L'ULTIMO

L'ULTIMOCosì forse lo chiameranno negli annali dell'Islam.Il lungo, immenso, glorioso impero ottomano finisce in lui, ed egli è piccolo, basso, ignobile, senza la virtù della vita e senza il coraggio della morte: nè sultano, nè califfo, incapace nella dottrina e nell'armi, miserabile nel pensiero e nel sentimento, non più abbastanza giovane per l'eroismo della guerra, non abbastanza vecchio per la consacrazione della tragedia.Abdul-Hamid è stato deposto.Negli annali islamitici la fine dei sultani fu spesso espiatoria per congiure e per condanne di palazzo: la loro onnipotenza, al solito, non era che formale, se dentro non vi folgorava una qualche virtù di grand'uomo; nessuna originalità, dunque, in questa deposizione dell'ultimo sultano, che vita e morte respingono nel medesimo disprezzo.Egli non aveva mai sentito l'enorme responsabilità del proprio grado: forse ignorava la meravigliosa storia antica dell'impero, che si espanse come un incendio improvviso ed irresistibile sull'Oriente e sull'Occidente, minacciando simultaneamente Buddha e Gesù, soverchiando nella più irresistibile delle marce conquistatrici tutti gli ostacoli accumulati o dimenticati dalla storia, assimilando, struggendo, religione di guerrieri prima, poesia di arte dopo, supremo sforzo del deismo ebraico contro il trionfo della trinità cristiana.Forse il mondo non ebbe visione più abbacinante di guerra: la conquista di Alessandro pare una parata teatrale davanti a quella di Maometto, che va dall'India alla Spagna, minaccia la Francia, sfonda la Cina, schiaccia la Persia, sommerge l'Egitto, soffoca a Bisanzio l'agonia dell'impero romano: e tutti i deserti sono attraversati, e tutti i mari si coprono di navi, e la vittoria vola su tutti i monti, inonda i piani, rovescia le città. Tre continenti piegano sotto il suo sforzo immane: l'Africa diventa quasi tutta maomettana, l'Asia resiste nell'immensità e per la immensità, ma tutti i suoi popoli sono feriti dalla nuova parola, tutte le sue religioni compromesse dalla forza solitaria di Allah. L'Europa piccola sopporta la massima pena: Gerusalemme, la città santa di Gesù, cade nella servitù musulmana, e le crociate tentano invano per secoli di liberarla; a un dato momento Parigi è minacciata come Vienna, il Mediterraneo diventa un mare turco, sul quale le nostre repubbliche marinare sembrano esercitare la pirateria della libertà; tutto trema, tutto vacilla sotto l'impeto musulmano.Oggi ancora la storia si domanda come si chiamava la forza invisibile, che salvò l'Europa e il cristianesimo dalla barbarie militare e deistica del maomettanismo. Questo era un esercito sempre e ovunque: soldati che sapevano morire, uomini riassunti in un dogma, chiusi in un'idea, circoscritti nella propria razza, solitari nella frenesia del comando, più solitari ancora nell'amore multiplo dell'harem.Ma la loro civiltà, se pure tale può chiamarsi, non poteva prevalere a quella cristiana: rappresentava forse un progresso in Oriente, ma non era chereazione contro la cultura greco-romana unificata nel cristianesimo: la sua vittoria effimera non esprimeva quindi una superiorità e doveva servire ad altri fini della storia: la sua strapotenza militare portava seco la espiazione nella incapacità creatrice di tutte le opere veramente feconde della pace. L'arte araba potè coprire questa miseria, non vincerla: filosofia e scienza, morale e diritto, la coscienza umana della storia e la coscienza individuale del cittadino repugnavano egualmente all'unità maomettana, infrangibile ma inutile come un monolito.Poi l'immensa mareggiata si acquetò: l'oceano divenne stagno, lo stagno palude dalle acque verdi come la bandiera già vittoriosa, piene di una vegetazione morta o mal viva, seduttrici ancora in un incantesimo di voluttà o di morte egualmente misterioso.L'impero si era formato a Bisanzio e si chiamava la Sublime Porta, ma da essa non uscivano più ordini nè per l'Oriente nè per l'Occidente: sultano e califfo regnavano sul deserto e sul silenzio: l'Europa non temeva più e progrediva trasfigurandosi a ogni anno; l'Oriente aveva digerito il maomettanismo come ogni altra tirannia e non lo sentiva più che come una decorazione e una superstizione. L'agonia dell'impero turco coincise con quella d'Italia, sua piccola, miracolosa rivale; poi la rivoluzione francese e Napoleone I gli si fermarono dinanzi come ad un cadavere troppo grande per essere rimosso senza pericolo; poi ancora tutto il secolo decimonono si tormentò in questo problema, dentro al quale si risvegliavano tutti quelli antichi dell'Oriente e tutti gli ultimi della giovane Europa tempestavano furiosamente.L'impero era morto: a una a una le sue remote province se ne andavano nella ribellione; non aveva più finanze, esercito, armata, governo; l'unità era il Corano pei credenti, l'inerzia povera pei non credenti: devastava, non amministrava, era una tradizione non un'idea, durava senza vivere, aveva funzione d'ostacolo, non d'istrumento nella storia. E a poco a poco la civiltà occidentale, che lo teneva dritto sulle stampelle per le necessità dei propri ultimi egoismi nazionali, gli penetrò nelle carni e nello spirito dissolvendo: le sue idee, i suoi costumi, le sue ricchezze, le scienze, le arti, le industrie, i commerci, tutto fu