XXXIII.Camilla a Riccardo.

XXXIII.Camilla a Riccardo.

«Anche questa volta una buona stella mi ha salvato; la lettera l'ho subito rinvenuta nel cassetto. Come vi si trovasse ancora non so, poichè mi pareva d'averle raccolte tutte, ma ad ogni modo l'ho trovata.

«Potete immaginare i timori e le ansie che mi cagionò la terribile notizia. La mia mente corse subito a mio marito; immaginando che egli solo potesse aver sottratto la lettera, ne ricordai gli sguardi, i gesti, le parole, e quasi quasi mi stupii di non aver prima badato al suo contegno iroso. Tanto può l'immaginazione. Ora rido di me stessa.

«Anche ieri mio marito venne a trovarci. Da qualche tempo egli è più mesto del solito; non ve ne dico la ragione, ma voi l'indovinate. Egli ama la sorellina più di sè stesso!...

«Hanno passeggiato insieme un pezzo.... Che cosa dicevano? Avrei ben voluto cacciarmi in mezzo a loro, e non mi avrebbe trattenuto, no,il timore di riescire importuna, ma mi trattennero invece la vergogna e il rimorso.

«Io non posso più guardare in faccia a Bice senza che una voce inesorabile si levi nel mio petto ad accusarmi d'aver sfrondato la corona d'illusioni di quella testa innocente; non so più levare lo sguardo sopra mio marito, senza pensare al segreto che mi tortura. Sento che vi è qualche cosa che mi allontana da queste creature affettuose e nobili, qualche cosa che la mia ragione non riesce a debellare, che mi accusa, che mi rimpicciolisce. Oh! un tempo io non era così! E un tempo anche la nostra casa era più lieta!

«Non voglio farvi rimprovero; non ne ho il diritto, non lo vorrei avere. Forse io stessa ho una parte di colpa, forse sarà, come dite voi, destino. E sia. Al tempo lo scioglimento del nodo; dove si prepara la giustizia, si prepara forse il pentimento, il vano e tardo pentimento. — »

«PS.Ho seguito il vostro consiglio; ho abbruciato le lettere.»


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