XI.La domanda di matrimonio.

XI.La domanda di matrimonio.

Fratel Biagio, entrando nella camera, salutò Riccardo con un inchino, poi si volse indietro con un moto rapido e mise il capo fuori dell'uscio come se si stupisse d'essere entrato solo: Riccardo aveva posto un bellissimo sorriso sulle labbra ed aspettava di piè fermo l'urto formidabile; ma pare che l'altro non fosse ben preparato allo scontro, perchè dopo alcuni secondi di titubanza, consacrati evidentemente alla scelta di quattro buoni vocaboli ospitali, si determinò a fare un secondo inchino silenzioso e profondo quanto il primo. Riccardo, che non domandava di meglio, fece altrettanto e più, senza lesinerie, poi continuò il sorriso incominciato.

Non vi è ombra di dubbio che, se la cosa fosse stata decentemente possibile, tanto fratel Biagio quanto Riccardo si sarebbero posti in salvo colla fuga; ma poi che bisognava ad ogni costo rimanere uno in faccia all'altro, il miglior partito era di rompere al più presto il fascino e di correre diritto all'argomento. È appunto ciò che pensava fratel Biagio, nè più nè meno di quelche pensava Riccardo. Se non che costui, aspettando legittimamente le parole sacramentali: «a che devo l'onore della vostra visita?» ruminava fra sè e sè un discorsetto che avrebbe dovuto dare al futuro cognato un'idea molto lusinghiera della propria disinvoltura; e il futuro cognato, che su per le scale aveva giurato dieci volte di non scostarsi d'una sillaba dalla formula suddetta, si era lasciato pigliare dallo scrupolo di porre tutto l'imbarazzo dalla parte del povero innamorato.

Non ostante la rinunzia al suo privilegio, la posizione del signor van Leven era venti volte meno ingrata di quella di Riccardo, e nel brevissimo intervallo di silenzio si presentò alla sua mente una folla di maniere ingegnosissime per attaccare il filo della conversazione. E se a scegliere di mezzo alla folla non occorresse un lavorìo di mente piuttosto complicato, il sorriso di Riccardo non avrebbe avuto tempo di morire di vecchiaia, prima che l'onesto olandese si afferrasse al cordone del campanello come alla sua tavola di salvezza.

Non era vero che fosse notte fitta e che si avesse lasciato Riccardo all'oscuro, come notò fratel Biagio prima di ordinare i lumi al servitore, ma si poteva pur concedere qualche cosa ad un uomo nell'imbarazzo; Riccardo se ne guardò bene, e protestò anzi in forma cortese che ci si vedeva benissimo.

Il più era fatto; dopo questo primo passo, entrambi si trovarono rinfrancati e fecero un'ispirazionelarga e lenta per ristabilire l'equilibrio tra la circolazione e la respirazione, ciò che la fisiologia, a dispetto del sentimento, ha battezzato «sospiro.»

La penombra rendeva meno difficile il primo incontro; di tal guisa Biagio e Riccardo ricambiarono il primo fuoco con certa cortesia piena di dignità, come diplomatici consumati.

— Le domando mille scuse....

— Si figuri!

— A momenti porteranno i lumi... Si accomodi.

— Si sta benissimo anche così.

— La sua visita.... —

Qui fratel Biagio capì che stava dicendo una corbelleria, e tacque. L'altro si credè interrogato sullo scopo della sua venuta, e incominciò il suo discorsetto con una frase ingarbugliata, da cui nissuno saprà mai come se la sarebbe cavata, se in quel momento il servitore, spalancando la portiera, non fosse rientrato con un candelabro acceso.

Ecco in buon'ora un'ottima occasione perchè Riccardo ammutolisse d'un tratto e il signor van Leven cacciasse le mani nelle tasche del panciotto! Rimasero così un brevissimo istante, religiosamente immobili; quando furono un'altra volta soli, si guardarono nel bianco degli occhi e vi lessero un irresistibile bisogno di sorridersi a vicenda, il che fu fatto scrupolosamente. Poi, siccome Riccardo non parlava più, fratel Biagio credè d'incoraggiarlo e di rimetterlo in cammino con una formula ipotetica, che non sbaglia mai.

— Lei mi diceva dunque?...

Riccardo non aveva detto niente di così importante che meritasse d'essere continuato, nondimeno egli prese il suo coraggio a due mani e ricominciò in questi termini:

— Lei troverà naturale che prima di tutto le dica con chi parla. —

Il signor van Leven lo sapeva benissimo, ma trovava naturale che s'incominciasse di lì; tale era il significato d'un terzo sorriso malizioso, che comparve sulla sua faccia bonaria.

— Mi chiamo Riccardo Celesti.