deleterio nell'impero musulmano: esso non sapeva nè resistere nè mutarsi. Brontolava e accettava, prepotente e vile, vanaglorioso nella parola e umile nei fatti: la sua politica si condensava immobile nella ripetizione verbale; la diplomazia non sapeva che procrastinare, la sua architettura era morta, la sua poesia muta, le sue armi troppo antiche, le sue navi appena un simbolo. Ma qualche nuova cosa cominciava ad agitarsi dentro le sue vecchie membra raddoppiando la paralisi: non era un'anima e nemmeno uno spirito, ma un moto che si prolungava per contatti dall'Occidente, una voglia d'imitazioni lontane, un'eco di parole scientifiche e inintelligibili, un minimo dramma in alcuni educati occidentalmente e tornati nell'Islam, dramma triste e povero di coscienze, incapaci di essere moderne o di rientrare nell'antichità.I Giovani Turchi non sono altro, e se altro fossero sarebbero anche meno. La loro perfezione occidentale li rende stranieri in patria, e la imperfezione momentaneamente più dannosi che utili. Il torto e la debolezza della rivoluzione turca è tutto nel plagiodella nostra ultima civiltà: questa si crea, non si copia: si elabora, non s'improvvisa.La coscienza maomettana non può riconoscere i nostri assiomi: accettandoli, li deforma sul proprio vecchio stampo: la sua religione non è passata ancora come la nostra per la prova dell'incredulità scientifica e filosofica, ma invece è una, immutata ancora, immutabile. Il cittadino non si venne formando fra stato, governo e comune, in una lotta di aristocrazia, di borghesia e di popolo, quindi la costituzione lo chiama indarno all'opera; il parlamento non rappresenta davvero nè classi nè partiti, nè idee nè interessi personificati; nell'esercito il soldato non ha più il vecchio fanatismo religioso e non può avere ancora la nuova coscienza civile: non capisce la rivoluzione, non ha armi, sarebbe forse reazionario e non ha capi, nè passione di odio, nè visione del presente.Anche l'adorazione pel sultano si logorò.Egli avrebbe potuto essere rivoluzionario o reazionario, difendere l'antica gloria dell'impero o superarla in una rinascita anche più meravigliosa; ma a questo erano necessarie in lui qualità di statista o di guerriero, l'idea che illumina, la volontà che aduna, il senno che equilibra. Invece nulla.Diede già una costituzione, poi la ritirò: assistette per quasi trent'anni agli immensi drammi d'Occidente e d'Oriente, senza vedere, senza capire, cieco nel pensiero, sordo nella coscienza, muto nella bocca. L'impero imputridiva nella paralisi; l'Europa lo sorreggeva schiaffeggiandolo, prestava danaro, maestri d'armi, ammiragli, domandava, imponeva, cancellava, firmava per l'impero e per il sultano. Che pensava, che faceva egli? Nelle province le stragi si ripetevano,vaste, inintelligibili, inutili: i soldati erano senza paga, i generali senza autorità, ivisirsenza idee, il sultano senza anima. Si sarebbe detto che non amava più se non la vita nella solitudine dell'haremfra centinaia di donne stanche del proprio ozio con quel vecchio, fra eunuchi rimasti forse i soli a pensare nella solitudine anche più spaventevole della loro vita; e il sultano cedeva sempre a tutto e a tutti, destreggiandosi fra le diplomazie come un cane penetrato a caso fra la gente in una moschea, vendicandosi di tutto e di tutti colla ferocia e la impunità di supplizi prodigati ad amici e nemici.Egli sapeva che il partito liberale non valeva più del suo, che i Giovani Turchi non rappresentavano la vera Turchia meglio di lui, che una rivoluzione era impossibile e impossibile del pari l'andare innanzi così.Quindi sorpreso, accettò quanto gli imposero, non fu nè sultano nè califfo, mantenne una reticenza nel giuramento alla costituzione e lasciò regnare il comitato dei Giovani Turchi.Fu in lui intenzione di abilità? Aspettava un impeto di collera su dal vasto, selvaggio paese, poichè quel comitato era soltanto una setta, che s'ingrossava quotidianamente di tutti i residui dello stesso governo sultanico, e il parlamento si componeva come di un coro per le discussioni e di un ordine muto di mimi per le votazioni?E la reazione scoppiò, senza capo, senza bandiera, senza danaro, senza armi, senza idee: bastò al comitato l'apparenza di un esercito per vincerla: il sultano era un fantasma, l'impero non era più.E adesso?Dicono che il nuovo sultano si chiami Maometto Ve che si sia definito spontaneamente primo sultano della libertà: il motto non vale molto, l'uomo invece dovrebbe valere moltissimo per sollevare la Turchia dalla presente dissoluzione anarchica in una qualunque composizione di governo.Forse anche nell'Europa più occidentalmente civile i retori della democrazia cominciano a dubitare sulla potenza meravigliosa delle loro formule; tutte le riviste giapponesi segnalano già un indebolimento nell'eroica coscienza del popolo dopo un ventennio di esercizio costituzionale; la Persia tratta la propria costituzione come un cencio di rivolta pel governo e contro il governo; la Russia non può ancora assidersi nella Duma per contare le proprie lunghe, sanguinanti ferite; la Turchia è passata dalla tirannide stanca del vecchio impero alla violenza nevrotica dei Giovani Turchi: non sa copiare l'Europa e ha dimenticato sè stessa.Aspettiamo dunque.3 maggio 1909.

