LXIX.Ancora un soliloquio.
Riccardo lottava, non più come uomo che si travaglia in un tormentoso dilemma, ma a guisa d'uno sciagurato che si ribelli al giogo che gli si vuole imporre. Da ciò un impeto ed un ardore, che gli provenivano dalla coscienza di voler legittimamente resistere ad una tirannia.
Il tiranno era naturalmente fratel Biagio con le sue pazze idee da moribondo, inspirate senza alcun dubbio dalla cancrena.
— Se pure, — aggiungeva Riccardo, rincarendo la dose, — se pure non era già il delirio, annunziato per il giorno successivo. Oibò, io sto saldo come una piramide; se mi hanno a pigliare nelle reti ci ho a essere anch'io. —
E pure tentennava. Un altro pensiero venne a gettare nuovo scompiglio nella sua testa. Fratel Biagio era morto sereno, benedicendo ad un'unione che gli faceva parer bella la morte, fiducioso nella virtù di Camilla, nella fedeltà dell'amicizia, lontanissimo dal pensare al tradimento... Invece!.... non vi è dubbio che se la sorte lo aveva tenuto in vita qualche giorno di più, ed aveva permesso il delitto, era stato perchè questa considerazione dovesse più tardi pesare sulla bilancia!...
In tale vicenda bizzarra di riluttanze, di dubbî, e di propositi generosi, Riccardo trascorse le prime giornate che seguirono la luttuosa novella, senza recarsi innanzi a Camilla. E come avrebbe osato? come avrebbe potuto dissimulare il proprio affanno al cospetto di quella dolente?
Di quella dolente!... Curioso a dirsi: al pensiero che Camilla avrebbe vestito il bruno, e lagrimato la memoria di suo marito, egli si sentiva mordere il seno da un dispetto, che assomigliava alla gelosia.