XXVIII.Bice a Riccardo.
«Non vi offenderete di quello che vi scrivo; è un atto che voi aspettate certamente da gran tempo dal mio amor proprio.
«È inutile ingannarci; io ho compreso tutto; la mia stoltezza giovanile, il mio amore non possono farmi cieca più a lungo.
«Ditelo francamente: non mi amate.
«No, non mi amate. Non voglio indagare le cause del mutamento dell'animo vostro, nè se sia proprio un mutamento, mi basta potervi dire con sicurezza: — non mi amate. —
«Avrete compreso che cosa voglia dire per me questa sicurezza, e quale sia la causa che mi induce a scrivervi.
«Ho indovinato il vostro supplizio, — ho letto nel vostro cuore — voglio risparmiarvi una confessione difficile, incoraggiandovi a troncare un vincolo che a quest'ora deve parervi odioso.
«Voglio restituirvi il vostro affetto vagabondo, che s'era arrestato un istante sopra di me; togliervi all'incubo di una promessa che non potete mantenere e sulla quale io ho cessato di contare da un pezzo.
«Ho visto quanto vi sia grave quellaconvenienzache suggerisce le vostre visite, e vi voglio dirvi di risparmiarvi pure, se vi piace, la noia della nostra casa.
«Ho detto tutto a fratel Biagio; qualunque sia per essere la vostra determinazione, egli non se ne avrà a male.
«Non vi accuso di nulla. Lo avete detto:una legge fatale regola i moti del cuore. Ne abbiamo fatto esperienza; meglio oggi che più tardi.»