SCAGNOZZI E CAGNOTTINell'atrio del tempio, per la grande festa pasquale, Gesù brandì in un impeto di collera divina la corda a cacciare i mercanti.Pio X leva adesso la scopa, con gesto iroso, sugli scagnozzi che sporcano le vie di Roma colle ombre della loro miseria. E minaccia l'espulsione dalla città sacra, sulla quale il gran tempio cattolico alza la cupola enorme e al disopra di essa la piccola croce, simbolo di redenzione a tutti i poveri, agli abbandonati della vita, ai naufraghi del dubbio, ai superstiti della tragedia, agli erranti convenuti da presso e da lungi, stranieri di lingua e di razza ma fratelli nella mendicità dell'anima e del corpo, che si ostinano a credere e a sperare.Nessuna povertà pari alla loro, nessun abbandono più lugubre. Questi scagnozzi, pei quali la satira popolare inventò il nome, sono preti senza chiesa: avevano già per essa abbandonata la propria casa, e la chiesa dovette rigettarli sulla strada, vagabondi senza meta, condannati senza giudizio, perduti per tutti, anche per sè stessi, perchè il prete senza cura è peggio del medico senza ammalati. Debbono vivere soltanto della messa, questo magnifico poema anonimo, ma la sua celebrazione non basta colla poca elemosina a nutrirli. I paramenti sacri, coi quali montano all'altare, diventano un abito di maschera, la rappresentazione divina del sacrificio un espediente per la colazione sotto levolte di una cappella spesso dorata, con dietro gli scherni di un chierico, il quale sotto i ricami della pianeta vede le toppe della veste, come Aristippo vedeva la superbia di Antistene attraverso i buchi del suo mantello da cinico.I devoti frenano a stento i sorrisi, gli altri preti lo tengono con un altro sorriso a distanza e nemmeno i migliori osano con esso la parità di trattamento, perchè lo scagnozzo è sempre un po' colpevole. Vinto dalla miseria, che non ha saputo accettare facendosene una virtù, ne ha addosso le stigmate ripugnanti: disceso al mestiere ne porta seco il lezzo e non sa più mondarsi: doveva essere il consolatore dei poveri, ed è un povero che fa concorrenza a tutti gli altri, inguaribilmente altero del proprio grado, che lo isola fra gli uomini, disilluso sulla carità del sacerdozio, accattone divenuto incredulo nella disperazione e costretto a parlare di fede dalla speranza di una impossibile elemosina.A Roma lo scagnozzo è come immerso nella gloria e nella potenza del clero: la religione, che lungi era una dote dell'anima, a Roma è un fatto politico: le file della gerarchia vi sono così serrate, che chi non può entrarvi non vi appartiene: le virtù del cuore non contano, quelle dell'ingegno rientrano sotto la legge del valore commerciale, e lo scagnozzo non è l'operaio a spasso, ma il professionista senza clienti, peggio ancora, il solo professionista che non possa mutare professione.Quindi tutto in essa si ritorce contro di lui: i superiori lo guardano troppo dall'alto e lo trattano come un disertore; gli uguali lo scansano per non compromettersi; gli inferiori, se pure ve ne sono, si vendicano su lui di tutto ciò che li offende nellesfere dominanti; egli è il paria, che avendo rinunciato al mondo degli uomini per quello di Dio, è rimasto alla porta di entrambi e deve annusare da lungi colla stessa malinconica avidità gli odori degli incensieri e delle casseruole. La sua fame è un motivo di satira, e la sua umiltà di sospetto: non si può concedergli nulla, perchè ha bisogno di troppo: non compatirlo, perchè si dovrebbe accettarlo: non accettarlo perchè la sua domanda è instancabile dopo qualunque risposta. Così lo scagnozzo, non avendo casa, non ha chiesa: non si sa come viva, nè, malgrado i certificati, donde venga davvero e perchè sia venuto. Un dramma segreto è in ognuno di essi: qualche sventura che colpì, qualche passione che scoppiò: il loro racconto è pieno di favole e di menzogne come quello di tutti gli erranti, ma il loro rancore sale da più oscure profondità. Sentono che la propria miseria disonora la ricchezza e la dignità del clero, il quale, invece, ne rimane impassibile; sentono di essere inferiori al proprio grado, inferiori alla comune dignità degli uomini, senza altra uscita che in alto, ma nessuna luce discende verso di loro. Eppure non sanno più andarsene: dove andrebbero infatti? Il prete è un soldato, al quale è necessario, come a tutti, un reggimento e una caserma: sbandati, gli scagnozzi non possono riunirsi a bande: sognavano a Roma una rivincita, e non vi trovarono nemmeno la battaglia: non hanno più bandiera e debbono conservare l'assisa.A che riusciranno