LXIII.Camilla a Riccardo.

LXIII.Camilla a Riccardo.

«Perchè mi parli così? perchè non risparmi l'umiliazione ad un'anima straziata dal rimorso? Non v'ha dunque più dubbio! Per te pure sono una donna colpevole!

«Lo so; non è in mio potere di mutare le conseguenze d'un fallo; ma questo linguaggio che vorrebbe dirmi l'amore e non mi dice invece che la vergogna, tu, no, non dovevi aggiungerlo alle mie torture.

«Penso al mio passato, all'enormità del mio fallo, e mi domando che mi rimane nella vita.

«Che sarà di me? Dove troverò io la forza di sollevare lo sguardo sulla fronte limpida ed aperta di mio marito? E potrò nascondergli la mia colpa?

«Ho un presentimento triste; mi pare che una voce segreta mi parli dal fondo del cuore, e che una grande sventura sia sospesa sul mio capo. Cerco un conforto nel cielo; ma il cielo distoglie gli occhi dalle creature che mi assomigliano...

«I miei occhi non hanno più lagrime; tutti i miei affetti sono inariditi; tutti i nodi che mi legavano alla famiglia sono spezzati. Perfino Bice, la mia piccola Bice, candida e buona, mi ìmpaurisce come un'accusa vivente.

«Il tuo amore che mi ha fatto intorno questa solitudine orrenda, ora mi è necessario per popolarla.

«Interroga il tuo cuore, Riccardo; e dimmi, dimmi, mi amerai tu tanto da pagare le mie sciagure?»


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