— Ho piacere... —

Bisogna credergli, ci aveva proprio piacere, ma non sapeva nemmeno lui perchè; e per questo s'interruppe e fece un inchino.

— Sono figlio a Celestino Celesti, commerciante di seta, di cui lei avrà forse inteso parlare.

— Senza dubbio; credo anzi d'essere in rapporto di affari...

— Mio padre è morto da dieci anni.

— Allora sarà la ditta Celesti...

— In fatti la ditta Celesti continuò i suoi negozi sotto la direzione di mio zio, un altro Celesti...

— Volevo ben dire!...

— Il quale però morì cinque anni dopo, e la casa di commercio si estinse con lui. Rimasi unico erede d'un patrimonio, che mi permette una modesta agiatezza; non saprei dirle quanto.. ma il mio fattore che ha le noie dell'amministrazionelo sa, io ho vissuto dandomi un po' di spasso...

— È la sua stagione; lei ha fatto benissimo; anch'io... —

Voleva dire che aveva fatto altrettanto, ma non era vero, e si corresse.

— Anch'io ho le mie passioni e i miei spassi; passioni tranquille, spassi innocenti.... i miei fiori....

— Vossignoria ama i fiori?

— Sono olandese e gli idolatro. Vedrà il mio giardino, e la mia serra che ho arricchita or ora di magnifici caladii. Più d'un dilettante di Aja ne avrebbe invidia... Ma io l'ho interrotto mentre lei diceva... che cosa diceva?

— Dicevo.... già.... dicevo che ho vissuto dandomi spasso; sono solo, non dipendo da alcuno e posso disporre di me liberamente. —

Qui la lingua di Riccardo trovò un intoppo insuperabile, e non ci fu verso che potesse andare innanzi. Fratel Biagio faceva alla muta quanto è umanamente possibile per cavare il suo prossimo da un imbarazzo. L'espressione compassionevole del suo volto, le buone intenzioni del suo sorriso, la benignità del suo sguardo non si possono descrivere; quando l'intervento della parola fu proprio indispensabile, arrischiò un'allusione all'età del suo interlocutore.

Risposta: — Venticinque anni sonati... le paiono pochi?

— Il cielo me ne scampi, potrei dire che i miei trent'otto anni incominciano a esser troppi,ma non che i suoi venticinque mi paiono pochi. Il vecchio rosaio del mio giardino si muore di invidia per la vicinanza dei giovani piantoni più robusti e più fecondi di lui.

— Non potrà mai dire così delle quercie; esse c'insegnano l'orgoglio degli anni.

— È un complimento... ma è vero, non ci è che dire... Ma io lo faccio sempre divagare nella botanica, che a lei non preme nè punto nè poco, mentre avrà premura di...

— Si figuri! — interruppe Riccardo, il quale alla crescente disinvoltura di fratel Biagio non poteva contrapporre altro che un imbarazzo crescente, e non si sentiva gran premura di... di che cosa? Terribile pensiero! — si figuri! amo anch'io i fiori; sono un botanico scellerato, ma non è colpa delle intenzioni che ho sempre avute eccellenti.

— Davvero! — esclamò il signor van Leven con la più piacevole meraviglia, che abbia mai rischiarato il volto d'un mortale; — davvero! lei ama i fiori... In tal caso siamo colleghi; lei e io, cioè voi e io andremo d'accordo perfettamente. Vi siete mai occupato d'innesti e di talee?

— Di innesti veramente no... e di talee neppure, non ci ho la mano felice...

— Ve la farete. Schiettamente quando si diventa mariti, se per poco si ha la disgrazia di non poter diventare padri, non v'ha che una cosa che supplisca in qualche modo a quel difetto, ed è un innesto ben riuscito. —

E qui accorgendosi che le sue parole si prestavano a farci una risatina maliziosa, la fece per iscarico di coscienza. Anche Riccardo rise, esclamando:

— Non l'avrei mai creduto.

— È così come ve la dico, — soggiunse Biagio rifacendosi più grave di prima per ragioni di equilibrio morale. — Il sentimento della paternità dei fiori è un vero sentimento di paternità... e può far bella la vita. La parte scientifica è incapace di dare le consolazioni che dà la pratica; ciò non toglie che i sistemi tormentosi di Linneo e di Jussieu a suo tempo abbiano fatto un gran bene... alla scienza s'intende, non ai fiori... Li conoscete voi i sistemi di Linneo e di Jussieu?

— Ne ho sentito parlare.

— Siete un uomo prezioso per me, e vi terrò caro.

