CIECO CONTRO CIECOL'Inghilterra è pronta a sollevarsi ancora una volta alla voce del suo più grande filosofo, Herbert Spencer, morto quasi fra la pubblica indifferenza.Egli riappare intero, vivo e vibrante, in una autobiografia, possentemente intravata come il suo sistema, al tempo stesso cornice e ritratto, colla minuta esattezza nei fatti e la più scrupolosa verità nel racconto. Ma questa autobiografia, da lui medesimo chiamata storia naturale di un filosofo, non sarà che la storia del suo pensiero e del suo lavoro, perchè Spencer pensò e lavorò soltanto, spettatore della vita, alla quale in cinquant'anni chiese ostinatamente il segreto per confessare, vecchio e morente, nelle ultime pagine dell'ultimo libro, che il fanciullo eterno si risveglia sempre nell'uomo e che l'uomo non può rispondere alle domande del fanciullo. È dunque questi che ha ragione? Il filosofo non risponde se non rimpiangendo le credenze religiose degli ignari, piccolo, aereo ponte gittato dalla loro fantasia sul mare dell'inconoscibile, capanna aperta a tutti i venti, ma inghirlandata di fiori sempre freschi in mezzo al tumultuoso e rovente deserto della vita.Spencer è un filosofo, ma soltanto un filosofo inglese. La sua fantasia appare povera, il suo sentimento arido: la stessa morale, che aveva deviato Carlyle nei giudizi dell'arte, restringe e impoverisce Spencer: la sua teoria della musica è appena una teoria dei suoni, e il suo gusto nella pittura semprevolgare, malgrado l'indipendenza della originalità; ignora la letteratura, e quasi sempre tratta la vita come un botanico che per sentire un fiore ha bisogno di essiccarlo.Il suo primo odio fu Omero: la traduzione di Pope è celebre come quella di Monti, ma inspirata allo stesso classicismo, senza nè intendimento di epopea nè divinazione dell'antico: e forse Spencer vide il rude gigante greco attraverso l'omiciattolo inglese, il letterato più letterato dell'Inghilterra.Quindi dichiarò che avrebbe pagato una grossa somma, egli povero, piuttosto che seguitare ancora oltre il sesto canto.Antipatia ed obbiezioni erano soprattutto morali. E si ricordava ancora dei propri primi saggi contro l'insegnamento classico, che prosegue inutile ed esuberante nelle nostre scuole moderne; e di tutta quell'altra critica, in lui metà istintiva e metà logica, sullo scopo dell'arte e della scienza, che debbono migliorare la vita e perfezionare i dati della morale, rimasti poi così slegati ed inconsistenti, quando più tardi egli tentò di dar loro una base in un libro.Ma egli non poteva sentire Omero.Platone stesso, un filosofo, o forse meglio un poeta della filosofia, aveva assai prima di lui condannato il gran cieco senza dubitare come noi della sua esistenza, perchè l'antichità non dubitò mai di Omero. Vico, un altro filosofo, molto dopo scompose ed annullò il poema per trarne materiali ad un fantastico edificio di storia, il quale invece era anch'esso una poesia, un sogno, che pretendeva indarno di chiamarsi Scienza Nuova; poi la critica tedesca, ripetendo le temerità della vecchia critica alessandrina, spezzò il poema e ne gittò all'aria i canti, che ricadendosul cuore della gente si ricongiunsero nell'immutata, insuperabile figurazione di bellezza.Certamente non tutto Omero era bello come pretendevano i letterati della scuola; certamente qualche altro aveva cantato vicino a lui con voce meno solenne sopra un'arpa meno armoniosa, e voci e canto si erano confusi: forse il poema, tal quale fu ricomposto da Pisistrato, era già monco; forse se l'Odissea fu l'opera dello stesso uomo, l'Iliade non finiva come per noi colla morte e il supplizio di Ettore.Ma il poema è uno e ben greco nell'umanità bassa, spesso volgare de' suoi iddii, non molto antico nella forma e nel sentimento dell'eroismo, molto vero nella precisione delle battaglie, che Napoleone primo ammirò spingendo questo entusiasmo sino al disprezzo di Virgilio. Infatti come Spencer davanti ad Omero, Napoleone di fronte a Virgilio, il più ammirabile poeta di gabinetto, doveva prima sorridere poi sdegnarsi: gli eroi dell'Eneide non sono epici, i soldati non sono barbari: poi Virgilio non sa la guerra come Omero, non l'ha vista, e l'avrebbe probabilmente vista indarno.