ROMANZO E ROMANZIEREQuesto è illustre, quello volgare.Al solito la stampa parigina ne ha fatto uno scandalo, e l'inquisizione dei giornali ha superato, nella crudele curiosità dei particolari e nella logica acuta dell'analisi, l'altra del magistrato. Poi un duello è seguito, senza gravi conseguenze nè per il romanziere, nè pel fratello dell'amante, che si crede tradita; e adesso, poichè la morte non ha alzato il dramma a tragedia, la sua stessa volgarità di scandalo ne affretta l'oblio. Soltanto coloro, che da anni seguono con vivo affetto di ammirazione Marcel Prevost nella lenta ascensione della sua arte di psicologo e di pittore di anime, s'interesseranno ancora di questo romanzo vissuto si lungamente, in un silenzio cortese, fra condiscendenze di madre e di moglie, in una quiete adultera, che i trionfi dello scrittore illuminavano tratto tratto come fuochi di bengala nella brevità di una festa, fra vanti e bugie reciproche di inspirazione nei due amanti.Perchè da secoli, dopo la magnifica, immortale menzogna di Dante, che finse di dovere a Bice, una fanciulletta appena conosciuta a nove anni e una donna che poi non conobbe, l'idea e la passione dellaDivina Commedia, mentre le donne da lui veramente amate furono altre, e nessuna di esse potè atteggiare di sè medesima il poema; dopo Bice, che fu appena un sogno per Dante, e la Fornarina, che passò come una cortigiana e una modella nellostudio di Raffaello, è un dogma della rettorica poetica la necessità di una donna per l'inspirazione del capolavoro. Poeti ed artisti sanno benissimo che l'opera loro, se attinse le cime gloriose, dovette nutrirsi di pensiero e di dolore, disciplinarsi nell'eroismo della volontà, spesso riparare nella solitudine e chiedere a qualche breve castità l'ultimo sforzo per l'ultimo volo; sanno e taceranno malinconicamente, che le loro amanti più amate non sapevano quasi della loro opera e l'avrebbero volentieri posposta ai trastulli dei giorni più facili, quando la primavera della giovinezza e un avvento improvviso ed imprevisto dì danaro suggerivano le follie del piacere o i disordini del vizio; sanno che l'inspirazione è il mistero più profondo dell'arte, che ogni capolavoro è sempre lungo nel tempo, magari inconsapevole della preparazione, se per caso potè compiere rapidamente la propria trasformazione di crisalide in farfalla; sanno che l'arte è tutta la vita, e che nella vita il motivo dell'amore fra gli amanti stessi non esprime quasi mai l'originalità intera della loro persona, come non domina la molteplice unità del loro carattere.Ma vi è ancora una rettorica nell'arte e nella vita, che vuol derivare da un idillio o da un adulterio la forza necessaria alle grandi azioni o la misteriosa armonia indispensabile nel capolavoro: le amanti sorridono a sè stesse di tale loro potenza, servendosene di scusa per la volgarità vera di un intrigo, dove quasi sempre la miseria del danaro raddoppia quella della carne: gli amanti, invece, quando sono o credono di essere artisti, adoperano l'amore come un pretesto per allungare l'ozio o giustificare la lentezza accidiosa nel lavoro, l'insufficienza della sua preparazione, la poca purità delsuo metodo, la troppa falsità delle figure e delle conclusioni.Quasi si trattasse di una razza privilegiata, gli artisti inventano per sè stessi dogmi di un'altra morale e simulano un'andatura di tempesta nelle passioni, scambiano e fanno scambiare agli ingenui la bellezza di una frase per la verità di una azione, dicendo che la bellezza è più vera della virtù e che il capolavoro assolve tutto nell'autore, anche prima di averlo fatto.Perchè il capolavoro, e purtroppo furono radi e lo sono, è invece semplice, profondo, ingenuo, uno come la vita: può sorridere, ma sotto il sorriso si travede la smorfia dello spasimo; può urlare come l'oceano nella collera più cupa, ma qualche stella splenderà in alto fra le nuvole lacerate, disperse dall'uragano; può aver bisogno di tutta una esistenza soltanto di un'ora, ma non uscirà mai da una deviazione della vita, da un qualche sofisma della volontà, da un falso privilegio nell'artista, che si creda maggiore o almeno diverso dagli altri uomini. Al contrario, il caso sembra compiacersi a prodigare le smentite: agli immensi sogni di conquista e di gloria succede quasi sempre qualche mediocre matrimonio cattivo concubinaggio, si declama e si accatta, si civetta alle piazze e ai saloni, si adora la réclame e il danaro, si sognano cattedre e tribune, e si parla di