Fratel Biagio non esagerava la sua soddisfazione e diceva il vero candidamente; egli credeva in buona fede di aver trovato in Riccardo, non già un intenditore di botanica (questo è caso frequente), ma un ignorante appassionato, vale a dire la maggior fortuna che possa toccare a un erudito in genere, e in ispecie a uno che della passione dei fiori si è fatto il sentimento della paternità.

— Avrete naturalmente i primi principî?

— Naturalmente... ho i primi.

— Ma se dico io che siete un uomo prezioso! —

Riccardo s'inchinò con un sorriso che pareva dire: «vostra bontà;» fratel Biagio gli rispose con un altro inchino e con un altro sorriso, a significare: «troppa modestia.»

— Noi Olandesi, — proseguì quest'ultimo con una vena che sarebbe stato difficile arrestare, — noi Olandesi ereditiamo, insieme coi registri del nostro commercio, una collezione di rarità botaniche più o meno copiosa e la manìa di accrescerla. È il nostro lusso; i poveri si accontentano della reseda e del geranio e ne adornano il davanzale delle loro finestre, e i ricchi alloggiano in apposite stufe lemusee icaladii... Se vedeste l'aspetto che offre nei giorni di mercato Aja coi suoi cento canali corsi da mille barche cariche di fiori... Peccato che le mie faccende mi rubino gran parte del tempo che vorrei consacrare a Flora!

— Peccato! — ripetè Riccardo come un'eco.

— Del resto ho anch'io le mie piccole cognizioni e le mie piccole raccolte. A suo tempo vi farò vedere centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte una dall'altra.

— Centoventidue varietà di tulipani!

— Doppi. Centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte l'una dall'altra, — ripetè il signor van Leven; accentando le parole con lieve espressione d'orgoglio; — i semplici che si coltivano passano i seicento.

— Passano i seicento?

— Passano. —

E siccome fratel Biagio tacque all'improvviso,Riccardo, indovinando il significato di quel silenzio, sentì riardere la febbre dell'imbarazzo.

— Dicevate?... interrogò il suo ospite uscendo dalla distrazione, e cambiando tono di voce.

— Dicevo... non dicevo nulla... —

Ma fratel Biagio si era rammentato dello scopo di quel colloquio, e facendo forza a sè medesimo, volle tentare di volgere opportunamente il discorso.

— Voi conoscete la mia passione, passione solitaria che non ho diviso con alcuno e che dividerei volontieri con un amico... —

Riccardo sorrise stupidamente.

— Mia moglie ama molto i fiori, ma solo per farne dei mazzolini; la mia sorellina mi aiuta a ordinare i vasi, a inaffiare... ha anch'essa la sua ajuola... e vi coltiva le verbene e l'elitropio. —

Riccardo era piombato in un silenzio profondo.

Fratel Biagio tacque anch'esso.

— Mi par d'udire un susurro, — disse il signor Celesti, tendendo l'orecchio.

— Un susurro...

— Di fronde... da questa parte... il vostro giardino forse?...

— Ah! sicuro, il mio giardino, i miei tigli...

— Dei tigli...

— Colossali; li ho fatti venire a posta dai mio paese. L'Olanda è ricca di tigli; lungo i suoi canali non si vedono che tigli; sono di qualità migliore dei tigli d'Italia. Hanno le foglie più nere.

— È curioso.

— Già... più nere e più sottili... —

················

Fratel Biagio aveva accompagnato Riccardo fin sulla soglia, e gli aveva stretto con effusione di tenerezza la mano, invitandolo a ritornare.

Rifacendo i suoi passi, pensava con compiacenza alla simpatia irresistibile che lo attirava verso quell'uomo così amante della botanica.

Bice gli venne incontro saltellante, e gli si buttò nelle braccia.

— Ebbene? Ebbene?

— Ebbene che cosa, fanciulla mia?

— Riccardo... il signor Riccardo... ti ha parlato, ti ha detto?..

— Sicuramente... mi ha parlato, mi ha detto...

— Ti ha detto che mi vuol bene?

— Eh!...

— Che vuol sposarmi?...

— In fatti...

— Quale piacere! —

E la vispa fanciulla batteva le mani per la contentezza.

Fratel Biagio se n'andò a passi lenti nelle sue camere, tenendosi il mento con una mano e frugando dell'altra nei capelli, in aria d'un uomo non punto soddisfatto dei fatti suoi.

Un quarto d'ora dopo, per confortarsi, egli pensava alla prossima visita dell'ottimo signor Riccardo Celesti, e si proponeva di pigliarlo in disparte, e di dirgli alla buona, da vecchi amici: «badate che l'altra volta vi siete dimenticatod'una bagattella; il torto è metà mio metà vostro: mettiamoci in regola: domandatemi la mano di Bice e io ve la concedo.»

Egli si proponeva di dirgli così, nè più nè meno.


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