È un artista della poesia, un orefice del verso, un musico della parola. Le epopee non possono nascere nei secoli classici: bisogna essere un eroe per crearne un'altra; il tempo di Augusto ebbe Virgilio, da quello di Leone X uscì il Tasso, dall'altro di Luigi XIV Voltaire.E si resta tristi, pensosi, davanti a questa cecità di Spencer, che intendendo a ricostruire ancora una volta la storia dell'anima umana non sente l'epopea, non indovina Omero. Capiva egli Shakespeare? L'immenso trageda inglese nemmeno nelle sue scene più belle supera la potenza tragica di certi episodii inOmero, ed Eschilo stesso non li raggiunse, poichè nell'epopea la tragedia dell'individuo essendo soltanto episodica subisce ed esprime una concentrazione, che dopo il teatro non produrrà più.Nel teatro l'uomo è come al centro della vita, che sembra illuminare, atteggiare di sè stesso; nell'epopea invece egli è come un'onda dentro una tempesta, e la sua voce non può dominare il rombo di tutte le altre se non spezzandosi improvvisamente con più profonda rovina.L'epopea esprime quindi meglio della tragedia la nostra sudditanza nella vita: possiamo appena compiere un atto, gittare un grido, trovare una parola: non altro. Gli eroi di Omero sono immortali così; e lo sono più di tutti gli altri apparsi poi sul teatro e nei libri.Alessandro sognava d'Achille: il secolo decimonono ha tutto sognato di Napoleone, ma Omero e l'epopea non erano più possibili.Cieco contro cieco; Spencer contro Omero. In Italia non sarebbe nè possibile nè intelligibile il fermento, che si leverà nelle classi colte dell'Inghilterra contro il filosofo, che osò con tanta mirabile sincerità confessare la propria insufficienza.Il teorico dell'evoluzione, il massimo compositore del positivismo, non poteva avere le divinazioni del sentimento, che sono una fede, appunto per aver egli troppo creduto alla ragione, sino a credere nella sua credulità.La ragione logica riesce sempre impari al mistero della vita; quella dialettica ricostruisce sempre lo stesso edificio a travi per chiudervi dentro il mondo. Hegel potè molto intendere di Dante; Spencer non doveva sentire Omero, che nemmeno l'Inghilterrasente, giacchè lo legge nei versi di Pope, come noi in quelli di Monti.Non oso giudicare il verseggiatore inglese, ma gli endecasillabi romagnoli ed italiani dell'altro, malgrado il consenso oramai lungo degli uditori, sono certamente ritmati sul rullo dei tamburi napoleonici e guarniscono la parola degli eroi con tutta la grazia del teatro e la compostezza della scuola.Quando si chiedeva a Prassitele quale fra le sue opere gli paresse più bella, rispondeva invariabilmente: — Quelle alle quali Nicia ha egli pure messo mano. — Sainte-Beuve suppose che domandando a Omero quale preferisse fra le ricomposizioni dell'Iliade, avrebbe risposto: — Quella di Aristarco.Ma se qualcuno gli dicesse oggi: — Fra le tante traduzioni del vostro poema, fra Pope e Monti, chi scegliete? — io suppongo che il gran cieco con un sorriso indulgente d'ironia mormorerebbe: — Nessuna.E siccome i lettori non mi crederanno, possono benissimo credere che io so poco l'italiano e niente l'inglese.19 aprile 1904.