aristocrazia senza intendere davvero la grandezza di quella che è morta e sentirsene dentro un'altra maggiore.Vedete nel romanzo di Marcel Prevost come tutto è volgare, meschino, falso nelle rivelazioni e nelle reticenze, nell'attrice che tenta, di uccidere e poi dichiara che intendeva soltanto a colpire un braccio: quale?Il sinistro, tante volte offerto nelle passeggiate deliziose come un peccato, o noiose quanto il peccato stesso già divenuto un dovere? il destro, col quale l'illustre romanziere ha scritto tante pagine di fine psicologia femminile, smarrendosi quasi sempre nell'intrigo stesso dell'analisi, appunto perchè non era in lui, come in Balzac, il più grande fra tutti i geni moderni, la sicurezza di una morale, cui riportare nel giudizio le differenze dei motivi e dei risultati?Egli era già ammogliato o quasi quando s'innamorò della signorina Thouret, che gli amici di casa, almeno a quanto dice sua madre, chiamavano col nomignolo di «vestale»; e la vestale lo sapeva, e sapeva certamente quello che noi non sappiamo ancora, chi era questa donna, perchè il romanziere ne aveva fatto la donna della propria vita, se era la madre, se amava ancora, se soffriva, se avrebbe disperato per questo nuovo tradimento. La vestale accettò: offerse forse la propria primizia in cambio della gloria, che l'altro aveva guadagnato col romanzo delledemi-vierges; accettò anche un appartamento in via Copernico, poi un altro in via D'Armaille. Ma non pare che questo idillio adultero si complicasse mai nella maternità, e il romanzo delledemi-viergesè garanzia sufficiente a questa apparenza; però, come accade in quel romanzo e in quasi tutti gli altri, gli amanti dovettero stancarsi, l'uno se ne andò, l'altra viaggiò, poi al ritorno tentò una ripresa, non vi riusci e tentò di uccidere, riuscendovi anche meno. Voleva tirare soltanto al braccio, e soltanto al braccio un signor Thouret, fratello della vestale, fu ferito con un colpo di spada dall'illustre romanziere, seccato certamente d'essere dentro a un così falso e volgare romanzo.Un sorriso involontario monta alle labbra.La gente, che davanti a un libro di sottile analisi femminile crede davvero alla superiorità dello scrittore nella vita, deve aver spalancati gli occhi leggendo nei giornali il resoconto dell'attentato contro Marcel Prevost; e alcuni usavano questa lusinghiera, regia parola. Forse la gente crede ancora i romanzieri superiori al romanzo, e capaci di applicare le massime dei propri libri, di realizzarne le più belle ligure: crede perchè ammira, forse anche perchè ama.La verità è più bassa, più crudele: l'arte è quasi sempre una caccia, nella quale la gloria serve di specchietto al danaro: oggi le fame si fondano come certe banche, funzionano come certe ditte, guadagnano come certe case; oggi non si parla più che di successo, e questa ignobile parola dà la misura del pubblico e degli autori. Si vuol brillare, non illuminare, essere ricchi, non padroni regnando sulle anime nella vastità di un regno potente quanto il pensiero, dall'alto di un trono sacro come un altare. Il pubblico solo è padrone, e un padrone che bisogna sedurre per averne il favore subito, perchè nessuno o pochi pensano che la gloria è immortalità non è gloria, e l'arte un impero, al quale non si può giungere senza essere davvero un imperatore davanti a sè stesso.Un sorriso sale involontariamente alle labbra; i trionfatori del pubblico, che li acclama, li paga, e sorride egli stesso enigmaticamente, somigliano adesso ai generali, ai re affollati nelle anticamere di Napoleone I: la loro potenza era una concessione di lui, e un moto solo del suo sopracciglio poteva far cadere tutte le loro corone e le loro medaglie; nessunoera originale, e nessuno sentiva veramente l'inanità della propria condizione. Quando Napoleone, entrando nel teatro di Varsavia al braccio di Talma gli disse alto, perchè tutti udissero, colla sua voce fessa e l'accento breve: — Vi ho atteggiato davanti una platea di re —, vi fu alcuno forse nella platea, che si alzasse per andarsene?Oggi non è un altro Napoleone, che livelli generali e re della fama affollati nelle anticamere dei giornali; ma il pubblico che deve fare le sue veci e non può, sorride già enigmaticamente, e ogni tanto si diverte a svestirne qualcuno. Allora romanzo e romanziere appaiono mediocri, la folla ondeggia in un movimento di curiosità, spera una tragedia, ma non si vede innanzi che uno scandalo.E dimentica: non si può fare di meglio!5 aprile 1903.