Così forse lo chiameranno negli annali dell'Islam.

Il lungo, immenso, glorioso impero ottomano finisce in lui, ed egli è piccolo, basso, ignobile, senza la virtù della vita e senza il coraggio della morte: nè sultano, nè califfo, incapace nella dottrina e nell'armi, miserabile nel pensiero e nel sentimento, non più abbastanza giovane per l'eroismo della guerra, non abbastanza vecchio per la consacrazione della tragedia.

Abdul-Hamid è stato deposto.

Negli annali islamitici la fine dei sultani fu spesso espiatoria per congiure e per condanne di palazzo: la loro onnipotenza, al solito, non era che formale, se dentro non vi folgorava una qualche virtù di grand'uomo; nessuna originalità, dunque, in questa deposizione dell'ultimo sultano, che vita e morte respingono nel medesimo disprezzo.

Egli non aveva mai sentito l'enorme responsabilità del proprio grado: forse ignorava la meravigliosa storia antica dell'impero, che si espanse come un incendio improvviso ed irresistibile sull'Oriente e sull'Occidente, minacciando simultaneamente Buddha e Gesù, soverchiando nella più irresistibile delle marce conquistatrici tutti gli ostacoli accumulati o dimenticati dalla storia, assimilando, struggendo, religione di guerrieri prima, poesia di arte dopo, supremo sforzo del deismo ebraico contro il trionfo della trinità cristiana.

Forse il mondo non ebbe visione più abbacinante di guerra: la conquista di Alessandro pare una parata teatrale davanti a quella di Maometto, che va dall'India alla Spagna, minaccia la Francia, sfonda la Cina, schiaccia la Persia, sommerge l'Egitto, soffoca a Bisanzio l'agonia dell'impero romano: e tutti i deserti sono attraversati, e tutti i mari si coprono di navi, e la vittoria vola su tutti i monti, inonda i piani, rovescia le città. Tre continenti piegano sotto il suo sforzo immane: l'Africa diventa quasi tutta maomettana, l'Asia resiste nell'immensità e per la immensità, ma tutti i suoi popoli sono feriti dalla nuova parola, tutte le sue religioni compromesse dalla forza solitaria di Allah. L'Europa piccola sopporta la massima pena: Gerusalemme, la città santa di Gesù, cade nella servitù musulmana, e le crociate tentano invano per secoli di liberarla; a un dato momento Parigi è minacciata come Vienna, il Mediterraneo diventa un mare turco, sul quale le nostre repubbliche marinare sembrano esercitare la pirateria della libertà; tutto trema, tutto vacilla sotto l'impeto musulmano.