L'Inghilterra è pronta a sollevarsi ancora una volta alla voce del suo più grande filosofo, Herbert Spencer, morto quasi fra la pubblica indifferenza.
Egli riappare intero, vivo e vibrante, in una autobiografia, possentemente intravata come il suo sistema, al tempo stesso cornice e ritratto, colla minuta esattezza nei fatti e la più scrupolosa verità nel racconto. Ma questa autobiografia, da lui medesimo chiamata storia naturale di un filosofo, non sarà che la storia del suo pensiero e del suo lavoro, perchè Spencer pensò e lavorò soltanto, spettatore della vita, alla quale in cinquant'anni chiese ostinatamente il segreto per confessare, vecchio e morente, nelle ultime pagine dell'ultimo libro, che il fanciullo eterno si risveglia sempre nell'uomo e che l'uomo non può rispondere alle domande del fanciullo. È dunque questi che ha ragione? Il filosofo non risponde se non rimpiangendo le credenze religiose degli ignari, piccolo, aereo ponte gittato dalla loro fantasia sul mare dell'inconoscibile, capanna aperta a tutti i venti, ma inghirlandata di fiori sempre freschi in mezzo al tumultuoso e rovente deserto della vita.
Spencer è un filosofo, ma soltanto un filosofo inglese. La sua fantasia appare povera, il suo sentimento arido: la stessa morale, che aveva deviato Carlyle nei giudizi dell'arte, restringe e impoverisce Spencer: la sua teoria della musica è appena una teoria dei suoni, e il suo gusto nella pittura semprevolgare, malgrado l'indipendenza della originalità; ignora la letteratura, e quasi sempre tratta la vita come un botanico che per sentire un fiore ha bisogno di essiccarlo.
Il suo primo odio fu Omero: la traduzione di Pope è celebre come quella di Monti, ma inspirata allo stesso classicismo, senza nè intendimento di epopea nè divinazione dell'antico: e forse Spencer vide il rude gigante greco attraverso l'omiciattolo inglese, il letterato più letterato dell'Inghilterra.
Quindi dichiarò che avrebbe pagato una grossa somma, egli povero, piuttosto che seguitare ancora oltre il sesto canto.
Antipatia ed obbiezioni erano soprattutto morali. E si ricordava ancora dei propri primi saggi contro l'insegnamento classico, che prosegue inutile ed esuberante nelle nostre scuole moderne; e di tutta quell'altra critica, in lui metà istintiva e metà logica, sullo scopo dell'arte e della scienza, che debbono migliorare la vita e perfezionare i dati della morale, rimasti poi così slegati ed inconsistenti, quando più tardi egli tentò di dar loro una base in un libro.
Ma egli non poteva sentire Omero.
Platone stesso, un filosofo, o forse meglio un poeta della filosofia, aveva assai prima di lui condannato il gran cieco senza dubitare come noi della sua esistenza, perchè l'antichità non dubitò mai di Omero. Vico, un altro filosofo, molto dopo scompose ed annullò il poema per trarne materiali ad un fantastico edificio di storia, il quale invece era anch'esso una poesia, un sogno, che pretendeva indarno di chiamarsi Scienza Nuova; poi la critica tedesca, ripetendo le temerità della vecchia critica alessandrina, spezzò il poema e ne gittò all'aria i canti, che ricadendosul cuore della gente si ricongiunsero nell'immutata, insuperabile figurazione di bellezza.
Certamente non tutto Omero era bello come pretendevano i letterati della scuola; certamente qualche altro aveva cantato vicino a lui con voce meno solenne sopra un'arpa meno armoniosa, e voci e canto si erano confusi: forse il poema, tal quale fu ricomposto da Pisistrato, era già monco; forse se l'Odissea fu l'opera dello stesso uomo, l'Iliade non finiva come per noi colla morte e il supplizio di Ettore.