Questo è illustre, quello volgare.
Al solito la stampa parigina ne ha fatto uno scandalo, e l'inquisizione dei giornali ha superato, nella crudele curiosità dei particolari e nella logica acuta dell'analisi, l'altra del magistrato. Poi un duello è seguito, senza gravi conseguenze nè per il romanziere, nè pel fratello dell'amante, che si crede tradita; e adesso, poichè la morte non ha alzato il dramma a tragedia, la sua stessa volgarità di scandalo ne affretta l'oblio. Soltanto coloro, che da anni seguono con vivo affetto di ammirazione Marcel Prevost nella lenta ascensione della sua arte di psicologo e di pittore di anime, s'interesseranno ancora di questo romanzo vissuto si lungamente, in un silenzio cortese, fra condiscendenze di madre e di moglie, in una quiete adultera, che i trionfi dello scrittore illuminavano tratto tratto come fuochi di bengala nella brevità di una festa, fra vanti e bugie reciproche di inspirazione nei due amanti.
Perchè da secoli, dopo la magnifica, immortale menzogna di Dante, che finse di dovere a Bice, una fanciulletta appena conosciuta a nove anni e una donna che poi non conobbe, l'idea e la passione dellaDivina Commedia, mentre le donne da lui veramente amate furono altre, e nessuna di esse potè atteggiare di sè medesima il poema; dopo Bice, che fu appena un sogno per Dante, e la Fornarina, che passò come una cortigiana e una modella nellostudio di Raffaello, è un dogma della rettorica poetica la necessità di una donna per l'inspirazione del capolavoro. Poeti ed artisti sanno benissimo che l'opera loro, se attinse le cime gloriose, dovette nutrirsi di pensiero e di dolore, disciplinarsi nell'eroismo della volontà, spesso riparare nella solitudine e chiedere a qualche breve castità l'ultimo sforzo per l'ultimo volo; sanno e taceranno malinconicamente, che le loro amanti più amate non sapevano quasi della loro opera e l'avrebbero volentieri posposta ai trastulli dei giorni più facili, quando la primavera della giovinezza e un avvento improvviso ed imprevisto dì danaro suggerivano le follie del piacere o i disordini del vizio; sanno che l'inspirazione è il mistero più profondo dell'arte, che ogni capolavoro è sempre lungo nel tempo, magari inconsapevole della preparazione, se per caso potè compiere rapidamente la propria trasformazione di crisalide in farfalla; sanno che l'arte è tutta la vita, e che nella vita il motivo dell'amore fra gli amanti stessi non esprime quasi mai l'originalità intera della loro persona, come non domina la molteplice unità del loro carattere.
Ma vi è ancora una rettorica nell'arte e nella vita, che vuol derivare da un idillio o da un adulterio la forza necessaria alle grandi azioni o la misteriosa armonia indispensabile nel capolavoro: le amanti sorridono a sè stesse di tale loro potenza, servendosene di scusa per la volgarità vera di un intrigo, dove quasi sempre la miseria del danaro raddoppia quella della carne: gli amanti, invece, quando sono o credono di essere artisti, adoperano l'amore come un pretesto per allungare l'ozio o giustificare la lentezza accidiosa nel lavoro, l'insufficienza della sua preparazione, la poca purità delsuo metodo, la troppa falsità delle figure e delle conclusioni.
Quasi si trattasse di una razza privilegiata, gli artisti inventano per sè stessi dogmi di un'altra morale e simulano un'andatura di tempesta nelle passioni, scambiano e fanno scambiare agli ingenui la bellezza di una frase per la verità di una azione, dicendo che la bellezza è più vera della virtù e che il capolavoro assolve tutto nell'autore, anche prima di averlo fatto.
Perchè il capolavoro, e purtroppo furono radi e lo sono, è invece semplice, profondo, ingenuo, uno come la vita: può sorridere, ma sotto il sorriso si travede la smorfia dello spasimo; può urlare come l'oceano nella collera più cupa, ma qualche stella splenderà in alto fra le nuvole lacerate, disperse dall'uragano; può aver bisogno di tutta una esistenza soltanto di un'ora, ma non uscirà mai da una deviazione della vita, da un qualche sofisma della volontà, da un falso privilegio nell'artista, che si creda maggiore o almeno diverso dagli altri uomini. Al contrario, il caso sembra compiacersi a prodigare le smentite: agli immensi sogni di conquista e di gloria succede quasi sempre qualche mediocre matrimonio cattivo concubinaggio, si declama e si accatta, si civetta alle piazze e ai saloni, si adora la réclame e il danaro, si sognano cattedre e tribune, e si parla di aristocrazia senza intendere davvero la grandezza di quella che è morta e sentirsene dentro un'altra maggiore.