Oggi ancora la storia si domanda come si chiamava la forza invisibile, che salvò l'Europa e il cristianesimo dalla barbarie militare e deistica del maomettanismo. Questo era un esercito sempre e ovunque: soldati che sapevano morire, uomini riassunti in un dogma, chiusi in un'idea, circoscritti nella propria razza, solitari nella frenesia del comando, più solitari ancora nell'amore multiplo dell'harem.

Ma la loro civiltà, se pure tale può chiamarsi, non poteva prevalere a quella cristiana: rappresentava forse un progresso in Oriente, ma non era chereazione contro la cultura greco-romana unificata nel cristianesimo: la sua vittoria effimera non esprimeva quindi una superiorità e doveva servire ad altri fini della storia: la sua strapotenza militare portava seco la espiazione nella incapacità creatrice di tutte le opere veramente feconde della pace. L'arte araba potè coprire questa miseria, non vincerla: filosofia e scienza, morale e diritto, la coscienza umana della storia e la coscienza individuale del cittadino repugnavano egualmente all'unità maomettana, infrangibile ma inutile come un monolito.

Poi l'immensa mareggiata si acquetò: l'oceano divenne stagno, lo stagno palude dalle acque verdi come la bandiera già vittoriosa, piene di una vegetazione morta o mal viva, seduttrici ancora in un incantesimo di voluttà o di morte egualmente misterioso.

L'impero si era formato a Bisanzio e si chiamava la Sublime Porta, ma da essa non uscivano più ordini nè per l'Oriente nè per l'Occidente: sultano e califfo regnavano sul deserto e sul silenzio: l'Europa non temeva più e progrediva trasfigurandosi a ogni anno; l'Oriente aveva digerito il maomettanismo come ogni altra tirannia e non lo sentiva più che come una decorazione e una superstizione. L'agonia dell'impero turco coincise con quella d'Italia, sua piccola, miracolosa rivale; poi la rivoluzione francese e Napoleone I gli si fermarono dinanzi come ad un cadavere troppo grande per essere rimosso senza pericolo; poi ancora tutto il secolo decimonono si tormentò in questo problema, dentro al quale si risvegliavano tutti quelli antichi dell'Oriente e tutti gli ultimi della giovane Europa tempestavano furiosamente.

L'impero era morto: a una a una le sue remote province se ne andavano nella ribellione; non aveva più finanze, esercito, armata, governo; l'unità era il Corano pei credenti, l'inerzia povera pei non credenti: devastava, non amministrava, era una tradizione non un'idea, durava senza vivere, aveva funzione d'ostacolo, non d'istrumento nella storia. E a poco a poco la civiltà occidentale, che lo teneva dritto sulle stampelle per le necessità dei propri ultimi egoismi nazionali, gli penetrò nelle carni e nello spirito dissolvendo: le sue idee, i suoi costumi, le sue ricchezze, le scienze, le arti, le industrie, i commerci, tutto fu deleterio nell'impero musulmano: esso non sapeva nè resistere nè mutarsi. Brontolava e accettava, prepotente e vile, vanaglorioso nella parola e umile nei fatti: la sua politica si condensava immobile nella ripetizione verbale; la diplomazia non sapeva che procrastinare, la sua architettura era morta, la sua poesia muta, le sue armi troppo antiche, le sue navi appena un simbolo. Ma qualche nuova cosa cominciava ad agitarsi dentro le sue vecchie membra raddoppiando la paralisi: non era un'anima e nemmeno uno spirito, ma un moto che si prolungava per contatti dall'Occidente, una voglia d'imitazioni lontane, un'eco di parole scientifiche e inintelligibili, un minimo dramma in alcuni educati occidentalmente e tornati nell'Islam, dramma triste e povero di coscienze, incapaci di essere moderne o di rientrare nell'antichità.

I Giovani Turchi non sono altro, e se altro fossero sarebbero anche meno. La loro perfezione occidentale li rende stranieri in patria, e la imperfezione momentaneamente più dannosi che utili. Il torto e la debolezza della rivoluzione turca è tutto nel plagiodella nostra ultima civiltà: questa si crea, non si copia: si elabora, non s'improvvisa.

