I.Il signor Riccardo Celesti di professione innamorato

FRUTTI PROIBITII.Il signor Riccardo Celesti di professione innamorato

FRUTTI PROIBITI

Si chiama Riccardo, come parecchi eroi da poema epico e da romanzo sentimentale, e molte signore maritate autorevolissime dicono che il suo aspetto conviene mirabilmente al suo nome stante che, salvo il nodo della cravatta e qualche altro accessorio indispensabile all'abbigliamento delle moderne divinità, egli rammenta in tutto l'Apollo del Belvedere.

La sua statura è alta senza essere lunga, il suo corpo snello e dritto senza essere smilzo, il viso pallido, ma non scolorito; aggiungete duegrandi occhi neri tagliati a mandorla, una selva di capelli neri tagliati alla Nazzarena, i calzoni e il panciotto tagliati all'ultima moda, e avrete ilfascino, il suo fascino, quello che lo rende irresistibile.

Pur qualche cosa non corrisponde al classicismo del rimanente; per esempio, il naso pochissimo greco e molto gallico, vale a dire rivolto all'insù, come per mettersi in salvo dalla bocca che lo minaccia; ma questi difetti sono meravigliosamente corretti da due baffi a punta che basterebbero essi soli da assicurare il trionfo d'un angolo facciale.

Lo splendido edifizio ha poi una fortuna corrispondente ai suoi meriti, quella d'essere il domicilio legale d'una grand'anima. Dicolegaleper amor di precisione, perchè si sa che le grandi anime hanno il vero domicilio nel cielo: il nostro Riccardo ha infatti i suoi momenti di negro umore, nei quali sembra indovinare indistintamente la propria natura celestiale, e considerare in buona fede le sue forme apollinee come il carcere duro d'uno spirito eletto.

Si sa: sono nature esuberanti, le quali sentono in un modo ignoto al volgare il tristissimo peso della vita, e formano la schiera compassionevole che passa incompresa in mezzo alla turba massiccia. La loro missione in terra (questo è notorio) è l'amore, spasimo e dolcezza a un tempo, fantasma che insegue lo spirito inesperto della vergine, fiamma che di preferenza si apprende pietosamente ai cuori profanati dall'ebetismo maritale, per purificarli.

Werther e Jacopo Ortis sono di questa famiglia; Don Giovanni, Faublas e Richelieu essi pure; ma la natura — benefica — non si arresta alle due forme tipiche; più generosa dei poeti e dei romanzieri, tra il sentimentalismo puro e il cinismo puro ha posto saggiamente un ampio intervallo destinato all'eccletticismo puro. Così avviene che Riccardo è un po' meno Jacopo Ortis di Werther e un po' meno Don Giovanni di Richelieu; e questa indipendenza tipica è tutta a profitto del suo nobile cuore e della sua grand'anima; però che (non si scoraggino gli adolescenti ben pasciuti e timidi) qualche volta è lecito avere un cuore nobile e un'anima grande anche senza essere Werther e Don Giovanni, purchè si abbiano venticinque primavere e gli occhi tagliati a mandorla.

A chi immagina che una creatura così fatta, non potendo avere le nuvole per abitazione e due alucce di farfalla appiccicate sotto le scapole, debba almeno alloggiare in una specie di paradiso terrestre, tutto pispiglio di canarini e profumo di fiori, mi duole di far sapere che la stanza da letto, lo studio e il salotto del nostro Riccardo, sono addobbati col gusto d'un epicureismo solido, e che puzzano di tabacco in modo che i canarini vi buscherebbero l'asma e i fiori vi morrebbero di asfissia.

L'assenza del regno vegetale e dell'ornitologia nelle stanze dell'eroe di questo racconto è per altro abbondantemente compensata dalle belle arti, che vi sono rappresentate da una comitivadi Veneri fotografiche, litografiche e oleografiche, di tutte le scuole e di tutti i tempi, le quali sfoggiano la loro nudità dietro le nebbie del sigaro.

Non sono che le dieci del mattino, e parrebbe un'ora inconveniente per penetrare la prima volta nelle stanze d'un galantuomo, se non ci proponessimo di fare ampia conoscenza coll'inquilino e di usare presto con lui della massima familiarità.

Il primo sguardo buttato su quel disordine che si è convenuto di dire artistico, e la cui ricetta consiste press'a poco nel far sedere le ciabatte in poltrona, nel mettere a letto il paracqua e nel collocare una spazzola fra i volumi della libreria, il primo sguardo, diciamo, apprende una cosa importantissima a sapersi, ed è che il signor Riccardo, dottore in ambe leggi, di professione sentimentalista, ha i migliori requisiti per serbare intatta la dignità del sentimentalismo, vale a dire i mezzi e l'abilità di non far nulla.

Immagino che a nissuno premerà di sapere appuntino quanto rendano in lire e in centesimi le prosaiche risaie lasciate al nostro eroe dal babbo e dallo zio, dei quali fu l'unico erede; certo egli stesso non lo sa bene, perchè non l'ha mai chiesto al suo fattore, ed abbandona volentieri tal briga ai fornitori ed alle fornitrici che vi sono in particolar modo interessati.

Il secondo sguardo ci mostra il sacerdote di questa specie di tabernacolo, in piedi dinanzi auna scrivania, col volto filosoficamente allungato, con le labbra contratte da un sorriso che pare figlio illegittimo di una medicina amara, con la chioma arruffata e gli occhi così illanguiditi da far temere che la Venere di Tiziano, la quale lo guarda dì nascosto, si tolga alla sua indolente positura e scavalchi la cornice per gettarglisi nelle braccia.

Vedi sulla scrivania a cui Riccardo appoggia le mani un fascio enorme di lettere, un mucchietto di mazzolini di fiori disseccati, un libro sdrucito, legato in croce da un nastro di seta azzurra; sopra una seggiola un cofanetto di legno di rosa a varii scompartimenti, in ognuno dei quali si trovano altri mazzolini, altri nastri e altre lettere. Una lettera giace pure aperta sul suolo, e Riccardo vi butta sopra un'occhiata ogni tanto, accompagnando quella mimica espressiva con un sospiro, che è la quintessenza del sentimento.

Prima di proseguire oltre, un lettore più curioso degli altri vuol sapere il contenuto di quella epistola.

Ai suoi comandi, signor lettore.


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