le minacce del papa? Cacciare gli scagnozzi non vuol dire sopprimerli, giacchè cacciati tornerebbero. È il flusso della vita che li gitta a Roma, come quello del mare gitta gli avanzi allasponda, se di ogni naufragio qualche cosa resta, che torna alla terra indarno.Questi rifiuti indefinibili nella forma e nel colore sono i più difficili alle investigazioni della scienza e dell'arte; se ne veggono in tutte le classi e in tutte le strade, non commuovono quasi mai la pietà. La gente passa oltre. Dove, come finiscono i vecchi soldati, i vecchi comici, tutti coloro che non ebbero nè casa, nè famiglia, e non poterono uscire mai dal loro mestiere?Dove vanno tutti gli erranti?Certamente questo degli scagnozzi è un tema, che a Roma tutti veggono e forse nessuno conosce bene: nei tempi andati Roma era la grande città sacra e parassita: il clero ne dominava tutta la vita, nel clero quindi tutte le forme di vita erano possibili. Oggi, invece, non più. Ma nuova guerra, cui la milizia sacerdotale si prepara, impone altre necessità di sostanza e di apparenza: la clientela povera, ignorante, oziosa, famelica degli scagnozzi impaccia e disonora: il motteggio degli increduli vi troverebbe troppi eccellenti motivi, la critica istintiva delle masse troppe dolorose ragioni.Pio X lo sentì e tentò provvedere con un atto insufficiente di polizia: invece gli scagnozzi resteranno per la forza stessa dello scandalo temuto. Il loro carattere indelebile di sacerdoti li pone invincibili anche dinanzi al papa: la loro miseria, magari troppo spesso meritata, rivela nella Chiesa altre piaghe. Se domani si compia intera la riconciliazione politica del clero collo stato, il lusso e la pompa esteriore dei grandi gerarchi renderà più visibile la grottesca povertà di questi paria senza donne e senza figli, i due dolori che forse rendono sopportabili tutti gli altri.E si dovrà provvedere.Come?I rigori disciplinari non bastano contro chi non è più oramai nelle file e non si può espellere dal grembo della Chiesa: bisogna piuttosto che la carità intervenga, raccogliendo e consolando al solito tutti e tutto ciò che la vita respinge. La carità è la più bella fra le virtù cristiane: ma è davvero la più attiva virtù del clero?12 ottobre 1905.
Nell'atrio del tempio, per la grande festa pasquale, Gesù brandì in un impeto di collera divina la corda a cacciare i mercanti.
Pio X leva adesso la scopa, con gesto iroso, sugli scagnozzi che sporcano le vie di Roma colle ombre della loro miseria. E minaccia l'espulsione dalla città sacra, sulla quale il gran tempio cattolico alza la cupola enorme e al disopra di essa la piccola croce, simbolo di redenzione a tutti i poveri, agli abbandonati della vita, ai naufraghi del dubbio, ai superstiti della tragedia, agli erranti convenuti da presso e da lungi, stranieri di lingua e di razza ma fratelli nella mendicità dell'anima e del corpo, che si ostinano a credere e a sperare.
Nessuna povertà pari alla loro, nessun abbandono più lugubre. Questi scagnozzi, pei quali la satira popolare inventò il nome, sono preti senza chiesa: avevano già per essa abbandonata la propria casa, e la chiesa dovette rigettarli sulla strada, vagabondi senza meta, condannati senza giudizio, perduti per tutti, anche per sè stessi, perchè il prete senza cura è peggio del medico senza ammalati. Debbono vivere soltanto della messa, questo magnifico poema anonimo, ma la sua celebrazione non basta colla poca elemosina a nutrirli. I paramenti sacri, coi quali montano all'altare, diventano un abito di maschera, la rappresentazione divina del sacrificio un espediente per la colazione sotto levolte di una cappella spesso dorata, con dietro gli scherni di un chierico, il quale sotto i ricami della pianeta vede le toppe della veste, come Aristippo vedeva la superbia di Antistene attraverso i buchi del suo mantello da cinico.
I devoti frenano a stento i sorrisi, gli altri preti lo tengono con un altro sorriso a distanza e nemmeno i migliori osano con esso la parità di trattamento, perchè lo scagnozzo è sempre un po' colpevole. Vinto dalla miseria, che non ha saputo accettare facendosene una virtù, ne ha addosso le stigmate ripugnanti: disceso al mestiere ne porta seco il lezzo e non sa più mondarsi: doveva essere il consolatore dei poveri, ed è un povero che fa concorrenza a tutti gli altri, inguaribilmente altero del proprio grado, che lo isola fra gli uomini, disilluso sulla carità del sacerdozio, accattone divenuto incredulo nella disperazione e costretto a parlare di fede dalla speranza di una impossibile elemosina.