La coscienza maomettana non può riconoscere i nostri assiomi: accettandoli, li deforma sul proprio vecchio stampo: la sua religione non è passata ancora come la nostra per la prova dell'incredulità scientifica e filosofica, ma invece è una, immutata ancora, immutabile. Il cittadino non si venne formando fra stato, governo e comune, in una lotta di aristocrazia, di borghesia e di popolo, quindi la costituzione lo chiama indarno all'opera; il parlamento non rappresenta davvero nè classi nè partiti, nè idee nè interessi personificati; nell'esercito il soldato non ha più il vecchio fanatismo religioso e non può avere ancora la nuova coscienza civile: non capisce la rivoluzione, non ha armi, sarebbe forse reazionario e non ha capi, nè passione di odio, nè visione del presente.

Anche l'adorazione pel sultano si logorò.

Egli avrebbe potuto essere rivoluzionario o reazionario, difendere l'antica gloria dell'impero o superarla in una rinascita anche più meravigliosa; ma a questo erano necessarie in lui qualità di statista o di guerriero, l'idea che illumina, la volontà che aduna, il senno che equilibra. Invece nulla.

Diede già una costituzione, poi la ritirò: assistette per quasi trent'anni agli immensi drammi d'Occidente e d'Oriente, senza vedere, senza capire, cieco nel pensiero, sordo nella coscienza, muto nella bocca. L'impero imputridiva nella paralisi; l'Europa lo sorreggeva schiaffeggiandolo, prestava danaro, maestri d'armi, ammiragli, domandava, imponeva, cancellava, firmava per l'impero e per il sultano. Che pensava, che faceva egli? Nelle province le stragi si ripetevano,vaste, inintelligibili, inutili: i soldati erano senza paga, i generali senza autorità, ivisirsenza idee, il sultano senza anima. Si sarebbe detto che non amava più se non la vita nella solitudine dell'haremfra centinaia di donne stanche del proprio ozio con quel vecchio, fra eunuchi rimasti forse i soli a pensare nella solitudine anche più spaventevole della loro vita; e il sultano cedeva sempre a tutto e a tutti, destreggiandosi fra le diplomazie come un cane penetrato a caso fra la gente in una moschea, vendicandosi di tutto e di tutti colla ferocia e la impunità di supplizi prodigati ad amici e nemici.

Egli sapeva che il partito liberale non valeva più del suo, che i Giovani Turchi non rappresentavano la vera Turchia meglio di lui, che una rivoluzione era impossibile e impossibile del pari l'andare innanzi così.

Quindi sorpreso, accettò quanto gli imposero, non fu nè sultano nè califfo, mantenne una reticenza nel giuramento alla costituzione e lasciò regnare il comitato dei Giovani Turchi.

Fu in lui intenzione di abilità? Aspettava un impeto di collera su dal vasto, selvaggio paese, poichè quel comitato era soltanto una setta, che s'ingrossava quotidianamente di tutti i residui dello stesso governo sultanico, e il parlamento si componeva come di un coro per le discussioni e di un ordine muto di mimi per le votazioni?

E la reazione scoppiò, senza capo, senza bandiera, senza danaro, senza armi, senza idee: bastò al comitato l'apparenza di un esercito per vincerla: il sultano era un fantasma, l'impero non era più.

E adesso?

Dicono che il nuovo sultano si chiami Maometto Ve che si sia definito spontaneamente primo sultano della libertà: il motto non vale molto, l'uomo invece dovrebbe valere moltissimo per sollevare la Turchia dalla presente dissoluzione anarchica in una qualunque composizione di governo.

Forse anche nell'Europa più occidentalmente civile i retori della democrazia cominciano a dubitare sulla potenza meravigliosa delle loro formule; tutte le riviste giapponesi segnalano già un indebolimento nell'eroica coscienza del popolo dopo un ventennio di esercizio costituzionale; la Persia tratta la propria costituzione come un cencio di rivolta pel governo e contro il governo; la Russia non può ancora assidersi nella Duma per contare le proprie lunghe, sanguinanti ferite; la Turchia è passata dalla tirannide stanca del vecchio impero alla violenza nevrotica dei Giovani Turchi: non sa copiare l'Europa e ha dimenticato sè stessa.

Aspettiamo dunque.

3 maggio 1909.


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