Ma il poema è uno e ben greco nell'umanità bassa, spesso volgare de' suoi iddii, non molto antico nella forma e nel sentimento dell'eroismo, molto vero nella precisione delle battaglie, che Napoleone primo ammirò spingendo questo entusiasmo sino al disprezzo di Virgilio. Infatti come Spencer davanti ad Omero, Napoleone di fronte a Virgilio, il più ammirabile poeta di gabinetto, doveva prima sorridere poi sdegnarsi: gli eroi dell'Eneide non sono epici, i soldati non sono barbari: poi Virgilio non sa la guerra come Omero, non l'ha vista, e l'avrebbe probabilmente vista indarno.
È un artista della poesia, un orefice del verso, un musico della parola. Le epopee non possono nascere nei secoli classici: bisogna essere un eroe per crearne un'altra; il tempo di Augusto ebbe Virgilio, da quello di Leone X uscì il Tasso, dall'altro di Luigi XIV Voltaire.
E si resta tristi, pensosi, davanti a questa cecità di Spencer, che intendendo a ricostruire ancora una volta la storia dell'anima umana non sente l'epopea, non indovina Omero. Capiva egli Shakespeare? L'immenso trageda inglese nemmeno nelle sue scene più belle supera la potenza tragica di certi episodii inOmero, ed Eschilo stesso non li raggiunse, poichè nell'epopea la tragedia dell'individuo essendo soltanto episodica subisce ed esprime una concentrazione, che dopo il teatro non produrrà più.
Nel teatro l'uomo è come al centro della vita, che sembra illuminare, atteggiare di sè stesso; nell'epopea invece egli è come un'onda dentro una tempesta, e la sua voce non può dominare il rombo di tutte le altre se non spezzandosi improvvisamente con più profonda rovina.
L'epopea esprime quindi meglio della tragedia la nostra sudditanza nella vita: possiamo appena compiere un atto, gittare un grido, trovare una parola: non altro. Gli eroi di Omero sono immortali così; e lo sono più di tutti gli altri apparsi poi sul teatro e nei libri.
Alessandro sognava d'Achille: il secolo decimonono ha tutto sognato di Napoleone, ma Omero e l'epopea non erano più possibili.
Cieco contro cieco; Spencer contro Omero. In Italia non sarebbe nè possibile nè intelligibile il fermento, che si leverà nelle classi colte dell'Inghilterra contro il filosofo, che osò con tanta mirabile sincerità confessare la propria insufficienza.
Il teorico dell'evoluzione, il massimo compositore del positivismo, non poteva avere le divinazioni del sentimento, che sono una fede, appunto per aver egli troppo creduto alla ragione, sino a credere nella sua credulità.
La ragione logica riesce sempre impari al mistero della vita; quella dialettica ricostruisce sempre lo stesso edificio a travi per chiudervi dentro il mondo. Hegel potè molto intendere di Dante; Spencer non doveva sentire Omero, che nemmeno l'Inghilterrasente, giacchè lo legge nei versi di Pope, come noi in quelli di Monti.
Non oso giudicare il verseggiatore inglese, ma gli endecasillabi romagnoli ed italiani dell'altro, malgrado il consenso oramai lungo degli uditori, sono certamente ritmati sul rullo dei tamburi napoleonici e guarniscono la parola degli eroi con tutta la grazia del teatro e la compostezza della scuola.
Quando si chiedeva a Prassitele quale fra le sue opere gli paresse più bella, rispondeva invariabilmente: — Quelle alle quali Nicia ha egli pure messo mano. — Sainte-Beuve suppose che domandando a Omero quale preferisse fra le ricomposizioni dell'Iliade, avrebbe risposto: — Quella di Aristarco.
Ma se qualcuno gli dicesse oggi: — Fra le tante traduzioni del vostro poema, fra Pope e Monti, chi scegliete? — io suppongo che il gran cieco con un sorriso indulgente d'ironia mormorerebbe: — Nessuna.
E siccome i lettori non mi crederanno, possono benissimo credere che io so poco l'italiano e niente l'inglese.
19 aprile 1904.