A Roma lo scagnozzo è come immerso nella gloria e nella potenza del clero: la religione, che lungi era una dote dell'anima, a Roma è un fatto politico: le file della gerarchia vi sono così serrate, che chi non può entrarvi non vi appartiene: le virtù del cuore non contano, quelle dell'ingegno rientrano sotto la legge del valore commerciale, e lo scagnozzo non è l'operaio a spasso, ma il professionista senza clienti, peggio ancora, il solo professionista che non possa mutare professione.
Quindi tutto in essa si ritorce contro di lui: i superiori lo guardano troppo dall'alto e lo trattano come un disertore; gli uguali lo scansano per non compromettersi; gli inferiori, se pure ve ne sono, si vendicano su lui di tutto ciò che li offende nellesfere dominanti; egli è il paria, che avendo rinunciato al mondo degli uomini per quello di Dio, è rimasto alla porta di entrambi e deve annusare da lungi colla stessa malinconica avidità gli odori degli incensieri e delle casseruole. La sua fame è un motivo di satira, e la sua umiltà di sospetto: non si può concedergli nulla, perchè ha bisogno di troppo: non compatirlo, perchè si dovrebbe accettarlo: non accettarlo perchè la sua domanda è instancabile dopo qualunque risposta. Così lo scagnozzo, non avendo casa, non ha chiesa: non si sa come viva, nè, malgrado i certificati, donde venga davvero e perchè sia venuto. Un dramma segreto è in ognuno di essi: qualche sventura che colpì, qualche passione che scoppiò: il loro racconto è pieno di favole e di menzogne come quello di tutti gli erranti, ma il loro rancore sale da più oscure profondità. Sentono che la propria miseria disonora la ricchezza e la dignità del clero, il quale, invece, ne rimane impassibile; sentono di essere inferiori al proprio grado, inferiori alla comune dignità degli uomini, senza altra uscita che in alto, ma nessuna luce discende verso di loro. Eppure non sanno più andarsene: dove andrebbero infatti? Il prete è un soldato, al quale è necessario, come a tutti, un reggimento e una caserma: sbandati, gli scagnozzi non possono riunirsi a bande: sognavano a Roma una rivincita, e non vi trovarono nemmeno la battaglia: non hanno più bandiera e debbono conservare l'assisa.
A che riusciranno le minacce del papa? Cacciare gli scagnozzi non vuol dire sopprimerli, giacchè cacciati tornerebbero. È il flusso della vita che li gitta a Roma, come quello del mare gitta gli avanzi allasponda, se di ogni naufragio qualche cosa resta, che torna alla terra indarno.
Questi rifiuti indefinibili nella forma e nel colore sono i più difficili alle investigazioni della scienza e dell'arte; se ne veggono in tutte le classi e in tutte le strade, non commuovono quasi mai la pietà. La gente passa oltre. Dove, come finiscono i vecchi soldati, i vecchi comici, tutti coloro che non ebbero nè casa, nè famiglia, e non poterono uscire mai dal loro mestiere?
Dove vanno tutti gli erranti?
Certamente questo degli scagnozzi è un tema, che a Roma tutti veggono e forse nessuno conosce bene: nei tempi andati Roma era la grande città sacra e parassita: il clero ne dominava tutta la vita, nel clero quindi tutte le forme di vita erano possibili. Oggi, invece, non più. Ma nuova guerra, cui la milizia sacerdotale si prepara, impone altre necessità di sostanza e di apparenza: la clientela povera, ignorante, oziosa, famelica degli scagnozzi impaccia e disonora: il motteggio degli increduli vi troverebbe troppi eccellenti motivi, la critica istintiva delle masse troppe dolorose ragioni.
Pio X lo sentì e tentò provvedere con un atto insufficiente di polizia: invece gli scagnozzi resteranno per la forza stessa dello scandalo temuto. Il loro carattere indelebile di sacerdoti li pone invincibili anche dinanzi al papa: la loro miseria, magari troppo spesso meritata, rivela nella Chiesa altre piaghe. Se domani si compia intera la riconciliazione politica del clero collo stato, il lusso e la pompa esteriore dei grandi gerarchi renderà più visibile la grottesca povertà di questi paria senza donne e senza figli, i due dolori che forse rendono sopportabili tutti gli altri.
E si dovrà provvedere.
Come?
I rigori disciplinari non bastano contro chi non è più oramai nelle file e non si può espellere dal grembo della Chiesa: bisogna piuttosto che la carità intervenga, raccogliendo e consolando al solito tutti e tutto ciò che la vita respinge. La carità è la più bella fra le virtù cristiane: ma è davvero la più attiva virtù del clero?
12 ottobre 1905.