporata dal calor del sole.

LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE DELLA VITA NEL MONDO.[139]

Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso infra li cresciuti argini de’ fiumi, e si vede il mare infra la cresciuta terra; e la circundatricearia, avendo a fasciare e circonscrivere la mollificata macchina della terra[il corpo sferico della Terra, rammollito per le assorbite acque], la sua grossezza, che stava fra l’acqua e lo elemento del foco, rimarrà molto ristretta e privata della bisognosa acqua. I fiumi rimarranno senza le loro acque, la fertile terra non manderà più leggere fronde, non fieno più i campi adornati dalle ricascanti piante; tutti li animali non trovando da pascere le fresche erbe, morranno; e mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e altri animali, che vivono di ratto; e agli omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare la loro vita, e mancherà la generazione umana.

A questo modo la fertile e fruttuosa terra, abbandonata, rimarrà arida e sterile; e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa nel suo ventre) e per la vivace natura, osserverà alquanto dello suo accrescimento[continuerà a produrre vita e forme], tanto che, passata la fredda e sottile aria, sia costretta a terminare collo elemento del foco: allora la sua superfice rimarrà in riarsa cenere, e questo fia il termine della terrestre natura.


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