Vedete nel romanzo di Marcel Prevost come tutto è volgare, meschino, falso nelle rivelazioni e nelle reticenze, nell'attrice che tenta, di uccidere e poi dichiara che intendeva soltanto a colpire un braccio: quale?
Il sinistro, tante volte offerto nelle passeggiate deliziose come un peccato, o noiose quanto il peccato stesso già divenuto un dovere? il destro, col quale l'illustre romanziere ha scritto tante pagine di fine psicologia femminile, smarrendosi quasi sempre nell'intrigo stesso dell'analisi, appunto perchè non era in lui, come in Balzac, il più grande fra tutti i geni moderni, la sicurezza di una morale, cui riportare nel giudizio le differenze dei motivi e dei risultati?
Egli era già ammogliato o quasi quando s'innamorò della signorina Thouret, che gli amici di casa, almeno a quanto dice sua madre, chiamavano col nomignolo di «vestale»; e la vestale lo sapeva, e sapeva certamente quello che noi non sappiamo ancora, chi era questa donna, perchè il romanziere ne aveva fatto la donna della propria vita, se era la madre, se amava ancora, se soffriva, se avrebbe disperato per questo nuovo tradimento. La vestale accettò: offerse forse la propria primizia in cambio della gloria, che l'altro aveva guadagnato col romanzo delledemi-vierges; accettò anche un appartamento in via Copernico, poi un altro in via D'Armaille. Ma non pare che questo idillio adultero si complicasse mai nella maternità, e il romanzo delledemi-viergesè garanzia sufficiente a questa apparenza; però, come accade in quel romanzo e in quasi tutti gli altri, gli amanti dovettero stancarsi, l'uno se ne andò, l'altra viaggiò, poi al ritorno tentò una ripresa, non vi riusci e tentò di uccidere, riuscendovi anche meno. Voleva tirare soltanto al braccio, e soltanto al braccio un signor Thouret, fratello della vestale, fu ferito con un colpo di spada dall'illustre romanziere, seccato certamente d'essere dentro a un così falso e volgare romanzo.
Un sorriso involontario monta alle labbra.
La gente, che davanti a un libro di sottile analisi femminile crede davvero alla superiorità dello scrittore nella vita, deve aver spalancati gli occhi leggendo nei giornali il resoconto dell'attentato contro Marcel Prevost; e alcuni usavano questa lusinghiera, regia parola. Forse la gente crede ancora i romanzieri superiori al romanzo, e capaci di applicare le massime dei propri libri, di realizzarne le più belle ligure: crede perchè ammira, forse anche perchè ama.
La verità è più bassa, più crudele: l'arte è quasi sempre una caccia, nella quale la gloria serve di specchietto al danaro: oggi le fame si fondano come certe banche, funzionano come certe ditte, guadagnano come certe case; oggi non si parla più che di successo, e questa ignobile parola dà la misura del pubblico e degli autori. Si vuol brillare, non illuminare, essere ricchi, non padroni regnando sulle anime nella vastità di un regno potente quanto il pensiero, dall'alto di un trono sacro come un altare. Il pubblico solo è padrone, e un padrone che bisogna sedurre per averne il favore subito, perchè nessuno o pochi pensano che la gloria è immortalità non è gloria, e l'arte un impero, al quale non si può giungere senza essere davvero un imperatore davanti a sè stesso.
Un sorriso sale involontariamente alle labbra; i trionfatori del pubblico, che li acclama, li paga, e sorride egli stesso enigmaticamente, somigliano adesso ai generali, ai re affollati nelle anticamere di Napoleone I: la loro potenza era una concessione di lui, e un moto solo del suo sopracciglio poteva far cadere tutte le loro corone e le loro medaglie; nessunoera originale, e nessuno sentiva veramente l'inanità della propria condizione. Quando Napoleone, entrando nel teatro di Varsavia al braccio di Talma gli disse alto, perchè tutti udissero, colla sua voce fessa e l'accento breve: — Vi ho atteggiato davanti una platea di re —, vi fu alcuno forse nella platea, che si alzasse per andarsene?
Oggi non è un altro Napoleone, che livelli generali e re della fama affollati nelle anticamere dei giornali; ma il pubblico che deve fare le sue veci e non può, sorride già enigmaticamente, e ogni tanto si diverte a svestirne qualcuno. Allora romanzo e romanziere appaiono mediocri, la folla ondeggia in un movimento di curiosità, spera una tragedia, ma non si vede innanzi che uno scandalo.
E dimentica: non si può fare di meglio!
5 aprile 1903.